Archivi tag: Ichkeria

FLAG STORIES – THE WOLF OF ICHKERIA

The flag is not just a colored rag: it is the spiritual synthesis of a people’s identity. This is more than ever true when it comes to the flag of the Chechen Republic of Ichkeria. Every Chechen who yearns for independence carries its colors in his memory, and gets excited every time he sees them. In the green cloth marked with red and white he finds the pride of a free nation, the tragedy of the blood shed by his brothers and the promise of a future redemption.

An informant who requested to remain anonymous has brought us some fascinating stories about the tricolor of Ichkeria, which we make available to our readers.

The official flag of Chechen Republic of Ichkeria

A flag at the market

September 6 , 1995. That day a major anti-war demonstration was scheduled in Grozny. At that time, a “filtration camp” was located in Neftyanka where prisoners from all over the republic were deported. Here they were tortured and if they survived, often set free for a ransom, they remained bent in body and spirit for the rest of their short lives.

In front of the camp there was a market teeming with people, organized for the military, the only ones who had money to make purchases. On the other side of the road, the armored vehicles on which the camp inmates were transported were stationed. Above them sat bored soldiers, swollen with beer bought at the market, waiting for a new “crop” of prisoners, victims of this terrible conveyor belt of death. Suddenly from a crossroads came a Zhiguli . The car parked between the market and the armored vehicle parking lot. A passenger came out of the car carrying a large ChRI flag, and began tying it to the door.

Panic immediately broke out: the sellers fled, spilling the goods, the soldiers suddenly awoke from their torpor, locking themselves inside their vehicles. The passenger of the Zhiguli , without flinching, finished arranging his flag, got into the car and slammed the door behind him. After that he set off again in complete tranquillity. It was enough for a patriot to display the flag of the Chechen Republic, with the wolf guarding it, to unleash panic among the Russian military. They had seen what miracles the Chechens had performed under this banner, defending their land from invaders.

The flag on the wall of the Council of Ministers, 1992

The flag on the crane

During the war, someone hoisted a large ChRI flag on a tall construction crane at the “new stop” in Staropromyslvsky district . The occupation authorities, noticing her, demanded that she be seized. However, they could not find anyone willing to ride the crane, not even for a reward. There were rumors that somewhere there was a sniper guarding the flag, who would electrocute anyone who approached the flag. Thus, the tricolor of Ichkeria continued to fly on the crane until August 1996, when the Chechens liberated Grozny and victoriously ended the war.

The flag of the Presidential Palace

ChRI’s most famous flag was the one that flew from the Presidential Palace. In times of peace, citizens could see this great banner waving in the sky. During the first war this was impetuously bombed and, after two anti-bunker bombs managed to penetrate up to the basement of the structure, it was necessary to evacuate it to avoid a massacre. The Palace gave shelter to hundreds of people (up to 800) and the bombings had so deeply affected the structure that its defenders, and the wounded, risked ending up buried under the rubble. So it was decided to abandon it: not before, however, having removed the flag from the mast to save it. Under a massive barrage a patrol ventured onto the roof of the palace, removed the flag and took care of it, preventing it from falling into the hands of the Russians, who would no doubt display it as a trophy. It seems that the national flag is still preserved and protected waiting to be able to wave again for a free Chechnya.

A boy waves the flag of Ichkeria in the ruins of Grozny

Bamut’s flag

One of the most legendary and iconic places of the First Russo-Chechen War is undoubtedly the Bamut fortress. Here the Chechens resisted the attacks of the Russian army for many months, enduring a terrible siege. One day, after yet another bombardment, the defenders realized that there was not a single building left intact enough to hang the flag. It was then decided to hoist it on the village water tower. The Russians, who evidently feared that that flag alone would prevent them from advancing, fired artillery at the tower until it collapsed to the ground, taking the flag with it. It was evident that the Russians were so afraid of the Chechen cloth that they were unwilling to fight under it. The defenders then decided to hang the flag from the tallest mast, so that it would continue to instill fear in the enemy.

Akhmed Zakayev a Rimini (11/12/2022) “Da dove viene l’espressione ‘La Cecenia fa parte della Russia’?”

Quello che segue è il testo integrale dell’intervento presentato dal Presidente del Gabinetto dei Ministri del governo ceceno, Akhmed Zakayev, al Congresso Nazionale dei Radicali, svoltosi a Rimini tra il 9 e l’11 Dicembre 2022. Lo avevamo tradotto per l’occasione dall’inglese, affinchè potesse essere distribuito agli astanti. Lo riproponiamo ai lettori di questo blog.

11.12.2022 Rimini, Italia

Signor Presidente,

Signore e signori,

All’inizio del mio intervento, vorrei ringraziare gli organizzatori di questo forum. In particolare ” Radicali Italiani ”. così come tutti i membri del movimento.

Da più di 30 anni partecipo direttamente ai processi militari e politici in corso sia all’interno della stessa Cecenia, sia – ora – al di fuori della Cecenia. Le informazioni rilasciate dagli uffici stampa dei ministeri e delle agenzie russe hanno lo scopo di distogliere l’attenzione da fatti oggettivi. Gli ideologi del Cremlino praticano ancora la teoria totalitaria secondo cui se ripeti mille volte una bugia, diventerà la verità. Preferisco l’affermazione di Abraham Lincoln: che puoi ingannare alcune persone per sempre, e tutte le persone per qualche tempo, ma mai tutte le persone per sempre.

Il presente e il futuro di qualsiasi conflitto devono essere definiti innanzitutto dalla natura di quel conflitto. Probabilmente avrete sentito dozzine di versioni delle origini del conflitto tra Russia e Cecenia. Le riserve petrolifere e il terrorismo islamico internazionale hanno poco o nulla a che fare con l’origine del conflitto. Vorrei spiegare di cosa ha così paura il governo russo.

Dall’inizio della guerra russo-cecena, l’11 dicembre 1994, ogni tentativo della comunità mondiale di impegnarsi nella soluzione pacifica del conflitto è stato bloccato dalla tesi dell’integrità territoriale della Federazione Russa. Oggi che il nostro conflitto è degenerato in un circolo vizioso, è estremamente importante esaminarlo dal punto di vista della sua legalità. Epiteti come “autodichiarato”, “separatista”, “ribelle” o “non riconosciuto” sono spesso usati per descrivere la Repubblica cecena. Essi non si basano su fatti storici e legali.

Lo status sovrano della Repubblica cecena è legittimo quanto lo era l’URSS. Nell’aprile 1990, durante le riforme del sistema sovietico di Gorbaciov, il Soviet Supremo dell’URSS adottò due leggi di fondamentale importanza per le nazioni dell’Unione Sovietica.

Il 10 aprile 1990. “Sulla base dei rapporti economici tra l’URSS e l’Unione e le Repubbliche Autonome” Poi il 26 aprile 1990 “Sulla divisione dell’autorità tra l’URSS ei sudditi della Federazione”. Questa normativa conteneva, accanto a disposizioni più generali, una serie di articoli che modificarono radicalmente lo statuto delle repubbliche autonome. Da quel momento esse condivisero gli stessi diritti delle altre repubbliche sovrane. Entrambi i tipi di repubbliche godettero del diritto alla “libera autodeterminazione dei popoli”.

Il 27 novembre 1990 , a seguito di un editto ufficiale del Soviet Supremo dell’URSS, il Soviet Supremo della Repubblica ceceno-inguscia ha adottato una Dichiarazione sulla sovranità dello Stato.

Per tutta la vita dell’URSS, tutto ciò che aveva a che fare con lo status giuridico, la “statalità” ei confini delle varie entità etniche all’interno del paese era prerogativa esclusiva del Soviet Supremo dell’URSS.

Il motivo per cui sto entrando così nei dettagli è perché possiate capire che non c’è stata alcuna rivolta, nessuna presa del potere da parte di separatisti armati. La sovranità della Repubblica cecena è stata stabilita dall’adozione nell’URSS di diverse nuove leggi nell’aprile 1990, e quindi era assolutamente legale e legittima ai sensi del diritto sovietico, del diritto russo e del diritto internazionale.

Quindi, quando l’Unione Sovietica fu sciolta nel dicembre 1991, la Repubblica cecena esisteva da più di un anno come stato sovrano, riconosciuto nell’ordinamento giuridico dell’URSS, uguale a tutte le “Repubbliche dell’Unione” (Russia, Georgia , Ucraina, Stati baltici e altri) e si stava preparando a firmare il Trattato dell’Unione aggiornato.

Lo status paritario della Repubblica cecena è stato infatti riconosciuto dal governo della Russia nel 1992, in occasione della spartizione ufficiale delle armi e dei beni dell’ex esercito sovietico che si trovavano nella Repubblica di Cecenia. Una simile divisione delle armi e dei beni dell’esercito sovietico ebbe luogo tra la Russia e tutte le ex repubbliche dell’URSS.

Il 1992 è stato un anno chiave per la Repubblica cecena a causa di altri due eventi che hanno avuto luogo: il primo è stato l’adozione della nostra Costituzione, che ha confermato lo status della Repubblica cecena come Stato sovrano democratico. La seconda è stata la firma del Trattato federale in Russia, cui la Repubblica cecena non ha partecipato.

Akhmed Zakayev

Da dove viene l’espressione “la Cecenia fa parte della Russia”?

Nell’ottobre 1993 il presidente Eltsin ordinò alle truppe di sparare sul parlamento russo e disperse l’assemblea. Quando il presidente Eltsin ordinò un referendum per una costituzione russa, non esisteva né il parlamento russo né la costituzione russa. Poiché la Repubblica cecena aveva un parlamento dal 1991, il quale aveva adottato una costituzione nel 1992, la Repubblica cecena non ha partecipato al referendum russo. La Costituzione russa contiene un articolo in cui si afferma che lo Stato russo è uno Stato federale, composto da soggetti che hanno firmato volontariamente il Trattato federale. Un altro articolo afferma che la Repubblica cecena è un soggetto della Federazione Russa. La presidenza russa ha violato tutte le possibili norme legali quando ha incluso la Repubblica cecena come “soggetto” della Federazione Russa nella Costituzione russa.

Nel 1994, dopo tre anni e mezzo di terrorismo di stato, di ricatti, di tentativi di indebolire la leadership cecena, che non sono riusciti a far capitolare la Repubblica cecena, la Russia ha scatenato un’invasione militare su vasta scala. Questa guerra fu cinicamente dichiarata per “l’instaurazione dell’ordine costituzionale”, mentre in realtà fu una guerra che violava tutti i principi del diritto internazionale, comprese le Convenzioni di Ginevra che regolano le norme di guerra.

Nel 1996 la guerra finì e tutte le truppe russe furono ritirate dalla Repubblica cecena. Nel gennaio 1997, con l’attivo supporto metodologico e logistico dell’OSCE e in conformità con la Costituzione cecena del 1992, la Cecenia ha tenuto le elezioni presidenziali e parlamentari, ufficialmente riconosciute dal Consiglio d’Europa che ha inviato un gran numero di osservatori, e dalla stessa Federazione Russa.

Il 12 maggio 1997è stato firmato il documento più importante di tutta la storia dei rapporti tra Russia e Cecenia. Il trattato di pace che ha stabilito i principi fondamentali per le relazioni tra la Federazione Russa e la Repubblica cecena di Ichkeria .

Il difficile ma chiaramente promettente processo di creazione di relazioni interstatali reciprocamente accettabili tra la Russia e la Repubblica cecena fu interrotto nel 1998, quando il Consiglio di Sicurezza della Federazione Russa, presieduto da Putin, il quale era anche direttore dell’FSB, pose un clamoroso freno al processo negoziale.

Al nostro governo viene spesso rimproverata l’accusa di aver avuto il tempo e l’opportunità dopo la fine della prima guerra russo-cecena di rafforzare e affermare la nostra sovranità. Posso affermare con piena autorità che in realtà non abbiamo avuto né il tempo, né l’opportunità, e questo perché i servizi segreti russi hanno immediatamente avviato seri preparativi per una seconda guerra. Hanno scatenato una dura ondata di operazioni terroristiche contro la Cecenia, che includevano esplosioni, omicidi e rapimenti, in particolare di stranieri e giornalisti. Molti noti politici hanno dichiarato pubblicamente che la Cecenia doveva essere portata a uno stato tale da implorare in ginocchio di poter rientrare nella Federazione Russa.

Dopo lo scioglimento dell’URSS, i sostenitori di un forte governo centrale in Russia si lamentavano che non esisteva più un’idea unificatrice e quindi che ciò che restava del grande impero russo, la Federazione Russa, avrebbe potuto sgretolarsi. Il Cremlino ha trovato l’idea che era necessaria. Hanno sostituito l’idea di Marx di combattere il capitalismo con l’idea di combattere il terrorismo. Il vantaggio della nuova idea era che quando si trattava di teoria e pratica degli atti di terrore, la Russia era stata il leader mondiale per tutto il XX secolo, e in tutti i continenti.

Vi interesserà sapere che durante la prima guerra del 1994-1996 siamo stati etichettati come banditi, separatisti, fascisti, ogni sorta di cose, ma nessun politico russo si è sognato di chiamarci fondamentalisti o terroristi islamici, figuriamoci terroristi internazionali.

Il Cremlino aveva già esperienza nel collegare la questione cecena con i problemi internazionali. Stalin, ad esempio, quando affrontò la questione cecena nel 1944 (deportando l’intera nazione nelle steppe del Kazakistan e della Siberia), accusò il popolo ceceno di collaborare con i tedeschi fascisti, anche se i nazisti non riuscirono mai ad occupare la Cecenia. Gli alleati democratici di Stalin potevano allora trovare comprensibili le sue affermazioni. Nel nostro tempo, presentare la Cecenia come uno dei principali focolai del terrorismo islamico internazionale sembra adattarsi convenientemente all’opinione pubblica russa, ma anche a quella dell’Occidente.

Akhmed Zakayev parla alla Camera dei Deputati in Italia

Negli ultimi anni i liberal-democratici russi ci hanno parlato dei processi negativi che hanno avuto luogo e sono tuttora in corso in Russia. Sono profondamente convinto che ciò che il regime di Putin ha fatto in Russia sia la conseguenza e il riflesso di quanto è accaduto, e continua ad accadere, in Cecenia.

L’isteria anti-cecena fomentata dal Cremlino che gode dell’appoggio della maggioranza assoluta della società russa, democratici compresi.

Menzogne spudorate, illegalità e crimini crudeli sono gli strumenti della politica russa nei confronti della Cecenia. Infiammata dalla propaganda della Grande Potenza, la società russa acconsentì prontamente ai mezzi ovvi e malvagi usati contro i ceceni, e quando questi iniziarono ad essere usati contro gli stessi russi era già troppo tardi per cambiare qualcosa.

Una campagna di terrore contro una piccola nazione non può portare a risultati positivi. Le prevedibili conseguenze di una guerra criminale scatenata contro la Cecenia sono state una restrizione delle libertà democratiche, inclusa l’abolizione della libertà di parola, della libertà per l’attività imprenditoriale privata e della libertà per le minoranze religiose. Procedimenti penali politicamente motivati, persecuzione delle organizzazioni per i diritti civili, violazione dei diritti elettorali dei cittadini, fascismo sempre più forte e grave interferenza negli affari interni degli stati vicini: questi sono tutti risultati naturali della criminale guerra anti-cecena, che continua nel suo 28 anno.

Il rifiuto della Russia di riconoscere l’indipendenza della Repubblica cecena, e il conseguente scatenarsi di una guerra, ha creato false aspettative in molte persone riguardo alla possibile risoluzione dei conflitti post-sovietici. La Georgia, la Moldavia ei loro amici volevano vedere la Russia soggiogare la Cecenia il prima possibile, immaginando che dopo questo sarebbe stata ripristinata la loro “integrità territoriale”.

I bombardamenti a tappeto di villaggi e città, la violazione di ogni norma militare, le pulizie etniche e il genocidio commessi durante le due guerre anti-cecene erano tutti considerati affari interni della Russia.

Putin era fiducioso che gli attuali leader occidentali non avrebbero mai cambiato il loro atteggiamento pubblicamente dichiarato nei confronti della Russia , qualunque cosa faccia.

Il regime russo è emerso nella sua forma attuale in gran parte grazie all’incoraggiamento che la Russia ha ricevuto dagli stati occidentali nella sua barbara guerra contro la Cecenia, uno dei conflitti più sanguinosi e violenti in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale. 300 mila civili , di cui oltre 40mila bambini , sono stati uccisi in Cecenia.

 Sono profondamente convinto che gli interessi economici di alcuni paesi e gli interessi politici di alcuni politici non debbano essere superiori al destino di un intero popolo. Sono anche assolutamente sicuro che la mancanza di un’adeguata reazione del mondo occidentale alla tragedia cecena sia la ragione principale per cui la Russia ha commesso un’aggressione militare contro la Georgia e l’Ucraina.

Sono lieto che il mondo si sia reso conto che la politica di pacificazione non può essere continuata e abbia condannato fermamente l’aggressione russa contro l’Ucraina.

I ceceni sono stati coinvolti in questa guerra dalla parte degli ucraini dal 2014. Putin, durante l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia, ha attirato i cosiddetti Kadyroviti nelle file degli occupanti russi. Questa decisione è stata presa con l’obiettivo di portare odio tra ceceni e ucraini. Ma grazie alla saggezza del popolo ucraino e alle azioni corrette del governo della CRI in esilio, Putin non è riuscito a raggiungere questo obiettivo. Il 26 febbraio Bruxelles ha ospitato una riunione del Comitato di Stato per la Disoccupazione della CRI, di cui sono a capo, in qualità di capo del governo della CRI in esilio. In questo incontro si decise di formare distaccamenti di volontari tra i ceceni in Europa per partecipare alla guerra a fianco degli ucraini. Lo stesso giorno, abbiamo annunciato questa decisione attraverso i media. Mi sono anche rivolto al presidente Zelensky sulla necessità di concludere un accordo sulla cooperazione militare tra le parti. In modo che la partecipazione dei ceceni a un conflitto armato non contraddica la Convenzione di Ginevra del 1949 e il protocollo aggiuntivo del 7 dicembre 1978 “Protezione delle persone che partecipano alle ostilità”, in modo che questa persona non rientri nell’articolo “mercenari” della suddetta Convenzione.

Il 28 maggio, nella città di Kiev, è stato firmato un accordo di mutua assistenza e sostegno tra i dipartimenti militari dell’Ucraina e la CRI. Da quel momento è in corso la formazione di una brigata separata per scopi speciali come parte della legione straniera dell’Ucraina. Due battaglioni sono lì dal 2014. Due battaglioni sono stati formati dopo la firma di un accordo interdipartimentale. E al momento, il terzo battaglione sta venendo reclutato.

Ora vorrei divagare leggermente dall’argomento principale e citare il primo presidente della Repubblica cecena di Ichkeria , Dzhokhar Dudayev, il quale ha detto nel 1995: “quando il sole della libertà sorgerà in Ucraina, verrà la fine dell’Impero russo”.

Infatti, oggi, in connessione con la guerra in Ucraina, il mondo si sta riorganizzando e l’Ucraina è diventata il leader del mondo libero.

La mia fiducia è rafforzata dal fatto che il 18 ottobre la Verkhovna Rada dell’Ucraina ha riconosciuto il genocidio del popolo ceceno e che il territorio della Repubblica cecena di Ichkeria è stato temporaneamente occupato dalla Russia. Questo è un evento epocale nella storia della formazione dello stato ceceno. Questo apre grandi opportunità per il governo della CRI in esilio.

Sono sicuro che oggi il mio popolo, come mai prima nella sua storia, è vicino al ripristino della propria statualità. E garantisco che con l’aiuto dell’Onnipotente, il nostro governo all’estero non perderà questa occasione storica.

Grazie a tutti.

Akhmed Zakayev

Presidente del Gabinetto dei Ministri della Repubblica Cecena di Ichkeria

Capo del Comitato per la De – Occupazione della Repubblica Cecena di Ichkeria

Back to the Constitution: Francesco Benedetti interviews Ikhvan Gerikhanov (Part 2)

In April 21, 1996, President Dudayev was killed, and Vice-President Yandarbiev assumed his interim powers. How did your relationship with him develop?

After the treasonous assassination of the President, I returned to Grozny and actively participated in the preparation of the new elections. I returned to my duties when President Yandarbiev accepted my condition that the Constitutional Court could begin its work only after the annulment of the unconstitutional decree concerning its dissolution in April 1993. This happened with the Decree from these promulgated on November 12, 1996, in which it was clarified that the dissolution order issued by Dudaev was to be considered devoid of any legal effect. At that point I started forming a new team of judges for the court, having to make up for the expressed refusal of some of the old members to collaborate with the new government, as well as the defections of others, who had left the territory of the Republic.

During his mandate, Yandarbiev initiated a series of legislative interventions aimed at establishing an Islamic republic, such as, for example, the creation of Sharia courts. Were these measures constitutionally correct? Has the Constitutional Court sanctioned them?


To take a specific decision on the introduction of Sharia courts, the Constitutional Court did not yet have the necessary quorum for a vote and the approval of the judges was and is the prerogative of the Parliament of the Chechen Republic, which during this period had not yet been renewed. Actions aimed at introducing Sharia courts directly contradict the Constitution of the Chechen Republic, which I have repeatedly expressed in the media and personally to Yandarbiev.

Zelimkhan Yandarbiev


Following the January 1997 presidential elections, Aslan Maskhadov became president. How was your work under his tenure?


After the election of President and of the Parliament, I have actively collaborated with the institutions and have looked for candidates to complete the ranks of the Constitutional Court , and obtain their nomination by the Parliament. However I failed to complete this task, due to the situation in the Republic and the introduction of Sharia courts. However, as head of the highest judicial authority, I have actively participated in all legal activities of national importance.

By Presidential Decree of May 6 , 1996, I was appointed an expert in the process of negotiating and drafting documents on relations between the Chechen Republic of Ichkeria and the Russian Federation, and also headed the office of the State Legal Commission to develop and improve the constitutional principles , with the creation of a code of Islamic law CHRI. This order was presented to the President on May 20, 1997. This code of laws was personally prepared by me and delivered to President Maskhadov under the name ” Korta Nizam “, meaning “main consensus”: this project included the combination of Muslim and secular law, without radical deviations from the mentality and customs ( adat ) of the Chechen people, but taking into account the rules of conduct for a Muslim according to the Koran and the Sunnah of our Prophet (SAS). This law should have been voted on in a referendum and subsequently should have been adopted by the Parliament. If the Chechen people had approved this bill, after it was adopted by its legislative body, it would have acquired the status of Constitution as Basic Law of the country.However, once again, the crisis of the institutions has not allowed this to be discussed, and possibly integrated into the Fundamental Law of the State.

In addition to this, I was involved in the work as a member of the State Commission for the Development of the National Security Doctrine of the CRI, according to the Resolution of the Cabinet of Ministers of July 31, 1997. Basically, we worked on guarantees for the country’s national security and so that the invasion of our country would not be repeated over the decades. We have tried to establish ChRI in the world community as a subject of international law and find protection through international institutions. In addition, we have worked on consolidating our statehood through the Charter of the United Nations, which should be the document guaranteeing our security, both as a state and as a whole and as an ethnic group in communion with the whole civilized world. Constitutional Court member Seda Khalidova worked actively with me. In 1997 we met with the new Chairman of the Constitutional Court of the Russian Federation M. Baglai and even prepared an agreement on the interaction of the two highest state judicial bodies. This draft agreement was not approved by the parties, for the well-known reasons we have already mentioned.

As the radical forces consolidated in the country, the possibility of creating an Islamic state was increasingly discussed. How could this idea fit into the 1992 Constitution?


In no way. The Constitution of the CRI and its norms are mandatory, i.e. mandatory, regardless of the situation, if changes to individual articles of the Constitution have not been made in accordance with the requirements of this Basic Law.

At the end of 1998, Maskhadov was tried by the Sharia court. Was this court constitutionally legal? Do you remember this process?

By that time I had left the republic and worked at the International Arbitration Tribunal, but as one of the authors of the 1992 Constitution of the Chechen Republic, I can state that such a decision grossly violates the requirements of the Constitution of the Chechen Republic!

How did your experience as President of the Constitutional Court ended?

I resigned in March 1998, after an unconstitutional vote of no confidence in the President of the Constitutional Court of the Chechen Republic, ie in me, for my position against the introduction of Sharia courts and the use of public executions. In the Parliament of the CRI on the second convocation there were deputies who had their own candidates for the post of President of the Tribunal and, frankly, had their own mercantile interests, which under my leadership they could not have realized. Moreover, the very discussion regarding the issue of mistrust of me is an unconstitutional process, if I have not committed a crime or if, for health reasons, I cannot fulfill my duties, or I have committed other actions contrary to the ideas of the sovereignty and territorial integrity of the state, prescribed by the law “On the activities of the Constitutional Court of the Chechen Republic”, adopted in 1992.

This question was initiated by two deputies, one of whom, as it was later established, worked for the FSB of Russia. The second deputy brought his name into disrepute during the proceedings of the first convocation Parliament. Their names are known and they, being refugees in Europe, continue to harm the legitimate authorities of the CRI.

Chechnya, 1997: Religious police impose corporal punishment for drunkenness

After the start of the Second Russo-Chechen War and Russia’s second invasion of the country, martial law was introduced in the CRI. Aslan Maskhadov’s mandate would have expired in February 2002, but he remained in office until his assassination in 2005. If you recall, what measure extended his mandate up to this point?

First of all, we must proceed from the fact that the President of the CRI, in accordance with the requirements of the Constitution of the CRI, declared martial law in connection with the invasion of the aggressor into the sovereign territory of the country.

Secondly, in connection with martial law and the purpose of centralized government, the chairman of the CRI, Aslan Maskhadov, issued a decree on October 5, 1999 on the introduction of martial law on the territory of the republic and the adoption of Annex No . 1 to it, according to which all state structures were subordinated to the established State Defense Committee (GKO), with the wording that ” all authorities stop their work of norm-setting “. Furthermore, the State Defense Committee, since martial law was declared, has been approved as ” the highest collegial body of state power…”. And with resolution no. 217, adopted at the same time, by decision of the GKO, the President of the CRI was endowed with additional powers corresponding to the highest legislative and executive power!

Thus, the chairman of the CRI, Aslan Maskhadov, as the commander-in-chief of the armed forces of the CRI and the head of the country’s State Defense Committee, during this wartime period could not and had no legal right to leave this post and remained in place until his treasonous assassination by Russian punishers.

After Maskhadov’s assassination, power passed to Vice President Abdul Khalim Sadulayev. Was such a transfer of power constitutionally acceptable?

Of course, and this right is enshrined in art. 75 of the Constitution of the Chechen Republic, which provides that in case of removal from office of the President or in other cases in which the President cannot perform his duties, the Vice-President is required to assume full powers.

After the assassination of Sadulaev , power passed to Dokku Umarov , who proclaimed himself President. There appear to be differences between the Maskhadov-Sadulayev succession and the Sadulayev- Umarov power . What do you think is the difference between these two phenomena?

I don’t see much difference, since CRI president Abdul- Khalim Sadulaev , by decree dated June 2, 2005, appointed Umarov Doku as Vice President of the CRI. As it was indicated above, the State Defense Committee is the only state authority for the period of martial law in the country, and such actions to transfer powers do not go beyond the legislation of the CRI, although they are of a temporary nature, until the end of war and the lifting of the state of emergency.

In October 2007, Umarov announced the dissolution of the CRI as part of the Caucasus Emirate. Is this process unconstitutional?

These actions grossly violate the requirements of the Constitution of the CRI and are criminally punishable as liquidation of the state system and its power structures!

Dokku Umarov (center) last President of the Chechen Republic of Ichkeria and founder of the Caucasus Emirate


A few months after the birth of the Caucasus Emirate, the current Chairman of the Cabinet of Ministers, Akhmed Zakayev, was elected to his current position by still capable deputies. How did this nomination come about? Was it constitutionally correct?

This process can be explained at length and it is impossible to complete it in this interview due to its large volume in the description. There is my October 10, 2020 Expert Opinion [attached at the bottom of this interview, NDR], made at the request of the Council of Elders of Europe, which has done a great job of consolidating disparate structures, as each of them it is declared a legitimate authority in accordance with the Constitution of the CRI. During this period, I was not a member of any diaspora or power group, so I conducted a thorough analysis and evaluation of the requirements of the Constitution of the CRI, as one of its authors and a scientist in the field of jurisprudence, and concluded that the CRI government in exile is a legitimate state authority of the CRI.

Is it true that in 2002 all powers were transferred to the GKO and that so far the institutional power of the CRI derives from the decisions of this committee, now renamed the State Deoccupation Commitee?

Yes, it is this structure that continues to have the status of the only state authority of the CRI, as the successor to the State Defense Committee, represented by the State Deoccupation Commitee of the annexed territory by the Russian Armed Forces and their protégés.

From the point of view of constitutional law, can the current CRI authorities represented by the Cabinet of Ministers, chaired by Akhmed Zakaev , recognize themselves as legitimate?

Yes, and this does not contradict the requirements of the Constitution of the CRI, and proof of this is the fact that it was approved by the legal successor of the state power of the CRI – the State Deoccupation Commitee. A detailed analysis of the legitimacy of the Cabinet of Ministers of the CRI is contained in the opinion of 10.10.2020.

FREEDOM SOLD OR WAR BOUGHT? – REFLECTIONS BY APTI BATALOV (part 2)

The sharp deterioration of Russian-Chechen relations and the intensification of activities by the Russian special services in Ichkeria and neighboring territories began with Putin’s appointment as Secretary of the Security Council of the Russian Federation. Armed provocations were staged on the Russian-Chechen border. In April 1999, for example, Russian forces attacked a Chechen border post along the Kizlyar section of the border at night, killing one guard and wounding several others. This was evidently an attempt to draw the Chechens into an armed conflict in Dagestan. However Maskhadov, realizing what the Russians wanted to achieve, forbade any retaliatory action across the border. The Russian provocation, therefore, was not followed up. The next action was staged in the Herzel section of the border in May 1999. Fierce fighting took place here for several days, during which even field artillery was used. The Russians’ plan was the same – to lure the Dagestanis to their side. Once again, however, the President of Ichkeria managed to preserve the peace between the Chechen and Dagestani peoples. Even this cowardly enterprise failed, the Russians began to threaten the country with all kinds of ultimatums.

Aslan Maskhadov (left) and Alexander Lebed (right) sign the Khasavyurt’s Accords, August 1996

President Yeltsin’s second term was coming to an end, and to save themselves from prison this drunkard’s entourage began frantically looking for a replacement. However, this group did not have a candidate who could validly oppose Primakov, and with the latter’s coming to power, all this mess would end: everything they plundered would be confiscated from them. In an attempt to find a good man they first turned to Stephasin, who refused. After these appeared Putin, like a devil from a snuffbox. He was ready to accept all the conditions stipulated by the Yeltsin clique. However , he was not yet popular enough to oppose Primakov. Thus it was that the public relations specialists, led by Berezovsky, Voloshin and Pavlovsky played the “Chechen card” in favor of Putin.

Every presidential campaign in modern “democratic” Russia is shrouded in tragedy and blood. At that time the GRU and the FSB flooded Chechnya with their agents. The services were infiltrated into the restricted circle of Chechen political-military leaders, taking advantage of the latter’s indifference in the selection of their entourage, soon becoming confidants of their godfathers. As the struggle for the presidency intensified in Moscow, Russian agents accelerated their provocative and subversive activities, as was evident from the events that began to occur in Ichkeria. I recall that in the spring of 1997 rumors began to circulate about the imminent unification of Chechnya and Dagestan into a single Islamic state, and that a “cleansing” of Russians would soon begin in preparation for this unification. Various kinds of figures and emissaries began to appear in Chechnya, coming from Dagestan. These men found great hospitality, and the support of those who supported them. Without encountering any significant opposition from the authorities, supporters of the Imamate began to promote the idea of creating a Chechen-Dagestan state “to marry Dagestan to Ichkeria” as one of them put it.

Some time later, a congress of the Chechen and Dagestani peoples was held in Dzhokhar, in the presence of the same leadership of Ichkeria. Shamil Basayev was elected Imam of Chechnya and Dagestan, with the aim of establishing an Imamate. Analyzing everything that was happening, it was obvious that this was being done under the direction of the Lubyanka , but any sober remarks regarding this adventure met with strong opposition from the “advocates of pure Islam”, anyone who dared to say something objective in this matter he would have been branded as an “apostate”, an agent of the Russians, a Jew or belonging to other categories considered hostile to the Chechens.

Shamil Basayev and Al Khattab, the two main animators of the Congress of Peoples of Ichkeria and Dagestan

After using all sorts of provocations against Ichkeria, starting with the financing of slave traders and ending with battles on the Russian-Chechen border, without results, the Russian revanchists used the risk of an Islamic insurrection in the Caucasus as a strong argument for the 1999 presidential campaign. In the summer of 1999, Basayev and his supporters accelerated preparations for the invasion of Dagestan, making no secret of their plans. The leadership of Ichkeria, being in a serious internal crisis, did not have the opportunity to intervene.

At the end of August , more precisely on August 28, 1999, a meeting of the State Defense Committee (GKO) was held in the building of the Presidential Administration. Almost all of the country’s military-political leadership attended this meeting, as well as religious figures and some members of Parliament. The main argument was evidently the invasion of Dagestan. Basayev had shown himself to the whole world in the territory of Dagestan, with a watermelon in his hand. The GKO was expected to make a decision on this issue , and a proposal was made to ask Basayev to immediately leave Dagestan, and return to Chechnya.

The meeting took place in a tense atmosphere: the president assessed the situation as very difficult, and harshly accused Basayev of having exposed the Chechen people to serious consequences. Finally, he urged those present to prepare to repel the invasion of the Russians, as, according to him, another war was inevitable at this point. At the end of his speech, the President asked the members of the State Defense Committee to express their opinion on this issue. On the eve of the GKO meeting, I hoped that a collective statement condemning the actions of Shamil Basayev would be presented: I am sure that Shamil would not have remained indifferent to the GKO’s pronouncement. Yet this did not happen. Without boring the reader with a list of the names of those present, I will say that there were 35/40 people there. For the most part the speakers expressed little, and not very clearly. A clear and unequivocal position on the matter was expressed by no more than 3 – 4 people. Among them was Akhmed Zakayev. In his speech the Minister of Culture supported and approved Basayev’s actions without hesitation. I, in turn, called Basayev’s actions a crime against the Chechen people. Many of those who condemn Basayev’s action today remained silent then. The lack of a unanimous decision on this issue was a mistake on the part of the GKO. The leadership of Ichkeria, with its fragmentation, showed the side of Russian anti-Chechen propaganda. Our short-sightedness was very useful to the Russian revanchists.

31/12/1994 – 03/01/1995: Il fiasco di Capodanno

Quello che segue è un estratto dal secondo volume di “Libertà o Morte!” Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria. Lo pubblichiamo nell’anniversario della Battaglia per Grozny,

Nella notte tra il 30 ed il 31 dicembre 1994 l’artiglieria federale iniziò un bombardamento a tappeto su Grozny. Migliaia di colpi d’artiglieria sventrarono i quartieri residenziali della periferia settentrionale. Il mattino seguente l’aeronautica continuò l’opera scaricando sulla città una pioggia di bombe e razzi. Per far sì che il bombardamento fosse continuo erano stati assegnati due equipaggi ad ogni velivolo, cosicché i cacciabombardieri federali potevano effettuare le loro missioni senza sosta[1]. Ciononostante, a causa del maltempo l’attività dei bombardieri non sortì grandi effetti sulle difese cecene, mentre generò il panico tra la popolazione e produsse grandi distruzioni nei quartieri centrali della città, abitati massicciamente da russi[2]. Dopo 24 ore di bombardamenti le truppe di terra iniziarono ad avanzare. Il grosso dell’operazione era, come abbiamo visto, assegnato ai Gruppi d’Assalto Nord e Nord-ovest le cui punte di lancia erano costituite dall’81° Reggimento Motorizzato e dalla 131a Brigata Motorizzata. Le due unità iniziarono ad avanzare verso il centro cittadino alle prime luci dell’alba del 31 dicembre. Il piano prevedeva che la 131a avanzasse in profondità fino alla stazione ferroviaria, dove avrebbe costituito una testa di ponte per le unità del Gruppo d’Assalto Ovest, mentre l’81° avrebbe aperto la strada verso il Palazzo Presidenziale.

L’avanzata della 131a incontrò una resistenza piuttosto accanita. Quando l’unità raggiunse Viale Majakovsky, una sorta di anello stradale che circonda tutto il settore occidentale della città, il plotone di ricognizione in testa alla colonna venne investito da un violento fuoco incrociato. Il primo carro T – 72 della colonna saltò in aria, ed i veicoli che lo seguivano rimasero danneggiati. Nel corso della marcia la colonna si era allungata, e quando i superstiti del plotone di ricognizione fecero marcia indietro si scontrarono contro il resto del convoglio che avanzava in direzione opposta. All’altezza dell’ingorgo c’era una scuola elementare, dalla quale un gruppo d’assalto ceceno aprì il fuoco contro i russi in confusione. Soltanto l’intervento dell’artiglieria semovente ed un bombardamento aereo che riuscì a centrare in pieno la scuola permisero all’unità di riprendere l’avanzata. All’altezza della Casa della Stampa, a poca distanza dal complesso industriale Krasnij Molot (“Martello Rosso”) i russi incontrarono l’accanita resistenza di alcuni reparti a difesa del centro urbano[3]. L’81°, per parte sua, si trovò a combattere per aprirsi la strada fin dal primo ponte sul Sunzha a nord della città (il Ponte Zukhov). Con i mezzi blindati incolonnati e impossibilitati a manovrare, il reggimento subì numerosi attacchi a colpi di lanciagranate, a seguito dei quali riportò la perdita di cinque veicoli corazzati. Nel frattempo, le unità che seguivano l’81° raggiunsero l’avanguardia, aumentando l’ingorgo e rendendo ancor più difficile il dispiegamento sull’asse di marcia. La situazione fu ulteriormente complicata dal fatto che il piano d’attacco non era sufficientemente dettagliato da individuare più vie d’accesso al quartiere governativo, così le unità avanzanti procedettero incolonnate seguendo uno schema caotico e disorganizzato. All’ingorgo si aggiunsero progressivamente elementi di altre unità, reparti sciolti e veicoli che, a causa di guasti lungo il tragitto, avevano dovuto fermarsi e adesso stavano recuperando terreno, cercando di riunirsi ai loro comandi. In breve, i reparti si confusero tra loro, perdendo la capacità di coordinarsi. Per ridurre la congestione della colonna l’81° venne diluito attraverso vie secondarie, delle quali i capireparto non possedevano mappe aggiornate.  Giunti a pochi isolati dal Palazzo Presidenziale, i russi si trovarono nel bel mezzo di un’imboscata. I reparti a difesa dell’anello difensivo interno si attivarono improvvisamente, sommergendo i russi sotto una pioggia di proiettili.  Basayev aveva atteso che l’81° Reggimento si fosse ben addentrato nel dedalo di strade che convergevano sul Palazzo Presidenziale, e una volta che le colonne federali si furono allungate sufficientemente fece attaccare i carri in testa ed in coda, paralizzando i tronconi centrali e scagliandogli contro i gruppi d’assalto armati di lanciagranate. Quei pochi reparti che riuscirono a manovrare si trovarono isolati e privi del supporto della fanteria, che era rimasta bloccata dal tiro dei cecchini. Impossibilitati a rispondere al fuoco proveniente dai piani alti degli edifici, i veicoli superstiti tentarono di chiudersi in un perimetro di difesa, ma finirono sotto una pioggia di RPG e vennero completamente distrutti. Le retrovie del Gruppo da Battaglia Nord, che arrivavano alla spicciolata, si trovarono davanti un brulicare di soldati terrorizzati che cercavano rifugio dietro alle carcasse incendiate dei loro veicoli. Il gruppo venne investito in pieno dalla controffensiva cecena. Alcuni reparti riuscirono a barricarsi nel quartiere ospedaliero, a qualche centinaio di metri a nord del Palazzo Presidenziale, ma per molti altri non ci fu scampo: privi della copertura aerea e del supporto dei mezzi corazzati, dovettero uscire allo scoperto e tentare la fuga, diventando facili bersagli per i cecchini. Entro sera i russi avevano già perduto una settantina di mezzi, e centinaia tra morti e feriti.

Anche la 131a Brigata, che fino alle 13:00 era avanzata senza incontrare forti resistenze, venne investita da un improvviso e violento contrattacco non appena raggiunse il suo obiettivo[4]. Alle 15:00 in punto la Stazione Ferroviaria divenne il bersaglio del tiro di centinaia di armi da fuoco e lanciagranate. Nel giro di 60 minuti i federali persero tredici carri armati e numerosi mezzi blindati. Il comandante della Brigata, Ivan Savin, guidò il ripiegamento delle unità all’interno della stazione, venendo ferito ad entrambe le gambe. Una volta dentro, Savin ordinò ai suoi uomini di trincerarsi, e chiamò in soccorso la riserva della brigata, che ancora non era entrata a Grozny e stazionava nei sobborghi a nord della città, agli ordini del Colonnello Andrievski. Nel frattempo la difesa cecena si attivava in tutti i settori nei quali erano penetrati i nemici. A metà del pomeriggio il caos si era impadronito dalla città, ormai trasformata in campo di battaglia[5].

Per tutta la notte i reparti superstiti dell’81° Reggimento e della 131a Brigata rimasero isolati, asserragliati nei loro ricoveri di fortuna. Il Ministro Grachev venne richiamato precipitosamente mentre stava festeggiando il suo quarantasettesimo compleanno. Giunto alla base di Mozdok, si rese conto del pasticcio che aveva combinato: non soltanto i suoi gruppi d’assalto non avevano effettuato il blitz, ma erano addirittura finiti in trappola. Alle 6:00 del 1° gennaio la retroguardia della 131a Brigata tentò un’incursione per liberare i compagni assediati. Una colonna di una quarantina di veicoli tentò di raggiungere la stazione, ma l’intenso fuoco ceceno impose ai russi di muoversi ai margini del centro abitato, lungo Via Majakovskij, nel tentativo di intercettare i binari e procedere parallelamente a questi, tenendo almeno un fianco al coperto. Non appena giunta nei pressi della linea ferroviaria, tuttavia, la colonna fu bloccata dall’esplosione dei veicoli di testa. Il Colonnello Adrievski fece appena in tempo ad invertire la rotta, prima che anche la coda della colonna finisse distrutta. Decise così di tornare indietro e percorrere una delle strade secondarie che correvano parallelamente ai binari, sperando di riuscire a superare il fuoco che i ceceni gli stavano vomitando addosso dai tetti dei palazzi e dagli scantinati. Giunto con i resti della sua unità all’incrocio antistante il piazzale della stazione, il reparto cadde in una seconda imboscata, durante la quale una granata colpì il veicolo del Colonnello Andrievski, uccidendolo. Privi di un comandante, i suoi uomini si trovarono immobilizzati mentre i ceceni facevano saltare il carro in testa e quello in coda, e procedevano poi a distruggere tutte le unità intrappolate all’interno. La fanteria, rimasta senza protezione, fu sterminata. Soltanto due carri, i cui equipaggi erano riusciti a divincolarsi tra le carcasse degli altri veicoli, riuscirono ad uscire dall’imboscata sfrecciando a tutta velocità verso la stazione ferroviaria, dove i carristi si barricarono insieme ai commilitoni che avrebbero dovuto soccorrere. Un altro carro, che era riuscito a guadagnare un’uscita sul lato opposto, finì contro gli argini del Sunzha e si inabissò.

Il piano di recupero era fallito in tragedia, ed il comando russo ordinò un secondo tentativo. Un distaccamento della 19a Divisione Motorizzata, avanguardia del Gruppo d’Assalto Ovest, tentò di raggiungere la stazione nella tarda mattinata, ma non riuscì a prendere contatto né con la prima colonna di soccorso, ormai distrutta, né con i resti della 131a. Finalmente alle 13:00 del 1 gennaio il comandate della Brigata Ivan Savin ottenne il permesso di tentare una sortita, mentre un terzo gruppo di soccorso, composto da reparti della 106a e della 76a Divisione Paracadutisti (il resto del Gruppo d’Assalto Ovest) avrebbe tentato di rompere l’accerchiamento. L’azione, già difficilissima di per sé a causa dei più di 60 feriti che Savin avrebbe dovuto trasportare mentre tentava la fuga, fu resa più difficoltosa dal fatto che al pari di tutti gli altri ufficiali, Savin non possedeva mappe dettagliate del quartiere circostante la stazione. Nel giro di un’oretta i fuggiaschi si persero, sbagliarono direzione ed invece che muoversi verso il Gruppo Ovest si lanciarono a tutta velocità verso Nord, ritrovandosi di fronte al Palazzo Presidenziale e venendo accolti da una pioggia di proiettili. Morirono praticamente tutti gli ufficiali, Savin compreso, mentre 76 coscritti finirono nelle mani dei ceceni[6]. La 131a Brigata venne completamente distrutta: dopo 24 ore di combattimenti aveva perduto 20 carri armati su 26, 112 veicoli su 120, 6 cannoni semoventi e praticamente tutto il personale combattente. Fu un disastro senza precedenti, aggravato dal fatto che, mentre i Gruppi di Battaglia Nord e Nord-ovest erano almeno riusciti a penetrare in città, i gruppi Est ed Ovest non erano nemmeno riusciti ad entrare nel centro abitato.

Il Gruppo di Battaglia Est, composto da elementi della 194a Divisione Paracadutisti e dal 129° Reggimento Motorizzato, da un distaccamento di paracadutisti dei corpi speciali e da un battaglione di carri armati aveva raggiunto con successo la base di Khankala, e respinto la controffensiva cecena. Ma alla vigilia dell’attacco il comandante della 194a si rifiutò di partecipare, dichiarando che il piano non era stato adeguatamente preparato e che sarebbe finito in una carneficina. Così al momento dell’offensiva si mosse solo il 129°, appoggiato da una colonna di carri armati.  Anche questo contingente raggiunse con poche difficoltà il centro cittadino, ma all’altezza del ponte ferroviario sul Sunzha si trovò investito dal contrattacco degli uomini di Basayev. I russi persero buona parte dei loro veicoli tentando di trovare una strada alternativa e, non conoscendo il terreno di battaglia, passarono da un’imboscata all’altra senza riuscire a sganciarsi. Attestatisi in uno spiazzo, i superstiti organizzarono un perimetro difensivo, ma furono bombardati per errore dalla stessa aviazione federale, che mise fuori combattimento altri cinque veicoli ed aprì la strada al contrattacco degli indipendentisti. I russi si ritirarono alla rinfusa verso la base di Khankala, che raggiunsero soltanto alle 2 di notte del 1° gennaio, con i reparti ormai ridotti a brandelli. Nell’infruttuoso attacco erano caduti 150 uomini e la maggior parte dei veicoli era andata persa. Infine il Gruppo di Battaglia Ovest si mise in marcia in ritardo, riuscendo a raggiungere il quartiere residenziale con meno della metà degli effettivi e quando ormai gli altri tre gruppi erano stati bloccati e costretti a ritirarsi o ad asserragliarsi in posizioni di fortuna. Il Gruppo non riuscì a reggere il fuoco ceceno, e si dispose in posizione difensiva presso il Parco Lenin, tra il Palazzo Presidenziale e l’Ospedale dov’erano asserragliati i resti dell’81°. Nel giro di qualche ora fu chiaro che i reparti del Gruppo Ovest non avrebbero potuto muovere in nessuna direzione senza subire alte perdite.

L’unico Gruppo di Battaglia che riuscì a manovrare con compostezza fu il Nord – Est. Il suo comandante, il Tenente Generale Rochlin, fu l’unico che mantenne un ordine soddisfacente, avanzando senza fretta e preoccupandosi di mantenere sempre un contatto con le retrovie, senza ingolfare la testa della colonna e predisponendo coperture laterali per le sue unità. Fu grazie a lui se i reparti sbandati del Gruppo Nord, barricati nell’ospedale, riuscirono ad evitare la tremenda fine della 131a Brigata. Rochlin dispiegò i suoi reparti ad arco, assumendo corrette posizioni difensive e riuscendo a respingere l’attacco dei ceceni fino a tarda notte, costituendo una posizione d’appoggio dentro la città dalla quale poter fornire assistenza sia ai resti dell’81° arroccati nell’ospedale, sia agli altri reparti in ripiegamento che necessitavano di copertura. Fu solo grazie a lui se il fiasco dell’assalto di Capodanno non si tramutò in una completa disfatta. La resistenza degli uomini di Rochlin fu tuttavia facilitata dalla scelta, presumibilmente compiuta dallo stesso Generale, di barricare i suoi uomini nella struttura sanitaria, in quel momento piena di civili feriti e di personale medico, usandoli di fatto come scudi umani contro un possibile attacco ceceno. Si trattò di un crimine di guerra, nonché del primo di una serie di “sequestri ospedalieri” che avrebbero insanguinato la storia del conflitto ceceno[7]. Al “Blitz” parteciparono 6.000 uomini dell’esercito federale, appoggiati da 350 mezzi corazzati.  Alla fine della giornata risultavano persi dai 534 (fonti russe) ai 1000 (fonti cecene) soldati e 200 veicoli, 20 dei quali erano stati recuperati dai difensori. Nelle mani dei ceceni rimanevano anche 81 prigionieri. Era stata la più sanguinosa battaglia urbana dalla Seconda Guerra Mondiale, e per i russi era stata una disfatta.


[1] Riguardo a questo, va specificato che l’idea di assegnare due equipaggi allo stesso velivolo, avanzata dal Comandante delle Forze Aeree federali, Colonnello Generale Piotr Deneikin, sbatté spesso contro la carenza di equipaggi in grado di garantire il servizio. Ciò produsse spesso incidenti anche mortali, con la perdita di uomini e velivoli, cosicché alle prime sortite con doppio equipaggio seguirono presto sortite classiche, con un solo equipaggio affidato al singolo velivolo da bombardamento.

[2] Nonostante l’enorme esodo di profughi da Grozny il centro cittadino era ancora pieno di civili, per la maggior parte russi etnici che non erano riusciti a sfollare in tempo, o che non avevano trovato appoggi nei villaggi di campagna. I bombardamenti federali, concentrati principalmente sul centro cittadino, finirono quindi per colpire prima di tutto gli abitanti di origine russa.

[3] Ilyas Akhmadov, presente in quella posizione, mi ha raccontato con queste parole quanto successe alla Casa della Stampa: Tutto era sotto il tiro dell’artiglieria pesante. […] C’era un comandante, non ricordo il suo nome, ma ha chiesto se qualcuno volesse farsi avanti per aiutare il nostro cecchino a trovare il cecchino russo che stava colpendo la nostra posizione. Mi sono offerto volontario e sono salito al nono piano con un Kalashnikov preso in prestito per proteggere il nostro cecchino. Proprio quando siamo arrivati in cima ricordo che il terreno sotto i miei piedi tremava violentemente. L’artiglieria stava colpendo il pavimento sotto di noi. […] L’edificio era per lo più vuoto, ma ogni tanto un ceceno correva al secondo o al terzo piano e sparava ai veicoli russi. […]. Inoltre, l’edificio era al centro di molti combattimenti e offriva una vista vantaggiosa in tre direzioni. Questo è probabilmente il motivo per cui i russi hanno lavorato così furiosamente per distruggerlo.

[4] Poco prima che le truppe federali finissero sotto il tiro dei lanciagranate ceceni, fu registrata una conversazione destinata a diventare tristemente famosa negli anni a seguire.La sua trascrizione è l’incipit di questo capitolo.

[5] Emblematiche sono le parole di Ilyas Akhmadov, che rievocando quei momenti descrisse così la situazione: Intorno alle 16, i cinque combattenti con cui ero salito sul camion e il civile che ci accompagnava si avviarono verso il Palazzo Presidenziale a circa 1,5 miglia di distanza. Ma, con l’inferno intorno a noi, era una distanza molto lunga. Era difficile capire dove fossero russi e ceceni. Puoi immaginare com’è quando metti 100 cani affamati in una gabbia, era la stessa cosa. […] Era un circo pazzo. I carri armati correvano in ogni direzione, disorientati. […] In ogni strada, i ceceni sfrecciavano con i lanciagranate e quando sentivano i carri armati gli correvano incontro per distruggerli. Ho visto una volta due gruppi ceceni litigare a pugni su chi aveva eliminato un carro armato e chi meritava il bottino all’interno. Era difficile capire chi avesse distrutto questo o quel carro armato perché c’erano ragazzi che sparavano su di loro da molti piani diversi, da diversi edifici e direzioni.

[6] I federali riuscirono a recuperare i corpi dei caduti soltanto il 23 Gennaio successivo. I loro pietosi resti, divorati dai cani randagi, furono rinvenuti ormai ridotti a scheletri. Il corpo di Savin, colpito a morte, giaceva accanto a quello di un medico, freddato da un cecchino mentre gli prestava soccorso.

[7] Questa circostanza è importante da ricordare allorché parleremo dei più celebri sequestri di Budennovsk e di Kizlyar. Contrariamente a quanto conosciuto ai più, il primo sequestro di civili in un ospedale fu, quindi, portato a termine dalle forze federali. Citando il libro Tribunale Internazionale per la Cecenia di Stanislav Dmitrevsky, Bogdan Gvraeli e Oksana Chelysheva:  Così, durante l’assalto di Capodanno, in fuga dai membri delle formazioni armate cecene che difendevano la città, ufficiali e soldati dell’81° reggimento delle guardie hanno fatto irruzione nel territorio dell’ospedale di emergenza repubblicano e hanno preso in ostaggio i medici e i pazienti che si trovavano lì. Il comando ceceno ha avviato negoziati con loro, promettendo un corridoio sicuro in cambio del rilascio di civili. In quel frangente, secondo quanto riportato nella stessa opera, gli uomini di Rochlin si resero responsabili di un altro crimine di guerra: Il 3 gennaio 1995, subito dopo il primo assalto senza successo, un gruppo di residenti di Grozny fu catturato personalmente sotto la guida del generale Lev Rokhlin. Diverse persone sono state uccise, altre sono state caricate su veicoli e portate a Mozdok, dove sono state tenute in ostaggio in vagoni ferroviari. Alcuni di loro furono successivamente scambiati con soldati russi catturati in battaglia.

www.freedomordeath.net – The book series website is online

Yesterday we celebrated the entry into our library of a new version of the first volume of the series – the Chechen language version. At this point there are 4 languages in which it is possible to read “Freedom or Death!” and with the publication of the second volume in Italian (which will be followed by the English, Russian and Chechen versions within a few months) we thought it would be useful to offer a general overview of our book offering. This is why we have just put online a small site dedicated solely to the book,

www.freedomordeath.net

Enjoy your visit!

“Un manuale su come sconfiggere un impero” – Adriano Sofri presenta “Libertà o Morte!”

Il 13 Dicembre scorso, due giorni dopo l’uscita del secondo volume di “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria, Adriano Sofri ha presentato il libro sulle colonne de Il Foglio, nella sua rubrica Piccola Posta. Riportiamo di seguito le sue parole, pubblicate anche su Facebook, su Conversazione con Adriano Sofri.

Adriano Sofri

Il singolare caso del giovane uomo che sa tutto della Cecenia e non si è mosso da Firenze

Segnalo oggi un caso culturale e umano piuttosto straordinario. Riguarda la Cecenia, e un giovane fiorentino che non ci è mai stato, non ne conosce la lingua, non conosce (ancora) il russo, ed è diventato lo studioso più autorevole della storia contemporanea di quel piccolo paese dai destini fatali. Francesco Benedetti è nato nel 1987, si è laureato in storia, ha una famiglia, una sua professione, una pratica musicale metal, e si appassionò presto alla vicenda di quel territorio grande, cioè piccolo, come una minore regione italiana, e popolato da poco più di un milione di persone, che si è ribellato per secoli all’impero russo e che, alla fine della versione imperiale sovietica, ha preteso l’indipendenza, ha sconfitto l’esercito russo in una devastante guerra aperta tra il 1994 e il 1996, e ne è stato sconfitto in una seconda guerra di sterminio nel decennio tra 1999 e 2009. Al costo della falcidie di un quinto della sua gente, dell’esilio di migliaia, della sottomissione dei rimasti alla corte di Putin, di cui sono diventati i pretoriani esosi ed efferati. Benedetti ha deciso di ricostruire su giornali, trasmissioni e memorie la cronaca quotidiana di questa vicissitudine, e di raccoglierne direttamente tutte le voci ancora disponibili, in ogni parte di mondo in cui si sono disseminate. Mette così insieme una mole impressionante di racconti, che va diventando il riferimento internazionale principale per chi voglia conoscere il conflitto fra Cecenia e Russia dopo il 1991, e per gli stessi protagonisti. Se ne è fatto editore, stampando (e vendendo, in volume, 15 euro, o kindle, 5,99) attraverso Amazon, e intanto mettendo in rete una profluvie di interviste e fonti su Facebook, al suo nome e a quello di Ichkeria.net – il nome della repubblica cecena.

Solo in certi bambini speciali o in certi inquietanti concorrenti al rischiatutto sorge e dura il proposito di sapere tutto di qualcosa. Un pezzo leggendario del Caucaso, Pushkin e Tolstoi e Lermontov – e Anna Politkovskaya – chi non vorrebbe? Senza una simpatia intima per il suo tema una simile ambizione non potrebbe esistere, e tuttavia nell’opera di Benedetti ai valori dell’audacia, della tenacia e della fiera tradizione montanara sono congiunti il disonore, la rivalità, il fanatismo e la violenza che nel corso di una lotta così strenua, impari e spietata si sono fatte strada. La Cecenia del ’91 aveva il suo passato tragico da vendicare, e lo rivendicò più presto che altri paesi, compresa l’Ucraina: dopo alla grande carestia del Holodomor ucraino negli anni ‘30, che aveva infierito anche nel Caucaso, venne la brutale deportazione del 1944 in Siberia e in Kazakistan: nessun ceceno dei nati fra il 1944 e il 1956 (e oltre) nacque in Cecenia. Il primo volume, “Libertà o morte. Storia della repubblica cecena di Ichkeria (1991-1994)”, 425 pagine, era uscito in italiano e in inglese (c’è una versione cecena in corso) nel febbraio 2020. Il secondo, “La prima guerra russo-cecena. 1994-1996”, 373 pagine, è uscito l’altroieri (in inglese a marzo). L’autore lo presenta così, in un modo che raccomando energicamente:

“La guerra in Ucraina è iniziata in Cecenia. Può sembrare una provocazione. Eppure, è la realtà che rivelano le pagine di questo secondo volume, interamente dedicato alla Prima Guerra Russo–Cecena. Genesi, sviluppo e svolgimento di questo sanguinoso conflitto sembrano la bozza del copione cui il mondo sta assistendo in questi mesi tra il Donbass e la Crimea. Anche allora, come oggi, la Russia invase uno stato libero, mascherando la guerra che stava scatenando dietro alla definizione di ‘operazione speciale’. Anche allora, come oggi, il nemico dello stato russo era stato etichettato e demonizzato: se Zelensky ed il suo governo sono chiamati oggi ‘nazisti’, Dudaev ed i suoi ministri furono chiamati allora ‘banditi’. Anche allora, come oggi, convinti della loro superiorità, i comandi militari marciarono sulla capitale, pretendendo di piegare un popolo alla loro volontà, come avevano fatto più volte in epoca sovietica. Ma anche allora, come oggi, furono costretti a ritirarsi, per poi scatenare una sanguinosa guerra totale, la più devastante guerra europea dal 1945.

La Prima Guerra Russo–Cecena fu il primo tragico prodotto del revanscismo russo: il ‘punto zero’ di una parabola che da Grozny porta a Kiev, passando dalla Georgia, dalla Crimea, dalla Bielorussia e dal Donbass. Con una differenza sostanziale: che quella prima guerra contro la Cecenia, i russi, la persero. Le loro ambizioni, poggiate sulle fondamenta logore di un impero fatiscente, finirono frustrate dalla caparbietà di una nazione immensamente inferiore, per numero e per mezzi, a quella ucraina, che oggi difende la sua terra dalla guerra scatenata da Putin.

Questa storia può impartire a chi avrà la pazienza di leggerla due importanti lezioni: cosa succede quando si assecondano le ambizioni di un impero, e come si fa a sconfiggerlo. Se è già tardi per mettere in pratica la prima, per la seconda siamo ancora in tempo”.

Freedom or death! History of the Chechen Republic of Ichkeria: The second volume in Italian is out today

The war in Ukraine started in Chechnya. It may seem like a provocation. Yet, this is the reality that the pages of this second volume reveal, entirely dedicated to the First Russo-Chechen War. The genesis, development and unfolding of this bloody conflict seem to be the draft of the script that the world has been witnessing in recent months between the Donbass and the Crimea.

Even then, as now, Russia invaded a free state, disguising the war it was waging behind the label of a “special operation.”

Even then, as now, the enemy of the Russian state had been labeled and demonized: if Zelensky and his government are called “Nazis” today, Dudayev and his ministers were then called “bandits”.

Even then, as today, convinced of their superiority, the military commands marched on the capital, claiming to bend a people to their will, as they had done several times in Soviet times. But even then, as now, they were forced to withdraw, only to unleash a bloody all-out war, the most devastating European war since 1945.

The First Russo-Chechen War was the first tragic product of Russian revanchism: the “zero point” of a parable that from Grozny leads to Kiev, passing through Georgia, Crimea, Belarus and Donbass. With one substantial difference: that the Russians lost that first war against Chechnya. Their imperial ambitions, resting on the worn foundations of a crumbling empire, ended up frustrated by the stubbornness of a nation immensely inferior in number and means, to that of Ukraine, which today defends its land from the war unleashed by Putin.

This story can teach those who have the patience to read it two important lessons: what happens when you indulge the ambitions of an empire, and how do you defeat it. If it is already too late to put the first into practice, we still have time for the second.

Purchase the volume here:

https://www.amazon.it/Libert%C3%A0-Storia-Repubblica-Cecena-Ichkeria/dp/B0BMSY666Y/ref=sr_1_4?crid=379QYOJIF1LQJ&keywords=libert%C3%A0+o+morte&qid=1670606213&sprefix=%2Caps %2C76&sr=8-4

Libertà o morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria – Esce oggi il secondo volume in italiano

La guerra in Ucraina è iniziata in Cecenia. Può sembrare una provocazione. Eppure, questa è la realtà che rivelano le pagine di questo secondo volume, interamente dedicato alla Prima Guerra Russo – Cecena. Genesi, sviluppo e svolgimento di questo sanguinoso conflitto sembrano la bozza del copione cui il mondo sta assistendo in questi mesi tra il Donbass e la Crimea.

Anche allora, come oggi, la Russia invase uno stato libero, mascherando la guerra che stava scatenando dietro alla definizione di “operazione speciale”.

Anche allora, come oggi, il nemico dello stato russo era stato etichettato e demonizzato: se Zelensky ed il suo governo sono chiamati oggi “nazisti”, Dudaev ed i suoi ministri furono chiamati allora “banditi”.

Anche allora, come oggi, convinti della loro superiorità, i comandi militari marciarono sulla capitale, pretendendo di piegare un popolo alla loro volontà, come avevano fatto più volte in epoca sovietica. Ma anche allora, come oggi, furono costretti a ritirarsi, per poi scatenare una sanguinosa guerra totale, la più devastante guerra europea dal 1945.

La Prima Guerra Russo – Cecena fu il primo tragico prodotto del revanscismo russo: il “punto zero” di una parabola che da Grozny porta a Kiev, passando dalla Georgia, dalla Crimea, dalla Bielorussia e dal Donbass. Con una differenza sostanziale: che quella prima guerra contro la Cecenia, i russi, la persero. Le loro ambizioni imperiali, poggiate sulle fondamenta logore di un impero fatiscente, finirono frustrate dalla caparbietà di una nazione immensamente inferiore per numero e per mezzi, a quella che ucraina, che oggi difende la sua terra dalla guerra scatenata da Putin.

Questa storia può impartire a chi avrà la pazienza di leggerla due importanti lezioni: cosa succede quando si assecondano le ambizioni di un impero, e come si fa a sconfiggerlo. Se è già tardi per mettere in pratica la prima, per la seconda siamo ancora in tempo.

Acquista il volume qui: