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31/12/1994 – 03/01/1995: Il fiasco di Capodanno

Quello che segue è un estratto dal secondo volume di “Libertà o Morte!” Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria. Lo pubblichiamo nell’anniversario della Battaglia per Grozny,

Nella notte tra il 30 ed il 31 dicembre 1994 l’artiglieria federale iniziò un bombardamento a tappeto su Grozny. Migliaia di colpi d’artiglieria sventrarono i quartieri residenziali della periferia settentrionale. Il mattino seguente l’aeronautica continuò l’opera scaricando sulla città una pioggia di bombe e razzi. Per far sì che il bombardamento fosse continuo erano stati assegnati due equipaggi ad ogni velivolo, cosicché i cacciabombardieri federali potevano effettuare le loro missioni senza sosta[1]. Ciononostante, a causa del maltempo l’attività dei bombardieri non sortì grandi effetti sulle difese cecene, mentre generò il panico tra la popolazione e produsse grandi distruzioni nei quartieri centrali della città, abitati massicciamente da russi[2]. Dopo 24 ore di bombardamenti le truppe di terra iniziarono ad avanzare. Il grosso dell’operazione era, come abbiamo visto, assegnato ai Gruppi d’Assalto Nord e Nord-ovest le cui punte di lancia erano costituite dall’81° Reggimento Motorizzato e dalla 131a Brigata Motorizzata. Le due unità iniziarono ad avanzare verso il centro cittadino alle prime luci dell’alba del 31 dicembre. Il piano prevedeva che la 131a avanzasse in profondità fino alla stazione ferroviaria, dove avrebbe costituito una testa di ponte per le unità del Gruppo d’Assalto Ovest, mentre l’81° avrebbe aperto la strada verso il Palazzo Presidenziale.

L’avanzata della 131a incontrò una resistenza piuttosto accanita. Quando l’unità raggiunse Viale Majakovsky, una sorta di anello stradale che circonda tutto il settore occidentale della città, il plotone di ricognizione in testa alla colonna venne investito da un violento fuoco incrociato. Il primo carro T – 72 della colonna saltò in aria, ed i veicoli che lo seguivano rimasero danneggiati. Nel corso della marcia la colonna si era allungata, e quando i superstiti del plotone di ricognizione fecero marcia indietro si scontrarono contro il resto del convoglio che avanzava in direzione opposta. All’altezza dell’ingorgo c’era una scuola elementare, dalla quale un gruppo d’assalto ceceno aprì il fuoco contro i russi in confusione. Soltanto l’intervento dell’artiglieria semovente ed un bombardamento aereo che riuscì a centrare in pieno la scuola permisero all’unità di riprendere l’avanzata. All’altezza della Casa della Stampa, a poca distanza dal complesso industriale Krasnij Molot (“Martello Rosso”) i russi incontrarono l’accanita resistenza di alcuni reparti a difesa del centro urbano[3]. L’81°, per parte sua, si trovò a combattere per aprirsi la strada fin dal primo ponte sul Sunzha a nord della città (il Ponte Zukhov). Con i mezzi blindati incolonnati e impossibilitati a manovrare, il reggimento subì numerosi attacchi a colpi di lanciagranate, a seguito dei quali riportò la perdita di cinque veicoli corazzati. Nel frattempo, le unità che seguivano l’81° raggiunsero l’avanguardia, aumentando l’ingorgo e rendendo ancor più difficile il dispiegamento sull’asse di marcia. La situazione fu ulteriormente complicata dal fatto che il piano d’attacco non era sufficientemente dettagliato da individuare più vie d’accesso al quartiere governativo, così le unità avanzanti procedettero incolonnate seguendo uno schema caotico e disorganizzato. All’ingorgo si aggiunsero progressivamente elementi di altre unità, reparti sciolti e veicoli che, a causa di guasti lungo il tragitto, avevano dovuto fermarsi e adesso stavano recuperando terreno, cercando di riunirsi ai loro comandi. In breve, i reparti si confusero tra loro, perdendo la capacità di coordinarsi. Per ridurre la congestione della colonna l’81° venne diluito attraverso vie secondarie, delle quali i capireparto non possedevano mappe aggiornate.  Giunti a pochi isolati dal Palazzo Presidenziale, i russi si trovarono nel bel mezzo di un’imboscata. I reparti a difesa dell’anello difensivo interno si attivarono improvvisamente, sommergendo i russi sotto una pioggia di proiettili.  Basayev aveva atteso che l’81° Reggimento si fosse ben addentrato nel dedalo di strade che convergevano sul Palazzo Presidenziale, e una volta che le colonne federali si furono allungate sufficientemente fece attaccare i carri in testa ed in coda, paralizzando i tronconi centrali e scagliandogli contro i gruppi d’assalto armati di lanciagranate. Quei pochi reparti che riuscirono a manovrare si trovarono isolati e privi del supporto della fanteria, che era rimasta bloccata dal tiro dei cecchini. Impossibilitati a rispondere al fuoco proveniente dai piani alti degli edifici, i veicoli superstiti tentarono di chiudersi in un perimetro di difesa, ma finirono sotto una pioggia di RPG e vennero completamente distrutti. Le retrovie del Gruppo da Battaglia Nord, che arrivavano alla spicciolata, si trovarono davanti un brulicare di soldati terrorizzati che cercavano rifugio dietro alle carcasse incendiate dei loro veicoli. Il gruppo venne investito in pieno dalla controffensiva cecena. Alcuni reparti riuscirono a barricarsi nel quartiere ospedaliero, a qualche centinaio di metri a nord del Palazzo Presidenziale, ma per molti altri non ci fu scampo: privi della copertura aerea e del supporto dei mezzi corazzati, dovettero uscire allo scoperto e tentare la fuga, diventando facili bersagli per i cecchini. Entro sera i russi avevano già perduto una settantina di mezzi, e centinaia tra morti e feriti.

Anche la 131a Brigata, che fino alle 13:00 era avanzata senza incontrare forti resistenze, venne investita da un improvviso e violento contrattacco non appena raggiunse il suo obiettivo[4]. Alle 15:00 in punto la Stazione Ferroviaria divenne il bersaglio del tiro di centinaia di armi da fuoco e lanciagranate. Nel giro di 60 minuti i federali persero tredici carri armati e numerosi mezzi blindati. Il comandante della Brigata, Ivan Savin, guidò il ripiegamento delle unità all’interno della stazione, venendo ferito ad entrambe le gambe. Una volta dentro, Savin ordinò ai suoi uomini di trincerarsi, e chiamò in soccorso la riserva della brigata, che ancora non era entrata a Grozny e stazionava nei sobborghi a nord della città, agli ordini del Colonnello Andrievski. Nel frattempo la difesa cecena si attivava in tutti i settori nei quali erano penetrati i nemici. A metà del pomeriggio il caos si era impadronito dalla città, ormai trasformata in campo di battaglia[5].

Per tutta la notte i reparti superstiti dell’81° Reggimento e della 131a Brigata rimasero isolati, asserragliati nei loro ricoveri di fortuna. Il Ministro Grachev venne richiamato precipitosamente mentre stava festeggiando il suo quarantasettesimo compleanno. Giunto alla base di Mozdok, si rese conto del pasticcio che aveva combinato: non soltanto i suoi gruppi d’assalto non avevano effettuato il blitz, ma erano addirittura finiti in trappola. Alle 6:00 del 1° gennaio la retroguardia della 131a Brigata tentò un’incursione per liberare i compagni assediati. Una colonna di una quarantina di veicoli tentò di raggiungere la stazione, ma l’intenso fuoco ceceno impose ai russi di muoversi ai margini del centro abitato, lungo Via Majakovskij, nel tentativo di intercettare i binari e procedere parallelamente a questi, tenendo almeno un fianco al coperto. Non appena giunta nei pressi della linea ferroviaria, tuttavia, la colonna fu bloccata dall’esplosione dei veicoli di testa. Il Colonnello Adrievski fece appena in tempo ad invertire la rotta, prima che anche la coda della colonna finisse distrutta. Decise così di tornare indietro e percorrere una delle strade secondarie che correvano parallelamente ai binari, sperando di riuscire a superare il fuoco che i ceceni gli stavano vomitando addosso dai tetti dei palazzi e dagli scantinati. Giunto con i resti della sua unità all’incrocio antistante il piazzale della stazione, il reparto cadde in una seconda imboscata, durante la quale una granata colpì il veicolo del Colonnello Andrievski, uccidendolo. Privi di un comandante, i suoi uomini si trovarono immobilizzati mentre i ceceni facevano saltare il carro in testa e quello in coda, e procedevano poi a distruggere tutte le unità intrappolate all’interno. La fanteria, rimasta senza protezione, fu sterminata. Soltanto due carri, i cui equipaggi erano riusciti a divincolarsi tra le carcasse degli altri veicoli, riuscirono ad uscire dall’imboscata sfrecciando a tutta velocità verso la stazione ferroviaria, dove i carristi si barricarono insieme ai commilitoni che avrebbero dovuto soccorrere. Un altro carro, che era riuscito a guadagnare un’uscita sul lato opposto, finì contro gli argini del Sunzha e si inabissò.

Il piano di recupero era fallito in tragedia, ed il comando russo ordinò un secondo tentativo. Un distaccamento della 19a Divisione Motorizzata, avanguardia del Gruppo d’Assalto Ovest, tentò di raggiungere la stazione nella tarda mattinata, ma non riuscì a prendere contatto né con la prima colonna di soccorso, ormai distrutta, né con i resti della 131a. Finalmente alle 13:00 del 1 gennaio il comandate della Brigata Ivan Savin ottenne il permesso di tentare una sortita, mentre un terzo gruppo di soccorso, composto da reparti della 106a e della 76a Divisione Paracadutisti (il resto del Gruppo d’Assalto Ovest) avrebbe tentato di rompere l’accerchiamento. L’azione, già difficilissima di per sé a causa dei più di 60 feriti che Savin avrebbe dovuto trasportare mentre tentava la fuga, fu resa più difficoltosa dal fatto che al pari di tutti gli altri ufficiali, Savin non possedeva mappe dettagliate del quartiere circostante la stazione. Nel giro di un’oretta i fuggiaschi si persero, sbagliarono direzione ed invece che muoversi verso il Gruppo Ovest si lanciarono a tutta velocità verso Nord, ritrovandosi di fronte al Palazzo Presidenziale e venendo accolti da una pioggia di proiettili. Morirono praticamente tutti gli ufficiali, Savin compreso, mentre 76 coscritti finirono nelle mani dei ceceni[6]. La 131a Brigata venne completamente distrutta: dopo 24 ore di combattimenti aveva perduto 20 carri armati su 26, 112 veicoli su 120, 6 cannoni semoventi e praticamente tutto il personale combattente. Fu un disastro senza precedenti, aggravato dal fatto che, mentre i Gruppi di Battaglia Nord e Nord-ovest erano almeno riusciti a penetrare in città, i gruppi Est ed Ovest non erano nemmeno riusciti ad entrare nel centro abitato.

Il Gruppo di Battaglia Est, composto da elementi della 194a Divisione Paracadutisti e dal 129° Reggimento Motorizzato, da un distaccamento di paracadutisti dei corpi speciali e da un battaglione di carri armati aveva raggiunto con successo la base di Khankala, e respinto la controffensiva cecena. Ma alla vigilia dell’attacco il comandante della 194a si rifiutò di partecipare, dichiarando che il piano non era stato adeguatamente preparato e che sarebbe finito in una carneficina. Così al momento dell’offensiva si mosse solo il 129°, appoggiato da una colonna di carri armati.  Anche questo contingente raggiunse con poche difficoltà il centro cittadino, ma all’altezza del ponte ferroviario sul Sunzha si trovò investito dal contrattacco degli uomini di Basayev. I russi persero buona parte dei loro veicoli tentando di trovare una strada alternativa e, non conoscendo il terreno di battaglia, passarono da un’imboscata all’altra senza riuscire a sganciarsi. Attestatisi in uno spiazzo, i superstiti organizzarono un perimetro difensivo, ma furono bombardati per errore dalla stessa aviazione federale, che mise fuori combattimento altri cinque veicoli ed aprì la strada al contrattacco degli indipendentisti. I russi si ritirarono alla rinfusa verso la base di Khankala, che raggiunsero soltanto alle 2 di notte del 1° gennaio, con i reparti ormai ridotti a brandelli. Nell’infruttuoso attacco erano caduti 150 uomini e la maggior parte dei veicoli era andata persa. Infine il Gruppo di Battaglia Ovest si mise in marcia in ritardo, riuscendo a raggiungere il quartiere residenziale con meno della metà degli effettivi e quando ormai gli altri tre gruppi erano stati bloccati e costretti a ritirarsi o ad asserragliarsi in posizioni di fortuna. Il Gruppo non riuscì a reggere il fuoco ceceno, e si dispose in posizione difensiva presso il Parco Lenin, tra il Palazzo Presidenziale e l’Ospedale dov’erano asserragliati i resti dell’81°. Nel giro di qualche ora fu chiaro che i reparti del Gruppo Ovest non avrebbero potuto muovere in nessuna direzione senza subire alte perdite.

L’unico Gruppo di Battaglia che riuscì a manovrare con compostezza fu il Nord – Est. Il suo comandante, il Tenente Generale Rochlin, fu l’unico che mantenne un ordine soddisfacente, avanzando senza fretta e preoccupandosi di mantenere sempre un contatto con le retrovie, senza ingolfare la testa della colonna e predisponendo coperture laterali per le sue unità. Fu grazie a lui se i reparti sbandati del Gruppo Nord, barricati nell’ospedale, riuscirono ad evitare la tremenda fine della 131a Brigata. Rochlin dispiegò i suoi reparti ad arco, assumendo corrette posizioni difensive e riuscendo a respingere l’attacco dei ceceni fino a tarda notte, costituendo una posizione d’appoggio dentro la città dalla quale poter fornire assistenza sia ai resti dell’81° arroccati nell’ospedale, sia agli altri reparti in ripiegamento che necessitavano di copertura. Fu solo grazie a lui se il fiasco dell’assalto di Capodanno non si tramutò in una completa disfatta. La resistenza degli uomini di Rochlin fu tuttavia facilitata dalla scelta, presumibilmente compiuta dallo stesso Generale, di barricare i suoi uomini nella struttura sanitaria, in quel momento piena di civili feriti e di personale medico, usandoli di fatto come scudi umani contro un possibile attacco ceceno. Si trattò di un crimine di guerra, nonché del primo di una serie di “sequestri ospedalieri” che avrebbero insanguinato la storia del conflitto ceceno[7]. Al “Blitz” parteciparono 6.000 uomini dell’esercito federale, appoggiati da 350 mezzi corazzati.  Alla fine della giornata risultavano persi dai 534 (fonti russe) ai 1000 (fonti cecene) soldati e 200 veicoli, 20 dei quali erano stati recuperati dai difensori. Nelle mani dei ceceni rimanevano anche 81 prigionieri. Era stata la più sanguinosa battaglia urbana dalla Seconda Guerra Mondiale, e per i russi era stata una disfatta.


[1] Riguardo a questo, va specificato che l’idea di assegnare due equipaggi allo stesso velivolo, avanzata dal Comandante delle Forze Aeree federali, Colonnello Generale Piotr Deneikin, sbatté spesso contro la carenza di equipaggi in grado di garantire il servizio. Ciò produsse spesso incidenti anche mortali, con la perdita di uomini e velivoli, cosicché alle prime sortite con doppio equipaggio seguirono presto sortite classiche, con un solo equipaggio affidato al singolo velivolo da bombardamento.

[2] Nonostante l’enorme esodo di profughi da Grozny il centro cittadino era ancora pieno di civili, per la maggior parte russi etnici che non erano riusciti a sfollare in tempo, o che non avevano trovato appoggi nei villaggi di campagna. I bombardamenti federali, concentrati principalmente sul centro cittadino, finirono quindi per colpire prima di tutto gli abitanti di origine russa.

[3] Ilyas Akhmadov, presente in quella posizione, mi ha raccontato con queste parole quanto successe alla Casa della Stampa: Tutto era sotto il tiro dell’artiglieria pesante. […] C’era un comandante, non ricordo il suo nome, ma ha chiesto se qualcuno volesse farsi avanti per aiutare il nostro cecchino a trovare il cecchino russo che stava colpendo la nostra posizione. Mi sono offerto volontario e sono salito al nono piano con un Kalashnikov preso in prestito per proteggere il nostro cecchino. Proprio quando siamo arrivati in cima ricordo che il terreno sotto i miei piedi tremava violentemente. L’artiglieria stava colpendo il pavimento sotto di noi. […] L’edificio era per lo più vuoto, ma ogni tanto un ceceno correva al secondo o al terzo piano e sparava ai veicoli russi. […]. Inoltre, l’edificio era al centro di molti combattimenti e offriva una vista vantaggiosa in tre direzioni. Questo è probabilmente il motivo per cui i russi hanno lavorato così furiosamente per distruggerlo.

[4] Poco prima che le truppe federali finissero sotto il tiro dei lanciagranate ceceni, fu registrata una conversazione destinata a diventare tristemente famosa negli anni a seguire.La sua trascrizione è l’incipit di questo capitolo.

[5] Emblematiche sono le parole di Ilyas Akhmadov, che rievocando quei momenti descrisse così la situazione: Intorno alle 16, i cinque combattenti con cui ero salito sul camion e il civile che ci accompagnava si avviarono verso il Palazzo Presidenziale a circa 1,5 miglia di distanza. Ma, con l’inferno intorno a noi, era una distanza molto lunga. Era difficile capire dove fossero russi e ceceni. Puoi immaginare com’è quando metti 100 cani affamati in una gabbia, era la stessa cosa. […] Era un circo pazzo. I carri armati correvano in ogni direzione, disorientati. […] In ogni strada, i ceceni sfrecciavano con i lanciagranate e quando sentivano i carri armati gli correvano incontro per distruggerli. Ho visto una volta due gruppi ceceni litigare a pugni su chi aveva eliminato un carro armato e chi meritava il bottino all’interno. Era difficile capire chi avesse distrutto questo o quel carro armato perché c’erano ragazzi che sparavano su di loro da molti piani diversi, da diversi edifici e direzioni.

[6] I federali riuscirono a recuperare i corpi dei caduti soltanto il 23 Gennaio successivo. I loro pietosi resti, divorati dai cani randagi, furono rinvenuti ormai ridotti a scheletri. Il corpo di Savin, colpito a morte, giaceva accanto a quello di un medico, freddato da un cecchino mentre gli prestava soccorso.

[7] Questa circostanza è importante da ricordare allorché parleremo dei più celebri sequestri di Budennovsk e di Kizlyar. Contrariamente a quanto conosciuto ai più, il primo sequestro di civili in un ospedale fu, quindi, portato a termine dalle forze federali. Citando il libro Tribunale Internazionale per la Cecenia di Stanislav Dmitrevsky, Bogdan Gvraeli e Oksana Chelysheva:  Così, durante l’assalto di Capodanno, in fuga dai membri delle formazioni armate cecene che difendevano la città, ufficiali e soldati dell’81° reggimento delle guardie hanno fatto irruzione nel territorio dell’ospedale di emergenza repubblicano e hanno preso in ostaggio i medici e i pazienti che si trovavano lì. Il comando ceceno ha avviato negoziati con loro, promettendo un corridoio sicuro in cambio del rilascio di civili. In quel frangente, secondo quanto riportato nella stessa opera, gli uomini di Rochlin si resero responsabili di un altro crimine di guerra: Il 3 gennaio 1995, subito dopo il primo assalto senza successo, un gruppo di residenti di Grozny fu catturato personalmente sotto la guida del generale Lev Rokhlin. Diverse persone sono state uccise, altre sono state caricate su veicoli e portate a Mozdok, dove sono state tenute in ostaggio in vagoni ferroviari. Alcuni di loro furono successivamente scambiati con soldati russi catturati in battaglia.

THE GENERAL OF NAUR – MEMORIES OF APTI BATALOV (PART IV)

Battle in Ilaskhan – Yurt

After leaving Argun, we moved to a wooded mountainous area in the Nozhai – Yurt district. Here we organized our base, well hidden in a gorge near the village of Shuani. On the afternoon of March 25, a messenger arrived at the base: we were ordered to go in force to the village of Novogrozny, today Oyskhara. When we arrived Maskhadov gave me a brief report on the situation: “The Russians have left Gudermes, and are moving in the direction of Novogrozny. They crushed our defenses. We have to delay them at least for a few hours, until we evacuate the hospital and the documents. I have no one else to send except your battalion. I ask you to detain the Russians as much as possible: there are many wounded in the hospital, if the Russians find them they will shoot them all. ” Then Maskhadov told me that on the eastern outskirts of Ilaskhan – Yurt a unit of militiamen from nearby was gathering and they would give us a hand.

There were few people with me, about thirty in all, because after the retreat from Argun many of the militiamen, cold and tired, had dispersed to the surrounding villages to recover their strength. We immediately set off towards Ilaskhan – Yurt and, having reached the goal, we reunited with 70 militia men. The Russians advanced on the wooded ridge overlooking the village, traveling in the direction of Novogrozny. We settled in positions previously equipped, and then later abandoned. Their conditions were not the best: due to the heavy rains of those days they were full of water, and we guarded the positions with mud up to our knees. We tried to drain them, but the water returned to fill them in a few hours, due to the damp soil.

Soon our presence was noticed by the Russians, who began bombing our trenches from their high positions. Using mortars and field artillery. In that bombing we suffered the wounding of three or four men. However , they did not proceed to an attack, allowing us to hold them back for many more hours. Having left in a hurry, we had brought neither food nor water with us: we spent the next night hungry and cold in our damp trenches, under constant enemy bombardment. We were so starved that, when we managed to get our hands on a heifer the next day, we ate its almost raw meat, but not before getting permission from a local clergyman.

March 29 , the first Russian patrol reached our trenches. We managed to repel the assault: the enemy lost two men and retreated quickly. From the uniforms and weapons found in the possession of the fallen Russians, we understood that we had a paratrooper unit in front of us. As soon as the Russians were back in their trenches the artillery began a pounding bombardment on our positions with mortars and 120 mm artillery, causing many injuries among our units. After a long preparatory bombardment, the infantry moved on to the attack, and we began the unhooking maneuvers: some of us took the wounded away, others retreated into the woods, or returned to their homes. Only five of us remained in position: Vakha from Chishka, Khavazhi from Naurskaya, Yusup from Alpatovo, Mammad from Naursk station and myself. When we finally managed to get away we were exhausted: I came out with chronic pneumonia, which would accompany me in the years to follow.

Combined Regiment Naursk

In April, if memory serves me well, on April 2, as he said, the head of the main headquarters of the armed forces of the CRI, General Maskhadov, came to my base. The Chief of Staff briefly introduced me to the latest events and changes on the lines of contact between us and the Russians: it was clear from his words that our situation was not good. Consequently he asked me to become subordinate to the commander of the Nozhai- Yurta leadership, Magomed Khambiev. The same day I went to Nozhai-Yurt, where I met the new commander. He assigned the battalion’s area of responsibility to a location not far from the village of Zamai-Yurt, southwest of this village. Once deployed, we dug trenches and equipped shooting points for the machine gun. Here at the base, we, in our Naur battalion, were joined by groups of militias from Gudermes and the Shelkovsky district, for a total of 200 people. As a result, our battalion became the “Combined Naur Regiment”. I was confirmed by Maskhadov himself as commander of this new unit.

The Regiment held the assigned position until the early days of 1995, fighting a war of position against Russian forces. These faced us mainly with artillery, throwing a hail of mortar rounds at us, and increasing the dose with incursions of combat helicopters MI – 42 and MI – 18. During this phase we mourned the death of one of us, Dzhamleila of Naurskaya , and the wounding of ten men. Finally, in the first days of June , we received the order to switch to guerrilla warfare.

VERSIONE ITALIANA

IL GENERALE DI NAUR – MEMORIE DI APTI BATALOV (PARTE 4)

Battaglia ad Ilaskhan – Yurt

Dopo aver lasciato Argun, ci trasferimmo in una zona montuosa coperta di boschi, nel distretto di Nozhai – Yurt. Qui organizzammo la nostra base, ben nascosta in una gola vicino al villaggio di Shuani. Nel pomeriggio del 25 Marzo giunse alla base un messaggero: ci era ordinato di dirigerci in forze al villaggio di Novogrozny, oggi Oyskhara. Quando arrivammo Maskhadov mi fece un breve rapporto sulla situazione: “I russi hanno lasciato Gudermes, e si stanno muovendo in direzione di Novogrozny. Hanno schiacciato le nostre difese. Dobbiamo ritardarli almeno per qualche ora, finchè non evacuiamo l’ospedale ed i documenti. Non ho nessun altro da inviare, tranne il tuo battaglione. Ti chiedo di trattenere i russi il più possibile: ci sono molti feriti nell’ospedale, se i russi li trovano li fucileranno tutti.” Poi Maskhadov mi disse che alla periferia orientale di Ilaskhan – Yurt si stava radunando un reparto di miliziani provenienti dalle vicinanze, i quali ci avrebbero dato man forte.

Insieme a me c’erano poche persone, una trentina in tutto, perché dopo la ritirata da Argun molti dei miliziani, infreddoliti e stanchi, si erano dispersi nei villaggi circostanti per recuperare le forze. Ci mettemmo subito in marcia verso Ilaskhan  – Yurt e, raggiunto l’obiettivo, ci ricongiungemmo con 70 uomini della milizia. I russi avanzavano sulla cresta boscosa che dominava il villaggio, viaggiando in direzione di Novogrozny. Ci sistemammo in posizioni precedentemente attrezzate, e poi successivamente abbandonate. Le loro condizioni non erano delle migliori: a causa delle forti piogge di quei giorni erano piene d’acqua, e presidiavamo le posizioni con il fango fino alle ginocchia. Cercavamo di drenarle, ma l’acqua tornava a riempirle in poche ore, a causa del terreno umido.

Ben presto la nostra presenza fu notata dai russi, i quali iniziarono a bombardare le nostre trincee dalle loro posizioni elevate. Usando mortai ed artiglieria da campagna. In quel bombardamento patimmo il ferimento di tre o quattro uomini. Tuttavia non procedettero ad un attacco, permettendoci di trattenerli ancora per molte ore. Essendo partiti in fretta e furia, non avevamo portato con noi né cibo né acqua: trascorremmo la notte successiva affamati ed infreddoliti nelle nostre trincee umide, sotto il costante bombardamento nemico. Eravamo così provati dalla fame che, quando il giorno dopo riuscimmo a mettere le mani su una giovenca, ne mangiammo la carne quasi cruda, ma non prima di aver avuto il permesso da un religioso locale.

A mezzogiorno del 29 Marzo la prima pattuglia russa raggiunse le nostre trincee. Riuscimmo a respingere l’assalto: il nemico perse due uomini e si ritirò velocemente. Dalle divise e dalle armi trovate in possesso dei russi caduti capimmo di avere davanti un reparto di paracadutisti.  Non appena i russi furono rientrati nelle loro trincee l’artiglieria iniziò un bombardamento martellante sulle nostre posizioni con mortai ed artiglieria da 120 mm, provocando molti ferimenti tra le nostre unità. Dopo un lungo bombardamento preparatorio, la fanteria passò all’attacco, e noi iniziammo le manovre di sganciamento: alcuni di noi portarono via i feriti, altri si ritirarono tra i boschi, o tornarono alle loro case. In posizione rimanemmo soltanto in cinque: Vakha da Chishka, Khavazhi da Naurskaya, Yusup da Alpatovo, Mammad dalla stazione di Naursk ed io. Quando finalmente riuscimmo ad allontanarci eravamo esausti: io ne uscii con una polmonite cronica, che mi avrebbe accompagnato negli anni a seguire.

Reggimento Combinato Naursk

Ad aprile, se la memoria mi serve bene, il due aprile, come ha detto, il capo del quartier generale principale delle forze armate della CRI, il generale Maskhadov, è venuto alla mia base. Il capo di stato maggiore mi ha brevemente presentato gli ultimi eventi e i cambiamenti sulle linee di contatto tra noi e i russi: era chiaro dalle sue parole che la  nostra situazione non era buona. Di conseguenza mi chiese di diventare subordinato al comandante di la direzione Nozhai-Yurta,  Magomed Khambiev. Lo stesso giorno mi recai a Nozhai-Yurt, dove incontrai il nuovo comandante. Egli assegnò l’area di responsabilità del battaglione ad una posizione non lontana dal villaggio di Zamai-Yurt, a sud-ovest di questo villaggio. Una volta schierati, abbiamo scavato trincee e attrezzato punti di tiro per la mitragliatrice. Qui alla base, noi, nel nostro battaglione Naur, siamo stati raggiunti da gruppi di milizie di Gudermes e del distretto di Shelkovsky, per un totale di 200 persone. Di conseguenza, il nostro battaglione divenne il “Reggimento Combinato Naur”. Fui confermato dallo stesso Maskhadov comandante di questa nuova unità.

Il Reggimento tenne la posizione assegnata fino ai primi di giorni del 1995, combattendo una guerra di posizione contro le forze russe. Queste ci affrontavano principalmente con l’artiglieria, lanciandoci contro una grandine di colpi di mortaio, e rincarando la dose con incursioni di elicotteri da combattimento MI – 42 e MI – 18. Durante questa fase piangemmo la morte di uno di noi, Dzhamleila di Naurskaya, ed il ferimento di dieci uomini. Nei primi giorni di Giugno, infine, ricevemmo l’ordine di passare alla guerra partigiana.

THE GENERAL OF NAUR: MEMORIES OF APTI BATALOV (Part III)

Defending Grozny

When the federal forces reached Grozny, my men and I were in Gudermes, where we had quartered to form an organized unit made up entirely of men from the Naur District . On January 4th , a runner sent by Maskhadov was placed in our command post. He gave me the order to converge on our capital with all the men at my disposal. Once in the city, I met a young volunteer, who made himself available to organize our group and put it in coordination with the other fighting units. It is called Turpal Ali Atgeriev. In conversation with him, I learned that he had taken part in the war in Abkhazia and that he had some fighting experience. There was not a single war veteran among us, starting with me: I was in desperate need of someone with combat experience. For this I asked Atgiriev to become my deputy, and he accepted my proposal. Since he didn’t have a weapon, I handed him an RPK-74 machine gun. Someone criticized my decision, accusing me of having appointed a stranger as my deputy. I was not interested in this gossip and intrigue, I was worried about only one thing itself: saving lives and at the same time beating the enemy.

We were deployed in defense of the Pedagogical Institute. A regiment of Russian marines had targeted the building: if this had been taken, it would have been possible to easily reach Maskhadov’s headquarters, which was literally fifty meters from our position, under the Presidential Palace. The Russians tried to break through our defenses almost every day, until January 19 , 1994, but without success. In these attacks they lost many soldiers, whose corpses remained in the middle of the road, in no man’s land, prey to stray dogs. We tried to remove them, to save their bodies, but without a respite we could not have prevented them from being eaten. Several times, during the fighting, our command and the Russian one reached an agreement for a 48-hour truce, precisely to clean the streets of the corpses of Russian soldiers. During these truces we talked to the Russian patrols stationed on the side streets. I remember one of these conversations with a Russian captain, to whom I had thrown a pack of cigarettes: Guys he said, quit, you will not win, because you are not fighting the police, but the army. His voice was not arrogant, he was a simple Russian peasant. That battle was also difficult because to supply our armories we had to capture weapons and ammunition from the Russians. In every disabled armored transport vehicle we found a heap of weapons, cartridges and grenades, which we looted. Later the Russians became more careful, and we didn’t find much in their means. On the other hand, their vehicles were stuffed with all sorts of carpets, dishes and other goods looted from the population.

January 19 , when it became clear that the defense of the Pedagogical Institute would no longer slow down the fall of the Presidential Palace, we withdrew. I was ordered to organize the defense of the Trampark area , and we occupied positions on Novya Street Buachidze . Trampark changed hands several times, and there were fierce battles until February 7th . Right in via Novya Buachidze suffered a shock from a tank bullet which, entering the window of the room where I was with some of my men, hit two of them in full, killing them. This shock still undermines my health. Finally, on the evening of February 7 , a messenger from Maskhadov handed me a note in which I was ordered to leave the position, join Basayev in Chernorechie and leave the city. I should have assumed the defense in the parking area in Via 8 Marzo, where the departments were concentrating to prepare for the exit from the city. Once there we counted all those present: also considering the staff of the Headquarters, we were 320 men. Obviously some departments were not present: detached units fought in other areas of the city, and besides them there were the so-called “Indians”, armed gangs who did not obey anyone, they fought when it was favorable gold and along the way they plundered everything that they could find. When Maskhadov lined up us in the square, he told us that our descendants would be proud of us, that the victory would be ours, that we were leaving Grozny only to return one day. The night between 7 and 8 Fenbbraio we left the capital.

The Naursk Battalion

It was after the retreat from Grozny that my unit, still an amalgam of more or less organized groups, began to become a real tactical unit. This same process was also taking place in the other units that had formed spontaneously at the beginning of the war. Moreover, in the Chechen resistance there were no military units and formations in the classical sense of the term: “battalions”, “regiments” and “fronts” were symbolic terms that did not correspond to a battle order in the classical sense. For example, what was called the “Argun Regiment” was an association of several groups, often poorly armed, made up of a variable number of people, each of which replied to its own commander. The members of these units, all volunteers, could leave at any time, there was no precise chain of command.

Our team spirit had already been forged in the battles we had fought together, and which unfortunately had forced us to count the first fallen. The first of our men to die for the defense of Chechnya was Beshir Turluev , who fell at the Ishcherskaya Checkpoint in December 1994. Since then, other young Chechens had sacrificed their lives for their homeland. Among those who remained alive, and who fought more assiduously with me, a group of “veterans” began to form, who by character or competence acquired the role of “informal officers”. Thus, for example, a 4th year student of a medical institute, whose name was Ruslan, became the head of the medical unit, while Sheikh Khavazhi , from the village of Naurskaya , became the head of logistics. The latter was in charge of keeping in touch with the Naur region , from which the supplies for our unit came. The inhabitants collected the food intended for our livelihood and delivered it to us via a KAMAZ truck, driven by Umar, from the village of Savelieva, and his companion Alkhazur . Sometimes money was also collected, usually a small amount, which was scrupulously recorded and distributed among the men. For the needs of the battalion, for the entire period of the 1994-1996 war, I, from the central command, did not receive more than 3 thousand dollars.

Defending Argun

After we had withdrawn from Grozny, Maskhadov ordered us to fall back on Argun, to help defend the city. We quartered ourselves in the city hospital, now empty and unused. The commander of the stronghold was Khunkarpasha Israpilov, and the commander of the largest unit, the so-called “Combined Regiment”, was Aslambek Ismailov. We were deployed in the sector of the so-called “Indian village”, a front of about 350 meters along the Argun River. On our left were the so-called “Black Wolves”, characterized by wearing very dark jeans. On the other side were Alaudi ‘s men Khamzatov , guard posts on the main bridge over the Argun. In front of us was a Russian paratrooper unit. We learned that we were facing special forces from a Russian soldier whom we captured when, with his squad, he attempted a reconnaissance close to our lines. At that juncture, as soon as the other side learned that their group had been identified and attacked, the Moscow artillery launched a massive bombing on our positions, during which two of our militiamen fell: Daud, coming from the village of Kalinovsky and Rizvan , from Naurskaya . To scare us, the Russians played Vladimir Vysotsky ‘s “Hunting for Wolves” at very high volume . We responded with “Freedom or Death”. The supply of the militias in the city of Argun, as well as in Grozny, was very scarce, there was a severe shortage of ammunition, there was a catastrophic lack of machine gun cartridges, RPG-7 grenade launcher shells and only dressing bandages they were more or less in abundance among the drugs.

On the morning of March 20, the Russians began testing our defenses along the entire line of contact, simulating a force attack from our side. In reality, the main attack took place, surprisingly, at the Moskovsky state farm . We did not expect the enemy to break in from that side, and after a fierce battle during which we lost many men (including the commander of the Melkhu – Khe militia , whose name was Isa and a brave, young Lithuanian named Nicholas) we had to leave the city, to retreat to the wooded region of Nozhai – Yurt. In the defense of Argun, Abuezid , from the village of Naurskaya , Umar, Mekenskaya , Muslim, Nikolaevskaya also fell , while another ten of us were wounded. We left Argun in the night between 21st and 22nd March 1995.

THE GENERAL OF NAUR – MEMORIES OF APTI BATALOV (PART I)

Introduction

Apti Batalov was born in Ilic, in the Kamensky District of Kazakhistan, on October 19, 1956. Police officer, in September 1994 he was appointed military commander of the districts of Naur and Nadterechny, and in this role he organized the armed militias destined to become one of the most well-known military units of the Chechen army, the Naursk Battalion. The unit would have distinguished itself in many battles, and Batalov himself would have become, at the end of the conflict, one of the main officials of the Chechen army, coming to lead the General Staff of the Armed Forces with the rank of Brigadier General and the National Security Service.

Batalov agreed to share his war memories with me.

Winds of war

On June 20, 1994, I was appointed head of the Ishcherskaya Village Police Department in the Naursk District. The village is located on the left bank of the Terek, the north-eastern part of the village borders the Stavropol Territory while to the south, on the other side of the river, about a kilometer and a half, is the village of Znamenskoye, which at the time was the headquarters of the opposition. The city is crossed by a railway that leads from Russia to Dagestan. The western part of the village hosted a terminal for the loading of oil and a pumping station, through which the crude was shipped to Russia. The road that entered Chechnya from the Stavropol Territory forked in two: one route continued eastwards, reaching Chervlennaya and from there continuing to Dagestan, in the north, and another one run up to Grozny, in the south. The other crossed the Terek by a bridge, crossed the Nadterechny District and then penetrated deep into the country. Being a border settlement and a crossroads of roads to and from Russia, Ishcherskaya was one of the busiest places for criminals in all of Chechnya – a sort of criminal transit point.

At the end of June 1994 the chief of the district police, Zaindi Pashaev, called me and introduced me to the district military commander sent from Grozny. I was told to make myself available to the Commander and to assist him in organizing checkpoints around Ishcherskaya. He did not present any documents confirming his position, neither then nor subsequently. He was a man of about 25, 28 years, about five feet tall, very dynamic, fast in his movements and physically strong. A young man, who I later learned was President Dudaev’s son-in-law, having married the daughter of a brother of the President. His name was Duta Muzaev. He actively went to work, and I followed his directions, helping in all that needed to be done. We set up two checkpoints, one on the Russian-Chechen border, in front of the village of Galyugaevskaya, the other on the left access of the bridge over the Terek, in front of Znamenskoye.

In those days, while we were building the checkpoints, mass anti-Chechen pogroms began in the territories adjacent to Chechnya, a boy named Pashaev was killed, self-styled “Cossacks of Kursk” (actually agents of the GRU and FSK) began to damaging the houses where the Chechens lived, they burned the farms where cows and sheep were kept. It was not difficult to understand that behind these pogroms and murders there were forces interested in creating chaos and inter-ethnic massacres between the Cossack and Chechen populations. Refugees began pouring into Chechnya. Meanwhile , Russian armed units began to carry out all kinds of provocations. Armed units entered their armored vehicles in the Naur District and, under armed threat, carried out “passport control” operations declaring: “You are in our territory, and you are Russian citizens”.

In the first days of August Muzaev told me that he had had a physical problem with the muscles of his spine, and that he would have to return to Grozny for treatment. He left, and never came back. Shortly after Muzaev’s departure, I was summoned to Grozny by Colonel Merzhuyev. On 16 September I joined him in the capital and he informed me that due to the worsening of the situation on the borders of Ichkeria, since the Naursk District is located at the northern limit of the Republic, I had been recommended to the President to take the place of Military Commander in that district, and in the neighboring district of Nadterechny. To be honest this news surprised me, and shocked me, because it was clear that a war was about to break out between Russia and Chechnya. The Naur region was the most vulnerable, being on the border. After listening to Merzhuyev, I asked him: Don’t you really have a person more experienced than me for this position? I told him that I was absolutely not trained in military affairs, and that I had no idea how to play the role of military commander in these regions, especially in the Nadterechny District, which is almost entirely under the control of the opposition. Merzhuyev replied: Tell the President all this.

We went to meet the President, who received us after a short anteroom. It was my first meeting with Dudaev. He was dressed in civilian clothes, and he looked intelligent and serious. He asked me some not very important questions, after which he asked me: You have been recommended to me for the position of District Commander. Well, are you able to hold it? I was hoping that Merzhuyev would join the conversation, but looking at him I realized that he would remain silent. I’ll do whatever it takes, I replied. Dudaev did not detain us any longer, and dismissed us. Before leaving, Merzhuyev wrote an appointment order by hand, said he would send it to the Naur District Prefect, Aindi Akhaev, so that he would learn of the appointment and order his officials to carry out my orders. I had just become the first regional military commander in the history of Ichkeria. From that day on, my path was the struggle for Chechnya’s independence, which eventually led me to England.

Aindi Akhaev

Military Commander

Back in Naur, I started mobilizing volunteers for checkpoint service. People answered my call: they were ordinary Chechen boys, simple agricultural workers, yet they were people of great dignity, and with a deep sense of honor. Most of them were unarmed, some carrying shotguns, knives or daggers with them. My frequent appeals to Headquarters were eventually crowned with success, and they promised me from Grozny that they would send 10 AK-74 firearms. I thought I would get the guns from the State Security Department, but Geliskhanov, who at the time he led the department, found a different reason each time not to send the guns, and went on for about a month. When the weapons were finally delivered, I saw that they were old, worn, firearms, some even missing some parts. I had to sort it out differently, so I requisitioned the armory of the Naur Police Department. We managed to collect more than twenty AK 5.45 assault rifles, an RPK 5.45 machine gun, two PK – 7.62, two RPG grenade launchers, an automatic grenade launcher and a sniper rifle. I distributed all these weapons among the militia men on duty at the Checkpoints, and so we put on a well-armed force, able to counter the armed opposition deployed in Znamenskoye and the bandits who tried to penetrate taking advantage of the chaos. In addition to this, I formed local teams recruited from the residents of each village. We began holding gatherings in all the settlements in the region, leaving the residents to appoint their own commanders. These makeshift officers were the directors of state agricultural farms and other local businesses. In particular, they provided us with radio stations with which they were used to communicating with the district authorities. A person who specialized in these things helped us to establish communications, so that all units were coordinated with each other.

The summer and autumn of 1994 in Chechnya saw many social and political events. The Opposition has become more active in the districts of Urus – Martan, Gudermes and Grozny. In the village of Znamenskoye the armed groups of Labazanov and Gantemirov gathered, while the Cossacks of the Naur and Shelkov districts took action, sending delegations to Stavropol asking to annex the entire left bank of the Terek to Russia. Realizing that any public demonstration in support of this proposal would give courage and determination to the local opponents and the Cossacks, to prevent this from happening, I began to seek contacts to organize secret meetings with the leaders of the Chechen and Cossack opposition. I used to go to their house and there, over a cup of tea or vodka, I would say to them: If you want to gather, go to Znamenskoye, I promise you that none of your family will be punished for this. But if you start moving from that area, no one will be safe, not even you. They replied that they would not give in to my threats, but in the end no one in the Naur District spoke out against Dudaev in a public demonstration. A big help came from the district prefect, Aindi Akhaev, who was a very brave man and a devoted supporter of President Dudaev. The fortunate coexistence of these factors, in the end, determined the fact that the District of Naur remained loyal to Ichkeria until the end!

Umar Avturkhanov, leader dell’opposizione antidudaevita

Adding fuel to the fire

In the fall of 1994, enemy special services intensified their subversive activities throughout Ichkeria. In Grozny, terrorist attacks and all kinds of provocations began to occur frequently: the Russians actively sought to create an atmosphere of fear, panic and chaos throughout the Republic, while in several areas the so-called “opposition” declared with increasing certainty that they would not recognize the central government. Of course, the Naur District was also under attack from the special services. Several high-profile murders took place in the area, such as two Naurskaya residents, both of Cossack ethnicity, killed on the Tersky state farm. I, together with the district police chief, went to the scene of the crime: the murder had been committed with demonstrative cruelty, the victims’ stomachs had been slashed, and the bowels had been made out of the corpses. At the crime scene a trace was perfectly visible, as if it had been left on purpose, leading to a boy’s home: clothes smeared with blood, rubber boots with blood on the soles and other evidence clearly framing the young man.

However, something was not clear: the alleged perpetrator was a physically very weak, mentally unstable 17-18 year old boy. Furthermore, if the traces leading from the place where the bodies were found to his home were evident, there was no trace that led to the place where these people had been killed. It was obvious that this boy had been brought onto the scene by someone else, in order to be used as a scapegoat. When I asked the chief of the district police a few days later how the investigation was proceeding, he replied that because the district attorney had refused to arrest the suspect, the detainee had been released from custody. I was sure that the Russian special services were behind this crime, who were interested in creating a rift between Cossacks and Chechens, using the pretext of “genocide” to incite the former against the latter and provoke the secession of the northern districts from Chechnya.

Later, these suspicions of ours were proved by facts. The news of the brutal murder spread throughout the region with incredible speed, the Cossacks gathered in Naurskaya and demanded that the guilty be found, tried and sentenced. Aindi Akhaev met many of them, explained to them who the instigators of these murders were, and the Cossacks realized that the Russian government didn’t care about them at all, but was interested in using them as tools to provoke an inter-ethnic massacre. I too, present at this meeting, spoke in support of the Prefect’s version. Finally, thanks to him, the Naur region was spared from violence.

автоматический перевод на русский

ГЕНЕРАЛ НАУРА – ВОСПОМИНАНИЯ АПТИ БАТАЛОВА (ЧАСТЬ I)

Введение

Апти Баталов родился 19 октября 1956 года в селе Илыч Каменского района Казахстана. Офицер полиции, в сентябре 1994 года назначен военным комендантом Наурского и Надтеречного районов, и в этой роли организовывал вооруженные формирования, предназначенные для стать одной из самых известных воинских частей чеченской армии, Наурским батальоном. Подразделение отличилось бы во многих боях, а сам Баталов стал бы по окончании конфликта одним из главных чинов чеченской армии, придя возглавить Генеральный штаб Вооруженных Сил в звании бригадного генерала. и Служба национальной безопасности.

Баталов согласился поделиться со мной своими военными воспоминаниями.

Ветры войны

20 июня 1994 года я был назначен начальником Ищерского РОВД Наурского района. Село расположено на левом берегу Терека, северо-восточная часть села граничит со Ставропольским краем, а южнее, по другую сторону реки, примерно в полутора километрах, находится село Знаменское, который в то время был штабом оппозиции. Город пересекает железная дорога, ведущая из России в Дагестан. В западной части поселка находился терминал по отгрузке нефти и насосная станция, через которую нефть отгружалась в Россию. Дорога, въезжавшая в Чечню со стороны Ставропольского края, разветвлялась на две части: одна шла на восток до Червленной и оттуда в Дагестан на севере, а другая доходила до Грозного на юге. Другая по мосту пересекла Терек, пересекла Надтеречный район и затем проникла в глубь страны. Будучи пограничным поселком и перекрестком дорог в Россию и из России, Ищерская была одним из самых оживленных мест криминала во всей Чечне — этаким криминальным перевалочным пунктом.

В конце июня 1994 г. мне позвонил начальник районной милиции Заинди Пашаев и представил присланному из Грозного окружному военачальнику. Мне сказали явиться к командиру и помочь ему в организации блокпостов вокруг Ищерской. Никаких документов, подтверждающих его позицию, он не предъявлял ни тогда, ни впоследствии. Это был мужчина лет 25-28, ростом около пяти футов, очень динамичный, быстрый в движениях и крепкий физически. Молодой человек, как я потом узнал, был зятем президента Дудаева, женившимся на дочери брата президента. Звали его Дута Музаев. Он активно брался за работу, а я следовала его указаниям, помогая во всем, что нужно было делать. Поставили два блокпоста, один на российско-чеченской границе, перед станицей Галюгаевской, другой на левом подъезде к мосту через Терек, перед Знаменским.

В те дни, пока мы строили блокпосты, на прилегающих к Чечне территориях начались массовые античеченские погромы, был убит мальчик по имени Пашаев, самозваные «казаки Курска» (на самом деле агенты ГРУ и ФСК) начали повредив дома, в которых жили чеченцы, они сожгли фермы, где содержались коровы и овцы. Нетрудно было понять, что за этими погромами и убийствами стояли силы, заинтересованные в создании хаоса и межнациональных погромов между казачьим и чеченским населением. Беженцы начали прибывать в Чечню. Тем временем российские вооруженные формирования начали проводить всевозможные провокации. Вооруженные формирования въехали на своей бронетехнике в Наурский район и под угрозой оружия провели операцию «паспортный контроль», заявив: «Вы находитесь на нашей территории, и вы – граждане России».

В первых числах августа Музаев сказал мне, что у него физически возникли проблемы с мышцами позвоночника, и что ему придется вернуться в Грозный для лечения. Он ушел и больше не вернулся. Вскоре после отъезда Музаева меня вызвал в Грозный полковник Мержуев. 16 сентября я присоединился к нему в столице, и он сообщил мне, что в связи с ухудшением обстановки на границах Ичкерии, поскольку Наурский район находится на северной окраине республики, я рекомендован Президенту принять место Военкомата в этом районе и в соседнем Надтеречном районе. Честно говоря, эта новость меня удивила и шокировала, потому что было ясно, что вот-вот разразится война между Россией и Чечней. Наурский район был самым уязвимым, находясь на границе. Выслушав Мержуева, я спросил его: неужели у вас нет на эту должность человека более опытного, чем я? Я сказал ему, что я совершенно не обучен военному делу и понятия не имею, как играть роль военного коменданта в этих районах, особенно в Надтеречном районе, который почти полностью находится под контролем оппозиции. Мержуев ответил: Расскажите обо всем этом Президенту.

Мы пошли встречать президента, который принял нас после короткой приемной. Это была моя первая встреча с Дудаевым. Он был одет в штатское, выглядел интеллигентным и серьезным. Он задал мне несколько не очень важных вопросов, после чего спросил: Вы мне рекомендованы на должность командующего округом. Ну, ты в состоянии держать его? Я надеялся, что Мержуев присоединится к разговору, но, глядя на него, понял, что он будет молчать. Я сделаю все, что потребуется, — ответил я. Дудаев больше нас не задерживал и отпустил. Перед отъездом Мержуев написал от руки приказ о назначении, сказал, что направит его префекту Наурского района Айнди Ахаеву, чтобы тот узнал о назначении и приказал своим чиновникам выполнить мои распоряжения. Я только что стал первым в истории Ичкерии областным военачальником. С этого дня моим путем стала борьба за независимость Чечни, которая в конце концов привела меня в Англию.

Военный командующий

Вернувшись в Наур, я начал мобилизовывать добровольцев для обслуживания блокпостов. На мой зов откликнулись люди: это были обычные чеченские мальчишки, простые сельскохозяйственные рабочие, но люди большого достоинства, с глубоким чувством чести. Большинство из них были безоружны, некоторые несли с собой дробовики, ножи или кинжалы. Мои частые обращения в Ставку в итоге увенчались успехом, и из Грозного мне пообещали прислать 10 автоматов АК-74. Я думал, что получу оружие из ОГБ, но Гелисханов, который в то время руководил управлением, каждый раз находил разные причины не присылать ружья, и ездил около месяца. Когда оружие, наконец, доставили, я увидел, что оно старое, изношенное, огнестрельное, у некоторых даже не хватает некоторых частей. Пришлось разбираться по-другому, поэтому я реквизировал арсенал Наурского полицейского управления. Нам удалось собрать более двадцати автоматов АК 5,45, пулемет РПК 5,45, два ПК-7,62, два гранатомета РПГ, автоматический гранатомет и снайперскую винтовку. Все это оружие я раздал милиционерам, дежурившим на блокпостах, и таким образом мы сформировали хорошо вооруженный отряд, способный противостоять вооруженной оппозиции, дислоцированной в Знаменском, и бандитам, пытавшимся проникнуть, воспользовавшись хаосом. Кроме того, я сформировал местные команды, набранные из жителей каждой деревни. Мы начали проводить сходы во всех населенных пунктах района, предоставив жителям самим назначать себе командиров. Эти импровизированные офицеры были директорами совхозов и других местных предприятий. В частности, они предоставили нам радиостанции, с помощью которых они привыкли общаться с районными властями. Человек, который специализировался на этих вещах, помог нам наладить связь, чтобы все подразделения были согласованы друг с другом.

Летом и осенью 1994 года в Чечне произошло много общественно-политических событий. Оппозиция активизировалась в районах Уруса – Мартановском, Гудермесском и Грозненском. В селе Знаменском собрались вооруженные отряды Лабазанова и Гантемирова, а казаки Наурского и Шелковского уездов выступили, направив в Ставрополь делегации с просьбой присоединить к России весь левый берег Терека. Понимая, что любая публичная демонстрация в поддержку этого предложения придаст мужества и решимости местным противникам и казакам, чтобы этого не произошло, я стал искать контакты для организации тайных встреч с лидерами чеченской и казачьей оппозиции. Бывало, я прихожу к ним домой и там за чашкой чая или водки говорю им: если хотите собраться, езжайте в Знаменское, обещаю вам, что никто из вашей семьи не будет за это наказан. Но если вы начнете двигаться из этой области, никто не будет в безопасности, даже вы. Они ответили, что не поддадутся на мои угрозы, но в итоге никто в Наурском районе не выступил против Дудаева на публичной демонстрации. Большую помощь оказал префект района Айнди Ахаев, очень храбрый человек и преданный сторонник президента Дудаева. Удачное сосуществование этих факторов, в конечном итоге, определило тот факт, что Наурский округ до конца остался верен Ичкерии!

Добавление масла в огонь

Осенью 1994 года спецслужбы противника активизировали диверсионную деятельность по всей Ичкерии. В Грозном участились теракты и разного рода провокации: русские активно стремились создать атмосферу страха, паники и хаоса по всей республике, а в ряде районов так называемая «оппозиция» со все большей уверенностью заявляла, что они не признавал центральную власть. Конечно, Наурский район также подвергся обстрелу со стороны спецслужб. В этом районе произошло несколько громких убийств, например, двое жителей Наурской, оба казачьей национальности, убиты в совхозе «Терский». Я вместе с участковым полицмейстером выехал на место преступления: убийство совершено с демонстративной жестокостью, животы жертв вскрыты, из трупов сделаны кишки. На месте преступления был прекрасно виден след, как будто специально оставленный, ведущий к дому мальчика: одежда, перепачканная кровью, резиновые сапоги с кровью на подошвах и другие улики, явно подставлявшие молодого человека .

Однако что-то было непонятно: предполагаемый преступник был физически очень слабым, психически неуравновешенным парнем 17-18 лет. Кроме того, если следы, ведущие от места, где были обнаружены тела, к его дому, были очевидны, то не было никаких следов, ведущих к месту, где были убиты эти люди. Было очевидно, что этого мальчика привел на сцену кто-то другой, чтобы использовать его в качестве козла отпущения. Когда через несколько дней я спросил начальника районной полиции, как продвигается следствие, он ответил, что из-за отказа окружного прокурора задержать подозреваемого задержанный был освобожден из-под стражи. Я был уверен, что за этим преступлением стоят российские спецслужбы, заинтересованные в том, чтобы создать раскол между казаками и чеченцами, под предлогом «геноцида» настроить первых против вторых и спровоцировать отделение северных районов от Чечни.

Позднее эти наши подозрения подтвердились фактами. Весть о зверском убийстве с невероятной скоростью разнеслась по округе, казаки собрались в Наурской и потребовали найти виновного, судить и осудить. Айни Ахаев познакомился со многими лотосами, объяснил им, кто был зачинщиком этих убийств, и казаки поняли, что российское правительство вообще не заботится о них, а заинтересовано в том, чтобы использовать их как инструменты для провоцирования межнациональной бойни. Я тоже, присутствовавший на этом собрании, высказался в поддержку версии префекта. Наконец, благодаря ему Наурский край был избавлен от насилия.

TRADUZIONE IN ITALIANO

IL GENERALE DI NAUR – MEMORIE DI APTI BATALOV (PARTE I)

Introduzione

Apti Batalov è nato ad Ilic, nel Distretto di Kamensky, il 19 Ottobre 1956. Funzionario di polizia, nel Settembre del 1994 fu nominato comandante militare dei distretti di Naur e di Nadterechny, ed in questa veste organizzò le milizie armate destinate a diventare una delle più note unità militari dell’esercito ceceno, il Battaglione Naursk. L’unità si sarebbe distinta in molte battaglie, dalla difesa di Grozny, nel 1995, alla sua riconquista, l’anno successivo, lo stesso Batalov sarebbe diventato, alla fine del conflitto, uno dei principali funzionari dell’esercito ceceno, giungendo a guidare lo Stato Maggiore delle Forze Armate col grado di Generale di Brigata.

Ho contattato Batalov di mia iniziativa, per raccogliere i suoi ricordi di guerra, e lui ha accettato di condividerle con me.

Venti di guerra

Il 20 Giugno 1994 fui nominato capo del dipartimento di polizia del villaggio di Ishcherskaya, nel Distretto di Naursk. Il villaggio è situato sulla riva sinistra del Terek, la parte nordorientale del villaggio confina con il Territorio di Stavropol mentre a Sud, dall’altra parte del fiume, a circa un chilometro e mezzo, è situato il villaggio di Znamenskoye, che all’epoca era il quartier generale dell’opposizione. Una volta Ishcherskaya era un grande insediamento cosacco, ma a quel tempo non c’erano più di dieci famiglie di cosacchi del Terek. Ishcherskaya è attraversata da una ferrovia che porta dalla Russia al Daghestan. Infine, la parte occidentale del villaggio ospitava un terminal per il carico  del petrolio ed una stazione di pompaggio, tramite la quale il greggio veniva spedito in Russia. All’altezza della cittadina, la strada che dal Territorio di Stavropol entrava in Cecenia si biforcava in due: una rotta proseguiva verso est, raggiungendo Chervlennaya e da qui proseguendo fino in Daghestan, a nord, e fino a Grozny, a sud. L’altra attraversava il Terek tramite un ponte, attraversava il Distretto di Nadterechny per poi penetrare in profondità nel Paese. Trattandosi di un insediamento di frontiera e di un crocevia di strade da e per la Russia, Ishcherskaya era uno dei posti più affollati da criminali in tutta la Cecenia: una sorta di punto di transito criminale.

Alla fine di Giugno del 1994 il capo della polizia distrettuale, Zaindi Pashaev, mi chiamò e mi presentò al comandante militare del distretto inviato da Grozny. Mi fu detto di mettermi a disposizione del Comandante e di affiancarlo nell’organizzazione di posti di blocco nei dintorni di Ishcherskaya. Egli non presentò nessun documento che confermasse la sua posizione, né allora né successivamente. Era un uomo di circa 25, 28 anni, alto circa un metro e settanta, molto dinamico, veloce nei movimenti e fisicamente forte. Un uomo giovane, che più tardi capii essere il genero del Presidente Dudaev, avendo sposato la figlia di un fratello del Presidente. Si chiamava Duta Muzaev. Egli si mise attivamente al lavoro, ed io eseguii le sue indicazioni, aiutando in tutto ciò che doveva essere fatto. Mettemmo su due posti di blocco, uno sul confine russo – ceceno, di fronte al villaggio di Galyugaevskaya, l’altro sull’accesso sinistro del ponte sul Terek, di fronte a Znamenskoye.

In quei giorni, mentre stavamo realizzando i checkpoint, nei territori limitrofi alla Cecenia iniziarono pogrom anti – ceceni di massa, un  ragazzo di nome Pashaev fu ucciso, sedicenti “Cosacchi di Kursk” (in realtà agenti del GRU e dell’FSK) iniziarono a danneggiare le case dove vivevano i ceceni, bruciarono le fattorie dove venivano tenute mucche e pecore. Non era difficile capire che dietro a questi pogrom e omicidi c’erano forze interessate a creare caos e massacri interetnici tra la popolazione cosacca e quella cecena. I rifugiati iniziarono ad affluire in Cecenia. Nel frattempo reparti armati russi iniziarono a compiere ogni tipo di provocazione. Unità armate penetrarono sui loro veicoli blindati nel Distretto di Naur e, sotto minaccia armata, portarono avanti operazioni di “controllo passaporti” dichiarando: “Siete nel nostro territorio, e siete cittadini russi”.

Nei primi giorni di Agosto Muzaev mi disse che aveva avuto un problema fisico ai muscoli della spina dorsale, e che avrebbe dovuto tornare a Grozny per curarsi. Se ne andò, e non tornò più. Poco dopo la partenza di Muzaev, venni convocato a Grozny dal Colonnello Merzhuyev. Il 16 Settembre lo raggiunsi nella capitale e questi mi informò che a causa dell’aggravarsi della situazione ai confini di Ichkeria, essendo il Distretto di Naursk posto al limite settentrionale della Repubblica, ero stato raccomandato al Presidente per prendere il posto di Comandante Militare in quel distretto, e nel vicino distretto di Nadterechny. Ad essere onesti questa notizia mi sorprese, e mi sconvolse, perché era chiaro che tra Russia e Cecenia stesse per scoppiare una guerra. La regione di Naur era il più vulnerabile, essendo al confine. Dopo aver ascoltato Merzhuyev, gli chiesi: Davvero non avete una persone più esperta di me per questa posizione? Gli dissi che non ero assolutamente preparato negli affari militari, e che non avevo idea di come svolgere il ruolo di comandante militare in queste regioni, specialmente nel Distretto di Nadterechny, quasi totalmente sotto il controllo dell’opposizione. Merzhuyev mi rispose: Di’ tutto questo al Presidente. Andammo a colloquio dal Presidente, il quale ci ricevette dopo una breve anticamera. Fu il mio primo incontro con Dudaev. Era vestito in abiti civili, e si mostrò intelligente e serio. Mi fece alcune domande non molto importanti, dopo di che mi chiese: Mi sei stato raccomandato per la posizione di Comandante di Distretto. Bene, sei in grado di tenerla? Speravo che Merzhuyev si unisse alla conversazione, ma guardandolo realizzai che sarebbe rimasto in silenzio. Farò tutto ciò che serve, risposi. Dudaev non ci trattenne oltre, e ci congedò. Prima di uscire, Merzhuyev scrisse a mano un ordine di nomina, disse che lo avrebbe inviato al Prefetto del Distretto di Naur, Zayndi Akhaev, in modo tale che questi venisse a conoscenza della nomina e ordinasse ai suoi funzionari di eseguire i miei ordini. Ero appena diventato il primo comandante militare regionale della Storia di Ichkeria. Da quel giorno la mia strada fu la lotta per l’indipendenza della Cecenia, la quale, alla fine, mi ha portato in Inghilterra.

Comandante Militare

Tornato a Naur, inziai a mobilitare volontari per il servizio ai checkpoint. Le persone risposero alla mia chiamata: si trattava di ragazzi ceceni ordinari, semplici lavoratori agricoli, eppure erano persone di grande dignità, e con un profondo senso dell’onore. Erano quasi tutti disarmati, qualcuno portò con sé fucili da caccia, coltellacci o pugnali. I miei frequenti appelli al Quartier Generale furono infine coronati dal successo, e da Grozny mi promisero che avrebbero inviato 10 armi da fuoco AK – 74. Pensavo che avrei avuto le armi dal Dipartimento per la Sicurezza dello Stato, ma Geliskhanov, che a quel tempo guidava il dipartimento, trovava ogni volta una ragione diversa per non inviare la armi, e tirò avanti la cosa per circa un mese. Quando poi le armi, finalmente, furono consegnate, vidi che erano vecchie, logore, armi da fuoco, alcune mancanti addirittura di alcune parti. Dovetti risolvere la cosa in altro modo, così requisii l’armeria del Dipartimento di Polizia di Naur. Riuscimmo a raccogliere così più di venti fucili d’assalto AK 5.45, una mitragliatrice RPK 5.45, due PK – 7.62, due lanciagranate RPG un lanciagranate automatico ed un fucile da cecchino. Distibuii  tutte queste armi tra gli uomini della milizia in servizio ai Checkpoint, e così mettemmo su una forza ben armata, in grado di contrastare l’opposizione armata schierata a Znamenskoye ed i banditi che tentavano di penetrare approfittandosi del caos. Oltre a questo, costituii squadre locali reclutate dai residenti di ogni villaggio. Iniziammo a tenere raduni in tutti gli insediamenti della regione, lasciando ai residenti il compito di nominare i propri comandanti. Questi ufficiali improvvisati erano i direttori delle fattorie agricole di stato e di altre imprese locali. Ci fornirono in particolare le stazioni radio con le quali erano abituati a comunicare con le autorità del distretto. Una persona specializzata in queste cose ci aiutò a stabilite le comunicazioni, in modo tale che tutte le unità fossero coordinate tra loro.

L’estate e l’autunno del 1994 in Cecenia hanno visto molti eventi sociali e politici. L’Opposizione è diventata più attiva nei distretti di Urus – Martan, Gudermes e Grozny. Nel villaggio di Znamenskoye i gruppi armati di Labazanov e di Gantemirov si radunavano, mentre i cosacchi dei distretti di Naur e di Shelkov si attivarono, inviando delegazioni a Stavropol le quali chiedevano di annettere alla Russia tutta la riva sinistra del Terek. Comprendendo che qualsiasi manifestazione pubblica a supporto di questa proposta avrebbe dato coraggio e determinazione agli oppositori locali ed ai cosacchi, per evitare che ciò avvenisse ho iniziato a cercare contatti per organizzare incontri segreti con i capi dell’opposizione cecena e cosacca. Solitamente mi recavo a casa loro e là, davanti ad una tazza di te o a una vodka, dicevo loro: Se volete radunarvi, andate a Znamenskoye, ti prometto che nessuno della tua famiglia sarà punito per questo. Ma se iniziate a muovervi da quella zona, nessuno sarà in salvo, nemmeno tu. Loro rispondevano che non avrebbero ceduto alle mie minacce, ma alla fine nessuno, nel Distretto di Naur, si pronunciò contro Dudaev in una manifestazione pubblica. Un grosso aiuto mi arrivò dal Prefetto del distretto, Aindi Akhaev, che era un uomo davvero coraggioso ed un sostenitore devoto del Presidente Dudaev. La fortunata compresenza di questi fattori, alla fine, determinò il fatto che il Distretto di Naur rimase fedele ad Ichkeria fino alla fine!