Il libro: “Libertà o morte!”

“Libertà o Morte!” Con questo slogan nel 1991 la Cecenia proclamò l’indipendenza. Un popolo di un milione di anime, guidato dal Generale Dzhokhar Dudaev, sfidò l’autorità dell’Unione Sovietica. Questo libro ripercorre la breve ma tormentata storia della Repubblica Cecena di Ichkeria, mai riconosciuta da nessun governo eppure capace di esercitare la sua autorità per un decennio, e di continuare ancora oggi, a quasi trent’anni dalla sua costituzione ad esistere, seppure sotto forma di governo in esilio. È la storia di un esperimento politico visionario, capace di ispirare un popolo al punto da sfidare una delle più grandi potenze del pianeta, convinto di poter vincere armato soltanto della sua fede. E, cosa incredibile, capace di vincere davvero, costringendo la Russia a riconoscere il suo diritto all’indipendenza. Ma è anche la storia di un’idea che non ha retto il confronto con la realtà: miseria, fanatismo religioso, anarchia militare furono le costanti che trascinarono la Cecenia indipendente in due devastanti conflitti, dalla quale il paese uscì totalmente distrutto, preda dei signori della guerra, del fondamentalismo e della brutalità di un esercito occupante. Una cronaca completa dell’intera parabola compiuta dall’indipendentismo ceceno, dalla Rivoluzione dell’autunno 1991 ai giorni nostri.

Siamo lieti di comunicare che da oggi è disponibile la seconda edizione del libro “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria” in vendita su Amazon sia in versione cartacea che in E – Book.

Per questa seconda edizione abbiamo deciso, data la lunghezza del lavoro, di organizzarne la pubblicazione in cinque volumi: oggi esce il primo di questi, “Dalla Rivoluzione alla Guerra (1991 – 1994)”.

Il volume si compone di 340 pagine, e contiene numerose aggiunte e modifiche rispetto alla versione precedente. Dalla settimana prossima sarà possibile acquistarlo anche in lingua inglese. Buona lettura!

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INTRODUZIONE

Dieci anni

Era il dicembre 1999 quando sentii parlare per la prima volta della Cecenia. Avevo 12 anni, e stavo cenando con i miei genitori. A tavola si guardava il telegiornale. Il copione era piuttosto noioso: la visita del Premier, il discorso del presidente, la messa del Papa,per poi passare alle rubriche di cucina, ai servizi scandalistici ed alla pubblicità progresso. Tutta roba che, onestamente, ad un bambino di dodici anni può interessare poco. Quando si arrivava ai servizi di politica estera, invece, mi illuminavo: si parlava di posti lontani dove succedevano grandi cose. Negli anni ’90 la maggior parte delle “grandi cose” che succedevano erano invasioni, guerre e attentati terroristici. In quel periodo avevamo una guerra a pochi passi da casa,  in Serbia, giusto al di là dell’Adriatico. Ero piccolo, e non sapevo giudicare quello che vedevo. Mi stavano simpatici i Serbi, perché erano una piccola nazione che aveva contro mezzo mondo. E anche se era evidente che avrebbero perso, facevo il tifo per loro. Quella sera di dicembre il telegiornale parlò dei Ceceni. Il servizio mostrava i carri armati russi entrare nella loro capitale, dopo averla ridotta in macerie. Il cronista parlava di un lungo assedio e dell’eroica resistenza di questa piccola nazione, mobilitata contro l’invasione. Mi stettero subito simpatici. “Ecco un altro piccolo popolo spacciato” mi dissi “per il quale fare il tifo, finché non perdono”. Poi il reportage, passando a raccontare di come la situazione fosse degenerata fino a quel punto, parlò del fatto che qualche anno prima c’era stata un’altra guerra, e che l’avevano vinta i Ceceni. “Ecco qualcosa di nuovo! Un piccolo popolo che le suona ad un grande popolo! E questa chi l’aveva mai sentita?” All’epoca internet era molto diversa da com’è adesso. Si viaggiava alla velocità di 56 kilobyte per secondo (il leggendario “56k”), e per farlo si doveva occupare la linea del telefono. Stare on line costava quanto fare una telefonata interurbana (per i millennials: stare su internet costava veramente tanti soldi) e non c’erano né foto né video, troppo pesanti per essere scaricati in tempo utile, ma pagine piene zeppe di parole. Per me era comunque una cosa spettacolare, perché finito il telegiornale avrei potuto salire al piano di sopra, accendere il PC e scoprire chi fossero questi ceceni, e come avevano fatto a vincere contro i russi. L’infatuazione durò un po’.  Poi passò, come passano i pensieri nella testa di un bambino. Parecchio tempo dopo, nel 2008 collaboravo con alcuni amici alla pubblicazione di un piccolo periodico locale, L’Esperanto. Ogni tre o quattro mesi sponsorizzavamo la nostra rivista con un evento a tema specifico, per farci un po’ di pubblicità e vendere qualche rivista. Mi tornò in mente la Cecenia, e proposi di organizzare una conferenza su quella guerra che avevo visto al telegiornale una sera di dicembre di dieci anni prima, e che non era ancora finita. Quel piccolo popolo, o almeno una parte di esso, non si era ancora arreso. Proposi di raccontare la storia di quella gente, di farci un documentario e di presentarlo al nostro pubblico. Nel 2008 Internet era già un’altra cosa: per andare su internet non si occupava più la linea telefonica, e si potevano vedere le foto ed i video. In qualche mese realizzammo “Cecenia: diario di una guerra infinita”, un documentario di 4 parti, ciascuna della durata di una decina di minuti. Quando ho deciso di scrivere questo libro, sono andato su YouTube per vedere se quella roba c’era ancora. E quella roba c’era ancora, e l’avevano vista in quarantamila persone. L’audio era quello che era, il montaggio non era il massimo e la voce dello speaker tradiva un po’ troppo le nostre origini toscane.  Forse potevamo risparmiarci l’hard rock come colonna sonora, ma all’epoca eravamo adolescenti e ci piaceva quella roba, e ci sembrava che ci stesse proprio bene. Eravamo adolescenti, dicevo, ed anche l’Esperanto ci passò di mente man mano che crescevamo. La Cecenia e le sue guerre rimasero un ricordo nella mia testa, mi dedicai ad altre cose, mi laureai in Storia presso l’Università di Firenze. Passarono altri dieci anni e, puntuale, la Cecenia tornò a trovarmi nella mia testa. Nel 2018 ripresi in mano gli appunti di una tesina che avevo usato un esame di storia contemporanea. Si chiamava “La Tortuga del Caucaso” e parlava di quella piccola repubblica caucasica che per una decina d’anni, tra alterne vicende, si era comportata come l’Isola di Tortuga nel Diciassettesimo Secolo: ogni volta che una grande potenza provava a conquistarla, gli abitanti di Tortuga trovavano il sistema di divincolarsi e di recuperare la libertà. Nei tempi di pace facevano i pirati, seguivano un codice di leggi molto semplice, e vivevano da uomini liberi, anche se in un modo tutto loro. Nei tempi di guerra erano corsari, ed erano combattenti temibili. Il paragone è più giornalistico che storico, e poco ha a che vedere con la realtà. Ma rileggere quelle poche pagine mi fece riflettere sul fatto che questa Cecenia, in un modo o nell’altro, tornava sempre a trovarmi. Feci una ricerca su internet e scoprii che ancora allora, malgrado fossero state pubblicate centinaia di migliaia di articoli sull’argomento, nessuno aveva mai scritto una storia completa della storia recente di questo paese. Nel frattempo, internet si era evoluto ancora, e Google aveva introdotto la funzione “traduttore” grazie alla quale mi è stato possibile leggere tantissimi documenti in lingue che non conosco, come appunto il russo, ma anche il georgiano, l’azero, l’ucraino, il kazako. Ma non solo: in quei dieci anni il mondo si era registrato su Facebook, su Instagram e su tante altre piattaforme social che normalmente servono a scambiarsi foto di gattini e istantanee delle vacanze al mare, ma che qualcuno utilizza anche per condividere interessi. E cercando in tutto il mondo digitale, mi sono imbattuto in un gruppo di ricerca storica sulla repubblica cecena indipendente. Che, come leggerà chi avrà voglia di continuare a sfogliare queste pagine, si chiamava Repubblica Cecena di Ichkeria. Qui ho conosciuto studiosi, ricercatori, ma anche parecchi reduci di quella esperienza, ed ognuno pubblicava il suo contenuto: chi pubblicava foto celebri, chi pubblicava foto, chi cercava persone, chi commentava documenti, articoli di giornale, video, e via dicendo. E’ qui che ho conosciuto Tamerlan. Ho rovinato molte delle sue notti tenendolo incollato alla tastiera a rispondere a decine e decine di domande, alle quali, immancabilmente, seguiva la recensione di un libro da comprare o l’invio di un file compresso pieno di Pdf. Alla sua pazienza devo molto, ed è per questo che gli dedico il frutto del mio lavoro. Per un anno e mezzo abbiamo messo insieme una montagna di materiale. Il prodotto di tutti questo è una storia che può insegnare tanto. Può insegnare quanto forti siano la speranza, la fratellanza e la voglia di vivere, e quali grandi imprese si possono compiere con questi tre talenti nel cuore. Può insegnare quanto costi guadagnarsi la libertà, e quanto sia facile perderla. Può insegnare a quali disastri possono portare la prepotenza e l’oscurantismo, l’arroganza e l’ignoranza della legge, e di come sia semplice smettere di considerarsi fratelli e cominciare a massacrarsi l’un l’altro, quando i giorni di gloria finiscono e gli appetiti non vengono controllati. Una storia che appartiene al patrimonio di tutti gli uomini, perché anche la nostra gente, in altri momenti, ha vissuto le stesse gioie e gli stessi dolori. A voi che vi apprestate a leggere questo libro: grazie, e buon viaggio.

Francesco Benedetti

Portale storico sulla Repubblica Cecena indipendente dal 1991 al 2007

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