Repubblica Cecena di Ichkeria e Diritto Internazionale – Intervista con Inna Kurochkina di NEP Prague

Alcune settimane fa abbiamo affrontato una piacevole chiacchierata con Inna Kurochkina di NEP Prague. Il filmato, registrato in italiano, è stato caricato poche ore fa dall’emittente corredato di una traduzione in russo. Presto, grazie alla cortese collaborazione di Inna, potremo postarne una versione integrale in italiano.

L’intervista ha toccato diversi aspetti, dalla legittimità del percorso affrontato dai ceceni verso l’indipendenza, alle reazioni del mondo internazionale (e in particolare del mondo occidentale) a quegli eventi, ed in generale alla storia recente dei rapporti tra Occidente e Russia.

ERZU: I “FALCHI VERDI” DELL’ICHKERIA INDIPENDENTE

La storia della Repubblica Cecena di Ichkeria è una storia di politica e di guerra, ma anche di vita quotidiana, e di pace. Tra i tanti argomenti poco trattati riguardo la vita quotidiana del paese prima dello scoppio della Prima Guerra Cecena, una menzione è da farsi per lo sport, ed in particolare per il calcio. E ancor più nello specifico per il primo (e unico) club calcistico privato della ChRI, l’Erzu (in ceceno “Falco”).  

I FALCHI VERDI

Fin dagli albori del calcio, in Cecenia vi era una, ed una sola, grande squadra: il Terek. Fondata nel 1946, aveva sempre rappresentato la Cecenia nelle competizioni nazionali russe, militando spesso nella Seconda Divisione (la nostra “Serie B”) per parecchi anni. Oggi il Terek esiste sempre, anche se è stato ribattezzato “Akhmat” (come ormai un po’ tutto in Cecenia), il Presidente è Magomed Daudov, Presidente del Parlamento, ed il Presidente Onorario è Ramzan Kadyrov, Presidente della Repubblica. Non proprio un club privato, quindi. Così come, del resto, non lo era neanche il “vecchio” Terek.

Il Logo della “Erzu”

La novità nel panorama calcistico ceceno emerse a metà del 1991, quando l’uomo d’affari Ruslanbek Lorsanov acquisì la proprietà di un piccolo club con base a Grozny, la Oilman, la ribattezzò “Oilman – Erzu” e successivamente “Erzu” (“Falco”) e imbasti un ambizioso piano di crescita sportiva volto a valorizzare il locale bacino di giovani calciatori.  Con lo scoppio della Rivoluzione Cecena ed il passaggio al regime di Dudaev, la retorica nazionalista investì tutti i settori della società, e così anche il calcio. La Erzu divenne ben presto la squadra preferita dal Presidente Dudaev il quale, pur non finanziandone mai le attività, la sponsorizzò pubblicamente come la squadra del cuore di ogni vero ceceno, in alternativa alla “Terek” che invece contava nei suoi ranghi per lo più giocatori russi (anche se quasi tutti nati e cresciuti in Cecenia). Dudaev presenziava volentieri alle partite in casa della Erzu presso lo stadio Ordzhonikidze (ribattezzato dai dudaeviti “Uvais Akhtaev” nel 1993) e scendeva spesso negli spogliatoi a congratularsi con i giocatori quando la formazione portava a casa una vittoria. Visitò anche il vivaio della società, una scuola calcio molto partecipata dai ragazzi di Grozny, dal quale la Erzu intendeva tirar fuori la squadra titolare degli anni a venire.

L’ASCESA

Forte dei finanziamenti di Lorsanov, e complice la situazione critica dei rapporti tra Grozny e Mosca, la Erzu raggiunse ben presto le vette dei campionati locali, affacciandosi nel 1993 alle competizioni nazionali. A quel tempo la situazione era già piuttosto tesa, e parecchie squadre decisero di accettare una sconfitta a tavolino piuttosto che presentarsi allo stadio di Grozny, così la Erzu, che già di per sé era una squadra discreta nel panorama calcistico locale, fu enormemente avvantaggiata dalle numerose vittorie a tavolino che le consentirono di raggiungere il terzo posto nella classifica della Prima Lega, zona occidentale. La piaga delle “vittorie a tavolino” era causata dalla diffidenza che i principali club nutrivano verso la situazione in Cecenia, che consideravano instabile e pericolosa per la vita dei loro giocatori. Invano l’allenatore della Erzu, il noto Mister Kazako Vait Tangayev, tentò di convincere le squadre avversarie a presentarsi, giungendo a proporre un “pareggio in anticipo” in cambio della loro presenza sul campo: alla fine della stagione la squadra cecena aveva totalizzato ben 13 vittorie “per abbandono”, sufficienti a consolidare il prestigioso risultato sportivo.

Locandina di un incontro della Erzu

LA GUERRA E LA FINE DEI “FALCHI”

Dopo essersi guadagnati il lusinghiero nomignolo di “Falchi Verdi” dai commentatori televisivi, i giocatori dell’Erzu si prepararono alla stagione 1994, con l’ambizioso obiettivo di raggiungere la Prima Serie. Il campionato iniziò favorevolmente, con una serie importante di vittorie (alcune, ancora una volta, per abbandono). La situazione nel Paese stava tuttavia gravemente deteriorandosi, ed agli attriti tra Grozny e Mosca si aggiungeva a guerra civile strisciante tra il regime di Dudaev e l’opposizione. Il 1 Luglio la Erzu giocò la sua ultima partita in casa, battendo per 3 a 0 lo Smena – Saturn di San Pietroburgo, allora una delle principali squadre in lizza per un posto nella massima serie. Da quel momento la situazione fu considerata talmente instabile che la Federcalcio repubblicana ordinò prima che la squadra giocasse le partite di casa in campo neutro, poi che venisse direttamente esclusa dalla competizione. Entro la fine dell’estate la squadra, già rimasta unica società sportiva attiva nel Paese, cessò di fatto di esistere. Nel Gennaio del 1995 le strutture che la ospitavano, stadio compreso, furono completamente distrutte nella Battaglia per Grozny, ed il sogno dei “Falchi Verdi” tramontò per sempre.

L’ANGELO NERO SULLE MONTAGNE: LA BATTAGLIA DELLA GOLA DI KERIGO

DA KOMSOMOLSKOYE A PANKISI

A seguito della Battaglia di Komsomolskoye (5 – 20 Marzo 2000) Ruslan Gelayev, uno dei più audaci ed agguerriti comandanti dell’esercito della ChRI, riparò in Georgia con i resti delle sue unità, trovando riparo in una piccola gola abitata prevalentemente da Ceceni, la celebre Gola di Pankisi. Qui “L’angelo nero” installò il suo quartier generale, raccogliendo reduci e fuggiaschi ed instaurando una sorta di piccolo potentato personale, dal quale avrebbe più volte avviato campagne militari in Cecenia, in Inguscezia ed in Abkhazia.

Uomini di Gelayev si arrendono ai federali al termine della Battaglia per Komsomolskoye (2000)

Giunto a Pankisi nell’autunno del 2000, Gelayev passò tutto l’anno successivo a ricostituire le sue forze, abbandonando apparentemente il campo di battaglia e subendo, per questo, il biasimo del Presidente Maskhadov, il quale lo privò di tutti i suoi poteri e lo degradò con formale decreto. Fino alla primavera del 2002 il comandante ceceno rimase a Pankisi, studiando il modo migliore per tornare in Cecenia. Il rientro sul campo di battaglia era possibile soltanto attraverso l’Inguscezia (strada che aveva già percorso nel 2000, quando si era ritirato) o tramite la gola di Kerigo, la quale collegava direttamente Pankisi alla cittadina cecena di Baskhoy. Il primo percorso era più agevole, ma anche più pericoloso: durante la ritirata Gelayev  aveva perduto decine di uomini, trovandosi spesso in campo aperto sotto il fuoco dell’aereonautica federale ed incalzato dai mezzi blindati di Mosca. Inoltre, una volta arrivati in Cecenia, i gelayeviti avrebbero dovuto aprirsi un varco dalle pianure verso le montagne, rischiando di essere facilmente intercettati e distrutti. Il passaggio montano attraverso Kerigo appariva più sicuro, ma d’altra parte era molto più difficile da affrontare: non esistevano strade carrabili sicure (l’unica strada di una certa portanza era la Itum –  Khale / Shatili, stabilmente occupata dai russi fin dalla fine del 1999 – Per approfondire LEGGI QUI) e gli uomini di Gelayev avrebbero dovuto affrontare la traversata a piedi, trasportando in spalla, o a dorso di mulo, tutto ciò che sarebbe servito loro. D’altra parte, una volta sbucati in Cecenia, i Gelayeviti si sarebbero trovati in posizioni più favorevoli, ed avrebbero potuto facilmente ricongiungersi con gli uomini di Maskhadov che ancora combattevano nel sud montagnoso.

Militanti avanzano nella neve

LA VIA DELLE MONTAGNE

A confortare l’ipotesi di un passaggio attraverso le montagne c’era un felice precedente:  nell’estate del 2001 un altro comandante di campo, Magomed Tsagaraev, era riuscito a passare da Pankisi alla Cecenia attraverso la Gola dello Sharoargun, poco distante da Kerigo, con un gruppo di 60 uomini. La traversata non era stata facile, e le guardie di frontiera russe avevano intercettato ed ucciso alcuni dei suoi, ma Tsagaraev era comunque riuscito a passare con quasi tutti i suoi effettivi, raggiungendo con successo la zona di combattimento (salvo poi finire ucciso in una sparatoria poche settimane dopo). Gelayev era convinto di poter aprire una vera e propria rotta montana attraverso la quale far affluire alla spicciolata piccoli gruppi di 40/50 militanti per volta, eludendo la debole sorveglianza offerta dai servizi di frontiera federali (i quali avevano grosse difficoltà ad operare efficacemente in quell’area così brulla e frastagliata) e portando centinaia di uomini sulle montagne cecene entro l’inverno.

Nei mesi precedenti  il comandante ceceno inviò parecchie pattuglie in ricognizione, con lo scopo di mappare la posizione delle guardie di frontiera e seguire i loro spostamenti. Durante una di queste ricognizioni una pattuglia di Gelayev fu intercettata dai federali: i militanti si qualificarono come cacciatori, ma il fatto che fossero armati con fucili mitragliatori rese chiaro quale fosse lo scopo delle loro “battute di caccia”. I federali ebbero così piena consapevolezza che Gelayev stesse organizzando qualcosa, ed intensificarono la sorveglianza. Ciononostante l’Angelo Nero decise di procedere ugualmente, e nei primi giorni di Luglio guidò il primo distaccamento sulle montagne. La presenza dei gelayeviti non passò inosservata, ed il 21 Luglio i ceceni furono avvistati: con loro portavano armi da guerra, lanciagranate e perfino armi portatili terra – aria. Il 27 Luglio un primo reparto federale composto da una ventina di uomini, agli ordini del Maggiore Popov, intercettò una pattuglia avanzata cecena e si mosse a neutralizzarla. Il comando federale supportò l’azione inviando elicotteri da combattimento, e nel giro di poche ore combattimenti si accesero in tutta la gola. Popov aveva sottostimato l’entità delle forze nemiche, pensando di trovarsi davanti al massimo una decina di militanti, ma il rabbioso fuoco di risposta che ricevette, diretto anche contro gli elicotteri, rese presto chiaro che Gelayev aveva portato con sé svariate decine di uomini.

Ruslan Gelayev (al centro, in nero) circondato dai suoi uomini

LA BATTAGLIA

Non potendo procedere oltre per via della accanita resistenza dei militanti, Popov, optò per assumere una posizione difensiva e chiamare rinforzi: nel giro di alcune ore giunsero sul campo di battaglia alcune unità di mortaio che presero a bombardare le posizioni tenute dai gelayeviti. Il bombardamento fu efficace, e nel giro di poche ore produsse lo sbandamento della forza cecena. I russi presero ad avanzare, raggiunsero le posizioni nemiche e le assaltarono, prendendo cinque prigionieri e rinvenendo i resti di parecchi militanti. I prigionieri confermarono che la loro unità, composta da una venticinquina di uomini era l’avanguardia di un gruppo più corposo. I federali catturarono parecchie armi di ottima fattura, tra le quali 5 MANPADS.

Era chiaro che il reparto che era stato attaccato e distrutto dai russi non era né l’unico, né il più consistente, così le truppe federali continuarono ad affluire in zona, tentando di intercettare gli altri. Stavolta, tuttavia, le bande di Gelayev erano penetrate nei boschi circostanti la gola, e per stanarli sarebbe servita una lunga caccia all’uomo senza la copertura dell’artiglieria e dell’aereonautica. Reparti russi e ceceni si scontrarono nelle ore seguenti, in un complesso gioco di imboscate e sganciamenti durante il quale i reparti avversari giunsero a scontrarsi a distanza molto ravvicinata. In uno di questi scontri lo stesso Maggiore Popov rimase ucciso, probabilmente da un colpo di cecchino. Al calar del sole, Gelayev capì che anche se fosse riuscito ad aver ragione delle truppe federali (le quali, comunque continuavano ad affluire copiosamente) non avrebbe avuto alcuna possibilità di uscire dalla gola. Avendo perduto l’effetto sorpresa, e non potendo competere con i federali in campo aperto, decise quindi di far ritorno a Pankisi.

Mitragliere di Gelayev

Al termine della battaglia giacevano sul campo di battaglia almeno 25 militanti. Per parte sua l’esercito di Mosca aveva patito 8 morti e 7 feriti. Nei giorni seguenti i russi tentarono di intercettare i gelayeviti in ritirata, e secondo quanto dichiarato dal comando federale un altro contingente ceceno fu individuato, attaccato e distrutto prima che riuscisse ad attraversare il confine. Il fallimento dell’operazione convinse Gelayev a rientrare in Cecenia attraverso l’Inguscezia.