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“BUCHA CECENA” – IL MASSACRO DI NOVYE ALDY

Nei giorni in cui viene pubblicato questo articolo la guerra tra Russia e Ucraina è in pieno svolgimento. E’ notizia di poche settimane fa il ritrovamento di decine di cadaveri lungo le strade e in una fossa comune nella cittadina di Bucha. Secondo il sindaco della cittadina le vittime sarebbero centinaia, uccise a sangue freddo dai militari russi in ritirata e abbandonate sul luogo dell’esecuzione. Sono state riportate anche testimonianze riguardanti strupri, saccheggi e devastazioni. La tragedia, se confermata, non sarebbe tuttavia la prima a vedere le forze armate russe responsabili di atrocità e crimini di guerra. Il triste copione di Bucha è stato più volte realizzato in Cecenia, sia durante la Prima che durante la Seconda Guerra Russo – Cecena. E in questi casi la responsabilità delle truppe del Cremlino è acclarata, e consegnata alla storia. Forse il più tragico di questi avvenimenti è quello che accadde nella cittadina di Novye Aldy, alla periferia meridionale di Grozny, il 5 Febbraio 2000.

OPERAZIONE DI “PULIZIA”

All’inizio della Seconda Guerra Cecena la cittadina di Novye Aldy contava circa trentamila abitanti. Ali primi di Gennaio del 2000 le forze federali raggiunsero i sobborghi occidentali e meridionali dell’abitato, nell’ambito dell’operazione di accerchiamento della capitale della Repubblica Cecena di Ichkeria. La cittadina aveva subito un primo bombardamento da parte dell’artiglieria e dell’aereonautica, a seguito del quale quasi tutti i residenti erano sfollati, cosicché alla fine del mese appena duemila persone, per lo più troppo anziane o malate per potersene andare, rimanevano acquattate nei seminterrati delle abitazioni, mentre nel cimitero cittadino si erano contate 75 nuove tumulazioni, in parte dovute alle esplosioni dei giorni precedenti. Novye Aldy era considerata dai russi un punto strategico non soltanto perché si trovava immediatamente a sud di Grozny (all’epoca chiamata “Dzhokhar” in onore del primo Presidente della ChRI, Dudaev) ma anche perché allo scoppio delle ostilità la sua moschea aveva ospitato una preghiera alla quale avevano partecipato il Presidente Maskhadov, l’ex Presidente Yandarbiev ed altre figure di alto profilo dell’Ichkeria. Era quindi definita una “roccaforte” degli indipendentisti, pur non essendo di fatto né trincerata, né difesa dalle forze regolari cecene.

Secondo quanto riportato dalle testimonianze dei residenti sopravvissuti, Aldy era stata temporaneamente occupata da unità alle dipendenze del Generale di Brigata Akhmed Zakayev, ma prima che i bombardamenti avessero inizio tale reparto si era già ritirato fuori dal centro abitato. Tuttavia quando le forze federali raggiunsero i suoi sobborghi, iniziò un fitto bombardamento sulla cittadina, che proseguì quasi ininterrottamente tra il 2 ed il 5 Febbraio, provocando decine di morti. Soltanto dopo che una rappresentanza di residenti locali ebbe modo di parlare con il comando militare russo, garantendo che la città fosse completamente libera da uomini armati, il bombardamento cessò, ed il giorno successivo, 5 Febbraio 2000, forze della polizia militare, la famigerata OMON, penetrarono nel villaggio per effettuare una “operazione di controllo dei passaporti”. L’operazione fu condotta da due distinti reparti: il reparto OMON della Polizia di San Pietroburgo ed un reparto eterogeneo composto da poliziotti, soldati a contratto e coscritti. Le due unità penetrarono dentro Novye Aldy da Nord e da Sud, abbandonandosi fin da subito al sistematico saccheggio delle abitazioni, prassi tristemente usuale durante entrambe le guerre russo – cecene.

IL MASSACRO

Ben presto tuttavia la portata dei crimini divenne ancora più drammatica: lungo la via principale della cittadina militari russi penetrarono casa per casa, lasciando dietro di loro una scia di morti: il primo a cadere fu il cinquantenne Sultan Temirov, che abitava al numero 170 di quella strada. Il suo corpo, privato della testa (che non fu mai ritrovata) fu rinvenuto fatto a brandelli davanti alla porta di casa. Dopo di lui fu la volta di altre ventirè persone, per lo più donne e anziane. La vittima più vecchia, Rakat Akhmadova, aveva 82 anni, e fu freddata con due colpi sul marciapiede davanti alla sua abitazione. Tra le vittime si contarono almeno sei giovani donne, una delle quali incinta, ed un bambino di un anno, giustiziato con due colpi alla testa e bruciato in strada.

I militari russi andavano di casa in casa, chiedendo la consegna di tutti gli oggetti di valore, ed ammazzando a sangue freddo chiunque opponesse resistenza, o che non consegnasse un riscatto sufficientemente alto. In altri casi, secondo le testimonianze, anche coloro che possedevano qualcosa furono successivamente giustiziate, in quanto non avevano prodotto i documenti di identità richiesti. In almeno un caso si ebbe uno stupro di gruppo ai danni di sei donne, tre delle quali successivamente strangolate. La maggior parte delle case di proprietà delle vittime furono devastate e date alle fiamme, probabilmente nel tentativo di coprire i crimini commessi. Quando, al tramonto, i militari russi se ne andarono dal villaggio, i pochi superstiti uscirono dai loro nascondigli per spegnere gli incendi, prestare soccorso ai feriti e seppellire i cadaveri. Davanti a loro si palesò il dramma di una vera e propria strage, assimilabile ad un atto di genocidio, contro civili la cui unica colpa era quella di trovarsi nel villaggio al momento dell’operazione di “pulizia” e di non possedere sufficienti risorse per comprare la loro salvezza e quella dei loro cari. Nelle case e sulle strade rimasero tra i 56 e gli 82 cadaveri. Contrariamente a quanto prescritto dalla tradizione islamica, i superstiti non seppellirono immediatamente i corpi delle vittime, ma li mantennero nelle loro posizioni originarie affinché potessero essere filmati. Nel corso dei giorni successivi furono realizzati numerosi video amatoriali, molti dei quali sono visibili oggi nel documentario Aldy: A Past That Cannot Be Forgotten che riportiamo qui di seguito.

COPERTURE DI STATO

Malgrado l’evidenza del crimine commesso, le autorità federali si mossero con estrema lentezza ed inefficacia. Dapprima si negò che la strage fosse avvenuta: interrogato sull’argomento, il Tenente Generale Stanislav Kavun dichiarò: Queste affermazioni non sono altro che un intruglio non supportato da fatti o prove. Le dichiarazioni di questa organizzazione per i diritti umani, basate esclusivamente sui resoconti verbali di testimoni anonimi, dovrebbero essere viste come una provocazione il cui obiettivo è screditare l’operazione delle forze federali contro i terroristi in Cecenia. Nel frattempo, un secondo raid dell’OMON ebbe luogo a Novye Aldyh il 10 Maggio. L’azione fu verosimilmente orchestrata per costringere i sopravvissuti al silenzio: non si registrarono ulteriori vittime, ma si verificò un nuovo, sistematico, saccheggio, e gli abitanti del villaggio furono malmenati e minacciati.

Soltanto il 14 Marzo, su pressione dell’Osservatorio dei Diritti Umani, si presentarono nel villaggio i primi investigatori. Le prime dichiarazioni degli inquirenti resero subito chiaro che l’intento del governo di Mosca fosse quello di sminuire la gravita dell’evento, e se possibile di attribuirne la responsabilità agli stessi ceceni, i quali si sarebbero travestiti da soldati russi ed avrebbero compiuto la strage con l’intento di screditare le forze federali. Nel corso degli anni successivi, nessun responsabile fu mai individuato dalle autorità russe, e l’unico soldato riconosciuto colpevole di saccheggio ed omicidio, un poliziotto OMON dell’unità di San Pietroburgo, dopo essere stato condannato fece perdere le proprie tracce, dopo di che la sua condanna fu sospesa. Neanche l’intervento del Tribunale Internazionale, delle Nazioni Unite e del Consiglio d’Europa (OSCE) hanno permesso di accertare le responsabilità della strage.

Un resoconto completo della tragedia è riportato nel rapporto dell’Osservatorio per i Diritti Umani che alleghiamo di seguito:

https://www.hrw.org/reports/2000/russia_chechnya3/

“There are forces more dangerous than any tank!” Dudaev’s first speech

On November 23, 1990, the first session (and also the only one with this name) of the Chechen National Congress took place. At the end of this event, Air Force General Dzhokhar Dudaev appeared to the general Chechen public for the first time. We will not dwell on the origins of the congress, nor on the figure of Dudaev but on the words he uttered. His intervention came at the end of the work of the congress, when the delegates had already decided to vote a Declaration of Sovereignty of the Chechen Republic, and to transform the congress into a permanent political platform. We publish Dudaev’s words first of all because the full text of the speech has never been translated from Russian, and it constitutes a fundamental historical source for understanding not only the General’s political parable, but also for framing the entire evolution of Chechen nationalism.

The original Dudaev’s speech

Dear brothers and sisters. Dear comrades, our dear guests.


I sincerely congratulate you and myself on the first hours and first day of citizenship of a sovereign state. The declaration has been adopted and I am fully convinced that even if someone has the idea to object, he will be a potential enemy of our people.


The delegates of the congress took on the extraordinary responsibility of being representatives of the people. The announcement itself is not that difficult. But there is a wise saying among the people: “don’t take out the dagger unnecessarily, if you take it out, use it”.


The dagger is unsheathed. Now we need to think about how to equip a sovereign state. This is an extremely delicate and complex process. I would like to warn my compatriots that the most dangerous period regarding possible provocation, conditioning of the minds of individuals, which can lead to bloodshed, is coming right now. There are sufficient forces for this. The young man who spoke earlier recalled the danger of an attack with tanks. The tank is vulnerable. It is clearly visible, you can lie under it with and detonate it with grenades. There are forces more dangerous than any tank, plane, and any weapon. Seven-story buildings (KGB) located on the next street. Even if one person sits in each of their offices, one can imagine what forces there are for this republic. Not a single autonomous republic has such potential, even just in terms of building. Probably down below too, a couple of floors underground.

The KGB building in Grozny before the war


No matter how difficult it is to recognize and assume this responsibility: if the sovereign republic does not have its own protection forces, guarantors of the republic’s security, and a Ministry of the Interior, if it is not willing to mobilize, to create its own formations, a sovereign republic, at the present stage, does not exist.


This confirms the course of events, the ongoing struggle in all regions. And as has been said here, now we must act and not wait for outside help. If we present a bill, my personal belief is that Russia should stay closer. Where is the evolved parliament, where are the capable forces, the forces of democracy and the master generator of perestroika. It is necessary to present to the allied department all the reports we are talking about for the damage suffered by our little and poor peoples on this earth.


The well-being that today is relatively available in the republic compared to other regions and is ensured, first of all, by the flexibility of the management, to which due must be recognized, and no less by the wisdom of the people. A beautiful land, one of the most fertile corners, nature always gives birth to beautiful people: soul, body, spirit, will, character, all positive natural qualities. Of which we talk a lot …


I asked my compatriots not to turn the glory of the past on them, the best people of Russia and all countries of the world spoke of this glory. When we talk about it ourselves, it means that the spiritual potential of the present generation has run out.

Dudaev at the first session of the Chechen National Congress


It would seem …


So, I have so many proposals, that (if the Organizing Committee of the Congress is interested), and with full conviction (if until now there were doubts about the possibility of maintaining democracy, the creation of a rule of law), then young people of the Organizing Committee, which in the most difficult conditions managed to convene the People’s Congress (the highest organization of our time), then there is the potential of young people, there is the strength of young people.


The rest of the proposals on Parliament, if they are of interest to the Management and the Organizing Committee, I will send them in writing.
Thanks for your attention, good luck and on.

LA PACE PRECARIA – Il trattato di pace Russo – Ceceno

Il 12 Maggio 1997 la Repubblica Cecena di Ichkeria e la Federazione Russa firmarono un trattato di pace con il quale intendevano porre fine alla Prima Guerra Russo – Cecena. Nonostante che in esso la Russia riconoscesse De Jure la Repubblica Cecena di Ichkeria, le clausole contenute nell’accordo furono interpretate in maniera assai differente dalle due parti. Il diverso approccio tenuto da Mosca e da Grozny rispetto al Trattato di Pace avrebbe impedito la risoluzione pacifica del conflitto, e creato le premesse per una nuova guerra.

Il testo del trattato in inglese e in russo

IL TRATTATO DI MOSCA

Il 12 Maggio1997 la delegazione cecena, composta da Maskhadov, Ugudov e Zakayev raggiunse Mosca, dove procedette alla firma solenne del Trattato di Pace tra la Federazione Russa e la Repubblica Cecena di Ichkeria. La firma del Trattato fu un evento epocale: per la prima volta in quattrocento anni di guerre e tensioni il governo di Mosca e quello di Grozny si promettevano ufficialmente la pace. Vennero firmati due documenti: il primo si intitolava “Trattato di Pace e Principi di Relazione tra la Federazione Russa e la Repubblica Cecena di Ichkeria”, il secondo si chiamava “Accordo tra il governo della Federazione Russa e il governo della Repubblica Cecena di Ichkeria sulla cooperazione economica reciprocamente vantaggiosa e la preparazione delle condizioni per la conclusione di un trattato su vasta scala tra la Federazione Russa e la Repubblica Cecena di Ichkeria”. I due documenti, dagli altisonanti titoli, avrebbero dovuto essere la base giuridica sulla quale si sarebbero costruiti i rapporti tra Russia e Cecenia. Il “Trattato di Pace” iniziava con un epico preambolo riguardo la reciproca volontà di “[…] Porre fine al confronto secolare, cercando di stabilire relazioni forti, uguali e reciprocamente vantaggiose […]”. Un iniziò di tutto rispetto, dal quale ci si aspetterebbe un lungo ed articolato Trattato. E invece niente di questo. Il Documento si costituiva di cinque articoli, e soltanto tre contenevano qualcosa di politicamente rilevante. In essi Russia e Cecenia si impegnavano:

  • A rinunciare in modo permanente all’uso ed alla minaccia dell’uso della forza come forma di risoluzione di eventuali controversie;
  • A Costruire le loro relazioni conformemente ai principi ed alle norme generalmente riconosciuti dal diritto internazionale, e ad interagire in aree definite da accordi specifici;
  • A considerare il Trattato come base per la conclusione di qualsiasi altra negoziazione.

Di per sé le tre affermazioni possono essere considerate solide basi di negoziazione politica, ma a ben guardare si prestano a molteplici interpretazioni, come tutti gli altri “documenti”, “dichiarazioni” e “protocolli” firmati fino ad allora dalla marea di delegazioni che fin dal 1992 avevano cercato di trovare un accordo tra le parti. In particolare Maskhadov considerò il Trattato come il riconoscimento dell’Indipendenza cecena, dichiarando che la sua sottoscrizione apriva “Una nuova era politica per la Russia, il Caucaso e l’intero mondo musulmano”. Uno dei funzionari della politica estera cecena, delegato in Danimarca per conto della Repubblica Cecena di Ichkeria, Usman Ferzauli, quando venne inviato da Maskhadov a firmare le Convenzioni di Ginevra, dichiarò: “[…] La Russia, firmando nel maggio 1997 il Trattato di Pace con la Repubblica Cecena di Ichkeria di fatto ha riconosciuto la Repubblica. Abbiamo il diritto di considerarci un soggetto di diritto internazionale. […].”. Anche alcuni ricercatori internazionali, come Francis A. Boyle, professore presso il College Law dell’Università dell’Illinos, produssero ricerche giuridiche sul Trattato. Nella discussione di Boyle si legge: “L’elemento più importante del trattato è il suo titolo: “Trattato sulla pace e i principi delle interrelazioni tra la Federazione russa e l’Ichkeria della Repubblica cecena”

Maskhadov ed Eltsin si stringono la mano

IL PARERE FAVOREVOLE

Secondo i principi di base del diritto internazionale, un “trattato” è concluso tra due stati nazionali indipendenti. In altre parole, il CRI viene trattato dalla Federazione Russa come se fosse uno stato nazionale indipendente ai sensi del diritto e delle prassi internazionali. […] Allo stesso modo, l’uso del linguaggio “Trattato sui … principi di interrelazione” indica che la Russia sta trattando la CRI come uno stato nazionale indipendente anziché come un’unità componente della Federazione Russa. Normalmente, “i principi delle interrelazioni” tra uno stato federale come la Federazione Russa e un’unità componente sono determinati dalla Costituzione dello stato federale. Questo documento non dice nulla della Costituzione della Federazione Russa.  […]Certamente l’elemento più importante del titolo del Trattato è l’uso del termine “Repubblica Cecena di Ichkeria”. Questo è il nome preciso che il popolo ceceno e il governo ceceno hanno deciso di dare al loro stato nazionale indipendente. In altre parole, ancora una volta, la Federazione Russa ha fornito ai Ceceni il riconoscimento di fatto (anche se non ancora di diritto) come stato nazionale indipendente alle loro condizioni. […] L’articolo 1 del trattato è sostanzialmente in linea con il requisito dell’articolo 2, paragrafo 4 della Carta delle Nazioni Unite secondo cui gli Stati membri “si astengono dalle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza ….” Allo stesso modo, la Carta delle Nazioni Unite Articolo 2, paragrafo 3, impone agli Stati membri di “risolvere le loro controversie internazionali con mezzi pacifici ….” Quindi, con questo Trattato, la Federazione Russa ha formalmente riconosciuto il suo obbligo di trattare la CRI in conformità con questi due requisiti fondamentali della Carta delle Nazioni Unite. […] Il secondo articolo dell’accordo è estremamente importante: “Costruire le nostre relazioni corrispondenti ai principi e alle norme generalmente accettati del diritto internazionale …” Secondo la mia opinione professionale, l’unico modo in cui l’articolo 2 del presente trattato può essere correttamente letto alla luce di tutto ciò che è stato detto in precedenza nel suo testo è che la Federazione russa sta trattando l’IRC come se fosse di fatto (anche se non ancora de jure) stato nazionale indipendente ai sensi del diritto e delle prassi internazionali, con una propria personalità giuridica internazionale. Solo gli stati nazionali indipendenti sono soggetti ai “principi e norme generalmente accettati del diritto internazionale”.  […].”

Accordi di Khasavyurt: Maskhadov e Lebed si stringono la mano

IL PARERE CONTRARIO

Il governo Russo negò questa interpretazione, considerando l’assenza di qualsiasi affermazione chiara in merito. Rispetto a questo, negli anni successivi sarebbe sorto un lungo dibattito, il che già di per sé dimostra quanto generici fossero gli impegni assunti dalle parti e quanto poco chiaro fosse il documento in se. In una sua trattazione del tema, il ricercatore russo Andrei Babitski scrisse:

“L’essenza di questo documento è semplice. E’ solo un documento sulla cessazione delle operazioni militari. […] Non menziona la capitolazione da parte di nessuna delle parti, non proclama nessuno vincitore e non formula principi chiari per governare le relazioni tra Russia e Cecenia. La risposta a queste domande è stata rinviata. La cosa più importante era terminare la guerra.”.

Silvia Serravo, ricercatrice esperta in questioni caucasiche, specificò in un’intervista:

“Il documento contiene la possibilità di interpretazioni diverse. […] L’indipendenza della Cecenia non è stata riconosciuta. Tuttavia, il documento ha reso possibile, almeno per la parte cecena, interpretarlo come il riconoscimento da parte della Russia dell’indipendenza cecena. […] Il trattato può certamente essere considerato un risultato. […] Tuttavia si può sempre speculare sulla misura in cui le parti erano sincere quando fu firmato questo documento e se la conclusione del Trattato si basava su alcuni motivi fraudolenti.”

INDIPENDENZA “SOSPESA”

Il secondo documento, collaterale al primo, conteneva un altra generica serie di intese difficilmente realizzabili. In esso si definiva l’attuazione dei contenuti degli Accordi di Khasavyurt in fatto di ripristino dei servizi vitali per la popolazione civile, il regolare pagamento delle pensioni e degli stupendi pubblici da parte della Federazione Russa,  il pagamento di un risarcimento alle vittime dei combattimenti, la “piena attuazione del programma di ripristino del complesso socioeconomico” del paese, il rilascio di ostaggi e prigionieri, e lo scioglimento della Commissione Governativa congiunta riguardo alla gestione del periodo interbellico, contemporaneamente all’entrata in vigore del Governo uscito dalle Elezioni del Gennaio precedente.

Se il primo documento, come abbiamo visto, poteva lasciar pensare che la Russia volesse trattare la Cecenia come uno Stato indipendente, il secondo assomigliava molto ad un accordo interfederale tra una repubblica autonoma bisognosa di aiuto ed un governo centrale che intendeva corrisponderglielo. Particolarmente evidente era l’impegno, da parte di Mosca, di erogare gli stipendi pubblici dell’amministrazione cecena. Questo passo è fondamentale, perchè accettandolo Maskhadov riconobbe implicitamente l’autorità di Mosca di mantenere la struttura amministrativa della Cecenia esattamente come faceva ai tempi dell’Unione Sovietica. Non un solo accenno era previsto riguardo al riconoscimento, anche formale, all’indipendenza del paese. Il Trattato di Pace firmato da Maskhadov fu un documento utile ad accreditare lui presso l’opinione pubblica ma fallì nel rappresentare uno strumento diplomatico utile a risolvere alcunchè. Certamente pose ufficialmente fine alla guerra e ad ogni palese ingerenza del governo federale sulla politica interna del paese, ma niente oltre a questo.

Il Trattato non riconobbe in maniera inequivocabile l’indipendenza del paese, ma si limitò a stabilire gli strumenti tramite i quali i due stati avrebbero comunicato tra loro. Dette ampia libertà di interpretazione sia al governo ceceno, che vide in quelle poche righe un implicito riconoscimento da parte di Mosca, che al governo russo, che ci riconobbe esclusivamente l’impegno assunto a riportare su binari politici il conflitto. Sul momento comunque sia Maskhadov che Eltsin poterono dirsi soddisfatti: il primo tornava in patria con un trattato di pace tra le mani, qualcosa che i Ceceni non avevano mai visto in tutta la loro storia. Il secondo tirava un sospiro di sollievo e metteva un temporaneo tampone a quella emorragia di consensi che era stata la Prima Guerra Cecena.

AKHMED ZAKAYEV AL TRIBUNALE INTERNAZIONALE DELL’AJA

Il Governo Zakayev ha organizzato una manifestazione davanti al Tribunale Penale Internazionale dell’Aja, per spingere la corte a prendere in esame la documentazione presentata nel 2018 inerente i crimini commessi dalle forze della Federazione Russa in Cecenia. Il raduno, documentato da NEP Prague, verrà proposto dall’emittente in una serie di video. Di seguito pubblichiamo il primo tra questi, corredato di sottotitoli in italiani realizzati da Francesco Benedetti

“Il Tribunale dell’Aia per Putin. 
Il Tribunale dell’Aia per la Russia. “
Sottotitoli in italiano

Da Grozny a Kramatorsk: l’ascesa “missilistica” di Vladimir Putin

L’8 Aprile scorso la città ucraina di Kramatorsk è stata colpita da un attacco missilistico che, con molta probabilità, è stato messo a segno dalle forze separatiste filo – russe del Donbass. La vicenda non è ancora definitivamente chiarita, ma ciò che è certo è che almeno due missili ad alto potenziale distruttivo hanno colpito la stazione ferroviaria cittadina, in quel momento affollata da centinaia di profughi in fuga dai combattimenti, provocando almeno cinquanta morti ed un numero imprecisato di feriti. Il copione è tristemente simile a quello di molti altri bombardamenti missilistici occorsi in aree di guerra nelle quali le forze dell’esercito russo erano presenti, come operatori diretti o come consiglieri militari. C’è n’è uno, in particolare, che ricordiamo oggi: quello del 21 ottobre, passato alla storia come la “strage del mercato di Grozny”.

I PRIMI MISSILI DI PUTIN

Dalla fine di Agosto del 1999 l’aereonautica federale iniziò a bombardare Grozny, preparando il terreno per l’invasione di terra, la quale sarebbe scattata nell’Ottobre seguente. La città, già ridotta ad un cumulo di macerie dalla prima guerra, terminata appena tre anni prima, si trovò ad affrontare un secondo martellamento, che divenne ancora più catastrofico quando l’artiglieria campale russa occupò le colline del cosiddetto Terek Ridge, godendo così di una comoda postazione di tiro sulla capitale della ChRI. A dirigere l’invasione c’era un “giovane” Vladimir Putin, appena nominato Primo Ministro da un sempre più debilitato Boris Eltsin.

Artiglieria russa in bombardamento

Nonostante l’assedio imminente, decine di migliaia di civili erano ancora dentro Grozny quando l’artiglieria prese a cannoneggiare la città. Uno dei centri di aggregazione più importanti per i cittadini era il mercato centrale, nel quale si commerciava ogni sorta di prodotto, dai generi alimentari ai vestiti, fino alle armi da fuoco. Il 21 Ottobre una pioggia di missili SCUD si abbatté sulla città: due di questi esplosero poco lontano dall’unico reparto di maternità funzionante nella città, a pochi passi dal compound presidenziale e dall’ufficio postale centrale, uccidendo una trentina di persone tra le quali giovani madri con i loro neonati. Un altro colpì una moschea del sobborgo di Kalinina, uccidendo 41 fedeli intenti a pregare. Altri tre missili caddero nel quartiere del mercato centrale. La prima esplosione avvenne ad una cinquantina di metri dal bazar, e distrusse Mira Street, proiettando una pioggia di schegge che falciarono chiunque si trovasse in giro in quel momento. Poco dopo altri due missili caddero ad una distanza di circa 80 metri l’uno dall’altro, colpendo in pieno il mercato ed uccidendo una novantina di civili, molti dei quali residenti di etnia russa. I soccorsi raggiunsero prontamente il luogo della strage ma un’ora dopo sulla piazza cadde ancora un altro missile, falciando i soccorritori ed i giornalisti accorsi a documentare il disastro. Morirono altre decine di persone, tra le quali il giornalista del Groznensky Rabochy Supian Ependyev. Fu il primo di una lunga serie di giornalisti che avrebbero perso la vita nel tentativo di raccontare la seconda guerra cecena.

LA PRIMA STRAGE DI PUTIN

 Oltre ai più di cento morti l’assalto provocò dai 250 ai 500 feriti, molti dei quali gravissimi. Alcuni, caricati su mezzi di fortuna si diressero in convoglio verso l’Inguscezia, ma i numerosi checkpoint russi lungo la strada impedirono alla maggior parte di questi di raggiungere celermente gli ospedali ingusci. Il bombardamento provocò una nuova ondata di profughi che dalla città iniziarono a defluire confusamente verso nord. Un convoglio di questi, dopo essere stato fermato e costretto a fare dietrofront, venne erroneamente bombardato dall’aereonautica federale, che lo aveva scambiato per un distaccamento militare.

I russi negarono qualsiasi coinvolgimento, dichiarando che le esplosioni fossero frutto di un regolamento di conti tra bande illegali o l’esplosione di un magazzino di armi adiacente al mercato, ma le numerose registrazioni video del luogo della strage, nelle quali erano ben presenti i resti di missili balistici ed i crateri da impatto delle loro testate, smentirono la versione del Cremlino. Si trattò a tutti gli effetti di un bombardamento su obiettivi prevalentemente civili: anche ammettendo che nel bazar fossero in vendita delle armi, la stragrande maggioranza degli stand vendevano generi alimentari e vestiario, ed in quel momento erano affollati da civili in cerca di beni di consumo. Il bombardamento sollevò la prima forte reazione da parte della comunità internazionale: il Presidente del Parlamento Europeo, Lord Russell – Johnston, si disse “scioccato” ed accusò il governo russo di violare i diritti umani e le leggi di guerra. Simili condanne giunsero dal Presidente dell’Unione Europea, il finlandese Paavo Lipponen, e dal Cancelliere tedesco Gerard Schroder. Il Consiglio d’Europa chiese a Putin di riferire quanto prima i suoi piani per porre fine al conflitto. Il Segretario di Stato americano Madeleine Albright definì l’azione “deplorevole ed inquietante”.  Le proteste dei leader occidentali, blandamente supportate dall’ONU, non fermarono comunque l’invasione.

VIdeo che mostra il bombardamento del Mercato di Grozny del 21 Ottobre 1999
Video che mostra le vittime del bombardamento

Quando Maskhadov chiedeva all’Europa di fermare Putin – La lettera al G7

Tra il 20 ed il 22 Luglio del 2001 si tenne a Genova un vertice del G – 8 , il gruppo delle principali potenze economiche della Terra (G – 7) implementato (dal 1997 al 2013) dalla presenza della Russia. In vista di questo incontro, il Presidente della Repubblica Cecena di Ichkeria, Aslan Maskhadov, inviò una lettera ai rappresentanti di quei governi, che riportiamo integralmente, in italiano e in inglese.

Come nei riguardi delle parole di Dudaev sulla futura guerra in Ucraina, quelle di Maskhadov sull’ondivago rapporto delle democrazie occidentali con il regime di Vladimir Putin suonano tristemente concrete in questi giorni.

VERSIONE ITALIANA

Gentili Eccellenze,

Io, Aslan Maskhadov, presidente democraticamente eletto della Repubblica cecena di Ichkeria, scrivo questo appello disperato in nome del mio popolo, vittima di una guerra genocida il cui omicidio quotidiano deve ancora risvegliare la coscienza del mondo che guidate. Siamo miserabili, sanguinanti e schiavi come voi siete ricchi, potenti e liberi. Presto vi riunirete a Genova tra lo splendore e la cerimonia che si addice al vostro posto, in prima fila tra le nazioni. Guardie d’onore vi saluteranno, vi incontrerete nei palazzi e il mondo ascolterà ogni vostra parola. Io vi scrivo da un luogo di sterminio putrido, di carneficina, e come i miei fratelli rimango un braccato nel mio paese. Anch’io ho avuto dalle urne il privilegio e la responsabilità di guidare la mia nazione, ma Mosca mi definisce un bandito, un terrorista e un criminale. Al di là dei confini del mio piccolo paese, le mie parole sembrano contare poco, così come il grido angosciato del mio popolo vi lascia ancora sorprendentemente muti e sordi. Quindi continuerò a scrivere finché il silenzio non sarà squarciato.

Converrete al vostro vertice per considerare la riduzione del debito per i paesi poveri del mondo in via di sviluppo. Questo è un obiettivo lodevole, ed è senza dubbio la speranza di milioni di persone che la preoccupazione umanitaria motivi i forti a cercare di porre fine alla miseria a contratto per i deboli. Ma se riconoscete la silenziosa violenza della povertà sugli indigenti e sugli affamati, perché vi allontanate da noi? Noi che moriamo tra le fiamme della sporca guerra del Cremlino, siamo meno degni di compassione? Cosa ci ha reso invisibili a voi? Temo di conoscere la risposta. Temo che le fredde esigenze della realpolitik assicurino le vostre inazioni e condannino il nostro destino. Per non danneggiare una relazione incerta con una nuova Russia fragile e instabile, siete disposti a trascurare l’annientamento del mio popolo. Ai vostri occhi, per il bene di interessi più grandi, siamo una nazione sacrificabile. Quindi concedete un posto a tavola a un ospite d’onore, il presidente russo Vladimir Putin, e gli stringete la mano come leader di una grande democrazia, applaudendolo come un riformatore che condivide i vostri valori.

Aslan Mahadov (a sinistra) e Alexander Lebed (a destra) firmano gli Accordi di Khasavyurt

Se poteste sopportare di vedere il vero volto della Cecenia sotto l’agonia dell’occupazione russa, potreste sinceramente continuare a offrire tali lodi? Su una popolazione che un tempo contava un milione di persone, un ceceno su sette è ora morto. 250.000 dei nostri civili sono rifugiati. Privi dei beni di prima necessità, molti sono devastati da malattie e denutrizione, soprattutto anziani e giovani. Più di 20.000 civili e membri della resistenza subiscono la prigionia nei nuovi Gulag, i cosiddetti campi di filtrazione. Costretti in condizioni disumanizzanti e primitive con poche o nessuna assistenza medica, il che supera di gran lunga i peggiori standard del sistema penale russo, la vita nei campi improvvisati vede l’uso sadico e sistematico della tortura. Bruciature con le sigarette, percosse paralizzanti, soffocamento, annegamento negli escrementi umani, mutilazioni con coltelli, scosse elettriche ad alto voltaggio e abusi sessuali sono solo alcune delle pratiche comuni. Alla fine molti prigionieri vengono uccisi. Sicuramente per alcuni questa deve essere una gradita liberazione dall’inferno.

Le nostre donne vengono spesso radunate a caso e violentate in gruppo. In una politica comune sulla terra bruciata, i villaggi vengono saccheggiati, poi rasi al suolo e i maschi normodotati, compresi i ragazzi di età pari o inferiore a 15 anni, vengono portati via e scompaiono. Qualsiasi ceceno può essere arrestato senza accusa o ricevere la pena capitale senza processo. Le esecuzioni sommarie sono all’ordine del giorno per uomini, donne e bambini di tutte le età. I corpi dei morti vengono spesso mutilati deliberatamente e lasciati in mostra, la loro sepoltura vietata. I nostri morti servono anche come nuova forma di moneta, con i soldati russi che costringono i parenti a pagare ingenti riscatti prima che possano ottenere i resti dei loro cari. Innumerevoli fosse comuni giacciono nascoste in un paesaggio costellato da villaggi rasi al suolo e rovine in fiamme. Le nostre infrastrutture non esistono più. Solo nelle ultime due settimane una dozzina di villaggi nel sud-est e nell’ovest della Cecenia sono stati nuovamente terrorizzati, oltre 300 civili uccisi in una perquisizione sistematica e altre migliaia imprigionati, torturati e violentati. Abbiamo informato il Consiglio d’Europa, ma inutilmente. Questa è la verità più oscura della realpolitik. Terrore, macellazione e follia sono il prezzo che paghiamo per garantire il pragmatismo della diplomazia internazionale.

Grozny distrutta dai bombardamenti

Nel 1945 avete sconfitto i mali del militarismo, del fascismo e del nazismo. Quelle nazioni tra voi che avevano dato vita al mostruoso colosso e all’olocausto della guerra mondiale, hanno giurato di non ripetere mai gli stessi errori fatali e si sono forgiati con uno spirito nuovo per stare con orgoglio tra le democrazie più antiche. In oltre mezzo secolo di progressi insieme avete costruito nuove istituzioni per la comunità delle nazioni, l’ONU, la NATO, l’UE e l’OSCE, tra gli altri organismi regionali e globali, volte a un futuro più equo e più sicuro. Avete impedito il giorno del giudizio di un conflitto nucleare e il vostro esempio ha abbattuto il muro di Berlino, sollevando il giogo del comunismo e ponendo fine a una lunga guerra fredda. Avete smantellato i vostri imperi coloniali e avete permesso che i popoli ex sudditi fossero liberi. Avete combattuto il razzismo in patria e all’estero e le vostre voci hanno contribuito a sconfiggere la macchia dell’apartheid. Più e più volte avete incoraggiato le virtù della democrazia a trionfare sulla dittatura. Forse soprattutto, a Norimberga hai risposto ai tuoi più nobili istinti stabilendo lo stato di diritto ei diritti umani come principi inviolabili e universali che riterrebbero per sempre la barbarie responsabile di un codice di condotta civile.

Allora, com’è possibile celebrare Slobodan Milosevic che finalmente affronta il giudizio all’Aia ma abbracciare Putin come un partner credibile? Com’è possibile che vi siete mobilitati per affrontare la nuda aggressione durante la Guerra del Golfo, che siete intervenuti quando avete assistito alla pulizia etnica e alla ferocia in Bosnia, Kosovo, Timor e Sierra Leone e ora pronunciate raramente la parola Cecenia? Condannate e isolate il regime dello SLORC in Myanmar e i talebani in Afghanistan. Fate pressione sulla Cina per i suoi abusi in Tibet e la sua persecuzione di intellettuali dissidenti e seguaci religiosi, ma non dite nulla sull’omicidio di massa di civili ceceni. Praticate un’instancabile diplomazia cercando di assicurare la pace in Medio Oriente, Irlanda del Nord, Macedonia, Kashmir, Congo, persino in Sudan, dov’è la vostra iniziativa di pace cecena?

Artiglieria russa spara nei dintorni di Tolstoy – Yurt, Novembre 1999

In nome di una nazione morente vi prego di non abbandonarci più. Chiedo che adottiate collettivamente misure per favorire la ripresa dei negoziati di pace e l’emanazione di un cessate il fuoco immediato garantito e monitorato da parti neutrali. Vi prego inoltre di chiedere, in conformità con il diritto internazionale, il dispiegamento di aiuti umanitari, personale sanitario e medico disperatamente necessari. Vi imploro inoltre di chiedere il ritorno senza ostacoli degli investigatori dei diritti umani delle ONG, degli osservatori delle istituzioni internazionali e di tutti i membri della stampa mondiale attualmente esclusi dall’entrare in Cecenia. Mi rivolgo a voi, come leader del mondo libero, a raccogliere il coraggio morale in armonia con le tradizioni democratiche che rappresentate e che avete giurato di sostenere per fare pressione sulla Russia affinché cessi lo sterminio del mio paese, per ritenerlo responsabile del genocidio e per imporre sanzioni se Mosca non desisterà.

La ferocia che dobbiamo sopportare non è nuova. Ricordiamo le miniere di sale di Stalin, le sue torri di guardia, il filo spinato e le tombe anonime. Il dolore dell’esodo e del genocidio lo abbiamo già conosciuto. Così riconosciamo gli altri con i quali condividiamo una terribile fratellanza di orrore. Gli scheletrici ebrei e rom nei forni di Dachau e Auschwitz. La carne da baionetta di Nanchino. Gli antichi figli del Biafra dagli occhi sbarrati. La madre implorante e il bambino di fronte ai fucili a My Lai. Gli arabi di palude dell’Iraq soffocati dalle nuvole di gas mostarda. I tutsi del Ruanda massacrati sulla strada di Kigali dai coltelli dell’Interhamwe. Sono tutti i nostri fratelli e sorelle martiri nell’eredità di un omicidio senza senso. Solo il nostro massacro, la nostra morte non è di ieri, appartiene all’incubo vivente del presente. Quanti ceceni saranno morti nel tempo che impiegherete a leggere questa lettera? Quanti altri dovremo seppellire prima della fine del vostro vertice? Non mancate di parlare, per amore dell’umanità e della giustizia agite ora sulla vostra coscienza o nel tempo anche la storia vi segnerà con una pagina di vergogna. Se continuate a restare inerti mentre il mio popolo svanisce in un bagno di sangue, se non agite con convinzione e determinazione come avete fatto in Ruanda, i fantasmi ceceni macchieranno il vostro onore come fanno con quello russo.

Possa Dio concedervi la saggezza e la visione per servire la causa della pace e della giustizia

Rispettosamente

Aslan Maskhadov

Presidente della Repubblica Cecena di Ichkeria

ENGLISH VERSION

Dear Excellencies,

I, Aslan Maskhadov, the democratically elected President of the Chechen Republic of Ichkeria, write this desperate appeal in the name of my people, the victims of a genocidal war whose daily murder has yet to awaken the conscience of the world you lead. We are as wretched, bloody and enslaved as you are rich, mighty and free. You will soon gather in Genoa amidst the splendor and ceremony that befits your place in the front rank of nations. Guards of honour will salute you, you will meet in palaces and the world will listen to your every word. But I write you from a killing ground putrid with slaughter and like my brethren I remain a hunted man in my own country. I too won the privilege and responsibility of leading my nation from the ballot box, but Moscow calls me a bandit, a terrorist and a criminal. Beyond the confines of my tiny country, my words seem to count for little, just as the anguished cry of my people still astonishingly leaves you mute and deaf. So I will continue to write until the silence is pierced.

You will join in your summit to consider debt relief for the impoverished developing world. This is a laudable aim, and it is the hope no doubt of countless millions that humanitarian concern motivates the strong to seek an end to indentured misery for the weak. But if you acknowledge the quiet violence of poverty upon the destitute and the hungry why do you turn away from us? We who die in the flames of the Kremlin’s dirty war, are we less worthy of compassion? What has made us invisible to you? I fear I know the answer. I fear the cold exigencies of realpolitik ensure your inaction and seal our fate. Lest you damage an uncertain relationship with a fragile and volatile new Russia, you are willing to overlook the annihilation of my people. In your eyes, for the sake of larger interests we are an expendable nation. So you grant a seat at the table to an honoured guest, Russian President Vladimir Putin, and shake his hand as the leader of a great democracy, applauding him as a reformer who shares your values.

Fossa comune in Cecenia

If you could stand to see the true face of Chechnya under the agony of Russian occupation, could you sincerely continue to offer such praise? Out of a population that once numbered a million, one in seven Chechens is now dead. 250,000 of our civilians are refugees. Bereft of the most basic necessities, many are ravaged by disease and malnutrition, especially the elderly and the young. More than 20,000 civilians and resistance members endure imprisonment in the new Gulags, the so-called filtration camps. Held in dehumanizingly foul and primitive conditions with little or no medical care that far exceed the worst standards of the Russian penal system, life in the improvised camps sees the sadistic and systematic use of torture. Burning with cigarettes, crippling beatings, suffocation, drowning in human excrement, mutilation with knives, high voltage electric shock and sexual abuses are only some of the common practices. Many prisoners are ultimately killed. Surely for some this must be a welcome deliverance from hell.

Our women are often rounded up at random and gang raped. In a common scorched earth policy villages are looted then razed and the able bodied males including boys 15 and under are swept up and disappeared. Any Chechen can be arrested without charge or receive capital punishment without trial. Summary executions are an everyday occurrence for men, women and children of all ages. The bodies of the dead are often deliberately mutilated and left on display, their burial forbidden. Our dead also serve as a new form of currency, with Russian soldiers forcing relatives to pay large ransoms before they can obtain the remains of their loved ones. Countless mass graves lie hidden in a landscape dotted by flattened villages and burning ruins. Our infrastructure no longer exists. Only in the last two weeks a dozen villages in south eastern and western Chechnya were again terrorised, over 300 civilians murdered in a systematic sweep and thousands more imprisoned, tortured and raped. We informed the Council of Europe but to no avail. This is the darker truth of realpolitik. Terror, butchery and madness is the price we pay to ensure the pragmatism of international diplomacy.

In 1945 you defeated the evils of militarism, fascism and Nazism. Those nations among you that had given birth to the monstrous juggernaut and holocaust of world war, vowed never to repeat the same fatal errors and forged yourselves in a new spirit to stand proudly among the elder democracies. Over half a century of progress together you built new institutions for the community of nations, the UN, NATO, the EU, and the OSCE, among other regional and global bodies, aimed towards a more equitable and safer future. You prevented the doomsday of a nuclear conflict and your example brought down the Berlin Wall, lifting the yoke of communism and ending a long cold war. You dismantled your colonial empires and allowed former subject peoples to be themselves. You fought racism at home and abroad and your voices helped to vanquish the stain of apartheid. Time and again you fostered the virtues of democracy to triumph over dictatorship. Perhaps above all, at Nuremberg you responded to your most noble instincts establishing the rule of law and human rights as inviolable, universal principles that would forever hold barbarism accountable to a civilised code of conduct.

So how is it that you celebrate Slobodan Milosevic at last facing judgement at the Hague but embrace Putin as a credible partner? How is it possible that you mobilised to confront naked aggression during the Gulf War, intervened when you witnessed ethnic cleansing and savagery in Bosnia, Kosovo, Timor and Sierra Leone and now seldom even utter the word Chechnya? You condemn and isolate the SLORC regime in Myanmar and the Taliban in Afghanistan. You pressure China over its abuses in Tibet and its persecution of dissident intellectuals and religious followers, but you say nothing about the mass murder of Chechen civilians. You practice tireless diplomacy trying to secure peace in the Middle East, Northern Ireland, Macedonia, Kashmir, the Congo, even the Sudan, where is your Chechen peace initiative?

In the name of a dying nation I beg you not to forsake us any longer. I ask that you collectively take steps to foster the resumption of peace negotiations and the enactment of an immediate cease-fire guaranteed and monitored by neutral parties. I beseech you further to demand in accordance with international law the deployment of desperately needed humanitarian aid, health and medical personnel. I further implore you to seek the return without hindrance of NGO human rights investigators, observers from international institutions and all members of the global press currently being barred from entering Chechnya. I appeal to you as leaders of the free world to muster the moral courage in keeping with the democratic traditions you represent and have sworn to uphold to pressure Russia to cease its extermination of my country, to hold it accountable for genocide, and to impose sanctions if Moscow will not desist.

The savagery we must bear is not new. We remember Stalin’s salt mines, his guard towers, barbed wire and unmarked graves. The pain of exodus and genocide we have known before. So we recognise the others with whom we share a terrible kinship of horror. The skeletal Jews and Romany in the ovens of Dachau and Auschwitz. The bayonet fodder of Nanjing. The ancient, wide-eyed children of Biafra. The pleading mother and baby facing the rifles at My Lai. The marsh Arabs of Iraq choked by the clouds of mustard gas. The Tutsi of Rwanda butchered on the Kigali road by the knives of the Interhamwe. They are all our martyred brothers and sisters in the legacy of senseless murder. Only our slaughter, our death is not yesterday’s, it belongs in the living nightmare of the present. How many Chechens will have died in the time you take to read this letter? How many more must we bury by the time your summit is over? Do not fail to speak, for the sake of humanity and justice act now upon your conscience or in time history will also mark you with a page of shame. If you continue to stand idly by while my people vanish in a bloodbath, if you fail to act with conviction and resolve as you did in Rwanda, Chechen ghosts will stain your honour as surely as they do Russia’s.

May God grant you the wisdom and vision to serve the cause of peace and justice.

Respectfully,

Aslan Maskhadov
President of the Chechen Republic of Ichkeria

I CINQUEMILA GIORNI DI ICHKERIA – PARTE 9

FEBBRAIO 1992

Febbraio

POLITICA NAZIONALE – A seguito di grosse polemiche inerenti il comportamento dei suoi membri, il Parlamento revoca lo status di “istituzione statale” al Mekhk Khel”, il Consiglio degli Anziani di medievale memoria riconosciuto dal Parlamento come un corpo dello Stato nel Dicembre 1991. Nel corso di due mesi l’istituzione, guidata dall’anziano Akhmed Adizov, si è resa odiosa tra la popolazione civile e tra i parlamentari per i metodi aggressivi con i quali tenta di imporre nomine istituzionali e garantire avanzamenti di carriera ai suoi membri nelle aziende di stato.

3 Febbraio

TENSIONI SOCIALI – a Malgobek si verifica un violento scontro a fuoco tra residenti locali. Si tratta di una resa dei conti per una serie di omicidi iniziata nel maggio dell’anno precedente, e proseguita secondo le leggi criminali della faida di sangue.

4 Febbraio

POLITICA NAZIONALE – Secondo un sondaggio pubblicato dal Servizio Stampa Presidenziale, l’81% dei cittadini ceceni si fida del Presidente della Repubblica, il 77% si fida del Parlamento eletto il 27 Ottobre 1991, mentre soltanto il 7% apprezza l’operato del Mekhk – Khel.  La maggioranza degli intervistati sostiene che quest’ultimo dovrebbe essere sciolto e rieletto. Riguardo ai rapporti con la Russia, più del 60% degli intervistati teme un intervento del governo di Mosca, mentre soltanto il 3% respinge questa ipotesi.

TENSIONI SOCIALI – Nella notte viene assaltato da ignoti un deposito della Milizia del Ministero degli Interni russo. Vengono saccheggiate tremila armi da fuoco e 184.000 cartucce, oltre a tonnellate di suppellettili e vettovaglie.

5 Febbraio

POLITICA NAZIONALE – Si svolge il giuramento solenne delle prime unità dell’esercito regolare ceceno. Con Decreto Presidenziale il Presidente Dudaev licenzia i coscritti reclutati nel 1990 ed ordina la leva 1991, per una nuova generazione di giovani militari.

Forze regolari della Repubblica Cecena di Ichkeri

6 Febbraio

POLITICA NAZIONALE – Il primo stormo aereo dell’aeronautica repubblicana, al comando del Primo Collaudatore Khairuddin Visangiriev, tiene una dimostrazione di volo sui cieli di Grozny.

POLITICA ESTERA – Tensioni al confine tra il Distretto di Nozhai – Yurt e la Repubblica del Daghestan. Residenti ceceni lamentano il fatto che alcune delle terre espropriate durante l’Ardakhar non siano mai state restituite alla Cecenia, ma permangano entro i confini del Daghestan. Le autorità Daghestane si dichiarano disposte a risolvere il problema su base negoziale inter – statale.

7 Febbraio

TENSIONI SOCIALI – Nella notte una banda armata composta da decine di uomini attacca una base militare della milizia dipendente dal Ministero degli Interni russo, riuscendo a sopraffare le guardie (LEGGI L’APPROFONDIMENTO QUI). Durante la sparatoria il deposito di munizioni della caserma esplode, provocando ingenti danni. Dieci tra gli aggressori rimangono uccisi, nessuno tra i difensori, il che lascia immaginare che l’azione sia stata in qualche modo concordata con la guarnigione a difesa del presidio. La base, rimasta senza protezione, viene invasa da una folla di centinaia di civili, ansiosi di raccogliere armi ed altri oggetti di valore. Vengono trafugati almeno 300 fucili mitragliatori, oltre ad una grande quantità di munizioni. Molti civili, nel tentativo di penetrare la base saltano su mine antiuomo poste a protezione, finendo all’ospedale in gravi condizioni. Il governo ed il parlamento ceceno accusano la Russia di aver orchestrato l’azione. Il Ministro della Stampa e dell’Informazione, Movladi Ugudov, dichiara che tali provocazioni sono riferite al previsto ritiro delle forze armate russe dal territorio ceceno. Rispetto a questo Ugudov dichiara che il governo di Grozny ha proposto un piano di ritiro ordinato delle unità militari, al quale si opporrebbero le alte gerarchie del Cremlino, desiderose di trascinare la Repubblica nel caos.

8 Febbraio

TENSIONI SOCIALI – Si registrano numerosi attacchi alle basi militari russe in Cecenia. Dudaev incolpa provocatori russi, ed in particolare il comandante della guarnigione di Grozny, Generale Sokolov. Il Parlamento concede al Presidente poteri d’emergenza per frenare il caos. Tali poteri sono accordati dall’8 Febbraio all’8 Marzo 1992.

10 Febbraio

TENSIONI SOCIALI – Dudaev impone il coprifuoco a Grozny per trenta giorni. Le formazioni militari sono messe in stato di allerta. La Guardia Nazionale viene schierata intorno al perimetro dei presidi militari, mentre il Ministro degli Interni, Umalt Alsultanov, mobilita in supporto le unità speciali della polizia antisommossa. Il Viceministro dell’Interno, Udiev, viene nominato Commissario Militare responsabile dell’attuazione del coprifuoco.

11 Febbraio

TENSIONI SOCIALI – Il comandante delle forze russe in Cecenia, Sokolov, dichiara piena adesione alle direttive del governo ceceno e “intesa completa” con il Presidente Dudaev. Egli inoltre smentisce le voci di un piano di allontanamento delle famiglie degli ufficiali da Grozny, bollandole come “bugie”.

Il Ministro della Stampa e dell’Informazione Ugudov dichiara che le recenti aggressioni alle basi militari sono frutto di un piano ordito dai resti della nomenklatura sovietica appoggiata da elementi mafiosi, con lo scopo di gettare la Repubblica nel caos e sabotare il processo di autodeterminazione del popolo ceceno.

Il Presidente della Commissione Esteri del Parlamento, Ibragim Suleimenov, dichiara che le tensioni dei giorni scorsi sono da attribuirsi a “forze – ombra mafiose” che tentano di avvantaggiarsi del disordine determinato dagli eventi della Rivoluzione Cecena. Egli esclude la possibilità di un coinvolgimento esterno, dicendosi sicuro che il “nemico” sia “interno” e che non ci sia bisogno di cercarne uno fuori dai confini del paese.

Il Consiglio degli Anziani, riunitosi a Grozny, condanna le azioni violente ed invita i cittadini alla calma. L’assemblea, cui partecipano anche i capi dei villaggi rurali, rivendica il suo ruolo di agente moderatore nel riportare la popolazione alla calma ed impedire ulteriori disordini.

POLITICA NAZIONALE – Il Presidente Dudaev presenzia ai funerali del Maggior Generale dell’Aviazione inguscio Salambek Oskanov, deceduto tragicamente il 7 Febbraio scorso durante un volo di addestramento. Insieme a Dudaev intervengono il Vicepresidente della Federazione Russa Alexander Rutskoi ed il Presidente del Consiglio Distrettuale locale, Ruslan Tatiev. Il funerale dell’alto ufficiale russo è l’occasione per tutti e tre i politici per lanciare un appello alla popolazione ed alle istituzioni coinvolte nella crisi russo/cecena, affinchè il buonsenso e la collaborazione prevalgano sulle divisioni che alimentano i conflitti sociali e politici.

il Maggior Generale Sulambek Oskanov

12 Febbraio

POLITICA NAZIONALE – Il Parlamento decreta l’istituzione della Cittadinanza Cecena, attribuibile tramite uno specifico timbro sui vecchi passaporti sovietici ancora in circolazione presso la popolazione. La procedura è resa obbligatoria per tutti i funzionari pubblici.

NEGOZIATI RUSSO/CECENI – Il Consiglio Etnico della Repubblica, organo rappresentativo di tutte le minoranze del paese, invia un appello al Soviet Supremo della RSFSR Russa affinché qualsiasi decisione di Mosca nei confronti della Cecenia sia presa in accordo con le autorità di Grozny, onde evitare che tale decisione sia accolta negativamente dalla popolazione.

13 Febbraio

POLITICA NAZIONALE – In un discorso alla TV di Stato il Presidente Dudaev si scaglia contro la leadership russa, definita “Sciovinista”. Liberando il popolo russo da ogni responsabilità, Dudaev dichiara che l’attuale governo di Mosca usa il principio del “divide et impera” per mettere i popoli caucasici l’uno contro l’altro e spingerli a confrontarsi tra loro, in modo da impedire che si uniscano in un’unica grande forza regionale capace di tenere testa alle ambizioni imperiali del Cremlino. Il discorso chiude con un appello a tutti i popoli del Caucaso affinchè si costituisca un grande raggruppamento politico in grado di difendere l’indipendenza dei popoli non – russi che abitano la regione.

14 Febbraio

POLITICA NAZIONALE – Il COFEC implementa in maniera consistente i beni di prima necessità acquistabili dai cittadini con la tessera annonaria, con l’intento di combattere la crisi alimentare che si sta abbattendo sulla repubblica.

Il Presidente del COFEC, Mamodaev, dichiara che tale aumento sarà garantito da contratti di scambio tra la Repubblica Cecena, l’Ucraina ed il Territorio di Stavropol, cui verranno consegnati prodotti petroliferi in cambio di generi alimentari di base.

Il Presidente del Comitato Nazionale per la Gestione Operativa dell’Economia (COFEC) Yaragi Mamodaev

17 Febbraio

POLITICA NAZIONALE – Il Parlamento introduce la nazionalità come requisito essenziale per ricoprire incarichi pubblici. Il meccanismo per l’ottenimento della cittadinanza rimane semplificato, a causa del fatto che non sono ancora disponibili documenti ufficiali della Repubblica.

     Proseguono i negoziati politici per la costituzione del primo governo di fiducia parlamentare. Ad oggi risultano nominati una decina di ministri tra i quali il Ministro della Stampa e dell’Informazione, Ugudov, il Ministro dell’Interno, Alsultanov, il Ministro della Cultura, il famoso ballerino Mahmoud Esambaev, e il Ministro dell’Istruzione, Yandarov.

18 Febbraio

POLITICA ESTERA – Zviad Gamsakhurdia tiene una conferenza stampa a Grozny, durante la quale rivendica il suo diritto di rappresentare la Repubblica di Georgia e dichiara illegittima la giunta militare che lo ha deposto. Gamsakhurdia definisce la sua visita in Cecenia come un incontro bilaterale tra due legittimi governi, e rifiuta di riconoscersi un rifugiato politico, dichiarando invece di essere nel pieno possesso dei suoi poteri costituzionali, solo temporaneamente usurpati da una giunta golpista. Riguardo al tema del riconoscimento formale della Repubblica Cecena da parte della Georgia, Gamsakhurdia afferma di aver già predisposto un decreto presidenziale che richiederà l’approvazione del Parlamento, e si dice fiducioso che ciò avverrà non appena la situazione politica sarà pacificata.

POLITICA NAZIONALE –  nell’ottica di inquadrare nuovi coscritti nella nascente forza armata nazionale, Dudaev emette il Decreto numero 27 del Presidente della Repubblica Sulla riabilitazione delle persone che hanno abbandonato le unità militari delle forze armate dell’ex Unione Sovietica“. In esso si depenalizza il reato di diserzione per tutti i cittadini che intendono proseguire il loro servizio militare nell’esercito della Repubblica Cecena.

19 Febbraio

POLITICA ESTERA – Dudaev e Gamsakhurdia intrattengono una lunga riunione al termine della quale emettono un comunicato congiunto. Il tema centrale di tale incontro è la costituzione di una realtà politica (e militare) caucasica in grado di tutelare gli interessi dei popoli del Caucaso dalle ambizioni imperiali della Russia.

20 Febbraio

POLITICA NAZIONALE – Con Decreto Presidenziale numero 13 viene introdotta un’ulteriore misura di calmierazione dei prezzi, limitando i margini di ricavo sulla vendita di numerosi prodotti in misura oscillante tra il 4 ed il 35%, e sostenendo la calmierazione con un contributo prelevato dal budget dello Stato. Il Ministero dell’Economia, di concerto con l’associazione agricola di categoria, dovranno stabilire prezzi fissi per i prodotti agricoli di largo consumo.

Con Decreto Presidenziale numero 15 il Comitato di Stato per la Privatizzazione ed il Comitato di Stato Antimonopolio vengono soppressi, ed i loro compiti e documenti sono assorbiti dal Ministero delle Finanze. Questa misura è volta a razionalizzare la spesa pubblica in vista di ulteriori contrazioni del bilancio. I conti correnti a disposizione dei due comitati vengono assorbiti dal Fondo per la Difesa della Repubblica Cecena.

23 Febbraio

CULTURA – In tutta la Cecenia si tengono le commemorazioni per l’anniversario della deportazione del 1944. Il Parlamento vara una legge che istituisce il 23 Febbraio come giorno di lutto nazionale.

25 Febbraio

CONFLITTI SOCIALI – In una conferenza stampa il Ministero degli Interni Umalt Alsultanov comunica i risultati del coprifuoco imposto da Dudaev. Sono state sequestrate 80 armi leggere, tra le quali 23 mitragliatrici e fucili mitragliatori, 17 pistole e 9 granate. Più di 1000 persone sono state denunciate, e 40 criminali in fuga arrestati. Le operazioni hanno coinvolto unità della polizia, della guardia nazionale e volontari “afghani”, ex militari dell’esercito sovietico rientrati volontariamente in servizio. Il dato relativo ai sequestri è piuttosto modesto, ma secondo quanto dichiarato dal Ministro il numero di crimini in termini assoluti è calato di un terzo dal Novembre 1991.

POLITICA NAZIONALE –  Con il Decreto numero 34 “Sull’esecuzione delle sentenze dei tribunali e delle corti arbitrali straniere nella Repubblica Cecena”, il Presidente Dudaev diffida i giudici a dare seguito a sentenze emesse da corti di paesi i quali non hanno riconosciuto la Repubblica Cecena o con i quali la Repubblica non abbia un accordo di cooperazione giudiziaria. Con questo provvedimento si usa la Magistratura come arma coercitiva nei confronti dei governi stranieri, tentando di forzare il riconoscimento della Cecenia facendo leva sulla velata minaccia di trasformare il paese in un “buco nero giudiziario”.  

26 Febbraio

ESTERI – In risposta alle accuse di sostenere la fazione di Gamsakhurdia nella guerra civile in corso in Georgia, il Presidente Dudaev, il Ministro della Stampa e dell’Informazione Ugudov ed il Parlamento dichiarano la completa estraneità del governo ceceno a qualsiasi azione di natura violenta o terroristica.

Zviad Gamsakhurdia a Grozny nel 1992

27 Febbraio

CRISI RUSSO/CECENA – Durante un’operazione congiunta di polizia con le forze del Ministero degli Interni russo sei veicoli blindati vengono “trafugati” e “ritrovati” da un reparto della Guardia Nazionale, che li trattiene in “custodia”. Nei primi due mesi dell’anno sono state registrate molte sparizioni di materiale militare dalle basi dell’esercito russo.

NEGOZIATI RUSSO/CECENI – Il Parlamento della Repubblica autorizza l’apertura di un ciclo di negoziati con la Russia. Gli incontri si terranno a Sochi.

28 Febbraio

ECONOMIA – Un’indagine sociologica pubblicata sui principali quotidiani della Repubblica rileva che il 16% della popolazione non possiede mezzi economici necessari ad affrontare il repentino rialzo dei prezzi occorso con la liberalizzazione appena avviata. Quasi il 50% degli intervistati sostiene di avere a disposizione risorse sufficienti per un massimo di tre mesi.

Dichiarazione del Governo della Repubblica Cecena di Ichkeria

IN RELAZIONE ALLA CRISI UCRAINA

Il Comitato di Stato per la De – Occupazione della Repubblica Cecena di Ichkeria ha appena concluso la sua riunione di emergenza a Bruxelles, la Capitale del Belgio. I membri del Comitato sono venuti quì per questo incontro da diversi paesi europei, in particolare da Germania, Francia, Svizzera, Austria e Polonia. Personalmente, sono giunto dal Londra.

Vorrei esprimere la mia gratitudine alle autorità belghe che hanno assicurato la sicurezza di questo evento.

La principale agenda del nostro incontro era relativa alla discussione riguardo al supporto che possiamo dare al fraterno popolo ucraino contro l’aggressione russa. Vorrei far notare che il 90% dei membri del nostro comitato hanno esperienza di combattimento contro la Russia. Abbiamo discusso dei rapporti presentati al nostro incontro da tanti ceceni che sono costretti a vivere in diversi paesi europei, i quali hanno sostenuto i membri del nostro comitato ed hanno dichiarato che vogliono andare in Ucraina ed unirsi a questa battaglia per la libertà.

In questo contesto, vorrei rivolgermi al Presidente dell’Ucraina ed al comandante in capo dell’esercito ucraino, Zelensky. In ordine a supportare la guerra di liberazione del fraterno popolo ucraino, ed a condannare i perfidi attacchi dell’esercito russo sul suolo ucraino, il Comitato di Stato della Repubblica Cecena di Ichkeria ha assunto le seguenti decisioni:

Il Comitato di Stato della Repubblica Cecena di Ichkeria è pronto a formare un’unità militare volontaria tra i cittadini della Repubblica Cecena di Ichkeria. Per poter fornire questo supporto, è necessario firmare un accordo di cooperazione militare tra il governo della Repubblica Cecena di Ichkeria ed il governo dell’Ucraina. Questo è un passaggio necessario per i nostri volontari per poter essere protetti nel contesto della Convenzione di Ginevra. Come ceceni e come governo legittimo, saremo onorati di supportare la guerra di liberazione del popolo ucraino.

Sfortunatamente, uno e un solo popolo che si è offerto di dare supporto militare al popolo ucraino per la sua libertà sono i ceceni che vivono in Europa. Vorrei ricordarvi che ci sono trecentomila ceceni in Europa, oggi. Sono sicuro che la nostra iniziativa attrarrà l’attenzione di altri popoli come un esempio positivo, e che questi ci seguiranno in questo supporto. Sono pronto a recarmi in qualsiasi città ucraina per chiarire questa questione.

L’Ucraina Vincerà!

ENGLISH VERSION

The State Committee for the Deoccupation of Chechen Republic Ichkeria has just concluded its emergency meeting in Brussels, the capital of Belgium. Committee members came here for this meeting from different countries in Europe, especially Germany, France, Switzerland, Austria and Poland. I personally came from London. I would like to express my gratitude to the Belgian authorities who ensured the safety of this event.

The main agenda of our meeting was to discuss the support that we can give to the brotherly Ukrainian people against the Russian aggression. I would like to point out that 90% of the members of our committee have experience in our fight against Russia. We’ve discussed on the reports which are presented in our meeting that many Chechens who have forced to live in different European countries, applied to our committee members and declared that they wanted to go Ukraine and join their fight for freedom.

In this context, I would like to address tothe President of Ukraine and the chief commander of the Ukrainian army, Zelensky. In order to support the liberation war of the brotherly Ukrainian people and to condemn the perfidious attacks of the Russian army on the Ukrainian soil, the State Committee of the Chechen Republic of Ichkeria took the following decisions:

The State Committee of the Chechen Republic of Ichkeria is ready to form voluntary military units among the citizens of the Chechen Republic of Ichkeria. In order to be able to give this support, it is necessary to sign an agreement on military cooperation between the government of the Chechen Republic of Ichkeria and the government of Ukraine. This is a necessary step for our volunteers to be protected within the context of the Geneva Convention. As Chechen people and the legitimate Chechen government, we will be honored to support the liberation war of the Ukrainian people.

Unfortunately, so far, one and only people who have offered to give military support to the Ukrainian people for their freedom are the Chechens who live in Europe. I would like to remind you that there are 300 thousand Chechens living in Europe today. I am sure that our initiative will attract the attention of other peoples as a positive example and they will follow us in this support. I am ready to go any city of Ukraine urgently to clarify this matter. Victory will be Ukraine’s.

Chairman of the State Committee for the Deoccupation of Chechen Republic Ichkeria Akhmed Zakayev

La crisi istituzionale del 1993 – Russia e Cecenia a Confronto (Parte 1)

LA FINE DELLA PERESTROJKA

Agli inizi del 1993 il processo innescato dalla Perestrojka e proseguito col collasso dell’URSS poteva dirsi completo. In ogni ex repubblica sovietica il comunismo era stato travolto ed il regime a partito unico era stato sostituito da sistemi democratici. Si trattava di governi giovani, instabili, nei quali alle istituzioni parlamentari si contrapponeva l’autoritarismo dei leader che le avevano create. Esattamente come stava succedendo in Cecenia, dove la straripante figura del Generale Dudaev veniva a stento contenuta dal Parlamento, anche in Bielorussia, Georgia, Armenia, Azerbaijan e nella stessa Russia si innescarono conflitti istituzionali. I risultati furono di due tipi: dove vinse la corrente parlamentare si instaurarono democrazie di stampo occidentale. Dove invece vinsero i leader nazionalpopolari nacquero repubbliche dalla spiccata vocazione presidenziale o regimi semi – dittatoriali. Sia in Russia che in Cecenia l’evoluzione del conflitto avrebbe portato al medesimo epilogo.

In Cecenia Dudaev si trovava sempre più isolato. I suoi sostenitori, per la maggior parte componenti dell’entourage presidenziale e nazionalisti del VDP, si arroccavano a difesa di posizioni radicali, in contrasto con la propensione al compromesso dei nazionalisti moderati. Una crescente opposizione extraparlamentare, poi, rifiutava di partecipare alla vita politica. In Russia la situazione non era molto diversa: le politiche del governo Gaidar erano in pieno svolgimento e presentavano ai russi un conto salatissimo. Nel corso del 1992 il PIL del paese era franato del 14,5%, e le stime per il 1993 non lasciavano sperare in meglio. La crisi economica aveva lasciato sul lastrico metà della popolazione. Tutti i comparti della spesa pubblica erano stati tagliati, a cominciare dai sussidi sociali, dal sistema sanitario, e ovviamente dall’esercito, ridotto all’ombra di sé stesso. La terapia d’urto stava costando ad Eltsin un vistoso calo di consensi, e gli aveva ormai allontanato il supporto del Presidente del Soviet Supremo, il già citato politico ceceno Ruslan Khasbulatov. Questi, inizialmente vicino alle posizioni del presidente, soprattutto nei giorni confusi del Putsch di Agosto, si era allineato su posizioni socialdemocratiche, critiche verso il liberismo di Gaidar. Intorno a lui la maggioranza dei deputati del Soviet aveva aderito a correnti, movimenti e partiti favorevoli ad una moderazione delle politiche governative.

Ruslan Khasbulatov

La strada per una “controrivoluzione liberale” sembrava aperta, e passava prima di tutto dalla abrogazione dei poteri d’emergenza che Eltsin aveva chiesto ed ottenuto per attuare la sua manovra “lacrime e sangue”, i quali sarebbero scaduti naturalmente entro la fine del 1992. Il Presidente ne chiedeva il prolungamento, ma questa richiesta cozzava con le intenzioni di buona parte dei deputati ostili al governo Gaidar e con quelle di Khasbulatov, che quei poteri voleva revocarli quanto prima. Pertanto la richiesta di Eltsin sbatté contro il rifiuto del Congresso che, anzi, il 9 dicembre 1992 sfiduciò Gaidar dalla guida dell’esecutivo. Al pari di quanto stava succedendo in Cecenia, anche in Russia il potere presidenziale, fautore di una politica radicale, si scontrava con quello parlamentare, intenzionato a difendere l’ordinamento costituzionale.

ELTSIN CONTRO KHASBULATOV

La reazione di Eltsin non si fece attendere, ed il 10 dicembre il Presidente tenne un rabbioso discorso, accusando il Soviet Supremo di voler sabotare le riforme e riportare la Russia nell’era sovietica. Propose infine un referendum popolare sulla fiducia dei cittadini nel Presidente, nel governo e nel Parlamento[1]. Dopo due giorni di reciproche bordate, Khasbulatov ed Eltsin raggiunsero un compromesso per il quale il Presidente avrebbe accettato di sottoporre il suo operato ad un voto popolare di fiducia, ed avrebbe operato un cambio della guardia nell’esecutivo, in cambio dell’estensione di quasi tutti i poteri d’emergenza fino al giorno del referendum, da tenersi nell’aprile del 1993. Lì per lì sembrò che l’accordo tenesse: Elstin licenziò Gaidar e lo sostituì con Viktor Chernomyrdin, personaggio eclettico e politicamente volubile, presidente della principale società produttrice di petrolio e gas naturale della Russia ed una delle più importanti del pianeta, la Gazprom.

I NEGOZIATI DI GENNAIO

Impantanato com’era nella crisi col Parlamento, Eltsin non aveva né il tempo né l’opportunità di occuparsi della Cecenia. Per questo lasciò che il suo plenipotenziario Sergei Shakhrai, che già nel 1992 lo aveva rappresentato nei numerosi incontri con le delegazioni separatiste, si occupasse di portare avanti le trattative con la controparte, con l’unico imperativo di non lasciare che la piccola repubblica caucasica riuscisse ad ottenere un riconoscimento come stato indipendente. Shakhrai aveva tre opzioni tra le quali scegliere: appoggiare l’opposizione extraparlamentare e favorire una ribellione armata nella repubblica, aprire un ciclo di negoziati con Dudaev, o tentare di aggirarlo portandogli via il sostegno del suo stesso Parlamento. La terza soluzione gli parve la più efficace, perché indeboliva il principale ostacolo al reintegro della Cecenia (Dudaev appunto) pur senza “sporcarsi le mani” con operazioni sotto copertura. Ad armare qualche ribelle per mandarlo ad uccidere il presidente ceceno si era sempre in tempo. Dividere il fronte indipendentista, invece, era possibile farlo solo ora che tra il generale e gli esponenti del Parlamento di Grozny i rapporti erano compromessi. Così, per tutto il mese di dicembre, Shakhrai lavorò a tenersi vicini sia Mamodaev sia il più energico tra deputati ceceni, Soslambekov, ormai ostile al Presidente.  

Yusup Soslambekov e Dzhokhar Dudaev

Shakhrai, Mamodaev e Soslambekov si incontrarono prima a Vladikavkaz, poi a Mosca, predisponendo una bozza di Trattato Federativo che avrebbe visto la Cecenia aderirvi come uno stato indipendente. Il primo risultato di questa rinnovata intesa fu la promessa di Shakhrai di allentare il blocco economico e ricominciare a pagare pensioni e sussidi ai cittadini ceceni, non appena la bozza del Trattato fosse stata approvata a Grozny. Sembrò che dopo tanta acredine un terreno comune di negoziato fosse stato raggiunto. Ma come sempre era stato fino ad allora, le speranze dei negoziatori ceceni sbatterono contro il cocciuto rifiuto di Dudaev, il quale non intendeva aderire ad alcun trattato federativo, di nessuna natura, a nessuna condizione. Per il momento, in ogni caso, le consultazioni andarono avanti. Del resto per Shakhrai non era tanto importante giungere ad un accordo immediatamente, quanto isolare il più possibile Dudaev.  Il 6 gennaio Mamodaev dichiarò di aver presentato un progetto di trattato tra Russia e Cecenia, e di averne discusso a grandi linee con il Vice – Ministro russo per le nazionalità Ramzan Abdulatipov. Il documento, che avrebbe dovuto essere discusso nei giorni seguenti, avrebbe determinato il trasferimento di numerosi poteri da parte dello stato ceceno alla Federazione Russa. Come c’era da aspettarsi, Dudaev rispose con un categorico No. Shkahrai e Soslambekov si accordarono comunque per proseguire le trattative sulla base del principio federativo “tra pari”, sperando che la fazione parlamentare riuscisse ad avere la meglio su Dudaev, ed il divorzio russo – ceceno riuscisse a ricomporsi. I due decisero di incontrarsi nuovamente a Grozny il 14 gennaio.

Non appena la delegazione russa giunse nella capitale cecena subito fu chiaro agli occhi di tutti in quale difficile clima si sarebbero svolti i negoziati. L’aeroporto era militarizzato, ed il corteo diplomatico fu sorvegliato da miliziani di Dudaev armati fino ai denti fino all’arrivo all’edificio del Parlamento, dove si sarebbero tenuti i colloqui. Giunta a destinazione la delegazione russa iniziò i negoziati con quella cecena, composta dal Presidente del Parlamento, Akhmadov, dal Vicepresidente Mezhidov, dal Presidente della Commissione Affari Esteri, Soslambekov e dal rappresentante della Cecenia a Mosca, Sherip Yusupov. Nel giro di pochi minuti un distaccamento della Guardia Presidenziale raggiunse l’edificio del Parlamento in assetto da combattimento. Sembrava che Dudaev fosse deciso ad interrompere i negoziati ad ogni costo, se necessario arrestando tutti i presenti. Akhmadov e Soslambekov mobilitarono chiunque potesse aiutarli, parenti e amici compresi. L’intervento di una folla di parlamentari e civili, che si assieparono di fronte all’edificio ed impedirono alle forze speciali di intervenire, permise il proseguimento dei colloqui.

I PRODROMI DELLA CRISI ISTITUZIONALE IN CECENIA

Il fatto in sé rimaneva comunque inaudito, ed indicativo del clima di reciproco sospetto che ormai aleggiava tra il Presidente ed il Parlamento. Le due delegazioni alla fine firmarono un protocollo di preparazione ad un trattato sulla mutua delegazione e divisione dei poteri. Il protocollo dava ai Ceceni la vittoria di un riconoscimento della loro repubblica come un soggetto del diritto. Parimenti, garantiva ai russi la prospettiva di un trattato che mantenesse la Cecenia entro lo spazio economico e politico della Russia. Su questa base, la Cecenia avrebbe potuto cedere porzioni della sua sovranità alla Federazione Russa non in quanto soggetto di livello inferiore, ma in quanto soggetto paritetico che volontariamente aderiva ad una federazione di repubbliche sovrane. Sul piano giuridico la differenza era effettivamente importante: si riconosceva l’ingresso della Cecenia come volontario, e non come una costrizione dovuta all’applicazione del principio di supremazia. Sul piano pratico (che era quello che interessava più a Dudaev) tuttavia, significava il ritorno della Cecenia alla Russia, la perdita dell’indipendenza ed il riconoscimento del primato politico di Mosca. Il 19 gennaio la stampa cecena pubblicò la bozza del trattato, facendo infuriare Dudaev. Questi ripudiò il protocollo, dichiarando che nessun accordo avrebbe potuto essere raggiunto prima del riconoscimento del Paese come repubblica indipendente, facendo infuriare a sua volta Soslambekov ed Akhmadov.

Frustrato dall’atteggiamento di Dudaev, Soslambekov dichiarò che se il generale si fosse opposto ai negoziati il Parlamento avrebbe tenuto un referendum popolare, costringendo il Presidente a firmare il trattato federativo. Stiamo costruendo uno stato non per il Presidente e non per il Parlamento, ma per l’intero popolo della repubblica, le sue future generazioni dichiarò alla stampa. Anche il terzo delegato del Parlamento, il Vice – Presidente Bektimar Mezhidov, si scagliò contro il Presidente, accusandolo di non voler trovare un linguaggio comune. Dudaev rispose per bocca del suo Ministro dell’Informazione, Ugudov, il quale dichiarò: Mentre, nel complesso, il governo supporta la conduzione di negoziati russo – ceceni, non concorda con una serie di formule del protocollo firmato dalla delegazione russa e dai rappresentanti del parlamento ceceno il 14 gennaio.  Yandarbiev gli fece eco, sostenendo che il tenore del documento firmato abbassava il livello del negoziato così come era stato impostato tra marzo e maggio del 1992.  Soslambekov tentò allora di rettificare i punti contestati, redigendo una bozza di trattato in base al quale la Cecenia avrebbe aderito alla Federazione Russa da soggetto indipendente.

Sergei Shakhrai

[1] Descrivendo lo scopo del referendum in una conferenza stampa, Eltsin propose il suo quesito: Quale corso sostengono i cittadini della Russia? Il corso del Presidente, un corso di trasformazione, o il corso del Congresso, del Soviet Supremo e del suo Presidente, un corso volto a piegare le riforme ed in ultima analisi verso l’aggravamento della crisi?

Interview with Aslan Artsuev, Director of the Human Rights Centre Ichkeria (HRCI)

ENGLISH VERSION

Can you tell your personal story? How did you get to Hamburg from Chechnya?

Since 2001 my parents lived in Germany, in Hamburg, they left to escape the Russian occupation, and in 2015 I chose to leave Russia so as not to be imprisoned, or killed, because of my human rights activities and my beliefs. policies.

If you like, could you tell us what pressures did you face in Russia?

There were “kind” warnings, then direct threats, constant (in my opinion) surveillance of me, then there was a “random” attack with attempted murder.

When did you come up with the idea of ​​creating the Ichkeria Human Rights Center?

The idea of ​​creating a human rights organization dates back a long time, when I saw how human rights organizations in Moscow disguised their activities. For me, as a representative of a nation that has survived or, more precisely, is experiencing genocide, it was vital for me to create at least one human rights organization that is honest and truly capable of protecting our people. Our organization (in the process of registration) is called the Human Rights Center of Ichkeria, I thought the word “Ichkeria” should be rehabilitated, as the Reds have made a lot of effort trying to discredit it. Of course, we help everyone, not just the citizens of Ichkeria.

What behaviors of human rights organizations in Moscow did you dislike? How, then, does the Human Rights Center of Ichkeria want to differentiate itself?

Corruption, lack of assistance on all issues (Chechen issues), hypocrisy, lies, xenophobia. This shouldn’t exist in our Center.

What is the main focus of the center?

We help refugees, monitoring the rights situation in the temporarily occupied Chechen Republic of Ichkeria, promoting anti-extremist propaganda, educating young people, disseminating and explaining the principles of democracy, organizing demonstrations and other actions, conducting an information fight against fakes on the internet and also bringing them closer to the United States and the NATO bloc.

What is the extremist message that the Center tries to fight?

Any form of extremism is unacceptable to us, we are not speaking only of our Center, but of the Chechen nation as a whole. Chechen society has always been democratic, but after the genocide, and with skillful manipulation, we were presented as terrorists, fascists, extremists and Putinists , which is absolutely not true!

Islamic fundamentalism is a problem for the Chechen community in the West

Islamic radicalism is a problem for the Chechen community not only in the West, but throughout the world.

I noticed that you used the term “radicalism” instead of “fundamentalism”. The European media often use these two words as synonyms. Do you think there are differences between these two terms?

In Russian, radicalism is the rejection of an alternative point of view, intransigence and fundamentalism are basic principles, in this case religion, that is, its supporting structure, in my opinion, is not the same thing.

What are the main challenges facing the center?

Threats from Russian special services to myself, attempts to discredit its activities, as well as a shortage of qualified young personnel. Certain human resources exist, but due to the threat of pressure on relatives, many are not ready to openly help us.

Do the authorities of the Chechen Republic of Ichkeria support the activities of the center?

No, quite the opposite!

Why, if you want to talk about it, are the authorities in Ichkeria not supporting an organization with such an important purpose for the Chechen people?

Apparently they do not consider (we are talking about the Zakayev government) that this is an important goal for the Chechen people.

How many Chechens live in Europe today and in the so-called “West” in general?

I can’t say for sure, but there is information that speaks of more than three hundred thousand people.

What challenges do you think the Chechen diaspora faces in the West?

The first, in my opinion, is the lack of due and legitimate attention on the part of the countries that have accepted us, for example, the sensitivity of not calling us “Russians”, as there is no legal basis for this. This attitude is perceived by the Chechens as complicity with Russia in their actions against us. Secondly, the infiltration of Russian agents into our community under the pretext of carrying out anti – Russian activities.

Does the fact that European countries do not recognize Chechens as refugees from an occupied country, but as Russian emigrants, does it have any legal consequences for Chechens? I am thinking of the forced returns to Chechnya, where it seems that many dissidents in the current government are made to disappear, or brutally punished.

Obviously. Firstly, as you rightly noted, the deportation to Russia for torture and the possible extrajudicial execution of a political opponent of Russia, and secondly, this is in accordance with the policy of genocide of the Chechen people and the denial of legitimate right of Chechens to have their own state. Furthermore, by accepting more than 300,000 Chechen refugees, and then recognizing us as Russians, that is, as our mortal enemies, the West creates fertile ground for identifying Chechens as enemies. For example, it is no secret that the Russian special services continue to recruit them under the guise of Islamists, and continue to do so.

What do Chechens living in Europe now think about the situation in their country?

Most Chechens dream of returning to their homeland after the withdrawal of the occupying troops from Ichkeria. The Russian regime in Chechnya is considered inhumane and barbaric.

What do you think of what is happening in Chechnya right now? What are your hopes for the future?

The genocide of the Chechen people continues in the temporarily occupied Chechen Republic of Ichkeria. I am absolutely certain that we will gain freedom and prosecute, in accordance with international law, at least the best known criminals.

What is practically the genocide of the Chechen people at home today? In your opinion, does Ramzan Kadyrov not intend to protect the Chechen people in his own way?

Kadyrov defends himself not in his own way, but in the Russian way, that is, whatever the Russian order, he will carry it out. For example, the “Kadirovites” in 1944 helped to load people on cattle wagons for genocide, under the pretext of deportation. Now in Chechnya the physical destruction of people continues (Chechnya ranks first for oncological diseases and coronavirus mortality) is underway also the cultural, linguistic, legal genocide, the replacement of historical memory.

VERSIONE ITALIANA

Puoi raccontare la tua storia personale? Come sei arrivato ad Amburgo dalla Cecenia?

Dal 2001 i miei genitori vivevano in Germania, ad Amburgo, sono partiti per sfuggire all’occupazione russa, e nel 2015 ho scelto di lasciare la Russia per non essere imprigionato, o ucciso, a causa delle mie attività sui diritti umani e delle mie convinzioni politiche.

Se ti va, potresti raccontare quali pressioni hai subito in Russia?

Ci sono stati avvertimenti “gentili”, poi minacce dirette, una costante (secondo me) sorveglianza su di me, poi c’è stato un attacco “casuale” con un tentato omicidio.

Quando ti è venuta l’idea di creare il Centro Diritti Umani Ichkeria?

L’idea di creare un’organizzazione per i diritti umani risale a molto tempo fa, è nata quando ho visto come le organizzazioni per i diritti umani a Mosca dissimulavano le loro attività. Per me, in quanto rappresentante di una nazione sopravvissuta o, più precisamente, che sta vivendo un genocidio, era di vitale importanza per me creare almeno un’organizzazione per i diritti umani onesta e realmente in grado di proteggere la nostra gente. La nostra organizzazione (in fase di registrazione) si chiama Human Rights Center of Ichkeria, ho pensato che la parola “Ichkeria” dovesse essere riabilitata, poiché i rossi hanno fatto molti sforzi cercando di screditarla. Certo, aiutiamo tutti, non solo i cittadini di Ichkeria.

Quali comportamenti tenuti dalle organizzazioni dei diritti umani a Mosca non hai apprezzato? In cosa, quindi, vuole differenziarsi la Human Rights Center of Ichkeria?

Corruzione, mancata assistenza su tutte le questioni (tematiche cecene) ipocrisia, bugie, xenofobia. Questo non dovrebbe esistere nel nostro Centro.

Qual è il focus principale del centro?

Ci impegniamo ad aiutare i rifugiati, monitorare la situazione dei diritti nella Repubblica Cecena di Ichkeria temporaneamente occupata, fare propaganda anti – estremista, educare i giovani, divulgare e spiegare i principi della democrazia, organizzare manifestazioni ed altre azioni, condurre una lotta informativa contro i falsi su internet ed anche avvicinando loro agli Stati Uniti ed al blocco NATO.

In cosa consiste il messaggio estremista che il Centro cerca di combattere?

Qualsiasi forma di estremismo è per noi inaccettabile, non stiamo parlando solo del nostro Centro, ma della nazione cecena nel suo insieme. La società cecena è sempre stata democratica, ma dopo il genocidio, e con l’abile manipolazione, siamo stati presentati come terroristi, fascisti, estremisti e putinisti, il che non è assolutamente vero!

Il fondamentalismo islamico è un problema per la comunità cecena in Occidente

Il radicalismo islamico è un problema per la comunità cecena non solo in Occidente, ma nel mondo intero.

Ho notato che hai usato il termine “radicalismo” anziché “fondamentalismo”. I media europei spesso utilizzano queste due parole come sinonimi. Pensi che esistano differenze tra questi due termini?

In russo, il radicalismo è il rifiuto di un punto di vista alternativo, l’intransigenza e il fondamentalismo sono principi di base, in questo caso la religione, cioè la sua struttura portante, secondo me, non è la stessa cosa.

Quali sono le principali sfide che deve affrontare il centro?

Minacce personali da parte servizi speciali russi, tentativi di screditare le sue attività, nonché la carenza di personale giovane qualificato. Certe risorse umane esistono, ma a causa della minaccia di pressioni sui parenti, molti non sono pronti ad aiutarci apertamente.

Le autorità della Repubblica Cecena di Ichkeria sostengono le attività del centro?

No, anzi, il contrario!

Perché, se ti va di parlarne, le autorità di Ichkeria non sostengono un’organizzazione con un fine così importante per il popolo ceceno?

A quanto pare non considerano (stiamo parlando del governo Zakayev) che questo sia un obiettivo importante per il popolo ceceno.

Quanti ceceni vivono oggi in Europa e in generale nel cosiddetto “Occidente”?

Non posso dirlo con certezza, ma ci sono informazioni che parlano di più di trecentomila persone.

Quali sfide pensi che la diaspora cecena debba affrontare in Occidente?

La prima, a mio avviso, è la mancanza della dovuta e legittima attenzione da parte dei paesi che ci hanno accettati, ad esempio, la sensibilità di non chiamarci “russi”, non essendoci alcuna base giuridica per questo. Questo atteggiamento è percepito dai ceceni come una complicità con la Russia nelle azioni contro di noi. In secondo luogo, l’infiltrazione di agenti russi nella nostra comunità con il pretesto di svolgere attività anti – russe.

Il fatto che i paesi europei non riconoscano i ceceni come rifugiati di un paese occupato, ma come emigranti russi determina delle conseguenze legali per i ceceni? Penso ai rimpatri forzati in Cecenia, dove pare che molti dissidenti all’attuale governo vengano fatti sparire, o brutalmente puniti.

Ovviamente. In primo luogo, come hai giustamente notato, la deportazione in Russia per tortura e la possibile esecuzione extragiudiziale di un oppositore politico della Russia, e in secondo luogo, questo è in accordo con la politica di genocidio del popolo ceceno e della negazione del legittimo diritto dei ceceni ad avere un proprio stato. Inoltre, accettando più di 300.000 profughi ceceni, e poi riconoscendoci come russi, cioè come i nostri nemici mortali, l’Occidente crea un terreno fertile per identificare i ceceni come nemici. Ad esempio, non è un segreto che i servizi speciali russi continuino a reclutarli sotto le spoglie di islamisti, e continuino a farlo.

Cosa pensano ora i ceceni che vivono in Europa della situazione nel loro paese?

La maggior parte dei ceceni sogna di tornare in patria dopo il ritiro delle truppe occupanti da Ichkeria. Il regime russo in Cecenia è considerato disumano e barbaro.

Cosa ne pensi di ciò che sta accadendo in Cecenia adesso? Quali sono le tue speranze per il futuro?

Il genocidio del popolo ceceno continua nella Repubblica Cecena di Ichkeria, temporaneamente occupata. Sono assolutamente certo che otterremo la libertà e perseguiremo, in conformità con il diritto internazionale, almeno i criminali più noti.

In cosa si concretizza, praticamente, il genocidio del popolo ceceno in patria, oggi? Ramzan Kadyrov non intende, secondo te, proteggere a modo suo il popolo ceceno?

Kadyrov si difende non a modo suo, ma al modo russo, cioè qualsiasi sia l’ordine dei russi, egli lo eseguirà. Ad esempio, i “kadiroviti” nel 1944 aiutarono a caricare persone sui carri bestiame per il genocidio, con il pretesto della deportazione Ora in Cecenia prosegue la distruzione fisica delle persone (La Cecenia è al primo posto per malattie oncologiche e mortalità da coronavirus) è in atto anche il genocidio culturale, linguistico, legale, la sostituzione della memoria storica.