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AKHMED ZAKAYEV AL TRIBUNALE INTERNAZIONALE DELL’AJA

Il Governo Zakayev ha organizzato una manifestazione davanti al Tribunale Penale Internazionale dell’Aja, per spingere la corte a prendere in esame la documentazione presentata nel 2018 inerente i crimini commessi dalle forze della Federazione Russa in Cecenia. Il raduno, documentato da NEP Prague, verrà proposto dall’emittente in una serie di video. Di seguito pubblichiamo il primo tra questi, corredato di sottotitoli in italiani realizzati da Francesco Benedetti

“Il Tribunale dell’Aia per Putin. 
Il Tribunale dell’Aia per la Russia. “
Sottotitoli in italiano

Da Grozny a Kramatorsk: l’ascesa “missilistica” di Vladimir Putin

L’8 Aprile scorso la città ucraina di Kramatorsk è stata colpita da un attacco missilistico che, con molta probabilità, è stato messo a segno dalle forze separatiste filo – russe del Donbass. La vicenda non è ancora definitivamente chiarita, ma ciò che è certo è che almeno due missili ad alto potenziale distruttivo hanno colpito la stazione ferroviaria cittadina, in quel momento affollata da centinaia di profughi in fuga dai combattimenti, provocando almeno cinquanta morti ed un numero imprecisato di feriti. Il copione è tristemente simile a quello di molti altri bombardamenti missilistici occorsi in aree di guerra nelle quali le forze dell’esercito russo erano presenti, come operatori diretti o come consiglieri militari. C’è n’è uno, in particolare, che ricordiamo oggi: quello del 21 ottobre, passato alla storia come la “strage del mercato di Grozny”.

I PRIMI MISSILI DI PUTIN

Dalla fine di Agosto del 1999 l’aereonautica federale iniziò a bombardare Grozny, preparando il terreno per l’invasione di terra, la quale sarebbe scattata nell’Ottobre seguente. La città, già ridotta ad un cumulo di macerie dalla prima guerra, terminata appena tre anni prima, si trovò ad affrontare un secondo martellamento, che divenne ancora più catastrofico quando l’artiglieria campale russa occupò le colline del cosiddetto Terek Ridge, godendo così di una comoda postazione di tiro sulla capitale della ChRI. A dirigere l’invasione c’era un “giovane” Vladimir Putin, appena nominato Primo Ministro da un sempre più debilitato Boris Eltsin.

Artiglieria russa in bombardamento

Nonostante l’assedio imminente, decine di migliaia di civili erano ancora dentro Grozny quando l’artiglieria prese a cannoneggiare la città. Uno dei centri di aggregazione più importanti per i cittadini era il mercato centrale, nel quale si commerciava ogni sorta di prodotto, dai generi alimentari ai vestiti, fino alle armi da fuoco. Il 21 Ottobre una pioggia di missili SCUD si abbatté sulla città: due di questi esplosero poco lontano dall’unico reparto di maternità funzionante nella città, a pochi passi dal compound presidenziale e dall’ufficio postale centrale, uccidendo una trentina di persone tra le quali giovani madri con i loro neonati. Un altro colpì una moschea del sobborgo di Kalinina, uccidendo 41 fedeli intenti a pregare. Altri tre missili caddero nel quartiere del mercato centrale. La prima esplosione avvenne ad una cinquantina di metri dal bazar, e distrusse Mira Street, proiettando una pioggia di schegge che falciarono chiunque si trovasse in giro in quel momento. Poco dopo altri due missili caddero ad una distanza di circa 80 metri l’uno dall’altro, colpendo in pieno il mercato ed uccidendo una novantina di civili, molti dei quali residenti di etnia russa. I soccorsi raggiunsero prontamente il luogo della strage ma un’ora dopo sulla piazza cadde ancora un altro missile, falciando i soccorritori ed i giornalisti accorsi a documentare il disastro. Morirono altre decine di persone, tra le quali il giornalista del Groznensky Rabochy Supian Ependyev. Fu il primo di una lunga serie di giornalisti che avrebbero perso la vita nel tentativo di raccontare la seconda guerra cecena.

LA PRIMA STRAGE DI PUTIN

 Oltre ai più di cento morti l’assalto provocò dai 250 ai 500 feriti, molti dei quali gravissimi. Alcuni, caricati su mezzi di fortuna si diressero in convoglio verso l’Inguscezia, ma i numerosi checkpoint russi lungo la strada impedirono alla maggior parte di questi di raggiungere celermente gli ospedali ingusci. Il bombardamento provocò una nuova ondata di profughi che dalla città iniziarono a defluire confusamente verso nord. Un convoglio di questi, dopo essere stato fermato e costretto a fare dietrofront, venne erroneamente bombardato dall’aereonautica federale, che lo aveva scambiato per un distaccamento militare.

I russi negarono qualsiasi coinvolgimento, dichiarando che le esplosioni fossero frutto di un regolamento di conti tra bande illegali o l’esplosione di un magazzino di armi adiacente al mercato, ma le numerose registrazioni video del luogo della strage, nelle quali erano ben presenti i resti di missili balistici ed i crateri da impatto delle loro testate, smentirono la versione del Cremlino. Si trattò a tutti gli effetti di un bombardamento su obiettivi prevalentemente civili: anche ammettendo che nel bazar fossero in vendita delle armi, la stragrande maggioranza degli stand vendevano generi alimentari e vestiario, ed in quel momento erano affollati da civili in cerca di beni di consumo. Il bombardamento sollevò la prima forte reazione da parte della comunità internazionale: il Presidente del Parlamento Europeo, Lord Russell – Johnston, si disse “scioccato” ed accusò il governo russo di violare i diritti umani e le leggi di guerra. Simili condanne giunsero dal Presidente dell’Unione Europea, il finlandese Paavo Lipponen, e dal Cancelliere tedesco Gerard Schroder. Il Consiglio d’Europa chiese a Putin di riferire quanto prima i suoi piani per porre fine al conflitto. Il Segretario di Stato americano Madeleine Albright definì l’azione “deplorevole ed inquietante”.  Le proteste dei leader occidentali, blandamente supportate dall’ONU, non fermarono comunque l’invasione.

VIdeo che mostra il bombardamento del Mercato di Grozny del 21 Ottobre 1999
Video che mostra le vittime del bombardamento

Verso l’insurrezione islamica: l’invasione del daghestan

Nella primavera del 1998 tra le frange radicali del nazionalismo ceceno si era fatta largo l’idea di esportare la rivoluzione in tutto il Caucaso, un po’ per intimorire la Russia, un po’ per assecondare il delirio di onnipotenza di quei capibanda che, dopo aver vinto la prima guerra, sognavano di combatterne una seconda ancora più grande. L’organizzazione che si era fatta promotrice di questo obiettivo, il Congresso dei Popoli di Ichkeria e Daghestan, si era costituita poco dopo, e Basayev ne era stato nominato Emiro. Nella primavera del 1999 le attività del Congresso si intensificarono. Il 17 luglio si tenne una assemblea plenaria, convocata per discutere la situazione di forte tensione che si viveva nel vicino Daghestan. Qui, come abbiamo visto, una vivace frangia del fondamentalismo, ispirata da Bagauddin Kebedov, aveva messo radici nei distretti più poveri e periferici, finendo per esserne espulsa con la forza. Kebedov era stato accolto da Basayev ed aveva trasferito in Cecenia i suoi seguaci, preparando la rivincita. Ugudov e Basayev sponsorizzavano fortemente il progetto.

In un’intervista con la rivista jihadista cecena Al – Qaf Basayev aveva dichiarato: “I leader del Congresso non consentiranno all’esercito di occupazione russo di provocare il caos nella terra dei nostri fratelli musulmani. Non intendiamo lasciarli impotenti.”. Nel gennaio del 1999 Khattab aveva iniziato a raccogliere i suoi adepti in una “Legione Islamica”, mentre insieme a Basayev aveva costituito la Brigata Internazionale Islamica per il Mantenimento della Pace, reclutando volontari principalmente tra i ceceni che componevano le Guardie della Sharia ed il Reggimento Islamico Speciale. Nell’aprile 1999 Kebedov aveva dichiarato ufficialmente una Jihad contro gli infedeli che perseguitavano i wahabiti in Daghestan, invitando tutti i “patrioti islamici del Caucaso” a prendervi parte. L’assemblea del Congresso fu convocata per decidere in che misura la Jihad di Kebedov dovesse essere appoggiata. Uno dei leader daghestani accorsi al Congresso dichiarò: “L’esistenza dell’impero russo per noi è un eterno onere schiacciante associato a determinati problemi. Dobbiamo fare del nostro meglio per concentrare tutto il nostro intelletto sulla distruzione e la frammentazione di questa minaccia globale […] dobbiamo compiere il nostro destino e scrivere col sangue la nuova storia del Caucaso […].” Il discorso si concluse con la proposta di iniziare le azioni di guerra quella stessa estate. La linea generale dei partecipanti fu aderente a questa dichiarazione.

Bandiera della Brigata Islamica per il Mantenimento della Pace, braccio armato del Congresso dei Popoli di Ichkeria e Daghestan

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Nelle settimane successive al congresso, bande armate provenienti dalla Cecenia iniziarono a penetrare oltre i confini del Daghestan, attaccando posti di blocco della polizia ed ingaggiando sparatorie con l’esercito federale. Dalla seconda metà di luglio, gli scontri divennero pressoché quotidiani.  Il governo, appena uscito da un confronto all’ultimo sangue coi signori della guerra, non aveva le forze e la capacità politica di fermare le azioni dei fondamentalisti, e si limitava a rispondere alle proteste di Mosca accusando a sua volta l’esercito federale di essere il vero responsabile degli attacchi, con l’intento di provocare deliberatamente un’escalation. Il 2 agosto un primo contingente di grandi dimensioni, composto per lo più da miliziani daghestani al seguito di Kebedov, penetrò in Daghestan, attaccando alcuni villaggi nel distretto di Tsumadi. Tra il 6 ed il 7 agosto circa 1500 uomini attraversarono il confine ceceno ed occuparono diversi villaggi senza sparare un singolo colpo. Tre giorni dopo, il 10 agosto, Kebedov dichiarò la nascita dello Stato Islamico del Daghestan, ed ingiunse al Congresso dei Popoli di Ichkeria e Daghestan di accorrere in suo aiuto, nominando Shamil Basayev Emiro (cioè comandante militare) del nuovo Stato. Lo sconfinamento di Kebedov fece incendiare i territori nel quali la componente fondamentalista era più forte. In particolare la rivolta si estese al circondario di Karamakhi, una piccola cittadina nel cuore del Daghestan, a circa centocinquanta chilometri dalle posizioni appena occupate dallo Stato Islamico del Daghestan. Il 15 agosto i miliziani fondamentalisti presenti in quel distretto presero il controllo della città, cacciarono gli amministratori civili e proclamarono la loro adesione allo Stato Islamico. L’ingresso incontrastato di Kebedov in Daghestan e la ribellione di Karamakhi convinsero Basayev e Khattab che fosse davvero possibile promuovere una “Guerra di liberazione” anche nella repubblica limitrofa. Così si dettero ad organizzare un vero e proprio piano di invasione. Sfruttando una massa critica di qualche migliaio di uomini le forze islamiste avrebbero dovuto penetrare nel distretto di Botlikh, al confine con la Cecenia.

Shamil Basayev dirige le operazioni durante le prima fasi dell’invasione

Da qui, radunati altri volontari, l’esercito di Basayev avrebbe dovuto marciare dapprima su Karamakhi, poi sulla capitale dello stato, Machachkala, nella quale, nel frattempo, squadre di infiltrati avrebbero dovuto scatenare una sommossa. Un secondo contingente, nel frattempo, avrebbe dovuto penetrare in Daghestan da Nord, occupando la cittadina di Khasavyurt (la stessa dove nel 1996 si erano svolti i negoziati tra Maskhadov e Lebed) e da lì convergere su Machachkala, segnando la vittoria della rivoluzione e la liberazione del Daghestan. Numerose azioni diversive, tra le quali alcune azioni terroristiche in Russia, avrebbero distratto l’opinione pubblica dalle manovre militari, facendo guadagnare tempo agli insorti e consolidando la loro situazione strategica. Il piano era estremamente ambizioso, e partiva dalla convinzione, radicata sia in Basayev che in Kebedov, che il popolo daghestano non vedesse l’ora di seguire l’esempio tracciato dai ceceni e di affrancarsi così dal dominio russo. Secondo Basayev la proclamazione dello Stato Islamico sarebbe stato l’innesco di una reazione a catena che avrebbe in breve acceso tutto il Caucaso Settentrionale, provocando un’insurrezione generale. Forte di questa certezza, ai primi di agosto il comandante ceceno penetrò nel distretto di Botlikh con un drappello di 500 volontari armati di fucili da guerra, granate ed RPG. Nel corso della prima giornata di avanzata il piccolo esercito prese tutti i villaggi che incontrò sul suo cammino. Nel frattempo Ugudov, che sosteneva l’attività dei fondamentalisti con la sua stazione televisiva, aveva istituito il canale ufficiale dello Stato Islamico e da questo iniziò ad inneggiare alla Jihad contro gli infedeli russi. A Grozny la notizia dell’invasione del Daghestan fu vissuta con impotenza ed apprensione. Maskhadov non aveva le forze per prevenire, o anche solo per arrestare l’iniziativa di Basayev: non appena la notizia dell’attacco fu ufficializzata, il Presidente ceceno si affrettò a prenderne le distanze, dichiarando che lo sconfinamento non era né voluto né organizzato dal governo ceceno. La notizia dello sfondamento da parte dei miliziani islamisti non giungeva nuova a Mosca.

I comandi federali già da tempo si erano preparati all’eventualità di un’azione simile, sapendo già da almeno un anno che le intenzioni dei radicali ceceni erano quelle di penetrare in Daghestan e tentare di esportarvi la rivoluzione. Anzi, per la verità li avevano anche incoraggiati, ritirando per tutta la prima parte del 1999 qualsiasi unità militare dal confine occidentale del Daghestan, quasi ad invitarli ad entrare. Così, non appena fu chiaro che l’operazione era iniziata, Eltsin raccomandò massima durezza alle forze armate, e nominò primo ministro un giovane astro nascente della politica russa, Vladimir Putin. Questi era stato fino ad allora Direttore dei servizi segreti federali. Non si era neanche insediato che tenne una conferenza stampa nella quale dichiarò che il governo aveva preparato “una serie di misure per mantenere l’ordine e la disciplina in Daghestan.” Il 9 agosto le prime forze speciali federali vennero a contatto con i jihadisti sulle creste ad ovest di Botlikh, mentre l’aereonautica iniziava a bersagliare i sentieri, compiendo 78 sortite nelle sole prime 24 ore. La rabbiosa reazione delle forze federali costrinse Maskhadov ad intervenire per tentare di smarcarsi da quello che sembrava un disastro annunciato. In una conferenza stampa il presidente ceceno dichiarò che quanto stava accadendo non aveva niente a che fare con la Cecenia, che i miliziani erano per lo più daghestani e che i cittadini della Cecenia non stavano partecipando all’attacco, fatta eccezione per alcuni individui isolati.

Reparti di volontari daghestani sfilano ad una rievocazione. La maggior parte dei Daghestani si oppose all’invasione degli islamisti, costituendo distaccamenti di milizia a difesa dei villaggi.

Nel frattempo, al fronte, i miliziani si erano attestati su una collina calva chiamata “orecchio d’asino”. Le truppe federali iniziarono bombardando le altezze facendo largo uso di artiglieria Grad, e bersagliando le posizioni dei militanti con elicotteri da combattimento. Il 12 agosto, dopo intensi bombardamenti, le forze federali passarono all’assalto di terra, conquistando la cima del monte alle prime ore del 13 agosto. Le forze di Basayev passarono al contrattacco attacco utilizzando i loro mortai come copertura. L’attacco fu rabbioso ed ebbe successo: i russi persero una decina di uomini, tra i quali il comandante del gruppo, Maggiore Kostin ed altri venticinque rimasero feriti, e dovettero sloggiare le posizioni acquisite. Un secondo tentativo di prendere la cima fu fatto il 18 agosto, ed anche in questo caso un violento contrattacco islamista costrinse i federali a tornare sulle posizioni di partenza. La seconda controffensiva tuttavia esaurì le riserve degli insorti, che infine si decisero ad abbandonare la montagna. Nel frattempo tutto il fronte nel distretto di Botlikh si era acceso: l’11 agosto i miliziani avevano abbattuto un elicottero a bordo del quale volavano tre Generali della Milizia del Ministero degli Interni, i quali rimasero feriti. Altri due corpi d’assalto islamisti, uno agli ordini di Kebedov, l’altro costituito dai resti del Reggimento Islamico Speciale di Baraev, penetrarono in Daghestan, aspettandosi da un momento all’altro che i daghestani insorgessero in tutto il paese a supporto della loro azione. Tuttavia la stragrande maggioranza delle popolazione non soltanto non fraternizzò coi wahabiti, ma cercò in tutti i modi di allontanarli dai villaggi, temendo che le loro cose finissero distrutte nei combattimenti. Ben presto l’avanzata iniziò ad impantanarsi. Nessuna grande città del paese insorse, e le forze attaccanti, appiedate e prive di supporto aereo, non si avvicinarono a meno di centoventi chilometri da Karamakhi, l’obiettivo a medio termine dell’offensiva. Il 17 agosto le forze federali passarono al contrattacco assaltando Tando, la principale roccaforte di Basayev. I miliziani resistettero stoicamente, distruggendo 6 veicoli russi ed uccidendo 34 soldati, oltre a ferirne un centinaio, ma dopo aver accusato enormi perdite dovettero ritirarsi. Tra il 20 ed il 24 agosto i federali ripresero il controllo di tutto il circondario di Botlikh, bombardando pesantemente Tando e costringendo i miliziani superstiti a ritirarsi oltre i confini della Cecenia.

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Da Mosca giungevano pressioni affinché  Maskhadov ripudiasse i jihadisti senza se e senza ma. Il 12 agosto il Vice Ministro dell’Interno russo, Zubov, gli aveva inviato un telegramma proponendo un’operazione congiunta contro gli islamisti: mentre i federali avrebbero scacciato Basayev ed i suoi dal Daghestan, i ceceni avrebbero distrutto le loro basi in Cecenia. Di nuovo Maskhadov si trovò di fronte ad un bivio: se avesse condannato Basayev, inseguendolo sulle montagne e consegnandolo ai russi, avrebbe scatenato la rappresaglia dei signori della guerra. Se non lo avesse fatto avrebbe invitato i Russi ad invadere il paese. Stavolta la scelta non era tra anarchia e guerra, ma chi scegliere come nemico. E Maskhadov non si sentì di assecondare le richieste di Mosca. Così scelse di non rispondere al telegramma inviato da Zubov, ma si limitò a convocare una manifestazione a Grozny, durante la quale accusò il governo russo di aver volutamente destabilizzato il Daghestan, ed introdusse la Legge Marziale nella Repubblica. Il dado era tratto: da adesso in poi una seconda guerra con la Russia sarebbe stata soltanto questione di tempo. Il 18 agosto si tenne un’assemblea dei Comandanti di Campo e dei veterani della Prima Guerra Cecena a Grozny. L’assemblea venne diretta da Maskhadov, Basayev e Yandarbiev. Molti Comandanti di Campo rifiutarono di supportare direttamente le azioni della Shura del Daghestan, ma accettarono di fornire assistenza ai feriti e materiale per sostenere lo sforzo bellico. Il 25 agosto l’aereonautica russa lanciò il primo raid aereo sul territorio ceceno. Su indicazione di Putin, il Distretto Militare del Caucaso Settentrionale dichiarò che si sarebbe riservato il diritto “di colpire le basi dei militanti sul territorio di qualsiasi regione del Caucaso Settentrionale, compresa la Cecenia.” Nel frattempo, approfittando del ritiro dei miliziani islamisti nelle basi di partenza, Putin ordinò di liquidare l’enclave di Karamakhi. Il 27 agosto l’autorità militare russa inviò un ultimatum ai wahabiti diffidandoli a far entrare la polizia militare entro le 8 del giorno successivo. Alle 3:30 della notte, non avendo ancora ricevuto risposta dagli assediati, l’esercito russo iniziò il bombardamento della cittadina con l’artiglieria e l’aereonautica. Le forze di terra iniziarono ad avanzare il giorno seguente, incontrando la severa resistenza di 500 Muhajdeen. La battaglia infuriò fino al 30 agosto, quando i miliziani cominciarono ad abbandonare Karamakhi ed a rifugiarsi sulle alture che sovrastavano la regione. Sembrava che i fondamentalisti avessero perso su tutta la linea. L’invasione era stata fermata, lo Stato Islamico sciolto e la raccogliticcia Brigata di Basayev sgominata. Ma il peggio doveva ancora venire.

Militare del Ministero degli Interni del Daghestan a Karamakhi, 16 settembre 1999

I jihadisti avevano previsto per i primi giorni di settembre una serie di operazioni terroristiche che avrebbero dovuto distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica mentre le loro bande, che per quella date avrebbero già dovuto essere giunte in appoggio agli insorti di Karamakhi, avrebbero lanciato il loro assalto finale alla capitale del Daghestan. L’offensiva di terra non aveva avuto successo, ma gli attentati si sarebbero ugualmente svolti. Nella notte tra il 4 ed il 5 settembre una serie di esplosioni scosse tutta la Russia.  La prima si ebbe alle 21:45 a Buynaksk, in Daghestan. Un camion contenente 2700 chilogrammi di esplosivo fu fatto esplodere sotto ad un condominio di cinque piani che ospitava le famiglie dei militari della 136a Brigata Motorizzata federale. Morirono 64 persone, tra le quali 23 bambini, mentre altre 146 rimasero ferite. Un secondo camion – bomba, in procinto di esplodere, venne individuato e neutralizzato due ore dopo. Era il preludio della terza fase dell’operazione programmata da Basayev e Khattab, durante la quale un secondo troncone, passando da Khasavyurt, avrebbe dovuto ricongiungersi al primo, nel frattempo penetrato a Karamakhi e diretto a Machachkala. I miliziani attraversarono il confine in più punti, diretti al capoluogo del distretto, Novolaskoye. Il primo drappello si lanciò all’assalto di un posto di blocco presidiato da soldati federali e poliziotti daghestani. I difensori, sopraffatti, ebbero morti e feriti, e sei di loro si arresero sulla promessa di non essere uccisi. Ma una volta abbassate le armi vennero arrestati, processati, e condannati sbrigativamente a morte dal comandante dell’unità miliziana. Vennero sgozzati ai lati di una strada di campagna, e la loro esecuzione venne filmata e registrata su una videocassetta. Il video di quell’orribile crimine fece il giro del mondo, e se ancora qualcuno in Russia avesse avuto qualche remora a dare carta bianca ad Eltsin ed a Putin, anch’egli quel giorno cambiò idea.

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Un secondo gruppo di Jihadisti penetrò dentro Novolaskoye. Dopo aver preso in ostaggio un ufficiale della polizia, Eduard Belan ed averlo torturato per conoscere i nomi dei comandanti militari locali, lo mutilarono e lo uccisero brutalmente, dopodiché assaltarono il presidio della polizia locale. I poliziotti russi si difesero strenuamente, ma finirono sotto il tiro dei lanciagranate e dovettero ripiegare verso la stazione di polizia, presidiata dai poliziotti daghestani. Un terzo distaccamento era penetrato in città con l’intenzione di prendere l’altura che dominava la cittadina sulla quale spiccava la torre televisiva.  La stazione era presidiata da cinque poliziotti daghestani ed un militare russo armato di mitragliatrice. Contro di loro si lanciarono per un’intera giornata un centinaio di miliziani, venendo respinti per ben sette volte con alte perdite. Soltanto l’esaurimento delle munizioni costrinse il piccolo drappello ad arrendersi. I due superstiti furono giustiziati e sepolti poco lontano. Mentre gli uomini di Basayev e Khattab combattevano a Novolaskoye, i terroristi che li fiancheggiavano continuavano a far scoppiare bombe in tutta la Russia. Il 9 settembre un condominio saltò in aria a Mosca. Morirono 109 persone, molte delle quali donne, anziane e bambini, ed altre 690 rimasero ferite. Un’ondata di sdegno attraversò l’opinione pubblica russa: i giornali di tutto il paese tuonavano contro i fondamentalisti, spingendo affinché Mosca intervenisse per sopprimere quell’ondata terroristica.

Resti del palazzo in Via Goryanov a Mosca, distrutto in un attentato terroristico il 9 Settembre 1999

Putin non aspettava altro, ed ordinò un violento contrattacco. Lo stesso 9 settembre forze federali riconquistavano la torre della televisione sulla sommità della collina che dominava Novolansky. La battaglia fu un vero e proprio tritacarne. Dopo aver preso la cima, le forze federali si trovarono sotto un pesante contrattacco dei miliziani, che coinvolse anche una colonna corazzata giunta in soccorso ed un secondo distaccamento di commando inviato a risolvere la situazione. Cinquecento miliziani piombarono addosso alle truppe federali, che in breve si trovarono circondate ed attaccate da tutti i lati. L’aereonautica, inviata a sostenere il ripiegamento della fanteria, finì per bombardare gli stessi russi, non si sa se per errore del comando o per il sabotaggio dei canali di comunicazione da parte dei miliziani islamisti. I feriti vennero per lo più uccisi sul posto dai jihadisti, ed i loro corpi mutilati. I federali dovettero infine desistere dall’assalto, schierare l’artiglieria campale ed iniziare un fitto bombardamento delle posizioni dei jihadisti, che l’11 settembre si ritirarono definitivamente dal Daghestan e rientrarono nelle loro basi in Cecenia. L’invasione islamista del Daghestan era ufficialmente fallita: era durata cinquanta giorni, aveva provocato la morte di 300 soldati federali ed il ferimento di un altro migliaio. I fondamentalisti avevano perso almeno un migliaio di uomini, ed un altro migliaio dovevano essere stati i feriti.  A Grozny, Maskhadov non si faceva illusioni. L’offensiva dello Stato Islamico del Daghestan aveva dato a Putin l’argomento perfetto per porre fine una volta per tutte all’indipendenza della Cecenia.

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L’ultimo appello di maskhadov – la lettera a javier solana

Dopo la strage di Beslan, il movimento nazionalista ceceno cessò di esistere in quanto tale. I funzionari della ChRI rimasti erano rappresentativi quasi soltanto di loro stessi, e la loro voce non fu più ascoltata. Basayev ed i fondamentalisti avevano preso il monopolio dell’immagine della resistenza. Il 14 gennaio 2005, in un ultimo tentativo di riprendere il controllo del suo esercito, Maskhadov proclamò una “tregua unilaterale”. Era una mossa azzardata, perché se le operazioni fossero continuate, l’ultimo barlume di credibilità di Maskhadov sarebbe andato a farsi benedire. Incredibilmente, Basayev dichiarò che, malgrado non ritenesse la tregua necessaria, si sarebbe adeguato all’ordine. Fu un piccolo miracolo: per un mese le attività dei separatisti cessarono, e Maskhadov dimostrò al mondo che egli era ancora in grado di esercitare una forte influenza sul movimento di resistenza. Per un attimo, sembrò possibile ricostruire i ranghi della ChRI e riportare la guerriglia nell’alveo del conflitto armato più o meno “tradizionale”, nel quale aveva sempre voluto mantenerlo Maskhadov.  Il 25 febbraio, confortato dall’obbedienza di Basayev e degli altri comandanti di campo che avevano rispettato il suo ordine, Maskhadov scrisse a Javier Solana, Alto Rappresentante dell’Unione Europea per la Politica Estera, il suo ultimo messaggio politico:

Aslan Maskhadov stringe la mano al plenipotenziario russo Alexander Lebed a margine degli Accordi di Khasavyurt del 1996

Signor Alto Rappresentante,

Mentre non passa giorno senza notizie di vittime tra la popolazione civile cecena e tra i combattenti russi e ceceni, senza che dei Ceceni, donne, bambini, uomini, non siano oggetto delle peggiori esazioni che esistano, i superstiti, tra i quali io stesso, hanno celebrato il decimo triste anniversario dell’offensiva militare lanciata l’11 dicembre 1994 dal Presidente Eltsin contro il popolo ceceno. Del milione di abitanti che contava la Cecenia di allora, più di 200.000 sono morti, 300.000 si sono rifugiati fuori del paese, decine di migliaia si sono spostati all’interno del paese, decine di migliaia soffrono delle conseguenze delle ferite ricevute, o delle torture subite. Migliaia di altri sono detenuti nelle prigioni e nei campi di “filtraggio” delle forze armate russe o dei loro collaboratori ceceni, nell’attesa del versamento di un riscatto o, più spesso, della morte dopo torture e privazioni innominabili.

Javier Solana, all’epoca Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’Unione Europea

Come sapete, ho reiterato costantemente, dalla ripresa di quella che è stata chiamata la seconda guerra di Cecenia, nell’autunno 1999, la mia volontà di risolvere questo conflitto e tutte le controversie che esistono tra la parte russa e le parti cecene mediante un dialogo con le autorità russe. Fino ad oggi, queste domande ripetute di negoziati sono rimaste senza alcuna risposta da parte delle autorità russe, salvo un discorso su una falsa normalizzazione. Nel marzo 2003, con l’intermediazione del mio Ministro degli Affari esteri, Ilyas Akhmadov, ho reso pubblica una proposta di pace che, facendosi forte dell’esperienza della comunità internazionale nel Timor orientale e nel Kosovo, voleva portare un nuovo contributo alla risoluzione di questo conflitto prendendo in considerazione i legittimi interessi, in termini di sicurezza, della parte russa, e le tre esigenze alle quali la parte cecena non può rinunciare: un meccanismo di garanzia internazionale, sotto una forma o un’altra, di ogni nuovo accordo tra le due parti; un coinvolgimento diretto, per un periodo di transizione, della comunità internazionale nella costruzione di un Stato di Diritto e della democrazia in Cecenia, e nella ricostruzione materiale del mio paese; al termine di questo periodo di transizione, una decisione finale, secondo le norme internazionali in vigore, sullo statuto della Cecenia.

Purtroppo, questa proposta, come le precedenti, come l’ultima, cioè il cessate il fuoco unilaterale che ho ordinato all’inizio di questo anno, non ha suscitato altre reazioni da parte delle autorità di Mosca se non una nuova corsa in avanti in un processo di sedicente normalizzazione della tragedia del mio popolo, col suo corteo di elezioni fraudolente, di sofisticazione delle operazioni militari, di esazioni contro la popolazione civile. Ho seguito con tutta l’attenzione che la mia condizione di presidente-resistente mi permetteva gli avvenimenti in Ucraina, la “rivoluzione arancione”, ed il ruolo, decisivo secondo me, giocato dall’unione europea, nella sua felice conclusione. Ho constatato in particolare quanto l’Europa possa essere capace ed efficace quando decide di parlare con una sola voce, mediante gli interventi dei differenti Capi di stato o di governo, o mediante quella del suo Alto Rappresentante per la Politica estera e la Sicurezza Comune. Non ignoro la complessità delle relazioni con questo grande paese che è la Federazione della Russia, né l’importanza politica ed economica di queste relazioni. Al contrario, credo che proprio perché queste relazioni sono capitali per l’Unione Europea ritengo sia fondamentale ed urgente che queste vengano costruite sulle uniche fondamenta solide che possono esserci: la libertà, la democrazia e lo Stato di Diritto.

Aslan Maskhadov al seggio elettorale durante le elezioni del Gennaio 1997, dalle quali uscì vincitore.

Purtroppo, come gli avvenimenti dell’Ucraina ci ricordano, come le derive antidemocratiche in Russia ci mostrano già da troppi anni e come la tragedia che subisce il mio popolo da dieci anni basterebbe a dimostrare, queste basi solide non esistono in Russia. Sul terrorismo, quotidiano e massiccio, dello Stato russo e dei suoi accoliti ceceni, non ritornerò. Quanto agli atti terroristici perpetrati dalle frange della resistenza cecena, li ho, come sapete, ogni volta condannati. E continuerò a farlo. Resta il fatto che questo terrorismo non ha niente a che vedere col terrorismo fondamentalista internazionale. È l’opera di disperati che hanno, nella maggior parte dei casi, perso dei parenti in circostanze atroci, e che ritengono di potere rispondere all’aggressore ed all’occupante utilizzandone gli stessi metodi. Questo non è il mio punto di vista e non lo sarà mai. In effetti ho fatto tutto ciò che era in mio potere affinché le azioni della resistenza cecena si iscrivessero rigorosamente dentro il perimetro del diritto internazionale di guerra. Quando non riesco a prevenire il terrorismo, fallisco solamente in circostanze dove nessuno potrebbe riuscire. Il terrorismo all’opera in Cecenia, che sia opera delle forze di occupazione o di elementi isolati della resistenza, nasce e prospera sulla guerra, sulle violenze più abiette e sulle violazioni quotidiane e di massa dei diritti più fondamentali. Solo la pace e la democrazia possono scongiurarlo. Lungi dal volere esagerare l’importanza del mio popolo negli affari del mondo e dell’Europa, resta il fatto che è oggi vittima di un lento sterminio e che la questione cecena costituisce, per il potere di Mosca, un elemento chiave nella sua opera di decostruzione della democrazia e dello Stato di Diritto o, se si preferisce, di costruzione di uno Stato autoritario, para o pseudo-democratico.

Negoziati a Novye Atagi.  Al centro – Isa Madaev, Gennady Troshev, Aslan Maskhadov. Foto dall’archivio di S. K. Kondratenko

So che il mio paese non è il Kosovo, e la Russia non è la Serbia. Ma so, perché l’ho visto durante la crisi ucraina, che quando l’unione europea è animata da una volontà, è in grado di contribuire a sventare ciò che sembrava ineluttabile. Ecco perché mi permetto di suggerire che attraverso di lei, l’Unione Europea si dia per compito di affrontare la questione della tragedia cecena in vista di creare le condizioni perché possano aprirsi, sotto gli auspici dell’Unione Europea e di qualsiasi altro Stato od organizzazione internazionale che giudicherà opportuno coinvolgere, dei veri negoziati tra il mio governo ed il governo del Presidente Putin. Per approfondire alcune di queste riflessioni, sarei molto felice se poteste incontrare, non potendo io stesso per il momento avere questo onore, Umar Khanbiev, mio rappresentante generale in Europa e ministro della Sanità nel mio governo. Ringraziandovi della vostra attenzione e con la speranza di leggervi, la prego di gradire, Signor Alto Rappresentante, l’espressione della mia più alta considerazione,

Aslan Maskhadov 
Presidente del Repubblica Cecena di Ichkeria.

Appena un mese e mezzo dopo, l’8 marzo 2005, il Presidente venne ucciso a Tolstoy Yurt in circostanze ancora da chiarire. La lettera a Solana fu l’ultimo suo comunicato ufficiale. Letta a posteriori, sembra quasi un testamento politico: in essa Maskhadov si dissociava dal terrorismo, pur sforzandosi di inquadrarlo in uno spazio differente da quello portato avanti dall’islamismo militante che in quegli anni iniziava la sua offensiva contro il mondo occidentale, e che avrebbe insanguinato mezzo pianeta nel quindicennio successivo. La lettera seguiva il cessate – il – fuoco unilaterale con il quale il Presidente della ChRI aveva dimostrato al mondo di essere ancora in grado di essere ubbidito dai suoi, e di poter quindi porre fine alla spirale di violenza nella quale la Seconda Guerra Cecena aveva portato il suo paese e l’intera Russia. La sua morte, tuttavia, pose fine a qualsiasi residua possibilità, invero molto remota, che Putin si sedesse ad un tavolo come aveva fatto il suo predecessore Eltsin dieci anni prima.