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LA PACE PRECARIA – Il trattato di pace Russo – Ceceno

Il 12 Maggio 1997 la Repubblica Cecena di Ichkeria e la Federazione Russa firmarono un trattato di pace con il quale intendevano porre fine alla Prima Guerra Russo – Cecena. Nonostante che in esso la Russia riconoscesse De Jure la Repubblica Cecena di Ichkeria, le clausole contenute nell’accordo furono interpretate in maniera assai differente dalle due parti. Il diverso approccio tenuto da Mosca e da Grozny rispetto al Trattato di Pace avrebbe impedito la risoluzione pacifica del conflitto, e creato le premesse per una nuova guerra.

Il testo del trattato in inglese e in russo

IL TRATTATO DI MOSCA

Il 12 Maggio1997 la delegazione cecena, composta da Maskhadov, Ugudov e Zakayev raggiunse Mosca, dove procedette alla firma solenne del Trattato di Pace tra la Federazione Russa e la Repubblica Cecena di Ichkeria. La firma del Trattato fu un evento epocale: per la prima volta in quattrocento anni di guerre e tensioni il governo di Mosca e quello di Grozny si promettevano ufficialmente la pace. Vennero firmati due documenti: il primo si intitolava “Trattato di Pace e Principi di Relazione tra la Federazione Russa e la Repubblica Cecena di Ichkeria”, il secondo si chiamava “Accordo tra il governo della Federazione Russa e il governo della Repubblica Cecena di Ichkeria sulla cooperazione economica reciprocamente vantaggiosa e la preparazione delle condizioni per la conclusione di un trattato su vasta scala tra la Federazione Russa e la Repubblica Cecena di Ichkeria”. I due documenti, dagli altisonanti titoli, avrebbero dovuto essere la base giuridica sulla quale si sarebbero costruiti i rapporti tra Russia e Cecenia. Il “Trattato di Pace” iniziava con un epico preambolo riguardo la reciproca volontà di “[…] Porre fine al confronto secolare, cercando di stabilire relazioni forti, uguali e reciprocamente vantaggiose […]”. Un iniziò di tutto rispetto, dal quale ci si aspetterebbe un lungo ed articolato Trattato. E invece niente di questo. Il Documento si costituiva di cinque articoli, e soltanto tre contenevano qualcosa di politicamente rilevante. In essi Russia e Cecenia si impegnavano:

  • A rinunciare in modo permanente all’uso ed alla minaccia dell’uso della forza come forma di risoluzione di eventuali controversie;
  • A Costruire le loro relazioni conformemente ai principi ed alle norme generalmente riconosciuti dal diritto internazionale, e ad interagire in aree definite da accordi specifici;
  • A considerare il Trattato come base per la conclusione di qualsiasi altra negoziazione.

Di per sé le tre affermazioni possono essere considerate solide basi di negoziazione politica, ma a ben guardare si prestano a molteplici interpretazioni, come tutti gli altri “documenti”, “dichiarazioni” e “protocolli” firmati fino ad allora dalla marea di delegazioni che fin dal 1992 avevano cercato di trovare un accordo tra le parti. In particolare Maskhadov considerò il Trattato come il riconoscimento dell’Indipendenza cecena, dichiarando che la sua sottoscrizione apriva “Una nuova era politica per la Russia, il Caucaso e l’intero mondo musulmano”. Uno dei funzionari della politica estera cecena, delegato in Danimarca per conto della Repubblica Cecena di Ichkeria, Usman Ferzauli, quando venne inviato da Maskhadov a firmare le Convenzioni di Ginevra, dichiarò: “[…] La Russia, firmando nel maggio 1997 il Trattato di Pace con la Repubblica Cecena di Ichkeria di fatto ha riconosciuto la Repubblica. Abbiamo il diritto di considerarci un soggetto di diritto internazionale. […].”. Anche alcuni ricercatori internazionali, come Francis A. Boyle, professore presso il College Law dell’Università dell’Illinos, produssero ricerche giuridiche sul Trattato. Nella discussione di Boyle si legge: “L’elemento più importante del trattato è il suo titolo: “Trattato sulla pace e i principi delle interrelazioni tra la Federazione russa e l’Ichkeria della Repubblica cecena”

Maskhadov ed Eltsin si stringono la mano

IL PARERE FAVOREVOLE

Secondo i principi di base del diritto internazionale, un “trattato” è concluso tra due stati nazionali indipendenti. In altre parole, il CRI viene trattato dalla Federazione Russa come se fosse uno stato nazionale indipendente ai sensi del diritto e delle prassi internazionali. […] Allo stesso modo, l’uso del linguaggio “Trattato sui … principi di interrelazione” indica che la Russia sta trattando la CRI come uno stato nazionale indipendente anziché come un’unità componente della Federazione Russa. Normalmente, “i principi delle interrelazioni” tra uno stato federale come la Federazione Russa e un’unità componente sono determinati dalla Costituzione dello stato federale. Questo documento non dice nulla della Costituzione della Federazione Russa.  […]Certamente l’elemento più importante del titolo del Trattato è l’uso del termine “Repubblica Cecena di Ichkeria”. Questo è il nome preciso che il popolo ceceno e il governo ceceno hanno deciso di dare al loro stato nazionale indipendente. In altre parole, ancora una volta, la Federazione Russa ha fornito ai Ceceni il riconoscimento di fatto (anche se non ancora di diritto) come stato nazionale indipendente alle loro condizioni. […] L’articolo 1 del trattato è sostanzialmente in linea con il requisito dell’articolo 2, paragrafo 4 della Carta delle Nazioni Unite secondo cui gli Stati membri “si astengono dalle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza ….” Allo stesso modo, la Carta delle Nazioni Unite Articolo 2, paragrafo 3, impone agli Stati membri di “risolvere le loro controversie internazionali con mezzi pacifici ….” Quindi, con questo Trattato, la Federazione Russa ha formalmente riconosciuto il suo obbligo di trattare la CRI in conformità con questi due requisiti fondamentali della Carta delle Nazioni Unite. […] Il secondo articolo dell’accordo è estremamente importante: “Costruire le nostre relazioni corrispondenti ai principi e alle norme generalmente accettati del diritto internazionale …” Secondo la mia opinione professionale, l’unico modo in cui l’articolo 2 del presente trattato può essere correttamente letto alla luce di tutto ciò che è stato detto in precedenza nel suo testo è che la Federazione russa sta trattando l’IRC come se fosse di fatto (anche se non ancora de jure) stato nazionale indipendente ai sensi del diritto e delle prassi internazionali, con una propria personalità giuridica internazionale. Solo gli stati nazionali indipendenti sono soggetti ai “principi e norme generalmente accettati del diritto internazionale”.  […].”

Accordi di Khasavyurt: Maskhadov e Lebed si stringono la mano

IL PARERE CONTRARIO

Il governo Russo negò questa interpretazione, considerando l’assenza di qualsiasi affermazione chiara in merito. Rispetto a questo, negli anni successivi sarebbe sorto un lungo dibattito, il che già di per sé dimostra quanto generici fossero gli impegni assunti dalle parti e quanto poco chiaro fosse il documento in se. In una sua trattazione del tema, il ricercatore russo Andrei Babitski scrisse:

“L’essenza di questo documento è semplice. E’ solo un documento sulla cessazione delle operazioni militari. […] Non menziona la capitolazione da parte di nessuna delle parti, non proclama nessuno vincitore e non formula principi chiari per governare le relazioni tra Russia e Cecenia. La risposta a queste domande è stata rinviata. La cosa più importante era terminare la guerra.”.

Silvia Serravo, ricercatrice esperta in questioni caucasiche, specificò in un’intervista:

“Il documento contiene la possibilità di interpretazioni diverse. […] L’indipendenza della Cecenia non è stata riconosciuta. Tuttavia, il documento ha reso possibile, almeno per la parte cecena, interpretarlo come il riconoscimento da parte della Russia dell’indipendenza cecena. […] Il trattato può certamente essere considerato un risultato. […] Tuttavia si può sempre speculare sulla misura in cui le parti erano sincere quando fu firmato questo documento e se la conclusione del Trattato si basava su alcuni motivi fraudolenti.”

INDIPENDENZA “SOSPESA”

Il secondo documento, collaterale al primo, conteneva un altra generica serie di intese difficilmente realizzabili. In esso si definiva l’attuazione dei contenuti degli Accordi di Khasavyurt in fatto di ripristino dei servizi vitali per la popolazione civile, il regolare pagamento delle pensioni e degli stupendi pubblici da parte della Federazione Russa,  il pagamento di un risarcimento alle vittime dei combattimenti, la “piena attuazione del programma di ripristino del complesso socioeconomico” del paese, il rilascio di ostaggi e prigionieri, e lo scioglimento della Commissione Governativa congiunta riguardo alla gestione del periodo interbellico, contemporaneamente all’entrata in vigore del Governo uscito dalle Elezioni del Gennaio precedente.

Se il primo documento, come abbiamo visto, poteva lasciar pensare che la Russia volesse trattare la Cecenia come uno Stato indipendente, il secondo assomigliava molto ad un accordo interfederale tra una repubblica autonoma bisognosa di aiuto ed un governo centrale che intendeva corrisponderglielo. Particolarmente evidente era l’impegno, da parte di Mosca, di erogare gli stipendi pubblici dell’amministrazione cecena. Questo passo è fondamentale, perchè accettandolo Maskhadov riconobbe implicitamente l’autorità di Mosca di mantenere la struttura amministrativa della Cecenia esattamente come faceva ai tempi dell’Unione Sovietica. Non un solo accenno era previsto riguardo al riconoscimento, anche formale, all’indipendenza del paese. Il Trattato di Pace firmato da Maskhadov fu un documento utile ad accreditare lui presso l’opinione pubblica ma fallì nel rappresentare uno strumento diplomatico utile a risolvere alcunchè. Certamente pose ufficialmente fine alla guerra e ad ogni palese ingerenza del governo federale sulla politica interna del paese, ma niente oltre a questo.

Il Trattato non riconobbe in maniera inequivocabile l’indipendenza del paese, ma si limitò a stabilire gli strumenti tramite i quali i due stati avrebbero comunicato tra loro. Dette ampia libertà di interpretazione sia al governo ceceno, che vide in quelle poche righe un implicito riconoscimento da parte di Mosca, che al governo russo, che ci riconobbe esclusivamente l’impegno assunto a riportare su binari politici il conflitto. Sul momento comunque sia Maskhadov che Eltsin poterono dirsi soddisfatti: il primo tornava in patria con un trattato di pace tra le mani, qualcosa che i Ceceni non avevano mai visto in tutta la loro storia. Il secondo tirava un sospiro di sollievo e metteva un temporaneo tampone a quella emorragia di consensi che era stata la Prima Guerra Cecena.

La crisi istituzionale del 1993 – Russia e Cecenia a Confronto (Parte 1)

LA FINE DELLA PERESTROJKA

Agli inizi del 1993 il processo innescato dalla Perestrojka e proseguito col collasso dell’URSS poteva dirsi completo. In ogni ex repubblica sovietica il comunismo era stato travolto ed il regime a partito unico era stato sostituito da sistemi democratici. Si trattava di governi giovani, instabili, nei quali alle istituzioni parlamentari si contrapponeva l’autoritarismo dei leader che le avevano create. Esattamente come stava succedendo in Cecenia, dove la straripante figura del Generale Dudaev veniva a stento contenuta dal Parlamento, anche in Bielorussia, Georgia, Armenia, Azerbaijan e nella stessa Russia si innescarono conflitti istituzionali. I risultati furono di due tipi: dove vinse la corrente parlamentare si instaurarono democrazie di stampo occidentale. Dove invece vinsero i leader nazionalpopolari nacquero repubbliche dalla spiccata vocazione presidenziale o regimi semi – dittatoriali. Sia in Russia che in Cecenia l’evoluzione del conflitto avrebbe portato al medesimo epilogo.

In Cecenia Dudaev si trovava sempre più isolato. I suoi sostenitori, per la maggior parte componenti dell’entourage presidenziale e nazionalisti del VDP, si arroccavano a difesa di posizioni radicali, in contrasto con la propensione al compromesso dei nazionalisti moderati. Una crescente opposizione extraparlamentare, poi, rifiutava di partecipare alla vita politica. In Russia la situazione non era molto diversa: le politiche del governo Gaidar erano in pieno svolgimento e presentavano ai russi un conto salatissimo. Nel corso del 1992 il PIL del paese era franato del 14,5%, e le stime per il 1993 non lasciavano sperare in meglio. La crisi economica aveva lasciato sul lastrico metà della popolazione. Tutti i comparti della spesa pubblica erano stati tagliati, a cominciare dai sussidi sociali, dal sistema sanitario, e ovviamente dall’esercito, ridotto all’ombra di sé stesso. La terapia d’urto stava costando ad Eltsin un vistoso calo di consensi, e gli aveva ormai allontanato il supporto del Presidente del Soviet Supremo, il già citato politico ceceno Ruslan Khasbulatov. Questi, inizialmente vicino alle posizioni del presidente, soprattutto nei giorni confusi del Putsch di Agosto, si era allineato su posizioni socialdemocratiche, critiche verso il liberismo di Gaidar. Intorno a lui la maggioranza dei deputati del Soviet aveva aderito a correnti, movimenti e partiti favorevoli ad una moderazione delle politiche governative.

Ruslan Khasbulatov

La strada per una “controrivoluzione liberale” sembrava aperta, e passava prima di tutto dalla abrogazione dei poteri d’emergenza che Eltsin aveva chiesto ed ottenuto per attuare la sua manovra “lacrime e sangue”, i quali sarebbero scaduti naturalmente entro la fine del 1992. Il Presidente ne chiedeva il prolungamento, ma questa richiesta cozzava con le intenzioni di buona parte dei deputati ostili al governo Gaidar e con quelle di Khasbulatov, che quei poteri voleva revocarli quanto prima. Pertanto la richiesta di Eltsin sbatté contro il rifiuto del Congresso che, anzi, il 9 dicembre 1992 sfiduciò Gaidar dalla guida dell’esecutivo. Al pari di quanto stava succedendo in Cecenia, anche in Russia il potere presidenziale, fautore di una politica radicale, si scontrava con quello parlamentare, intenzionato a difendere l’ordinamento costituzionale.

ELTSIN CONTRO KHASBULATOV

La reazione di Eltsin non si fece attendere, ed il 10 dicembre il Presidente tenne un rabbioso discorso, accusando il Soviet Supremo di voler sabotare le riforme e riportare la Russia nell’era sovietica. Propose infine un referendum popolare sulla fiducia dei cittadini nel Presidente, nel governo e nel Parlamento[1]. Dopo due giorni di reciproche bordate, Khasbulatov ed Eltsin raggiunsero un compromesso per il quale il Presidente avrebbe accettato di sottoporre il suo operato ad un voto popolare di fiducia, ed avrebbe operato un cambio della guardia nell’esecutivo, in cambio dell’estensione di quasi tutti i poteri d’emergenza fino al giorno del referendum, da tenersi nell’aprile del 1993. Lì per lì sembrò che l’accordo tenesse: Elstin licenziò Gaidar e lo sostituì con Viktor Chernomyrdin, personaggio eclettico e politicamente volubile, presidente della principale società produttrice di petrolio e gas naturale della Russia ed una delle più importanti del pianeta, la Gazprom.

I NEGOZIATI DI GENNAIO

Impantanato com’era nella crisi col Parlamento, Eltsin non aveva né il tempo né l’opportunità di occuparsi della Cecenia. Per questo lasciò che il suo plenipotenziario Sergei Shakhrai, che già nel 1992 lo aveva rappresentato nei numerosi incontri con le delegazioni separatiste, si occupasse di portare avanti le trattative con la controparte, con l’unico imperativo di non lasciare che la piccola repubblica caucasica riuscisse ad ottenere un riconoscimento come stato indipendente. Shakhrai aveva tre opzioni tra le quali scegliere: appoggiare l’opposizione extraparlamentare e favorire una ribellione armata nella repubblica, aprire un ciclo di negoziati con Dudaev, o tentare di aggirarlo portandogli via il sostegno del suo stesso Parlamento. La terza soluzione gli parve la più efficace, perché indeboliva il principale ostacolo al reintegro della Cecenia (Dudaev appunto) pur senza “sporcarsi le mani” con operazioni sotto copertura. Ad armare qualche ribelle per mandarlo ad uccidere il presidente ceceno si era sempre in tempo. Dividere il fronte indipendentista, invece, era possibile farlo solo ora che tra il generale e gli esponenti del Parlamento di Grozny i rapporti erano compromessi. Così, per tutto il mese di dicembre, Shakhrai lavorò a tenersi vicini sia Mamodaev sia il più energico tra deputati ceceni, Soslambekov, ormai ostile al Presidente.  

Yusup Soslambekov e Dzhokhar Dudaev

Shakhrai, Mamodaev e Soslambekov si incontrarono prima a Vladikavkaz, poi a Mosca, predisponendo una bozza di Trattato Federativo che avrebbe visto la Cecenia aderirvi come uno stato indipendente. Il primo risultato di questa rinnovata intesa fu la promessa di Shakhrai di allentare il blocco economico e ricominciare a pagare pensioni e sussidi ai cittadini ceceni, non appena la bozza del Trattato fosse stata approvata a Grozny. Sembrò che dopo tanta acredine un terreno comune di negoziato fosse stato raggiunto. Ma come sempre era stato fino ad allora, le speranze dei negoziatori ceceni sbatterono contro il cocciuto rifiuto di Dudaev, il quale non intendeva aderire ad alcun trattato federativo, di nessuna natura, a nessuna condizione. Per il momento, in ogni caso, le consultazioni andarono avanti. Del resto per Shakhrai non era tanto importante giungere ad un accordo immediatamente, quanto isolare il più possibile Dudaev.  Il 6 gennaio Mamodaev dichiarò di aver presentato un progetto di trattato tra Russia e Cecenia, e di averne discusso a grandi linee con il Vice – Ministro russo per le nazionalità Ramzan Abdulatipov. Il documento, che avrebbe dovuto essere discusso nei giorni seguenti, avrebbe determinato il trasferimento di numerosi poteri da parte dello stato ceceno alla Federazione Russa. Come c’era da aspettarsi, Dudaev rispose con un categorico No. Shkahrai e Soslambekov si accordarono comunque per proseguire le trattative sulla base del principio federativo “tra pari”, sperando che la fazione parlamentare riuscisse ad avere la meglio su Dudaev, ed il divorzio russo – ceceno riuscisse a ricomporsi. I due decisero di incontrarsi nuovamente a Grozny il 14 gennaio.

Non appena la delegazione russa giunse nella capitale cecena subito fu chiaro agli occhi di tutti in quale difficile clima si sarebbero svolti i negoziati. L’aeroporto era militarizzato, ed il corteo diplomatico fu sorvegliato da miliziani di Dudaev armati fino ai denti fino all’arrivo all’edificio del Parlamento, dove si sarebbero tenuti i colloqui. Giunta a destinazione la delegazione russa iniziò i negoziati con quella cecena, composta dal Presidente del Parlamento, Akhmadov, dal Vicepresidente Mezhidov, dal Presidente della Commissione Affari Esteri, Soslambekov e dal rappresentante della Cecenia a Mosca, Sherip Yusupov. Nel giro di pochi minuti un distaccamento della Guardia Presidenziale raggiunse l’edificio del Parlamento in assetto da combattimento. Sembrava che Dudaev fosse deciso ad interrompere i negoziati ad ogni costo, se necessario arrestando tutti i presenti. Akhmadov e Soslambekov mobilitarono chiunque potesse aiutarli, parenti e amici compresi. L’intervento di una folla di parlamentari e civili, che si assieparono di fronte all’edificio ed impedirono alle forze speciali di intervenire, permise il proseguimento dei colloqui.

I PRODROMI DELLA CRISI ISTITUZIONALE IN CECENIA

Il fatto in sé rimaneva comunque inaudito, ed indicativo del clima di reciproco sospetto che ormai aleggiava tra il Presidente ed il Parlamento. Le due delegazioni alla fine firmarono un protocollo di preparazione ad un trattato sulla mutua delegazione e divisione dei poteri. Il protocollo dava ai Ceceni la vittoria di un riconoscimento della loro repubblica come un soggetto del diritto. Parimenti, garantiva ai russi la prospettiva di un trattato che mantenesse la Cecenia entro lo spazio economico e politico della Russia. Su questa base, la Cecenia avrebbe potuto cedere porzioni della sua sovranità alla Federazione Russa non in quanto soggetto di livello inferiore, ma in quanto soggetto paritetico che volontariamente aderiva ad una federazione di repubbliche sovrane. Sul piano giuridico la differenza era effettivamente importante: si riconosceva l’ingresso della Cecenia come volontario, e non come una costrizione dovuta all’applicazione del principio di supremazia. Sul piano pratico (che era quello che interessava più a Dudaev) tuttavia, significava il ritorno della Cecenia alla Russia, la perdita dell’indipendenza ed il riconoscimento del primato politico di Mosca. Il 19 gennaio la stampa cecena pubblicò la bozza del trattato, facendo infuriare Dudaev. Questi ripudiò il protocollo, dichiarando che nessun accordo avrebbe potuto essere raggiunto prima del riconoscimento del Paese come repubblica indipendente, facendo infuriare a sua volta Soslambekov ed Akhmadov.

Frustrato dall’atteggiamento di Dudaev, Soslambekov dichiarò che se il generale si fosse opposto ai negoziati il Parlamento avrebbe tenuto un referendum popolare, costringendo il Presidente a firmare il trattato federativo. Stiamo costruendo uno stato non per il Presidente e non per il Parlamento, ma per l’intero popolo della repubblica, le sue future generazioni dichiarò alla stampa. Anche il terzo delegato del Parlamento, il Vice – Presidente Bektimar Mezhidov, si scagliò contro il Presidente, accusandolo di non voler trovare un linguaggio comune. Dudaev rispose per bocca del suo Ministro dell’Informazione, Ugudov, il quale dichiarò: Mentre, nel complesso, il governo supporta la conduzione di negoziati russo – ceceni, non concorda con una serie di formule del protocollo firmato dalla delegazione russa e dai rappresentanti del parlamento ceceno il 14 gennaio.  Yandarbiev gli fece eco, sostenendo che il tenore del documento firmato abbassava il livello del negoziato così come era stato impostato tra marzo e maggio del 1992.  Soslambekov tentò allora di rettificare i punti contestati, redigendo una bozza di trattato in base al quale la Cecenia avrebbe aderito alla Federazione Russa da soggetto indipendente.

Sergei Shakhrai

[1] Descrivendo lo scopo del referendum in una conferenza stampa, Eltsin propose il suo quesito: Quale corso sostengono i cittadini della Russia? Il corso del Presidente, un corso di trasformazione, o il corso del Congresso, del Soviet Supremo e del suo Presidente, un corso volto a piegare le riforme ed in ultima analisi verso l’aggravamento della crisi?

I CINQUEMILA GIORNI DI ICHKERIA – PARTE 6 (SETTEMBRE – OTTOBRE 1991)

14 Settembre

RIVOLUZIONE CECENA – Il Presidente del Soviet Supremo Russo, Khasbulatov, si reca in Cecenia per concordare la nascita di un governo provvisorio che amministri lo Stato fino alle elezioni, da svolgersi il 17 Novembre seguente. Viene istituito un direttorio nel quale vengono inseriti sia membri del disperso Soviet Supremo, sia elementi di spicco del Congresso Nazionale del Popolo Ceceno. L’OKChN diffida il Soviet Provvisorio dall’agire in contrasto con la volontà del Congresso, minacciandone in tal caso la dissoluzione.

IRREDENTISMO INGUSCIO – A Nazran, i rappresentanti Ingusci dichiarano l’indipendenza della Repubblica di Inguscezia e si riconoscono all’interno della Russia.

25 Settembre

RIVOLUZIONE CECENA – A causa delle intimidazioni messe in atto dalla Guardia Nazionale nei loro confronti, molti deputati del Soviet Provvisorio sono impossibilitati a raggiungere l’assemblea, alla quale possono partecipare soltanto i deputati allineati con il Congresso Nazionale del Popolo Ceceno. Il Presidente del Soviet Provvisorio, l’uomo di fiducia di Dudaev e del Comitato Esecutivo Hussein Akhmadov, fa votare una mozione nella quale consegna i pieni poteri all’OKChN. I deputati assenti dichiarano nullo il voto, ma vengono aggrediti dalla Guardia Nazionale e dispersi.

Il Presidente del Soviet Supremo russo, Ruslan Khasbulatov attorniato dai giornalisti, Settembre 1991

1 Ottobre

IRREDENTISMO INGUSCIO – Il Comitato Esecutivo del Congresso Nazionale del Popolo Ceceno ed i leaders del Congresso Nazionale Inguscio firmano una dichiarazione congiunta nella quale concordano sulla separazione dell’Inguscezia dalla Cecenia.

3 Ottobre

RIVOLUZIONE CECENA – La Guardia Nazionale occupa l’edificio del Ministero degli Interni Ceceno – Inguscio.

5 Ottobre

RIVOLUZIONE CECENA – A seguito degli aspri contrasti sorti in seno al direttorio nominato il 15 settembre precedente, gli indipendentisti sciolgono il Soviet Provvisorio “per attività sovversive e provocatorie” e formano un “comitato rivoluzionario” cui conferiscono piena autorità. Nella notte miliziani armati occupano il Ministero degli Interni e la sede regionale del KGB, rinvenendo una grande quantità di armi e munizioni. Nelle settimane successive i ribelli riusciranno ad aprire il magazzino militare dei servizi segreti, mettendo le mani su un arsenale composto da centinaia di armi da fuoco e tonnellate di equipaggiamento militare.

7 Ottobre

RIVOLUZIONE CECENA – Il Soviet Supremo Provvisorio, dopo aver sconfessato l’autorità di Hussein Akhmadov, promulga una risoluzione di condanna all’Ispolkom (il Comitato Esecutivo dell’OKChN). Nella stessa giornata i militanti del Congresso disperdono l’assemblea con l’uso della forza.

MOVIMENTI POLITICI – Zelimkhan Yandarbiev viene confermato alla guida del Partito Democratico Vaynakh al termine del terzo congresso del partito.

8 Ottobre

RIVOLUZIONE CECENA – Il Soviet Supremo Russo dichiara il Soviet Provvisorio ceceno unica autorità riconosciuta nel paese.

10 Ottobre

RIVOLUZIONE CECENA – Il Soviet Supremo russo condanna col decreto “Sulla situazione politica in Cecenia – Inguscezia” la presa del potere da parte del Comitato Esecutivo ed emette un ultimatum di 48 per il disarmo delle milizie “illegali”.

L’opposizione moderata, ostile a Dudaev, costituisce una “milizia popolare” a sostegno del governo provvisorio.

Il Congresso Nazionale del Popolo Ceceno organizza elezioni popolari per il 27 Ottobre ed ordina la mobilitazione generale di tutti i cittadini maschi tra i 15 ed i 55 anni.

16 Ottobre

RIVOLUZIONE CECENA – Il Ministro degli Interni ceceno, Umalt Alsultanov, viene rimosso dalla sua carica a seguito del mancato intervento delle forze dell’ordine nel reprimere l’insurrezione del Comitato Esecutivo. Gli succede Vakha Ibragimov, ma Alsultanov si rifiuta di abbandonare l’ufficio, ed i reparti di polizia si dividono tra chi sostiene le posizioni del primo e chi intende ubbidire all’avvicendamento. Questa situazione provoca ulteriore caos.

Da Mosca, il Presidente russo Boris Eltsin definisce gli indipendentisti “una banda di criminali che terrorizzano la popolazione” e ordina il dispiegamento dell’esercito ai confini della Cecenia.

CONFLITTI SOCIALI – A Grozny ignoti tentano di occupare l’ufficio del Direttore del giornale “Daimokhk”. Nella notte risuonano spari in tutta la città. Il Comitato Esecutivo del Congresso nega che siano in atto azioni della Guardia Nazionale ed accusa ignoti provocatori di voler destabilizzare la situazione nel Paese per scongiurare le elezioni popolari previste per il 27 Ottobre. Dalle vicine repubbliche del Caucaso settentrionale giungono dichiarazioni di supporto alle attività del Comitato Esecutivo.

17 Ottobre

CRIMINALITA’ – Banditi armati, fintisi uomini della Guardia Nazionale, penetrano in un posto di guardia e rubano 4 carabine, un fucile di piccolo calibro e un revolver.

In risposta alla diffusa circolazione delle armi il Comitato Esecutivo dell’OKChN decreta il ritiro della Guardia Nazionale dagli edifici pubblici “non essenziali” ed il suo acquartieramento nelle caserme, la sospensione della mobilitazione proclamata il 10 Ottobre ed il divieto di circolazione alle armi non registrate.

Isa Akyadov, volontario della Guardia Nazionale, posa sul busto abbattuto di Lenin

18 Ottobre

RIVOLUZIONE CECENA – Il Comitato Esecutivo del Congresso diffida il Soviet Supremo Russo ad emettere delibere riguardanti la Cecenia, e dichiara che considererà qualsiasi intromissione “una continuazione del genocidio contro il popolo ceceno“.

Continuano i preparativi per le elezioni popolari del 27 Ottobre: ad oggi vi sono 5 candidati alla Presidenza della Repubblica e un centinaio di candidati per il ruolo di deputato del nuovo Parlamento, il quale conterà quarantuno membri.

CONFLITTI SOCIALI – Nel centro detentivo di Naursk, ancora in stato di agitazione, una cinquantina di detenuti si appella a Dudaev affinché consenta loro di mettersi a disposizione della Guardia Nazionale, promettendo di non abbandonare il paese e di rimettersi successivamente alla volontà dei magistrati. Il professor Ramzan Goytemirov, leader del Movimento Verde, porta avanti le trattative con i detenuti.

19 Ottobre

RIVOLUZIONE CECENA – Eltsin intima alle milizie di Dudaev di smobilitare, e minaccia di prendere “tutte le misure necessarie a normalizzare la situazione, a garantire la sicurezza della popolazione ed a proteggere l’ordine costituzionale”. Il Vicepresidente del Comitato Esecutivo, Hussein Akhmadov, bolla l’ultimatum come “l’ultimo fiato dell’impero russo“.

CONFLITTI SOCIALI – Nel distretto di Naursk l’assemblea dei rappresentanti dei Cosacchi di Cecenia chiede un referendum per secedere dalla Cecenia ed annettere i territori del Distretto di Naursk al Territorio di Stavropol.

20 Ottobre

RIVOLUZIONE CECENA – L’esercito federale viene messo in stato di allerta.

21 Ottobre

RIVOLUZIONE CECENA – Autobus carichi di militanti provenienti da varie regioni del Caucaso giungono a Grozny. Molti attivisti della Confederazione dei Popoli del Caucaso, organizzazione appena costituita con l’obiettivo di raggiungere l’unità politica delle repubbliche del Caucaso Settentrionale, si mettono a disposizione dei rivoluzionari ceceni.

I rappresentanti dei movimenti moderati (Daymokhk, Partito Socialdemocratico, Unione degli Intellettuali ed altre sigle minori) tengono un presidio in Piazza del Teatro, a Grozny contro il Comitato Esecutivo chiedendo il disarmo delle milizie armate e lo sgombero degli edifici occupati.

Una rappresentativa degli anziani e del clero islamico si riunisce nella capitale cecena per dare il suo contributo alla soluzione della crisi politica in atto. Viene deciso di convocare un “Mekhk . Khel”, il tradizionale consiglio degli anziani che nel passato veniva chiamato a pronunciarsi su questioni particolarmente delicate.

21 Ottobre

RIVOLUZIONE CECENA – Scade l’ultimatum di Eltsin sul disarmo della Guardia Nazionale. Nessuna iniziativa pratica viene presa da Mosca, mentre la Commissione Difesa del Congresso Nazionale continua a registrare i volontari disposti a mobilitarsi in caso di confronto armato con le forze del Cremlino. A dirigere l’arruolamento c’è il Capo di Stato Maggiore della Guardia Nazionale, Iles Arsanukaev.

22 Ottobre

RIVOLUZIONE CECENA – Su ordine del Comitato Esecutivo hanno inizio le operazioni per il riconoscimento della cittadinanza. A Grozny e nelle principali città, ufficiali autorizzati dall’OKChN distribuiscono l’attestazione di nazionalità timbrando i vecchi passaporti sovietici con il simbolo della Repubblica Cecena e registrano i proprietari su elenchi ufficiali.

In Piazza del Teatro l’opposizione moderata manifesta contro le iniziative del Congresso, bollando come illegali le azioni da questo intraprese e riconoscendo il Soviet Provvisorio come unica autorità legittima nel paese.

23 Ottobre

RIVOLUZIONE CECENA – Doku Zavgaev invia un appello al popolo ceceno nel quale mette in guardia i cittadini dal proseguire sulla strada del caos e della rivoluzione, definendo la Cecenia “sull’orlo di una guerra civile”. Ricorda che l’inverno è alle porte, e che il caos ha impedito l’organizzazione logistica necessaria ad assicurare a tutti i villaggi di montagna sufficienti risorse per affrontarlo. Invita i cittadini a diffidare dei rivoluzionari, paventando il rischio che il Paese finisca nell’anarchia.

Le redazioni dei principali quotidiani ceceni chiedono al Comitato Esecutivo di liberare la sede della TV e della Radio di Stato e di permettere il libero svolgimento del lavoro dei giornalisti, lamentando forti pressioni da parte dei militanti dell’OKChN e della Guardia Nazionale.

24 Ottobre

RIVOLUZIONE CECENA – Il Soviet Supremo dell’URSS dichiara illegittime le elezioni popolari in programma per il 27 Ottobre ed invita i cittadini a boicottarle. I deputati del disperso Soviet Provvisorio si appellano al popolo perché boicotti le elezioni e sostenga il disarmo delle milizie.

In risposta all’appello di Zavgaev, il quale aveva definito la situazione in Cecenia “sull’orlo di una guerra civile” il Presidente della Commissione Difesa dell’OKChN, Bislan Gantamirov, risponde che “non ci sarà alcuna guerra civile” perché le armi che il Comitato sta ammassando sono destinate ad “invasioni dall’esterno”. La Guardia Nazionale, spiega, rimarrà in armi per garantire lo svolgimento delle elezioni popolari del 27 Ottobre.

Ad oggi sono candidati alla carica di deputato 187 cittadini. Altri 19, che avevano presentato la loro candidatura, sono stati rifiutati dalla Commissione Elettorale.

MANIFESTAZIONI POLITICHE – A Grozny si costituisce il comitato organizzativo per il congresso dei cittadini di lingua russa, in programma per il 19 Novembre.

Un cittadino legge un quotidiano appena acquistato da un ambulante, Grozny, 1991

25 Ottobre

RIVOLUZIONE CECENA – Eltsin invia il Viceministro delle Foreste, Akhmed Arsanov, come suo rappresentante in Cecenia. Arsanov è appartenente ad una illustre famiglia cecena, ed è molto rispettato tra la popolazione.

26 Ottobre

CONFLITTI SOCIALI – Nuove rivolte nelle carceri. 130 detenuti insorgono, ed altri 600, già fatti fuoriuscire nelle settimane precedenti, manifestano per le strade.

RIVOLUZIONE CECENA – Il Soviet Provvisorio, ricostituito sotto la presidenza di Baudi Bakhmadov, indice per il 17 Novembre un referendum sulla istituzione della carica di Presidente della Repubblica e sulla secessione dell’Inguscezia dalla repubblica Ceceno – Inguscia.

Il Rappresentante del Presidente della Federazione Russa, Akhmed Arsanov, interviene alla manifestazione dell’opposizione al Comitato Esecutivo dichiarando che “i popoli ceceno e inguscio sono stati, sono e rimarranno uniti” ed esortando i cittadini a boicottare le elezioni popolari previste per il giorno successivo. Infine si rivolge alla popolazione russa residente nella Repubblica, esortandola a non abbandonare il Paese.

In serata Dzhokhar Dudaev tiene una conferenza stampa, durante la quale dichiara che l’introduzione di Arsanov in Cecenia rappresenta “Un tentativo di introdurre un governatorato nella Repubblica”. Inoltre afferma che la decisione presa dal popolo ceceno di autodeterminarsi non deve necessariamente portare ad una rottura dei rapporti con la Russia, e che la popolazione russofona non ha nulla da temere. Infine, nei riguardi della ormai certa separazione tra Cecenia e Inguscezia, dichiara di essere intenzionato a rispettare le volontà degli ingusci, anche se sostiene la prospettiva di un percorso comune sulla strada dell’indipendenza.

27 Ottobre

RIVOLUZIONE CECENA – Si tengono le elezioni popolari organizzate dal Congresso Nazionale del Popolo Ceceno. La popolazione partecipa in massa (470.000 voti su 640.000 elettori, secondo la Commissione Elettorale) ed elegge il Generale Dudaev alla carica di Presidente della Repubblica con quasi il 90% dei voti, ed un Parlamento della Repubblica di 41 membri (al voto diretto vengono eletti 32 deputati, gli altri 9 verranno eletti nelle settimane seguenti con voto suppletivo). Almeno 14 deputati sono eletti tra le file del Partito Democratico Vaynakh, e la maggior parte degli altri tra gli attivisti dell’OKChN. L’opposizione moderata, la quale non ha partecipato al voto, è quasi assente dall’assemblea legislativa. Le elezioni sono caratterizzate da diffuse irregolarità, e sono sconfessate dalle forze moderate. In alcuni distretti l’organizzazione del voto è frammentaria e mancano commissioni neutrali in grado di verificare la validità del voto. Tuttavia la stragrande maggioranza della popolazione saluta l’evento con grande soddisfazione.

28 Ottobre

RIVOLUZIONE CECENA – Mentre il Soviet Supremo dell’URSS dichiara illegali le elezioni appena svoltesi, i movimenti moderati si riuniscono nel Movimento per la Conservazione della Cecenia – Inguscezia ed armano squadre di volontari che proteggano i seggi nelle elezioni previste per il 17 Novembre.

Dzhokhar Dudaev viene proclamato primo Presidente della Repubblica Cecena. Durante la conferenza stampa che segue, egli dichiara “Dobbiamo dimostrare alla civiltà mondiale che, essendo diventati più liberi, non saremo più necessari solo ai loro vicini, ma anche ad altri popoli “. Successivamente invia un appello al governo federale, nel quale si dice “fiducioso che le relazioni tra la Repubblica Cecena e la Federazione Russa saranno costruite sulla base delle norme civili, del diritto internazionale e nel rispetto reciproco dei diritti e delle libertà” e “sicuro che tutti i nostri ulteriori contatti porteranno a comprensione e rafforzamento di reciproci legami di amicizia tra i nostri popoli, i quali contribuiranno alla prosperità delle nostre repubbliche.”

L’opposizione moderata, la quale ha contestato e boicottato le elezioni, continua a manifestare in Piazza Sheikh Mansur (ex Piazza Lenin).

Elettori si registrano a Grozny per partecipare alle elezioni popolari. 27 ottobre 1991 (foto Gennady Khamelyanin TASS)

30 Ottobre

RIVOLUZIONE CECENA – L’opposizione continua ad occupare Piazza Sheikh Mansur. Tra i manifestanti si costituiscono bande armate. Gli esponenti dell’opposizione moderata dichiarano aperta la campagna elettorale per la costituzione del nuovo Soviet Supremo Ceceno – Inguscio, da decretarsi tramite voto popolare il 17 Novembre.

POLITICA NAZIONALE – Con il Decreto  Presidenziale n° 2 “Sulla creazione del Servizio Stampa sotto il Presidente della Repubblica”, Dudaev costituisce il Servizio Stampa Presidenziale.

I CINQUEMILA GIORNI DI ICHKERIA – PARTE 5 (AGOSTO – SETTEMBRE 1991)

2 Agosto

CULTURA – Viene costituito a Grozny l’Interclub, una sorta di ambiente comune a disposizione di tutti i cittadini. All’interno di esso viene istituito il centro per lo sviluppo delle culture nazionali, uno spazio a disposizione di tutti i popolo abitanti la Cecenia – Inguscezia dove tenere congressi, manifestazioni e assemblee.

8 Agosto

RIVOLUZIONE CECENA – Il Comitato Esecutivo dell’OKChN emette un appello indirizzato al Segretario Generale dell’ONU, al Segretario dell’Organizzazione dei Popoli Non Rappresentati ed in generale ai governi di tutto il mondo. In esso si legge: ” […] In considerazione del fatto che il Soviet Supremo della Repubblica non solo ha preso la decisione di ignorare la volontà popolare, ma ha anche utilizzato tutti i mezzi per affermare il suo potere ed ha adottato strumenti legislativi e delibere non riconosciutegli dal suo potere in rappresentanza di una repubblica sovrana, il Comitato Esecutivo ha deciso di convocare per l’8 Giugno di quest’anno i suoi deputati per proseguire il lavoro del Congresso come costituente. […] L’intera autorità nel territorio della Repubblica è stata trasferita al Comitato Esecutivo, eletto dal Congresso, fino alla formazione di un nuovo organo legislativo in conformità con le norme giuridiche universalmente riconosciute. […].”

9 Agosto

ASSOCIAZIONI – Viene istituita l’Unione degli Imprenditori della Ceceno – Inguscezia, prima camera associativa della nascente impresa privata nel paese.

Bandiera del Congresso Nazionale del Popolo Ceceno (OKChN)

14 Agosto

POLITICA LOCALE – Nel villaggio di Gekhi la popolazione protesta contro il capo dell’amministrazione locale, K. Gakaev, presidiando il palazzo del governo locale e sventolando drappi verdi. Il Consiglio Comunale stabilisce una sospensione di Gakaev ed il passaggio dell’autorità ad interim ad un altro membro del Consiglio.

15 Agosto

UNIONE SOVIETICA – In vista del 20 Agosto, data prevista per la firma del nuovo Trattato dell’Unione, il Soviet Supremo Ceceno  – Inguscio autorizza la delegazione repubblicana a recarsi a Mosca per presenziare alle cerimonia, ma non la autorizza a firmare alcun documento senza che prima non siano stati garantiti i diritti degli ingusci sul Distretto di Prigorodny. La delegazione, guidata da Doku Zavgaev, si reca nella capitale russa.

19 – 22 Agosto

PUTSCH DI AGOSTO – Un gruppo di politici ed ufficiali della vecchia guardia del PCUS, organizzati in un Comitato di Emergenza tenta di ripristinare il regime sovietico, arrestando Gorbachev con lo scopo di impedire la firma del nuovo Trattato dell’Unione. Durante il suo svolgimento Zavgaev si astiene dal prendere una chiara posizione contro i golpisti. I nazionalisti, invece, manifestano contro il Comitato di Emergenza e chiedono la soppressione del Soviet Supremo Ceceno – Inguscio, colpevole di non aver prontamente condannato il putsch.

RIVOLUZIONE CECENA – Il 20 Agosto il Partito Democratico Vaynakh tiene una manifestazione contro il colpo di stato. il KGB detiene per alcune ore il leader del partito, Zelimkhan Yandarbiev, poi lo rilascia su pressione dei manifestanti e del Generale Dudaev. Il 22 Agosto il colpo di stato fallisce, i cospiratori vengono arrestati e Gorbachev torna al potere, ma il destino dell’URSS è segnato.

PUTSCH DI AGOSTO – Boris Eltsin legge il proclama di condanna al Comitato di Emergenza davanti alla Casa Bianca, in piedi su un carro armato.

22 Agosto

RIVOLUZIONE CECENA – Nell’ultimo giorno del colpo di stato migliaia di ceceni scendono in piazza mobilitati dal Congresso Nazionale del Popolo Ceceno. Si registrano tafferugli con le forze dell’ordine ed il tentativo di alcuni militanti di impadronirsi degli studi televisivi per trasmettere un messaggio del Generale Dudaev.

23 Agosto

RIVOLUZIONE CECENA – La manifestazione del Congresso Nazionale del Popolo Ceceno continua, ed i manifestanti ottengono il diritto di parlare alla TV di Stato. Dudaev dichiara che lo scopo del Comitato Esecutivo del Congresso è la soppressione del Soviet Supremo e l’indipendenza della repubblica. Ruslan Khasbulatov, Presidente del Soviet Supremo dell’URSS, si reca a parlamentare con Zavgaev e gli intima di dimettersi per sventare il rischio di una rivolta popolare. Poi si intrattiene con Dudaev, con il quale concorda una road map basata sullo scioglimento del Soviet Supremo e la costituzione di un Soviet Supremo Provvisorio, il cui compito sarà quello di portare il paese ad elezioni democratiche.

24 Agosto

RIVOLUZIONE CECENA – Il presidio permanente dell’OKChN si ingrossa fino a raggiungere molte migliaia di persone. Folle di manifestanti bloccano il Ministero degli Affari Interni e la sede del KGB. In serata la statua bronzea di Lenin nella omonima piazza centrale di Grozny viene decapitata. Poi la folla penetra nell’edificio che ospita il Soviet Supremo Ceceno  – Inguscio e lo occupa, mentre altri manifestanti fanno irruzione nel SOVMIN (l’edificio del Consiglio dei Ministri). I lavori del Soviet Supremo si spostano alla Casa dell’Educazione politica. Zavgaev propone a Dudaev una commissione di conciliazione che negozi una soluzione della crisi politica senza il ricorso alla forza. Dudaev risponde chiedendo lo scioglimento del Soviet Supremo e nuove elezioni democratiche.

25 Agosto

RIVOLUZIONE CECENA – La manifestazione del Comitato Esecutivo del Congresso raccoglie ormai decine di migliaia di persone. Miliziani armati si aggirano per Grozny, mentre folle di manifestanti assediano gli edifici del Soviet Supremo, del Consiglio dei Ministri e del KGB, chiedendo le dimissioni di Zavgaev e lo scioglimento del Soviet. Le forze dell’ordine mobilitate dalle autorità non disperdono i manifestanti. Il Presidente del Soviet Supremo Russo, Ruslan Khasbulatov, chiede al Soviet Supremo di sciogliersi ed a Zavgaev di dimettersi, e di Costituire un Soviet Supremo Provvisorio che porti la Cecenia ed elezioni democratiche e multipartitiche.

26 Agosto

RIVOLUZIONE CECENA – Alla riunione del Soviet Supremo Ceceno – Inguscio intervengono numerosi rappresentanti del potere centrale, come il Presidente della Commissione Parlamentare Aslanbek Aslakhanov ed il Ministro Salambek Hadjiev, entrambi di nazionalità cecena. Hadjiev accusa senza mezzi termini Zavgaev di aver tradito il popolo durante il colpo di Stato. Nel corso della riunione, da Mosca giunge un telegramma del Presidente del Soviet Supremo russo, Ruslan Khasbulatov, nel quale si intima al Soviet Supremo Ceceno – Inguscio di sciogliersi quanto prima e di indire nuove elezioni. Il Soviet respinge le accuse e gli ordini da Mosca, dichiarando che in quanto Stato sovrano la Repubblica Ceceno – Inguscia ha piena facoltà di operare autonomamente.

Nel frattempo in tutta Grozny i militanti del Comitato Esecutivo dell’OKChN occupano edifici pubblici e sezioni del Partito. A mezzogiorno Zavgaev legge alla radio un appello alla popolazione nel quale chiede ai cittadini di non lasciarsi coinvolgere “dagli estremisti”. Nello stesso momento Dudaev interviene alla riunione del Soviet Supremo dichiarano che la sua azione non è volta alla conquista del potere, ma a favore di un cambiamento democratico che tuteli tutte le componenti etniche e sociali della Repubblica. Al Presidium del Soviet Supremo inizia a circolare la proposta di dimissioni generali e nuove consultazioni.

Un manifestante tiene in mano la prima pagina di un quotidiano con la foto del leader della Rivoluzione Cecena, il Maggior Generale dell’aviazione Dzhokhar Dudaev

27 Agosto

RIVOLUZIONE CECENA – La manifestazione di Grozny si estende a tutto il Paese. Miliziani del Comitato Esecutivo del Congresso bloccano le stazioni ferroviarie, l’aereoporto e le vie di uscita dalla città di Grozny, oltre alle stazioni radio ed ai centralini telefonici. Militanti del Congresso ammainano la bandiera della RSSA Ceceno – Inguscia dall’edificio del Soviet Supremo ed innalzano la bandiera verde–bianco-rossa della Cecenia indipendente. Manifestanti fedeli al Soviet Supremo si radunano davanti alla Casa dell’Educazione Politica e tengono una piccola manifestazione a sostegno delle istituzioni. Anche da alcuni collettivi del lavoro giungono messaggi di solidarietà a Zavgaev.

28 Agosto

RIVOLUZIONE CECENA – Il Soviet Supremo emette una risoluzione di condanna al Comitato Esecutivo del Congresso ed al Partito Democratico Vaynakh, esortando la popolazione a non aderire ai tentativi insurrezionali.

29 Agosto

TENSIONI SOCIALI – La colonia penale di Naursk entra in agitazione. Circa 400 detenuti si ribellano, dando alle fiamme le torri di guardia e costringendo il personale ad evacuare la struttura. A fine serata una cinquantina di criminali controlla ancora parte della prigione.

29 Agosto

PARTITO COMUNISTA – A seguito del Putsch di Agosto il Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS) viene “sospeso” a tempo indeterminato in tutta l’URSS. Le sue strutture iniziano a dissolversi.

30 Agosto

RIVOLUZIONE CECENA – Il Soviet Supremo conferma piena fiducia a Doku Zavgaev ma accetta di dimettersi quasi integralmente. Restano ai loro posti soltanto Zavgaev ed i due vicepresidenti del Presidium.

31 Agosto

RIVOLUZIONE CECENA – La Guardia Nazionale, formazione volontaria armata dal Comitato Esecutivo, eregge barricate in tutta Grozny. Le forze dell’ordine del Ministero degli Interni rimangono acquartierate nelle caserme.

1 – 2 Settembre

RIVOLUZIONE CECENA – Durante la terza sessione del Congresso Nazionale del Popolo Ceceno il Comitato Esecutivo assume pieni poteri e da il suo sostegno alla creazione di un Soviet Provvisorio di tredici membri composto da esponenti del vecchio regime e da uomini di fiducia del Congresso.

3 Settembre

RIVOLUZIONE CECENA – Zavgaev dichiara lo Stato di Emergenza in Ceceno – Inguscezia. Le forze dell’ordine, tuttavia, non danno seguito alle direttive del governo e non intervengono a disperdere i manifestanti. Zavgaev è politicamente isolato e incapace di difendere la sua posizione.

Il palazzo del Soviet Supremo Ceceno – Inguscio in una foto degli anni ’70. L’edificio fu occupato dai manifestanti separatisti, i quali costrinsero Zavgaev ed i suoi seguaci a rassegnare le dimissioni.

6 – 7 Settembre

RIVOLUZIONE CECENA – Militanti del Congresso Nazionale del Popolo Ceceno, guidati da Yusup Soslambekov, irrompono in una sessione del Soviet Supremo Ceceno Inguscio, sciogliendolo con la forza. Il segretario locale del Partito, Vitali Kutsenko, cade dal terzo piano dell’edificio. Spirerà poche ore dopo in ospedale senza che si sappia se è morto a causa di una fatalità o se è stato deliberatamente defenestrato. Molti altri esponenti del partito rimangono contusi. Dopo aver firmato un “atto di rinuncia” Zavgaev fugge da Grozny e riesce a mettersi in salvo nell’Alto Terek.

Il Comitato Esecutivo istituisce un Comitato per la Gestione Operativa dell’Economia (COFEC) che si occupi di mantenere in funzione il sistema produttivo della Repubblica durante la transizione tra il Soviet Supremo ed un governo democraticamente eletto. A guidarlo viene chiamato il giovane imprenditore Yaragi Mamodaev, finanziatore del Comitato Esecutivo e molto vicino al Generale Dudaev.

NEGOZIATI RUSSO/CECENI – Il Segretario di Stato russo Barbulis, ed il Ministro della Stampa e dell’Informazione, Poltoranin tengono un primo negoziato con Dudaev, non riuscendo tuttavia a raggiungere alcuna intesa con il Generale.

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I CINQUEMILA GIORNI DI ICHKERIA – PARTE 3 (1990)

Marzo

PARTITO COMUNISTA – Il Primo Segretario Doku Zavgaev viene eletto Deputato al Congresso dei Deputati del Popolo dell’URSS e, pochi giorni dopo, Presidente del Soviet Supremo della RSSA Ceceno – Inguscia, assommando in sé la massima carica politica e la massima carica amministrativa della Repubblica. Nessun politico in Cecenia ha mai avuto tanto potere.

MOVIMENTI POLITICI – Vede la luce il movimento nazionalista e confessionale Via Islamica. A guidarlo si pone Bislan Gantamirov, ex dipendente del Ministero degli Affari Interni della RSSA Ceceno – Inguscia.

8 Marzo

IRREDENTISMO INGUSCIO – Una folla di diecimila ingusci si raduna a Nazran, capoluogo dell’Inguscezia, chiedendo il ritorno alla patria del Distretto di Prigorodny. La manifestazione si svolge senza incidenti. Nei giorni seguenti il presidio si ingrosserà fino a raggiungere i quarantamila partecipanti, quasi il 20% dell’intera popolazione inguscia.

Mappa dell’Inguscezia e dei territori rivendicati. Il territorio tratteggiato con linee e puntini è il Distretto di Prigorodny, rivendicato dagli ingusci a margine della Legge sulla Riabilitazione dei Popoli Oppressi.

Aprile

MOVIMENTI POLITICI – Nasce l’Associazione dell’Intellighenzia della Repubblica Ceceno – Inguscia, un’organizzazione professionale, sociale e politica che rappresenta il mondo intellettuale. Di orientamento liberaldemocratico, sostiene la creazione di un sistema parlamentare e multipartitico.

10 Aprile

UNIONE SOVIETICA – Il Soviet Supremo dell’URSS promulga la Legge sui fondamenti economici dell’URSS, dell’Unione e delle Repubbliche Autonome nella quale si riconosce il diritto alla piena autonomia economica dei soggetti dell’Unione.

19 Aprile

MANIFESTAZIONI POLITICHE – Migliaia di persone si radunano ad Achkhoy – Martan chiedendo la sostituzione della Presidenza del Comitato Distrettuale. A guidarla c’è l’avvocato Shepa Gadaev, già membro del Partito. A seguito della sua contestazione egli viene espulso dal PCUS, ma le manifestazioni continuano.

26 Aprile

UNIONE SOVIETICA – Il Soviet Supremo dell’URSS promulga la Legge sulla delimitazione dei poteri tra l’URSS ed i membri della Federazione nella quale si apre alla possibilità, da parte delle repubbliche autonome della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa (RSFSR) di acquisire lo Status di repubblica indipendente (al pari di soggetti come Ucraina, Bielorussia, Moldavia ecc…) La legge istituisce uno strumento pericoloso per l’integrità territoriale della Russia, giacchè ognuno delle decine di soggetti facenti parte della RSFSR potrebbe utilizzarlo per dichiarare l’indipendenza.

28 Aprile

MANIFESTAZIONI POLITICHE – Dopo dove giorni di manifestazioni continue la dirigenza del PCUS acconsente alla sostituzione del Presidente del Comitato Distrettuale, reintegrando Shepa Gadaev nel Partito e nominandolo al vertice locale dell’organizzazione.

4 Maggio

MOVIMENTI POLITICI – Si costituisce  Grozny il Partito Socialdemocratico Ceceno. Guidato da Ruslan Azimov, tra i suoi esponenti conterà il giornalista Timur Muzayev, autore di numerosi articoli sulla questione cecena, nonché di lunghi e approfonditi “monitoraggi politici” sulla situazione politica e sociale della Repubblica Cecena di Ichkeria.

5 Maggio

MOVIMENTI POLITICI – Membri dell’associazione “Bart” costituiscono a Grozny il Partito Democratico Vaynakh (VDP), di orientamento nazionalista radicale, sostenitore dell’indipendenza. Alla sua guida viene eletto Zelimkhan Yandarbiev.

12 Maggio

PARTITO COMUNISTA – Il giornale del Komsomol, organo giovanile del PCUS inizia le pubblicazioni in lingua cecena e inguscia. Per la prima volta gli organi ufficiali del partito utilizzano la lingua indigena, anziché il russo.

15 Maggio

PARTITO COMUNISTA – Si tiene la conferenza di aggiornamento politico del PCUS locale. La relazione evidenzia la forte tensione sociale e la difficile congiuntura economica, la quale rischia di esacerbare il conflitto tra la popolazione e il partito.

La foto mostra un giovane Zelimkhan Yandarbiev, il cui ritratto è stampato sul retro – copertina di uno dei suoi libri di poesie edito nel 1990.

12 Giugno

UNIONE SOVIETICA – Il Soviet Supremo della RSFSR Russa, diretto da Boris Eltsin, promulga una Dichiarazione di Sovranità nella quale viene sancita la superiorità delle leggi varate dal governo russo su quelle emesse dal Soviet Supremo dell’URSS. In questo modo il potere del Presidente Gorbachev risulta notevolmente ridotto, mentre Eltsin si avvia a prendere il potere effettivo a Mosca.

15 Agosto

CONGRESSO NAZIONALE – Si costituisce il Comitato Organizzatore del Congresso Nazionale Ceceno. Tra i suoi membri figurano esponenti del nazionalismo moderato come Lecha Umkhaev, membri del Soviet Supremo Ceceno – Iguscio come Yusup Elmurzaev ed illustri intellettuali, come Musa Akhmadov. Al Comitato partecipano anche esponenti del nazionalismo radicale, tra i quali il già citato Hussein Akhmadov e l’esponente del VDP Yusup Soslambekov. La carta fondativa, pubblicata quello stesso giorno, cita tra gli obiettivi del Congresso: “Discussione sull’idea di creare una repubblica cecena sovrana basata su principi democratici che integrino la struttura sociale tradizionale”.

Settembre

CULTURA – Il neonato Movimento per il Restauro della Memoria Storica inizia a raccogliere le antiche steli e lapidi scolpite, a suo tempo abbattute dai sovietici a seguito della deportazione e poi utilizzate come materiale da costruzione. In poche settimane gli attivisti del Movimento, tra i quali si conta anche il Capo del Dipartimento Ideologico del PCUS di Urus – Martan, Ruslan Tulikov, raccoglierà circa millecinquecento manufatti.

31 Ottobre

MANIFESTAZIONI POLITICHE – Manifestanti bloccano le strade nei pressi di Mesker – Yurt, impedendo al locale cementificio di consegnare il materiale prodotto. Le forze dell’ordine sgomberano il picchetto e denunciano tre cittadini locali per violazione della legge appena approvata dal Soviet Supremo dell’URSS Sulla responsabilità penale per il blocco delle comunicazioni ed altre azioni illegali che minino la sicurezza e il funzionamento del sistema dei trasporti.

6 Novembre

MOVIMENTI POLITICI – Si costituisce l’Associazione  Ceceno – Inguscia delle vittime della repressione politica, Istituita per assistere la riabilitazione delle vittime della repressione politica durante il periodo sovietico, lo studio e la promozione della conoscenza storica sullo stalinismo e sul regime repressivo comunista.

23 – 25 Novembre

CONGRESSO NAZIONALE – Si tiene a Grozny il I Congresso Nazionale Ceceno. E’ la prima assemblea ecumenica della nazione cecena dall’avvento dell’URSS. Il Congresso è partecipato massicciamente, e vissuto con grande interesse dalla stampa locale. Il documento più importante prodotto dai delegati è una Dichiarazione di Sovranità sulla falsariga di quella emessa da Eltsin in Russia, nella quale si dichiara la Cecenia una repubblica sovrana. Delegati da tutto il paese e da molte parti del mondo partecipano con interventi appassionati, ma la figura che emerge più autorevole è quella del Generale dell’aviazione sovietica Dzhokhar Dudaev, invitato dai nazionalisti radicali e divenuto subito un punto di riferimento assai popolare. Al termine del Congresso viene eletto un Comitato Esecutivo (Ispolkom) che si occupi di portare avanti le istanze del Congresso. Dzhokhar Dudaev viene nominato Presidente, mentre Umkhaev e Yandarbiev sono nominati vicepresidenti. Poco dopo Dudaev torna alla base militare di Tartu, dove è di stanza, mentre i due vicepresidenti innescano una lotta per assicurarsi il controllo del Congresso.

il Generale Dzhokhar Dudaev presenzia al Congresso Nazionale Ceceno, 23/25 Novembre 1990

27 Novembre

POLITICA NAZIONALE – Facendo seguito a quanto accaduto al Congresso Nazionale Ceceno, il Doku Zavgaev convince il Soviet Supremo Ceceno – Inguscio a votare una Dichiarazione di Sovranità ufficiale. In essa non si esclude la possibilità di un nuovo accordo federale con la Russia, anzi, lo si auspica. Tuttavia al punto 14 la Dichiarazione esplicita: “La Repubblica conferma la giusta richiesta degli ingusci per il rispristino della sovranità nazionale e la necessità di risolvere il problema del ritorno dei territori che appartengono loro, sottratti a seguito delle repressioni di Stalin, nel Distretto di Prigorodny ed in parte del territorio del Distretto di Malgobek, così come la riva destra dell’Ordzhonikidze (Valdikavkaz). Il Trattato dell’Unione sarà firmato dalla Repubblica Ceceno – Inguscia dopo che sarà stata risolta la questione del ritorno dei territori alienati all’Inguscezia.”. Tecnicamente, come commenta il giornalista Sherip Asuev in un articolo della ITAR – TASS: “Il quattordicesimo articolo della Dichiarazione significa che prima della firma dei Trattati Federali e dell’Unione la Repubblica Ceceno – Inguscia non fa parte né della Federazione Russa, né dell’Unione Sovietica. In questo modo Zavgaev cerca di ammansire i nazionalisti radicali senza cedere al secessionismo. I nazionalisti radicali sfidano Zavgaev a dar seguito alla Dichiarazione di Sovranità, per bocca di Yandarbiev: “Se il Soviet Supremo continuerà a mostrarsi sostenitore della sovranità statale, se agirà nella direzione di concretizzare il contenuto della Dichiarazione, siamo pronti ad essere i suoi alleati più leali e disinteressati […] Ma se tradirà segretamente o esplicitamente la Dichiarazione adottata, tradendo in tal modo gli interessi del popolo ceceno che ha risposto fiducia in esso, il VDP inizierà la più spietata delle lotte […]”.

Dicembre

RIVOLUZIONE CECENA – I movimenti nazionalisti radicali confluiscono nel Movimento Nazionale Ceceno. Esso si mobiliterà nelle settimane successive a sostegno del dittatore iracheno Saddam Hussein, in quel momento sotto attacco da parte della Coalizione Internazionale nella Guerra del Golfo.

10 Dicembre

POLITICA NAZIONALE – Per effetto di una delibera del Presidium del Soviet Supremo Ceceno – Inguscio, l’aereoporto civile di Grozny viene ribattezzato Sheikh Mansour, in onore dell’eroe nazionale ceceno. Inizia un fitto processo di ridenominazione di vie, strade, piazze e villaggi, in ordine a recuperare la toponomasica indigena o a costruirne una nuova con i riferimenti alla storia, alla cultura ed alle tradizioni locali.

30 Dicembre

MOVIMENTI POLITICI – Si costituisce l’Associazione dei Cosacchi del Terek, una sorta di sindacato etnico guidato da Georgy Galkin. Scopo dell’organizzazione è la riscoperta e la tutela dei valori e delle tradizioni cosacche.

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LA VOCE DEL NEMICO: L’ICHKERIA SECONDO TROSHEV (PARTE 1)

Gennady Troshev è stato uno dei protagonisti delle due guerre russo – cecene: comandò le forze federali durante il primo conflitto, guidò la difesa del Daghestan dall’invasione islamista dell’Agosto 1999 e poi di nuovo la seconda invasione della Cecenia. Su questa esperienza ha scritto tre libri: “La mia guerra: Diario di un Generale in Trincea” (2001) “Recidiva Cecena: Note del Comandante” (2003) e “Pausa Cecena: Diari e Ricordi (2008).  Si tratta di raccolte di documenti, resoconti, riflessioni, che fanno somigliare i tre libri più ad un diario personale che ad un memoriale organico.

Troshev fu uno dei più accaniti oppositori della Repubblica Cecena di Ichkeria. Le sue memorie, come vedremo, lasciano trasparire in maniera chiara il suo punto di vista non soltanto come militare, ma anche come funzionario leale alla causa della Federazione Russa, fiero oppositore del secessionismo ceceno e implacabile critico dei suoi leaders. Le sue parole non sono quelle dello storico, o dell’analista politico: forse proprio per questo spiegano in maniera più efficace (in quanto non – neutrale) le ragioni di chi prese le armi contro la ChRI.

Lo slideshow mostra le copertine dei tre libri scritti da Troshev

SERVIZI SEGRETI

Troshev ebbe fin dall’inizio una pessima opinione di Dudaev. Lo considerava come una sorta di “gangster in divisa”, e biasimava il governo russo per averlo indirettamente favorito rispetto a Zavgaev, del quale apprezzava il pragmatismo e la visione di prospettiva. Secondo lui Dudaev aveva avuto più di un alleato “non convenzionale”: il neonato governo Eltsin, come dicevamo, ma anche i servizi segreti di molti paesi, desiderosi a vario titolo di indebolire la posizione della Russia.

“E’ anche assolutamente indiscutibile che molti servizi segreti stranieri abbiano “ereditato” la Cecenia. Soprattutto quelli mediorientali. Sotto la “copertura” di varie compagnie, hanno svolto il loro lavoro praticamente alla luce del sole, con lo scopo non tanto di raccogliere informazioni, quanto di preparare il conflitto militare tra la Cecenia e la Russia. Ciò è dimostrato da numerose intercettazioni di informazioni di intelligence e dalle testimonianze degli stessi agenti. Mosca ha reagito lentamente a queste circostanze. Come mi ha detto a Grozny uno degli alti rappresentanti delle forze dell’ordine russe, questa passività è stata associata alla corruzione dei vertici del governo federale ed all’instabilità della situazione politica nel paese nel suo complesso.”

La guerra, quindi, fu procurata secondo Troshev anche dall’intervento di forze esterne intenzionate ad aumentare l’attrito tra i nazionalisti ceceni ed il governo federale.

Dzokhar Dudaev in abito

IMPREPARAZIONE DELL’ESERCITO FEDERALE

Troshev fu inviato a guidare le unità dell’esercito federale poco dopo l’ingresso delle truppe in Cecenia. Come comandante dovette confrontarsi fin da subito con la carenza organizzativa e morale dell’esercito che era stato inviato a guidare.

“l’operazione [l’assalto a Grozny, ndr.] è iniziata il 31 dicembre 1994. Secondo alcuni generali l’iniziativa per l’assalto “festivo” di Capodanno sarebbe stata ideata da persone appartenenti alla cerchia ristretta del Ministero della Difesa, desiderose di far coincidere la cattura della città con il compleanno di Pave Sergeevich [Grachev, Ndr.]. Non so quanto ci sia di vero qui, ma il fatto che l’operazione sia stata davvero preparata in fretta, senza una reale valutazione delle forze e dei mezzi del nemico è un dato di fatto. Non si fece in tempo neanche a dare un nome all’operazione.

Sulla base dei dati operativi sul gruppo a difesa della città, era necessario avere almeno 50/60 mila persone per l’assalto. Questi calcoli hanno una propria logica, dimostrata dall’esperienza storica. […] Al 3 Gennaio non c’erano più di cinquemila persone a Grozny e, lasciatemelo ricordare, c’erano il doppio dei militanti!

Le comunicazioni radio nelle unità che assaltavano Grozny erano quasi paralizzate a causa della confusione che regnava nell’aria. Non c’era praticamente alcuna integrazione tra le unità, l’inesperienza affliggeva la maggior parte dei guidatori dei carri armati e dei veicoli da combattimento per fanteria. […] Colonne miste (automobili e mezzi blindati) si allungavano su strade strette senza margini di manovra. Di conseguenza, fanteria ed equipaggiamento furono colpiti dagli edifici a bruciapelo. I comandanti, a partire dal comandante di battaglione a seguire, in realtà non avevano una mappa di Grozny, da qui le frequenti “interruzioni” del percorso, e la perdita di orientamento. E se qualcuno aveva le mappe, erano nella migliore delle ipotesi modelli del 1980, molto obsoleti e mancanti di interi microdistretti.

I numeri citati da Troshev riguardo la consistenza delle unità attaccanti non devono essere mal interpetati: per lui erano da considerarsi unità combattenti soltanto gli uomini inquadrati nell’esercito, e tra questi soltanto i reparti che guidarono il primo assalto alla città. L’opinione del Generale qui è sostanzialmente quella sostenuta dalla maggior parte degli analisti militari: l’invasione della Cecenia e l’assalto a Grozny furono improvvisati e guidati dalla convinzione che una semplice prova di forza sarebbe bastata a far fuggire i separatisti.

CRIMINI DI GUERRA

La Prima Guerra Cecena vide la Russia sconfitta prima di tutto sul fronte dell’informazione. Impreparati a gestire la mediaticità dei nuovi conflitti, i comandi russi si trovarono a doversi proteggere da un fuoco di critiche, essendo incapaci di seguire un’efficace strategia comunicativa. Il fulcro della propaganda separatista furono i costanti resoconti delle atrocità commesse dall’esercito federale, ma soprattutto dalla polizia OMON, sui civili ceceni. Nelle sue memorie Troshev racconta una sua versione dei crimini di guerra compiuti dai separatisti, dei quali i media e l’opinione pubblica sembravano, a suo parere, non curarsi:

“Uno degli spettacoli preferiti dai militanti della prima guerra erano i combattimenti tra schiavi. Penso che valga la pena menzionare anche questo. I militanti spesso organizzavano qualcosa di simile ai combattimenti di gladiatori: se vinci vivrai, se perdi, tu stesso avrai scelto la morte. Per salvarsi la vita alcuni dei prigionieri hanno accettato di convertirsi all’Islam. Successivamente i “convertiti” hanno affermato nelle interviste che essere musulmani significava servire la verità, che la Russia era un aggressore che stava compiendo un’ingiusta azione in Cecenia, e che i ceceni (cioè i banditi) erano giusti, stavano conducendo una guerra santa contro gli infedeli. […] L’adozione dell’Islam era cosparsa di sangue: prima di accettare l’Islam il prigioniero doveva sparare o pugnalare il suo compagno di prigionia […].

Anche rispetto agli eccessi compiuti dai militari russi, Troshev aveva una sua idea piuttosto chiara: i “suoi” uomini si comportarono sempre piuttosto bene, e laddove ci furono crimini, questi furono compiuti essenzialmente dalle unità dipendenti dal Ministero degli Interni, e dalla Polizia OMON:

“La prolungata presenza di truppe federali nei punti di schieramento, la passività nel disarmo dei gruppi di banditi e l’aumento del numero delle cosiddette perdite non combattenti hanno avuto un effetto deprimente sul personale. I casi di saccheggi sono diventati più frequenti, sempre più spesso si è cominciato a licenziare “soldati a contratto” per ubriachezza… […] Di quali standard etici possiamo parlare se i residenti di alcuni insediamenti classificano le forze federali a modo loro “per gradi”? Il primo scaglione combatte principalmente i banditi e condivide pane e cibo in scatola con i civili (si tratta principalmente di uomini dell’esercito). Il secondo scaglione fa una “pulizia”, non condivide nulla, ma non entra in casa finchè non lancia una granata per ogni evenienza, schiacciando tutto ciò che gli sta intorno (truppe interne). Il terzo “scaglione” passa per il villaggio con grandi borse in spalla e ruba tutto ciò che ha valora dai residenti locali (questa è principalmente la polizia). Questo “scaglionamento”, ripeto, non è stato inventato da me o dal quartier generale delle forze federali. Questa è la terminologia dei civili in Cecenia. Non voglio denigrare i rappresentanti delle truppe interne e della polizia (sono nostri fratelli d’armi) ma non ho nemmeno il diritto di chiudere gli occhi su tali fatti, poiché queste rapine possono in un attimo annullare enormi sforzi e vittorie di tutte le forze federali, compreso il Ministero degli Affari Interni, ottenute nelle battaglie con i banditi.”

Militari russi posano davanti ad una abitazione data alle fiamme.

ORGANIZZAZIONE MILITARE DEI SEPARATISTI

A dispetto dell’immagine descritta a posteriore dai separatisti, secondo la quale l’esercito dei difensori era poco più che un’accozzaglia di giovani volontari armati alla meno peggio e animati soltanto dal sacro dovere di resistere, Troshev descrive quanto invece, secondo lui, il fronte militare avversario forze forte e ben organizzato (nonché fiancheggiato da migliaia di mercenari), e di quanto difficile sarebbe stato per qualsiasi esercito piegarlo in battaglia:

Al 1° Marzo 1995 il numero totale del personale dei gruppi armati illegali, escluse le potenziali riserve nelle zone montuose, raggiungeva più di novemila persone, tra le quali più di tremilacinquecento erano mercenari e volontari provenienti dall’estero, vicino e lontano. Erano armati con più di 20 carri armati, 35 veicoli blindati per il trasporto della fanteria, 40 cannoni e mortai, 5 – 7 installazioni GRAD, 20 sistemi antiaerei. Allo stesso tempo, nel solo mese di Febbraio, il numero dei veicoli corazzati è raddoppiato a seguito delle riparazioni avviate nelle rimesse di Shali e Gudermes, ed anche la fornitura di armi attraverso Azerbaijan e Georgia è aumentata. I dudaeviti continuarono a raggruppare le loro forze ed i loro mezzi, preparandosi per le future battaglie. L’attenzione principale era posta al rafforzamento della difesa dei fronti di Gudermes e Shali. I gruppi militanti, qui, sono diventati i principali, poiché il baricentro della resistenza alle truppe federali si era spostato nelle regioni orientali e sudorientali della Repubblica. […] I militanti avevano preparato le basi con armi, munizioni, medicinali e cibo in anticipo, il che permise loro di condurre operazioni di combattimento in autonomia per lungo tempo. Nell’Est della Repubblica spiccavano le unità di difesa di Argun, Shali e Gudermes. La posizione geografica militarmente favorevole e la presenza di barriere d’acqua ramificate […] rafforzava i già potenti centri di resistenza. Ad esempio, la piazzaforte di Shali includeva due linee di difesa ben separate. La prima, su entrambe le rive del fiume Argun, sul lato di Chechen – Aul, Starye Atagi e Belgatoy. La seconda dentro Shali e nei sobborghi più vicini, con una rete sviluppata di strade di accesso che consentiva al nemico, se necessario, di manovrare prontamente con uomini e mezzi. Secondo le nostre informazioni qui erano concentrati fino a 1700 militanti, carri armati, artiglieria e mortai, oltre a diversi lanciarazzi. Non era escluso che da un momento all’altro potessero essere supportati da distaccamenti di militanti (fino a 500 persone) con attrezzatura provenienti dalla regione di Vedeno e dagli insediamenti di Kurchaloy e Avtury.

DOPO BUDENNOVSK

Il Raid su Budennovsk fu l’evento che determinò una svolta radicale nel primo conflitto ceceno. L’azione, ideata a portata a termine da Basayev e dai suoi luogotenenti, costrinse il governo federale a negoziare un cessate – il – fuoco, creando le premesse di quella “strana guerra” che, trascinandosi fino all’autunno del 1995, avrebbe permesso ai separatisti di riorganizzarsi e di preparare la riscossa del 1996.

“Avendo abbandonato il confronto diretto e utilizzando un accordo su un cessate il fuoco reciproco, i militanti hanno fatto affidamento sulle tattiche di guerriglia, del sabotaggio e delle attività terroristiche. Molti uomini ceceni ripresero nuovamente le armi. In montagna di formarono gruppi per compiere sabotaggi, vennero create nuove basi dei militanti, dove venivano addestrati i sabotatori. In particolari, “scuole” simili erano situate nelle vicinanze di Bamut, di Orekhov, di Roshni – Chu. Un centro di formazione operava sul territorio della vicina Inguscezia – presso il dipartimento regionale degli affari interni della regione di Dzheyrakh, nell’edificio del sanatorio “Armkhi”. Durante la moratoria, il comando dei militanti provenienti da distaccamenti sparsi e demoralizzati è riuscito a riunire quattro gruppi relativamente grandi, rifornirli di “volontari”, armi e munizioni, ripristinare il sistema di controllo e dispiegare un nuovo sistema di comunicazione cellulare.

Alla fine di Agosto i gruppi di banditi, fino a cinquemila, si erano concentrati in quattro regioni principali: est, sud, ovest e centro. Erano armati con 10 carri armati, 12/14 veicoli da combattimento per la fanteria e veicoli blindati, 15/16 cannoni e mortai, diversi lanciarazzi a lancio multiplo, due dozzine di sistemi missilistici antiaerei. Attrezzature e armi arrivavano dall’estero attraverso Azerbaijan, Georgia e Inguscezia. La comunicazione tra i posti di controllo dei gruppi armati illegali era garantita da un sistema ad onde ultracorte a sette frequenze fisse, utilizzando stazioni radio della società Motorola. Per garantire la segretezza, il comando militare cambiò i nominativi degli ufficiali e dei comandanti sul campo che lavoravano nella rete radio del controllo operativo.

Mentre le nostre truppe erano sulle montagne, il nemico iniziò a ritirare le sue truppe nella pianure, inclusa Grozny. Gli attacchi con armi leggere, mortai e lanciagranate ai posti di blocco e alle basi dei federali non si fermava, La “guerra contro le mine” si svolgeva su larga scala. Anche nel processo di consegna delle armi da parte della popolazione, i militanti cercavano di ottenere il massimo beneficio per loro stessi: portavano per lo più armi vecchie o difettose e ricevevano una discreta ricompensa in denaro per ogni carico. Poi persone fidate dei militanti compravano armi nuove ai bazar con questo denaro. Questa è una scena abbastanza tipica. Si capiva sempre più chiaramente che gli accordi firmati con i capi delle formazioni di banditi erano una formalità, e non venivano praticamente rispettati.

Da sinistra a destra: Isa Madae (con il basco)v, Gennady Troshev (con il cappello), Aslan Maskhadov

IL SUPPORTO DELLA DIASPORA ALLA RESISTENZA CECENA

Contrariamente a quanto affermato dai separatisti, Troshev valutava come “determinante” l’appoggio fornito dai sostenitori esterni alla resistenza armata. Si riferiva certamente non soltanto alle donazioni volontarie dei ceceni all’estero, ma anche al supporto interessato dei governi in attrito con la Russia, e dai loro servizi segreti. In questo passo Troshev parla delle organizzazioni appartenenti alla diaspora Vaynakh che sostenevano i dudaeviti durante la Prima Guerra Cecena e della resistenza durante la Seconda:

“Caratteristiche distintive dei membri delle diaspore cecene sia nei pasi della CSI che nel lontano estero sono il pregiudizio anti  -russo, tradizioni storiche e religiose comuni, idee ed obiettivi nazionalisti, il che determina il loro sostegno al movimento separatista in Cecenia. La diaspora cecena in Turchia, ad esempio, è una delle più numerose, contando oltre trentamila persone, alcune delle quali occupano posizioni di rilievo nei più alti organi statali e nelle forze armate. Secondo le stime circa 50.000 Vaynakh si trovano in Giordania, Siria ed Iraq. Una colonia cecena di diverse decine di migliaia di persone risiede permanentemente negli Emirati Arabi Uniti. Ci sono circa 2.000 ceceni in Israele. Nelle aree nelle quali la loro presenza è più massiccia i ceceni dimostrano un alto livello di coesione nazionale con i loro compatrioti nella loro terra natale. Subito dopo l’inizio della seconda campagna militare cecena, diversi milioni di dollari sono stati inviati solo dall’Arabi Saudita ai “fratelli della fede”: Un altro tipo di assistenza è il reclutamento di mercenari tra i rappresentanti delle diaspore negli stati del Vicino e Medio Oriente.

Le diaspore cecene sono le più influenti e organizzate nelle repubbliche che facevano parte dell’ex Unione Sovietica. I loro rappresentanti in Bielorussia, Ucraina, Moldavia e Kazakistan mantengono legami con la Cecenia. Queste connessioni sono spesso di natura criminale. In particolare, i “nuovi ceceni” forniscono assistenza finanziaria a gruppi armati illegali. Secondo le forze dell’ordine, una delle fonti di reddito per i “gruppi ceceni” sono i contributi degli imprenditori locali. Anche durante il conflitto armato del 1994 – 1996, le comunità cecene della CSI hanno pagato la cosiddetta “tassa volontaria sugli aiuti ai fratelli belligeranti”. In Kazakistan, ad esempio, questa ha raggiunto il 10% del reddito della diaspora nazionale. Secondo alcuni rapporti, dal 25 al 50 percento dei profitti delle attività degli uomini d’affari ceceni sarebbero stati inviati in Cecenia.

In Russia la diaspora cecena conta circa cinquecentomila persone. Non è un segreto che la maggior parte dei suoi rappresentanti sia coinvolta nel business criminale. Controllano il commercio dei prodotti petroliferi, i servizi ai consumatori, la ristorazione pubblica e la lavorazione dei prodotti agricoli. In alcune regione della Russia, addirittura, controllano completamente l’attività del prestito, ed in alcuni casi influenzano i rappresentanti delle autorità locali. Ci sono prove che nella stessa Russia ci siano banche e aziende che sono state impegnate in transazioni fraudolente nel settore monetario.

Uno  dei partecipanti al finanziamento illegale dei gruppi armati illegali era la Transcreditbank, con sede a Mosca. Secondo la Direzione principale per la Lotta alla Criminalità Organizzata del Ministero degli Affari Interni della Federazione Russa, la direzione della banca ha partecipato alle attività di legalizzazione dei proventi criminali, incassando fondi e incanalandoli verso i combattenti ceceni. Secondo il GUBOP, ogni giorno sono stati incassati fino a cinque milioni di dollari attraverso società appositamente create. E questo è tutt’altro che un esempio isolato.

Alexander Lebed ed Aslan Maskhadov si scambiano una stretta di mano a seguito degli Accordi Di Khasavyurt

GLI ACCORDI DI KHASAVYURT

Troshev fu molto critico verso l’approccio accomodante assunto dal governo federale nei confronti dei Ceceni, durante le trattative che portarono alla firma degli Accordi di Khasavyurt. Nelle sue memorie il Generale russo riporta un aneddoto e le sue riflessioni:

“Gli accordi di Khasavyurt hanno stretto ancora di più il nodo dei problemi caucasici. Difficilmente Alexander Lebed, mettendo la sua firma, avrebbe potuto credere che i militanti si sarebbero disarmati ed avrebbero fermato le loro attività illegali. Le nostre unità militari erano ancora sul territorio della Cecenia, ed i leader di Ichkeria avevano già iniziato a ricostruire il loro esercito, svolgendo l’addestramento dei futuri terroristi in apposite scuole e campi di sabotaggio.

A metà del 1997 in un campo di addestramento di Grozny si consegnarono i “diplomi”. Salman Raduev si rivolse ai diplomati. Cito quasi integralmente il suo discorso, perché è molto simbolico ed ha un carattere programmatico.

“Fratelli, oggi lasciate le mura della nostra scuola. Per quattro mesi i vostri insegnanti vi hanno insegnato l’arte del sabotaggio, della corruzione, della diffusione di voci e molto altro. Avete preso tutti parte alla guerra, santa per l’indipendenza di Ichkeria, e non importa che tra voi non ci siano solo ceceni e musulmani, Ichkeria è diventata comunque la loro vera patria, hanno versato il loro sangue nella lotta per la libertà, vivono secondo le leggi della Sharia, sono nostri fratelli.

Ora Mosca sta cercando di convincere tutti che ci darà il mondo. Non ci credo, così come né Shamil [Basayev, ndr] né Aslan [Maskhadov, ndr] ne molti altri, che hanno guadagnato l’indipendenza con le armi in pugno, ci credono. Tutte le promesse di Mosca sui finanziamenti non sono altro che chiacchiere per stupidi. Il denaro trasferito attraverso le banche russe finirà nelle tasche dei funzionari. Aslan è fantastico. Tiene Eltsij per il naso e, probabilmente, riuscirà ad ottenere i soldi per la nostra banca nazionale. E anche se non ci riuscisse, va bene. Non abbiamo bisogno dei soldi russi. Ci verranno dati da alcuni paesi europei, oltre a Pakistan, Afghanistan e Iran. Da loro riceveremo denaro, armi ed equipaggiamento militare per armare il nostro esercito. Si, e tra i più alti funzionari russi ce ne sono molti pronti a venderci armi, cibo, uniformi […].

Le nostre richieste: completa indipendenza politica di Ichkeria. La Russia, in quanto parte sconfitta in guerra, è obbligata a pagare un’indennità. Ogni centesimo. Senza condizione. Di coloro che hanno sostenuto Mosca nella guerra, ci occuperemo con la Legge della Shari […].

Già domani alcuni di voi inizieranno a svolgere i loro incarichi. Il vostro compito è seminare terrore mortale tra coloro che hanno venduto Allah. Devono sentire la mano fredda della morte ogni ora. Tra tutti i militari che sono ancora sul nostro territorio è necessario seminare confusione e paura. Prendete in ostaggio, e uccideteli. Allah perdonerà tutto, non prestate attenzione alle grida dei politici: questa non è altro che una cortina sonora.

Un compito speciale per chi si stabilisce in Russia e negli stati limitrofi. Il vostro compito è infiltrarvi nelle strutture di potere, negli organi amministrativi e finanziari. Il vostro compito e destabilizzare la situazione, l’economia e le finanze. Create basi, selezionate persone, non dovrete aspettare  a lungo. Se Ichkeria non riceverà la completa libertà e indipendenza entro la primavera, colpiremo quasi tutte le grandi città industriali.

[…] Dovete gettare fango su quei russi che sono patriottici. E’ molto facile accusarli di fascismo, antisemitismo e nazionalismo. Quelli tra i Gentili che vogliono stare sotto al Sacra Bandiera del Profeta devono essere battezzati con il sangue. Allora non avranno modo di tornare indietro. […].

L’ultimo appello di maskhadov – la lettera a javier solana

Dopo la strage di Beslan, il movimento nazionalista ceceno cessò di esistere in quanto tale. I funzionari della ChRI rimasti erano rappresentativi quasi soltanto di loro stessi, e la loro voce non fu più ascoltata. Basayev ed i fondamentalisti avevano preso il monopolio dell’immagine della resistenza. Il 14 gennaio 2005, in un ultimo tentativo di riprendere il controllo del suo esercito, Maskhadov proclamò una “tregua unilaterale”. Era una mossa azzardata, perché se le operazioni fossero continuate, l’ultimo barlume di credibilità di Maskhadov sarebbe andato a farsi benedire. Incredibilmente, Basayev dichiarò che, malgrado non ritenesse la tregua necessaria, si sarebbe adeguato all’ordine. Fu un piccolo miracolo: per un mese le attività dei separatisti cessarono, e Maskhadov dimostrò al mondo che egli era ancora in grado di esercitare una forte influenza sul movimento di resistenza. Per un attimo, sembrò possibile ricostruire i ranghi della ChRI e riportare la guerriglia nell’alveo del conflitto armato più o meno “tradizionale”, nel quale aveva sempre voluto mantenerlo Maskhadov.  Il 25 febbraio, confortato dall’obbedienza di Basayev e degli altri comandanti di campo che avevano rispettato il suo ordine, Maskhadov scrisse a Javier Solana, Alto Rappresentante dell’Unione Europea per la Politica Estera, il suo ultimo messaggio politico:

Aslan Maskhadov stringe la mano al plenipotenziario russo Alexander Lebed a margine degli Accordi di Khasavyurt del 1996

Signor Alto Rappresentante,

Mentre non passa giorno senza notizie di vittime tra la popolazione civile cecena e tra i combattenti russi e ceceni, senza che dei Ceceni, donne, bambini, uomini, non siano oggetto delle peggiori esazioni che esistano, i superstiti, tra i quali io stesso, hanno celebrato il decimo triste anniversario dell’offensiva militare lanciata l’11 dicembre 1994 dal Presidente Eltsin contro il popolo ceceno. Del milione di abitanti che contava la Cecenia di allora, più di 200.000 sono morti, 300.000 si sono rifugiati fuori del paese, decine di migliaia si sono spostati all’interno del paese, decine di migliaia soffrono delle conseguenze delle ferite ricevute, o delle torture subite. Migliaia di altri sono detenuti nelle prigioni e nei campi di “filtraggio” delle forze armate russe o dei loro collaboratori ceceni, nell’attesa del versamento di un riscatto o, più spesso, della morte dopo torture e privazioni innominabili.

Javier Solana, all’epoca Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’Unione Europea

Come sapete, ho reiterato costantemente, dalla ripresa di quella che è stata chiamata la seconda guerra di Cecenia, nell’autunno 1999, la mia volontà di risolvere questo conflitto e tutte le controversie che esistono tra la parte russa e le parti cecene mediante un dialogo con le autorità russe. Fino ad oggi, queste domande ripetute di negoziati sono rimaste senza alcuna risposta da parte delle autorità russe, salvo un discorso su una falsa normalizzazione. Nel marzo 2003, con l’intermediazione del mio Ministro degli Affari esteri, Ilyas Akhmadov, ho reso pubblica una proposta di pace che, facendosi forte dell’esperienza della comunità internazionale nel Timor orientale e nel Kosovo, voleva portare un nuovo contributo alla risoluzione di questo conflitto prendendo in considerazione i legittimi interessi, in termini di sicurezza, della parte russa, e le tre esigenze alle quali la parte cecena non può rinunciare: un meccanismo di garanzia internazionale, sotto una forma o un’altra, di ogni nuovo accordo tra le due parti; un coinvolgimento diretto, per un periodo di transizione, della comunità internazionale nella costruzione di un Stato di Diritto e della democrazia in Cecenia, e nella ricostruzione materiale del mio paese; al termine di questo periodo di transizione, una decisione finale, secondo le norme internazionali in vigore, sullo statuto della Cecenia.

Purtroppo, questa proposta, come le precedenti, come l’ultima, cioè il cessate il fuoco unilaterale che ho ordinato all’inizio di questo anno, non ha suscitato altre reazioni da parte delle autorità di Mosca se non una nuova corsa in avanti in un processo di sedicente normalizzazione della tragedia del mio popolo, col suo corteo di elezioni fraudolente, di sofisticazione delle operazioni militari, di esazioni contro la popolazione civile. Ho seguito con tutta l’attenzione che la mia condizione di presidente-resistente mi permetteva gli avvenimenti in Ucraina, la “rivoluzione arancione”, ed il ruolo, decisivo secondo me, giocato dall’unione europea, nella sua felice conclusione. Ho constatato in particolare quanto l’Europa possa essere capace ed efficace quando decide di parlare con una sola voce, mediante gli interventi dei differenti Capi di stato o di governo, o mediante quella del suo Alto Rappresentante per la Politica estera e la Sicurezza Comune. Non ignoro la complessità delle relazioni con questo grande paese che è la Federazione della Russia, né l’importanza politica ed economica di queste relazioni. Al contrario, credo che proprio perché queste relazioni sono capitali per l’Unione Europea ritengo sia fondamentale ed urgente che queste vengano costruite sulle uniche fondamenta solide che possono esserci: la libertà, la democrazia e lo Stato di Diritto.

Aslan Maskhadov al seggio elettorale durante le elezioni del Gennaio 1997, dalle quali uscì vincitore.

Purtroppo, come gli avvenimenti dell’Ucraina ci ricordano, come le derive antidemocratiche in Russia ci mostrano già da troppi anni e come la tragedia che subisce il mio popolo da dieci anni basterebbe a dimostrare, queste basi solide non esistono in Russia. Sul terrorismo, quotidiano e massiccio, dello Stato russo e dei suoi accoliti ceceni, non ritornerò. Quanto agli atti terroristici perpetrati dalle frange della resistenza cecena, li ho, come sapete, ogni volta condannati. E continuerò a farlo. Resta il fatto che questo terrorismo non ha niente a che vedere col terrorismo fondamentalista internazionale. È l’opera di disperati che hanno, nella maggior parte dei casi, perso dei parenti in circostanze atroci, e che ritengono di potere rispondere all’aggressore ed all’occupante utilizzandone gli stessi metodi. Questo non è il mio punto di vista e non lo sarà mai. In effetti ho fatto tutto ciò che era in mio potere affinché le azioni della resistenza cecena si iscrivessero rigorosamente dentro il perimetro del diritto internazionale di guerra. Quando non riesco a prevenire il terrorismo, fallisco solamente in circostanze dove nessuno potrebbe riuscire. Il terrorismo all’opera in Cecenia, che sia opera delle forze di occupazione o di elementi isolati della resistenza, nasce e prospera sulla guerra, sulle violenze più abiette e sulle violazioni quotidiane e di massa dei diritti più fondamentali. Solo la pace e la democrazia possono scongiurarlo. Lungi dal volere esagerare l’importanza del mio popolo negli affari del mondo e dell’Europa, resta il fatto che è oggi vittima di un lento sterminio e che la questione cecena costituisce, per il potere di Mosca, un elemento chiave nella sua opera di decostruzione della democrazia e dello Stato di Diritto o, se si preferisce, di costruzione di uno Stato autoritario, para o pseudo-democratico.

Negoziati a Novye Atagi.  Al centro – Isa Madaev, Gennady Troshev, Aslan Maskhadov. Foto dall’archivio di S. K. Kondratenko

So che il mio paese non è il Kosovo, e la Russia non è la Serbia. Ma so, perché l’ho visto durante la crisi ucraina, che quando l’unione europea è animata da una volontà, è in grado di contribuire a sventare ciò che sembrava ineluttabile. Ecco perché mi permetto di suggerire che attraverso di lei, l’Unione Europea si dia per compito di affrontare la questione della tragedia cecena in vista di creare le condizioni perché possano aprirsi, sotto gli auspici dell’Unione Europea e di qualsiasi altro Stato od organizzazione internazionale che giudicherà opportuno coinvolgere, dei veri negoziati tra il mio governo ed il governo del Presidente Putin. Per approfondire alcune di queste riflessioni, sarei molto felice se poteste incontrare, non potendo io stesso per il momento avere questo onore, Umar Khanbiev, mio rappresentante generale in Europa e ministro della Sanità nel mio governo. Ringraziandovi della vostra attenzione e con la speranza di leggervi, la prego di gradire, Signor Alto Rappresentante, l’espressione della mia più alta considerazione,

Aslan Maskhadov 
Presidente del Repubblica Cecena di Ichkeria.

Appena un mese e mezzo dopo, l’8 marzo 2005, il Presidente venne ucciso a Tolstoy Yurt in circostanze ancora da chiarire. La lettera a Solana fu l’ultimo suo comunicato ufficiale. Letta a posteriori, sembra quasi un testamento politico: in essa Maskhadov si dissociava dal terrorismo, pur sforzandosi di inquadrarlo in uno spazio differente da quello portato avanti dall’islamismo militante che in quegli anni iniziava la sua offensiva contro il mondo occidentale, e che avrebbe insanguinato mezzo pianeta nel quindicennio successivo. La lettera seguiva il cessate – il – fuoco unilaterale con il quale il Presidente della ChRI aveva dimostrato al mondo di essere ancora in grado di essere ubbidito dai suoi, e di poter quindi porre fine alla spirale di violenza nella quale la Seconda Guerra Cecena aveva portato il suo paese e l’intera Russia. La sua morte, tuttavia, pose fine a qualsiasi residua possibilità, invero molto remota, che Putin si sedesse ad un tavolo come aveva fatto il suo predecessore Eltsin dieci anni prima.