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La crisi istituzionale del 1993 – Russia e Cecenia a Confronto (Parte 1)

LA FINE DELLA PERESTROJKA

Agli inizi del 1993 il processo innescato dalla Perestrojka e proseguito col collasso dell’URSS poteva dirsi completo. In ogni ex repubblica sovietica il comunismo era stato travolto ed il regime a partito unico era stato sostituito da sistemi democratici. Si trattava di governi giovani, instabili, nei quali alle istituzioni parlamentari si contrapponeva l’autoritarismo dei leader che le avevano create. Esattamente come stava succedendo in Cecenia, dove la straripante figura del Generale Dudaev veniva a stento contenuta dal Parlamento, anche in Bielorussia, Georgia, Armenia, Azerbaijan e nella stessa Russia si innescarono conflitti istituzionali. I risultati furono di due tipi: dove vinse la corrente parlamentare si instaurarono democrazie di stampo occidentale. Dove invece vinsero i leader nazionalpopolari nacquero repubbliche dalla spiccata vocazione presidenziale o regimi semi – dittatoriali. Sia in Russia che in Cecenia l’evoluzione del conflitto avrebbe portato al medesimo epilogo.

In Cecenia Dudaev si trovava sempre più isolato. I suoi sostenitori, per la maggior parte componenti dell’entourage presidenziale e nazionalisti del VDP, si arroccavano a difesa di posizioni radicali, in contrasto con la propensione al compromesso dei nazionalisti moderati. Una crescente opposizione extraparlamentare, poi, rifiutava di partecipare alla vita politica. In Russia la situazione non era molto diversa: le politiche del governo Gaidar erano in pieno svolgimento e presentavano ai russi un conto salatissimo. Nel corso del 1992 il PIL del paese era franato del 14,5%, e le stime per il 1993 non lasciavano sperare in meglio. La crisi economica aveva lasciato sul lastrico metà della popolazione. Tutti i comparti della spesa pubblica erano stati tagliati, a cominciare dai sussidi sociali, dal sistema sanitario, e ovviamente dall’esercito, ridotto all’ombra di sé stesso. La terapia d’urto stava costando ad Eltsin un vistoso calo di consensi, e gli aveva ormai allontanato il supporto del Presidente del Soviet Supremo, il già citato politico ceceno Ruslan Khasbulatov. Questi, inizialmente vicino alle posizioni del presidente, soprattutto nei giorni confusi del Putsch di Agosto, si era allineato su posizioni socialdemocratiche, critiche verso il liberismo di Gaidar. Intorno a lui la maggioranza dei deputati del Soviet aveva aderito a correnti, movimenti e partiti favorevoli ad una moderazione delle politiche governative.

Ruslan Khasbulatov

La strada per una “controrivoluzione liberale” sembrava aperta, e passava prima di tutto dalla abrogazione dei poteri d’emergenza che Eltsin aveva chiesto ed ottenuto per attuare la sua manovra “lacrime e sangue”, i quali sarebbero scaduti naturalmente entro la fine del 1992. Il Presidente ne chiedeva il prolungamento, ma questa richiesta cozzava con le intenzioni di buona parte dei deputati ostili al governo Gaidar e con quelle di Khasbulatov, che quei poteri voleva revocarli quanto prima. Pertanto la richiesta di Eltsin sbatté contro il rifiuto del Congresso che, anzi, il 9 dicembre 1992 sfiduciò Gaidar dalla guida dell’esecutivo. Al pari di quanto stava succedendo in Cecenia, anche in Russia il potere presidenziale, fautore di una politica radicale, si scontrava con quello parlamentare, intenzionato a difendere l’ordinamento costituzionale.

ELTSIN CONTRO KHASBULATOV

La reazione di Eltsin non si fece attendere, ed il 10 dicembre il Presidente tenne un rabbioso discorso, accusando il Soviet Supremo di voler sabotare le riforme e riportare la Russia nell’era sovietica. Propose infine un referendum popolare sulla fiducia dei cittadini nel Presidente, nel governo e nel Parlamento[1]. Dopo due giorni di reciproche bordate, Khasbulatov ed Eltsin raggiunsero un compromesso per il quale il Presidente avrebbe accettato di sottoporre il suo operato ad un voto popolare di fiducia, ed avrebbe operato un cambio della guardia nell’esecutivo, in cambio dell’estensione di quasi tutti i poteri d’emergenza fino al giorno del referendum, da tenersi nell’aprile del 1993. Lì per lì sembrò che l’accordo tenesse: Elstin licenziò Gaidar e lo sostituì con Viktor Chernomyrdin, personaggio eclettico e politicamente volubile, presidente della principale società produttrice di petrolio e gas naturale della Russia ed una delle più importanti del pianeta, la Gazprom.

I NEGOZIATI DI GENNAIO

Impantanato com’era nella crisi col Parlamento, Eltsin non aveva né il tempo né l’opportunità di occuparsi della Cecenia. Per questo lasciò che il suo plenipotenziario Sergei Shakhrai, che già nel 1992 lo aveva rappresentato nei numerosi incontri con le delegazioni separatiste, si occupasse di portare avanti le trattative con la controparte, con l’unico imperativo di non lasciare che la piccola repubblica caucasica riuscisse ad ottenere un riconoscimento come stato indipendente. Shakhrai aveva tre opzioni tra le quali scegliere: appoggiare l’opposizione extraparlamentare e favorire una ribellione armata nella repubblica, aprire un ciclo di negoziati con Dudaev, o tentare di aggirarlo portandogli via il sostegno del suo stesso Parlamento. La terza soluzione gli parve la più efficace, perché indeboliva il principale ostacolo al reintegro della Cecenia (Dudaev appunto) pur senza “sporcarsi le mani” con operazioni sotto copertura. Ad armare qualche ribelle per mandarlo ad uccidere il presidente ceceno si era sempre in tempo. Dividere il fronte indipendentista, invece, era possibile farlo solo ora che tra il generale e gli esponenti del Parlamento di Grozny i rapporti erano compromessi. Così, per tutto il mese di dicembre, Shakhrai lavorò a tenersi vicini sia Mamodaev sia il più energico tra deputati ceceni, Soslambekov, ormai ostile al Presidente.  

Yusup Soslambekov e Dzhokhar Dudaev

Shakhrai, Mamodaev e Soslambekov si incontrarono prima a Vladikavkaz, poi a Mosca, predisponendo una bozza di Trattato Federativo che avrebbe visto la Cecenia aderirvi come uno stato indipendente. Il primo risultato di questa rinnovata intesa fu la promessa di Shakhrai di allentare il blocco economico e ricominciare a pagare pensioni e sussidi ai cittadini ceceni, non appena la bozza del Trattato fosse stata approvata a Grozny. Sembrò che dopo tanta acredine un terreno comune di negoziato fosse stato raggiunto. Ma come sempre era stato fino ad allora, le speranze dei negoziatori ceceni sbatterono contro il cocciuto rifiuto di Dudaev, il quale non intendeva aderire ad alcun trattato federativo, di nessuna natura, a nessuna condizione. Per il momento, in ogni caso, le consultazioni andarono avanti. Del resto per Shakhrai non era tanto importante giungere ad un accordo immediatamente, quanto isolare il più possibile Dudaev.  Il 6 gennaio Mamodaev dichiarò di aver presentato un progetto di trattato tra Russia e Cecenia, e di averne discusso a grandi linee con il Vice – Ministro russo per le nazionalità Ramzan Abdulatipov. Il documento, che avrebbe dovuto essere discusso nei giorni seguenti, avrebbe determinato il trasferimento di numerosi poteri da parte dello stato ceceno alla Federazione Russa. Come c’era da aspettarsi, Dudaev rispose con un categorico No. Shkahrai e Soslambekov si accordarono comunque per proseguire le trattative sulla base del principio federativo “tra pari”, sperando che la fazione parlamentare riuscisse ad avere la meglio su Dudaev, ed il divorzio russo – ceceno riuscisse a ricomporsi. I due decisero di incontrarsi nuovamente a Grozny il 14 gennaio.

Non appena la delegazione russa giunse nella capitale cecena subito fu chiaro agli occhi di tutti in quale difficile clima si sarebbero svolti i negoziati. L’aeroporto era militarizzato, ed il corteo diplomatico fu sorvegliato da miliziani di Dudaev armati fino ai denti fino all’arrivo all’edificio del Parlamento, dove si sarebbero tenuti i colloqui. Giunta a destinazione la delegazione russa iniziò i negoziati con quella cecena, composta dal Presidente del Parlamento, Akhmadov, dal Vicepresidente Mezhidov, dal Presidente della Commissione Affari Esteri, Soslambekov e dal rappresentante della Cecenia a Mosca, Sherip Yusupov. Nel giro di pochi minuti un distaccamento della Guardia Presidenziale raggiunse l’edificio del Parlamento in assetto da combattimento. Sembrava che Dudaev fosse deciso ad interrompere i negoziati ad ogni costo, se necessario arrestando tutti i presenti. Akhmadov e Soslambekov mobilitarono chiunque potesse aiutarli, parenti e amici compresi. L’intervento di una folla di parlamentari e civili, che si assieparono di fronte all’edificio ed impedirono alle forze speciali di intervenire, permise il proseguimento dei colloqui.

I PRODROMI DELLA CRISI ISTITUZIONALE IN CECENIA

Il fatto in sé rimaneva comunque inaudito, ed indicativo del clima di reciproco sospetto che ormai aleggiava tra il Presidente ed il Parlamento. Le due delegazioni alla fine firmarono un protocollo di preparazione ad un trattato sulla mutua delegazione e divisione dei poteri. Il protocollo dava ai Ceceni la vittoria di un riconoscimento della loro repubblica come un soggetto del diritto. Parimenti, garantiva ai russi la prospettiva di un trattato che mantenesse la Cecenia entro lo spazio economico e politico della Russia. Su questa base, la Cecenia avrebbe potuto cedere porzioni della sua sovranità alla Federazione Russa non in quanto soggetto di livello inferiore, ma in quanto soggetto paritetico che volontariamente aderiva ad una federazione di repubbliche sovrane. Sul piano giuridico la differenza era effettivamente importante: si riconosceva l’ingresso della Cecenia come volontario, e non come una costrizione dovuta all’applicazione del principio di supremazia. Sul piano pratico (che era quello che interessava più a Dudaev) tuttavia, significava il ritorno della Cecenia alla Russia, la perdita dell’indipendenza ed il riconoscimento del primato politico di Mosca. Il 19 gennaio la stampa cecena pubblicò la bozza del trattato, facendo infuriare Dudaev. Questi ripudiò il protocollo, dichiarando che nessun accordo avrebbe potuto essere raggiunto prima del riconoscimento del Paese come repubblica indipendente, facendo infuriare a sua volta Soslambekov ed Akhmadov.

Frustrato dall’atteggiamento di Dudaev, Soslambekov dichiarò che se il generale si fosse opposto ai negoziati il Parlamento avrebbe tenuto un referendum popolare, costringendo il Presidente a firmare il trattato federativo. Stiamo costruendo uno stato non per il Presidente e non per il Parlamento, ma per l’intero popolo della repubblica, le sue future generazioni dichiarò alla stampa. Anche il terzo delegato del Parlamento, il Vice – Presidente Bektimar Mezhidov, si scagliò contro il Presidente, accusandolo di non voler trovare un linguaggio comune. Dudaev rispose per bocca del suo Ministro dell’Informazione, Ugudov, il quale dichiarò: Mentre, nel complesso, il governo supporta la conduzione di negoziati russo – ceceni, non concorda con una serie di formule del protocollo firmato dalla delegazione russa e dai rappresentanti del parlamento ceceno il 14 gennaio.  Yandarbiev gli fece eco, sostenendo che il tenore del documento firmato abbassava il livello del negoziato così come era stato impostato tra marzo e maggio del 1992.  Soslambekov tentò allora di rettificare i punti contestati, redigendo una bozza di trattato in base al quale la Cecenia avrebbe aderito alla Federazione Russa da soggetto indipendente.

Sergei Shakhrai

[1] Descrivendo lo scopo del referendum in una conferenza stampa, Eltsin propose il suo quesito: Quale corso sostengono i cittadini della Russia? Il corso del Presidente, un corso di trasformazione, o il corso del Congresso, del Soviet Supremo e del suo Presidente, un corso volto a piegare le riforme ed in ultima analisi verso l’aggravamento della crisi?

BILLINGSLEY INTERVISTA ILYAS AKHMADOV

Dodge Billingsley è un giornalista, scrittore e film maker statunitense. La sua attività lo ha portato sui principali teatri di guerra negli ultimi trent’anni, tra i quali i conflitti in Cecenia. Sull’argomento ha scritto il libro “Fangs of the lone wolf: chechen tactics in the Russian – Chechen wars” (Acquistabile QUI), una disamina sulla strategia di guerra dei ceceni desunta da una lunga serie di interviste ai protagonisti di quel conflitto. L’articolo che segue riporta alcuni stralci della sua intervista ad Ilyas Akhmadov, futuro Ministro degli Esteri della Repubblica Cecena di Ichkeria. L’Intervista è stata realizzata nel Gennaio 1998, nel bel mezzo del travagliato periodo interbellico tra il primo ed il secondo conflitto. Un documento interessantissimo per chi cerca informazioni sulle FORZE ARMATE della ChRi.

Puoi dirmi qualcosa riguardo al tuo background?

[…] Nel 1991, quando occorsero gli eventi riguardo alla sovranità della Repubblica Cecena che tutti noi conosciamo […] lavorai per sei mesi con il Ministero degli Esteri. In quel momento c’era un grosso problema nella regione montuosa del Karabakh. Fondamentalmente lavorai su quello, perché c’erano cittadini della repubbliche che erano stati coinvolti in quel conflitto, su base personale. Così le autorità di governo mi mandarono a riprenderli per riportarli a casa. Nello stesso tempo partecipai alla ricerca dei caduti, e nello scambio dei prigionieri. Durante la guerra (con la Russia 1994 -1996) e dopo che lasciai la città (Grozny) fui un membro della milizia per tre mesi. Quando ero nella milizia, feci soltanto quello che facevano gli altri soldati. Il Generale Basayev [Shamil Basayev, Ndr.] che a quel tempo era ancora Colonnello, mi assegnò al Quartier Generale, e per la maggior parte della guerra servii come ufficiale allo Stato Maggiore. Poi tornai da Basayev, dove servii come aiutante di campo.

Ilyas Akhmadov

Come funziona l’apparato militare ceceno? Sembra che ogni comandante di campo abbia il suo proprio esercito.

Basayev non ha il suo esercito. Era il comandante della Brigata Ricognizione e Assalto, che è l’unità d’elite dell’esercito ceceno. Ad oggi quella brigata, per tutti gli scopi pratici, è stata tolta dal servizio attivo e messa alle dipendenze del Comandante Supremo. Questo vuol dire che al momento l’unità non è acquartierata, ma in caso di guerra tornerà a formarsi. In questo senso non siamo soldati in servizio attivo. Questa brigata ha sostanzialmente cessato di esistere, ma si pone sotto l’autorità del Comandante Supremo in caso di guerra. La struttura attuale dell’esercito del Generale Raduev [Salman Raduev, Ndr.] invece, è una struttura autonoma. Ma questa è una conseguenza delle complicazioni generatesi nel periodo postbellico.

Prima della guerra non c’era alcun esercito ceceno, almeno non nei termini usati dai russi. Tutte le componenti e le unità vennero organizzate durante la guerra su base regionale, perché questo era l’unico modo possibile. Le milizie locali si organizzarono secondo la regione nella quale vivevano i loro componenti. Così i “Fronti” che  erano 7 (più tardi, evidentemente, ne furono costituiti altri di volta in volta, al punto che ad un certo punto furono addirittura 14) erano costituiti su base regionale.

[…] Solo adesso che la guerra è finita l’esercito ceceno sta iniziando ad organizzarsi secondo uno schema classico. Al momento è difficile distinguere tra il nuovo esercito che si sta organizzando ed il vecchio esercito, costituito dai resti delle unità che erano esistite durante la guerra. Non ci sono problemi particolarmente complessi rispetto al fatto che al momento sembra ci siano due differenti eserciti. In ogni caso, sono entrambi subordinati [al Quartier Generale, ndr.]. Questi ultimi sono i resti di quei fronti e di quelle unità che non sono state inserite nella struttura della Guardia Nazionale e delle forze ad essa integrate. Quando la formazione dell’esercito sarà completa, tutti coloro che portano armi e divise ma che non ne faranno parte consegneranno armi e munizioni. Per le nostre condizioni il nostro esercito non potrà contare più di cinque o seimila uomini, ma si tratta di un’approssimazione.

Soldati della Guardia Nazionale effettuano un’esercitazione dimostrativa

La guerra ha attraversato tre fasi. Nelle pianure i ribelli ceceni soffrirono parecchio. Soffrirono anche nel centro, tra le pianure e le montagne.

Prima di tutto non esistono ribelli ceceni. Questa è una creazione dei media russi. La parola “ribelle” fa riferimento ad un’organizzazione semi – clandestina. Un’organizzazione di questo tipo è gestita da “ribelli”. Ma noi non abbiamo mai avuto nessun “ribelle”. Sfortunatamente alcuni dei nostri comandanti meno educati si sono appropriati di questa parola senza pensare troppo alle implicazioni derivanti da suo uso. Da questi essa ha iniziato a girare tra di noi. Come dicevo, al Dicembre 1994 avevamo 4 unità in servizio attivo. Tutto il resto era organizzato essenzialmente come una milizia locale. Poi, verso la fine di Febbraio [1995, ndr.] Dudaev dette l’ordine di smantellare le milizie, le quali dal momento divennero parte della struttura dell’esercito regolare. Quindi, dal Febbraio 1995 in avanti avemmo le forze armate della Repubblica Cecena di Ichkeria. In questo senso non è possibile chiamarle “ribelli”.

Riguardo le fasi? Se ti basi sulle regioni [di combattimento, ndr.] ebbene, ci furono tre fasi. La Battaglia per la città (Grozny) dal 31 dicembre 1994 al 23 Febbraio 1995; la battaglia nelle pianure dal Marzo 1995 al 10 Maggio 1995; e dal 10 Maggio 1995, all’avvio dell’invasione su larga scala di Vedeno, Shatoi e Chiri – Yurt, completata nel Giugno del 1995. Il raid del Battaglione di Ricognizione e Sabotaggio a Budennovsk sotto il comando dell’allora Colonnello Basayev rovinò i loro [dei russi, ndr.] piani.

Quale fu la portata del Raid di Basayev sulla città russa di Budennovsk?

In primo luogo il raid di Budennovsk ebbe una portata più politica che tattica. Ma se lo guardi sotto il profilo dell’arte della guerra, questo mostra che, a dispetto degli annunci dei leader militari russi secondo i quali il nostro esercito era stato distrutto, che Dudaev aveva perso il controllo delle sue unità, l’ingegnosa azione 350 chilometri nelle retrovie russe, la cattura del territorio, con un gruppo di 150/160 soldati, parla da solo. Il Generale Basayev perse soltanto 19 uomini durante quell’operazione di cinque giorni. Se non vado errato, solo 3 dei suoi uomini furono uccisi dalle truppe d’elite dell’esercito russo durante un blitz durato cinque ore. […]. Guardandolo dal punto di vista militare […] Penso che neanche gli americani, e non intendo essere offensivo, quando evacuarono la loro ambasciata in Iran, fecero più errori di quanti ne fece Basayev nel condurre la sua operazione. […].

Raid di Budennovsk: Shamil Basayev (a destra) e Aslambek Ismailov (a sinistra) durante le trattative con le autorità federali.

Mi hai detto che la guerra può essere divisa in tre fasi. Quante perdite ci furono in ognuna di queste?

È piuttosto difficile rispondere, perché come dicevo l’esercito ceceno non aveva ancora sviluppato un ordine di battaglia in senso classico. […] Le perdite totali tra i nostri combattenti sono state basate includendo anche i civili i quali, in determinate occasioni, si sono uniti ai combattimenti. Loro morirono in maggior quantità, perché non avevano esperienza. […] La maggior parte delle vittime si ebbero durante le battaglie del 1995, fra la gente che, non possedendo un’arma, cercava costantemente di catturarne una. La tattica era estremamente semplice. Se un soldato russo con un fucile d’assalto veniva lasciato nella zona neutrale, i cecchini russi usavano la seguente tattica: chiunque fosse arrivato all’arma per primo veniva ferito. Egli avrebbe, naturalmente, chiesto aiuto. Puoi lasciare un cadavere fino al calar delle tenebre, quando è possibile recuperarlo, ma quando un soldato ferito chiede aiuto, normalmente tre o quattro persone moriranno cercando di soccorrerlo. In questo modo era possibile uccidere, con un fucile d’assalto, cinque o sei persone che non avevano un’arma e cercavano di prenderne una.[…].

Com’era per un membro ordinario della milizia partecipare alle operazioni militari? Puoi parlarci della tua esperienza personale?

Da un punto di vista, ovviamente, era difficile per noi combattere con i russi, perché loro erano completamente equipaggiati. […] D’altra parte la maggior parte dei soldati aveva servito nei ranghi dell’esercito sovietico. […] E’ un bel vantaggio quando il nemico parla una lingua che tu capisci molto bene. Usavamo piuttosto spesso tattiche di disinformazione via radio. Le radio presenti nei veicoli catturati venivano sintonizzate sulla frequenza della loro stessa unità. I nostri operatori radio spesso riuscivano a dirigere il fuoco dell’artiglieria russa contro le loro stesse posizioni. Usavamo spesso anche la tattica di viaggiare parallelamente alle colonne russe per penetrarvi in mezzo. Questo spesso succedeva quando le colonne marciavano di notte, o quando riuscivamo a penetrare tra due posizioni, a causa della carenza di coordinamento tra le unità dell’esercito federale e quelle del Ministero degli Interni. Era sufficiente penetrare tra le due colonne, sparare qualche colpo in una direzione e nell’altra, e quelle colonne si sarebbero ingaggiate a vicenda per tre o quattro ore. Queste tattiche erano usate molto spesso.

I resti di un carro da battaglia federale distrutto lungo la strada. Gola di Yarish – Mardy

DAI TRIBUNALI ALLE CORTI ISLAMICHE: IL SISTEMA GIUDIZIARIO IN ICHKERIA (PRIMA PARTE, 1991 – 1992)

INTRODUZIONE

Uno dei caratteri fondamentali di uno Stato di diritto funzionante è la sua capacità di esercitare la sovranità tramite l’imposizione della legge, l’efficacia nella sua applicazione e il potere di farla rispettare, punendo coloro che la infrangono. Non è un caso, quindi, che il potere giudiziario sia considerato ugualmente importante rispetto a quello legislativo ed a quello esecutivo. In uno stato di diritto romano, questo potere è più efficace quanto più è indipendente dagli altri due: solo in questo modo, infatti, uno Stato può garantire ai suoi cittadini il rispetto delle loro libertà senza ledere gli interessi comuni, e viceversa.

Fin dalla Rivoluzione Cecena l’autorità politica che si insediò al posto della vecchia nomenklatura sovietica si pose il problema di garantire al nascente stato indipendente una magistratura equa e funzionante, precondizione essenziale al mantenimento dell’ordine sociale in un momento particolarmente critico per il Paese, generato in parte dai sommovimenti politici e sociali conseguenti alla caduta del comunismo, in parte dallo stato di prostrazione economica nel quale si trovò tutto lo spazio ex – sovietico, Cecenia compresa.

Gli articoli che seguono ripercorrono la storia della Magistratura nella Repubblica Cecena di Ichkeria, secondo un percorso che attraversa essenzialmente tre fasi:

  • Il periodo tra il 1991 ed il 1995, caratterizzato a sua volta da una fase di “transizione” durante la quale vennero mantenute le precedenti strutture sovietica, ed una fase “di regime” durante la quale si tentò una prudente riforma del sistema in un difficile contesto di crisi politica ed istituzionale;
  • Il periodo tra il 1995 ed il 1996, definito di “magistratura di guerra” durante il quale il governo in clandestinità organizzò il comparto giudiziario come un’appendice delle forze armate, introducendo i primi elementi di diritto islamico e le prime corti della Sharia;
  • Il periodo tra il 1996 ed il 1999, durante il quale il governo centrale tentò di introdurre il diritto islamico dapprima in parallelo, poi in sostituzione di quello secolare, avviando un processo di confessionalizzazione dello stato interrotto dallo scoppio della Seconda Guerra Cecena.

Un quarto periodo che ci riserviamo di analizzare qualora emergessero sufficienti prove documentarie sarebbe quello della seconda “magistratura di guerra” operante tra il 2000 ed il 2007. Purtroppo per questo periodo possiamo soltanto abbozzare alcune supposizioni, non essendo reperibili fonti sufficientemente attendibili né documenti originali che sia possibile consultare.

LA RIVOLUZIONE CECENA

Lo scoppio della Rivoluzione Cecena e la dichiarazione di indipendenza che ne seguì sancirono l’avvento dello Stato ceceno indipendente. Fin dai primi giorni di insediamento, il Presidente Dudaev ed il Parlamento si trovarono davanti a molteplici criticità, una delle più gravi delle quali era determinata dall’improvviso afflosciarsi di tutte le strutture giudiziarie e di ordine pubblico necessarie a mantenere la pace sociale. Durante i mesi confusi di Settembre ed Ottobre 1991, infatti, i tribunali avevano sostanzialmente smesso di funzionare, il KGB, organismo repressivo al servizio del potere sovietico, era stato smantellato dai rivoltosi e gli edifici dov’erano acquartierati i suoi funzionari occupati, la polizia era rimasta acquartierata nelle caserme o si era unita alla rivolta, e le stesse carceri erano state abbandonate, provocando la fuoriuscita di centinaia di detenuti (alcuni dei quali erano addirittura finiti a rinfoltire i ranghi della nascente Guardia Nazionale). Gli assalti alle caserme ed ai depositi militari, inizialmente episodi isolati, erano divenuti una piaga endemica, attraverso la quale migliaia di armi da guerra affluivano sul mercato nero, o finivano distribuiti tra la popolazione. La crisi dello Stato di Emergenza del Novembre seguente e la distribuzione delle armi ai civili operata dal governo rivoluzionario avevano aggravato ulteriormente il problema, facendo si che, alla dichiarazione di indipendenza, centinaia di giovani ceceni girassero per Grozny armati fino ai denti, festeggiando con una sarabanda di colpi in aria l’elezione di Dudaev alla Presidenza della Repubblica.

Il Palazzo del KGB di Grozny nel 1988

Le nuove autorità politiche, ancorchè nate da una rivoluzione e quindi piuttosto a loro agio tra i miliziani armati, erano coscienti che una situazione di diffusa impunità, la libera circolazione di armi da guerra e l’assenza del potere coercitivo dello Stato avrebbero potuto ben presto produrre uno stato di anarchia militare ingovernabile. Per questo motivo sia il Parlamento che la Presidenza della Repubblica si dettero da fare per dare un ordine al Paese e disarmare nel limite del possibile la popolazione civile, per poi procedere alla riattivazione della magistratura e riportare la situazione del comparto giudiziario alla normalità.

La soluzione di questi problemi rappresentò il primo terreno di uno scontro istituzionale che avrebbe accompagnato la Repubblica Cecena (non ancora “Di Ichkeria”) per tutto il 1992, creando i presupposti per la crisi istituzionale che avrebbe portato al Colpo di Stato del 4 Giugno 1993 ed alla dittatura del Generale Dudaev. Fin da subito, infatti, le due istituzioni tentarono di prendere il controllo della Magistratura, e delle unità armate ad essa collegate: il Parlamento costituì un Servizio di Sicurezza Nazionale alle dipendenze del Deputato Ibragim Suleimenov, mentre parallelamente Dudaev ne costituì un doppione a lui fedele, mettendo al comando il potente Sultan Albakov. Il Parlamento premeva per la requisizione delle armi da fuoco e per una legge che disciplinasse rigidamente il suo possesso, mentre Dudaev, con il Decreto 05 del 16/12/1991 ne consentì la detenzione a tutti i cittadini ceceni, “Nel rispetto delle tradizioni storiche dei Vaynakh, dello stile di vita sociale e dello stile di vita dei popoli della Repubblica Cecena, riconoscendo il diritto inalienabile e naturale dei cittadini all’autodifesa ed alla protezione dalle aggressioni criminali.”

Dzhokhar Dudaev, primo Presidente della Repubblica cecena indipendente. Nel Dicembre del 1991 riconobbe a tutti i ceceni il diritto di possedere armi da fuoco, in ossequio alla tradizione Vaynakh

Il terreno dell’ordinamento giudiziario rimase, per il momento, neutrale: entrambe le parti concordarono sulla necessità di guadagnare il tempo necessario a riformare il sistema, senza lasciare il paese nell’anarchia: fu così stabili che, una volta promulgata la Costituzione, il corpus delle leggi relative sarebbe stato aggiornato progressivamente. Nel frattempo sarebbero rimaste in vigore tutte le normative non in contrasto con la Costituzione, o con la Dichiarazione di Indipendenza. La magistratura passò, così, sotto il controllo del governo separatista senza subire apparenti modifiche strutturali.

per approfondire leggi “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria”, acquistabile QUI)

IL PERIODO REPUBBLICANO

Con la promulgazione della Costituzione (12 Marzo 1992) lo Stato indipendente ceceno si dotò della sua carta fondamentale. Gli articoli riguardanti il potere giudiziario erano contenuti nell’ultima sezione (articoli 94 – 116) e configuravano la magistratura secondo un modello secolarizzato, mutuato in parte dalla vecchia istituzione sovietica e in parte da quello proposto dalle democrazie occidentali. Fulcro del sistema era l’Articolo 94, il quale citava:

 “Il potere giudiziario nella Repubblica cecena è esercitato solo dal tribunale e agisce indipendentemente dai poteri legislativo ed esecutivo, nonché da partiti, associazioni e movimenti pubblici. Nessuno, ad eccezione degli organi giudiziari stipulati dalla Costituzione e dalle leggi della Repubblica cecena, ha il diritto di assumere le funzioni e i poteri del potere giudiziario. La magistratura ha come scopo la protezione del sistema costituzionale della Repubblica cecena, i diritti e le libertà dei cittadini, il controllo sulla corretta applicazione e applicazione delle leggi e degli atti del ramo esecutivo, della Costituzione della Repubblica cecena.”.

Negli altri articoli erano approfonditi il ruolo che la magistratura avrebbe dovuto avere ed i poteri gli erano attribuiti. Senza citarli uno per uno (per approfondire è possibile leggere la costituzione integrale, tradotta e commentata, QUI) il potere giudiziario aveva tra i suoi compiti, oltre all’amministrazione della giustizia: il controllo sul rispetto dell’ordine costituzionale, la verifica della legalità e della validità delle delibere e delle azioni di agenzie e funzionari governativi, l’indagine e il giudizio su illeciti operati nell’esercizio delle funzioni da parte dei tribunali, nonché la partecipazione alla formazione degli organici della magistratura stessa. Al vertice del potere giudiziario della Repubblica Cecena erano previste tre istituzioni: la Corte Costituzionale, la Corte Arbitrale e la Corte Suprema. La prima avrebbe dovuto fungere da controllore dell’ordine costituzionale, ed esercitare diritto irrevocabile di giudizio sulla costituzionalità degli atti normativi e dei decreti legge varati dal Presidente della Repubblica. La seconda avrebbe dovuto fungere da Corte d’Appello per questioni di natura civile e patrimoniale. La terza, supremo organo giudiziario, avrebbe rappresentato il vertice della Magistratura, esercitando funzione nomofilattica (cioè garantendo identità di interpretazione delle norme giuridiche) e di giudice di ultima istanza.

I vertici del Parlamento di Prima Convocazione. Da sinistra a destra Bektimar Mezhidov (Vicepresidente), Hussein Akmadov (Presidente), Magomed Gushakayev (Vicepresidente)

Come abbiamo già detto, la Costituzione appena varata mancava delle necessarie connessioni con il precedente sistema di epoca sovietica, cosicché per tutto il 1992 il Parlamento lavorò affinché entrassero in vigore i regolamenti e le leggi attuative necessarie a mettere in connessione la carta fondamentale con il sistema giudiziario ereditato dalla vecchia RSSA Ceceno – Inguscia. In questo seno le 3 leggi fondamentali varate nel corso di quell’anno furono le seguenti:

  • “Sulla Corte Costituzionale della Repubblica Cecena” (7 Luglio 1992)
  • “Sullo status dei giudici nella Repubblica Cecena” (12 Novembre 1992)
  • “Sul sistema giudiziario nella Repubblica Cecena” (19 Novembre 1992)

La prima, composta da 89 articoli, regolamentava l’attività della Corte Costituzionale, organo costituito per proteggere l’integrità dello Stato e garantire una corretta interpretazione della Costituzione, prevenendo la Repubblica da iniziative incostituzionali o in contrasto con il principio della separazione dei poteri.

La seconda, composta da 20 articoli, regolava le prerogative, i diritti e i doveri dei magistrati.

La terza, infine, era una ampia legiferazione composta da 5 sezioni e 68 articoli, ed intendeva riorganizzare l’intero potere giudiziario, riordinando le norme di base, i compiti di giudici e procuratori, il sistema di lavoro dei tribunali e delle cancellerie.

IL CONFLITTO TRA PRESIDENTE E PARLAMENTO

Mentre il Parlamento lavorava alla costruzione del sistema legale alla base della magistratura, i primi attriti iniziarono a consumarsi tra questo e il Presidente della Repubblica, Dzhokhar Dudaev, il quale intendeva anch’egli avere un ruolo centrale nella formazione del potere giudiziario, e ancora di più nell’attribuzione in capo ad esso di uomini di sua fiducia. Il primo scontro si ebbe allorchè il Presidente nominò, senza il preventivo consenso del Parlamento, l’ex funzionario del Ministero della Protezione Sociale della RSSA Ceceno – Inguscia, il trentacinquenne Usman Imaev, alla carica di Ministro della Giustizia, incaricandolo di redigere una bozza di riforma della giustizia da pensarsi in ragione non soltanto del diritto romano, ma anche del diritto consuetudinario ceceno, il cosiddetto Adat. Il Parlamento si oppose a questa nomina, non convalidandola. Intenzionato a far valere le sue ragioni, Dudaev pochi giorni dopo istituì il “Comitato per la Riforma Giuridica sotto il Presidente della Repubblica”, aggirando di fatto la legge che imponeva l’approvazione parlamentare per i ministri proposti dal Presidente. Egli, infatti, pur non potendo nominare ministri a suo piacimento, aveva pieni poteri nella costituzione di comitati di Stato e nella formulazione dei loro regolamenti. Così Dudaev lasciò vacante il Ministero della Giustizia e costituì un comitato dotato di poteri equivalenti, alla cui presidenza pose lo stesso Imaev, lasciando impotente l’assemblea legislativa.

Usman Imaev

Con l’Ordine Presidenziale n° 4 (“Sulle misure per garantire il corretto funzionamento del Comitato Nazionale per la Riforma Giuridica” del 27 Gennaio 1992) Dudaev dotò la nuova struttura di una voce di spesa autonoma dal bilancio pubblico con la quale poté aggirare il pericolo che il Parlamento bloccasse i fondi del Ministero della Giustizia. Uno dei primi provvedimenti suggeriti dal Comitato e prontamente recepiti da Dudaev fu l’adeguamento della tassazione pubblica sugli atti giudiziari e notarili alla situazione economica contingente, all’epoca estremamente precaria, della maggioranza della popolazione. Con un Decreto del 24 Marzo 1992 “Sulle aliquote di dazio statale da addebitarsi sulle domande e sui reclami presentati in tribunale, nonché sulle imposte degli atti notarili e dello stato civile” Dudaev ordinò la calmierazione delle relative tasse. Questo facilitò certamente il ricorso al sistema giudiziario da parte dei cittadini, ma creò conseguentemente un buco nel bilancio a disposizione dei tribunali, i quali si trovarono ben presto in condizione di grave indigenza e carenza di risorse anche per le più elementari necessità ordinarie.

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LA CECENIA E L’INDIPENDENZA CONDIZIONATA: IL “PIANO AKHMADOV”

UN NUOVO MINISTRO DEGLI ESTERI

Ilyas Akhmadov fu appuntato Ministro degli Esteri da Maskhadov il 27 Giugno 1999, pochi mesi prima dello scoppio della Seconda Guerra Cecena. Akhmadov fu scelto per il fatto di non aver partecipato a nessuna delle azioni terroristiche (Budennovsk e Klizyar in primis) che avevano resto tristemente celebre la resistenza separatista durante il primo conflitto. In questo modo egli avrebbe potuto muoversi con maggior facilità tra le cancellerie occidentali senza incorrere nel rischio di essere arrestato per terrorismo. Nella sua veste di alto rappresentante della diplomazia cecena, Akhmadov si diresse dapprima in Turchia, poi in Belgio, poi ancora negli Stati Uniti, girando in lungo  e in largo nel tentativo di coinvolgere i governi occidentali in un negoziato trilaterale con la Federazione Russa (per approfondire, leggi il libro “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria, acquistabile QUI).

Ilyas Akhmadov the Minister of Foreign Affaires for the Chechen rebel government. (Photo by Alex Smailes/Sygma via Getty Images)

Presto fu tuttavia chiaro che nessuno dei governi in grado di fare la differenza in una trattativa con la Russia sarebbe intervenuto, appoggiando tout – court la posizione dei secessionisti. Così, dal 2001, il Ministro degli Esteri si mise ad elaborare un piano di pace che ponesse in essere le premesse di una separazione senza costringere il Cremlino ad accettarla sul piano formale. Il progetto, che pubblichiamo in versione italiana (scaricabile QUI in PDF) si basava sull’idea di trasformare la Cecenia in una sorta di protettorato, sotto il mandato delle Nazioni Unite,  per un periodo di 10 o 15 anni, durante i quali il paese sarebbe stato ricostruito e le istituzioni democratiche sarebbero state implementate, sul modello di quanto stava succedendo in Kosovo ed a Timor Est. Maskhadov avrebbe rassegnato le sue dimissioni, l’esercito russo si sarebbe ritirato e le forze armate cecene avrebbero smobilitato. Una volta che la situazione si fosse stabilizzata e le istituzioni democratiche avessero iniziato a funzionare sotto la protezione delle forze armate dell’ONU, nuove elezioni avrebbero portato alla costituzione di una Cecenia indipendente.

Il piano girava tutto intorno al concetto di “indipendenza condizionata”:

“Il riconoscimento condizionato di un governo o di uno Stato è il principio che consiste nel rendere il riconoscimento dell’entità in questione soggetto all’adempimento di condizioni precedentemente convenute. Una appropriata applicazione di questo principio attraverso il meccanismo di una amministrazione internazionale può risolvere il conflitto russo – ceceno con un approccio in cui vincono entrambe le parti. L’idea è semplice: la trasformazione della Cecenia in uno Stato realmente democratico e pacifico attraverso un periodo di transizione di diversi anni di amministrazione internazionale. Questa formula può non essere un miracolo, ma fornisce un modo per risolvere la sfida di soddisfare le legittime aspirazioni della Cecenia andando simultaneamente incontro alle autentiche esigenze di sicurezza della Russia, come alle preoccupazioni relative alla sicurezza della Georgia ed alla sicurezza ed agli interessi complessivi della comunità internazionale.

UNA STRADA IN SALITA

Il piano era di difficile attuazione, perché avrebbe dovuto passare dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, del quale la Russia faceva parte, e difficilmente il Cremlino avrebbe accettato la presenza di forze di pace entro quelli che considerava i propri confini. Un segnale incoraggiante comunque giunse da Putin, che in relazione al piano proposto rispose: “Oggi la questione dell’indipendenza o meno della Cecenia dalla Russia è assolutamente non di fondamentale importanza. Ciò che è di fondamentale importanza per noi è soltanto una questione. Non vogliamo permettere che questo territorio venga usato ancora una volta come testa di ponte per un attacco alla Russia.” in questi termini, Putin poteva essere teoricamente disponibile a congelare nuovamente la questione dell’indipendenza in cambio della completa smilitarizzazione della Cecenia. Il piano venne sottoposto a Maskhadov qualche settimana dopo, sponsorizzato dallo scrittore francese Andrè Glucksmann e dal politico belga Olivier Dupuis, che si dissero disponibili a farsene relatori presso le autorità europee ed all’ONU. Esso tuttavia era debole per due motivi: prima di tutto la situazione della Cecenia non poteva essere assimilata a quella del Kosovo, perchè Russia non era la Serbia né in fatto di peso politico né in fatto di rapporti con l’occidente.

Vladimir Putin, Presidente della Federazione Russa. Allo scoppio della Seconda Guerra Cecena giustificò l’intervento armato come un’operazione volta a garantire la sicurezza della Russia. Il “Piano Akhmadov” muoveva dalla necessità di garantire a Putin il riconoscimento delle sue “ragioni di sicurezza” senza ledere il diritto della Cecenia all’autodeterminazione.

In secondo luogo, come spiegò Maskhadov nella sua risposta alla proposta di Akhmadov, “La mentalità della resistenza cecena era sempre più religiosa e sempre più frustrata rispetto all’Occidente ed alla democrazia, rispetto a quanto non fosse durante la prima guerra. […] dovete capire che quello che la gente vede riguardo alle democrazie occidentali sono dichiarazioni preoccupate di routine, gestualità vuote, che irritano soltanto la gente. Dovete capire che questo è tutto quello che hanno visto di codeste democrazie”. Maskhadov confidò che non sarebbe riuscito a tenere insieme il fragile fronte indipendentista se un simile piano fosse stato sponsorizzato da lui. In particolare, una simile soluzione avrebbe messo la resistenza in rotta di collisione coi suoi finanziatori, che erano per lo più comunità religiose mediorientali le quali mai avrebbero supportato finanziariamente un movimento che andava a braccetto con l’ONU, vista dai più come una sovrastruttura al servizio del potere occidentale. Rispose quindi che il piano poteva essere presentato, ma come una iniziativa personale di Akhmadov e dei suoi amici, e non come un documento ufficiale della ChRI.

IL PIANO NAUFRAGA

Anche all’interno di ciò che restava della gerarchia repubblicana, il dibattito sul piano fu acceso ed i funzionari non riuscirono a trovare un accordo.  Laddove Umar Khambiev, Ministro della Sanità ed inviato personale di Maskhadov in Europa, appoggiò entusiasticamente il piano, Akhyad Idigov, ex Presidente del Parlamento dudaevita, lo attaccò pesantemente accusando Akhmadov di voler vendere l’indipendenza della Cecenia e di attentare alla costituzione. Akhmadov propose il piano in via personale nel marzo 2003, ma proprio in quei mesi iniziò la seconda invasione americana dell’Iraq, e la questione cecena finì nelle ultime pagine dei giornali. Olivier Depuis, raccolse comunque le firme per presentare il piano alle Nazioni Unite, e per la metà del 2003 ne aveva già raccolte 30.000. L’azione di Depuis, che era un deputato del Partito Radicale Transnazionale, avrebbe portato, nel febbraio del 2004, il Parlamento Europeo a varare una risoluzione nella quale per la prima volta si riconosceva l’Ardakhar del 1944 come “genocidio”, ma oltre all’adozione di questa risoluzione, non ci sarebbe stato altro di politicamente rilevante. In ogni caso la discussione del “Piano Akhmadov” non riuscì neanche a decollare, giacché l’11 settembre 2001 Osama Bin Laden aveva lanciato il suo attacco terroristico agli Stati Uniti. Da quel momento il timore del terrorismo islamico si era impadronito delle società occidentali, ed anche i secessionisti ceceni avevano finito per essere considerati parte del fenomeno.

Alhyad Idigov, Deputato al Parlamento di I e II Convocazione e rappresentante del Parlamento all’Estero, criticò duramente il “Piano Akhmadov”, accusando il Ministro degli Esteri di voler sacrificare l’indipendenza della Cecenia, secondo il suo parere già acquisita nel 1991 e confermata nel Trattato di Pace del 1997. La mancanza di unità nel fronte secessionista fu una delle principali cause del naufragio della proposta di pace.

Come scrive Akhmadov: “Le cose sono cambiate radicalmente dopo l’11 settembre 2001, quando la maggior parte delle persone in Occidente, e certamente la maggior parte dei governi, ha iniziato a guardarci attraverso la lente dell’antiterrorismo. Il pretesto che l’uccisione di massa di civili ceceni da parte della Russia abbia contribuito alla guerra contro il terrorismo ha permesso all’Occidente di mantenere stretti rapporti con la Russia e di assolvere la sua coscienza collettiva ignorando le atrocità. Vedere questa guerra come uno dei fronti di guerra contro il terrorismo globale ha liberato l’Occidente dai suoi obblighi al rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale nei suoi rapporti con la Russia.”. La resistenza cecena, che per parte sua aveva compiuto atti di terrorismo e che, radicalizzandosi, aveva assunto i turpi connotati del fanatismo religioso, fu pesantemente colpita dai nefasti effetti dell’azione di Al Qaeda, che gli alienarono completamente le simpatie dell’occidente, fatta eccezione per qualche giornalista, qualche associazione umanitaria e qualche uomo politico di scarso peso. Le autorità russe si resero conto di avere campo libero nel portare a termine la loro invasione e chiusero a qualsiasi negoziato che potesse portare anche soltanto ad una tregua.

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