Archivi tag: War in Chechnya

Repubblica Cecena di Ichkeria e Diritto Internazionale – Intervista con Inna Kurochkina di NEP Prague

Alcune settimane fa abbiamo affrontato una piacevole chiacchierata con Inna Kurochkina di NEP Prague. Il filmato, registrato in italiano, è stato caricato poche ore fa dall’emittente corredato di una traduzione in russo. Presto, grazie alla cortese collaborazione di Inna, potremo postarne una versione integrale in italiano.

L’intervista ha toccato diversi aspetti, dalla legittimità del percorso affrontato dai ceceni verso l’indipendenza, alle reazioni del mondo internazionale (e in particolare del mondo occidentale) a quegli eventi, ed in generale alla storia recente dei rapporti tra Occidente e Russia.

FREEDOM OR DEATH! BOOK IN ENGLISH AVAILABLE ON AMAZON

We are pleased to announce that the English version of the book is now available on Amazon. “Freedom or Death – History of the Chechen Republic of Ichkeria!” is available in both print and e-book format.

For this second edition we have decided, given the length of the work, to organize its publication in five volumes: today we present the first, “From Revolution to War (1991 – 1994)”.

The volume consist in 400 pages, and contains a complete reviewof the events that occurred in Chechnya from the birth of the Chechen National Congress to the First Chechen War.

Enjoy the reading!





BILLINGSLEY INTERVISTA ILYAS AKHMADOV

Dodge Billingsley è un giornalista, scrittore e film maker statunitense. La sua attività lo ha portato sui principali teatri di guerra negli ultimi trent’anni, tra i quali i conflitti in Cecenia. Sull’argomento ha scritto il libro “Fangs of the lone wolf: chechen tactics in the Russian – Chechen wars” (Acquistabile QUI), una disamina sulla strategia di guerra dei ceceni desunta da una lunga serie di interviste ai protagonisti di quel conflitto. L’articolo che segue riporta alcuni stralci della sua intervista ad Ilyas Akhmadov, futuro Ministro degli Esteri della Repubblica Cecena di Ichkeria. L’Intervista è stata realizzata nel Gennaio 1998, nel bel mezzo del travagliato periodo interbellico tra il primo ed il secondo conflitto. Un documento interessantissimo per chi cerca informazioni sulle FORZE ARMATE della ChRi.

Puoi dirmi qualcosa riguardo al tuo background?

[…] Nel 1991, quando occorsero gli eventi riguardo alla sovranità della Repubblica Cecena che tutti noi conosciamo […] lavorai per sei mesi con il Ministero degli Esteri. In quel momento c’era un grosso problema nella regione montuosa del Karabakh. Fondamentalmente lavorai su quello, perché c’erano cittadini della repubbliche che erano stati coinvolti in quel conflitto, su base personale. Così le autorità di governo mi mandarono a riprenderli per riportarli a casa. Nello stesso tempo partecipai alla ricerca dei caduti, e nello scambio dei prigionieri. Durante la guerra (con la Russia 1994 -1996) e dopo che lasciai la città (Grozny) fui un membro della milizia per tre mesi. Quando ero nella milizia, feci soltanto quello che facevano gli altri soldati. Il Generale Basayev [Shamil Basayev, Ndr.] che a quel tempo era ancora Colonnello, mi assegnò al Quartier Generale, e per la maggior parte della guerra servii come ufficiale allo Stato Maggiore. Poi tornai da Basayev, dove servii come aiutante di campo.

Ilyas Akhmadov

Come funziona l’apparato militare ceceno? Sembra che ogni comandante di campo abbia il suo proprio esercito.

Basayev non ha il suo esercito. Era il comandante della Brigata Ricognizione e Assalto, che è l’unità d’elite dell’esercito ceceno. Ad oggi quella brigata, per tutti gli scopi pratici, è stata tolta dal servizio attivo e messa alle dipendenze del Comandante Supremo. Questo vuol dire che al momento l’unità non è acquartierata, ma in caso di guerra tornerà a formarsi. In questo senso non siamo soldati in servizio attivo. Questa brigata ha sostanzialmente cessato di esistere, ma si pone sotto l’autorità del Comandante Supremo in caso di guerra. La struttura attuale dell’esercito del Generale Raduev [Salman Raduev, Ndr.] invece, è una struttura autonoma. Ma questa è una conseguenza delle complicazioni generatesi nel periodo postbellico.

Prima della guerra non c’era alcun esercito ceceno, almeno non nei termini usati dai russi. Tutte le componenti e le unità vennero organizzate durante la guerra su base regionale, perché questo era l’unico modo possibile. Le milizie locali si organizzarono secondo la regione nella quale vivevano i loro componenti. Così i “Fronti” che  erano 7 (più tardi, evidentemente, ne furono costituiti altri di volta in volta, al punto che ad un certo punto furono addirittura 14) erano costituiti su base regionale.

[…] Solo adesso che la guerra è finita l’esercito ceceno sta iniziando ad organizzarsi secondo uno schema classico. Al momento è difficile distinguere tra il nuovo esercito che si sta organizzando ed il vecchio esercito, costituito dai resti delle unità che erano esistite durante la guerra. Non ci sono problemi particolarmente complessi rispetto al fatto che al momento sembra ci siano due differenti eserciti. In ogni caso, sono entrambi subordinati [al Quartier Generale, ndr.]. Questi ultimi sono i resti di quei fronti e di quelle unità che non sono state inserite nella struttura della Guardia Nazionale e delle forze ad essa integrate. Quando la formazione dell’esercito sarà completa, tutti coloro che portano armi e divise ma che non ne faranno parte consegneranno armi e munizioni. Per le nostre condizioni il nostro esercito non potrà contare più di cinque o seimila uomini, ma si tratta di un’approssimazione.

Soldati della Guardia Nazionale effettuano un’esercitazione dimostrativa

La guerra ha attraversato tre fasi. Nelle pianure i ribelli ceceni soffrirono parecchio. Soffrirono anche nel centro, tra le pianure e le montagne.

Prima di tutto non esistono ribelli ceceni. Questa è una creazione dei media russi. La parola “ribelle” fa riferimento ad un’organizzazione semi – clandestina. Un’organizzazione di questo tipo è gestita da “ribelli”. Ma noi non abbiamo mai avuto nessun “ribelle”. Sfortunatamente alcuni dei nostri comandanti meno educati si sono appropriati di questa parola senza pensare troppo alle implicazioni derivanti da suo uso. Da questi essa ha iniziato a girare tra di noi. Come dicevo, al Dicembre 1994 avevamo 4 unità in servizio attivo. Tutto il resto era organizzato essenzialmente come una milizia locale. Poi, verso la fine di Febbraio [1995, ndr.] Dudaev dette l’ordine di smantellare le milizie, le quali dal momento divennero parte della struttura dell’esercito regolare. Quindi, dal Febbraio 1995 in avanti avemmo le forze armate della Repubblica Cecena di Ichkeria. In questo senso non è possibile chiamarle “ribelli”.

Riguardo le fasi? Se ti basi sulle regioni [di combattimento, ndr.] ebbene, ci furono tre fasi. La Battaglia per la città (Grozny) dal 31 dicembre 1994 al 23 Febbraio 1995; la battaglia nelle pianure dal Marzo 1995 al 10 Maggio 1995; e dal 10 Maggio 1995, all’avvio dell’invasione su larga scala di Vedeno, Shatoi e Chiri – Yurt, completata nel Giugno del 1995. Il raid del Battaglione di Ricognizione e Sabotaggio a Budennovsk sotto il comando dell’allora Colonnello Basayev rovinò i loro [dei russi, ndr.] piani.

Quale fu la portata del Raid di Basayev sulla città russa di Budennovsk?

In primo luogo il raid di Budennovsk ebbe una portata più politica che tattica. Ma se lo guardi sotto il profilo dell’arte della guerra, questo mostra che, a dispetto degli annunci dei leader militari russi secondo i quali il nostro esercito era stato distrutto, che Dudaev aveva perso il controllo delle sue unità, l’ingegnosa azione 350 chilometri nelle retrovie russe, la cattura del territorio, con un gruppo di 150/160 soldati, parla da solo. Il Generale Basayev perse soltanto 19 uomini durante quell’operazione di cinque giorni. Se non vado errato, solo 3 dei suoi uomini furono uccisi dalle truppe d’elite dell’esercito russo durante un blitz durato cinque ore. […]. Guardandolo dal punto di vista militare […] Penso che neanche gli americani, e non intendo essere offensivo, quando evacuarono la loro ambasciata in Iran, fecero più errori di quanti ne fece Basayev nel condurre la sua operazione. […].

Raid di Budennovsk: Shamil Basayev (a destra) e Aslambek Ismailov (a sinistra) durante le trattative con le autorità federali.

Mi hai detto che la guerra può essere divisa in tre fasi. Quante perdite ci furono in ognuna di queste?

È piuttosto difficile rispondere, perché come dicevo l’esercito ceceno non aveva ancora sviluppato un ordine di battaglia in senso classico. […] Le perdite totali tra i nostri combattenti sono state basate includendo anche i civili i quali, in determinate occasioni, si sono uniti ai combattimenti. Loro morirono in maggior quantità, perché non avevano esperienza. […] La maggior parte delle vittime si ebbero durante le battaglie del 1995, fra la gente che, non possedendo un’arma, cercava costantemente di catturarne una. La tattica era estremamente semplice. Se un soldato russo con un fucile d’assalto veniva lasciato nella zona neutrale, i cecchini russi usavano la seguente tattica: chiunque fosse arrivato all’arma per primo veniva ferito. Egli avrebbe, naturalmente, chiesto aiuto. Puoi lasciare un cadavere fino al calar delle tenebre, quando è possibile recuperarlo, ma quando un soldato ferito chiede aiuto, normalmente tre o quattro persone moriranno cercando di soccorrerlo. In questo modo era possibile uccidere, con un fucile d’assalto, cinque o sei persone che non avevano un’arma e cercavano di prenderne una.[…].

Com’era per un membro ordinario della milizia partecipare alle operazioni militari? Puoi parlarci della tua esperienza personale?

Da un punto di vista, ovviamente, era difficile per noi combattere con i russi, perché loro erano completamente equipaggiati. […] D’altra parte la maggior parte dei soldati aveva servito nei ranghi dell’esercito sovietico. […] E’ un bel vantaggio quando il nemico parla una lingua che tu capisci molto bene. Usavamo piuttosto spesso tattiche di disinformazione via radio. Le radio presenti nei veicoli catturati venivano sintonizzate sulla frequenza della loro stessa unità. I nostri operatori radio spesso riuscivano a dirigere il fuoco dell’artiglieria russa contro le loro stesse posizioni. Usavamo spesso anche la tattica di viaggiare parallelamente alle colonne russe per penetrarvi in mezzo. Questo spesso succedeva quando le colonne marciavano di notte, o quando riuscivamo a penetrare tra due posizioni, a causa della carenza di coordinamento tra le unità dell’esercito federale e quelle del Ministero degli Interni. Era sufficiente penetrare tra le due colonne, sparare qualche colpo in una direzione e nell’altra, e quelle colonne si sarebbero ingaggiate a vicenda per tre o quattro ore. Queste tattiche erano usate molto spesso.

I resti di un carro da battaglia federale distrutto lungo la strada. Gola di Yarish – Mardy

“LIBERTA’ O MORTE!” – Seconda Edizione

Siamo lieti di comunicare che da oggi è disponibile la seconda edizione del libro “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria” in vendita su Amazon sia in versione cartacea che in E – Book.

Per questa seconda edizione abbiamo deciso, data la lunghezza del lavoro, di organizzarne la pubblicazione in cinque volumi: oggi esce il primo di questi, “Dalla Rivoluzione alla Guerra (1991 – 1994)”.

Il volume si compone di 340 pagine, e contiene numerose aggiunte e modifiche rispetto alla versione precedente. Dalla settimana prossima sarà possibile acquistarlo anche in lingua inglese. Buona lettura!

ACQUISTA IL LIBRO

ACCORDI E DISACCORDI A KHASAVYURT: INTERVISTA A TIM GULDIMAN

Tim Guldiman è un politico e diplomatico svizzero. Durante la Prima Guerra Cecena e nel primo periodo interbellico guidò la missione diplomatica dell’OSCE in Cecenia, lavorando alla ricomposizione del conflitto ed alla sponsorizzazione di un accordo di pace duraturo. Presente agli accordi di Khasavurt, dopo la tregua rimase a Grozny cercando di avvicinare Mosca e Grozny e scongiurare lo scoppio di un nuovo conflitto. Il 3 Ottobre 1996 il giornalista della Nezavisimaja Gazeta, Igor Korotchenko, lo intervistò sul tema delle relazioni russo – cecene. Di seguito riportiamo l’intervista tradotta in italiano.

– Sig. Guldimann, quale valutazione potrebbe dare agli accordi Khasavyurt? Quanto sono vitali?

– Si tratta di accordi quadro per le fasi successive del processo di negoziazione. Dovrebbero essere considerati in concomitanza con gli accordi di agosto sulla cessazione delle ostilità e con i protocolli firmati in quel momento. Gli accordi Khasavyurt sono un documento che definisce ulteriori azioni in questa direzione. In base ad essi, verrà creata una commissione mista e i suoi compiti saranno specificati in dettaglio. Questo è un documento molto positivo. Ero presente alla firma. Si è ritenuto che entrambe le parti – russa e cecena – abbiano lavorato molto bene insieme e che abbiano raggiunto un testo concordato di questo documento.

Per me, la cosa più importante ora sono i prossimi passi. Penso che non sia necessario criticare gli accordi Khasavyurt e i documenti firmati. Ma c’è il pericolo che si finisca in un impasse. Spero che il processo di pace continui, ci saranno riunioni di rappresentanti di alto rango delle parti. Forse vi prenderà parte il primo ministro Chernomyrdin. Se il processo di pace continua, se le parti cecena e russa sono in grado di concordare ulteriori passi per una soluzione concreta dei problemi economici, sociali e politici, allora sarebbe possibile viverli con relativa calma. Se nulla di tutto ciò verrà risolto, c’è il pericolo di radicalizzazione delle posizioni.

– Pensa che qualcuno in Russia si opponga agli accordi di pace sulla Cecenia?

– Non credo che qualcuno si opponga al processo di pace o lo stia sabotando. Tuttavia, non tutti vogliono che abbia successo. Ciò dovrebbe essere considerato in linea con i processi politici in corso in Russia. Ciò significa scoprire le vere ragioni della guerra in Cecenia. Non è molto difficile fermare il combattimento in sè. È molto più difficile risolvere i problemi politici. E proprio ora il processo di pace è proprio nella fase di risoluzione di questioni puramente politiche. Va notato che vi è ambiguità riguardo ad alcune questioni. Pertanto, i documenti firmati a Khasavyurt affermano che le relazioni tra la Federazione Russa e la Repubblica cecena saranno oggetto di una soluzione pacifica entro i prossimi cinque anni. Questa disposizione può essere interpretata in due modi. So, ad esempio, come la intende la parte cecena…

Aslan Maskhaodv (a sinistra sul podio) Alexander Lebed (al centro) e Ruslan Alikhadzhiev ( a destra) ad un incontro a Shali il 17 Settembre 1996, successivamente alla firma degli accordi di Khasavyurt

– La parte cecena la interpreta come una disposizione che garantisce la completa indipendenza …

– I ceceni credono di aver già raggiunto l’indipendenza, e l’unica domanda è quando sarà riconosciuta dalla comunità internazionale e dal Cremlino come un dato di fatto. Questa è la loro posizione.

– Quindi devono solo formalizzare lo stato attuale della Cecenia de jure?

– I ceceni ritengono che de jure ciò sia già avvenuto nel periodo dal 1991 al 1992. Credono che sia stato allora che si è svolto il processo legale, grazie al quale la Cecenia ha ottenuto l’indipendenza. Ma la posizione federale è nota: la Cecenia fa parte della Federazione Russa.

Tuttavia, sono sicuro che, nonostante tutto, sia possibile andare avanti. Per quanto riguarda la soluzione di specifici problemi politici, sociali e di altro tipo, entrambe le parti, se necessario, possono dichiarare: ci sono problemi tali che non è necessario trovare un accordo ora. Possono essere risolti in seguito. È importante guardare come andare avanti.

Per quanto riguarda l’assegnazione di fondi per la restaurazione della Cecenia. Se la parte federale non lo farà, l’umore tra i ceceni crescerà a favore della completa indipendenza dalla Russia. E organizzeranno la loro vita politica interna sulla base di questa posizione.

A questo proposito, ora è molto importante che un processo democratico sia attualmente avviato in Cecenia.

– Lo dice seriamente? Di una società che predica la Sharia come norma di legge? Credo che la mentalità della società cecena e la democrazia siano concetti incompatibili.

– Non possiamo dirlo. I ceceni sono in grado di risolvere i loro problemi attraverso un processo democratico.

Alexander Lebed tiene una conferenza stampa congiunta con Zelimkhan Yandarbiev, allora Presidente ad interim della Repubblica Cecena di Ichkeria

– Là tutti i problemi sono risolti sotto la minaccia delle armi. Chiunque abbia un’arma in mano ha ragione. Non è così?

– Bisogna capire le radici del conflitto ceceno. Negli ultimi due anni c’è stata una guerra in Cecenia. Ma non si può dire che in Cecenia tutti i problemi vengano risolti automaticamente con le armi.

Durante i negoziati tra le delegazioni russa e cecena, mi è piaciuto molto l’approccio di Alexander Lebed. Era pronto a considerare la situazione, poteva ascoltare i ceceni. Entrambe le parti avevano fiducia e persino rispetto l’una per l’altra, nonostante la differenza di posizioni.

Ma vedo che in Russia c’è anche chi dice dei ceceni: dicono di voler risolvere tutti i problemi con una mitragliatrice in mano, hanno solo la sharia in testa e non si può parlare di democrazia. Penso che questo sia molto pericoloso. Il popolo ceceno ha una tradizionale struttura sociale democratica. Non dico che questo è esattamente ciò che è la democrazia. Ma hanno la tradizione di tenere riunioni pubbliche, hanno una gerarchia molto semplice, non hanno mai avuto un re. Storicamente, avevano forze diverse che dovevano negoziare tra loro, cercare un compromesso.

Capisco che molti a Mosca affermino che in Cecenia ci sono solo criminali, radicali e terroristi. Ma per una soluzione pacifica al problema ceceno bisogna capire che, oltre a questi elementi, c’è anche chi è di carattere costruttivo.

– Pensi che personalità odiose come, ad esempio, Shamil Basayev, possano entrare a far parte del governo di coalizione della Cecenia? Questo non sconvolgerà l’Occidente?

– Non posso giudicare chi sarà nel governo di coalizione.

– Per quanto ne so, Basayev afferma di essere il capo del servizio doganale della Cecenia …

– Non posso confermarlo, non voglio discutere del futuro politico di Shamil Basayev, anche se lo conosco, l’ho incontrato più volte.

Incontro preparatorio alla firma del Trattato di Pace del 12 Maggio 1997. Al tavolo siedono Ivan Rybkin, Presidente del Consiglio di Sicurezza della Federazione Russa (a sinistra) con il so vice Boris Berezovsky ( a destra). Al centro i componenti della delegazione cecena, Akhmed Zakayev (sinistra) e Movladi Ugudov (destra).

– E quali sono le tue impressioni personali di questi incontri?

– Il suo passato. Quello che ha fatto a Budennovsk è ben noto. È stato un atto terroristico. Ma è successo nel quadro del conflitto ceceno. Questa, ovviamente, non è una scusa, ma dobbiamo guardare a come e in quali condizioni ciò è accaduto. Il mio approccio è il terrorismo e per questo dovrebbe essere giudicato. Ma penso che sia pericoloso guardare solo a queste caratteristiche. Le sue domande sul problema ceceno riguardano solo il terrorismo e la sharia. Il suo approccio mi spaventa, è di parte.

– Non nascondo il mio atteggiamento verso Basayev e quelli come lui. Basayev è un terrorista, è un criminale secondo tutte le norme internazionali e si dovrebbe agire di conseguenza nei suoi confronti.

– Va bene. Ma non è un caso che lei lo stia chiedendo.

– Sono interessato al tuo approccio, soprattutto perché alle tue spalle c’è l’OSCE, sei il rappresentante ufficiale di questa organizzazione.

– Credo che ci siano criminali in questa guerra non solo tra i ceceni, ma anche dall’altra parte! Perché non ne parla? Quante persone pacifiche sono morte lì […] E non è necessario dire che Basayev è un terrorista. Sì, ovviamente è un terrorista. Ma proviamo a parlare dell’altra parte.

– Sig. Guldimann, come ha guidato la missione OSCE a Grozny?

– Prima di tutto, vorrei sottolineare quanto segue: il fatto che l’OSCE abbia aperto il suo ufficio in Cecenia significa per me una conferma della disponibilità della Federazione Russa per la cooperazione internazionale. Anche in un conflitto interno, la Russia ha deciso di invitare un gruppo di assistenza di un’organizzazione come l’OSCE. Non tutti i paesi in Europa lo farebbero.

Sono arrivato in Cecenia quasi per caso. Sono stato diplomatico fino al 1990, poi ho lasciato il servizio diplomatico. Prima della mia nomina a Grozny, ho lavorato a Berna, nel dipartimento di politica e ricerca scientifica del Ministero dell’Interno della Svizzera, dove mi sono occupato di questioni relative ai rapporti con l’Unione Europea. Nel novembre 1995 mi è stato detto che stavano cercando un candidato per la carica di capo del gruppo OSCE a Grozny, e io parlo russo. Il 2 gennaio 1996 ero già qui. Prima di allora, avevo letto solo della Cecenia e non la conoscevo molto bene. Ma per me è stato il lavoro più interessante. Mi piace molto quello che faccio. Sì, è difficile, pericoloso, ma mi piace.

– E’ risaputo che c’è stato attentato alla sua vita, ma lei è rimasto in Cecenia. A questo proposito, è impossibile non notare il suo coraggio personale: una qualità, a mio avviso, non è molto caratteristica di un diplomatico di carriera. Lei è stato sotto i bombardamenti ed ha visitato ripetutamente le regioni montuose della Cecenia. Tutto può succedere. Mi dica, ha provato paura?

– L’attacco è stato al convoglio, non alla nostra macchina. Anche quando siamo tornati da Nazran, fu molto pericoloso. Il 6-8 agosto 1996, due missili di un elicottero russo furono lanciati nel nostro ufficio. Penso che sia successo per caso, visto che c’era una battaglia nelle vicinanze. Abbiamo trascorso otto giorni nel seminterrato. Hanno bombardato pesantemente nelle vicinanze.

Ora Grozny è diventato molto più calmo. Adesso non ho paura di niente. Non so cosa succederà dopo.

– Rappresentanti di quali paesi lavorano nell’OSCE a Grozny?

– Il mio vice è polacco, gli altri provengono da Italia, USA, Svezia, Spagna, Germania …

– Sono diplomatici?

– Legalmente – diplomatici, hanno passaporti diplomatici. Tra loro ci sono due militari.

– Gli eserciti di quali paesi rappresentano?

– Vengono dalla Spagna e dalla Svezia. In precedenza, c’erano più militari: quattro persone.

– Il suo soggiorno a Mosca è connesso a consultazioni politiche?

– Sì, nell’ultimo mese sono andato a Mosca ogni due settimane, incontrando i rappresentanti delle ambasciate straniere.

– Pensa che il risultato finale degli accordi di Khasavyurt possa portare all’indipendenza della Cecenia?

Questo è ciò che vuole la parte cecena. Penso che questo sia inaccettabile per la Federazione russa. Io stesso non posso giudicarlo, poiché stiamo lavorando in Cecenia sulla base di un accordo con il governo russo. Mosca deciderà se la Cecenia diventerà uno stato indipendente. È difficile per me immaginare come possa cambiare la posizione della Russia su questo tema e in quale direzione. Ma ciò che sta accadendo ora nella Repubblica cecena è un’espressione della volontà della popolazione locale. Molte forze politiche stanno prendendo parte alla formazione del governo di coalizione. A Novye Atagi, molte persone si rivolgono a Yandarbiev e altri con le loro proposte riguardo al governo. Questo processo ha legittimità democratica.

Aslan Maskadov e Alezander Lebed firmano gli Accordi di Khasavyurt

– Cosa ne pensa di Yandarbiev?

– Ora è considerato il presidente della Repubblica cecena . L’ho conosciuto nel maggio 1996 dopo la morte di Dudaev. Questa è stata la prima occasione per me di incontrare il leader dell’altra parte. Fin dall’inizio abbiamo avuto un buon contatto con lui. E posso sempre andare da lui. È molto importante. Ci siamo incontrati due volte la scorsa settimana. È aperto, non sorgono problemi. C’è fiducia.

Yandarbiyev e i suoi sostenitori desiderano mantenere le tradizioni nazionali e gli interessi popolari. Vogliono perseguire una politica nell’interesse delle persone. Quanto all’indipendenza e ad altre cose radicali , anche Aslan Maskhadov mi ha detto: non potrei firmare un altro documento, altrimenti non avrei un futuro politico. Sanno esattamente cosa possono e cosa non possono fare.

– Parla molto bene il russo. Ha già studiato la Russia?

– Durante i 9 mesi del mio lavoro in Cecenia, ho cominciato a parlare molto meglio che durante il periodo iniziale del mio arrivo qui. Ho iniziato a studiare russo a scuola. Poi – all’università. Poi ho lavorato come guida come parte di gruppi di turisti svizzeri che visitavano la Russia in epoca sovietica. Nel 1979 ho ricevuto una borsa di studio dall’Accademia delle scienze dell’URSS – 300 rubli al mese, ho vissuto a Mosca in un hotel vicino a Piazza ottobre. Era impegnato in sovietologia, ho scritto il libro “Moralità e potere nell’Unione Sovietica”.

– Alcune pubblicazioni dell’opposizione russa hanno affermato che lei è un ufficiale dell’intelligence di carriera ed ha il grado di generale di brigata. Potrebbe commentare questa informazione?

– Questo non ha senso. Questa è una conseguenza dell’antica tradizione sovietica: vedere una spia in ogni straniero. Ci sono persone che hanno paura degli stranieri e pensano che operino contro la Russia.

– E le dichiarazioni secondo cui gli ufficiali dei servizi segreti occidentali lavorano nella missione OSCE a Grozny sono anch’esse una sciocchezza?

– Naturalmente, anche questa è una sciocchezza […] se ciò fosse vero, sarebbe un’attività di spionaggio in accordo con il governo Russo. 

L’ECONOMIA AGRICOLA DELLA CHRI – SECONDA PARTE

Per approfondire, leggi il libro “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria, acquistabile QUI.

DALLA RIVOLUZIONE ALLA GUERRA

Il 1° Luglio 1989 Doku Zavgaev, già Ministro dell’Agricoltura, fu eletto Primo Segretario del Partito. Fu il primo ceceno dai tempi della deportazione del 1944 a ricoprire una carica di vertice nella RSSA Ceceno – Inguscia, e non era certo un caso che fosse proprio un Ministro dell’Agricoltura: questo dato, forse più di ogni altro, dimostra come il sistema di “apartheid socioeconomica” applicato nel Paese fosse rodato.  L’elezione di Zavgaev fu vista dai ceceni come l’opportunità per accorciare la distanza con la minoranza russa, cui fino ad allora erano state riservate le migliori opportunità lavorative e politiche. Il nuovo leader ceceno cercò di ammansire i più esagitati, senza tuttavia cedere al nazionalismo: del resto egli era ben cosciente che la componente russa della repubblica costituiva la stragrande maggioranza della popolazione culturalmente e professionalmente qualificata, e sapeva che se questa fosse di colpo venuta a mancare la Repubblica si sarebbe trovata in pessime acque.

D’altra parte Zavgaev era anche assai desideroso di aumentare e mantenere il suo potere personale, cosicché si mise a puntellare la sua posizione con una profusione di nomine clientelari e familiari, sfruttando poi le alleanze conseguite con questa politica per farsi eleggere Presidente del Soviet Supremo Ceceno – Inguscio. In questo modo egli assommò su di sé la suprema carica politica e la suprema carica amministrativa della Repubblica: essendo ancora in vigore il sistema del partito unico, ciò significava acquisire un potere quasi illimitato. Questa escalation fu sancita in maniera ancora più netta quando, a seguito degli eventi innescati dal Congresso Nazionale del Popolo Ceceno (ne abbiamo scritto profusamente QUI) Zavgaev si risolse a deliberare la Dichiarazione di Sovranità, con la quale fu sancita la predominanza delle leggi varate in Cecenia su quelle dell’URSS.

Questa repentina assunzione di potere garantì a Zavgaev una libertà di manovra senza precedenti, ma d’altro canto lo privò dell’appoggio che il regime sovietico poteva fornirgli qualora i nazionalisti radicali avessero preso il controllo della piazza. Ciò fu chiaro nell’Agosto del 1991, quando a seguito del cosiddetto “Putsch di Agosto” i secessionisti al seguito del Generale Dudaev presero il controllo delle istituzioni e lo estromisero dal governo in quella che fu chiamata “Rivoluzione Cecena” (Agosto – Novembre 1991). Zavgaev abbandonò il Paese sotto minaccia di morte, lasciandolo nelle mani di Dudaev.

Doku Zavgaev. Ex Ministro dell’Agricoltura, venne eletto alla guida del PCUS locale nel 1989 . Nel Marzo 1990 fu eletto anche Presidente del Soviet Supremo Ceceno – Inguscio, assommando su di sè le massime cariche politiche del partito e dello Stato.

I

L GOVERNO RIVOLUZIONARIO

Il composito fronte politico che acquisì il controllo delle istituzioni cecene nel Novembre 1991 era tutt’altro che concorde sull’idea di cosa si dovesse fare per costruire la “nuova Cecenia”. Tra i rivoluzionari c’erano i moderati, per lo più di estrazione intellettuale e borghese, che volevano negoziare con la Russia un nuovo trattato federativo in cambio di laute concessioni economiche e politiche, c’erano i secessionisti laici, sostenitori di una trasformazione del paese in una democrazia parlamentare di stampo occidentale, ed i secessionisti radicali, fautori di un sistema politico fortemente incentrato sulla tradizione islamica del Paese. Anche sotto il profilo economico il rassemblement rivoluzionario era diviso tra i sostenitori della liberalizzazione, rappresentanti dal capo del “gabinetto degli imprenditori” Yaragi Mamodaev ed i fautori del “socialismo islamico”, contrari alla privatizzazione delle terre e disposti ad accettare l’introduzione della proprietà privata soltanto a condizione che la direzione dell’economia rimanesse subordinata all’autorità statale. Questi ultimi erano i seguaci di Zelimkhan Yandarbiev, leader del Partito Democratico Vaynakh (il principale movimento nazionalista radicale) ed intimo confidente del nuovo Presidente della Repubblica, Dzhokhar Dudaev.

Concentriamoci su questi ultimi, giacché fu la fazione dei radicali a vincere la battaglia per il potere. Il Partito Democratico Vaynakh era nato dallo sforzo di alcuni intellettuali (tra i quali lo stesso Yandarbiev) ma si rivolgeva prima di tutto alle masse popolari rurali, e in particolar modo proprio a quelle “eccedenze” delle quali abbiamo parlato nell’articolo precedente. Si trattava di persone che vivevano ai margini del sistema, e per questo se ne sentivano escluse. Il sentimento più forte in loro era il nazionalismo revanscista, tipico delle masse colonizzate desiderose di riappropriarsi del potere politico e invidiose del benessere delle élite al quale non partecipavano. Dal loro punto di vista lo stato ceceno doveva tornare nelle loro mani, così come tutti i mezzi di produzione dell’economia. Lo Stato avrebbe dovuto garantire casa e lavoro ai ceceni, se necessario sacrificando le componenti “estranee” all’etnia Vaynakh, ed avrebbe dovuto salvaguardare le ricchezze del Paese dalla privatizzazione selvaggia che stava aggredendo tutte le repubbliche dell’impero sovietico.

Una volta preso il potere, Dudaev iniziò a dar forma al nuovo stato partendo dalle posizioni dei radicali: a differenza di quanto stava accadendo in Russia, dove la proprietà pubblica stava venendo parcellizzata e privatizzata in maniera veloce e brutale, il governo rivoluzionario si rifiutò di svendere il patrimonio pubblico, opponendo un secco rifiuto alle proposte avanzate da Mamodaev e dal suo “Gabinetto degli imprenditori”. Una particolare rigidità riguardo questo tema fu dimostrata nel caso della privatizzazione delle aziende agricole di stato, detentrici dei più vasti e produttivi appezzamenti di terreno, nonché della maggior parte dei sistemi meccanizzati. Dudaev si oppose dal primo all’ultimo giorno alla vendita delle fattorie collettive, senza tuttavia avere le risorse per mantenerle: come abbiamo visto, infatti, l’agricoltura cecena era fortemente sovvenzionata dal governo sovietico, e gravata da una mole di debiti gigantesca. L’ostinatezza con la quale il governo separatista si mise di traverso a qualsiasi privatizzazione lasciò queste aziende esposte all’insolvenza ed al fallimento nel giro di pochi mesi dalla proclamazione dell’indipendenza. Le proprietà pubbliche, abbandonate a sé stesse, finirono saccheggiate, o furono occupate abusivamente e lavorate come fossero proprietà private.

Come riportato nel nostro saggio “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria” (Acquistabile QUI):

La situazione, nel complesso, era piuttosto tragica: nel novembre del 1991 il 40% dei ceceni in età da lavoro non possedeva un’occupazione stabile, e le cosiddette “eccedenze rurali” riuscivano a sopravvivere soltanto tramite i lavori stagionali all’estero la cui richiesta, come abbiamo detto, era quasi sparita. Questa massa di “disoccupati militanti” non aveva letteralmente di che sopravvivere, ed alla dichiarazione di indipendenza si dette al saccheggio delle proprietà statali. Non si trattò di un processo organizzato: fu piuttosto un “effetto collaterale”, nel quale l’euforia della ribellione si confuse con una corsa alla “privatizzazione fai da te” dei beni e dei macchinari agricoli delle fattorie collettive. Dalle aziende di stato sparirono animali, prodotti agricoli, trattori, utensili e macchine di ogni tipo, che riapparirono nei campi delle famiglie private. Molte aziende rimasero senza braccianti e senza patrimonio, andando in malora, mentre la mancanza di agronomi qualificati produsse danni enormi alla produzione agricola. Il giornalista Timur Muzaev, uno dei più attenti osservatori della situazione sociopolitica cecena in quegli anni, riportò nel suo periodico “monitoraggio politico” del paese la progressiva spoliazione delle proprietà pubbliche. Giusto per citarne un esempio, nei distretti settentrionali del paese:

“La dissoluzione delle ex strutture economiche ha portato al sequestro del bestiame delle fattorie collettive. […] Le informazioni ricevute su ciò che sta accadendo nel vicino distretto di Naursk possono, a nostro avviso, chiarire il quadro generale: delle 153.000 pecore che erano nelle fattorie statali nel 1990, solo 49.000 sono rimaste entro la fine dell’ultimo inverno [1992 – 1993] il numero di suini è diminuito di 8 volte e quello del bestiame di 3 volte. […] La popolazione […] si è rivelata impreparata a prendersi cura delle mandrie. Il raccolto è stato coltivato su centinaia di ettari nell’estate del 1992, ma i bovini randagi lo hanno quasi completamente distrutto, calpestando riso e mais pronti per la raccolta. Tutto il lavoro investito dalle persone è stato distrutto sul nascere. […] Vi è un rapido saccheggio del parco agricolo delle aziende collettive. Di conseguenza, anche dove arrivano le forniture di benzina, il lavoro sul campo non viene eseguito, perché le attrezzature vengono saccheggiate, ed i sequestratori chiedono un riscatto alle amministrazioni locali per restituirle. Le fattorie collettive “Chervlennaya”, “Kavkaz” e Vinogradny” sono rimaste senza macchine agricole. Secondo alcuni esperti, in Cecenia nel 1992 non è stato seminato grano. […] Le difficoltà economiche sono aggravate dal crimine dilagante da un lato, dal caos istituzionale delle autorità locali dall’altro.”

Per effetto di questo meccanismo di “esproprio proletario”, il sistema agricolo Ceceno si avviò su un “doppio binario” assolutamente peculiare: da una parte c’erano le aziende collettive, formalmente detentrici della maggior parte delle terre, che tuttavia erano improduttive a causa della mancanza di fondi e venivano spogliate di tutte le loro proprietà dai privati cittadini affamati e senza lavoro. Dall’altra c’era la piccola e piccolissima impresa agricola, quasi sempre sommersa, molto spesso dedita ad un’economia familiare di sussistenza e priva delle risorse per mandare avanti un vero e proprio business, che deteneva la stragrande maggioranza della ricchezza reale del settore agricolo pur non avendone i diritti ed il riconoscimento statale. Si trattava, in sostanza, di un meccanismo totalmente abusivo il quale, senza controlli, spogliava il legittimo sistema di produzione pubblico, trasformandolo in un guscio vuoto. Giusto per citare qualche numero, dieci anni dopo gli eventi della Rivoluzione Cecena nel paese erano formalmente attive 722 imprese agricole registrate, detentrici del 75,5% dei terreni agricoli le quali tuttavia amministravano appena il 14% del bestiame presente nella repubblica, mentre le 436 cooperative contadine (anch’esse società di origine socialista) ne contavano appena il 2,40%. L’83,5% del bestiame era distribuito tra la popolazione rurale, che ne faceva per lo più un uso familiare.

Si può dire che la privatizzazione dell’agricoltura cecena fu fatta dai contadini nonostante lo Stato, e non grazie ad esso, e fu fatta per regressione, non cioè affidando la terra ad investitori intenzionati a sfruttarla per profitto, ma lasciando che i contadini se ne appropriassero come se fosse un open field, un “campo aperto” di medievale memoria. Il Ministro dell’Economia di allora, Taymaz Abubakarov ricorda nel suo libro di memorie “Il Regime di Dzokhar Dudaev” che già nel 1992, attraverso il sequestro spontaneo delle terre, circa centomila ettari di campi arabili erano scomparsi dalla disponibilità delle aziende pubbliche, e di come queste fossero oggetto di un vivace mercato fondiario illegale.

Per approfondire, leggi il libro “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria, acquistabile QUI.

Isa Akyadov, futuro Commissario alle Dogane della Repubblica Cecena di Ichkeria, posa sui resti della statua di Lenin, abbattuta dai rivoluzionari nell’autunno del 1991.

GLI EFFETTI ECONOMICI

Gli effetti economici di questo progressivo deterioramento del sistema agricolo furono evidenti fin dal 1992: a metà dell’anno la produzione di carne era diminuita dell’82,5%, quella degli insaccati dell’81,2%, e quella dei prodotti lattiero – caseari del 75,1%. Il meccanismo economico si era di fatto inceppato, e la situazione aggravava ulteriormente la già critica situazione dei prezzi di mercato, che dal gennaio 1992 erano stati lasciati liberi di fluttuare, raggiungendo talvolta incrementi dell’800%. Per cercare di calmierare i prezzi Dudaev aveva introdotto una serie di garanzie statali sull’acquisto dei beni alimentari di base, come il pane: lo Stato avrebbe garantito l’acquisto del pane al costo fisso e simbolico di 1 rublo al chilo, come meglio spiegato nel libro “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria” (Acquistabile QUI). Ne riportiamo un breve passo:

Una conseguenza del sentimento socialista di Dudaev era l’interventismo economico a favore delle fasce deboli. Il primo intervento in politica economica di Dudaev fu la creazione di Comitato dei Prezzi che sovrintendesse alla calmierazione delle tariffe. “Il prezzo non può essere spontaneo, dovrebbe essere adeguato alla possibilità della gente” ripeteva. Per questo motivo Dudaev decretò che il pane venisse venduto alla cifra simbolica di 1 rublo al chilo. Lo Stato si sarebbe fatto carico della spesa. Nel giro di 12 mesi il bilancio pubblico non avrebbe potuto più sopportare un simile meccanismo assistenziale, che fra l’altro generava una fortissima speculazione (i ceceni prendevano il pane ad un rublo al chilo ed andavano a rivenderlo all’estero, o al mercato nero, a prezzi maggiorati).

Il tentativo di Dudaev di bloccare la regressione dell’economia cecena verso un sistema di autosostentamento medievale cozzava contro la cronica insolvenza del bilancio statale, il quale poteva fare affidamento su poche, magre entrate, sufficienti a mala pena al pagamento degli stipendi dell’esoso e pervasivo comparto statale di epoca sovietica. Nel giro di pochi mesi i negozi pubblici deputati alla distribuzione di generi alimentari rimasero vuoti, con i prodotti che raramente riuscivano a resistere sugli scaffali per più di qualche ora dall’apertura.  La popolazione, in assenza di sicurezza, si dedicò alla coltivazione degli orti ed all’allevamento di piccole quantità di animali da cortile, per avere di che sfamarsi.

Per cercare di frenare l’anarchia del comparto agricolo, che come abbiamo visto stava producendo nefasti effetti sulla produttività e sui prezzi, Dudaev intervenne alla fine del 1992 con una sorta di “esproprio generale” delle proprietà pubbliche e cooperative, e con la loro irregimentazione in un “supeministero” dell’Agricoltura responsabile della gestione delle aziende collettive, degli impianti di produzione di materiali e macchinari, e persino delle banche, per le quali fu istituito l’obbligo di accorpare i flussi di cassa a quello della neonata Banca Nazionale Cecena. Tutti i proventi delle attività pubbliche non necessari al funzionamento delle aziende avrebbero dovuto essere versati sul fondo governativo ivi istituito, dal quale il governo avrebbe poi diretto la distribuzione delle risorse al fine di razionalizzare le spese e riprendere il controllo della produzione nazionale.

Il vantaggio gestionale acquisito da questa radicale presa di posizione, la quale per certi versi superava lo stesso meccanismo socialista reintroducendo una sorta di “economia pianificata di guerra” venne tuttavia presto dilapidato dalla politica dudaevita di supporto alle fasce deboli della popolazione, con l’intestardito ricorso alla calmierazione dei prezzi del pane, il quale divorava una significativa parte del budget repubblicano ed avvantaggiava l’acquisto per speculazione sul mercato nero. In sostanza, il sistema del sovvenzionamento sovietico al settore agricolo fu sostituito da un sovvenzionamento indiretto da parte dello stato secessionista, il quale continuò ad acquistare prodotti agricoli dalle aziende pubbliche a costo di mercato ed a distribuirlo alla popolazione a prezzi di gran lunga inferiori, accumulando ulteriore debito e mantenendo le casse dello Stato in un continuo stato di insolvenza.

Col tempo, data la scarsità di risorse economiche (e in certi momenti addirittura di cartamoneta) il governo iniziò ad utilizzare la stessa produzione agricola come moneta alternativa al pagamento di stipendi e pensioni, ritirando direttamente dalle aziende pubbliche il prodotto agricolo e distribuendolo ai beneficiari come contropartita per il salario che non era in grado di corrispondere. Mentre Dudaev e Abubakarov tentavano di mantenere il controllo della produzione agricola, i direttori delle aziende agricole portavano avanti un vivace mercato sommerso, sfruttando il diritto concesso loro dal governo di vendere parte della produzione per il pagamento degli stipendi prendendosi sovente la libertà di vendere quote ben superiori, intascando i proventi e facendoli sparire. Gli stessi generi alimentari di base, calmierati per legge, venivano regolarmente contrabbandati in Russia sfruttando la scarsa capacità del governo di controllare i confini. Sherip Asuev, corrispondente della ITAR – TASS e autore del libro “Così è stato” (una raccolta di bollettini giornalistici che ripercorre giorno per giorno gli anni 1992 – 1994 scaricabile QUI ) scriveva nel 1992:

Il congelamento artificiale dei prezzi sta già creando molti problemi nella repubblica. Da qui i prodotti da forno vengono trasportati in sacchi e la benzina con le autocisterne. Si presume che il controllo doganale ai confini della repubblica sarà rafforzato.”

E ancora

“La legge sulla responsabilità amministrativa per alcuni tipi di reati presuppone una punizione rigorosa per il tentativo di esportare illegalmente beni di consumo, prodotti industriali, attrezzature e macchinari dalla repubblica. E’ inoltre vietata l’esportazione di tutti i tipi di alimenti. Multe salate, o arresti da uno a tre mesi, minacciano i lavoratori che hanno cercato di nascondere beni e prodotti o di venderli in modi illeciti. A molte persone, a quanto pare, piaceranno queste misure, ma è improbabile che garantiscano abbondanza sugli scaffali. Nel commercio statale ora a Grozny e nelle zone rurali della Repubblica è possibile acquistare solo pane e verdura in scatola. E nei mercati i prezzi aumentano letteralmente di ora in ora. Un pacchetto di sigarette sovietiche costa 20 rubli. Puoi comprare patate, carote, cavoli solo per un pezzo d’oro al chilogrammo. Il Consiglio degli Anziani della Repubblica ha vietato di aumentare il prezzo della carne oltre i 25 rubli. Naturalmente nessuno la venderà ad un prezzo del genere e la carne è praticamente scomparsa dai mercati.[…]”.

Per approfondire, leggi il libro “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria, acquistabile QUI.

Una donna cerca di vendere qualche salsiccia in un mercato di Grozny, praticamente vuoto.

IL SISTEMA COLLASSA

Le misure di contenimento adottate dal governo Dudaev tra il 1992 e il 1993 non produssero risultati tangibili, un po’ per via della crisi economica che attanagliava l’intera zona – rublo, un po’ a causa della scarsa capacità di controllo del governo centrale, nel frattempo finito ostaggio delle bande militari che lo sostenevano. Esasperato, Dudaev giunse nel Dicembre del 1993 a vietare a qualsiasi struttura commerciale ed agli stessi cittadini di cuocere il pane senza una specifica licenza statale, ed  a vietare completamente la vendita dei prodotti da forno da parte di qualsiasi impresa o cittadino privato che non fossero autorizzati dal governo. Le pene per la violazione di tale obbligo furono elevate al sequestro di tutte le materie prime e dei mezzi di produzione, e alla condanna penale fino a due anni. In ordine ad evitare una “fuga del pane” a scopi speculativi, venne proibita la vendita dei prodotti da forno a coloro che non fossero cittadini della Repubblica.

Nel frattempo la produzione agricola continuava a calare a ritmi vertiginosi, man mano che le attrezzature si deterioravano o venivano deliberatamente saccheggiate, per essere rivendute fuori dalla Cecenia. Il ricercatore S.A. Lipina, nel suo “Repubblica Cecena: potenziale economico e sviluppo strategico” scriveva nel 1998:

Rispetto al 1991, il parco macchine è diminuito di quattro volte. La fornitura di trattori al settore agricolo è diminuita di 3,3 volte, le mietitrici di cereali 4 volte, i camion 4,2 volte, una situazione simile si registra con le altre macchine agricole. Sfortunatamente non solo quantitativamente, ma anche qualitativamente. L’attrezzatura tecnica dei lavoratori agricoli è estremamente carente, il lavoro agricolo viene svolto in violazione dei protocolli di qualità, il che a sua volta porta naturalmente a perdite significative durante la raccolta.

L’esiguità delle risorse a disposizione dei lavoratori agricoli impediva un utilizzo costante di fertilizzanti e prodotti fitosanitari, riducendo ulteriormente la già scarsa produttività dei terreni. Così, al netto della crisi economica che attanagliava tutto lo spazio post sovietico, le perdite di produttività del settore agricolo ceceno raggiunsero tra il 1993 e il 1994 numeri spaventosi. Mettendo a confronto lo stato della produzione agricola in Russia tra il 1991 ed il 1994 (rispetto al periodo 1986 – 1990) con il medesimo dato ceceno, notiamo che mentre l’agricoltura russa era ancora in grado di produrre circa il 90% di quanto prodotto nel periodo pre – collasso politico, l’agricoltura cecena riusciva a mala pena a raggiungere la metà del prodotto (53%) in un momento in cui la produzione agricola era pressochè l’unica attività, dopo il petrolio, in grado di tenere in piedi l’economia del paese.

Miliziano separatista trasporta filoni di pane sequestrato

Lo stato di prostrazione economica si acuì ulteriormente nel corso del 1994, quando il fronte antigovernativo passò dall’opposizione politica alla lotta armata, innescando una vera e propria guerra civile. Questa esplose nell’estate del 1994, protraendosi a fasi alterne fino al Dicembre dello stesso anno quando, dopo che l’opposizione armata fu sconfitta sul campo dalle forze lealiste, la Federazione Russa invase il paese dando avvio alla Prima Guerra Cecena.

Per approfondire, leggi il libro “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria, acquistabile QUI.

LA CECENIA E L’INDIPENDENZA CONDIZIONATA: IL “PIANO AKHMADOV”

UN NUOVO MINISTRO DEGLI ESTERI

Ilyas Akhmadov fu appuntato Ministro degli Esteri da Maskhadov il 27 Giugno 1999, pochi mesi prima dello scoppio della Seconda Guerra Cecena. Akhmadov fu scelto per il fatto di non aver partecipato a nessuna delle azioni terroristiche (Budennovsk e Klizyar in primis) che avevano resto tristemente celebre la resistenza separatista durante il primo conflitto. In questo modo egli avrebbe potuto muoversi con maggior facilità tra le cancellerie occidentali senza incorrere nel rischio di essere arrestato per terrorismo. Nella sua veste di alto rappresentante della diplomazia cecena, Akhmadov si diresse dapprima in Turchia, poi in Belgio, poi ancora negli Stati Uniti, girando in lungo  e in largo nel tentativo di coinvolgere i governi occidentali in un negoziato trilaterale con la Federazione Russa (per approfondire, leggi il libro “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria, acquistabile QUI).

Ilyas Akhmadov the Minister of Foreign Affaires for the Chechen rebel government. (Photo by Alex Smailes/Sygma via Getty Images)

Presto fu tuttavia chiaro che nessuno dei governi in grado di fare la differenza in una trattativa con la Russia sarebbe intervenuto, appoggiando tout – court la posizione dei secessionisti. Così, dal 2001, il Ministro degli Esteri si mise ad elaborare un piano di pace che ponesse in essere le premesse di una separazione senza costringere il Cremlino ad accettarla sul piano formale. Il progetto, che pubblichiamo in versione italiana (scaricabile QUI in PDF) si basava sull’idea di trasformare la Cecenia in una sorta di protettorato, sotto il mandato delle Nazioni Unite,  per un periodo di 10 o 15 anni, durante i quali il paese sarebbe stato ricostruito e le istituzioni democratiche sarebbero state implementate, sul modello di quanto stava succedendo in Kosovo ed a Timor Est. Maskhadov avrebbe rassegnato le sue dimissioni, l’esercito russo si sarebbe ritirato e le forze armate cecene avrebbero smobilitato. Una volta che la situazione si fosse stabilizzata e le istituzioni democratiche avessero iniziato a funzionare sotto la protezione delle forze armate dell’ONU, nuove elezioni avrebbero portato alla costituzione di una Cecenia indipendente.

Il piano girava tutto intorno al concetto di “indipendenza condizionata”:

“Il riconoscimento condizionato di un governo o di uno Stato è il principio che consiste nel rendere il riconoscimento dell’entità in questione soggetto all’adempimento di condizioni precedentemente convenute. Una appropriata applicazione di questo principio attraverso il meccanismo di una amministrazione internazionale può risolvere il conflitto russo – ceceno con un approccio in cui vincono entrambe le parti. L’idea è semplice: la trasformazione della Cecenia in uno Stato realmente democratico e pacifico attraverso un periodo di transizione di diversi anni di amministrazione internazionale. Questa formula può non essere un miracolo, ma fornisce un modo per risolvere la sfida di soddisfare le legittime aspirazioni della Cecenia andando simultaneamente incontro alle autentiche esigenze di sicurezza della Russia, come alle preoccupazioni relative alla sicurezza della Georgia ed alla sicurezza ed agli interessi complessivi della comunità internazionale.

UNA STRADA IN SALITA

Il piano era di difficile attuazione, perché avrebbe dovuto passare dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, del quale la Russia faceva parte, e difficilmente il Cremlino avrebbe accettato la presenza di forze di pace entro quelli che considerava i propri confini. Un segnale incoraggiante comunque giunse da Putin, che in relazione al piano proposto rispose: “Oggi la questione dell’indipendenza o meno della Cecenia dalla Russia è assolutamente non di fondamentale importanza. Ciò che è di fondamentale importanza per noi è soltanto una questione. Non vogliamo permettere che questo territorio venga usato ancora una volta come testa di ponte per un attacco alla Russia.” in questi termini, Putin poteva essere teoricamente disponibile a congelare nuovamente la questione dell’indipendenza in cambio della completa smilitarizzazione della Cecenia. Il piano venne sottoposto a Maskhadov qualche settimana dopo, sponsorizzato dallo scrittore francese Andrè Glucksmann e dal politico belga Olivier Dupuis, che si dissero disponibili a farsene relatori presso le autorità europee ed all’ONU. Esso tuttavia era debole per due motivi: prima di tutto la situazione della Cecenia non poteva essere assimilata a quella del Kosovo, perchè Russia non era la Serbia né in fatto di peso politico né in fatto di rapporti con l’occidente.

Vladimir Putin, Presidente della Federazione Russa. Allo scoppio della Seconda Guerra Cecena giustificò l’intervento armato come un’operazione volta a garantire la sicurezza della Russia. Il “Piano Akhmadov” muoveva dalla necessità di garantire a Putin il riconoscimento delle sue “ragioni di sicurezza” senza ledere il diritto della Cecenia all’autodeterminazione.

In secondo luogo, come spiegò Maskhadov nella sua risposta alla proposta di Akhmadov, “La mentalità della resistenza cecena era sempre più religiosa e sempre più frustrata rispetto all’Occidente ed alla democrazia, rispetto a quanto non fosse durante la prima guerra. […] dovete capire che quello che la gente vede riguardo alle democrazie occidentali sono dichiarazioni preoccupate di routine, gestualità vuote, che irritano soltanto la gente. Dovete capire che questo è tutto quello che hanno visto di codeste democrazie”. Maskhadov confidò che non sarebbe riuscito a tenere insieme il fragile fronte indipendentista se un simile piano fosse stato sponsorizzato da lui. In particolare, una simile soluzione avrebbe messo la resistenza in rotta di collisione coi suoi finanziatori, che erano per lo più comunità religiose mediorientali le quali mai avrebbero supportato finanziariamente un movimento che andava a braccetto con l’ONU, vista dai più come una sovrastruttura al servizio del potere occidentale. Rispose quindi che il piano poteva essere presentato, ma come una iniziativa personale di Akhmadov e dei suoi amici, e non come un documento ufficiale della ChRI.

IL PIANO NAUFRAGA

Anche all’interno di ciò che restava della gerarchia repubblicana, il dibattito sul piano fu acceso ed i funzionari non riuscirono a trovare un accordo.  Laddove Umar Khambiev, Ministro della Sanità ed inviato personale di Maskhadov in Europa, appoggiò entusiasticamente il piano, Akhyad Idigov, ex Presidente del Parlamento dudaevita, lo attaccò pesantemente accusando Akhmadov di voler vendere l’indipendenza della Cecenia e di attentare alla costituzione. Akhmadov propose il piano in via personale nel marzo 2003, ma proprio in quei mesi iniziò la seconda invasione americana dell’Iraq, e la questione cecena finì nelle ultime pagine dei giornali. Olivier Depuis, raccolse comunque le firme per presentare il piano alle Nazioni Unite, e per la metà del 2003 ne aveva già raccolte 30.000. L’azione di Depuis, che era un deputato del Partito Radicale Transnazionale, avrebbe portato, nel febbraio del 2004, il Parlamento Europeo a varare una risoluzione nella quale per la prima volta si riconosceva l’Ardakhar del 1944 come “genocidio”, ma oltre all’adozione di questa risoluzione, non ci sarebbe stato altro di politicamente rilevante. In ogni caso la discussione del “Piano Akhmadov” non riuscì neanche a decollare, giacché l’11 settembre 2001 Osama Bin Laden aveva lanciato il suo attacco terroristico agli Stati Uniti. Da quel momento il timore del terrorismo islamico si era impadronito delle società occidentali, ed anche i secessionisti ceceni avevano finito per essere considerati parte del fenomeno.

Alhyad Idigov, Deputato al Parlamento di I e II Convocazione e rappresentante del Parlamento all’Estero, criticò duramente il “Piano Akhmadov”, accusando il Ministro degli Esteri di voler sacrificare l’indipendenza della Cecenia, secondo il suo parere già acquisita nel 1991 e confermata nel Trattato di Pace del 1997. La mancanza di unità nel fronte secessionista fu una delle principali cause del naufragio della proposta di pace.

Come scrive Akhmadov: “Le cose sono cambiate radicalmente dopo l’11 settembre 2001, quando la maggior parte delle persone in Occidente, e certamente la maggior parte dei governi, ha iniziato a guardarci attraverso la lente dell’antiterrorismo. Il pretesto che l’uccisione di massa di civili ceceni da parte della Russia abbia contribuito alla guerra contro il terrorismo ha permesso all’Occidente di mantenere stretti rapporti con la Russia e di assolvere la sua coscienza collettiva ignorando le atrocità. Vedere questa guerra come uno dei fronti di guerra contro il terrorismo globale ha liberato l’Occidente dai suoi obblighi al rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale nei suoi rapporti con la Russia.”. La resistenza cecena, che per parte sua aveva compiuto atti di terrorismo e che, radicalizzandosi, aveva assunto i turpi connotati del fanatismo religioso, fu pesantemente colpita dai nefasti effetti dell’azione di Al Qaeda, che gli alienarono completamente le simpatie dell’occidente, fatta eccezione per qualche giornalista, qualche associazione umanitaria e qualche uomo politico di scarso peso. Le autorità russe si resero conto di avere campo libero nel portare a termine la loro invasione e chiusero a qualsiasi negoziato che potesse portare anche soltanto ad una tregua.

Per approfondire, leggi il libro “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria, acquistabile QUI.

BIOGRAFIE – AYDAMIR ABALAEV

Nato a Sayasan il ?/?/?

Morto a Sayasan il 01/05/2002)

Durante la I Guerra Cecena comandò il Reparto Fucilieri di Montagna del Battaglione Ricognizione e Sabotaggio. Col suo reparto partecipò al Raid su Klizyar ed alla Battaglia del Primo Maggio (Assedio di Pervomaiskoye). Partecipò al Raid su Grozny del Marzo 1996 ed all’Operazione Jihad nell’Agosto 1996. Nel 1996 fu insignito del grado di Generale di Brigata e decorato con l’Onore della Nazione.

Candidatosi alla Presidenza della Repubblica alle elezioni del 1997, ottenne meno dell’1% dei voti e si allineò alle posizioni del blocco governativo, sostenendo la leadership di Aslan Maskhadov. Nominato Ministro della Sharia per la Sicurezza dello Stato (24/04/1999) mantenne tale carica fino alla sua morte.

Allo scoppio della II Guerra Cecena fu nominato membro del Comitato per la Difesa dello Stato (GKO) e nominato Comandante del Fronte di Nozhai – Yurt. Morì in uno scontro a fuoco con l’esercito federale, di ritorno da una riunione organizzativa con Maskhadov.

GLI AMBASCIATORI DI ICHKERIA – QUINTA PARTE

DIPLOMAZIA DI GUERRA

Lo scoppio della Seconda Guerra Cecena vanificò le speranze del governo di Grozny di veder riconosciuta l’indipendenza della Cecenia. Con l’inizio delle operazioni militari l’esercito russo blindò i confini terrestri e lo spazio aereo, impedendo al governo di Maskhadov ed al Parlamento di comunicare efficacemente con le loro rappresentanze all’estero. Per ovviare alle prevedibili difficoltà logistiche, Maskhadov aveva inviato fin dal novembre del 1999 alcuni suoi uomini di fiducia in Europa e negli Stati Uniti. Tra questi vi erano il Ministro degli Esteri Ilyas Akhmadov, il Ministro della Sanità, Umar Khambiev, nominato rappresentante personale del presidente in Europa, il Ministro della Cultura e dell’Informazione, Akhmed Zakayev, l’ex presidente del Parlamento “epurato” da Dudaev nel 1993, Akhyad Idigov (rieletto parlamentare nel 1997 e Presidente della Commissione Esteri), Usman Ferzauli, inviato a Copenhagen, e Mairbek Vatchagayev, rappresentante del Presidente a Mosca. Questo network di funzionari governativi avrebbe dovuto riuscire a costruire una rete di contatti in grado di mantenere sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo il tema della guerra in Cecenia, di acquisire sponde per stimolare i governi occidentali e le organizzazioni internazionali a compiere passi concreti per costringere Putin a sedersi ad un tavolo negoziale e fermare la guerra. Alcuni di loro, molti anni dopo, hanno raccontato il loro lavoro in libri di memorie. La traccia più precisa e puntuale è fornita dall’allora Ministro degli Esteri Akhmadov, che in due opere, “The Chechen Struggle” e “Secret Wartime Diplomacy” racconta l’attività svolta in quel difficile contesto. Il metodo con il quale il presidente, non potendo comunicare direttamente con i suoi funzionari a causa del blocco delle telecomunicazioni imposto dalla Russia, riusciva a far pervenire i suoi messaggi, era ingegnoso ma molto articolato. Scrive Akhmadov:

Ilyas Akhmadov, ultimo Ministro degli Esteri del Governo Maskhadov, rappresentò la Repubblica Cecena di Ichkeria all’estero fino all’Agosto del 2005, quando il nuovo Presidente Abdul Khalim Sadulayev licenziò tutte le rappresentanze della ChRI all’estero. Oggi vive negli Stati Uniti. (Photo by Alex Smailes/Sygma via Getty Images)

“Uno dei grandi problemi […] erano le comunicazioni. Nei primi mesi di guerra […] sapevamo che le conversazioni sarebbero state monitorate. Ricordavamo come il Generale Dzhokhar Dudaev fu ucciso mentre usava un telefono satellitare. Maskhadov sapeva benissimo che sarebbe stato un bersaglio dei russi. Se avesse usato un telefono satellitare, poco dopo i russi avrebbero lanciato un bombardamento d’artiglieria in direzione della sua posizione triangolata. Alla fine decise di non utilizzare ulteriormente questi telefoni […] e di impiegare il più primitivo ma affidabile metodo di spedizione tramite corriere. […] Il modo in cui funzionava questo sistema di comunicazione era il seguente: Maskhadov aveva organizzato una rete di corrieri per la raccolta di informazioni. Un gran numero di corrieri erano donne perché erano sottoposte ad un controllo più blando ai posti di frontiera rispetto agli uomini. Il corriere doveva prima di tutto riuscire ad uscire dalla zona di guerra, raggiungendo generalmente Baku, in Azerbaijan, con delle cassette registrate. […] Il corriere spesso doveva aspettare settimane perché si “aprisse una finestra”. Avrebbe dovuto aspettare che il controllo russo si indebolisse e poi avrebbe dovuto capire come andare dal punto A al punto B. Dipendeva da molti fattori. Naturalmente questo ha causato problemi quando avevi bisogno di una risposta rapida al tuo messaggio […]. Non era un sistema che funzionava come un orologio, e c’erano spesso interruzioni inaspettate. Ma questo era l’unico mezzo nelle condizioni di controllo totale, monitoraggio telefonico totale, controllo di tutte le strade che portavano fuori dalla Cecenia ed all’interno della Cecenia.”

Akhmadov era riuscito ad uscire dal Paese prima che i confini fossero completamente sigillati. Per prima cosa cercò di raggiungere l’Europa. Dovette prima volare a Baku, poi ad Istanbul, e da lì mettersi a cercare un consolato che gli garantisse un visto per volare in Occidente. Ci volle un bel po’ prima che il consolato olandese, dopo lunghe perorazioni, autorizzasse Akhmadov a volare ad Amsterdam. Una volta in Olanda Akhmadov riuscì ad ottenere un’audizione al parlamento, grazie all’intercessione dell’associazione umanitaria Pax Christi. Uno dei segretari, Egbert Verseling, riuscì poi a metterlo in contatto con il Comitato Americano per la Pace in Cecenia, un’associazione di volontari che combatteva per la tutela dei diritti umani dei cittadini ceceni. Grazie a quell’invito Akhmadov poté raggiungere Washington nel gennaio del 2000, dove incontrò rappresentanti del Senato e della Camera dei Rappresentanti tra i quali John McCain, Chuck Hagel e Paul Wellstone. Il Senato americano adottò una serie di risoluzioni nelle quali si esprimeva preoccupazione per gli eventi in Cecenia, ed Akhmadov fu invitato ad in ciclo di conferenze nelle università americane.

LE INTERFERENZE DEI RADICALI

Fu alla prima di queste conferenze che si rese conto che la corrente fondamentalista della resistenza aveva un proprio “Ministro degli Esteri” non autorizzato. Mentre lui e gli altri volavano in Occidente, infatti, Zelimkhan Yandarbiev, ex Presidente della Repubblica pretoriano del defunto Dudaev, era volato in Afghanistan a cercare il riconoscimento da parte dei Talebani. Durante la sua prima conferenza pubblica, alla John Hopkins University di Washington, dal pubblico giunse la domanda: “Come vedi il fatto che il tuo governo ha fatto un’alleanza con i talebani?”. Akhmadov non sapeva niente di tutto questo e rispose che non ne era informato, e che se fosse stato così probabilmente era a causa del destino comune che i due popoli avevano affrontato durante l’occupazione russa. Akhmadov chiamò Maskhadov e gli chiese: “Hai inviato Yandarbiev dai Talebani alle mie spalle? Questo è un casino totale!” Maskhadov rispose che era al corrente del fatto che Yandarbiev era in Afghanistan, ma che non aveva dato alcun ordine di aprire canali diplomatici ufficiali. In sostanza, Yandarbiev, che non era un signore della guerra ma soltanto uno stimato politico, l’unico che fosse ancora in piedi dall’inizio della rivoluzione cecena, era diventato una sorta di “inviato” presso i movimenti islamici e gli stati del Medioriente e dell’Asia Centrale, rivendicando una sua propria politica personale. Qualcosa di simile a quello che stava facendo Ugudov, che dopo essere stato licenziato dal Ministero degli Esteri nel 1998 aveva svolto il ruolo di regista dell’informazione del Congresso dei Popoli di Cecenia e Daghestan, aveva sponsorizzato l’invasione dei wahabiti e poi, una volta fuoriuscito, aveva continuato ad animare il sito Kavkazcenter.org e da lì la propaganda islamista nel Caucaso. Il riconoscimento della Repubblica Cecena di Ichkeria da parte dei Talebani fu il primo e l’unico da parte di un governo indipendente, e fu controproducente dal punto di vista politico. Yandarbiev non era stato inviato in Afghanistan da Maskhadov, ma questi dovette accettare il fatto compiuto e cercare di trarre il massimo profitto dal nuovo legame diplomatico stabilito. Il fatto era che lo stesso Emirato di Afghanistan a guida talebana era riconosciuto da appena tre paesi: Pakistan, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

Zelimkhan Yandarbiev guida una preghiera pubblica dietro un’immagine di Dzhokhar Dudaev

Nessun governo occidentale avrebbe visto la sponsorizzazione dei talebani come uno stimolo a prendere le parti dei ceceni ed anzi, alla luce di quanto sarebbe successo l’11 settembre del 2001, con l’attentato terroristico al World Trade Center e l’inizio della guerra globale al terrorismo, l’accostamento ai Talebani sarebbe stato un colossale boomerang. Dopo il rientro dagli USA, Akhmadov si recò a cercare l’appoggio degli stati europei. Nel marzo del 2000 ebbe contatti con l’allora presidente del Parlamento Europeo, Nicole Fontaigne, con gli esponenti delle principali fazioni politiche, ed insieme ad altri deputati ceceni esuli riuscì a convincere l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa  (PACE) a votare una mozione per estromettere la Russia fintanto che la guerra in Cecenia fosse continuata.Secondo quanto racconta Akhmadov, la prima prova diplomatica importante fu proprio l’incontro del PACE. In quell’occasione Akhmadov riuscì a convincere l’assemblea ad adottare una risoluzione di condanna alla Russia ci fu e questo aprì un dibattito di alto livello tra le istituzioni europee ed il Cremlino. Putin non poteva ignorare i rapporti con l’Unione Europea, che insieme agli Stati Uniti era la principale fonte di prestiti per le sue disastrate finanze. Così il presidente russo inviò i suoi parlamentari a trattare con il PACE, proponendo ai membri dell’Assemblea di partecipare alla scrittura di una nuova Costituzione cecena che ricomponesse il conflitto e riportasse la pace nel paese.

La proposta muoveva dalla presunzione di considerare quello che stava succedendo in Cecenia come il frutto di una guerra civile tra una fazione filorussa ed una indipendentista. Questa visione delle cose presentava il Cremlino non come una delle parti in causa, ma come il mediatore di un conflitto che era andato fuori controllo, e che si sarebbe risolto soltanto quando le anime moderate del nazionalismo ceceno avessero ritrovato la concordia. I governi europei videro di buon grado la soluzione proposta da Putin, interpretando la visione di una guerra civile come la più realistica e rifiutandosi di riconoscere per intero le ragioni dei rappresentanti della ChRI. Fu un vero disastro per Maskhadov: tutti gli sforzi fatti per ottenere sponde dall’occidente naufragarono nella disponibilità dell’Occidente a sacrificare l’indipendenza della Cecenia.

IL “PIANO AKHMADOV”

Akhmadov si dette alla ricerca di personalità pubbliche che sponsorizzassero qualsiasi soluzione alternativa. Tra il 2001 ed il 2003 propose di fare della Cecenia un protettorato sotto mandato delle Nazioni Unite per un periodo di 10 o 15 anni, durante i quali il paese sarebbe stato ricostruito e le istituzioni democratiche sarebbero state implementate, sul modello di quanto stava succedendo in Kosovo ed a Timor Est. Maskhadov avrebbe rassegnato le sue dimissioni, l’esercito russo si sarebbe ritirato e le forze armate cecene avrebbero smobilitato. Una volta che la situazione si fosse stabilizzata e le istituzioni democratiche avessero iniziato a funzionare sotto la protezione delle forze armate dell’ONU, nuove elezioni avrebbero portato alla costituzione di una Cecenia indipendente. Il piano era di difficile attuazione, perché avrebbe dovuto passare dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, del quale la Russia faceva parte, e difficilmente il Cremlino avrebbe accettato la presenza di forze di pace entro quelli che considerava i propri confini. Un segnale incoraggiante comunque giunse da Putin, che in relazione al piano proposto rispose: “Oggi la questione dell’indipendenza o meno della Cecenia dalla Russia è assolutamente non di fondamentale importanza. Ciò che è di fondamentale importanza per noi è soltanto una questione. Non vogliamo permettere che questo territorio venga usato ancora una volta come testa di ponte per un attacco alla Russia.”

Putin visita la Cecenia durante la seconda invasione del paese

In questi termini, Putin poteva essere teoricamente disponibile a congelare nuovamente la questione dell’indipendenza in cambio della completa smilitarizzazione della Cecenia. Il piano venne sottoposto a Maskhadov qualche settimana dopo, sponsorizzato dallo scrittore francese Andrè Glucksmann e dal politico belga Olivier Dupuis, che si dissero disponibili a farsene relatori presso le autorità europee ed all’ONU. Esso tuttavia era debole per due motivi: prima di tutto la Cecenia non era come il Kosovo perché la Russia non era come la Serbia, né in fatto di peso politico, né in fatto di rapporti con l’occidente. In secondo luogo, come spiegò Maskhadov nella sua risposta alla proposta di Akhmadov, “La mentalità della resistenza cecena era sempre più religiosa e sempre più frustrata rispetto all’Occidente ed alla democrazia, rispetto a quanto non fosse durante la prima guerra. […] dovete capire che quello che la gente vede riguardo alle democrazie occidentali sono dichiarazioni preoccupate di routine, gestualità vuote, che irritano soltanto la gente. Dovete capire che questo è tutto quello che hanno visto di codeste democrazie”. Maskhadov confidò che non sarebbe riuscito a tenere insieme il fragile fronte indipendentista se un simile piano fosse stato sponsorizzato da lui. In particolare, una simile soluzione avrebbe messo la resistenza in rotta di collisione coi suoi finanziatori, che erano per lo più comunità religiose mediorientali le quali mai avrebbero supportato finanziariamente un movimento che andava a braccetto con l’ONU, vista dai più come una sovrastruttura al servizio del potere occidentale. Rispose quindi che il piano poteva essere presentato, ma come una iniziativa personale di Akhmadov e dei suoi amici, e non come un documento ufficiale della ChRI. Anche all’interno di ciò che restava della gerarchia repubblicana, il dibattito sul piano fu acceso ed i funzionari non riuscirono a trovare un accordo.  Laddove Umar Khambiev, Ministro della Sanità ed inviato personale di Maskhadov in Europa, appoggiò entusiasticamente il piano, Akhyad Idigov, ex Presidente del Parlamento dudaevita, lo attaccò pesantemente accusando Akhmadov di voler vendere l’indipendenza della Cecenia e di attentare alla costituzione. Akhmadov propose il piano in via personale nel marzo 2003, ma proprio in quei mesi iniziò la seconda invasione americana dell’Iraq, e la questione cecena finì nelle ultime pagine dei giornali. Olivier Depuis raccolse comunque le firme per presentare il piano alle Nazioni Unite, e per la metà del 2003 ne aveva già raccolte 30.000. L’azione di Depuis, che era un deputato del Partito Radicale Transnazionale, avrebbe portato, nel febbraio del 2004, il Parlamento Europeo a varare una risoluzione nella quale per la prima volta si riconosceva la deportazione dei ceceni del 1944 come “genocidio”, ma oltre all’adozione di questa risoluzione, non ci sarebbe stato altro di politicamente rilevante.

L’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE)

LA GUERRA AL TERRORISMO

In ogni caso la discussione del “Piano Akhmadov” non riuscì neanche a decollare, giacché l’11 settembre 2001 Osama Bin Laden lanciò il suo attacco terroristico agli Stati Uniti. Da quel momento il timore del terrorismo islamico si impadronì delle società occidentali, ed anche i secessionisti ceceni finirono per essere considerati parte del fenomeno. Come scrive Akhmadov: “Le cose sono cambiate radicalmente dopo l’11 settembre 2001, quando la maggior parte delle persone in Occidente, e certamente la maggior parte dei governi, ha iniziato a guardarci attraverso la lente dell’antiterrorismo. Il pretesto che l’uccisione di massa di civili ceceni da parte della Russia abbia contribuito alla guerra contro il terrorismo ha permesso all’Occidente di mantenere stretti rapporti con la Russia e di assolvere la sua coscienza collettiva ignorando le atrocità. Vedere questa guerra come uno dei fronti di guerra contro il terrorismo globale ha liberato l’Occidente dai suoi obblighi al rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale nei suoi rapporti con la Russia.”. La resistenza cecena, che per parte sua aveva compiuto atti di terrorismo e che, radicalizzandosi, aveva assunto i turpi connotati del fanatismo religioso, fu pesantemente colpita dai nefasti effetti dell’azione di Al Qaeda, che gli alienarono completamente le simpatie dell’occidente, fatta eccezione per qualche giornalista, qualche associazione umanitaria e qualche uomo politico di scarso peso. Le autorità russe si resero conto di avere campo libero nel portare a termine la loro invasione e chiusero a qualsiasi negoziato che potesse portare anche soltanto ad una tregua. 

La prima conseguenza di questo nuovo cambio di prospettiva fu un’ulteriore stretta sugli agenti diplomatici della repubblica, che si trovarono ovunque in difficoltà per ottenere i visti per raggiungere le loro destinazioni. Ilyas Akhmadov: “Il mio bisogno più elementare era quello di ottenere i visti per entrare nei vari stati, ma ogni richiesta era una battaglia. Anche la logistica era complicata, senza considerare il fatto che non avevamo ambasciate, o personale, o coordinamento tra i rappresentanti. I rappresentanti dei governi stranieri ci incontrarono, normalmente in veste personale, e ci fu permesso di partecipare ai forum internazionali, ma normalmente senza il diritto di parola o di voto.” Il secondo importante problema era determinato dal fatto che molti comandanti di campo ed alcuni dei principali inviati del governo (reali o auto dichiarati) erano fermamente contrari all’apertura di negoziati perché, a differenza di Maskhadov, continuavano a nutrire il sogno di uno stato islamico. Secondo uomini come Ugudov, Yandarbiev, ma anche Basayev e Khattab la guerra non soltanto non doveva finire, ma doveva valicare i confini della Cecenia e trasformarsi in una vera e propria insurrezione islamica, dalla quale sorgesse un Emirato Islamico del Caucaso, sulla falsariga di quanto successo in Afghanistan. In questa ottica qualsiasi accordo di pace con la Russia avrebbe soltanto allontanato il risultato politico auspicato, e pertanto la guerra doveva continuare, come e più forte di prima.

L’INSURREZIONE ISLAMICA

 Di questo progressivo scollamento tra Maskhadov ed i suoi gruppi più agguerriti si ha traccia nelle audio lettere che il presidente inviava al Ministro degli Esteri, nelle quali si riferiva a numerose riunioni con Basayev ed a piani per una nuova invasione di Grozny ai quali il comandante di campo faceva resistenza passiva, rimandando gli incontri operativi e rifiutandosi di mettere in pratica operazioni militari che in qualche misura potessero costringere i russi a riaprire i negoziati. In uno di questi audio messaggi diceva: “Dunque, riguardo Basayev.  Gli ho fatto visita quattro volte ed ho cercato di convincerlo: “Lascia tutto da parte, lascia queste politiche ed il passato da parte. Battiamo insieme i russi! Ecco il nemico, ecco l’avversario: battiamolo! […] Voglio riprendermi la città [Grozny], voglio entrare in città. […] Di quanti combattenti hai bisogno? 500? 1000? Ordinerò una pronta preparazione. Quando entrerai, sarà necessario attuare tattiche diversive in qualche altro posto e io le preparerò.” Quindi abbiamo deciso. Passarono tre o quattro mesi con la promessa di attaccare domani, dopodomani, e non ne uscì nulla. Poi disse che non riusciva a comunicare, e così via, così via. Poi ho capito che nelle sue espressioni c’erano pensieri del tipo: “Non dobbiamo sbrigarci, dobbiamo prendere tempo. Non è vantaggioso per la Russia portare avanti questa guerra, la Russia sì è indebolita. Dobbiamo risparmiare le nostre forze.” Non sono d’accordo con un simile approccio. In che senso non sono d’accordo? Non possiamo prendere tempo. Se iniziamo a prendere tempo, loro [i governi occidentali] si dimenticano di noi e poi diventa più difficile per te parlare laggiù, diventa più difficile per me. Abbiamo un’opportunità al cento percento di colpire in qualche posto almeno una volta al mese, e di fare molto rumore al riguardo. Ma il comportamento di questi comandanti mi suggerisce che vogliono trascinare avanti questa guerra con qualsiasi mezzo.”

Basayev e Maskhadov: nella foto c’è tutta la loro reciproca frustrazione

FORZE SPECIALI CONTRO MILITANTI: L’ACCERCHIAMENTO DI AKSAI

L’accerchiamento di Aksai fu una manovra occorsa il 7 Gennaio 1995 tra reparti della 22° Brigata per Scopi Speciali dell’Esercito Federale ed un raggruppamento di miliziani separatisti nei pressi del fiume Aksai, nel sud montagnoso della Cecenia. L’azione portò alla cattura di più di 40 militari russi ed alla loro consegna davanti alle telecamere, sancendo una vittoria militare e politica dei dudaeviti.

Le forze federali prigioniere dei separatisti a Shali

IL DISPIEGAMENTO DELLE FORZE

Con l’avvio della campagna militare di terra il comando federale predispose una serie di azioni di sabotaggio e disturbo oltre quelle che si pensava sarebbero state le linee difensive cecene, una volta che il grosso dell’esercito federale avesse conquistato Grozny. Alcune unità elitrasportate avrebbero dovuto prendere posizione ai piedi delle montagne e da lì dirigere il tiro dell’artiglieria e dell’aviazione sulle formazioni militanti in fuga. Il 29 Dicembre, poche ore prima che iniziasse l’attacco alla capitale, due squadre speciali furono inviate su tre elicotteri da trasporto scortati da due elicotteri d’assalto alla periferia meridionale di Grozny. Giunti al sito di atterraggio i piloti si trovarono davanti ad una fitta coltre di fumo nero, sprigionata da pozzi petroliferi in fiamme. Impossibilitati ad atterrare, gli elicotteri si diressero a sud, dove trovarono un comodo spiazzo dove posarsi. Il luogo era tuttavia presidiato ad alcune persone, la cui affiliazione era indefinibile a causa del fatto che indossavano abiti civili. Il comandante della spedizione, Maggiore Morozov, ordinò di effettuare alcuni falsi atterraggi per confonderli nel caso si trattasse di dudaeviti, poi predispose l’atterraggio dei suoi uomini. Dopo essersi disposti sul terreno i militari russi iniziarono a dirigersi verso Nord, in modo da raggiungere il punto di partenza dell’operazione, ma ben presto si accorsero di essere sotto osservazione da parte di un piccolo gruppo di armati.

Morozov tentò di ingaggiare i separatisti, ma questi si dispersero efficacemente. A quel punto l’effetto sorpresa, garanzia di successo dell’operazione, era ormai compromesso, e Morozov chiese di evacuare i suoi uomini, ma dal Comando giunse l’imperativo di proseguire la missione. Nel frattempo sul retro dello schieramento russo si stavano concentrando decine di militanti, i quali avevano preso coraggio e minacciavano gli incursori federali. Questi, per evitare di cadere in un’imboscata continuarono a muoversi verso nord, spostandosi continuamente tra le montagne per evitare la cattura. Nel frattempo un secondo gruppo di forze speciali atterrò a poca distanza, riunendosi al primo e costituendo così una forza di una quarantina di unità. Il gruppo così rafforzato continuò a procedere verso nord, con l’intento di prendere la posizione originaria ed iniziare la azioni di disturbo e direzione del tiro. Tuttavia l’assenza di mappe aggiornate ed una certa confusione nella catena di comando resero difficile e laborioso lo svolgimento dell’azione: in particolare le unità speciali si ritrovarono a marciare su di una strada asfaltata coperta di neve, lasciando numerose impronte le quali furono prontamente notate dai residenti locali e dai miliziani separatisti. Lungo la strada i federali incontrarono alcuni uomini aderenti alle milizie anti – dudevite, i quali consigliarono ai russi di seguire un certo percorso che li avrebbe portati in una zona sotto il loro controllo nei pressi del villaggio di Goity. Tuttavia il comandante delle due unità raggruppate, Maggiore Ivanov, decise di procedere secondo i piani e confermò la direzione Nord, verso la periferia meridionale di Grozny.

Militari russi in pattuglia su un torrente in Cecenia

L’ACCERCHIAMENTO

Gli uomini viaggiavano con un notevole peso sulle spalle, trasportando sia la dotazione tradizionale che gli strumenti per le comunicazioni e gli esplosivi per le azioni di sabotaggio. La molta neve caduta in quei giorni rallentò ulteriormente i reparti federali, ed il riacutizzarsi di una vecchia ferita alla gamba del Maggiore Ivanov ridusse di molto la mobilità del reparto. La mattina del 7 Gennaio, constatato che ormai i gruppi militanti al seguito dei federali avevano raggiunto alcune centinaia di unità, Ivanov si decise ad ordinare l’evacuazione: i suoi uomini si sistemarono su di un’altura prospiciente un comodo punto di atterraggio ed attesero l’arrivo degli elicotteri. Nell’attesa fu ordinato di preparare la colazione, ed il fumo dei falò rese facilmente individuabili le truppe di Mosca. La scelta di trincerarsi su un’altura era mutuata dalla strategia di difesa classica impiegata dai militari russi in Afghanistan. Tuttavia, a differenza delle alture centroasiatiche, per lo più spoglie di vegetazione, le colline cecene erano coperte di vegetazione, il che non favoriva l’individuazione di eventuali unità attaccanti.

Le colline boscose sull’Aksai. La fitta vegetazione rendeva facile dissimulare il numero dei combattenti ai reparti separatisti impegnati nell’assedio.

I miliziani iniziarono quindi a sistemarsi ai piedi dell’altura, circondandola da tutti i lavi. Poi, non appena la nebbia iniziò ad alzarsi, questi iniziarono a risalire la china protetti dalla foschia, sbucarono di fronte alle posizioni avanzate russe ed iniziarono una fitta sparatoria, durante la quale due soldati federali rimasero uccisi. Il fuoco giungeva da tutti i lati, e gli uomini di Ivanov non riuscivano a stimare l’entità delle forze attaccanti, nascoste tra gli alberi e coperte dalla nebbia. Per contro i miliziani potevano tenere sotto controllo i federali con grande facilità, essendo le loro sagome ben visibili nel cielo chiaro di Gennaio. I militari russi poi erano stremati dopo aver trasportato a spalla pesanti apparecchiature, e non avevano alcuna preparazione militare al combattimento in montagna. Vistosi in difficoltà, Ivanov chiese urgentemente che i suoi uomini fossero evacuati per via aerea, ma il Comando russo respinse la richiesta, chiedendo alle unità sul campo di resistere fino a che le condizioni metereologiche avessero permesso di volare in sicurezza. Tuttavia le condizioni sul campo di battaglia sembravano insostenibili, ed Ivanov inviò Morozov a parlamentare coi separatisti, tentando di guadagnare tempo o di ottenere la loro autorizzazione a sganciarsi. I dudaeviti capirono presto che l’obiettivo di Morozov era quello di tenere aperti i negoziati fino all’arrivo delle forze aeree, ed ordinarono una resa immediata. Per convincere i federali ad abbassare le armi iniziarono a martellare l’altura con i mortai. Dopo alcune ore di martellamento Ivanov, convinto che un attacco dei separatisti avrebbe portato alla completa distruzione del suo reparto, ordinò la resa.

Pattuglia di soldati russi nella nebbia

LA PRIGIONIA E LA LIBERAZIONE

In totale caddero nelle mani dei miliziani tra i 42 e i 48 soldati federali. Questi furono trasferiti a piedi presso un centro di detenzione preventiva del Dipartimento di Sicurezza dello Stato, nel distretto di Shali, situato nel vecchio centro di detenzione temporanea regionale del Ministero degli Interni. Dell’interrogatorio si occupò il capo del Dipartimento in persona, Abusupyan Mosvaev. Durante il suo svolgimento alcuni dei militari furono picchiati, e lo stesso Maggiore Ivanov riportò una grave commozione cerebrale a seguito di un colpo inferto con una bottiglia. In generale, comunque, i prigionieri non riportarono segni di tortura, né danni fisici gravi. Questo atteggiamento particolarmente “morbido” nei confronti dei prigionieri fu spiegato con la presenza di Maskhadov presso Shali (egli era contrario all’utilizzo della tortura sui prigionieri, ed era intenzionato a mostrare al mondo la “regolarità” delle sue forze armate anche tramite il rispetto delle convenzioni internazionali sui prigionieri di guerra).

I ceceni fecero largo uso delle forze speciali catturate ai fini della propaganda. Maskhadov inviò a Shali i corrispondenti di molte agenzie di stampa, sia russe che occidentali, affinchè documentassero le condizioni di vita dei prigionieri. Inoltre autorizzò le madri dei militari catturati a recarsi a Shali per riprendere i propri figli, ottenendo una gigantesca eco mediatica. Il 19 Gennaio i soldati furono consegnati ai russi presso il villaggio di Gerzel – Aul, nel distretto di Gudermes.