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“BUCHA CECENA” – IL MASSACRO DI NOVYE ALDY

Nei giorni in cui viene pubblicato questo articolo la guerra tra Russia e Ucraina è in pieno svolgimento. E’ notizia di poche settimane fa il ritrovamento di decine di cadaveri lungo le strade e in una fossa comune nella cittadina di Bucha. Secondo il sindaco della cittadina le vittime sarebbero centinaia, uccise a sangue freddo dai militari russi in ritirata e abbandonate sul luogo dell’esecuzione. Sono state riportate anche testimonianze riguardanti strupri, saccheggi e devastazioni. La tragedia, se confermata, non sarebbe tuttavia la prima a vedere le forze armate russe responsabili di atrocità e crimini di guerra. Il triste copione di Bucha è stato più volte realizzato in Cecenia, sia durante la Prima che durante la Seconda Guerra Russo – Cecena. E in questi casi la responsabilità delle truppe del Cremlino è acclarata, e consegnata alla storia. Forse il più tragico di questi avvenimenti è quello che accadde nella cittadina di Novye Aldy, alla periferia meridionale di Grozny, il 5 Febbraio 2000.

OPERAZIONE DI “PULIZIA”

All’inizio della Seconda Guerra Cecena la cittadina di Novye Aldy contava circa trentamila abitanti. Ali primi di Gennaio del 2000 le forze federali raggiunsero i sobborghi occidentali e meridionali dell’abitato, nell’ambito dell’operazione di accerchiamento della capitale della Repubblica Cecena di Ichkeria. La cittadina aveva subito un primo bombardamento da parte dell’artiglieria e dell’aereonautica, a seguito del quale quasi tutti i residenti erano sfollati, cosicché alla fine del mese appena duemila persone, per lo più troppo anziane o malate per potersene andare, rimanevano acquattate nei seminterrati delle abitazioni, mentre nel cimitero cittadino si erano contate 75 nuove tumulazioni, in parte dovute alle esplosioni dei giorni precedenti. Novye Aldy era considerata dai russi un punto strategico non soltanto perché si trovava immediatamente a sud di Grozny (all’epoca chiamata “Dzhokhar” in onore del primo Presidente della ChRI, Dudaev) ma anche perché allo scoppio delle ostilità la sua moschea aveva ospitato una preghiera alla quale avevano partecipato il Presidente Maskhadov, l’ex Presidente Yandarbiev ed altre figure di alto profilo dell’Ichkeria. Era quindi definita una “roccaforte” degli indipendentisti, pur non essendo di fatto né trincerata, né difesa dalle forze regolari cecene.

Secondo quanto riportato dalle testimonianze dei residenti sopravvissuti, Aldy era stata temporaneamente occupata da unità alle dipendenze del Generale di Brigata Akhmed Zakayev, ma prima che i bombardamenti avessero inizio tale reparto si era già ritirato fuori dal centro abitato. Tuttavia quando le forze federali raggiunsero i suoi sobborghi, iniziò un fitto bombardamento sulla cittadina, che proseguì quasi ininterrottamente tra il 2 ed il 5 Febbraio, provocando decine di morti. Soltanto dopo che una rappresentanza di residenti locali ebbe modo di parlare con il comando militare russo, garantendo che la città fosse completamente libera da uomini armati, il bombardamento cessò, ed il giorno successivo, 5 Febbraio 2000, forze della polizia militare, la famigerata OMON, penetrarono nel villaggio per effettuare una “operazione di controllo dei passaporti”. L’operazione fu condotta da due distinti reparti: il reparto OMON della Polizia di San Pietroburgo ed un reparto eterogeneo composto da poliziotti, soldati a contratto e coscritti. Le due unità penetrarono dentro Novye Aldy da Nord e da Sud, abbandonandosi fin da subito al sistematico saccheggio delle abitazioni, prassi tristemente usuale durante entrambe le guerre russo – cecene.

IL MASSACRO

Ben presto tuttavia la portata dei crimini divenne ancora più drammatica: lungo la via principale della cittadina militari russi penetrarono casa per casa, lasciando dietro di loro una scia di morti: il primo a cadere fu il cinquantenne Sultan Temirov, che abitava al numero 170 di quella strada. Il suo corpo, privato della testa (che non fu mai ritrovata) fu rinvenuto fatto a brandelli davanti alla porta di casa. Dopo di lui fu la volta di altre ventirè persone, per lo più donne e anziane. La vittima più vecchia, Rakat Akhmadova, aveva 82 anni, e fu freddata con due colpi sul marciapiede davanti alla sua abitazione. Tra le vittime si contarono almeno sei giovani donne, una delle quali incinta, ed un bambino di un anno, giustiziato con due colpi alla testa e bruciato in strada.

I militari russi andavano di casa in casa, chiedendo la consegna di tutti gli oggetti di valore, ed ammazzando a sangue freddo chiunque opponesse resistenza, o che non consegnasse un riscatto sufficientemente alto. In altri casi, secondo le testimonianze, anche coloro che possedevano qualcosa furono successivamente giustiziate, in quanto non avevano prodotto i documenti di identità richiesti. In almeno un caso si ebbe uno stupro di gruppo ai danni di sei donne, tre delle quali successivamente strangolate. La maggior parte delle case di proprietà delle vittime furono devastate e date alle fiamme, probabilmente nel tentativo di coprire i crimini commessi. Quando, al tramonto, i militari russi se ne andarono dal villaggio, i pochi superstiti uscirono dai loro nascondigli per spegnere gli incendi, prestare soccorso ai feriti e seppellire i cadaveri. Davanti a loro si palesò il dramma di una vera e propria strage, assimilabile ad un atto di genocidio, contro civili la cui unica colpa era quella di trovarsi nel villaggio al momento dell’operazione di “pulizia” e di non possedere sufficienti risorse per comprare la loro salvezza e quella dei loro cari. Nelle case e sulle strade rimasero tra i 56 e gli 82 cadaveri. Contrariamente a quanto prescritto dalla tradizione islamica, i superstiti non seppellirono immediatamente i corpi delle vittime, ma li mantennero nelle loro posizioni originarie affinché potessero essere filmati. Nel corso dei giorni successivi furono realizzati numerosi video amatoriali, molti dei quali sono visibili oggi nel documentario Aldy: A Past That Cannot Be Forgotten che riportiamo qui di seguito.

COPERTURE DI STATO

Malgrado l’evidenza del crimine commesso, le autorità federali si mossero con estrema lentezza ed inefficacia. Dapprima si negò che la strage fosse avvenuta: interrogato sull’argomento, il Tenente Generale Stanislav Kavun dichiarò: Queste affermazioni non sono altro che un intruglio non supportato da fatti o prove. Le dichiarazioni di questa organizzazione per i diritti umani, basate esclusivamente sui resoconti verbali di testimoni anonimi, dovrebbero essere viste come una provocazione il cui obiettivo è screditare l’operazione delle forze federali contro i terroristi in Cecenia. Nel frattempo, un secondo raid dell’OMON ebbe luogo a Novye Aldyh il 10 Maggio. L’azione fu verosimilmente orchestrata per costringere i sopravvissuti al silenzio: non si registrarono ulteriori vittime, ma si verificò un nuovo, sistematico, saccheggio, e gli abitanti del villaggio furono malmenati e minacciati.

Soltanto il 14 Marzo, su pressione dell’Osservatorio dei Diritti Umani, si presentarono nel villaggio i primi investigatori. Le prime dichiarazioni degli inquirenti resero subito chiaro che l’intento del governo di Mosca fosse quello di sminuire la gravita dell’evento, e se possibile di attribuirne la responsabilità agli stessi ceceni, i quali si sarebbero travestiti da soldati russi ed avrebbero compiuto la strage con l’intento di screditare le forze federali. Nel corso degli anni successivi, nessun responsabile fu mai individuato dalle autorità russe, e l’unico soldato riconosciuto colpevole di saccheggio ed omicidio, un poliziotto OMON dell’unità di San Pietroburgo, dopo essere stato condannato fece perdere le proprie tracce, dopo di che la sua condanna fu sospesa. Neanche l’intervento del Tribunale Internazionale, delle Nazioni Unite e del Consiglio d’Europa (OSCE) hanno permesso di accertare le responsabilità della strage.

Un resoconto completo della tragedia è riportato nel rapporto dell’Osservatorio per i Diritti Umani che alleghiamo di seguito:

https://www.hrw.org/reports/2000/russia_chechnya3/

LA PACE PRECARIA – Il trattato di pace Russo – Ceceno

Il 12 Maggio 1997 la Repubblica Cecena di Ichkeria e la Federazione Russa firmarono un trattato di pace con il quale intendevano porre fine alla Prima Guerra Russo – Cecena. Nonostante che in esso la Russia riconoscesse De Jure la Repubblica Cecena di Ichkeria, le clausole contenute nell’accordo furono interpretate in maniera assai differente dalle due parti. Il diverso approccio tenuto da Mosca e da Grozny rispetto al Trattato di Pace avrebbe impedito la risoluzione pacifica del conflitto, e creato le premesse per una nuova guerra.

Il testo del trattato in inglese e in russo

IL TRATTATO DI MOSCA

Il 12 Maggio1997 la delegazione cecena, composta da Maskhadov, Ugudov e Zakayev raggiunse Mosca, dove procedette alla firma solenne del Trattato di Pace tra la Federazione Russa e la Repubblica Cecena di Ichkeria. La firma del Trattato fu un evento epocale: per la prima volta in quattrocento anni di guerre e tensioni il governo di Mosca e quello di Grozny si promettevano ufficialmente la pace. Vennero firmati due documenti: il primo si intitolava “Trattato di Pace e Principi di Relazione tra la Federazione Russa e la Repubblica Cecena di Ichkeria”, il secondo si chiamava “Accordo tra il governo della Federazione Russa e il governo della Repubblica Cecena di Ichkeria sulla cooperazione economica reciprocamente vantaggiosa e la preparazione delle condizioni per la conclusione di un trattato su vasta scala tra la Federazione Russa e la Repubblica Cecena di Ichkeria”. I due documenti, dagli altisonanti titoli, avrebbero dovuto essere la base giuridica sulla quale si sarebbero costruiti i rapporti tra Russia e Cecenia. Il “Trattato di Pace” iniziava con un epico preambolo riguardo la reciproca volontà di “[…] Porre fine al confronto secolare, cercando di stabilire relazioni forti, uguali e reciprocamente vantaggiose […]”. Un iniziò di tutto rispetto, dal quale ci si aspetterebbe un lungo ed articolato Trattato. E invece niente di questo. Il Documento si costituiva di cinque articoli, e soltanto tre contenevano qualcosa di politicamente rilevante. In essi Russia e Cecenia si impegnavano:

  • A rinunciare in modo permanente all’uso ed alla minaccia dell’uso della forza come forma di risoluzione di eventuali controversie;
  • A Costruire le loro relazioni conformemente ai principi ed alle norme generalmente riconosciuti dal diritto internazionale, e ad interagire in aree definite da accordi specifici;
  • A considerare il Trattato come base per la conclusione di qualsiasi altra negoziazione.

Di per sé le tre affermazioni possono essere considerate solide basi di negoziazione politica, ma a ben guardare si prestano a molteplici interpretazioni, come tutti gli altri “documenti”, “dichiarazioni” e “protocolli” firmati fino ad allora dalla marea di delegazioni che fin dal 1992 avevano cercato di trovare un accordo tra le parti. In particolare Maskhadov considerò il Trattato come il riconoscimento dell’Indipendenza cecena, dichiarando che la sua sottoscrizione apriva “Una nuova era politica per la Russia, il Caucaso e l’intero mondo musulmano”. Uno dei funzionari della politica estera cecena, delegato in Danimarca per conto della Repubblica Cecena di Ichkeria, Usman Ferzauli, quando venne inviato da Maskhadov a firmare le Convenzioni di Ginevra, dichiarò: “[…] La Russia, firmando nel maggio 1997 il Trattato di Pace con la Repubblica Cecena di Ichkeria di fatto ha riconosciuto la Repubblica. Abbiamo il diritto di considerarci un soggetto di diritto internazionale. […].”. Anche alcuni ricercatori internazionali, come Francis A. Boyle, professore presso il College Law dell’Università dell’Illinos, produssero ricerche giuridiche sul Trattato. Nella discussione di Boyle si legge: “L’elemento più importante del trattato è il suo titolo: “Trattato sulla pace e i principi delle interrelazioni tra la Federazione russa e l’Ichkeria della Repubblica cecena”

Maskhadov ed Eltsin si stringono la mano

IL PARERE FAVOREVOLE

Secondo i principi di base del diritto internazionale, un “trattato” è concluso tra due stati nazionali indipendenti. In altre parole, il CRI viene trattato dalla Federazione Russa come se fosse uno stato nazionale indipendente ai sensi del diritto e delle prassi internazionali. […] Allo stesso modo, l’uso del linguaggio “Trattato sui … principi di interrelazione” indica che la Russia sta trattando la CRI come uno stato nazionale indipendente anziché come un’unità componente della Federazione Russa. Normalmente, “i principi delle interrelazioni” tra uno stato federale come la Federazione Russa e un’unità componente sono determinati dalla Costituzione dello stato federale. Questo documento non dice nulla della Costituzione della Federazione Russa.  […]Certamente l’elemento più importante del titolo del Trattato è l’uso del termine “Repubblica Cecena di Ichkeria”. Questo è il nome preciso che il popolo ceceno e il governo ceceno hanno deciso di dare al loro stato nazionale indipendente. In altre parole, ancora una volta, la Federazione Russa ha fornito ai Ceceni il riconoscimento di fatto (anche se non ancora di diritto) come stato nazionale indipendente alle loro condizioni. […] L’articolo 1 del trattato è sostanzialmente in linea con il requisito dell’articolo 2, paragrafo 4 della Carta delle Nazioni Unite secondo cui gli Stati membri “si astengono dalle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza ….” Allo stesso modo, la Carta delle Nazioni Unite Articolo 2, paragrafo 3, impone agli Stati membri di “risolvere le loro controversie internazionali con mezzi pacifici ….” Quindi, con questo Trattato, la Federazione Russa ha formalmente riconosciuto il suo obbligo di trattare la CRI in conformità con questi due requisiti fondamentali della Carta delle Nazioni Unite. […] Il secondo articolo dell’accordo è estremamente importante: “Costruire le nostre relazioni corrispondenti ai principi e alle norme generalmente accettati del diritto internazionale …” Secondo la mia opinione professionale, l’unico modo in cui l’articolo 2 del presente trattato può essere correttamente letto alla luce di tutto ciò che è stato detto in precedenza nel suo testo è che la Federazione russa sta trattando l’IRC come se fosse di fatto (anche se non ancora de jure) stato nazionale indipendente ai sensi del diritto e delle prassi internazionali, con una propria personalità giuridica internazionale. Solo gli stati nazionali indipendenti sono soggetti ai “principi e norme generalmente accettati del diritto internazionale”.  […].”

Accordi di Khasavyurt: Maskhadov e Lebed si stringono la mano

IL PARERE CONTRARIO

Il governo Russo negò questa interpretazione, considerando l’assenza di qualsiasi affermazione chiara in merito. Rispetto a questo, negli anni successivi sarebbe sorto un lungo dibattito, il che già di per sé dimostra quanto generici fossero gli impegni assunti dalle parti e quanto poco chiaro fosse il documento in se. In una sua trattazione del tema, il ricercatore russo Andrei Babitski scrisse:

“L’essenza di questo documento è semplice. E’ solo un documento sulla cessazione delle operazioni militari. […] Non menziona la capitolazione da parte di nessuna delle parti, non proclama nessuno vincitore e non formula principi chiari per governare le relazioni tra Russia e Cecenia. La risposta a queste domande è stata rinviata. La cosa più importante era terminare la guerra.”.

Silvia Serravo, ricercatrice esperta in questioni caucasiche, specificò in un’intervista:

“Il documento contiene la possibilità di interpretazioni diverse. […] L’indipendenza della Cecenia non è stata riconosciuta. Tuttavia, il documento ha reso possibile, almeno per la parte cecena, interpretarlo come il riconoscimento da parte della Russia dell’indipendenza cecena. […] Il trattato può certamente essere considerato un risultato. […] Tuttavia si può sempre speculare sulla misura in cui le parti erano sincere quando fu firmato questo documento e se la conclusione del Trattato si basava su alcuni motivi fraudolenti.”

INDIPENDENZA “SOSPESA”

Il secondo documento, collaterale al primo, conteneva un altra generica serie di intese difficilmente realizzabili. In esso si definiva l’attuazione dei contenuti degli Accordi di Khasavyurt in fatto di ripristino dei servizi vitali per la popolazione civile, il regolare pagamento delle pensioni e degli stupendi pubblici da parte della Federazione Russa,  il pagamento di un risarcimento alle vittime dei combattimenti, la “piena attuazione del programma di ripristino del complesso socioeconomico” del paese, il rilascio di ostaggi e prigionieri, e lo scioglimento della Commissione Governativa congiunta riguardo alla gestione del periodo interbellico, contemporaneamente all’entrata in vigore del Governo uscito dalle Elezioni del Gennaio precedente.

Se il primo documento, come abbiamo visto, poteva lasciar pensare che la Russia volesse trattare la Cecenia come uno Stato indipendente, il secondo assomigliava molto ad un accordo interfederale tra una repubblica autonoma bisognosa di aiuto ed un governo centrale che intendeva corrisponderglielo. Particolarmente evidente era l’impegno, da parte di Mosca, di erogare gli stipendi pubblici dell’amministrazione cecena. Questo passo è fondamentale, perchè accettandolo Maskhadov riconobbe implicitamente l’autorità di Mosca di mantenere la struttura amministrativa della Cecenia esattamente come faceva ai tempi dell’Unione Sovietica. Non un solo accenno era previsto riguardo al riconoscimento, anche formale, all’indipendenza del paese. Il Trattato di Pace firmato da Maskhadov fu un documento utile ad accreditare lui presso l’opinione pubblica ma fallì nel rappresentare uno strumento diplomatico utile a risolvere alcunchè. Certamente pose ufficialmente fine alla guerra e ad ogni palese ingerenza del governo federale sulla politica interna del paese, ma niente oltre a questo.

Il Trattato non riconobbe in maniera inequivocabile l’indipendenza del paese, ma si limitò a stabilire gli strumenti tramite i quali i due stati avrebbero comunicato tra loro. Dette ampia libertà di interpretazione sia al governo ceceno, che vide in quelle poche righe un implicito riconoscimento da parte di Mosca, che al governo russo, che ci riconobbe esclusivamente l’impegno assunto a riportare su binari politici il conflitto. Sul momento comunque sia Maskhadov che Eltsin poterono dirsi soddisfatti: il primo tornava in patria con un trattato di pace tra le mani, qualcosa che i Ceceni non avevano mai visto in tutta la loro storia. Il secondo tirava un sospiro di sollievo e metteva un temporaneo tampone a quella emorragia di consensi che era stata la Prima Guerra Cecena.

Da Grozny a Kramatorsk: l’ascesa “missilistica” di Vladimir Putin

L’8 Aprile scorso la città ucraina di Kramatorsk è stata colpita da un attacco missilistico che, con molta probabilità, è stato messo a segno dalle forze separatiste filo – russe del Donbass. La vicenda non è ancora definitivamente chiarita, ma ciò che è certo è che almeno due missili ad alto potenziale distruttivo hanno colpito la stazione ferroviaria cittadina, in quel momento affollata da centinaia di profughi in fuga dai combattimenti, provocando almeno cinquanta morti ed un numero imprecisato di feriti. Il copione è tristemente simile a quello di molti altri bombardamenti missilistici occorsi in aree di guerra nelle quali le forze dell’esercito russo erano presenti, come operatori diretti o come consiglieri militari. C’è n’è uno, in particolare, che ricordiamo oggi: quello del 21 ottobre, passato alla storia come la “strage del mercato di Grozny”.

I PRIMI MISSILI DI PUTIN

Dalla fine di Agosto del 1999 l’aereonautica federale iniziò a bombardare Grozny, preparando il terreno per l’invasione di terra, la quale sarebbe scattata nell’Ottobre seguente. La città, già ridotta ad un cumulo di macerie dalla prima guerra, terminata appena tre anni prima, si trovò ad affrontare un secondo martellamento, che divenne ancora più catastrofico quando l’artiglieria campale russa occupò le colline del cosiddetto Terek Ridge, godendo così di una comoda postazione di tiro sulla capitale della ChRI. A dirigere l’invasione c’era un “giovane” Vladimir Putin, appena nominato Primo Ministro da un sempre più debilitato Boris Eltsin.

Artiglieria russa in bombardamento

Nonostante l’assedio imminente, decine di migliaia di civili erano ancora dentro Grozny quando l’artiglieria prese a cannoneggiare la città. Uno dei centri di aggregazione più importanti per i cittadini era il mercato centrale, nel quale si commerciava ogni sorta di prodotto, dai generi alimentari ai vestiti, fino alle armi da fuoco. Il 21 Ottobre una pioggia di missili SCUD si abbatté sulla città: due di questi esplosero poco lontano dall’unico reparto di maternità funzionante nella città, a pochi passi dal compound presidenziale e dall’ufficio postale centrale, uccidendo una trentina di persone tra le quali giovani madri con i loro neonati. Un altro colpì una moschea del sobborgo di Kalinina, uccidendo 41 fedeli intenti a pregare. Altri tre missili caddero nel quartiere del mercato centrale. La prima esplosione avvenne ad una cinquantina di metri dal bazar, e distrusse Mira Street, proiettando una pioggia di schegge che falciarono chiunque si trovasse in giro in quel momento. Poco dopo altri due missili caddero ad una distanza di circa 80 metri l’uno dall’altro, colpendo in pieno il mercato ed uccidendo una novantina di civili, molti dei quali residenti di etnia russa. I soccorsi raggiunsero prontamente il luogo della strage ma un’ora dopo sulla piazza cadde ancora un altro missile, falciando i soccorritori ed i giornalisti accorsi a documentare il disastro. Morirono altre decine di persone, tra le quali il giornalista del Groznensky Rabochy Supian Ependyev. Fu il primo di una lunga serie di giornalisti che avrebbero perso la vita nel tentativo di raccontare la seconda guerra cecena.

LA PRIMA STRAGE DI PUTIN

 Oltre ai più di cento morti l’assalto provocò dai 250 ai 500 feriti, molti dei quali gravissimi. Alcuni, caricati su mezzi di fortuna si diressero in convoglio verso l’Inguscezia, ma i numerosi checkpoint russi lungo la strada impedirono alla maggior parte di questi di raggiungere celermente gli ospedali ingusci. Il bombardamento provocò una nuova ondata di profughi che dalla città iniziarono a defluire confusamente verso nord. Un convoglio di questi, dopo essere stato fermato e costretto a fare dietrofront, venne erroneamente bombardato dall’aereonautica federale, che lo aveva scambiato per un distaccamento militare.

I russi negarono qualsiasi coinvolgimento, dichiarando che le esplosioni fossero frutto di un regolamento di conti tra bande illegali o l’esplosione di un magazzino di armi adiacente al mercato, ma le numerose registrazioni video del luogo della strage, nelle quali erano ben presenti i resti di missili balistici ed i crateri da impatto delle loro testate, smentirono la versione del Cremlino. Si trattò a tutti gli effetti di un bombardamento su obiettivi prevalentemente civili: anche ammettendo che nel bazar fossero in vendita delle armi, la stragrande maggioranza degli stand vendevano generi alimentari e vestiario, ed in quel momento erano affollati da civili in cerca di beni di consumo. Il bombardamento sollevò la prima forte reazione da parte della comunità internazionale: il Presidente del Parlamento Europeo, Lord Russell – Johnston, si disse “scioccato” ed accusò il governo russo di violare i diritti umani e le leggi di guerra. Simili condanne giunsero dal Presidente dell’Unione Europea, il finlandese Paavo Lipponen, e dal Cancelliere tedesco Gerard Schroder. Il Consiglio d’Europa chiese a Putin di riferire quanto prima i suoi piani per porre fine al conflitto. Il Segretario di Stato americano Madeleine Albright definì l’azione “deplorevole ed inquietante”.  Le proteste dei leader occidentali, blandamente supportate dall’ONU, non fermarono comunque l’invasione.

VIdeo che mostra il bombardamento del Mercato di Grozny del 21 Ottobre 1999
Video che mostra le vittime del bombardamento

Quando Maskhadov chiedeva all’Europa di fermare Putin – La lettera al G7

Tra il 20 ed il 22 Luglio del 2001 si tenne a Genova un vertice del G – 8 , il gruppo delle principali potenze economiche della Terra (G – 7) implementato (dal 1997 al 2013) dalla presenza della Russia. In vista di questo incontro, il Presidente della Repubblica Cecena di Ichkeria, Aslan Maskhadov, inviò una lettera ai rappresentanti di quei governi, che riportiamo integralmente, in italiano e in inglese.

Come nei riguardi delle parole di Dudaev sulla futura guerra in Ucraina, quelle di Maskhadov sull’ondivago rapporto delle democrazie occidentali con il regime di Vladimir Putin suonano tristemente concrete in questi giorni.

VERSIONE ITALIANA

Gentili Eccellenze,

Io, Aslan Maskhadov, presidente democraticamente eletto della Repubblica cecena di Ichkeria, scrivo questo appello disperato in nome del mio popolo, vittima di una guerra genocida il cui omicidio quotidiano deve ancora risvegliare la coscienza del mondo che guidate. Siamo miserabili, sanguinanti e schiavi come voi siete ricchi, potenti e liberi. Presto vi riunirete a Genova tra lo splendore e la cerimonia che si addice al vostro posto, in prima fila tra le nazioni. Guardie d’onore vi saluteranno, vi incontrerete nei palazzi e il mondo ascolterà ogni vostra parola. Io vi scrivo da un luogo di sterminio putrido, di carneficina, e come i miei fratelli rimango un braccato nel mio paese. Anch’io ho avuto dalle urne il privilegio e la responsabilità di guidare la mia nazione, ma Mosca mi definisce un bandito, un terrorista e un criminale. Al di là dei confini del mio piccolo paese, le mie parole sembrano contare poco, così come il grido angosciato del mio popolo vi lascia ancora sorprendentemente muti e sordi. Quindi continuerò a scrivere finché il silenzio non sarà squarciato.

Converrete al vostro vertice per considerare la riduzione del debito per i paesi poveri del mondo in via di sviluppo. Questo è un obiettivo lodevole, ed è senza dubbio la speranza di milioni di persone che la preoccupazione umanitaria motivi i forti a cercare di porre fine alla miseria a contratto per i deboli. Ma se riconoscete la silenziosa violenza della povertà sugli indigenti e sugli affamati, perché vi allontanate da noi? Noi che moriamo tra le fiamme della sporca guerra del Cremlino, siamo meno degni di compassione? Cosa ci ha reso invisibili a voi? Temo di conoscere la risposta. Temo che le fredde esigenze della realpolitik assicurino le vostre inazioni e condannino il nostro destino. Per non danneggiare una relazione incerta con una nuova Russia fragile e instabile, siete disposti a trascurare l’annientamento del mio popolo. Ai vostri occhi, per il bene di interessi più grandi, siamo una nazione sacrificabile. Quindi concedete un posto a tavola a un ospite d’onore, il presidente russo Vladimir Putin, e gli stringete la mano come leader di una grande democrazia, applaudendolo come un riformatore che condivide i vostri valori.

Aslan Mahadov (a sinistra) e Alexander Lebed (a destra) firmano gli Accordi di Khasavyurt

Se poteste sopportare di vedere il vero volto della Cecenia sotto l’agonia dell’occupazione russa, potreste sinceramente continuare a offrire tali lodi? Su una popolazione che un tempo contava un milione di persone, un ceceno su sette è ora morto. 250.000 dei nostri civili sono rifugiati. Privi dei beni di prima necessità, molti sono devastati da malattie e denutrizione, soprattutto anziani e giovani. Più di 20.000 civili e membri della resistenza subiscono la prigionia nei nuovi Gulag, i cosiddetti campi di filtrazione. Costretti in condizioni disumanizzanti e primitive con poche o nessuna assistenza medica, il che supera di gran lunga i peggiori standard del sistema penale russo, la vita nei campi improvvisati vede l’uso sadico e sistematico della tortura. Bruciature con le sigarette, percosse paralizzanti, soffocamento, annegamento negli escrementi umani, mutilazioni con coltelli, scosse elettriche ad alto voltaggio e abusi sessuali sono solo alcune delle pratiche comuni. Alla fine molti prigionieri vengono uccisi. Sicuramente per alcuni questa deve essere una gradita liberazione dall’inferno.

Le nostre donne vengono spesso radunate a caso e violentate in gruppo. In una politica comune sulla terra bruciata, i villaggi vengono saccheggiati, poi rasi al suolo e i maschi normodotati, compresi i ragazzi di età pari o inferiore a 15 anni, vengono portati via e scompaiono. Qualsiasi ceceno può essere arrestato senza accusa o ricevere la pena capitale senza processo. Le esecuzioni sommarie sono all’ordine del giorno per uomini, donne e bambini di tutte le età. I corpi dei morti vengono spesso mutilati deliberatamente e lasciati in mostra, la loro sepoltura vietata. I nostri morti servono anche come nuova forma di moneta, con i soldati russi che costringono i parenti a pagare ingenti riscatti prima che possano ottenere i resti dei loro cari. Innumerevoli fosse comuni giacciono nascoste in un paesaggio costellato da villaggi rasi al suolo e rovine in fiamme. Le nostre infrastrutture non esistono più. Solo nelle ultime due settimane una dozzina di villaggi nel sud-est e nell’ovest della Cecenia sono stati nuovamente terrorizzati, oltre 300 civili uccisi in una perquisizione sistematica e altre migliaia imprigionati, torturati e violentati. Abbiamo informato il Consiglio d’Europa, ma inutilmente. Questa è la verità più oscura della realpolitik. Terrore, macellazione e follia sono il prezzo che paghiamo per garantire il pragmatismo della diplomazia internazionale.

Grozny distrutta dai bombardamenti

Nel 1945 avete sconfitto i mali del militarismo, del fascismo e del nazismo. Quelle nazioni tra voi che avevano dato vita al mostruoso colosso e all’olocausto della guerra mondiale, hanno giurato di non ripetere mai gli stessi errori fatali e si sono forgiati con uno spirito nuovo per stare con orgoglio tra le democrazie più antiche. In oltre mezzo secolo di progressi insieme avete costruito nuove istituzioni per la comunità delle nazioni, l’ONU, la NATO, l’UE e l’OSCE, tra gli altri organismi regionali e globali, volte a un futuro più equo e più sicuro. Avete impedito il giorno del giudizio di un conflitto nucleare e il vostro esempio ha abbattuto il muro di Berlino, sollevando il giogo del comunismo e ponendo fine a una lunga guerra fredda. Avete smantellato i vostri imperi coloniali e avete permesso che i popoli ex sudditi fossero liberi. Avete combattuto il razzismo in patria e all’estero e le vostre voci hanno contribuito a sconfiggere la macchia dell’apartheid. Più e più volte avete incoraggiato le virtù della democrazia a trionfare sulla dittatura. Forse soprattutto, a Norimberga hai risposto ai tuoi più nobili istinti stabilendo lo stato di diritto ei diritti umani come principi inviolabili e universali che riterrebbero per sempre la barbarie responsabile di un codice di condotta civile.

Allora, com’è possibile celebrare Slobodan Milosevic che finalmente affronta il giudizio all’Aia ma abbracciare Putin come un partner credibile? Com’è possibile che vi siete mobilitati per affrontare la nuda aggressione durante la Guerra del Golfo, che siete intervenuti quando avete assistito alla pulizia etnica e alla ferocia in Bosnia, Kosovo, Timor e Sierra Leone e ora pronunciate raramente la parola Cecenia? Condannate e isolate il regime dello SLORC in Myanmar e i talebani in Afghanistan. Fate pressione sulla Cina per i suoi abusi in Tibet e la sua persecuzione di intellettuali dissidenti e seguaci religiosi, ma non dite nulla sull’omicidio di massa di civili ceceni. Praticate un’instancabile diplomazia cercando di assicurare la pace in Medio Oriente, Irlanda del Nord, Macedonia, Kashmir, Congo, persino in Sudan, dov’è la vostra iniziativa di pace cecena?

Artiglieria russa spara nei dintorni di Tolstoy – Yurt, Novembre 1999

In nome di una nazione morente vi prego di non abbandonarci più. Chiedo che adottiate collettivamente misure per favorire la ripresa dei negoziati di pace e l’emanazione di un cessate il fuoco immediato garantito e monitorato da parti neutrali. Vi prego inoltre di chiedere, in conformità con il diritto internazionale, il dispiegamento di aiuti umanitari, personale sanitario e medico disperatamente necessari. Vi imploro inoltre di chiedere il ritorno senza ostacoli degli investigatori dei diritti umani delle ONG, degli osservatori delle istituzioni internazionali e di tutti i membri della stampa mondiale attualmente esclusi dall’entrare in Cecenia. Mi rivolgo a voi, come leader del mondo libero, a raccogliere il coraggio morale in armonia con le tradizioni democratiche che rappresentate e che avete giurato di sostenere per fare pressione sulla Russia affinché cessi lo sterminio del mio paese, per ritenerlo responsabile del genocidio e per imporre sanzioni se Mosca non desisterà.

La ferocia che dobbiamo sopportare non è nuova. Ricordiamo le miniere di sale di Stalin, le sue torri di guardia, il filo spinato e le tombe anonime. Il dolore dell’esodo e del genocidio lo abbiamo già conosciuto. Così riconosciamo gli altri con i quali condividiamo una terribile fratellanza di orrore. Gli scheletrici ebrei e rom nei forni di Dachau e Auschwitz. La carne da baionetta di Nanchino. Gli antichi figli del Biafra dagli occhi sbarrati. La madre implorante e il bambino di fronte ai fucili a My Lai. Gli arabi di palude dell’Iraq soffocati dalle nuvole di gas mostarda. I tutsi del Ruanda massacrati sulla strada di Kigali dai coltelli dell’Interhamwe. Sono tutti i nostri fratelli e sorelle martiri nell’eredità di un omicidio senza senso. Solo il nostro massacro, la nostra morte non è di ieri, appartiene all’incubo vivente del presente. Quanti ceceni saranno morti nel tempo che impiegherete a leggere questa lettera? Quanti altri dovremo seppellire prima della fine del vostro vertice? Non mancate di parlare, per amore dell’umanità e della giustizia agite ora sulla vostra coscienza o nel tempo anche la storia vi segnerà con una pagina di vergogna. Se continuate a restare inerti mentre il mio popolo svanisce in un bagno di sangue, se non agite con convinzione e determinazione come avete fatto in Ruanda, i fantasmi ceceni macchieranno il vostro onore come fanno con quello russo.

Possa Dio concedervi la saggezza e la visione per servire la causa della pace e della giustizia

Rispettosamente

Aslan Maskhadov

Presidente della Repubblica Cecena di Ichkeria

ENGLISH VERSION

Dear Excellencies,

I, Aslan Maskhadov, the democratically elected President of the Chechen Republic of Ichkeria, write this desperate appeal in the name of my people, the victims of a genocidal war whose daily murder has yet to awaken the conscience of the world you lead. We are as wretched, bloody and enslaved as you are rich, mighty and free. You will soon gather in Genoa amidst the splendor and ceremony that befits your place in the front rank of nations. Guards of honour will salute you, you will meet in palaces and the world will listen to your every word. But I write you from a killing ground putrid with slaughter and like my brethren I remain a hunted man in my own country. I too won the privilege and responsibility of leading my nation from the ballot box, but Moscow calls me a bandit, a terrorist and a criminal. Beyond the confines of my tiny country, my words seem to count for little, just as the anguished cry of my people still astonishingly leaves you mute and deaf. So I will continue to write until the silence is pierced.

You will join in your summit to consider debt relief for the impoverished developing world. This is a laudable aim, and it is the hope no doubt of countless millions that humanitarian concern motivates the strong to seek an end to indentured misery for the weak. But if you acknowledge the quiet violence of poverty upon the destitute and the hungry why do you turn away from us? We who die in the flames of the Kremlin’s dirty war, are we less worthy of compassion? What has made us invisible to you? I fear I know the answer. I fear the cold exigencies of realpolitik ensure your inaction and seal our fate. Lest you damage an uncertain relationship with a fragile and volatile new Russia, you are willing to overlook the annihilation of my people. In your eyes, for the sake of larger interests we are an expendable nation. So you grant a seat at the table to an honoured guest, Russian President Vladimir Putin, and shake his hand as the leader of a great democracy, applauding him as a reformer who shares your values.

Fossa comune in Cecenia

If you could stand to see the true face of Chechnya under the agony of Russian occupation, could you sincerely continue to offer such praise? Out of a population that once numbered a million, one in seven Chechens is now dead. 250,000 of our civilians are refugees. Bereft of the most basic necessities, many are ravaged by disease and malnutrition, especially the elderly and the young. More than 20,000 civilians and resistance members endure imprisonment in the new Gulags, the so-called filtration camps. Held in dehumanizingly foul and primitive conditions with little or no medical care that far exceed the worst standards of the Russian penal system, life in the improvised camps sees the sadistic and systematic use of torture. Burning with cigarettes, crippling beatings, suffocation, drowning in human excrement, mutilation with knives, high voltage electric shock and sexual abuses are only some of the common practices. Many prisoners are ultimately killed. Surely for some this must be a welcome deliverance from hell.

Our women are often rounded up at random and gang raped. In a common scorched earth policy villages are looted then razed and the able bodied males including boys 15 and under are swept up and disappeared. Any Chechen can be arrested without charge or receive capital punishment without trial. Summary executions are an everyday occurrence for men, women and children of all ages. The bodies of the dead are often deliberately mutilated and left on display, their burial forbidden. Our dead also serve as a new form of currency, with Russian soldiers forcing relatives to pay large ransoms before they can obtain the remains of their loved ones. Countless mass graves lie hidden in a landscape dotted by flattened villages and burning ruins. Our infrastructure no longer exists. Only in the last two weeks a dozen villages in south eastern and western Chechnya were again terrorised, over 300 civilians murdered in a systematic sweep and thousands more imprisoned, tortured and raped. We informed the Council of Europe but to no avail. This is the darker truth of realpolitik. Terror, butchery and madness is the price we pay to ensure the pragmatism of international diplomacy.

In 1945 you defeated the evils of militarism, fascism and Nazism. Those nations among you that had given birth to the monstrous juggernaut and holocaust of world war, vowed never to repeat the same fatal errors and forged yourselves in a new spirit to stand proudly among the elder democracies. Over half a century of progress together you built new institutions for the community of nations, the UN, NATO, the EU, and the OSCE, among other regional and global bodies, aimed towards a more equitable and safer future. You prevented the doomsday of a nuclear conflict and your example brought down the Berlin Wall, lifting the yoke of communism and ending a long cold war. You dismantled your colonial empires and allowed former subject peoples to be themselves. You fought racism at home and abroad and your voices helped to vanquish the stain of apartheid. Time and again you fostered the virtues of democracy to triumph over dictatorship. Perhaps above all, at Nuremberg you responded to your most noble instincts establishing the rule of law and human rights as inviolable, universal principles that would forever hold barbarism accountable to a civilised code of conduct.

So how is it that you celebrate Slobodan Milosevic at last facing judgement at the Hague but embrace Putin as a credible partner? How is it possible that you mobilised to confront naked aggression during the Gulf War, intervened when you witnessed ethnic cleansing and savagery in Bosnia, Kosovo, Timor and Sierra Leone and now seldom even utter the word Chechnya? You condemn and isolate the SLORC regime in Myanmar and the Taliban in Afghanistan. You pressure China over its abuses in Tibet and its persecution of dissident intellectuals and religious followers, but you say nothing about the mass murder of Chechen civilians. You practice tireless diplomacy trying to secure peace in the Middle East, Northern Ireland, Macedonia, Kashmir, the Congo, even the Sudan, where is your Chechen peace initiative?

In the name of a dying nation I beg you not to forsake us any longer. I ask that you collectively take steps to foster the resumption of peace negotiations and the enactment of an immediate cease-fire guaranteed and monitored by neutral parties. I beseech you further to demand in accordance with international law the deployment of desperately needed humanitarian aid, health and medical personnel. I further implore you to seek the return without hindrance of NGO human rights investigators, observers from international institutions and all members of the global press currently being barred from entering Chechnya. I appeal to you as leaders of the free world to muster the moral courage in keeping with the democratic traditions you represent and have sworn to uphold to pressure Russia to cease its extermination of my country, to hold it accountable for genocide, and to impose sanctions if Moscow will not desist.

The savagery we must bear is not new. We remember Stalin’s salt mines, his guard towers, barbed wire and unmarked graves. The pain of exodus and genocide we have known before. So we recognise the others with whom we share a terrible kinship of horror. The skeletal Jews and Romany in the ovens of Dachau and Auschwitz. The bayonet fodder of Nanjing. The ancient, wide-eyed children of Biafra. The pleading mother and baby facing the rifles at My Lai. The marsh Arabs of Iraq choked by the clouds of mustard gas. The Tutsi of Rwanda butchered on the Kigali road by the knives of the Interhamwe. They are all our martyred brothers and sisters in the legacy of senseless murder. Only our slaughter, our death is not yesterday’s, it belongs in the living nightmare of the present. How many Chechens will have died in the time you take to read this letter? How many more must we bury by the time your summit is over? Do not fail to speak, for the sake of humanity and justice act now upon your conscience or in time history will also mark you with a page of shame. If you continue to stand idly by while my people vanish in a bloodbath, if you fail to act with conviction and resolve as you did in Rwanda, Chechen ghosts will stain your honour as surely as they do Russia’s.

May God grant you the wisdom and vision to serve the cause of peace and justice.

Respectfully,

Aslan Maskhadov
President of the Chechen Republic of Ichkeria

Repubblica Cecena di Ichkeria e Diritto Internazionale – Intervista con Inna Kurochkina di NEP Prague

Alcune settimane fa abbiamo affrontato una piacevole chiacchierata con Inna Kurochkina di NEP Prague. Il filmato, registrato in italiano, è stato caricato poche ore fa dall’emittente corredato di una traduzione in russo. Presto, grazie alla cortese collaborazione di Inna, potremo postarne una versione integrale in italiano.

L’intervista ha toccato diversi aspetti, dalla legittimità del percorso affrontato dai ceceni verso l’indipendenza, alle reazioni del mondo internazionale (e in particolare del mondo occidentale) a quegli eventi, ed in generale alla storia recente dei rapporti tra Occidente e Russia.

FREEDOM OR DEATH! BOOK IN ENGLISH AVAILABLE ON AMAZON

We are pleased to announce that the English version of the book is now available on Amazon. “Freedom or Death – History of the Chechen Republic of Ichkeria!” is available in both print and e-book format.

For this second edition we have decided, given the length of the work, to organize its publication in five volumes: today we present the first, “From Revolution to War (1991 – 1994)”.

The volume consist in 400 pages, and contains a complete reviewof the events that occurred in Chechnya from the birth of the Chechen National Congress to the First Chechen War.

Enjoy the reading!





BILLINGSLEY INTERVISTA ILYAS AKHMADOV

Dodge Billingsley è un giornalista, scrittore e film maker statunitense. La sua attività lo ha portato sui principali teatri di guerra negli ultimi trent’anni, tra i quali i conflitti in Cecenia. Sull’argomento ha scritto il libro “Fangs of the lone wolf: chechen tactics in the Russian – Chechen wars” (Acquistabile QUI), una disamina sulla strategia di guerra dei ceceni desunta da una lunga serie di interviste ai protagonisti di quel conflitto. L’articolo che segue riporta alcuni stralci della sua intervista ad Ilyas Akhmadov, futuro Ministro degli Esteri della Repubblica Cecena di Ichkeria. L’Intervista è stata realizzata nel Gennaio 1998, nel bel mezzo del travagliato periodo interbellico tra il primo ed il secondo conflitto. Un documento interessantissimo per chi cerca informazioni sulle FORZE ARMATE della ChRi.

Puoi dirmi qualcosa riguardo al tuo background?

[…] Nel 1991, quando occorsero gli eventi riguardo alla sovranità della Repubblica Cecena che tutti noi conosciamo […] lavorai per sei mesi con il Ministero degli Esteri. In quel momento c’era un grosso problema nella regione montuosa del Karabakh. Fondamentalmente lavorai su quello, perché c’erano cittadini della repubbliche che erano stati coinvolti in quel conflitto, su base personale. Così le autorità di governo mi mandarono a riprenderli per riportarli a casa. Nello stesso tempo partecipai alla ricerca dei caduti, e nello scambio dei prigionieri. Durante la guerra (con la Russia 1994 -1996) e dopo che lasciai la città (Grozny) fui un membro della milizia per tre mesi. Quando ero nella milizia, feci soltanto quello che facevano gli altri soldati. Il Generale Basayev [Shamil Basayev, Ndr.] che a quel tempo era ancora Colonnello, mi assegnò al Quartier Generale, e per la maggior parte della guerra servii come ufficiale allo Stato Maggiore. Poi tornai da Basayev, dove servii come aiutante di campo.

Ilyas Akhmadov

Come funziona l’apparato militare ceceno? Sembra che ogni comandante di campo abbia il suo proprio esercito.

Basayev non ha il suo esercito. Era il comandante della Brigata Ricognizione e Assalto, che è l’unità d’elite dell’esercito ceceno. Ad oggi quella brigata, per tutti gli scopi pratici, è stata tolta dal servizio attivo e messa alle dipendenze del Comandante Supremo. Questo vuol dire che al momento l’unità non è acquartierata, ma in caso di guerra tornerà a formarsi. In questo senso non siamo soldati in servizio attivo. Questa brigata ha sostanzialmente cessato di esistere, ma si pone sotto l’autorità del Comandante Supremo in caso di guerra. La struttura attuale dell’esercito del Generale Raduev [Salman Raduev, Ndr.] invece, è una struttura autonoma. Ma questa è una conseguenza delle complicazioni generatesi nel periodo postbellico.

Prima della guerra non c’era alcun esercito ceceno, almeno non nei termini usati dai russi. Tutte le componenti e le unità vennero organizzate durante la guerra su base regionale, perché questo era l’unico modo possibile. Le milizie locali si organizzarono secondo la regione nella quale vivevano i loro componenti. Così i “Fronti” che  erano 7 (più tardi, evidentemente, ne furono costituiti altri di volta in volta, al punto che ad un certo punto furono addirittura 14) erano costituiti su base regionale.

[…] Solo adesso che la guerra è finita l’esercito ceceno sta iniziando ad organizzarsi secondo uno schema classico. Al momento è difficile distinguere tra il nuovo esercito che si sta organizzando ed il vecchio esercito, costituito dai resti delle unità che erano esistite durante la guerra. Non ci sono problemi particolarmente complessi rispetto al fatto che al momento sembra ci siano due differenti eserciti. In ogni caso, sono entrambi subordinati [al Quartier Generale, ndr.]. Questi ultimi sono i resti di quei fronti e di quelle unità che non sono state inserite nella struttura della Guardia Nazionale e delle forze ad essa integrate. Quando la formazione dell’esercito sarà completa, tutti coloro che portano armi e divise ma che non ne faranno parte consegneranno armi e munizioni. Per le nostre condizioni il nostro esercito non potrà contare più di cinque o seimila uomini, ma si tratta di un’approssimazione.

Soldati della Guardia Nazionale effettuano un’esercitazione dimostrativa

La guerra ha attraversato tre fasi. Nelle pianure i ribelli ceceni soffrirono parecchio. Soffrirono anche nel centro, tra le pianure e le montagne.

Prima di tutto non esistono ribelli ceceni. Questa è una creazione dei media russi. La parola “ribelle” fa riferimento ad un’organizzazione semi – clandestina. Un’organizzazione di questo tipo è gestita da “ribelli”. Ma noi non abbiamo mai avuto nessun “ribelle”. Sfortunatamente alcuni dei nostri comandanti meno educati si sono appropriati di questa parola senza pensare troppo alle implicazioni derivanti da suo uso. Da questi essa ha iniziato a girare tra di noi. Come dicevo, al Dicembre 1994 avevamo 4 unità in servizio attivo. Tutto il resto era organizzato essenzialmente come una milizia locale. Poi, verso la fine di Febbraio [1995, ndr.] Dudaev dette l’ordine di smantellare le milizie, le quali dal momento divennero parte della struttura dell’esercito regolare. Quindi, dal Febbraio 1995 in avanti avemmo le forze armate della Repubblica Cecena di Ichkeria. In questo senso non è possibile chiamarle “ribelli”.

Riguardo le fasi? Se ti basi sulle regioni [di combattimento, ndr.] ebbene, ci furono tre fasi. La Battaglia per la città (Grozny) dal 31 dicembre 1994 al 23 Febbraio 1995; la battaglia nelle pianure dal Marzo 1995 al 10 Maggio 1995; e dal 10 Maggio 1995, all’avvio dell’invasione su larga scala di Vedeno, Shatoi e Chiri – Yurt, completata nel Giugno del 1995. Il raid del Battaglione di Ricognizione e Sabotaggio a Budennovsk sotto il comando dell’allora Colonnello Basayev rovinò i loro [dei russi, ndr.] piani.

Quale fu la portata del Raid di Basayev sulla città russa di Budennovsk?

In primo luogo il raid di Budennovsk ebbe una portata più politica che tattica. Ma se lo guardi sotto il profilo dell’arte della guerra, questo mostra che, a dispetto degli annunci dei leader militari russi secondo i quali il nostro esercito era stato distrutto, che Dudaev aveva perso il controllo delle sue unità, l’ingegnosa azione 350 chilometri nelle retrovie russe, la cattura del territorio, con un gruppo di 150/160 soldati, parla da solo. Il Generale Basayev perse soltanto 19 uomini durante quell’operazione di cinque giorni. Se non vado errato, solo 3 dei suoi uomini furono uccisi dalle truppe d’elite dell’esercito russo durante un blitz durato cinque ore. […]. Guardandolo dal punto di vista militare […] Penso che neanche gli americani, e non intendo essere offensivo, quando evacuarono la loro ambasciata in Iran, fecero più errori di quanti ne fece Basayev nel condurre la sua operazione. […].

Raid di Budennovsk: Shamil Basayev (a destra) e Aslambek Ismailov (a sinistra) durante le trattative con le autorità federali.

Mi hai detto che la guerra può essere divisa in tre fasi. Quante perdite ci furono in ognuna di queste?

È piuttosto difficile rispondere, perché come dicevo l’esercito ceceno non aveva ancora sviluppato un ordine di battaglia in senso classico. […] Le perdite totali tra i nostri combattenti sono state basate includendo anche i civili i quali, in determinate occasioni, si sono uniti ai combattimenti. Loro morirono in maggior quantità, perché non avevano esperienza. […] La maggior parte delle vittime si ebbero durante le battaglie del 1995, fra la gente che, non possedendo un’arma, cercava costantemente di catturarne una. La tattica era estremamente semplice. Se un soldato russo con un fucile d’assalto veniva lasciato nella zona neutrale, i cecchini russi usavano la seguente tattica: chiunque fosse arrivato all’arma per primo veniva ferito. Egli avrebbe, naturalmente, chiesto aiuto. Puoi lasciare un cadavere fino al calar delle tenebre, quando è possibile recuperarlo, ma quando un soldato ferito chiede aiuto, normalmente tre o quattro persone moriranno cercando di soccorrerlo. In questo modo era possibile uccidere, con un fucile d’assalto, cinque o sei persone che non avevano un’arma e cercavano di prenderne una.[…].

Com’era per un membro ordinario della milizia partecipare alle operazioni militari? Puoi parlarci della tua esperienza personale?

Da un punto di vista, ovviamente, era difficile per noi combattere con i russi, perché loro erano completamente equipaggiati. […] D’altra parte la maggior parte dei soldati aveva servito nei ranghi dell’esercito sovietico. […] E’ un bel vantaggio quando il nemico parla una lingua che tu capisci molto bene. Usavamo piuttosto spesso tattiche di disinformazione via radio. Le radio presenti nei veicoli catturati venivano sintonizzate sulla frequenza della loro stessa unità. I nostri operatori radio spesso riuscivano a dirigere il fuoco dell’artiglieria russa contro le loro stesse posizioni. Usavamo spesso anche la tattica di viaggiare parallelamente alle colonne russe per penetrarvi in mezzo. Questo spesso succedeva quando le colonne marciavano di notte, o quando riuscivamo a penetrare tra due posizioni, a causa della carenza di coordinamento tra le unità dell’esercito federale e quelle del Ministero degli Interni. Era sufficiente penetrare tra le due colonne, sparare qualche colpo in una direzione e nell’altra, e quelle colonne si sarebbero ingaggiate a vicenda per tre o quattro ore. Queste tattiche erano usate molto spesso.

I resti di un carro da battaglia federale distrutto lungo la strada. Gola di Yarish – Mardy

“LIBERTA’ O MORTE!” – Seconda Edizione

Siamo lieti di comunicare che da oggi è disponibile la seconda edizione del libro “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria” in vendita su Amazon sia in versione cartacea che in E – Book.

Per questa seconda edizione abbiamo deciso, data la lunghezza del lavoro, di organizzarne la pubblicazione in cinque volumi: oggi esce il primo di questi, “Dalla Rivoluzione alla Guerra (1991 – 1994)”.

Il volume si compone di 340 pagine, e contiene numerose aggiunte e modifiche rispetto alla versione precedente. Dalla settimana prossima sarà possibile acquistarlo anche in lingua inglese. Buona lettura!

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ACCORDI E DISACCORDI A KHASAVYURT: INTERVISTA A TIM GULDIMAN

Tim Guldiman è un politico e diplomatico svizzero. Durante la Prima Guerra Cecena e nel primo periodo interbellico guidò la missione diplomatica dell’OSCE in Cecenia, lavorando alla ricomposizione del conflitto ed alla sponsorizzazione di un accordo di pace duraturo. Presente agli accordi di Khasavurt, dopo la tregua rimase a Grozny cercando di avvicinare Mosca e Grozny e scongiurare lo scoppio di un nuovo conflitto. Il 3 Ottobre 1996 il giornalista della Nezavisimaja Gazeta, Igor Korotchenko, lo intervistò sul tema delle relazioni russo – cecene. Di seguito riportiamo l’intervista tradotta in italiano.

– Sig. Guldimann, quale valutazione potrebbe dare agli accordi Khasavyurt? Quanto sono vitali?

– Si tratta di accordi quadro per le fasi successive del processo di negoziazione. Dovrebbero essere considerati in concomitanza con gli accordi di agosto sulla cessazione delle ostilità e con i protocolli firmati in quel momento. Gli accordi Khasavyurt sono un documento che definisce ulteriori azioni in questa direzione. In base ad essi, verrà creata una commissione mista e i suoi compiti saranno specificati in dettaglio. Questo è un documento molto positivo. Ero presente alla firma. Si è ritenuto che entrambe le parti – russa e cecena – abbiano lavorato molto bene insieme e che abbiano raggiunto un testo concordato di questo documento.

Per me, la cosa più importante ora sono i prossimi passi. Penso che non sia necessario criticare gli accordi Khasavyurt e i documenti firmati. Ma c’è il pericolo che si finisca in un impasse. Spero che il processo di pace continui, ci saranno riunioni di rappresentanti di alto rango delle parti. Forse vi prenderà parte il primo ministro Chernomyrdin. Se il processo di pace continua, se le parti cecena e russa sono in grado di concordare ulteriori passi per una soluzione concreta dei problemi economici, sociali e politici, allora sarebbe possibile viverli con relativa calma. Se nulla di tutto ciò verrà risolto, c’è il pericolo di radicalizzazione delle posizioni.

– Pensa che qualcuno in Russia si opponga agli accordi di pace sulla Cecenia?

– Non credo che qualcuno si opponga al processo di pace o lo stia sabotando. Tuttavia, non tutti vogliono che abbia successo. Ciò dovrebbe essere considerato in linea con i processi politici in corso in Russia. Ciò significa scoprire le vere ragioni della guerra in Cecenia. Non è molto difficile fermare il combattimento in sè. È molto più difficile risolvere i problemi politici. E proprio ora il processo di pace è proprio nella fase di risoluzione di questioni puramente politiche. Va notato che vi è ambiguità riguardo ad alcune questioni. Pertanto, i documenti firmati a Khasavyurt affermano che le relazioni tra la Federazione Russa e la Repubblica cecena saranno oggetto di una soluzione pacifica entro i prossimi cinque anni. Questa disposizione può essere interpretata in due modi. So, ad esempio, come la intende la parte cecena…

Aslan Maskhaodv (a sinistra sul podio) Alexander Lebed (al centro) e Ruslan Alikhadzhiev ( a destra) ad un incontro a Shali il 17 Settembre 1996, successivamente alla firma degli accordi di Khasavyurt

– La parte cecena la interpreta come una disposizione che garantisce la completa indipendenza …

– I ceceni credono di aver già raggiunto l’indipendenza, e l’unica domanda è quando sarà riconosciuta dalla comunità internazionale e dal Cremlino come un dato di fatto. Questa è la loro posizione.

– Quindi devono solo formalizzare lo stato attuale della Cecenia de jure?

– I ceceni ritengono che de jure ciò sia già avvenuto nel periodo dal 1991 al 1992. Credono che sia stato allora che si è svolto il processo legale, grazie al quale la Cecenia ha ottenuto l’indipendenza. Ma la posizione federale è nota: la Cecenia fa parte della Federazione Russa.

Tuttavia, sono sicuro che, nonostante tutto, sia possibile andare avanti. Per quanto riguarda la soluzione di specifici problemi politici, sociali e di altro tipo, entrambe le parti, se necessario, possono dichiarare: ci sono problemi tali che non è necessario trovare un accordo ora. Possono essere risolti in seguito. È importante guardare come andare avanti.

Per quanto riguarda l’assegnazione di fondi per la restaurazione della Cecenia. Se la parte federale non lo farà, l’umore tra i ceceni crescerà a favore della completa indipendenza dalla Russia. E organizzeranno la loro vita politica interna sulla base di questa posizione.

A questo proposito, ora è molto importante che un processo democratico sia attualmente avviato in Cecenia.

– Lo dice seriamente? Di una società che predica la Sharia come norma di legge? Credo che la mentalità della società cecena e la democrazia siano concetti incompatibili.

– Non possiamo dirlo. I ceceni sono in grado di risolvere i loro problemi attraverso un processo democratico.

Alexander Lebed tiene una conferenza stampa congiunta con Zelimkhan Yandarbiev, allora Presidente ad interim della Repubblica Cecena di Ichkeria

– Là tutti i problemi sono risolti sotto la minaccia delle armi. Chiunque abbia un’arma in mano ha ragione. Non è così?

– Bisogna capire le radici del conflitto ceceno. Negli ultimi due anni c’è stata una guerra in Cecenia. Ma non si può dire che in Cecenia tutti i problemi vengano risolti automaticamente con le armi.

Durante i negoziati tra le delegazioni russa e cecena, mi è piaciuto molto l’approccio di Alexander Lebed. Era pronto a considerare la situazione, poteva ascoltare i ceceni. Entrambe le parti avevano fiducia e persino rispetto l’una per l’altra, nonostante la differenza di posizioni.

Ma vedo che in Russia c’è anche chi dice dei ceceni: dicono di voler risolvere tutti i problemi con una mitragliatrice in mano, hanno solo la sharia in testa e non si può parlare di democrazia. Penso che questo sia molto pericoloso. Il popolo ceceno ha una tradizionale struttura sociale democratica. Non dico che questo è esattamente ciò che è la democrazia. Ma hanno la tradizione di tenere riunioni pubbliche, hanno una gerarchia molto semplice, non hanno mai avuto un re. Storicamente, avevano forze diverse che dovevano negoziare tra loro, cercare un compromesso.

Capisco che molti a Mosca affermino che in Cecenia ci sono solo criminali, radicali e terroristi. Ma per una soluzione pacifica al problema ceceno bisogna capire che, oltre a questi elementi, c’è anche chi è di carattere costruttivo.

– Pensi che personalità odiose come, ad esempio, Shamil Basayev, possano entrare a far parte del governo di coalizione della Cecenia? Questo non sconvolgerà l’Occidente?

– Non posso giudicare chi sarà nel governo di coalizione.

– Per quanto ne so, Basayev afferma di essere il capo del servizio doganale della Cecenia …

– Non posso confermarlo, non voglio discutere del futuro politico di Shamil Basayev, anche se lo conosco, l’ho incontrato più volte.

Incontro preparatorio alla firma del Trattato di Pace del 12 Maggio 1997. Al tavolo siedono Ivan Rybkin, Presidente del Consiglio di Sicurezza della Federazione Russa (a sinistra) con il so vice Boris Berezovsky ( a destra). Al centro i componenti della delegazione cecena, Akhmed Zakayev (sinistra) e Movladi Ugudov (destra).

– E quali sono le tue impressioni personali di questi incontri?

– Il suo passato. Quello che ha fatto a Budennovsk è ben noto. È stato un atto terroristico. Ma è successo nel quadro del conflitto ceceno. Questa, ovviamente, non è una scusa, ma dobbiamo guardare a come e in quali condizioni ciò è accaduto. Il mio approccio è il terrorismo e per questo dovrebbe essere giudicato. Ma penso che sia pericoloso guardare solo a queste caratteristiche. Le sue domande sul problema ceceno riguardano solo il terrorismo e la sharia. Il suo approccio mi spaventa, è di parte.

– Non nascondo il mio atteggiamento verso Basayev e quelli come lui. Basayev è un terrorista, è un criminale secondo tutte le norme internazionali e si dovrebbe agire di conseguenza nei suoi confronti.

– Va bene. Ma non è un caso che lei lo stia chiedendo.

– Sono interessato al tuo approccio, soprattutto perché alle tue spalle c’è l’OSCE, sei il rappresentante ufficiale di questa organizzazione.

– Credo che ci siano criminali in questa guerra non solo tra i ceceni, ma anche dall’altra parte! Perché non ne parla? Quante persone pacifiche sono morte lì […] E non è necessario dire che Basayev è un terrorista. Sì, ovviamente è un terrorista. Ma proviamo a parlare dell’altra parte.

– Sig. Guldimann, come ha guidato la missione OSCE a Grozny?

– Prima di tutto, vorrei sottolineare quanto segue: il fatto che l’OSCE abbia aperto il suo ufficio in Cecenia significa per me una conferma della disponibilità della Federazione Russa per la cooperazione internazionale. Anche in un conflitto interno, la Russia ha deciso di invitare un gruppo di assistenza di un’organizzazione come l’OSCE. Non tutti i paesi in Europa lo farebbero.

Sono arrivato in Cecenia quasi per caso. Sono stato diplomatico fino al 1990, poi ho lasciato il servizio diplomatico. Prima della mia nomina a Grozny, ho lavorato a Berna, nel dipartimento di politica e ricerca scientifica del Ministero dell’Interno della Svizzera, dove mi sono occupato di questioni relative ai rapporti con l’Unione Europea. Nel novembre 1995 mi è stato detto che stavano cercando un candidato per la carica di capo del gruppo OSCE a Grozny, e io parlo russo. Il 2 gennaio 1996 ero già qui. Prima di allora, avevo letto solo della Cecenia e non la conoscevo molto bene. Ma per me è stato il lavoro più interessante. Mi piace molto quello che faccio. Sì, è difficile, pericoloso, ma mi piace.

– E’ risaputo che c’è stato attentato alla sua vita, ma lei è rimasto in Cecenia. A questo proposito, è impossibile non notare il suo coraggio personale: una qualità, a mio avviso, non è molto caratteristica di un diplomatico di carriera. Lei è stato sotto i bombardamenti ed ha visitato ripetutamente le regioni montuose della Cecenia. Tutto può succedere. Mi dica, ha provato paura?

– L’attacco è stato al convoglio, non alla nostra macchina. Anche quando siamo tornati da Nazran, fu molto pericoloso. Il 6-8 agosto 1996, due missili di un elicottero russo furono lanciati nel nostro ufficio. Penso che sia successo per caso, visto che c’era una battaglia nelle vicinanze. Abbiamo trascorso otto giorni nel seminterrato. Hanno bombardato pesantemente nelle vicinanze.

Ora Grozny è diventato molto più calmo. Adesso non ho paura di niente. Non so cosa succederà dopo.

– Rappresentanti di quali paesi lavorano nell’OSCE a Grozny?

– Il mio vice è polacco, gli altri provengono da Italia, USA, Svezia, Spagna, Germania …

– Sono diplomatici?

– Legalmente – diplomatici, hanno passaporti diplomatici. Tra loro ci sono due militari.

– Gli eserciti di quali paesi rappresentano?

– Vengono dalla Spagna e dalla Svezia. In precedenza, c’erano più militari: quattro persone.

– Il suo soggiorno a Mosca è connesso a consultazioni politiche?

– Sì, nell’ultimo mese sono andato a Mosca ogni due settimane, incontrando i rappresentanti delle ambasciate straniere.

– Pensa che il risultato finale degli accordi di Khasavyurt possa portare all’indipendenza della Cecenia?

Questo è ciò che vuole la parte cecena. Penso che questo sia inaccettabile per la Federazione russa. Io stesso non posso giudicarlo, poiché stiamo lavorando in Cecenia sulla base di un accordo con il governo russo. Mosca deciderà se la Cecenia diventerà uno stato indipendente. È difficile per me immaginare come possa cambiare la posizione della Russia su questo tema e in quale direzione. Ma ciò che sta accadendo ora nella Repubblica cecena è un’espressione della volontà della popolazione locale. Molte forze politiche stanno prendendo parte alla formazione del governo di coalizione. A Novye Atagi, molte persone si rivolgono a Yandarbiev e altri con le loro proposte riguardo al governo. Questo processo ha legittimità democratica.

Aslan Maskadov e Alezander Lebed firmano gli Accordi di Khasavyurt

– Cosa ne pensa di Yandarbiev?

– Ora è considerato il presidente della Repubblica cecena . L’ho conosciuto nel maggio 1996 dopo la morte di Dudaev. Questa è stata la prima occasione per me di incontrare il leader dell’altra parte. Fin dall’inizio abbiamo avuto un buon contatto con lui. E posso sempre andare da lui. È molto importante. Ci siamo incontrati due volte la scorsa settimana. È aperto, non sorgono problemi. C’è fiducia.

Yandarbiyev e i suoi sostenitori desiderano mantenere le tradizioni nazionali e gli interessi popolari. Vogliono perseguire una politica nell’interesse delle persone. Quanto all’indipendenza e ad altre cose radicali , anche Aslan Maskhadov mi ha detto: non potrei firmare un altro documento, altrimenti non avrei un futuro politico. Sanno esattamente cosa possono e cosa non possono fare.

– Parla molto bene il russo. Ha già studiato la Russia?

– Durante i 9 mesi del mio lavoro in Cecenia, ho cominciato a parlare molto meglio che durante il periodo iniziale del mio arrivo qui. Ho iniziato a studiare russo a scuola. Poi – all’università. Poi ho lavorato come guida come parte di gruppi di turisti svizzeri che visitavano la Russia in epoca sovietica. Nel 1979 ho ricevuto una borsa di studio dall’Accademia delle scienze dell’URSS – 300 rubli al mese, ho vissuto a Mosca in un hotel vicino a Piazza ottobre. Era impegnato in sovietologia, ho scritto il libro “Moralità e potere nell’Unione Sovietica”.

– Alcune pubblicazioni dell’opposizione russa hanno affermato che lei è un ufficiale dell’intelligence di carriera ed ha il grado di generale di brigata. Potrebbe commentare questa informazione?

– Questo non ha senso. Questa è una conseguenza dell’antica tradizione sovietica: vedere una spia in ogni straniero. Ci sono persone che hanno paura degli stranieri e pensano che operino contro la Russia.

– E le dichiarazioni secondo cui gli ufficiali dei servizi segreti occidentali lavorano nella missione OSCE a Grozny sono anch’esse una sciocchezza?

– Naturalmente, anche questa è una sciocchezza […] se ciò fosse vero, sarebbe un’attività di spionaggio in accordo con il governo Russo. 

L’ECONOMIA AGRICOLA DELLA CHRI – SECONDA PARTE

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DALLA RIVOLUZIONE ALLA GUERRA

Il 1° Luglio 1989 Doku Zavgaev, già Ministro dell’Agricoltura, fu eletto Primo Segretario del Partito. Fu il primo ceceno dai tempi della deportazione del 1944 a ricoprire una carica di vertice nella RSSA Ceceno – Inguscia, e non era certo un caso che fosse proprio un Ministro dell’Agricoltura: questo dato, forse più di ogni altro, dimostra come il sistema di “apartheid socioeconomica” applicato nel Paese fosse rodato.  L’elezione di Zavgaev fu vista dai ceceni come l’opportunità per accorciare la distanza con la minoranza russa, cui fino ad allora erano state riservate le migliori opportunità lavorative e politiche. Il nuovo leader ceceno cercò di ammansire i più esagitati, senza tuttavia cedere al nazionalismo: del resto egli era ben cosciente che la componente russa della repubblica costituiva la stragrande maggioranza della popolazione culturalmente e professionalmente qualificata, e sapeva che se questa fosse di colpo venuta a mancare la Repubblica si sarebbe trovata in pessime acque.

D’altra parte Zavgaev era anche assai desideroso di aumentare e mantenere il suo potere personale, cosicché si mise a puntellare la sua posizione con una profusione di nomine clientelari e familiari, sfruttando poi le alleanze conseguite con questa politica per farsi eleggere Presidente del Soviet Supremo Ceceno – Inguscio. In questo modo egli assommò su di sé la suprema carica politica e la suprema carica amministrativa della Repubblica: essendo ancora in vigore il sistema del partito unico, ciò significava acquisire un potere quasi illimitato. Questa escalation fu sancita in maniera ancora più netta quando, a seguito degli eventi innescati dal Congresso Nazionale del Popolo Ceceno (ne abbiamo scritto profusamente QUI) Zavgaev si risolse a deliberare la Dichiarazione di Sovranità, con la quale fu sancita la predominanza delle leggi varate in Cecenia su quelle dell’URSS.

Questa repentina assunzione di potere garantì a Zavgaev una libertà di manovra senza precedenti, ma d’altro canto lo privò dell’appoggio che il regime sovietico poteva fornirgli qualora i nazionalisti radicali avessero preso il controllo della piazza. Ciò fu chiaro nell’Agosto del 1991, quando a seguito del cosiddetto “Putsch di Agosto” i secessionisti al seguito del Generale Dudaev presero il controllo delle istituzioni e lo estromisero dal governo in quella che fu chiamata “Rivoluzione Cecena” (Agosto – Novembre 1991). Zavgaev abbandonò il Paese sotto minaccia di morte, lasciandolo nelle mani di Dudaev.

Doku Zavgaev. Ex Ministro dell’Agricoltura, venne eletto alla guida del PCUS locale nel 1989 . Nel Marzo 1990 fu eletto anche Presidente del Soviet Supremo Ceceno – Inguscio, assommando su di sè le massime cariche politiche del partito e dello Stato.

I

L GOVERNO RIVOLUZIONARIO

Il composito fronte politico che acquisì il controllo delle istituzioni cecene nel Novembre 1991 era tutt’altro che concorde sull’idea di cosa si dovesse fare per costruire la “nuova Cecenia”. Tra i rivoluzionari c’erano i moderati, per lo più di estrazione intellettuale e borghese, che volevano negoziare con la Russia un nuovo trattato federativo in cambio di laute concessioni economiche e politiche, c’erano i secessionisti laici, sostenitori di una trasformazione del paese in una democrazia parlamentare di stampo occidentale, ed i secessionisti radicali, fautori di un sistema politico fortemente incentrato sulla tradizione islamica del Paese. Anche sotto il profilo economico il rassemblement rivoluzionario era diviso tra i sostenitori della liberalizzazione, rappresentanti dal capo del “gabinetto degli imprenditori” Yaragi Mamodaev ed i fautori del “socialismo islamico”, contrari alla privatizzazione delle terre e disposti ad accettare l’introduzione della proprietà privata soltanto a condizione che la direzione dell’economia rimanesse subordinata all’autorità statale. Questi ultimi erano i seguaci di Zelimkhan Yandarbiev, leader del Partito Democratico Vaynakh (il principale movimento nazionalista radicale) ed intimo confidente del nuovo Presidente della Repubblica, Dzhokhar Dudaev.

Concentriamoci su questi ultimi, giacché fu la fazione dei radicali a vincere la battaglia per il potere. Il Partito Democratico Vaynakh era nato dallo sforzo di alcuni intellettuali (tra i quali lo stesso Yandarbiev) ma si rivolgeva prima di tutto alle masse popolari rurali, e in particolar modo proprio a quelle “eccedenze” delle quali abbiamo parlato nell’articolo precedente. Si trattava di persone che vivevano ai margini del sistema, e per questo se ne sentivano escluse. Il sentimento più forte in loro era il nazionalismo revanscista, tipico delle masse colonizzate desiderose di riappropriarsi del potere politico e invidiose del benessere delle élite al quale non partecipavano. Dal loro punto di vista lo stato ceceno doveva tornare nelle loro mani, così come tutti i mezzi di produzione dell’economia. Lo Stato avrebbe dovuto garantire casa e lavoro ai ceceni, se necessario sacrificando le componenti “estranee” all’etnia Vaynakh, ed avrebbe dovuto salvaguardare le ricchezze del Paese dalla privatizzazione selvaggia che stava aggredendo tutte le repubbliche dell’impero sovietico.

Una volta preso il potere, Dudaev iniziò a dar forma al nuovo stato partendo dalle posizioni dei radicali: a differenza di quanto stava accadendo in Russia, dove la proprietà pubblica stava venendo parcellizzata e privatizzata in maniera veloce e brutale, il governo rivoluzionario si rifiutò di svendere il patrimonio pubblico, opponendo un secco rifiuto alle proposte avanzate da Mamodaev e dal suo “Gabinetto degli imprenditori”. Una particolare rigidità riguardo questo tema fu dimostrata nel caso della privatizzazione delle aziende agricole di stato, detentrici dei più vasti e produttivi appezzamenti di terreno, nonché della maggior parte dei sistemi meccanizzati. Dudaev si oppose dal primo all’ultimo giorno alla vendita delle fattorie collettive, senza tuttavia avere le risorse per mantenerle: come abbiamo visto, infatti, l’agricoltura cecena era fortemente sovvenzionata dal governo sovietico, e gravata da una mole di debiti gigantesca. L’ostinatezza con la quale il governo separatista si mise di traverso a qualsiasi privatizzazione lasciò queste aziende esposte all’insolvenza ed al fallimento nel giro di pochi mesi dalla proclamazione dell’indipendenza. Le proprietà pubbliche, abbandonate a sé stesse, finirono saccheggiate, o furono occupate abusivamente e lavorate come fossero proprietà private.

Come riportato nel nostro saggio “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria” (Acquistabile QUI):

La situazione, nel complesso, era piuttosto tragica: nel novembre del 1991 il 40% dei ceceni in età da lavoro non possedeva un’occupazione stabile, e le cosiddette “eccedenze rurali” riuscivano a sopravvivere soltanto tramite i lavori stagionali all’estero la cui richiesta, come abbiamo detto, era quasi sparita. Questa massa di “disoccupati militanti” non aveva letteralmente di che sopravvivere, ed alla dichiarazione di indipendenza si dette al saccheggio delle proprietà statali. Non si trattò di un processo organizzato: fu piuttosto un “effetto collaterale”, nel quale l’euforia della ribellione si confuse con una corsa alla “privatizzazione fai da te” dei beni e dei macchinari agricoli delle fattorie collettive. Dalle aziende di stato sparirono animali, prodotti agricoli, trattori, utensili e macchine di ogni tipo, che riapparirono nei campi delle famiglie private. Molte aziende rimasero senza braccianti e senza patrimonio, andando in malora, mentre la mancanza di agronomi qualificati produsse danni enormi alla produzione agricola. Il giornalista Timur Muzaev, uno dei più attenti osservatori della situazione sociopolitica cecena in quegli anni, riportò nel suo periodico “monitoraggio politico” del paese la progressiva spoliazione delle proprietà pubbliche. Giusto per citarne un esempio, nei distretti settentrionali del paese:

“La dissoluzione delle ex strutture economiche ha portato al sequestro del bestiame delle fattorie collettive. […] Le informazioni ricevute su ciò che sta accadendo nel vicino distretto di Naursk possono, a nostro avviso, chiarire il quadro generale: delle 153.000 pecore che erano nelle fattorie statali nel 1990, solo 49.000 sono rimaste entro la fine dell’ultimo inverno [1992 – 1993] il numero di suini è diminuito di 8 volte e quello del bestiame di 3 volte. […] La popolazione […] si è rivelata impreparata a prendersi cura delle mandrie. Il raccolto è stato coltivato su centinaia di ettari nell’estate del 1992, ma i bovini randagi lo hanno quasi completamente distrutto, calpestando riso e mais pronti per la raccolta. Tutto il lavoro investito dalle persone è stato distrutto sul nascere. […] Vi è un rapido saccheggio del parco agricolo delle aziende collettive. Di conseguenza, anche dove arrivano le forniture di benzina, il lavoro sul campo non viene eseguito, perché le attrezzature vengono saccheggiate, ed i sequestratori chiedono un riscatto alle amministrazioni locali per restituirle. Le fattorie collettive “Chervlennaya”, “Kavkaz” e Vinogradny” sono rimaste senza macchine agricole. Secondo alcuni esperti, in Cecenia nel 1992 non è stato seminato grano. […] Le difficoltà economiche sono aggravate dal crimine dilagante da un lato, dal caos istituzionale delle autorità locali dall’altro.”

Per effetto di questo meccanismo di “esproprio proletario”, il sistema agricolo Ceceno si avviò su un “doppio binario” assolutamente peculiare: da una parte c’erano le aziende collettive, formalmente detentrici della maggior parte delle terre, che tuttavia erano improduttive a causa della mancanza di fondi e venivano spogliate di tutte le loro proprietà dai privati cittadini affamati e senza lavoro. Dall’altra c’era la piccola e piccolissima impresa agricola, quasi sempre sommersa, molto spesso dedita ad un’economia familiare di sussistenza e priva delle risorse per mandare avanti un vero e proprio business, che deteneva la stragrande maggioranza della ricchezza reale del settore agricolo pur non avendone i diritti ed il riconoscimento statale. Si trattava, in sostanza, di un meccanismo totalmente abusivo il quale, senza controlli, spogliava il legittimo sistema di produzione pubblico, trasformandolo in un guscio vuoto. Giusto per citare qualche numero, dieci anni dopo gli eventi della Rivoluzione Cecena nel paese erano formalmente attive 722 imprese agricole registrate, detentrici del 75,5% dei terreni agricoli le quali tuttavia amministravano appena il 14% del bestiame presente nella repubblica, mentre le 436 cooperative contadine (anch’esse società di origine socialista) ne contavano appena il 2,40%. L’83,5% del bestiame era distribuito tra la popolazione rurale, che ne faceva per lo più un uso familiare.

Si può dire che la privatizzazione dell’agricoltura cecena fu fatta dai contadini nonostante lo Stato, e non grazie ad esso, e fu fatta per regressione, non cioè affidando la terra ad investitori intenzionati a sfruttarla per profitto, ma lasciando che i contadini se ne appropriassero come se fosse un open field, un “campo aperto” di medievale memoria. Il Ministro dell’Economia di allora, Taymaz Abubakarov ricorda nel suo libro di memorie “Il Regime di Dzokhar Dudaev” che già nel 1992, attraverso il sequestro spontaneo delle terre, circa centomila ettari di campi arabili erano scomparsi dalla disponibilità delle aziende pubbliche, e di come queste fossero oggetto di un vivace mercato fondiario illegale.

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Isa Akyadov, futuro Commissario alle Dogane della Repubblica Cecena di Ichkeria, posa sui resti della statua di Lenin, abbattuta dai rivoluzionari nell’autunno del 1991.

GLI EFFETTI ECONOMICI

Gli effetti economici di questo progressivo deterioramento del sistema agricolo furono evidenti fin dal 1992: a metà dell’anno la produzione di carne era diminuita dell’82,5%, quella degli insaccati dell’81,2%, e quella dei prodotti lattiero – caseari del 75,1%. Il meccanismo economico si era di fatto inceppato, e la situazione aggravava ulteriormente la già critica situazione dei prezzi di mercato, che dal gennaio 1992 erano stati lasciati liberi di fluttuare, raggiungendo talvolta incrementi dell’800%. Per cercare di calmierare i prezzi Dudaev aveva introdotto una serie di garanzie statali sull’acquisto dei beni alimentari di base, come il pane: lo Stato avrebbe garantito l’acquisto del pane al costo fisso e simbolico di 1 rublo al chilo, come meglio spiegato nel libro “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria” (Acquistabile QUI). Ne riportiamo un breve passo:

Una conseguenza del sentimento socialista di Dudaev era l’interventismo economico a favore delle fasce deboli. Il primo intervento in politica economica di Dudaev fu la creazione di Comitato dei Prezzi che sovrintendesse alla calmierazione delle tariffe. “Il prezzo non può essere spontaneo, dovrebbe essere adeguato alla possibilità della gente” ripeteva. Per questo motivo Dudaev decretò che il pane venisse venduto alla cifra simbolica di 1 rublo al chilo. Lo Stato si sarebbe fatto carico della spesa. Nel giro di 12 mesi il bilancio pubblico non avrebbe potuto più sopportare un simile meccanismo assistenziale, che fra l’altro generava una fortissima speculazione (i ceceni prendevano il pane ad un rublo al chilo ed andavano a rivenderlo all’estero, o al mercato nero, a prezzi maggiorati).

Il tentativo di Dudaev di bloccare la regressione dell’economia cecena verso un sistema di autosostentamento medievale cozzava contro la cronica insolvenza del bilancio statale, il quale poteva fare affidamento su poche, magre entrate, sufficienti a mala pena al pagamento degli stipendi dell’esoso e pervasivo comparto statale di epoca sovietica. Nel giro di pochi mesi i negozi pubblici deputati alla distribuzione di generi alimentari rimasero vuoti, con i prodotti che raramente riuscivano a resistere sugli scaffali per più di qualche ora dall’apertura.  La popolazione, in assenza di sicurezza, si dedicò alla coltivazione degli orti ed all’allevamento di piccole quantità di animali da cortile, per avere di che sfamarsi.

Per cercare di frenare l’anarchia del comparto agricolo, che come abbiamo visto stava producendo nefasti effetti sulla produttività e sui prezzi, Dudaev intervenne alla fine del 1992 con una sorta di “esproprio generale” delle proprietà pubbliche e cooperative, e con la loro irregimentazione in un “supeministero” dell’Agricoltura responsabile della gestione delle aziende collettive, degli impianti di produzione di materiali e macchinari, e persino delle banche, per le quali fu istituito l’obbligo di accorpare i flussi di cassa a quello della neonata Banca Nazionale Cecena. Tutti i proventi delle attività pubbliche non necessari al funzionamento delle aziende avrebbero dovuto essere versati sul fondo governativo ivi istituito, dal quale il governo avrebbe poi diretto la distribuzione delle risorse al fine di razionalizzare le spese e riprendere il controllo della produzione nazionale.

Il vantaggio gestionale acquisito da questa radicale presa di posizione, la quale per certi versi superava lo stesso meccanismo socialista reintroducendo una sorta di “economia pianificata di guerra” venne tuttavia presto dilapidato dalla politica dudaevita di supporto alle fasce deboli della popolazione, con l’intestardito ricorso alla calmierazione dei prezzi del pane, il quale divorava una significativa parte del budget repubblicano ed avvantaggiava l’acquisto per speculazione sul mercato nero. In sostanza, il sistema del sovvenzionamento sovietico al settore agricolo fu sostituito da un sovvenzionamento indiretto da parte dello stato secessionista, il quale continuò ad acquistare prodotti agricoli dalle aziende pubbliche a costo di mercato ed a distribuirlo alla popolazione a prezzi di gran lunga inferiori, accumulando ulteriore debito e mantenendo le casse dello Stato in un continuo stato di insolvenza.

Col tempo, data la scarsità di risorse economiche (e in certi momenti addirittura di cartamoneta) il governo iniziò ad utilizzare la stessa produzione agricola come moneta alternativa al pagamento di stipendi e pensioni, ritirando direttamente dalle aziende pubbliche il prodotto agricolo e distribuendolo ai beneficiari come contropartita per il salario che non era in grado di corrispondere. Mentre Dudaev e Abubakarov tentavano di mantenere il controllo della produzione agricola, i direttori delle aziende agricole portavano avanti un vivace mercato sommerso, sfruttando il diritto concesso loro dal governo di vendere parte della produzione per il pagamento degli stipendi prendendosi sovente la libertà di vendere quote ben superiori, intascando i proventi e facendoli sparire. Gli stessi generi alimentari di base, calmierati per legge, venivano regolarmente contrabbandati in Russia sfruttando la scarsa capacità del governo di controllare i confini. Sherip Asuev, corrispondente della ITAR – TASS e autore del libro “Così è stato” (una raccolta di bollettini giornalistici che ripercorre giorno per giorno gli anni 1992 – 1994 scaricabile QUI ) scriveva nel 1992:

Il congelamento artificiale dei prezzi sta già creando molti problemi nella repubblica. Da qui i prodotti da forno vengono trasportati in sacchi e la benzina con le autocisterne. Si presume che il controllo doganale ai confini della repubblica sarà rafforzato.”

E ancora

“La legge sulla responsabilità amministrativa per alcuni tipi di reati presuppone una punizione rigorosa per il tentativo di esportare illegalmente beni di consumo, prodotti industriali, attrezzature e macchinari dalla repubblica. E’ inoltre vietata l’esportazione di tutti i tipi di alimenti. Multe salate, o arresti da uno a tre mesi, minacciano i lavoratori che hanno cercato di nascondere beni e prodotti o di venderli in modi illeciti. A molte persone, a quanto pare, piaceranno queste misure, ma è improbabile che garantiscano abbondanza sugli scaffali. Nel commercio statale ora a Grozny e nelle zone rurali della Repubblica è possibile acquistare solo pane e verdura in scatola. E nei mercati i prezzi aumentano letteralmente di ora in ora. Un pacchetto di sigarette sovietiche costa 20 rubli. Puoi comprare patate, carote, cavoli solo per un pezzo d’oro al chilogrammo. Il Consiglio degli Anziani della Repubblica ha vietato di aumentare il prezzo della carne oltre i 25 rubli. Naturalmente nessuno la venderà ad un prezzo del genere e la carne è praticamente scomparsa dai mercati.[…]”.

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Una donna cerca di vendere qualche salsiccia in un mercato di Grozny, praticamente vuoto.

IL SISTEMA COLLASSA

Le misure di contenimento adottate dal governo Dudaev tra il 1992 e il 1993 non produssero risultati tangibili, un po’ per via della crisi economica che attanagliava l’intera zona – rublo, un po’ a causa della scarsa capacità di controllo del governo centrale, nel frattempo finito ostaggio delle bande militari che lo sostenevano. Esasperato, Dudaev giunse nel Dicembre del 1993 a vietare a qualsiasi struttura commerciale ed agli stessi cittadini di cuocere il pane senza una specifica licenza statale, ed  a vietare completamente la vendita dei prodotti da forno da parte di qualsiasi impresa o cittadino privato che non fossero autorizzati dal governo. Le pene per la violazione di tale obbligo furono elevate al sequestro di tutte le materie prime e dei mezzi di produzione, e alla condanna penale fino a due anni. In ordine ad evitare una “fuga del pane” a scopi speculativi, venne proibita la vendita dei prodotti da forno a coloro che non fossero cittadini della Repubblica.

Nel frattempo la produzione agricola continuava a calare a ritmi vertiginosi, man mano che le attrezzature si deterioravano o venivano deliberatamente saccheggiate, per essere rivendute fuori dalla Cecenia. Il ricercatore S.A. Lipina, nel suo “Repubblica Cecena: potenziale economico e sviluppo strategico” scriveva nel 1998:

Rispetto al 1991, il parco macchine è diminuito di quattro volte. La fornitura di trattori al settore agricolo è diminuita di 3,3 volte, le mietitrici di cereali 4 volte, i camion 4,2 volte, una situazione simile si registra con le altre macchine agricole. Sfortunatamente non solo quantitativamente, ma anche qualitativamente. L’attrezzatura tecnica dei lavoratori agricoli è estremamente carente, il lavoro agricolo viene svolto in violazione dei protocolli di qualità, il che a sua volta porta naturalmente a perdite significative durante la raccolta.

L’esiguità delle risorse a disposizione dei lavoratori agricoli impediva un utilizzo costante di fertilizzanti e prodotti fitosanitari, riducendo ulteriormente la già scarsa produttività dei terreni. Così, al netto della crisi economica che attanagliava tutto lo spazio post sovietico, le perdite di produttività del settore agricolo ceceno raggiunsero tra il 1993 e il 1994 numeri spaventosi. Mettendo a confronto lo stato della produzione agricola in Russia tra il 1991 ed il 1994 (rispetto al periodo 1986 – 1990) con il medesimo dato ceceno, notiamo che mentre l’agricoltura russa era ancora in grado di produrre circa il 90% di quanto prodotto nel periodo pre – collasso politico, l’agricoltura cecena riusciva a mala pena a raggiungere la metà del prodotto (53%) in un momento in cui la produzione agricola era pressochè l’unica attività, dopo il petrolio, in grado di tenere in piedi l’economia del paese.

Miliziano separatista trasporta filoni di pane sequestrato

Lo stato di prostrazione economica si acuì ulteriormente nel corso del 1994, quando il fronte antigovernativo passò dall’opposizione politica alla lotta armata, innescando una vera e propria guerra civile. Questa esplose nell’estate del 1994, protraendosi a fasi alterne fino al Dicembre dello stesso anno quando, dopo che l’opposizione armata fu sconfitta sul campo dalle forze lealiste, la Federazione Russa invase il paese dando avvio alla Prima Guerra Cecena.

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