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RUSLAN GELAYEV: “L’ANGELO NERO”

Ruslan Gelayev è forse uno dei comandanti di campo separatisti più iconici. Proveniente dal proletariato di campagna, lavoratore stagionale, animato da un coraggio fuori dal comune e dotato di grande leadership, egli rappresenta forse più di chiunque altro il prototipo del guerrigliero secessionista. Testardo uomo d’azione, si trovò spesso in rotta di collisione con la leadership della ChRI, finendo per essere addirittura degradato e privato dei suoi riconoscimenti.  Anche la sua morte, che racconteremo qui, è certamente tra le più emblematiche.

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GIOVINEZZA E RIVOLUZIONE

Ruslan Germanovich Gelayev nacque il 16 Aprile 1964 a Komsomolskoye (odierna Goychu) da una famiglia da poco rientrata dall’esilio in Kazakistan. Il suo villaggio natale era un paesino rurale, che poté fornirgli a malapena qualche anno di scuola elementare e la prospettiva di una vita da contadino. Quando suo padre morì, nei primi anni ’80, Gelayev decise di iniziare a lavorare come stagionale, nel settore delle costruzioni e nel lavoro agricolo. Un destino comune a decine di migliaia di suoi compatrioti, “eccedenze rurali” del sistema socialista. Il lavoro lo portava spesso nella regione di Omsk, dove trovò una compagna, Larisa, dalla quale ebbe un figlio maschio, Rustam. Dopo qualche anno di convivenza nei sobborghi di Omsk, Ruslan trovò lavoro a Grozny nel settore petrolifero, cosicché la famiglia si trasferì in Cecenia intorno al 1990. Per quell’epoca, secondo alcune fonti, Gelayev aveva già accumulato un bel numero di denunce per reati minori (per lo più furto e rapina).

Lo scoppio della Rivoluzione Cecena lo trovò frustrato e desideroso di rimettersi in gioco: al pari di molti altri militanti della prima ora, il nazionalismo fu per lui il motore di una vera e propria rinascita personale, capace di fornirgli una nuova ragione di vita. Gelayev partecipò agli eventi di Settembre – Novembre 1991 arruolandosi volontario nella Guardia Nazionale, dove strinse una forte amicizia con due personaggi destinati a segnare la sua vita per sempre: Khamzat Khankarov e Shamil Basayev. Il primo, militante pancaucasico, autore di inni nazionalisti ed ispirato autore di articoli incendiari, divenne uno dei suoi migliori amici. Il secondo invece divenne il suo principale partner nella costruzione di una forza armata di formidabile valore, e terribilmente spietata.

Ruslan Gelayev nel 1991

IL COMANDANTE MILITARE

Il vero colpo d’ala nella sua vita Gelayev ci fu nel 1992, quando scoppiò la Guerra Georgiano – Abkhaza. I nazionalisti ceceni, inquadrati nelle Brigate Internazionali della Confederazione dei Popoli del Caucaso, si schierarono a difesa dei separatisti abkhazi, costituendo il nocciolo duro di due raggruppamenti armati e recandosi nella piccola regione a combattere. Per quasi tutto il 1992 Ruslan combattè al fronte, guadagnandosi fama di energico comandante e costituendo il nucleo di un reparto armato a lui fedelissimo. Fu proprio il suo amico e diretto superiore, Khankarov, a nominarlo comandante di plotone. Da quel plotone nacque il Reggimento “Borz” (“Lupo”) destinato a diventare uno dei più temibili reparti dell’esercito separatista.

Rientrato in patria si mise a disposizione del governo Dudaev, trasformando quel piccolo gruppo di combattenti in un’unità organizzata. Tra le sue file si arruolarono molti giovani, tra i quali un suo lontano parente, Dokku Umarov, anch’egli destinato a diventare un uomo di punta della Repubblica Cecena di Ichkeria. Gelayev strinse amicizia con un parente acquisito del Presidente, Salman Raduev, il quale stava a sua volta costituendo un reparto armato chiamato “Berretti Presidenziali”. Tra i due nacque una proficua collaborazione “professionale” e umana, alimentata dalla figura del Generale Dudaev e dal suo progetto di una Cecenia indipendente e forte. Gelayev divenne uno dei più ardenti sostenitori del progetto separatista, mettendo a disposizione i suoi volontari. Il primo incarico che gli fu affidato fu quello di proteggere gli impianti petroliferi di Grozny, da tempo flagellati dal furto di greggio e ridotti quasi all’improduttività. La sua unità divenne la forza di guardia degli impianti di raffinazione, e immediatamente i furti di petrolio si ridussero come non mai. La sua figura cresceva di giorno in giorno, tanto che alla fine del 1993 egli poteva ben definirsi una delle persone più influenti della nuova Cecenia.

Il colpo di Stato del 1993 lo mise in crisi di fronte a Dudaev: nel Dicembre di quell’anno, quando ormai si profilava all’orizzonte la guerra civile, insieme a Basayev si recò a casa del Presidente, volendo convincerlo a ricomporre la frattura tra il suo governo e l’opposizione parlamentare, portata agli estremi dal golpe militare da questi operato nel Giugno precedente. Le forze di Gelayev e di Basayev si schierarono di fronte alla residenza presidenziale domandando la nomina di un Primo Ministro (Dudaev aveva tenuto per sé sia la carica che Presidente che quella di Capo del Gabinetto dei Ministri) e l’istituzione di un Ministero della Difesa. Dudaev convocò entrambi, negoziò con loro e alla fine riuscì a ricondurli dalla sua parte. Non sappiamo quali argomenti addusse, fatto sta che dal Gennaio del 1994 Gelayev tornò ad essere un pretoriano del Presidente, prendendo parte alla guerra civile dalla parte dei lealisti. Il suo reparto fu la punta di lancia nella repressione dell’insurrezione messa in atto da Ruslan Labazanov, ed insieme a Maskhadov prese parte alla battaglia di Gekhi contro le unità di Bislan Gantamirov.

Fotogramma che mostra RUslan Gelayev ad una riunione del Comitato per la Difesa dello Stato (GKO)

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L’ANGELO NERO

Allo scoppio della Prima Guerra Cecena Gelayev era già uno dei candidati di punta per guidare le forze armate della ChRI. Nominato comandante del settore Sud – Occidentale, schierò i suoi uomini nel quadrilatero Assinovskaya – Novy – Sharoy – Achkhoy Martan – Bamut. In quest’ultimo villaggio si trovava una vecchia base missilistica sovietica, che egli fortificò al punto da diventare quasi inespugnabile. Dopo la presa di Grozny da parte dell’esercito federale la sua forza d’animo e la sua leadership furono essenziali pet tenere unito ciò che rimaneva dell’esercito regolare. Per far sentire la sua autorità non esitò a compiere veri e propri crimini di guerra, come l’uccisione a sangue freddo di tre ufficiali russi catturati, come ritorsione per i bombardamenti lanciati dai russi nei villaggi montani dove si era asserragliato. Sostenitore della guerra ad oltranza, se necessario facendo ricorso a metodi terroristici, sostenne la proposta di Basayev di “Portare la guerra in Russia” attuando un’azione dimostrativa che terrorizzasse l’opinione pubblica. Fu anche grazie al suo appoggio che Basayev potè ideare e portare a termine il Raid su Budennovsk, a seguito del quale i separatisti ottennero dal governo russo l’avvio di negoziati per la fine delle ostilità.

Dopo lo stallo dell’estate 1995 e la ripresa delle ostilità attive nell’autunno di quell’anno, Gelayev prese le redini di gran parte delle milizie separatiste, attribuendosi il nome di battaglia di “Black Angel”: fu tra gli organizzatori della difesa della piazzaforte di Shatoi nel 1995, del Raid su Grozny del Marzo 1996 e della celebre Imboscata di Yarish Mardy nell’Aprile di quell’anno. Il 6 Agosto successivo i suoi uomini dettero avvio alla cosiddetta “Operazione Jihad” con la quale i separatisti ripresero la capitale cecena costringendo Eltsin a sedersi al tavolo della pace. L’azione gli valse il grado di Generale di Divisione, unico in tutta la gerarchia dell’esercito separatista oltre  Maskhadov e Basayev. Divenne così uno dei tre pilastri del nazionalismo ceceno. Ruslan il muratore era diventato Khamzat, L’Angelo Nero.

Gelayev in uniforme con l’Ordine dell’Onore della Nazione al petto

L’EROE SENZA PACE

La fine della guerra fece assurgere Gelayev all’Olimpo dei Comandanti di Campo. Egli era “L’eroe di Bamut”, colui che con la sua milizia aveva tenuto testa all’esercito federale senza mai perdere la speranza, rispondendo colpo su colpo, tenendo unita la resistenza militare all’invasione russa. Un personaggio così difficilmente avrebbe trovato una collocazione nella nuova Cecenia “civile”, che lentamente tentava di riprendersi dall’inferno nel quale era stata proiettata. Molti dei suoi miliziani erano si vincitori, ma senza un lavoro e senza risorse per sopravvivere. Le sue bande non smobilitarono, ma si acquartierarono nei dintorni di Achkhoy – Martan. Nel frattempo egli partecipava al “governo di coalizione” messo in piedi da Maskhadov per traghettare il paese alle elezioni presidenziali previste per Gennaio 1997, nelle quali il popolo avrebbe dovuto scegliere il successore del defunto Dudaev. Un mese prima delle elezioni Maskhadov e molti altri ministri del governo si dimisero per candidarsi, e Gelayev acconsentì, seppur per un brevissimo tempo, a svolgere il ruolo di Primo Ministro facente funzioni. Fu il fugace apice di una carriera politica non ricercata, ma comunque subita come conseguenza della sua importanza.

Dopo la vittoria di Maskhadov, Gelayev si schierò dalla parte dei nazionalisti intransigenti. Convinto che la guerra non fosse realmente finita, ma che stesse attraversando una semplice fase di stallo, sosteneva la necessità di sfruttare il parziale successo ottenuto estendendo la ribellione antirussa a tutto il Caucaso. In questo trovava l’appoggio di Zelimkhan Yandarbiev, ex Presidente ad Interim (dopo la morte di Dudaev) e leader del movimento “Confederazione Caucasica”, favorevole alla costituzione di una repubblica confederale che abbracciasse tutti i popoli non  – russi del Caucaso. Fondò anche una rivista di propaganda, “Grande Jihad”, amplificatrice del suo pensiero tradizionalista, nazionalista radicale e militarista. Per tentare di tenerlo a bada Maskhadov lo incluse come Vicepresidente del Gabinetto dei Minsitri, con delega alla Ricostruzione, e lo inserì nel Consiglio Presidenziale Supremo, massimo organo consultivo dello Stato. Rimase al suo posto giusto qualche mese, per poi dimettersi in contrasto con la politica di Maskhadov, a suo dire “troppo accomodante verso la Russia”. Nel distretto dove esercitava principalmente il suo potere, quello di Urus – Martan, proteggeva i radicali di ogni risma, in particolare quelli islamisti, dei quali apprezzava la rigida moralità: sotto la sua protezione Urus – Martan divenne una sorta di piccolissimo emirato, soggetto ad una versione artigianale della legge islamica. Nel 1998 Gelayev compì il suo “Haji”, il pellegrinaggio rituale che ogni islamico deve portare a termine durante la sua vita. Al termine del viaggio egli si attribuì il nome islamico “Khamzat”, con il quale intese onorare il suo amico e commilitone Khamzat Khankharov, nel frattempo deceduto.

Gelayev a Shatoi nel 1996

La situazione nel Paese diventava sempre più difficile man mano che Maskhadov cercava di prendere il controllo delle istituzioni e dell’economia, strappando potere e popolarità ai nazionalisti radicali. Nella primavera del 1998 la situazione era esplosiva, e i due fronti erano pronti per un confronto all’ultimo sangue. La Battaglia di Gudermes vide confrontarsi l’esercito lealista con gli esponenti islamizzati delle forze dell’ordine (Battaglione Islamico per Scopi Speciali – IPON e Guardia della Sharia) fiancheggiate dai militanti isllamisti. Fu un massacro, durante il quale furono impiegate anche armi pesanti. La battaglia sancì la vittoria dei moderati di Maskhadov, ma lo mise in rotta di collisione con “L’eroe di Bamut”, il quale da quel momento lavorò affinchè il governo Maskhadov cadesse quanto prima.

Per tentare di ricucire lo strappo con i comandanti di campo Maskhadov tentò di reintrodurli nelle strutture di potere, giungendo a nominare Gelayev comandante della Guardia della Sharia ed arrivando, nel Febbraio del 1999 a proclamare la Legge Islamica in tutto il territorio nazionale. Questa manovra disperata non sortì i risultati sperati, anzi: nel giro di qualche mese il Paese divenne completamente incontrollabile, le milizie islamiche poterono organizzarsi liberamente e, nell’Agosto del 1999, passarono all’attacco sconfinando in Daghestan con l’intento di fondare anche là uno stato confessionale. La reazione della Russia fu immediata e implacabile: nell’Ottobre del 1999 iniziò una seconda invasione della Cecenia, ed una seconda, distruttiva, guerra di occupazione.

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DI NUOVO IN ARMI

Lo scoppio della Seconda Guerra Cecena non colse Gelayev impreparato: egli di fatto non aveva mai smobilitato le sue milizie, né si era mai ambientato alla pace. Quando i reparti federali varcarono i confini del paese, i suoi uomini erano già pronti a prendere posizione sul “suo” fronte Occidentale, dove si erano distinti nella Prima Guerra. Ancora una volta i suoi uomini si batterono con grande audacia, tenendo a distanza i russi per mesi. Quando questi raggiunsero i sobborghi di Grozny, egli fu nominato da Maskhadov comandante di uno dei settori della città, con l’incarico di ripetere quanto riuscito nel Gennaio del 1995 e trasformare l’avanzata dei federali in un inferno. Lui ed altri illustri comandanti di campo difesero la città fino alla fine di Gennaio. Poi, inaspettatamente, decisero di abbandonare i quartieri ancora sotto il loro controllo e tentare una sortita. Fu un massacro: i russi avevano organizzato un’operazione volta a far uscire i militanti allo scoperto, per poi distruggerli con l’artiglieria e l’aereonautica, la cosiddetta “Caccia ai Lupi”. In una notte circa un terzo dei millecinquecento miliziani fuoriusciti fu ucciso, un altro terzo catturato. Le poche centinaia di superstiti riuscirono a guadagnare la Gola dell’Argun, ultima roccaforte separatista, dove si era acquartierato Maskhadov. La gola fu presto messa sotto assedio, mentre i reparti federali avanzavano a macchia d’olio in tutto il territorio circostante.

KOMSOMOLSKOYE

Circondati e sotto bombardamento, i separatisti decisero di tentare nuovamente la sortita: divisi in tre gruppi tentarono di guadagnare posizioni differenti in modo da dividere gli attaccanti e guadagnare le montagne, dove avrebbero portato avanti la guerriglia partigiana. Gelayev si ritrovò a guidare uno dei due corpi più grossi, composto da circa millecinquecento uomini. Il suo piano era quello di attraversare la gola dai sentieri di montagna, sbucare nel suo villaggio natale, Komsomolskoye, e da lì disperdersi nel familiare Distretto di Urus – Martan. Secondo fonti giornalistiche Gelayev avrebbe dovuto trovare nel villaggio un convoglio di bus messo a disposizione da Arbi Baraev, che a seguito della fuga da Grozny di era dato alla macchia con i suoi uomini e pare stesse organizzando la sua squadra dietro le linee nemiche. Gelayev raggiunse il villaggio dopo cinque giorni di marcia forzata, il 4 marzo.  Per quella data erano rimasti operativi un migliaio di uomini, affamati ed esausti, molti dei quali feriti, a corto di armi e di munizioni. Una volta giunti nella cittadina, di Baraev e dei suoi bus non si trovò traccia. Gelayev pensò ad un tradimento, e probabilmente era proprio così. Nei mesi successivi Baraev avrebbe vissuto tranquillamente nella sua città natale, Alkhan – Kala, godendo della protezione di Gantemirov e dell’FSB, al quale presumibilmente si era venduto in cambio dell’immunità fin dalla sortita da Grozny. Gelayev ed i suoi si trovarono improvvisamente circondati dalle truppe federali, che misero sotto assedio il villaggio: la mattina del 5 marzo iniziò un fitto bombardamento aereo e di artiglieria. Gelayev non aveva avuto il tempo di predisporre un piano di fuga, cosicché iniziò a spedire i suoi in piccoli gruppi fuori dall’assedio, sperando che riuscissero a cavarsela. Dopo quattro giorni di bombardamenti le forze federali iniziarono l’assalto, schierando una trentina di carri armati e due battaglioni di fanteria. I separatisti resistettero con tutte le loro forze a decine di assalti, costringendo i comandi federali a contrattare una tregua il 14 Marzo per recuperare i corpi dei caduti. Il giorno successivo i bombardamenti ripresero, ma i separatisti non abbandonarono le loro posizioni: nonostante il completo accerchiamento e l’impossibilità di vittoria, i separatisti continuavano a combattere con fanatica violenza, aiutanti anche da grandi quantitativi di eroina che, successivamente alla battaglia vennero trovati negli scantinati e nelle dotazioni personali dei combattenti. Ci volle fino al 20 marzo Perchè le ultime sacche di resistenza cessassero di combattere. Durante tutti questi giorni Gelayev riuscì ad evacuare centinaia di uomini. Egli stesso riuscì a mettersi in salvo insieme al nerbo del suo piccolo esercito. 700 dei suoi, tuttavia, rimasero uccisi o furono catturati dai russi.

Miliziani della Colonna Gelayev si arrendono al termine della Battaglia di Komsomolskoye, fine Marzo 2000

PANKISI

Dopo quella tragica sconfitta Maskhadov, accusandolo di aver deliberatamente disobbedito ai suoi ordini e di aver guidato pessimamente l’operazione, lo degradò al rango di soldato semplice e lo privò “del diritto di difendere la madrepatria”. Gelayev raccolse qualche centinaio di seguaci e, faticosamente, si aprì la strada verso la salvezza, attraversando l’Inguscezia. Inseguito dai federali, riuscì a rifugiarsi in Georgia, nella remota Gola di Pankisi. Si trattava di una stretta valle a ridosso dei confini meridionali della Cecenia, abitata da una antica popolazione Vaynakh. Stabilitosi nella valle, vi rimase fino all’autunno del 2001, tenendosi lontano dalle operazioni militari. Nell’ottobre di quell’anno tentò di attraversare il confine attraverso l’Abkhazia, confidando nel fatto che, durante la guerra georgiano – abkhaza, aveva combattuto dalla parte dei secessionisti. Ne uscì uno scontro a fuoco nel quale Gelayev si ritrovò invischiato in una battaglia tra georgiani ed Abkhazi per il controllo del territorio. Non essendo riuscito a passare, rientrò a Pankisi, dove attese la fine dell’inverno. Nell’agosto 2002, ritentò l’impresa. Dopo aver organizzato i suoi uomini in bande, ne spedì alcune attraverso le montagne, alla spicciolata, verso il Sud della Cecenia. Poi, al comando di un nutrito gruppo di duecentocinquanta uomini, accompagnato da Abdul Malik Mezhidov, ex Comandante della Guardia della Sharia, attraversò il confine tra Georgia ed Ossezia del Nord all’altezza di Tarskoye. Dopo aver forzato un posto di blocco ed ucciso otto guardie di frontiera Gelayev, Mezhidov ed i suoi avanzarono braccati dalle forze federali fino a raggiungere il villaggio inguscio di Galashky, dove si scontrarono con i russi in una vera e propria battaglia campale. La banda di Gelayev patì una settantina di morti ed una manciata dei suoi furono fatti prigionieri, ma riuscì ad abbattere un elicottero e ad eliminare una quindicina di federali, ferirne una ventina e mettere fuori combattimento i loro mezzi blindati, per poi attraversare il confine con la Cecenia e dirigersi verso Bamut. Una volta rientrato nei ranghi, tuttavia, si trovò davanti un freddo Maskhadov, che si rifiutò di reintegrarlo come Comandante di Campo. A Gelayev fu permesso di rimettere in piedi una sua banda, ma il timore che fosse colluso con le autorità federali era tale che il Presidente ceceno si rifiutò di reintegrarlo nel Consiglio di Difesa, lasciandolo ai margini della resistenza.

Gelayev con alcuni suoi uomini sulle montagne

LA FINE

Dopo il suo rientro dalla Georgia non riuscì mai a reintegrarsi nel fronte separatista, rimanendo ai margini della leadership, ostracizzato da Maskhadov, che lo credeva un collaboratore dell’FSB. Nel dicembre del 2003, frustrato dalla sua emarginazione, con i suoi ultimi seguaci tentò di tornare nella Gola di Pankisi passando dal Daghestan. Individuato dalle guardie di frontiera locali finì in uno scontro a fuoco, a seguito del quale, usando tutti i mezzi a disposizione, dalle unità corazzate agli elicotteri da combattimento, l’esercito federale distrusse il distaccamento, uccidendo o catturando i suoi ultimi seguaci. Rimasto solo, Gelayev tentò comunque di attraversare il confine, ma il 28 febbraio 2002 si imbattè in due guardie di frontiera daghestane. Nello scontro a fuoco che seguì, il leggendario “Angelo Nero” uccise le due guardie, ma un proiettile lo ferì gravemente al braccio. Gelayev tentò di salvarsi amputandosi da solo l’arto ferito, ma il freddo, il dolore e la grave emorragia ebbero la meglio. La sua fine, ricostruita dagli esperti dell’FSB dopo che il suo corpo fu ritrovato, racconta di un uomo che, pur arrivato al suo capolinea politico ed esistenziale, era ancora animato da una forza incrollabile: “Stava diventando sempre più difficile per lui fare ogni passo, mentre il sangue scorreva dalla sua mano sinistra maciullata. Il comandante […] si fermò ad una cinquantina di metri dal campo di battaglia, si amputò la mano sinistra con un coltello e la gettò nella neve. Quindi estrasse un elastico, lo chiuse sul moncone della sua mano, fece qualche passo e cadde. Riuscì ad alzarsi con grande difficoltà. Dopo qualche decina di passi Gelayev si fermò, prese una lattina di caffè istantaneo Nescafé dalla tasca e, aprendolo con tutte le sue forze, iniziò a masticare i granuli, sperando che il caffè lo tirasse su e lo aiutasse a raggiungere il confine. Poi tirò fuori e morse una tavoletta di cioccolato Alyonka, ma cadde di nuovo. Cominciò a trascinarsi verso il confine con la Georgia. Morì in questa posizione, con una barretta di cioccolato serrata tra i denti.”

Il corpo di Gelayev accasciato ad un albero, al confine tra Daghestan e Georgia

TALE PADRE, TALE FIGLIO

L’unico figlio di Gelayev, Rustam, seguì le orme del padre qualche anno dopo la sua morte. La Repubblica Cecena di Ichkeria non c’era più, al suo posto era rimasto un emirato islamico virtuale, l’Emirato del Caucaso Settentrionale, il cui peso si stava affievolendo sempre più. Rustam decise di dirigersi in Siria, dove nel frattempo Daesh stava costituendo uno stato islamico forte e aggressivo. Si arruolò certamente tra i jihadisti, come testimoniato da alcune foto che postò sul suo account social, e morì nel 2012 sotto i bombardamenti dell’esercito regolare siriano.

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“LA VITTORIA E’ UN AUTO – INGANNO”: INTERVISTA A MUSA MERZHUYEV

Musa Merzhuyev è stato uno degli uomini più vicini al primo Presidente della Repubblica Cecena di Ichkeria, Dzhokhar Dudaev. Nato nel 1944, trascorse la maggior parte della sua vita nell’esercito sovietico, dal quale si congedò nel 1991 col grado di Tenente Colonnello dell’aviazione. Messosi a disposizione del governo provvisorio rivoluzionario nel Novembre 1991, fu nominato Colonnello del nascente esercito nazionale ceceno, e posto a capo dello Stato Maggiore appena costituito. Nel Febbraio del ’92 tuttavia, fu rimpiazzato da Viskhan Shakhabov, anch’egli proveniente dai ranghi dell’armata rossa, e nell’Aprile del 1993 fu nominato Rappresentante Presidenziale presso le Forze Armate. Rimase in questa posizione fino allo scoppio delle ostilità, dopodiché divenne rappresentante regionale del Presidente, nel 1995. Rimasto ferito, continuò a supportare le attività delle forze armate secessioniste senza tuttavia poter partecipare alle azioni belliche, a causa di una lesione alla spina dorsale che lo costringeva spesso al riposo forzato.

Con la fine delle ostilità si ritirò a vita privata, non partecipando attivamente alla politica dell’Ichkeria postbellica, né alla successiva Seconda Guerra Cecena. L’intervista che segue fu rilasciata da Merzhuyev nel Giugno del 1997 al quotidiano delle forze armate “Difensore della Patria”. In essa è ben presente la consapevolezza che la “vittoria” dei separatisti è soltanto l’inizio di un percorso di rafforzamento dell’indipendenza che rischia di naufragare da un momento all’altro.

Musa Merzhuyev (a sinistra in uniforme) assiste ad una parata militare nell’anniversario dell’indipendenza. In quel momento Merzhuyev ricopriva il ruolo di Rappresentante del Presidente presso lo Stato Maggiore delle Forze Armate.

Musa, com’è iniziata la guerra russo – cecena?

Non si può dire che la guerra russo – cecena sia iniziata nel 1992, quando le unità militari russe hanno marciato attraverso l’Inguscezia, né che sia iniziata il 26 Novembre 1994 o l’11 Dicembre 1994. La guerra russo – cecena va avanti da oltre quattrocento anni. L’8 Novembre 1991 iniziò un altro round (della guerra, ndr.) quando Boris Eltsin inviò un reparto a Khankala, dichiarando lo Stato di Emergenza nella nostra Repubblica. Dzhokhar Dudaev allora agì con decisione, ma con prudenza e prontezza, ed i generali Gafarov e Komissarov valutarono con sobrietà la situazione nella repubblica e si ritirarono. Ecco perché allora non fu versato sangue. Il nostro paese si è poi trasformato in un grande campo militare. Il Presidente introdusse la Legge Marziale in risposta alle azioni di Eltsin.

Dopo aver subito una sconfitta con il ritiro del reparto, Mosca dichiarò alla Cecenia una guerra di propaganda, una guerra economica, politica, dei trasporti, con attacchi terroristici mirati. Il governo centrale allora non aveva un piano per affrontare la guerra: il presidente Dudaev sperava di riuscire a negoziare con Mosca. E’ vero, avevamo abbozzato un piano per la difesa della Repubblica. Ma il presidente non si è mai posto il compito di redigere un piano per condurre una guerra, elaborammo soltanto un piano per la difesa della CRhI in caso di aggressione da parte della Russia. Sapevamo che la Russia aveva iniziato a preparare un piano per la conquista totale della Cecenia. E al Cremlino avevano trovato un motivo conveniente: la restaurazione dell’ordine costituzionale, per la quale erano stati costituiti gruppi d’assalto guidati da Kvashnin. Il compito dei generali russi era quello di intimidire i ceceni con armate di carri armati. Nella fase iniziale l’enfasi era posta tutta sulle colonne corazzate.

Blindato delle forze armate separatiste schierato davanti al Palazzo Presidenziale

Il presidente Dudaev aveva dato l’ordine di costituire un esercito efficiente, ma per ragioni oggettive un tale obiettivo non era raggiungibile. C’erano troppe persone che volevano una poltrona. E questo era pericoloso. Il presidente Dudaev scommetteva sulla possibilità che le contraddizioni tra la Russia e la Repubblica Cecena sarebbero state risolte con mezzi pacifici. Questo è un tratto nazionale del popolo ceceno. Anche il partito filorusso di Zavgayev voleva questa guerra, e quanto ad Avturkhanov e Khadzhiev, loro erano semplici esecutori della volontà del partito della guerra. Il 26 novembre le truppe russe portate da Avturkhanov e Gantemirov, che erano usate come scudo dai servizi speciali russi, condussero un’incursione in forze, con l’obiettivo di catturare la Capitale e rovesciare il legittimo presidente della ChRI. Dopo il fallimento dell’assalto, la Russia emise un ultimatum chiedendo ai ceceni di deporre le armi e riconoscere la Costituzione della Federazione Russa. Ma ancora a questo punto Dudaev sperava nella pace ed accettò di tenere negoziati con il Ministro della Difesa russo, Pavel Grachev, e con la delegazione russa a Vladikavkaz. Il 26 Novembre 1994 le unità russe entrarono a Lomaz – Yurt, ma ancora una volta Dudaev sperò nella pace. Ma il Cremlino la pensava diversamente: il problema ceceno doveva essere risolto con la forza.

L’invasione del nostro paese è stata effettuata da tre lati (o direzioni): Mozdok, Khasvyurt, Nazran. Era previsto che il gruppo ausiliario si sarebbe spostato dal lato di Stavropol attraverso le regioni di Shelkovsky e di Naursk. Ma con l’inizio delle ostilità fu il fronte di Khasavyurt a diventare ausiliario, mentre quello di Shalkovsky – Naursk divenne il principale.

Sarebbe interessante conoscere le tue valutazioni riguardo l’ultima guerra…

Durante la Guerra Russo – Cecena, tutte le operazioni furono sviluppate da Aslan Maskhasov e io ero, per così dire, di riserva. E’ vero, ho cercato di fornire assistenza in modo indipendente al Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate della ChRI. Ma l’intero fardello del lavoro ricadde su Aslan Maskhadov e sul Comandante del Comando Centrale, Valid Taymaskhanov. E’ da notare che lo Stato Maggiore delle Forze Armate della ChRI svolse un ruolo di primo piano nel consolidamento di tutti i distaccamenti delle milizie popolari. Aslan Maskhadov si dimostrò un talentuoso organizzatore ed un combattente senza paura. Durante la guerra, ho subito una lesione alla colonna vertebrale, fui impegnato nella costituzione del quartier generale del Fronte Sud – Occidentale (comandante, Ruslan Gelayev) per conto del Presidente fino al 6 Marzo 1995, dopodiché fui evacuato per curarmi. Al mio ritorno, e fino al nuovo insorgere della malattia operai a Bamut, ma non potei fornire aiuto pratico a causa del mio stato di salute.

Riguardo Dudaev?

Dzhokhar Dudaev aveva un talento eccezionale come organizzatore, aveva la capacità di infiammare le persone, di far loro capire quanto era giusto fare quello che chiedeva. Nei tempi difficili non si perse mai d’animo. Si fidava di Maskhadov, di Gelayev, di Basayev, conosceva bene le qualità di ciascuno di loro.

L’ultima volta che ho visto il Presidente è stato nell’Ottobre 1995 a Starye Achkhoy, ma rimasi in contatto con lui tramite intermediari fino al Marzo 1996, quando tramite un messaggero gli inviai un rapporto sull’assegnazione dei fondi per le cure mediche. Non ebbi risposta, per le ragioni note a tutti.

Dzhokhar Dudaev (sinistra) e Aslan Maskhadov (destra) nel 1995

Riguardo ai mercenari?

Nella Guerra Russo – Cecena non un solo mercenario ha combattuto dalla parte del popolo ceceno, non c’erano “calzamaglie bianche”. C’erano volontari che difendevano la nostra indipendenza. Non c’erano molti tagiki, karakalpak, tartari, cabardini, abkhazi, daghestanu, kharachais, ucraini, baltici. Un fatto che racconto adesso è rimasto inosservato: vicino a Mozdok circa 300 ragazzi cabardini disarmarono i russi e si mossero per aiutarci, ma non riuscirono a passare. Furono circondati dai russi e fatti prigionieri. Ad oggi, il loro destino è sconosciuto. Alcuni cabardini, azeri e karachais presero parte alla Battaglia per Bamut.

Tutto il popolo ceceno ha combattuto contro il nemico. Una volta un anziano abitante di Gekhi portò tre figlie e sua sorella con sé. Il villaggio di Gekhi è noto in tutto il nostro paese per il fatto che a metà del XIX secolo la coraggiosa ragazza Taimaskha comandò un distaccamento di combattenti contro le truppe zariste.

L’Operazione Jihad

L’operazione del 6 Agosto 1996 è stata organizzata al massimo livello. Piccoli distaccamenti di milizie hanno bloccato la guarnigione di Grozny. Nella storia della guerra e dell’arte militare questa operazione non ha eguali. Fu il coronamento delle capacità di leadership militare di Maskhadov e dei suoi associati Shamil Basayev, Ruslan Gelayev e molti altri coraggiosi e intrepidi comandanti delle forze armate della ChRI. Nella sua organizzazione venne presa in considerazione la mentalità del combattente ceceno. Agli occhi del nemico, ogni soldato ceceno si è trasformato in mille uomini.

Quali sono le lezioni impartite dalla Guerra Russo – Cecena?

Dire che in questa guerra abbiamo sconfitto la Russia è impossibile, è un autoinganno. Non puoi mentire alla tua gente. Non possiamo illuderci. La Russia, dopo aver ricevuto un duro colpo, sta traendo le sue conclusioni e riorganizzando le forze, cosa che noi, invece, non stiamo ancora facendo. Se vogliamo ottenere e rafforzare l’indipendenza, dobbiamo creare un esercito regolare, mettendo particolare attenzione alle difese antiaeree e anticarro.

In questa guerra il soldato russo, invasore, ha mostrato le sue qualità più vili, mentre il combattente ceceno, difensore e liberare, le sue qualità più nobili. I soldati del nostro esercito devono coltivare proprio queste qualità di alto umanesimo.

Miliziani separatisti festeggiano la presa di Grozny (Agosto 1996)

Il modo in cui i soldati russi si sono comportati con prigionieri e civili è noto a tutto il mondo. I soldati russi hanno persino trasformato i cimiteri in latrine, costruire strutture difensive dentro le chiese. Hanno bruciato e ucciso prigionieri e civili, scaricato cadaveri e feriti dagli elicotteri. I regolamenti militari dovrebbero tenere conto sia del passato che del presente, fare affidamento sui tratti spirituali e nazionali del popolo ceceno. Gli ufficiali possono e devono essere formati nel nostro paese, ma anche negli Stati Uniti, in Germania, Francia, Cina. E della questione deve occuparsi lo Stato Maggiore delle Forze Armate della ChRI. L’armamento del nostro esercito non dovrebbe dipendere dalla fornitura di armi estere. Non dobbiamo dipendere dalla fornitura di armi dall’esterno. Dobbiamo creare una nostra industria militare, solo allora il nostro esercito sarà pronto per il combattimento e veramente indipendente del condurre operazioni militari.