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Khattab – La Spada dell’Islam (Documentario)

Questo documentario di propaganda è uno dei pochi documenti sulla vita di Khattab del quale esista una traduzione in inglese. Si tratta di un lungometraggio nel quale sono disponibili molte scene riguardanti la sua storia personale, militare e terroristica durante il suo “periodo ceceno”.

La seconda parte del video è disponibile al seguente indirizzo:

IBN AL – KHATTAB: MEMORIE DI UN TERRORISTA (PARTE 3)

l-Suwaylim: “Memories of Amir Khattab: The Experience of the Arab Ansar in Cecenia, Afghanistan e Tagikistan”. Dai più conosciuto come Emir Al Khattab, è stato il più celebre “Comandante di Campo” della guerriglia cecena, mettendo in atto alcune delle più audaci azioni di guerra contro l’esercito russo, e rendendosi parimenti responsabile di alcuni tra i più odiosi atti terroristici che abbiano macchiato il suolo del Caucaso. Fervente islamista, fu tra i promotori della “svolta fondamentalista” della resistenza cecena, preparando centinaia di giovani combattenti al “martirio” e costituendo l’organizzazione alla base dell’autoproclamato “Emirato Islamico”. In questa sede pubblichiamo alcuni stralci dell’intervista. Chiariamo subito che il nostro intento non è quello di glorificare una figura di Al Khattab, di giustificarne le azioni o di supportare il radicalismo islamico (come specificato nella sezione “Mission” di questo blog). Nel nostro trattare l’argomento della Repubblica Cecena di Ichkeria non possiamo ignorare la voce di questa parte della “resistenza” che fu così fondamentale per l’evoluzione confessionale della ChRI. Per questo, e per nessun altro motivo, riportiamo alcuni stralci del libro di Ibn Al Khattab. In appendice il racconto della sua morte nelle parole di uno dei suoi più leali Mijahideen, Abu Al – Walid.

LA SECONDA JIHAD

Le operazioni militari sono di nuovo iniziate in Cecenia, ed abbiamo iniziato per prepararci a difendere la regione settentrionale di Shelkovsky, le colline a Nord di Grozny ed il Distretto di Urus – Martan. Su questi fronti si trovavano i nostri fratelli Ramzan Tsakaev, Ramzan Akhmadov e Yakub Al -Hamidi. Sul fronte occidentale c’era il nostro fratello Abu Al Walid, che si trovava ad Argun insieme ad altri gruppi, a Grozny c’erano i fratelli Abu Zarr “Herat” e “Bagram” Ismail, che Allah abbia pietà di lui. E nostro fratelloa Abu Jafaar a Serzhen Yurt. Le operazioni iniziarono. […]

[Dopo l’assedio di Grozny, ndr] Molte sono state le difficoltà a Shatoi, una delle regioni più importanti della Cecenia dal punto di vista militare. Questa è una zona montuosa e una volta che hai preso il controllo delle strade e delle alture, è finita. Ma faceva molto freddo, e nevicava. I Muhajideen erano esausti e malati ed era difficile radunare le persone e prepararsi. Abbiamo tenuto uno shura [consiglio, ndr] al quale hanno partecipato Gelayev, Shamil [Basayev] Arbi [Baraev] e Ramzan [Akhmadov]. Abbiamo detto loro di prendere il controllo delle montagne prima che i russi vi atterrassero. Loro risposero: “Abbiamo bisogno di una settimana per riposare”. Così i russi atterrarono. Il primo gruppo sbarcò in un’area circoscritta e gradualmente iniziò ad occupare il territorio circostante. Dopo che presero le alture divenne difficile rimanere in quella zona. […]

Da sinistra a destra: Abu Al – Walid, Shamil Basayev, Ibn Al – Khattab e Ramzan Akhmadov

L’ASSEDIO DI GROZNY

Luscita da Grozny fu molto difficile, poiché il numero dei Mujahideen era di oltre 3000 persone e l’errore più grande in questo case fu che tutti i gruppi iniziarono a partire contemporaneamente. Così facendo fecero capire ai russi che stavano lasciando la città, e questi iniziarono a minare l’area. La sortita fu guidata da Shamil [Basayev] e Arbi [Baraev], i quali posizionarono gruppi di sicurezza nelle zone di raccolta dei MIjahideen. Tuttavia tali gruppi attirarono l’attenzione dei russi i quali, dopo essersi conto di cosa stava succedendo, li minarono ed iniziarono ad aspettare. Quando i Mujahideen iniziarono ad andarsene, molti furono fatti saltare in aria dalle mine, tra i quali Shamil, il suo vice Khunkharpasha, così come il comandante in capo di Grozny Aslambek [Ismailov, ndr.] il quale fu ucciso da un colpo di mortaio. […] Fu preso chiaro che il terreno era disseminato di mine a pressione. I feriti furono raccolti e, nonostante le ferite, continuarono a camminare.

Shamil chiese 20/30 volontari per attraversare il campo minato e liberare il sentiero. Tutti tacevano e nessuno si offrì volontario. Allora disse: “Andrò io”. Dopo essere saltato su una mina richiamò la gente all’ordine. Gli andò dietro uno dei parenti di Dzhokhar Dudaev, di nome Lechi [Lechi Dudaev, sindaco di Grozny allo scoppio della Seconda Guerra, ndr.] il quale fu ucciso da una mina, dopodiché fu la volta di Khunkarpasha. Costoro spianarono la strada ai Mujahideen i quali, lasciando Grozny, entrarono nel villaggio di Ermolovka. I russi bombardarono il villaggio con l’artiglieria. Poi entrarono in un altro villaggio, poi in un terzo, e così via fino a raggiungere le montagne. Ricevemmo la notizia che c’erano morti e feriti tra gli emiri e ci fu richiesto di inviare trattori e camion per aiutarli. Lo spirito del Mujahideen tornò alto quando seppero che Khattab stava inviando loro 40 camion e trattori, con provviste e cibo. Molti di loro, felicissimi per la notizia, dissero che avrebbero continuato a camminare finchè non ci avessero trovati. […] Quando ho visto Shamil ferito sono scoppiato in lacrime, ma lui al contrario era di buon umore e, ridendo, ha detto: “I russi mi hanno fatto un regalo! Ora, se dovrò attraversare un campo minato, sarà molto più facile per me!” […].

LA GOLA DI ARGUN

Dopo che i russi presero il controllo delle zone montuose, incontrai i fratelli e dissi loro: “Se non usciamo da questa cona i russi inizieranno a restringere l’accerchiamento, e la situazione non farà che peggiorare”. I nemici di alla cominciavano a dire “La finiremo con loro entro una settimana, e mostreremo i corpi dei mercenari”, facendo l’elenco dei vari comandanti. […] Descrivevano la situazione come se avessero già finito con noi.

Uscimmo da Shatoi con grande difficoltà. […] Uscimmo di notte, scalammo un’alta montagna per poi scendere in una profonda gola. […] Pensavo che nella colonna ci sarebbero state dalle 500 alle 700 persone, ma si scoprì presto che c’erano ben 1250 Mujahideen con noi. Fu molto difficile organizzare i gruppi. Nominammo un Emiro pe ogni gruppo, ma non li conoscevamo bene tutti. […] Quando iniziò la sortita notai che la colonna era come un alveare: conversazioni, urla, ecc. Iniziai a mettere ordine nei gruppi, comunicando con gli emiri. Dissi loro: “Non accendete fuochi. I russi sono ovunque, se scoprono la nostra posizione bruceranno la terra qui.” Alcuni sentirono il mio ordine, altri no. Ma faceva molto freddo, era impossibile dormire la notte e durante il giorno non potevamo, perché dovevamo andare avanti. Rimanemmo affamati, infreddoliti e fradici per 4/5 giorni senza sosta. Non potevamo toglierci le scarpe ed i nostri piedi erano bianchi perché il sangue aveva smesso di scorrere dentro di essi. Faceva un freddo insopportabile e un giovane cominciò ad accendere un fuoco. […].

Ibn Al – Khattab nella foresta

I fratelli iniziarono ad ammalarsi, sopraggiunse la diarrea, la loro pelle divenne pallida per il freddo e la fame e le loro labbra si screpolarono. Iniziammo a cercare una via d’uscita ma i russi erano su ogni collina, con le loro migliori forze le “forze speciali”. Annunciarono di essere pronti a schiacciare i criminali terroristi. Erano molto ben preparati a questo. Avevano vestiti, tende, stufe, come se fossero in un albergo a cinque stelle. Avevano tutto, mentre noi giravamo di foresta in foresta. Radunai i combattenti nella gola e dissi loro di appiccare un fuoco. Nelle vicinanze c’era un villaggio in rovina abbandonato dagli abitanti. Alcuni Miujahideen vi entrarono e iniziarono a mangiare ciò che c’era rimasto: polli, mucche, senza lasciare nulla indietro. I russi bruciavano villaggi e uccidevano persone ogni giorno, saccheggiavano villaggi, penetrandovi a notte fonda. Li inseguimmo, e prendemmo solo ciò di cui avevamo bisogno, dicendo: “Inshallah, poi restituiremo tutto”.  […].

LA SORTITA

Abbiamo iniziato ad uscire dalla gola. Sono passati 18 giorni e solo Allah sa in quale stato ci trovassimo. […] Allah ha ordinato di attaccare i russi al mattino. Li abbiamo attaccati da 15 metri e i russi avevano paura di sporgere la testa. I Mujahideen uccisero più di cinquanta infedeli. Distruggemmo due gruppi d’assalto, mentre il governo russo annunciava che i leader dei Mujahideen erano stati uccisi. Siamo andati avanti. […] Dopo aver ucciso tutti i russi in questa battaglia, questi iniziarono a bombardarci intensamente ed a spararci contro con l’artiglieria, e molti fratelli furono uccisi. Ci dividemmo in grandi gruppi. […] Il bombardamento era sempre più intenso, cercai di incontrare Shamil, ma non riuscii a farlo, la maggior parte degli emiri erano feriti o esausti. Ci siamo resi conto che la situazione era fuori controllo e che gli uomini, che pure continuavano a muoversi, lo stavano facendo di propria iniziativa, a caso. 

[Dopo aver individuato un sentiero libero dai russi e dalle mine] Ho informato subito mio fratello Shamil [Basayev] e subito ci siamo incamminati su quel sentiero. […] Continuammo a camminare fino a mezzanotte lungo la stessa strada che avevamo preso prima. La strada era piena di Mijahideen. […] Per Allah, donne e bambini hanno pianto quando hanno visto lo stato dei Mujahideen. Molti non potevano camminare e venivano trasportati. Ricordo come i fratelli portavano lo sceicco Abu Umar sulle spalle. Altri erano molto malati. Avevano le gambe rotte, molti di loro avevano perduto le scarpe, essendo rimasti bloccati nel fango, e camminavano a piedi nudi sul ghiaccio. I loro piedi erano così gonfi che non erano in grado di indossare scarpe nuove.

Khattab a cavallo

APPENDICE – LA MORTE DI KHATTAB

Le memorie di Ibn Al – Khattab non raccontano soltanto gli eventi da lui vissuti, ma contengono anche una serie di “consigli” e indicazioni sia di natura religiosa che militare, che in questa sede evitiamo di trascrivere (nella sezione BIBLIOGRAFIA è comunque presente il link al documento completo in lingua russa).

Nel Marzo 2002 Khattab fu raggiunto da una lettera avvelenata, spirando nel giro di poche ore. Il resoconto del suo omicidio è reso da uno dei suoi più fedeli segueci, Abu Al Walid Al – Hamidi (conosciuto ai più semplicemente come Abu Al Walid):

“I nemici di Allah stavano pianificando questa vile operazione da un anno, e loro stessi lo hanno ammesso. Sono convinto che sia così, perché uno degli accusati dell’omicidio di Khattab lavorava con lui da un anno, e molti fratelli avevano avvertito l’Emiro che questi lavorava per i servizi speciali. […] Khattab si comportava con molta attenzione, li incontrava raramente e lontano dalle basi. Sembravano necessari per il trasporto di materiali poiché, nonostante la presenza di persone più affidabili che portavano la posta all’estero,  questi due erano i più veloci e coraggiosi. La situazione rimase così per diversi mesi, fecero un buon lavoro e conoscevano tutte le rotte che usavamo per spedire cose all’estero. […] Questi due portavano denaro, lettere, apparecchi radio dai paesi vicini e quando venne il momento, prepararono del veleno e lo misero in una delle lettere dei fratelli arabi. […] Portarono queste lettere con alcune cose e, consegnandole alle guardie di Khattab, dissero che tra queste cose c’erano lettere molto importanti, che avrebbero dovuto essere consegnate a Khattab il prima possibile. Naturalmente questi fratelli, rischiando la propria vita, furono immediatamente mandati a consegnare le lettere, e caddero in un’imboscata, dove uno di loro fu ucciso. Gettando tutte le loro cose, presero solo una borsa con le lettere pensando che ci fosse qualcosa di molto importante dentro, non immaginando che là dentro ci fosse il destino del loro comandante e amato amico. Sono arrivati da Khattab, e come al solito egli iniziò a sfogliare le lettere, così fu il primo a prendere la lettera scritta in arabo. […].

Il cadavere di Khattab subito dopo l’avvelenamento

Dopo alcuni minuti si sentì stordito, la sua vista si offuscò. Dal momento che stava digiunando pensò che ciò fosse causato dal digiuno, così si sdraiò per un po’. Dopo qualche minuto tornò a leggere la lettera, ma non riusciva a leggerne il testo e così, sentendosi molto stanco, andò a letto e dormì fino all’alba. Dopo la preghiera, cominciò a sentire la mancanza d’aria e una nebbia negli occhi. Disse a coloro che erano con lui di raccogliere rapidamente le cose nel caso avessero dovuto andarsene rapidamente. […] Quando arrivò il momento di pregare non riuscì a condurre la preghiera. Dopo di chè il dolore si intensificò […]. Poi tacque e svenne. […] Quando il dottore arrivò, dopo un lungo e pericoloso viaggio, ed ebbe esaminato Khattab versando sudore, si rese conto che si trattava di sintomi da avvelenamento. Chiese ai fratelli cosa avesse mangiato, loro risposero che mangiavano tutti dallo stesso piatto, e che bevevano dallo stesso recipiente, e che non mangiava né beveva separatamente da molto tempo. Ma si ricordarono della lettera. Il medico, dopo averla esaminata, confermò che era avvelenata e disse a tutti coloro che l’avevano avuta tra le mani di lavarsi accuratamente. […] La mattina dopo lo seppellirono in un luogo sicuro e giurarono di non dire a nessuno della sua morte e del suo luogo di sepoltura finchè non lo avessi saputo.

IBN AL – KHATTAB: MEMORIE DI UN TERRORISTA (PARTE 2)

l-Suwaylim: “Memories of Amir Khattab: The Experience of the Arab Ansar in Cecenia, Afghanistan e Tagikistan”. Dai più conosciuto come Emir Al Khattab, è stato il più celebre “Comandante di Campo” della guerriglia cecena, mettendo in atto alcune delle più audaci azioni di guerra contro l’esercito russo, e rendendosi parimenti responsabile di alcuni tra i più odiosi atti terroristici che abbiano macchiato il suolo del Caucaso. Fervente islamista, fu tra i promotori della “svolta fondamentalista” della resistenza cecena, preparando centinaia di giovani combattenti al “martirio” e costituendo l’organizzazione alla base dell’autoproclamato “Emirato Islamico”. In questa sede pubblichiamo alcuni stralci dell’intervista. Chiariamo subito che il nostro intento non è quello di glorificare una figura di Al Khattab, di giustificarne le azioni o di supportare il radicalismo islamico (come specificato nella sezione “Mission” di questo blog). Nel nostro trattare l’argomento della Repubblica Cecena di Ichkeria non possiamo ignorare la voce di questa parte della “resistenza” che fu così fondamentale per l’evoluzione confessionale della ChRI. Per questo, e per nessun altro motivo, riportiamo alcuni stralci del libro di Ibn Al Khattab.

LA GUERRA

Ricordo quello che mi disse Shamil Basayev: “Inshallah, la guerra finirà in pochi giorni, e vinceremo.” Io risposi: “La guerra finirà soltanto se sconfiggiamo i russi e li cacciamo”. Lui mi dette una pistola con silenziatore e mi disse: “Tienila con te. So che non è facile per te. Quando ero in Abkhazia, la gente ha iniziato a negoziare. E’ stato difficile per noi uscire da questi negoziati, soprattutto dopo la morte di tanti Mujahideen. Potrebbe essere difficile per te ma, inshallah, non agiremo come hanno fatto gli abkhazi”. Queste cose per me non erano ancora chiare. Poi ci fu un’operazione a Bodennovsk, in Russia, ed i russi dovettero risolvere questo problema attraverso i negoziati. Lo spirito della Jihad rivisse nelle persone con rinnovato vigore. Successivamente iniziai a chiedere agli uomini di elaborare un programma, di acquistare armi e munizioni. Durante i 4 mesi del periodo di negoziazione riuscimmo a prepararci.

Successivamente i russi annunciarono di voler tenere le elezioni presidenziali in Cecenia, dichiarando che a seguito di queste si sarebbero ritirati dalla repubblica. Alle elezioni parteciparono anche i militari russi, il cui numero aveva raggiunto mezzo milione, mentre l’intera popolazione della Cecenia era inferiore al milione e mezzo di persone. Naturalmente i russi vinsero le elezioni piazzando il loro burattino, Zavgaev. I mujahideen strapparono gli accordi, interruppero i negoziati ed iniziarono le operazioni militari. Dopo aver seguito da vicino questa situazione mi accorsi che tutto era stato risolto: avevamo tutto pronto e, cinque giorni dopo la conclusione delle trattative, effettuammo la nostra prima operazione.

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Il video postato sopra è la ripresa dell’imboscata di Yarishmardy ripresa dalla telecamera degli uomini di Khattab.

LA JIHAD DI IBN AL KHATTAB

Nella nostra prima operazione attaccammo un convoglio militare vicino al villaggio di Kharachoy, a Sud di Vedeno. L’operazione ebbe successo, i russi persero cinque blindati, 41 soldati e 5 ufficiali. Poiché la sparatoria era intensa ed era condotta da 15 metri, ci furono molte perdite da parte del nemico, fu un tritacarne. Non avemmo né uccisi né feriti tra i nostri. Solo io fui leggermente ferito, ed uno degli emiri fu colpito dall’esplosione di un camion di munizioni. Successivamente iniziammo ad addestrare combattenti. La gente era interessata a chi c’era dietro questa operazione, se fosse stato Shamil (Basayev, ndr.) o qualcun altro. […] I giovani si riunirono e iniziarono le ricognizioni per un nuovo attacco, che avvenne due mesi dopo. Attaccammo una colonna militare nel momento più difficile, durante la potente offensiva russa nel territorio montuoso. Abbiamo attaccato il convoglio a Serzhen – Yurt. Era composto da 100 veicoli, dei quali ne abbiamo distrutti 47, conquistandoci molti trofei. L’operazione riuscì, ed i suoi dettagli furono registrati su videocassetta. […] Lanciammo un attacco, rompendo la colonna in quattro tronconi, e 4 nostri fratelli divennero martiri, Inshallah. In un altro troncone 5 furono uccisi e 21 rimasero feriti, per la maggior parte a causa di semplici errori.

Questa operazione ci dette una buona esperienza, ed iniziammo a prepararci per ripeterla. […] Ci siamo preparati per l’attacco. Il convoglio era composto da 32 veicoli: 4 carri armati, 11 veicoli da combattimento, 4 autocisterne ed alcuni camion. Tutti i veicoli furono distrutti, dal primo all’ultimo, e solo 12 soldati riuscirono  fuggire buttandosi nel fiume. Dopo queste due operazioni l’offensiva russa si arrestò completamente ed i russi si ritirarono dalle montagne. Il morale della gente saliva e lo spirito dei russi declinava. […] Poco dopo, i mujahideen entrarono a Grozny.

I resti della colonna corazzata russa distrutta a Yarishmardy

TRA LE DUE GUERRE

Dopo la cessazione delle ostilità nell’Agosto 1996 in Cecenia, tutte le persone hanno chiesto al comando militare ed al Presidente di essere preparati militarmente, perché nessuno era sicuro del ritiro delle truppe russe, poiché il loro ridislocamento avrebbe richiesto dai cinque ai sei mesi. Pertanto iniziammo subito a preparare un campo di addestramento e di formazione presso l’istituto (il celebre Campo di Addestramento Kavkaz, ndr.) ed abbiamo stretto rapporti con centinaia di giovani. Avevamo molti problemi: la situazione finanziaria era molto difficile e dovevamo limitare il numero di allievi. Allora i fratelli, che Allah li ricompensi con il bene, hanno cominciato a lavorare sodo e, grazie ad Allah e poi a questi fratelli, la situazione è migliorata. Abbiamo iniziato ad espanderci e siamo stati in grado di ospitare fino a 400 persone per ogni corso. I giovani venivano da tutto il Caucaso: dall’Inguscezia, dal Daghestan, dalla Kabardino – Balkaria e dal Karachay, e addirittura dall’Uzbekistan.  […] Creammo un dipartimento per lo studio del Corano ed un programma per la preparazione dei predicatori. Dopo questa formazione di base tenemmo lezioni nei villaggi, e poi corsi per aumentare il livello di conoscenza tra i predicatori. Lo stesso sistema era organizzato nel campo di addestramento, con corsi speciali, (secondo, terzo, quarto corso). C’era molto lavoro, ed ognuno aveva il suo ruolo e i suoi doveri, che Allah li ricompensi con il bene.

Sposammo donne del posto per legarci maggiormente a quei popoli, e nessuno ha osato opporsi a noi quando siamo diventati loro parenti.

IL RAID SUL DAGHESTAN

Molte persone pensano che i fratelli si siano precipitati in Daghestan, e che siano stati i primi ad iniziare la guerra, e li incolpano per questo. L’esercito russo ha succhiato sangue, umiliato e distrutto le terre dei musulmani in Afghanistan, Tagikistan, Bosnia e Cecenia. E quando gli stessi guerrieri dell’islam iniziano ad attivarsi, allora sono loro a dover essere biasimati? E’ ora di scendere dalle nuvole. La Russia firmò un cessate il fuoco di cinque anni per addestrare il suo esercito. I generali russi dissero che sarebbero tornati, e persino Maskhadov disse in televisione che i russi sarebbero tornati presto. I loro agenti ci avevano detto un anno e mezzo prima (dello scoppio della seconda guerra, ndr.) che i russi sarebbero arrivati dalle montagne. Nel nostro campo di addestramento catturammo trentasette loro agenti, inviati per uccidere Shamil, Khattab ed altri comandanti. Sono confessioni delle spie stesse. Non è questa, già, guerra? […] Dovevamo davvero reagire solo dopo che la tragedia fosse già avvenuta, la terra bruciata, tutto distrutto, cadaveri mostrati alla televisione, pianti di bambini, donne dall’onore violato?

Khattab indossa il basco di comandante del Battaglione Islamico. Cecenia, Settembre 1996

[…] (In Daghestan, ndr.) c’era l’intenzione di espellere le autorità dall’intera ragione e di stabilirvi la Sharia. Il governo chiese aiuto ai russi, i fratelli chiesero aiuto ai mujahideen, così entrammo in Daghestan prima dei russi. Dopo aver preso posizione, aspettammo l’attacco dei russi. Non entrammo in Dahestan per altro motivo se non quello di fornire aiuto ai mujahideen. […] I mihajudeen daghestani, avendo molti feriti e uccisi, cominciarono a chiedere aiuto. Sarebbe stato illecito per noi lasciarli senza aiuto. […] Non ho mai visto in vita mia, e non credo che rivedrò quello che è successo in Daghestan. L’aviazione bombardò con bombe multi – tonnellata, bruciando tutto intorno. L’intera valla fu bruciata dai russi, che uccisero 30 giovani mujahideen del gruppo di Hakim al Madani (che Allah abbia pietà di lui) dopo aver causato gravi danni ai russi.

[…] Per Allah, prima che sparassimo il primo colpo di Daghestan, l’esercito russo era già avanzato di un chilometro in profondità in Cecenia, nella regione di Shelskovsky, ed a concentrare le sue truppe a Naursk. Chiunque volesse avere conferma può chiedere agli abitanti di quelle zone. Anche Maskhadov lo sapeva. […] Era chiaro che la Russia stesse pianificando un’invasione, quindi li abbiamo anticipati.

RUSLAN GELAYEV: “L’ANGELO NERO”

Ruslan Gelayev è forse uno dei comandanti di campo separatisti più iconici. Proveniente dal proletariato di campagna, lavoratore stagionale, animato da un coraggio fuori dal comune e dotato di grande leadership, egli rappresenta forse più di chiunque altro il prototipo del guerrigliero secessionista. Testardo uomo d’azione, si trovò spesso in rotta di collisione con la leadership della ChRI, finendo per essere addirittura degradato e privato dei suoi riconoscimenti.  Anche la sua morte, che racconteremo qui, è certamente tra le più emblematiche.

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GIOVINEZZA E RIVOLUZIONE

Ruslan Germanovich Gelayev nacque il 16 Aprile 1964 a Komsomolskoye (odierna Goychu) da una famiglia da poco rientrata dall’esilio in Kazakistan. Il suo villaggio natale era un paesino rurale, che poté fornirgli a malapena qualche anno di scuola elementare e la prospettiva di una vita da contadino. Quando suo padre morì, nei primi anni ’80, Gelayev decise di iniziare a lavorare come stagionale, nel settore delle costruzioni e nel lavoro agricolo. Un destino comune a decine di migliaia di suoi compatrioti, “eccedenze rurali” del sistema socialista. Il lavoro lo portava spesso nella regione di Omsk, dove trovò una compagna, Larisa, dalla quale ebbe un figlio maschio, Rustam. Dopo qualche anno di convivenza nei sobborghi di Omsk, Ruslan trovò lavoro a Grozny nel settore petrolifero, cosicché la famiglia si trasferì in Cecenia intorno al 1990. Per quell’epoca, secondo alcune fonti, Gelayev aveva già accumulato un bel numero di denunce per reati minori (per lo più furto e rapina).

Lo scoppio della Rivoluzione Cecena lo trovò frustrato e desideroso di rimettersi in gioco: al pari di molti altri militanti della prima ora, il nazionalismo fu per lui il motore di una vera e propria rinascita personale, capace di fornirgli una nuova ragione di vita. Gelayev partecipò agli eventi di Settembre – Novembre 1991 arruolandosi volontario nella Guardia Nazionale, dove strinse una forte amicizia con due personaggi destinati a segnare la sua vita per sempre: Khamzat Khankarov e Shamil Basayev. Il primo, militante pancaucasico, autore di inni nazionalisti ed ispirato autore di articoli incendiari, divenne uno dei suoi migliori amici. Il secondo invece divenne il suo principale partner nella costruzione di una forza armata di formidabile valore, e terribilmente spietata.

Ruslan Gelayev nel 1991

IL COMANDANTE MILITARE

Il vero colpo d’ala nella sua vita Gelayev ci fu nel 1992, quando scoppiò la Guerra Georgiano – Abkhaza. I nazionalisti ceceni, inquadrati nelle Brigate Internazionali della Confederazione dei Popoli del Caucaso, si schierarono a difesa dei separatisti abkhazi, costituendo il nocciolo duro di due raggruppamenti armati e recandosi nella piccola regione a combattere. Per quasi tutto il 1992 Ruslan combattè al fronte, guadagnandosi fama di energico comandante e costituendo il nucleo di un reparto armato a lui fedelissimo. Fu proprio il suo amico e diretto superiore, Khankarov, a nominarlo comandante di plotone. Da quel plotone nacque il Reggimento “Borz” (“Lupo”) destinato a diventare uno dei più temibili reparti dell’esercito separatista.

Rientrato in patria si mise a disposizione del governo Dudaev, trasformando quel piccolo gruppo di combattenti in un’unità organizzata. Tra le sue file si arruolarono molti giovani, tra i quali un suo lontano parente, Dokku Umarov, anch’egli destinato a diventare un uomo di punta della Repubblica Cecena di Ichkeria. Gelayev strinse amicizia con un parente acquisito del Presidente, Salman Raduev, il quale stava a sua volta costituendo un reparto armato chiamato “Berretti Presidenziali”. Tra i due nacque una proficua collaborazione “professionale” e umana, alimentata dalla figura del Generale Dudaev e dal suo progetto di una Cecenia indipendente e forte. Gelayev divenne uno dei più ardenti sostenitori del progetto separatista, mettendo a disposizione i suoi volontari. Il primo incarico che gli fu affidato fu quello di proteggere gli impianti petroliferi di Grozny, da tempo flagellati dal furto di greggio e ridotti quasi all’improduttività. La sua unità divenne la forza di guardia degli impianti di raffinazione, e immediatamente i furti di petrolio si ridussero come non mai. La sua figura cresceva di giorno in giorno, tanto che alla fine del 1993 egli poteva ben definirsi una delle persone più influenti della nuova Cecenia.

Il colpo di Stato del 1993 lo mise in crisi di fronte a Dudaev: nel Dicembre di quell’anno, quando ormai si profilava all’orizzonte la guerra civile, insieme a Basayev si recò a casa del Presidente, volendo convincerlo a ricomporre la frattura tra il suo governo e l’opposizione parlamentare, portata agli estremi dal golpe militare da questi operato nel Giugno precedente. Le forze di Gelayev e di Basayev si schierarono di fronte alla residenza presidenziale domandando la nomina di un Primo Ministro (Dudaev aveva tenuto per sé sia la carica che Presidente che quella di Capo del Gabinetto dei Ministri) e l’istituzione di un Ministero della Difesa. Dudaev convocò entrambi, negoziò con loro e alla fine riuscì a ricondurli dalla sua parte. Non sappiamo quali argomenti addusse, fatto sta che dal Gennaio del 1994 Gelayev tornò ad essere un pretoriano del Presidente, prendendo parte alla guerra civile dalla parte dei lealisti. Il suo reparto fu la punta di lancia nella repressione dell’insurrezione messa in atto da Ruslan Labazanov, ed insieme a Maskhadov prese parte alla battaglia di Gekhi contro le unità di Bislan Gantamirov.

Fotogramma che mostra RUslan Gelayev ad una riunione del Comitato per la Difesa dello Stato (GKO)

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L’ANGELO NERO

Allo scoppio della Prima Guerra Cecena Gelayev era già uno dei candidati di punta per guidare le forze armate della ChRI. Nominato comandante del settore Sud – Occidentale, schierò i suoi uomini nel quadrilatero Assinovskaya – Novy – Sharoy – Achkhoy Martan – Bamut. In quest’ultimo villaggio si trovava una vecchia base missilistica sovietica, che egli fortificò al punto da diventare quasi inespugnabile. Dopo la presa di Grozny da parte dell’esercito federale la sua forza d’animo e la sua leadership furono essenziali pet tenere unito ciò che rimaneva dell’esercito regolare. Per far sentire la sua autorità non esitò a compiere veri e propri crimini di guerra, come l’uccisione a sangue freddo di tre ufficiali russi catturati, come ritorsione per i bombardamenti lanciati dai russi nei villaggi montani dove si era asserragliato. Sostenitore della guerra ad oltranza, se necessario facendo ricorso a metodi terroristici, sostenne la proposta di Basayev di “Portare la guerra in Russia” attuando un’azione dimostrativa che terrorizzasse l’opinione pubblica. Fu anche grazie al suo appoggio che Basayev potè ideare e portare a termine il Raid su Budennovsk, a seguito del quale i separatisti ottennero dal governo russo l’avvio di negoziati per la fine delle ostilità.

Dopo lo stallo dell’estate 1995 e la ripresa delle ostilità attive nell’autunno di quell’anno, Gelayev prese le redini di gran parte delle milizie separatiste, attribuendosi il nome di battaglia di “Black Angel”: fu tra gli organizzatori della difesa della piazzaforte di Shatoi nel 1995, del Raid su Grozny del Marzo 1996 e della celebre Imboscata di Yarish Mardy nell’Aprile di quell’anno. Il 6 Agosto successivo i suoi uomini dettero avvio alla cosiddetta “Operazione Jihad” con la quale i separatisti ripresero la capitale cecena costringendo Eltsin a sedersi al tavolo della pace. L’azione gli valse il grado di Generale di Divisione, unico in tutta la gerarchia dell’esercito separatista oltre  Maskhadov e Basayev. Divenne così uno dei tre pilastri del nazionalismo ceceno. Ruslan il muratore era diventato Khamzat, L’Angelo Nero.

Gelayev in uniforme con l’Ordine dell’Onore della Nazione al petto

L’EROE SENZA PACE

La fine della guerra fece assurgere Gelayev all’Olimpo dei Comandanti di Campo. Egli era “L’eroe di Bamut”, colui che con la sua milizia aveva tenuto testa all’esercito federale senza mai perdere la speranza, rispondendo colpo su colpo, tenendo unita la resistenza militare all’invasione russa. Un personaggio così difficilmente avrebbe trovato una collocazione nella nuova Cecenia “civile”, che lentamente tentava di riprendersi dall’inferno nel quale era stata proiettata. Molti dei suoi miliziani erano si vincitori, ma senza un lavoro e senza risorse per sopravvivere. Le sue bande non smobilitarono, ma si acquartierarono nei dintorni di Achkhoy – Martan. Nel frattempo egli partecipava al “governo di coalizione” messo in piedi da Maskhadov per traghettare il paese alle elezioni presidenziali previste per Gennaio 1997, nelle quali il popolo avrebbe dovuto scegliere il successore del defunto Dudaev. Un mese prima delle elezioni Maskhadov e molti altri ministri del governo si dimisero per candidarsi, e Gelayev acconsentì, seppur per un brevissimo tempo, a svolgere il ruolo di Primo Ministro facente funzioni. Fu il fugace apice di una carriera politica non ricercata, ma comunque subita come conseguenza della sua importanza.

Dopo la vittoria di Maskhadov, Gelayev si schierò dalla parte dei nazionalisti intransigenti. Convinto che la guerra non fosse realmente finita, ma che stesse attraversando una semplice fase di stallo, sosteneva la necessità di sfruttare il parziale successo ottenuto estendendo la ribellione antirussa a tutto il Caucaso. In questo trovava l’appoggio di Zelimkhan Yandarbiev, ex Presidente ad Interim (dopo la morte di Dudaev) e leader del movimento “Confederazione Caucasica”, favorevole alla costituzione di una repubblica confederale che abbracciasse tutti i popoli non  – russi del Caucaso. Fondò anche una rivista di propaganda, “Grande Jihad”, amplificatrice del suo pensiero tradizionalista, nazionalista radicale e militarista. Per tentare di tenerlo a bada Maskhadov lo incluse come Vicepresidente del Gabinetto dei Minsitri, con delega alla Ricostruzione, e lo inserì nel Consiglio Presidenziale Supremo, massimo organo consultivo dello Stato. Rimase al suo posto giusto qualche mese, per poi dimettersi in contrasto con la politica di Maskhadov, a suo dire “troppo accomodante verso la Russia”. Nel distretto dove esercitava principalmente il suo potere, quello di Urus – Martan, proteggeva i radicali di ogni risma, in particolare quelli islamisti, dei quali apprezzava la rigida moralità: sotto la sua protezione Urus – Martan divenne una sorta di piccolissimo emirato, soggetto ad una versione artigianale della legge islamica. Nel 1998 Gelayev compì il suo “Haji”, il pellegrinaggio rituale che ogni islamico deve portare a termine durante la sua vita. Al termine del viaggio egli si attribuì il nome islamico “Khamzat”, con il quale intese onorare il suo amico e commilitone Khamzat Khankharov, nel frattempo deceduto.

Gelayev a Shatoi nel 1996

La situazione nel Paese diventava sempre più difficile man mano che Maskhadov cercava di prendere il controllo delle istituzioni e dell’economia, strappando potere e popolarità ai nazionalisti radicali. Nella primavera del 1998 la situazione era esplosiva, e i due fronti erano pronti per un confronto all’ultimo sangue. La Battaglia di Gudermes vide confrontarsi l’esercito lealista con gli esponenti islamizzati delle forze dell’ordine (Battaglione Islamico per Scopi Speciali – IPON e Guardia della Sharia) fiancheggiate dai militanti isllamisti. Fu un massacro, durante il quale furono impiegate anche armi pesanti. La battaglia sancì la vittoria dei moderati di Maskhadov, ma lo mise in rotta di collisione con “L’eroe di Bamut”, il quale da quel momento lavorò affinchè il governo Maskhadov cadesse quanto prima.

Per tentare di ricucire lo strappo con i comandanti di campo Maskhadov tentò di reintrodurli nelle strutture di potere, giungendo a nominare Gelayev comandante della Guardia della Sharia ed arrivando, nel Febbraio del 1999 a proclamare la Legge Islamica in tutto il territorio nazionale. Questa manovra disperata non sortì i risultati sperati, anzi: nel giro di qualche mese il Paese divenne completamente incontrollabile, le milizie islamiche poterono organizzarsi liberamente e, nell’Agosto del 1999, passarono all’attacco sconfinando in Daghestan con l’intento di fondare anche là uno stato confessionale. La reazione della Russia fu immediata e implacabile: nell’Ottobre del 1999 iniziò una seconda invasione della Cecenia, ed una seconda, distruttiva, guerra di occupazione.

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DI NUOVO IN ARMI

Lo scoppio della Seconda Guerra Cecena non colse Gelayev impreparato: egli di fatto non aveva mai smobilitato le sue milizie, né si era mai ambientato alla pace. Quando i reparti federali varcarono i confini del paese, i suoi uomini erano già pronti a prendere posizione sul “suo” fronte Occidentale, dove si erano distinti nella Prima Guerra. Ancora una volta i suoi uomini si batterono con grande audacia, tenendo a distanza i russi per mesi. Quando questi raggiunsero i sobborghi di Grozny, egli fu nominato da Maskhadov comandante di uno dei settori della città, con l’incarico di ripetere quanto riuscito nel Gennaio del 1995 e trasformare l’avanzata dei federali in un inferno. Lui ed altri illustri comandanti di campo difesero la città fino alla fine di Gennaio. Poi, inaspettatamente, decisero di abbandonare i quartieri ancora sotto il loro controllo e tentare una sortita. Fu un massacro: i russi avevano organizzato un’operazione volta a far uscire i militanti allo scoperto, per poi distruggerli con l’artiglieria e l’aereonautica, la cosiddetta “Caccia ai Lupi”. In una notte circa un terzo dei millecinquecento miliziani fuoriusciti fu ucciso, un altro terzo catturato. Le poche centinaia di superstiti riuscirono a guadagnare la Gola dell’Argun, ultima roccaforte separatista, dove si era acquartierato Maskhadov. La gola fu presto messa sotto assedio, mentre i reparti federali avanzavano a macchia d’olio in tutto il territorio circostante.

KOMSOMOLSKOYE

Circondati e sotto bombardamento, i separatisti decisero di tentare nuovamente la sortita: divisi in tre gruppi tentarono di guadagnare posizioni differenti in modo da dividere gli attaccanti e guadagnare le montagne, dove avrebbero portato avanti la guerriglia partigiana. Gelayev si ritrovò a guidare uno dei due corpi più grossi, composto da circa millecinquecento uomini. Il suo piano era quello di attraversare la gola dai sentieri di montagna, sbucare nel suo villaggio natale, Komsomolskoye, e da lì disperdersi nel familiare Distretto di Urus – Martan. Secondo fonti giornalistiche Gelayev avrebbe dovuto trovare nel villaggio un convoglio di bus messo a disposizione da Arbi Baraev, che a seguito della fuga da Grozny di era dato alla macchia con i suoi uomini e pare stesse organizzando la sua squadra dietro le linee nemiche. Gelayev raggiunse il villaggio dopo cinque giorni di marcia forzata, il 4 marzo.  Per quella data erano rimasti operativi un migliaio di uomini, affamati ed esausti, molti dei quali feriti, a corto di armi e di munizioni. Una volta giunti nella cittadina, di Baraev e dei suoi bus non si trovò traccia. Gelayev pensò ad un tradimento, e probabilmente era proprio così. Nei mesi successivi Baraev avrebbe vissuto tranquillamente nella sua città natale, Alkhan – Kala, godendo della protezione di Gantemirov e dell’FSB, al quale presumibilmente si era venduto in cambio dell’immunità fin dalla sortita da Grozny. Gelayev ed i suoi si trovarono improvvisamente circondati dalle truppe federali, che misero sotto assedio il villaggio: la mattina del 5 marzo iniziò un fitto bombardamento aereo e di artiglieria. Gelayev non aveva avuto il tempo di predisporre un piano di fuga, cosicché iniziò a spedire i suoi in piccoli gruppi fuori dall’assedio, sperando che riuscissero a cavarsela. Dopo quattro giorni di bombardamenti le forze federali iniziarono l’assalto, schierando una trentina di carri armati e due battaglioni di fanteria. I separatisti resistettero con tutte le loro forze a decine di assalti, costringendo i comandi federali a contrattare una tregua il 14 Marzo per recuperare i corpi dei caduti. Il giorno successivo i bombardamenti ripresero, ma i separatisti non abbandonarono le loro posizioni: nonostante il completo accerchiamento e l’impossibilità di vittoria, i separatisti continuavano a combattere con fanatica violenza, aiutanti anche da grandi quantitativi di eroina che, successivamente alla battaglia vennero trovati negli scantinati e nelle dotazioni personali dei combattenti. Ci volle fino al 20 marzo Perchè le ultime sacche di resistenza cessassero di combattere. Durante tutti questi giorni Gelayev riuscì ad evacuare centinaia di uomini. Egli stesso riuscì a mettersi in salvo insieme al nerbo del suo piccolo esercito. 700 dei suoi, tuttavia, rimasero uccisi o furono catturati dai russi.

Miliziani della Colonna Gelayev si arrendono al termine della Battaglia di Komsomolskoye, fine Marzo 2000

PANKISI

Dopo quella tragica sconfitta Maskhadov, accusandolo di aver deliberatamente disobbedito ai suoi ordini e di aver guidato pessimamente l’operazione, lo degradò al rango di soldato semplice e lo privò “del diritto di difendere la madrepatria”. Gelayev raccolse qualche centinaio di seguaci e, faticosamente, si aprì la strada verso la salvezza, attraversando l’Inguscezia. Inseguito dai federali, riuscì a rifugiarsi in Georgia, nella remota Gola di Pankisi. Si trattava di una stretta valle a ridosso dei confini meridionali della Cecenia, abitata da una antica popolazione Vaynakh. Stabilitosi nella valle, vi rimase fino all’autunno del 2001, tenendosi lontano dalle operazioni militari. Nell’ottobre di quell’anno tentò di attraversare il confine attraverso l’Abkhazia, confidando nel fatto che, durante la guerra georgiano – abkhaza, aveva combattuto dalla parte dei secessionisti. Ne uscì uno scontro a fuoco nel quale Gelayev si ritrovò invischiato in una battaglia tra georgiani ed Abkhazi per il controllo del territorio. Non essendo riuscito a passare, rientrò a Pankisi, dove attese la fine dell’inverno. Nell’agosto 2002, ritentò l’impresa. Dopo aver organizzato i suoi uomini in bande, ne spedì alcune attraverso le montagne, alla spicciolata, verso il Sud della Cecenia. Poi, al comando di un nutrito gruppo di duecentocinquanta uomini, accompagnato da Abdul Malik Mezhidov, ex Comandante della Guardia della Sharia, attraversò il confine tra Georgia ed Ossezia del Nord all’altezza di Tarskoye. Dopo aver forzato un posto di blocco ed ucciso otto guardie di frontiera Gelayev, Mezhidov ed i suoi avanzarono braccati dalle forze federali fino a raggiungere il villaggio inguscio di Galashky, dove si scontrarono con i russi in una vera e propria battaglia campale. La banda di Gelayev patì una settantina di morti ed una manciata dei suoi furono fatti prigionieri, ma riuscì ad abbattere un elicottero e ad eliminare una quindicina di federali, ferirne una ventina e mettere fuori combattimento i loro mezzi blindati, per poi attraversare il confine con la Cecenia e dirigersi verso Bamut. Una volta rientrato nei ranghi, tuttavia, si trovò davanti un freddo Maskhadov, che si rifiutò di reintegrarlo come Comandante di Campo. A Gelayev fu permesso di rimettere in piedi una sua banda, ma il timore che fosse colluso con le autorità federali era tale che il Presidente ceceno si rifiutò di reintegrarlo nel Consiglio di Difesa, lasciandolo ai margini della resistenza.

Gelayev con alcuni suoi uomini sulle montagne

LA FINE

Dopo il suo rientro dalla Georgia non riuscì mai a reintegrarsi nel fronte separatista, rimanendo ai margini della leadership, ostracizzato da Maskhadov, che lo credeva un collaboratore dell’FSB. Nel dicembre del 2003, frustrato dalla sua emarginazione, con i suoi ultimi seguaci tentò di tornare nella Gola di Pankisi passando dal Daghestan. Individuato dalle guardie di frontiera locali finì in uno scontro a fuoco, a seguito del quale, usando tutti i mezzi a disposizione, dalle unità corazzate agli elicotteri da combattimento, l’esercito federale distrusse il distaccamento, uccidendo o catturando i suoi ultimi seguaci. Rimasto solo, Gelayev tentò comunque di attraversare il confine, ma il 28 febbraio 2002 si imbattè in due guardie di frontiera daghestane. Nello scontro a fuoco che seguì, il leggendario “Angelo Nero” uccise le due guardie, ma un proiettile lo ferì gravemente al braccio. Gelayev tentò di salvarsi amputandosi da solo l’arto ferito, ma il freddo, il dolore e la grave emorragia ebbero la meglio. La sua fine, ricostruita dagli esperti dell’FSB dopo che il suo corpo fu ritrovato, racconta di un uomo che, pur arrivato al suo capolinea politico ed esistenziale, era ancora animato da una forza incrollabile: “Stava diventando sempre più difficile per lui fare ogni passo, mentre il sangue scorreva dalla sua mano sinistra maciullata. Il comandante […] si fermò ad una cinquantina di metri dal campo di battaglia, si amputò la mano sinistra con un coltello e la gettò nella neve. Quindi estrasse un elastico, lo chiuse sul moncone della sua mano, fece qualche passo e cadde. Riuscì ad alzarsi con grande difficoltà. Dopo qualche decina di passi Gelayev si fermò, prese una lattina di caffè istantaneo Nescafé dalla tasca e, aprendolo con tutte le sue forze, iniziò a masticare i granuli, sperando che il caffè lo tirasse su e lo aiutasse a raggiungere il confine. Poi tirò fuori e morse una tavoletta di cioccolato Alyonka, ma cadde di nuovo. Cominciò a trascinarsi verso il confine con la Georgia. Morì in questa posizione, con una barretta di cioccolato serrata tra i denti.”

Il corpo di Gelayev accasciato ad un albero, al confine tra Daghestan e Georgia

TALE PADRE, TALE FIGLIO

L’unico figlio di Gelayev, Rustam, seguì le orme del padre qualche anno dopo la sua morte. La Repubblica Cecena di Ichkeria non c’era più, al suo posto era rimasto un emirato islamico virtuale, l’Emirato del Caucaso Settentrionale, il cui peso si stava affievolendo sempre più. Rustam decise di dirigersi in Siria, dove nel frattempo Daesh stava costituendo uno stato islamico forte e aggressivo. Si arruolò certamente tra i jihadisti, come testimoniato da alcune foto che postò sul suo account social, e morì nel 2012 sotto i bombardamenti dell’esercito regolare siriano.

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