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Da Grozny a Kramatorsk: l’ascesa “missilistica” di Vladimir Putin

L’8 Aprile scorso la città ucraina di Kramatorsk è stata colpita da un attacco missilistico che, con molta probabilità, è stato messo a segno dalle forze separatiste filo – russe del Donbass. La vicenda non è ancora definitivamente chiarita, ma ciò che è certo è che almeno due missili ad alto potenziale distruttivo hanno colpito la stazione ferroviaria cittadina, in quel momento affollata da centinaia di profughi in fuga dai combattimenti, provocando almeno cinquanta morti ed un numero imprecisato di feriti. Il copione è tristemente simile a quello di molti altri bombardamenti missilistici occorsi in aree di guerra nelle quali le forze dell’esercito russo erano presenti, come operatori diretti o come consiglieri militari. C’è n’è uno, in particolare, che ricordiamo oggi: quello del 21 ottobre, passato alla storia come la “strage del mercato di Grozny”.

I PRIMI MISSILI DI PUTIN

Dalla fine di Agosto del 1999 l’aereonautica federale iniziò a bombardare Grozny, preparando il terreno per l’invasione di terra, la quale sarebbe scattata nell’Ottobre seguente. La città, già ridotta ad un cumulo di macerie dalla prima guerra, terminata appena tre anni prima, si trovò ad affrontare un secondo martellamento, che divenne ancora più catastrofico quando l’artiglieria campale russa occupò le colline del cosiddetto Terek Ridge, godendo così di una comoda postazione di tiro sulla capitale della ChRI. A dirigere l’invasione c’era un “giovane” Vladimir Putin, appena nominato Primo Ministro da un sempre più debilitato Boris Eltsin.

Artiglieria russa in bombardamento

Nonostante l’assedio imminente, decine di migliaia di civili erano ancora dentro Grozny quando l’artiglieria prese a cannoneggiare la città. Uno dei centri di aggregazione più importanti per i cittadini era il mercato centrale, nel quale si commerciava ogni sorta di prodotto, dai generi alimentari ai vestiti, fino alle armi da fuoco. Il 21 Ottobre una pioggia di missili SCUD si abbatté sulla città: due di questi esplosero poco lontano dall’unico reparto di maternità funzionante nella città, a pochi passi dal compound presidenziale e dall’ufficio postale centrale, uccidendo una trentina di persone tra le quali giovani madri con i loro neonati. Un altro colpì una moschea del sobborgo di Kalinina, uccidendo 41 fedeli intenti a pregare. Altri tre missili caddero nel quartiere del mercato centrale. La prima esplosione avvenne ad una cinquantina di metri dal bazar, e distrusse Mira Street, proiettando una pioggia di schegge che falciarono chiunque si trovasse in giro in quel momento. Poco dopo altri due missili caddero ad una distanza di circa 80 metri l’uno dall’altro, colpendo in pieno il mercato ed uccidendo una novantina di civili, molti dei quali residenti di etnia russa. I soccorsi raggiunsero prontamente il luogo della strage ma un’ora dopo sulla piazza cadde ancora un altro missile, falciando i soccorritori ed i giornalisti accorsi a documentare il disastro. Morirono altre decine di persone, tra le quali il giornalista del Groznensky Rabochy Supian Ependyev. Fu il primo di una lunga serie di giornalisti che avrebbero perso la vita nel tentativo di raccontare la seconda guerra cecena.

LA PRIMA STRAGE DI PUTIN

 Oltre ai più di cento morti l’assalto provocò dai 250 ai 500 feriti, molti dei quali gravissimi. Alcuni, caricati su mezzi di fortuna si diressero in convoglio verso l’Inguscezia, ma i numerosi checkpoint russi lungo la strada impedirono alla maggior parte di questi di raggiungere celermente gli ospedali ingusci. Il bombardamento provocò una nuova ondata di profughi che dalla città iniziarono a defluire confusamente verso nord. Un convoglio di questi, dopo essere stato fermato e costretto a fare dietrofront, venne erroneamente bombardato dall’aereonautica federale, che lo aveva scambiato per un distaccamento militare.

I russi negarono qualsiasi coinvolgimento, dichiarando che le esplosioni fossero frutto di un regolamento di conti tra bande illegali o l’esplosione di un magazzino di armi adiacente al mercato, ma le numerose registrazioni video del luogo della strage, nelle quali erano ben presenti i resti di missili balistici ed i crateri da impatto delle loro testate, smentirono la versione del Cremlino. Si trattò a tutti gli effetti di un bombardamento su obiettivi prevalentemente civili: anche ammettendo che nel bazar fossero in vendita delle armi, la stragrande maggioranza degli stand vendevano generi alimentari e vestiario, ed in quel momento erano affollati da civili in cerca di beni di consumo. Il bombardamento sollevò la prima forte reazione da parte della comunità internazionale: il Presidente del Parlamento Europeo, Lord Russell – Johnston, si disse “scioccato” ed accusò il governo russo di violare i diritti umani e le leggi di guerra. Simili condanne giunsero dal Presidente dell’Unione Europea, il finlandese Paavo Lipponen, e dal Cancelliere tedesco Gerard Schroder. Il Consiglio d’Europa chiese a Putin di riferire quanto prima i suoi piani per porre fine al conflitto. Il Segretario di Stato americano Madeleine Albright definì l’azione “deplorevole ed inquietante”.  Le proteste dei leader occidentali, blandamente supportate dall’ONU, non fermarono comunque l’invasione.

VIdeo che mostra il bombardamento del Mercato di Grozny del 21 Ottobre 1999
Video che mostra le vittime del bombardamento

L’ANGELO NERO SULLE MONTAGNE: LA BATTAGLIA DELLA GOLA DI KERIGO

DA KOMSOMOLSKOYE A PANKISI

A seguito della Battaglia di Komsomolskoye (5 – 20 Marzo 2000) Ruslan Gelayev, uno dei più audaci ed agguerriti comandanti dell’esercito della ChRI, riparò in Georgia con i resti delle sue unità, trovando riparo in una piccola gola abitata prevalentemente da Ceceni, la celebre Gola di Pankisi. Qui “L’angelo nero” installò il suo quartier generale, raccogliendo reduci e fuggiaschi ed instaurando una sorta di piccolo potentato personale, dal quale avrebbe più volte avviato campagne militari in Cecenia, in Inguscezia ed in Abkhazia.

Uomini di Gelayev si arrendono ai federali al termine della Battaglia per Komsomolskoye (2000)

Giunto a Pankisi nell’autunno del 2000, Gelayev passò tutto l’anno successivo a ricostituire le sue forze, abbandonando apparentemente il campo di battaglia e subendo, per questo, il biasimo del Presidente Maskhadov, il quale lo privò di tutti i suoi poteri e lo degradò con formale decreto. Fino alla primavera del 2002 il comandante ceceno rimase a Pankisi, studiando il modo migliore per tornare in Cecenia. Il rientro sul campo di battaglia era possibile soltanto attraverso l’Inguscezia (strada che aveva già percorso nel 2000, quando si era ritirato) o tramite la gola di Kerigo, la quale collegava direttamente Pankisi alla cittadina cecena di Baskhoy. Il primo percorso era più agevole, ma anche più pericoloso: durante la ritirata Gelayev  aveva perduto decine di uomini, trovandosi spesso in campo aperto sotto il fuoco dell’aereonautica federale ed incalzato dai mezzi blindati di Mosca. Inoltre, una volta arrivati in Cecenia, i gelayeviti avrebbero dovuto aprirsi un varco dalle pianure verso le montagne, rischiando di essere facilmente intercettati e distrutti. Il passaggio montano attraverso Kerigo appariva più sicuro, ma d’altra parte era molto più difficile da affrontare: non esistevano strade carrabili sicure (l’unica strada di una certa portanza era la Itum –  Khale / Shatili, stabilmente occupata dai russi fin dalla fine del 1999 – Per approfondire LEGGI QUI) e gli uomini di Gelayev avrebbero dovuto affrontare la traversata a piedi, trasportando in spalla, o a dorso di mulo, tutto ciò che sarebbe servito loro. D’altra parte, una volta sbucati in Cecenia, i Gelayeviti si sarebbero trovati in posizioni più favorevoli, ed avrebbero potuto facilmente ricongiungersi con gli uomini di Maskhadov che ancora combattevano nel sud montagnoso.

Militanti avanzano nella neve

LA VIA DELLE MONTAGNE

A confortare l’ipotesi di un passaggio attraverso le montagne c’era un felice precedente:  nell’estate del 2001 un altro comandante di campo, Magomed Tsagaraev, era riuscito a passare da Pankisi alla Cecenia attraverso la Gola dello Sharoargun, poco distante da Kerigo, con un gruppo di 60 uomini. La traversata non era stata facile, e le guardie di frontiera russe avevano intercettato ed ucciso alcuni dei suoi, ma Tsagaraev era comunque riuscito a passare con quasi tutti i suoi effettivi, raggiungendo con successo la zona di combattimento (salvo poi finire ucciso in una sparatoria poche settimane dopo). Gelayev era convinto di poter aprire una vera e propria rotta montana attraverso la quale far affluire alla spicciolata piccoli gruppi di 40/50 militanti per volta, eludendo la debole sorveglianza offerta dai servizi di frontiera federali (i quali avevano grosse difficoltà ad operare efficacemente in quell’area così brulla e frastagliata) e portando centinaia di uomini sulle montagne cecene entro l’inverno.

Nei mesi precedenti  il comandante ceceno inviò parecchie pattuglie in ricognizione, con lo scopo di mappare la posizione delle guardie di frontiera e seguire i loro spostamenti. Durante una di queste ricognizioni una pattuglia di Gelayev fu intercettata dai federali: i militanti si qualificarono come cacciatori, ma il fatto che fossero armati con fucili mitragliatori rese chiaro quale fosse lo scopo delle loro “battute di caccia”. I federali ebbero così piena consapevolezza che Gelayev stesse organizzando qualcosa, ed intensificarono la sorveglianza. Ciononostante l’Angelo Nero decise di procedere ugualmente, e nei primi giorni di Luglio guidò il primo distaccamento sulle montagne. La presenza dei gelayeviti non passò inosservata, ed il 21 Luglio i ceceni furono avvistati: con loro portavano armi da guerra, lanciagranate e perfino armi portatili terra – aria. Il 27 Luglio un primo reparto federale composto da una ventina di uomini, agli ordini del Maggiore Popov, intercettò una pattuglia avanzata cecena e si mosse a neutralizzarla. Il comando federale supportò l’azione inviando elicotteri da combattimento, e nel giro di poche ore combattimenti si accesero in tutta la gola. Popov aveva sottostimato l’entità delle forze nemiche, pensando di trovarsi davanti al massimo una decina di militanti, ma il rabbioso fuoco di risposta che ricevette, diretto anche contro gli elicotteri, rese presto chiaro che Gelayev aveva portato con sé svariate decine di uomini.

Ruslan Gelayev (al centro, in nero) circondato dai suoi uomini

LA BATTAGLIA

Non potendo procedere oltre per via della accanita resistenza dei militanti, Popov, optò per assumere una posizione difensiva e chiamare rinforzi: nel giro di alcune ore giunsero sul campo di battaglia alcune unità di mortaio che presero a bombardare le posizioni tenute dai gelayeviti. Il bombardamento fu efficace, e nel giro di poche ore produsse lo sbandamento della forza cecena. I russi presero ad avanzare, raggiunsero le posizioni nemiche e le assaltarono, prendendo cinque prigionieri e rinvenendo i resti di parecchi militanti. I prigionieri confermarono che la loro unità, composta da una venticinquina di uomini era l’avanguardia di un gruppo più corposo. I federali catturarono parecchie armi di ottima fattura, tra le quali 5 MANPADS.

Era chiaro che il reparto che era stato attaccato e distrutto dai russi non era né l’unico, né il più consistente, così le truppe federali continuarono ad affluire in zona, tentando di intercettare gli altri. Stavolta, tuttavia, le bande di Gelayev erano penetrate nei boschi circostanti la gola, e per stanarli sarebbe servita una lunga caccia all’uomo senza la copertura dell’artiglieria e dell’aereonautica. Reparti russi e ceceni si scontrarono nelle ore seguenti, in un complesso gioco di imboscate e sganciamenti durante il quale i reparti avversari giunsero a scontrarsi a distanza molto ravvicinata. In uno di questi scontri lo stesso Maggiore Popov rimase ucciso, probabilmente da un colpo di cecchino. Al calar del sole, Gelayev capì che anche se fosse riuscito ad aver ragione delle truppe federali (le quali, comunque continuavano ad affluire copiosamente) non avrebbe avuto alcuna possibilità di uscire dalla gola. Avendo perduto l’effetto sorpresa, e non potendo competere con i federali in campo aperto, decise quindi di far ritorno a Pankisi.

Mitragliere di Gelayev

Al termine della battaglia giacevano sul campo di battaglia almeno 25 militanti. Per parte sua l’esercito di Mosca aveva patito 8 morti e 7 feriti. Nei giorni seguenti i russi tentarono di intercettare i gelayeviti in ritirata, e secondo quanto dichiarato dal comando federale un altro contingente ceceno fu individuato, attaccato e distrutto prima che riuscisse ad attraversare il confine. Il fallimento dell’operazione convinse Gelayev a rientrare in Cecenia attraverso l’Inguscezia.

9 – 11/01/2000: IL CONTRATTACCO DEI LUPI – La Battaglia DI ARGUN

Agli inizi di Gennaio del 2000 le forze federali avevano stretto Grozny sotto assedio. Per quanto i separatisti controllassero ancora la gran parte della città, la chiusura del fronte alle loro spalle aveva interrotto i rifornimenti che dalla gola dell’Argun e dalle altre regioni montuose della Cecenia raggiungevano le retrovie poste nei quartieri meridionali della capitale cecena. Nel tentativo di riaprire un corridoio utile a ripristinare i collegamenti, Maskhadov decise di lanciare una controffensiva in quello che sembrava essere il punto più debole dello schieramento federale: il cosiddetto “Triangolo” costituito dalle cittadine di Shali, Argun e Gudermes. L’azione sarebbe stata portata avanti dai raggruppamenti di Basayev, che avrebbe mosso una sortita da dentro Grozny verso Argun, e da Khattab, che avrebbe mosso dalla gola verso la cittadina. Una volta presa Argun, le forze separatiste avrebbero dovuto procedere verso Gudermes, impegnando i federali per il tempo necessario a far giungere a Grozny i rifornimenti necessari a proseguire l’assedio. Due raggruppamenti minori, guidati da Salambek Arsaev, e Ramzan Akhmadov, avrebbero fiancheggiato le due azioni principali: Arsaev avrebbe dovuto prendere Shali, mentre Akhmadov si sarebbe installato a Mesker – Yurt. In questo modo i due avrebbero presidiato i centri di collegamento tra le posizioni separatiste e la cittadina di Argun, tenendo aperto il corridoio più a lungo possibile. A confortare le speranze di Maskhadov c’era la percezione che l’anello di unità federali disposte a sud di Grozny non fosse così impermeabile: il 3 Gennaio, infatti, il raggruppamento al seguito del comandante di campo Arbi Baraev era riuscito ad eludere l’accerchiamento a Sud  – Ovest della città, raggiungendo incolume Alkan – Khala e da qui attraversando il Sunzha fino ad Alkhan – Yurt.

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POSIZIONAMENTO

I reparti della ChRI impiegati per l’operazione furono messi in moto nella notte tra il 5 e il 6 Gennaio. Il primo a manovrare fu Akhmadov, al comando di un centinaio di uomini. Dopo essersi raggruppato all’imbocco della Gola di Argun, il suo gruppo si diresse su Mesker  -Yurt. Tuttavia, a causa del tempo avverso (nevicava copiosamente) e del fatto che gli uomini si muovessero in piena notte per evitare di essere individuati fece sì che anziché raggiungere l’obiettivo designato, Akhmadov si ritrovò nei dintorni del vicino villaggio di Germenchuk, qualche chilometro più a sud. Presa la strada per raggiungere Mesker – Yurt, lui e i suoi uomini si trovarono alle prime luci dell’alba a metà strada tra i due villaggi, e decisero così di acquartierarsi in un’area industriale semiabbandonata, dove avrebbero potuto attendere nuovamente il calare del buio per rimettersi in viaggio. Qui i militanti furono notati da alcuni civili, i quali presumibilmente allertarono le autorità federali. Pensando che si trattasse di un piccolo gruppo di sequestratori il comando russo inviò un plotone a “ripulire” l’area, ma questo venne ben presto ingaggiato e sopraffatto dagli uomini di Akhmadov. Un piccolo reparto di rinforzo giunto in soccorso fu costretto a ripiegare sotto il tiro dei lanciagranate. Oltre a 3 morti il plotone patì anche la presa di tre prigionieri, due dei quali sarebbero morti in cattività nelle settimane successive. Dopo aver respinto l’avanguardia federale Akhmadov si sbrigò a sloggiare dal suo nascondiglio, prevedendo l’arrivo di forze più consistenti appoggiate da carri armati. Queste effettivamente giunsero sul posto la mattina dopo, solo per constatare che i separatisti avevano già lasciato la posizione per iniziare il raid su Argun. Gli altri raggruppamenti al seguito di Khattab e Arsaev si posizionarono correttamente senza incontrare problemi: alcuni dei militanti giunsero in città nottetempo, altri si mischiarono alla popolazione e presero posizione ad Argun attendendo l’avvio dell’operazione.  

Video girato dai separatisti che mostra la situazione appena terminati gli scontri con le avanguardie federali nell’area industriale a nord di Germenchuk

L’ATTACCO

La mattina del 9 Gennaio tutte le unità si attivarono, prendendo rapidamente il controllo di Argun: le unità federali furono assediate nelle loro basi, mentre i separatisti occupavano l’area prospicienti la stazione ferroviaria, il ponte sul fiume Dzalkha, via d’accesso alla città da Est, e la strada di collegamento tra i villaggi di Mesker – Yurt e Tsotsin – Yurt. Gli uomini di Arsaev presero posizione a Shali. Circa 500 uomini armati, sotto l’abile direzione di Maskhadov e guidati sul campo da comandanti esperti, presero di sorpresa la guarnigione federale, anch’essa ammontante a non meno di 500 uomini ma per lo più concentrata nelle basi di acquartieramento. Lo scopo dei separatisti non era quello di annientare il contingente russo, quanto quello di costringerlo ad asserragliarsi sulle sue posizioni in modo da poter aprire la strada ai rifornimenti per la guarnigione di Grozny. Così sia i reparti appostati intorno alla stazione, sia quelli schierati intorno alla base militare di Argun mantennero un costante fuoco intimidatorio che costrinse i difensori a rimanere fermi, mentre le altre unità di Maskhadov prendevano posizione ad aprivano il varco. Le unità che si trovavano a passare nei paraggi finirono sotto i colpi dei lanciagranate. Alcuni reparti isolati tentarono di penetrare in città per dare man forte ai difensori, ma furono anch’essi sommersi dal tiro dei militanti.

Mentre ad Argun si consumavano le prime fasi dell’attacco, negli altri quadranti dell’operazione gli uomini di Maskhadov si preparavano a difendere le posizioni. Gli uomini di Akhmadov, raggiunta Meskher – Yurt, si posizionarono all’altezza del ponte sul fiume Dzhalka, dove intercettarono una colonna federale che si stava avvicinando al villaggio. L’attacco, quasi interamente ripreso dai suoi propagandisti, fu guidato da Khattab in persona: morirono almeno 17 miliari federali, e certamente di più furono i feriti. Non sono note le perdite tra i separatisti, anche se probabilmente non furono ingenti, data la totale impreparazione della colonna russa, la quale non stava muovendo consapevole dell’attacco.  Successivamente agli eventi Khattab avrebbe dichiarato l’uccisione di “centinaia” di soldati russi. La realtà è certamente diversa, ma sicuramente l’azione fu un pieno successo dei militanti. Una delle ultime vittorie sul campo prima della caduta di Grozny.

Ricostruzione grafica della Battaglia di Argun. Il rettangolo azzurro in alto a sinistra è la stazione ferroviaria, quello nel centro è il Quartier Generale delle forze federali in città. Le frecce arancioni segnano i punti nei quali i separatisti ingaggiarono i reparti inviati di soccorso, respingendoli.

IL FIASCO DI SHALI

A Shali, nel frattempo gli uomini di Arsaev erano entrati in azione, assediando la piccola guarnigione federale nella sua base. La cittadina era considerata il centro più facile da prendere, sia perchè era il più geograficamente vicino alle posizioni separatiste, sia perchè era il centro meno presidiato tra i tre. Tra i separatisti vi era la convinzione che le poche unità a difesa della base locale si sarebbero facilmente arrese se gli attaccanti avessero mostrato sufficiente forza. Di questo sembrava fermamente convinto Arsaev.

Dopo aver circondato il distaccamento nemico i separatisti inviarono un ultimatum, tramite il Capo di Stato Maggiore del reparto, Abdul Malik Mezhidov, invitando i russi ad arrendersi. Ricevuto un secco rifiuto dai difensori, i militanti rimasero ai margini della base avendo cura che il nemico non tentasse sortite. A poca distanza dalla base Arsaev organizzò una dimostrazione con i suoi uomini, schierandoli in piazza ed accogliendo anche numerosi simpatizzanti civili, volendo così dimostrare sia la fedeltà della popolazione ai separatisti, sia il numero dei suoi uomini, in grado di superare i federali di quattro o cinque volte. Il comandante della guarnigione russa decise allora di tentare una carta poco ortodossa, al limite (anzi, oltre il limite) del concesso. Consapevole di rischiare una strage di civili, chiese il supporto dell’artiglieria missilistica, la quale lanciò con estrema precisione un potente missile Tochka – U , in grado di polverizzare un intero edificio. Il missile centrò in pieno il raduno di Arsaev, provocando la morte di decine di militanti e di altrettanti civili. Non è dato sapere in quanti morirono, ma certamente non è assurda l’ipotesi che a perdere la vita fu almeno un centinaio di persone, in buona parte militanti separatisti. Diverse centinaia furono i feriti, tra i quali sicuramente moltissimi civili.

Arsaev tentò di vendicare l’azione lanciando rabbiosi attacchi contro la base federale, ma l’intervento dell’artiglieria, guidata sul campo dai difensori, impedì che i separatisti facessero progressi e scoraggiò molti di loro, i quali presero a ritirarsi fuori dalla città. I limitati successi ottenuti da Khattab ad Argun furono quindi rapidamente vanificati, ed i separatisti dovettero presto evacuare i loro obiettivi.

Video amatoriale che mostra i resti dei caduti federali durante gli scontri ad Argun

LA RISPOSTA RUSSA E LA FINE DELL’OFFENSIVA

L’avanzata di Basayev, in concomitanza con lo spostamento di unità federali intenti ad avanzare nei quartieri sud – orientali della città, aprì un corridoio che per due giorni permise l’arrivo di rifornimenti alla capitale assediata. Il sopraggiungere delle unità inviate da Mosca a chiudere il passaggio costrinse i reparti della ChRI ad indietreggiare, per poi disperdersi tra le colline e ricongiungersi nella Gola di Argun. Basayev, con i suoi uomini, rientrò in città, dove avrebbe sostenuto l’assedio fino alla fine di Gennaio. Le perdite russe ammontarono a più di ottanta morti e almeno un centinaio di feriti, ma i ceceni lasciarono sul campo almeno il doppio degli uomini, in buona parte combattenti di valore. Sul piano tattico, quindi, l’operazione fu un completo fallimento, e se servì a ritardare di quattro o cinque giorni l’assalto finale russo a Grozny, costò la vita a molti buoni combattenti ed un indurimento delle condizioni dei civili: per ordine del Comandante in Capo Kazantsev da ora in avanti soltanto i maschi al di sotto dei dieci anni o al di sopra dei sessanta sarebbero stati considerati rifugiati, e tutti gli altri avrebbero dovuto essere considerati “sospetti terroristi. D’altra parte l’offensiva ebbe un importante effetto propagandistico: per la prima volta dall’inizio della Seconda Guerra Cecena i separatisti erano tornati a prendere l’iniziativa, occupando due delle principali città del Paese e dimostrando all’opinione pubblica di essere ancora in grado di mettere in crisi la macchina bellica federale.

RUSLAN GELAYEV: “L’ANGELO NERO”

Ruslan Gelayev è forse uno dei comandanti di campo separatisti più iconici. Proveniente dal proletariato di campagna, lavoratore stagionale, animato da un coraggio fuori dal comune e dotato di grande leadership, egli rappresenta forse più di chiunque altro il prototipo del guerrigliero secessionista. Testardo uomo d’azione, si trovò spesso in rotta di collisione con la leadership della ChRI, finendo per essere addirittura degradato e privato dei suoi riconoscimenti.  Anche la sua morte, che racconteremo qui, è certamente tra le più emblematiche.

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GIOVINEZZA E RIVOLUZIONE

Ruslan Germanovich Gelayev nacque il 16 Aprile 1964 a Komsomolskoye (odierna Goychu) da una famiglia da poco rientrata dall’esilio in Kazakistan. Il suo villaggio natale era un paesino rurale, che poté fornirgli a malapena qualche anno di scuola elementare e la prospettiva di una vita da contadino. Quando suo padre morì, nei primi anni ’80, Gelayev decise di iniziare a lavorare come stagionale, nel settore delle costruzioni e nel lavoro agricolo. Un destino comune a decine di migliaia di suoi compatrioti, “eccedenze rurali” del sistema socialista. Il lavoro lo portava spesso nella regione di Omsk, dove trovò una compagna, Larisa, dalla quale ebbe un figlio maschio, Rustam. Dopo qualche anno di convivenza nei sobborghi di Omsk, Ruslan trovò lavoro a Grozny nel settore petrolifero, cosicché la famiglia si trasferì in Cecenia intorno al 1990. Per quell’epoca, secondo alcune fonti, Gelayev aveva già accumulato un bel numero di denunce per reati minori (per lo più furto e rapina).

Lo scoppio della Rivoluzione Cecena lo trovò frustrato e desideroso di rimettersi in gioco: al pari di molti altri militanti della prima ora, il nazionalismo fu per lui il motore di una vera e propria rinascita personale, capace di fornirgli una nuova ragione di vita. Gelayev partecipò agli eventi di Settembre – Novembre 1991 arruolandosi volontario nella Guardia Nazionale, dove strinse una forte amicizia con due personaggi destinati a segnare la sua vita per sempre: Khamzat Khankarov e Shamil Basayev. Il primo, militante pancaucasico, autore di inni nazionalisti ed ispirato autore di articoli incendiari, divenne uno dei suoi migliori amici. Il secondo invece divenne il suo principale partner nella costruzione di una forza armata di formidabile valore, e terribilmente spietata.

Ruslan Gelayev nel 1991

IL COMANDANTE MILITARE

Il vero colpo d’ala nella sua vita Gelayev ci fu nel 1992, quando scoppiò la Guerra Georgiano – Abkhaza. I nazionalisti ceceni, inquadrati nelle Brigate Internazionali della Confederazione dei Popoli del Caucaso, si schierarono a difesa dei separatisti abkhazi, costituendo il nocciolo duro di due raggruppamenti armati e recandosi nella piccola regione a combattere. Per quasi tutto il 1992 Ruslan combattè al fronte, guadagnandosi fama di energico comandante e costituendo il nucleo di un reparto armato a lui fedelissimo. Fu proprio il suo amico e diretto superiore, Khankarov, a nominarlo comandante di plotone. Da quel plotone nacque il Reggimento “Borz” (“Lupo”) destinato a diventare uno dei più temibili reparti dell’esercito separatista.

Rientrato in patria si mise a disposizione del governo Dudaev, trasformando quel piccolo gruppo di combattenti in un’unità organizzata. Tra le sue file si arruolarono molti giovani, tra i quali un suo lontano parente, Dokku Umarov, anch’egli destinato a diventare un uomo di punta della Repubblica Cecena di Ichkeria. Gelayev strinse amicizia con un parente acquisito del Presidente, Salman Raduev, il quale stava a sua volta costituendo un reparto armato chiamato “Berretti Presidenziali”. Tra i due nacque una proficua collaborazione “professionale” e umana, alimentata dalla figura del Generale Dudaev e dal suo progetto di una Cecenia indipendente e forte. Gelayev divenne uno dei più ardenti sostenitori del progetto separatista, mettendo a disposizione i suoi volontari. Il primo incarico che gli fu affidato fu quello di proteggere gli impianti petroliferi di Grozny, da tempo flagellati dal furto di greggio e ridotti quasi all’improduttività. La sua unità divenne la forza di guardia degli impianti di raffinazione, e immediatamente i furti di petrolio si ridussero come non mai. La sua figura cresceva di giorno in giorno, tanto che alla fine del 1993 egli poteva ben definirsi una delle persone più influenti della nuova Cecenia.

Il colpo di Stato del 1993 lo mise in crisi di fronte a Dudaev: nel Dicembre di quell’anno, quando ormai si profilava all’orizzonte la guerra civile, insieme a Basayev si recò a casa del Presidente, volendo convincerlo a ricomporre la frattura tra il suo governo e l’opposizione parlamentare, portata agli estremi dal golpe militare da questi operato nel Giugno precedente. Le forze di Gelayev e di Basayev si schierarono di fronte alla residenza presidenziale domandando la nomina di un Primo Ministro (Dudaev aveva tenuto per sé sia la carica che Presidente che quella di Capo del Gabinetto dei Ministri) e l’istituzione di un Ministero della Difesa. Dudaev convocò entrambi, negoziò con loro e alla fine riuscì a ricondurli dalla sua parte. Non sappiamo quali argomenti addusse, fatto sta che dal Gennaio del 1994 Gelayev tornò ad essere un pretoriano del Presidente, prendendo parte alla guerra civile dalla parte dei lealisti. Il suo reparto fu la punta di lancia nella repressione dell’insurrezione messa in atto da Ruslan Labazanov, ed insieme a Maskhadov prese parte alla battaglia di Gekhi contro le unità di Bislan Gantamirov.

Fotogramma che mostra RUslan Gelayev ad una riunione del Comitato per la Difesa dello Stato (GKO)

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L’ANGELO NERO

Allo scoppio della Prima Guerra Cecena Gelayev era già uno dei candidati di punta per guidare le forze armate della ChRI. Nominato comandante del settore Sud – Occidentale, schierò i suoi uomini nel quadrilatero Assinovskaya – Novy – Sharoy – Achkhoy Martan – Bamut. In quest’ultimo villaggio si trovava una vecchia base missilistica sovietica, che egli fortificò al punto da diventare quasi inespugnabile. Dopo la presa di Grozny da parte dell’esercito federale la sua forza d’animo e la sua leadership furono essenziali pet tenere unito ciò che rimaneva dell’esercito regolare. Per far sentire la sua autorità non esitò a compiere veri e propri crimini di guerra, come l’uccisione a sangue freddo di tre ufficiali russi catturati, come ritorsione per i bombardamenti lanciati dai russi nei villaggi montani dove si era asserragliato. Sostenitore della guerra ad oltranza, se necessario facendo ricorso a metodi terroristici, sostenne la proposta di Basayev di “Portare la guerra in Russia” attuando un’azione dimostrativa che terrorizzasse l’opinione pubblica. Fu anche grazie al suo appoggio che Basayev potè ideare e portare a termine il Raid su Budennovsk, a seguito del quale i separatisti ottennero dal governo russo l’avvio di negoziati per la fine delle ostilità.

Dopo lo stallo dell’estate 1995 e la ripresa delle ostilità attive nell’autunno di quell’anno, Gelayev prese le redini di gran parte delle milizie separatiste, attribuendosi il nome di battaglia di “Black Angel”: fu tra gli organizzatori della difesa della piazzaforte di Shatoi nel 1995, del Raid su Grozny del Marzo 1996 e della celebre Imboscata di Yarish Mardy nell’Aprile di quell’anno. Il 6 Agosto successivo i suoi uomini dettero avvio alla cosiddetta “Operazione Jihad” con la quale i separatisti ripresero la capitale cecena costringendo Eltsin a sedersi al tavolo della pace. L’azione gli valse il grado di Generale di Divisione, unico in tutta la gerarchia dell’esercito separatista oltre  Maskhadov e Basayev. Divenne così uno dei tre pilastri del nazionalismo ceceno. Ruslan il muratore era diventato Khamzat, L’Angelo Nero.

Gelayev in uniforme con l’Ordine dell’Onore della Nazione al petto

L’EROE SENZA PACE

La fine della guerra fece assurgere Gelayev all’Olimpo dei Comandanti di Campo. Egli era “L’eroe di Bamut”, colui che con la sua milizia aveva tenuto testa all’esercito federale senza mai perdere la speranza, rispondendo colpo su colpo, tenendo unita la resistenza militare all’invasione russa. Un personaggio così difficilmente avrebbe trovato una collocazione nella nuova Cecenia “civile”, che lentamente tentava di riprendersi dall’inferno nel quale era stata proiettata. Molti dei suoi miliziani erano si vincitori, ma senza un lavoro e senza risorse per sopravvivere. Le sue bande non smobilitarono, ma si acquartierarono nei dintorni di Achkhoy – Martan. Nel frattempo egli partecipava al “governo di coalizione” messo in piedi da Maskhadov per traghettare il paese alle elezioni presidenziali previste per Gennaio 1997, nelle quali il popolo avrebbe dovuto scegliere il successore del defunto Dudaev. Un mese prima delle elezioni Maskhadov e molti altri ministri del governo si dimisero per candidarsi, e Gelayev acconsentì, seppur per un brevissimo tempo, a svolgere il ruolo di Primo Ministro facente funzioni. Fu il fugace apice di una carriera politica non ricercata, ma comunque subita come conseguenza della sua importanza.

Dopo la vittoria di Maskhadov, Gelayev si schierò dalla parte dei nazionalisti intransigenti. Convinto che la guerra non fosse realmente finita, ma che stesse attraversando una semplice fase di stallo, sosteneva la necessità di sfruttare il parziale successo ottenuto estendendo la ribellione antirussa a tutto il Caucaso. In questo trovava l’appoggio di Zelimkhan Yandarbiev, ex Presidente ad Interim (dopo la morte di Dudaev) e leader del movimento “Confederazione Caucasica”, favorevole alla costituzione di una repubblica confederale che abbracciasse tutti i popoli non  – russi del Caucaso. Fondò anche una rivista di propaganda, “Grande Jihad”, amplificatrice del suo pensiero tradizionalista, nazionalista radicale e militarista. Per tentare di tenerlo a bada Maskhadov lo incluse come Vicepresidente del Gabinetto dei Minsitri, con delega alla Ricostruzione, e lo inserì nel Consiglio Presidenziale Supremo, massimo organo consultivo dello Stato. Rimase al suo posto giusto qualche mese, per poi dimettersi in contrasto con la politica di Maskhadov, a suo dire “troppo accomodante verso la Russia”. Nel distretto dove esercitava principalmente il suo potere, quello di Urus – Martan, proteggeva i radicali di ogni risma, in particolare quelli islamisti, dei quali apprezzava la rigida moralità: sotto la sua protezione Urus – Martan divenne una sorta di piccolissimo emirato, soggetto ad una versione artigianale della legge islamica. Nel 1998 Gelayev compì il suo “Haji”, il pellegrinaggio rituale che ogni islamico deve portare a termine durante la sua vita. Al termine del viaggio egli si attribuì il nome islamico “Khamzat”, con il quale intese onorare il suo amico e commilitone Khamzat Khankharov, nel frattempo deceduto.

Gelayev a Shatoi nel 1996

La situazione nel Paese diventava sempre più difficile man mano che Maskhadov cercava di prendere il controllo delle istituzioni e dell’economia, strappando potere e popolarità ai nazionalisti radicali. Nella primavera del 1998 la situazione era esplosiva, e i due fronti erano pronti per un confronto all’ultimo sangue. La Battaglia di Gudermes vide confrontarsi l’esercito lealista con gli esponenti islamizzati delle forze dell’ordine (Battaglione Islamico per Scopi Speciali – IPON e Guardia della Sharia) fiancheggiate dai militanti isllamisti. Fu un massacro, durante il quale furono impiegate anche armi pesanti. La battaglia sancì la vittoria dei moderati di Maskhadov, ma lo mise in rotta di collisione con “L’eroe di Bamut”, il quale da quel momento lavorò affinchè il governo Maskhadov cadesse quanto prima.

Per tentare di ricucire lo strappo con i comandanti di campo Maskhadov tentò di reintrodurli nelle strutture di potere, giungendo a nominare Gelayev comandante della Guardia della Sharia ed arrivando, nel Febbraio del 1999 a proclamare la Legge Islamica in tutto il territorio nazionale. Questa manovra disperata non sortì i risultati sperati, anzi: nel giro di qualche mese il Paese divenne completamente incontrollabile, le milizie islamiche poterono organizzarsi liberamente e, nell’Agosto del 1999, passarono all’attacco sconfinando in Daghestan con l’intento di fondare anche là uno stato confessionale. La reazione della Russia fu immediata e implacabile: nell’Ottobre del 1999 iniziò una seconda invasione della Cecenia, ed una seconda, distruttiva, guerra di occupazione.

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DI NUOVO IN ARMI

Lo scoppio della Seconda Guerra Cecena non colse Gelayev impreparato: egli di fatto non aveva mai smobilitato le sue milizie, né si era mai ambientato alla pace. Quando i reparti federali varcarono i confini del paese, i suoi uomini erano già pronti a prendere posizione sul “suo” fronte Occidentale, dove si erano distinti nella Prima Guerra. Ancora una volta i suoi uomini si batterono con grande audacia, tenendo a distanza i russi per mesi. Quando questi raggiunsero i sobborghi di Grozny, egli fu nominato da Maskhadov comandante di uno dei settori della città, con l’incarico di ripetere quanto riuscito nel Gennaio del 1995 e trasformare l’avanzata dei federali in un inferno. Lui ed altri illustri comandanti di campo difesero la città fino alla fine di Gennaio. Poi, inaspettatamente, decisero di abbandonare i quartieri ancora sotto il loro controllo e tentare una sortita. Fu un massacro: i russi avevano organizzato un’operazione volta a far uscire i militanti allo scoperto, per poi distruggerli con l’artiglieria e l’aereonautica, la cosiddetta “Caccia ai Lupi”. In una notte circa un terzo dei millecinquecento miliziani fuoriusciti fu ucciso, un altro terzo catturato. Le poche centinaia di superstiti riuscirono a guadagnare la Gola dell’Argun, ultima roccaforte separatista, dove si era acquartierato Maskhadov. La gola fu presto messa sotto assedio, mentre i reparti federali avanzavano a macchia d’olio in tutto il territorio circostante.

KOMSOMOLSKOYE

Circondati e sotto bombardamento, i separatisti decisero di tentare nuovamente la sortita: divisi in tre gruppi tentarono di guadagnare posizioni differenti in modo da dividere gli attaccanti e guadagnare le montagne, dove avrebbero portato avanti la guerriglia partigiana. Gelayev si ritrovò a guidare uno dei due corpi più grossi, composto da circa millecinquecento uomini. Il suo piano era quello di attraversare la gola dai sentieri di montagna, sbucare nel suo villaggio natale, Komsomolskoye, e da lì disperdersi nel familiare Distretto di Urus – Martan. Secondo fonti giornalistiche Gelayev avrebbe dovuto trovare nel villaggio un convoglio di bus messo a disposizione da Arbi Baraev, che a seguito della fuga da Grozny di era dato alla macchia con i suoi uomini e pare stesse organizzando la sua squadra dietro le linee nemiche. Gelayev raggiunse il villaggio dopo cinque giorni di marcia forzata, il 4 marzo.  Per quella data erano rimasti operativi un migliaio di uomini, affamati ed esausti, molti dei quali feriti, a corto di armi e di munizioni. Una volta giunti nella cittadina, di Baraev e dei suoi bus non si trovò traccia. Gelayev pensò ad un tradimento, e probabilmente era proprio così. Nei mesi successivi Baraev avrebbe vissuto tranquillamente nella sua città natale, Alkhan – Kala, godendo della protezione di Gantemirov e dell’FSB, al quale presumibilmente si era venduto in cambio dell’immunità fin dalla sortita da Grozny. Gelayev ed i suoi si trovarono improvvisamente circondati dalle truppe federali, che misero sotto assedio il villaggio: la mattina del 5 marzo iniziò un fitto bombardamento aereo e di artiglieria. Gelayev non aveva avuto il tempo di predisporre un piano di fuga, cosicché iniziò a spedire i suoi in piccoli gruppi fuori dall’assedio, sperando che riuscissero a cavarsela. Dopo quattro giorni di bombardamenti le forze federali iniziarono l’assalto, schierando una trentina di carri armati e due battaglioni di fanteria. I separatisti resistettero con tutte le loro forze a decine di assalti, costringendo i comandi federali a contrattare una tregua il 14 Marzo per recuperare i corpi dei caduti. Il giorno successivo i bombardamenti ripresero, ma i separatisti non abbandonarono le loro posizioni: nonostante il completo accerchiamento e l’impossibilità di vittoria, i separatisti continuavano a combattere con fanatica violenza, aiutanti anche da grandi quantitativi di eroina che, successivamente alla battaglia vennero trovati negli scantinati e nelle dotazioni personali dei combattenti. Ci volle fino al 20 marzo Perchè le ultime sacche di resistenza cessassero di combattere. Durante tutti questi giorni Gelayev riuscì ad evacuare centinaia di uomini. Egli stesso riuscì a mettersi in salvo insieme al nerbo del suo piccolo esercito. 700 dei suoi, tuttavia, rimasero uccisi o furono catturati dai russi.

Miliziani della Colonna Gelayev si arrendono al termine della Battaglia di Komsomolskoye, fine Marzo 2000

PANKISI

Dopo quella tragica sconfitta Maskhadov, accusandolo di aver deliberatamente disobbedito ai suoi ordini e di aver guidato pessimamente l’operazione, lo degradò al rango di soldato semplice e lo privò “del diritto di difendere la madrepatria”. Gelayev raccolse qualche centinaio di seguaci e, faticosamente, si aprì la strada verso la salvezza, attraversando l’Inguscezia. Inseguito dai federali, riuscì a rifugiarsi in Georgia, nella remota Gola di Pankisi. Si trattava di una stretta valle a ridosso dei confini meridionali della Cecenia, abitata da una antica popolazione Vaynakh. Stabilitosi nella valle, vi rimase fino all’autunno del 2001, tenendosi lontano dalle operazioni militari. Nell’ottobre di quell’anno tentò di attraversare il confine attraverso l’Abkhazia, confidando nel fatto che, durante la guerra georgiano – abkhaza, aveva combattuto dalla parte dei secessionisti. Ne uscì uno scontro a fuoco nel quale Gelayev si ritrovò invischiato in una battaglia tra georgiani ed Abkhazi per il controllo del territorio. Non essendo riuscito a passare, rientrò a Pankisi, dove attese la fine dell’inverno. Nell’agosto 2002, ritentò l’impresa. Dopo aver organizzato i suoi uomini in bande, ne spedì alcune attraverso le montagne, alla spicciolata, verso il Sud della Cecenia. Poi, al comando di un nutrito gruppo di duecentocinquanta uomini, accompagnato da Abdul Malik Mezhidov, ex Comandante della Guardia della Sharia, attraversò il confine tra Georgia ed Ossezia del Nord all’altezza di Tarskoye. Dopo aver forzato un posto di blocco ed ucciso otto guardie di frontiera Gelayev, Mezhidov ed i suoi avanzarono braccati dalle forze federali fino a raggiungere il villaggio inguscio di Galashky, dove si scontrarono con i russi in una vera e propria battaglia campale. La banda di Gelayev patì una settantina di morti ed una manciata dei suoi furono fatti prigionieri, ma riuscì ad abbattere un elicottero e ad eliminare una quindicina di federali, ferirne una ventina e mettere fuori combattimento i loro mezzi blindati, per poi attraversare il confine con la Cecenia e dirigersi verso Bamut. Una volta rientrato nei ranghi, tuttavia, si trovò davanti un freddo Maskhadov, che si rifiutò di reintegrarlo come Comandante di Campo. A Gelayev fu permesso di rimettere in piedi una sua banda, ma il timore che fosse colluso con le autorità federali era tale che il Presidente ceceno si rifiutò di reintegrarlo nel Consiglio di Difesa, lasciandolo ai margini della resistenza.

Gelayev con alcuni suoi uomini sulle montagne

LA FINE

Dopo il suo rientro dalla Georgia non riuscì mai a reintegrarsi nel fronte separatista, rimanendo ai margini della leadership, ostracizzato da Maskhadov, che lo credeva un collaboratore dell’FSB. Nel dicembre del 2003, frustrato dalla sua emarginazione, con i suoi ultimi seguaci tentò di tornare nella Gola di Pankisi passando dal Daghestan. Individuato dalle guardie di frontiera locali finì in uno scontro a fuoco, a seguito del quale, usando tutti i mezzi a disposizione, dalle unità corazzate agli elicotteri da combattimento, l’esercito federale distrusse il distaccamento, uccidendo o catturando i suoi ultimi seguaci. Rimasto solo, Gelayev tentò comunque di attraversare il confine, ma il 28 febbraio 2002 si imbattè in due guardie di frontiera daghestane. Nello scontro a fuoco che seguì, il leggendario “Angelo Nero” uccise le due guardie, ma un proiettile lo ferì gravemente al braccio. Gelayev tentò di salvarsi amputandosi da solo l’arto ferito, ma il freddo, il dolore e la grave emorragia ebbero la meglio. La sua fine, ricostruita dagli esperti dell’FSB dopo che il suo corpo fu ritrovato, racconta di un uomo che, pur arrivato al suo capolinea politico ed esistenziale, era ancora animato da una forza incrollabile: “Stava diventando sempre più difficile per lui fare ogni passo, mentre il sangue scorreva dalla sua mano sinistra maciullata. Il comandante […] si fermò ad una cinquantina di metri dal campo di battaglia, si amputò la mano sinistra con un coltello e la gettò nella neve. Quindi estrasse un elastico, lo chiuse sul moncone della sua mano, fece qualche passo e cadde. Riuscì ad alzarsi con grande difficoltà. Dopo qualche decina di passi Gelayev si fermò, prese una lattina di caffè istantaneo Nescafé dalla tasca e, aprendolo con tutte le sue forze, iniziò a masticare i granuli, sperando che il caffè lo tirasse su e lo aiutasse a raggiungere il confine. Poi tirò fuori e morse una tavoletta di cioccolato Alyonka, ma cadde di nuovo. Cominciò a trascinarsi verso il confine con la Georgia. Morì in questa posizione, con una barretta di cioccolato serrata tra i denti.”

Il corpo di Gelayev accasciato ad un albero, al confine tra Daghestan e Georgia

TALE PADRE, TALE FIGLIO

L’unico figlio di Gelayev, Rustam, seguì le orme del padre qualche anno dopo la sua morte. La Repubblica Cecena di Ichkeria non c’era più, al suo posto era rimasto un emirato islamico virtuale, l’Emirato del Caucaso Settentrionale, il cui peso si stava affievolendo sempre più. Rustam decise di dirigersi in Siria, dove nel frattempo Daesh stava costituendo uno stato islamico forte e aggressivo. Si arruolò certamente tra i jihadisti, come testimoniato da alcune foto che postò sul suo account social, e morì nel 2012 sotto i bombardamenti dell’esercito regolare siriano.

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29/03/2000: L’IMBOSCATA DI DHZANI VEDENO

L’imboscata di Dzhani Vedeno fu uno dei più importanti fatti d’armi della Seconda Guerra Cecena, ed uno degli ultimi ascrivibili alla cosiddetta “fase militare” del conflitto. Il 18 Febbraio di quest’anno i servizi di sicurezza federali hanno arrestato tre ex militanti che allora presero parte all’attacco, il quale costò la vita a 43 militari tra funzionari OMON della polizia e soldati della Divisione Taman, oltre 17 feriti.

PREMESSE

Con la presa di Grozny (1 – 6 Febbraio 2000) e la conquista di Shatoi (22 – 29 febbraio 2000) l’esercito russo aveva costretto le ultime grandi unità dell’esercito separatista a frammentarsi in più tronconi: un piccolo distaccamento si era diretto sulle montagne al seguito di Maskhadov, mentre due grossi gruppi da combattimento di erano diretti ad Ovest (gruppo Gelayev) in direzione di Komsomolskoye (dove avrebbe combattuto l’omonima battaglia tra il 5 ed il 20 Marzo) e ad Est (gruppo Khattab) in direzione di Vedeno. Quest’ultimo si era fatto strada verso il sudest della Cecenia sfondando le linee russe all’altezza di Ulus – Kert, in una battaglia che avrebbe preso il celebre nome di “Battaglia per la Quota 776” (28 Febbraio  – 2 Marzo). Nonostante le grosse perdite subite, il distaccamento di Khattab (del quale facevano parte numerosi foreign fighters caucasici, arabi e centroasiatici) era riuscito a guadagnare la salvezza, potendo così riorganizzarsi e preparare una risposta ai gravi rovesci militari patiti dai separatisti nelle settimane precedenti. L’occasione fu fornita dallo stesso comando federale alla fine di Marzo, quando una colonna di polizia miliare, scortata da tre veicoli blindati al comando di un giovane ed inesperto comandante, il Maggiore Valentin Simonov, fu inviata da Vedeno a portare a termine un’operazione di pattugliamento nel villaggio di Tsentaroy, dove nei giorni precedenti si erano segnalati movimenti sospetti.

La mappa interattiva mostra le prime fasi della Seconda Guerra Cecena, dalla tarda estate del 1999 alla caduta di Grozny

LA COLONNA SI MUOVE

All’alba del 29 Marzo il convoglio, composto da 49 uomini (41 agenti di polizia antisommossa provenienti dai distretti di Perm e Berezniki più 8 militari della Divisione Taman) si mise in viaggio su tre veicoli: un veicolo da trasporto URAL, un camion ZIL – 131 ed un blindato per il trasporto della fanteria, un “iconico” BTR – 80 armato con una mitragliatrice pesante. I tre veicoli erano in quest’ordine di marcia. Giunta all’altezza della fattoria di Dzhani – Vedeno, a circa dodici chilometri dalla cittadina di partenza, il motore della ZIL si surriscaldò, costringendo la colonna a fermarsi. La zona era occupata da uno dei distaccamenti di Khattab, al comando del suo luogotenente Abu Kuteyb (anch’egli arabo, veterano della prima guerra cecena oltre che di molti altri fronti “jihadisti”). Il distaccamento separatista era appostato nei pressi della fattoria ed alcuni miliziani erano sistemati negli edifici del piccolo abitato.

Il reparto federale era composto per lo più da giovanissime reclute, le quali non possedevano l’addestramento necessario ad operare in un simile contesto. In particolare non venne istituito un perimetro di difesa, né, predisposta una formazione a riccio per difendere i veicoli da un’eventuale aggressione. Secondo quanto riportato in seguito sulla stampa, il comando della colonna non conosceva le frequenze radio delle unità aviotrasportate che avrebbero potuto portare un soccorso immediato in caso di attacco, e in ogni caso il convoglio possedeva un solo dispositivo radio, localizzato dentro il BTR, considerato il bersaglio principale di un’ipotetica imboscata. Lo stesso comandante del gruppo, Dmitrevich, si recò presso una abitazione unifamiliare a qualche decina di metri di distanza per chiedere dell’acqua con la quale raffreddare il motore dello ZIL, accompagnato soltanto da un poliziotto OMON munito di telecameraa. L’evento (ed i primi istanti della battaglia) venne filmato da quella telecamera. Il filmato è ancora disponibile QUI.

Elementi del gruppo di unità federali coinvolto nell’imboscata

L’IMBOSCATA

Dentro la casa erano asserragliati alcuni militanti del gruppo di Kuteyb, i quali aprirono immediatamente il fuoco uccidendo Simonov e l’operatore che era con lui. L’improvvida azione del Maggiore lasciò il reparto privo di un comandante fin dai primi attimi della battaglia, rendendo ancora più difficile il cordinamento della risposta federale. Nel giro di pochi secondi i separatisti si abbatterono con la colonna facendo ampio uso di armi leggere e di lanciagranate. I federali non erano neanche scesi dai loro automezzi, segno evidente della scarsa preparazione militare che era stata loro fornita. Rimasti seduti ai loro posti, divennero un facile bersaglio per i miliziani appostati tutt’intorno. Come da tattica ormai rodata, colpi di RPG si abbatterono sul camion URAL in testa alla colonna e sul BTR in coda, paralizzando il convoglio. Il mitragliere del BTR tentò di dare copertura sparando all’impazzata contro la collina che sovrastava la strada, facendo guadagnare ai superstiti qualche secondo utile per scendere dai veicoli e posizionarsi in un perimetro difensivo. Sparò finché un secondo colpo non prese in pieno il veicolo, incendiandolo ed uccidendo lo stesso mitragliere. La distruzione del BTR privò i militari dell’unica stazione radio mobile in grado di trasmettere al Comando.

La colonna si era fermata intorno alle 06:30, e la battaglia iniziò oltre un’ora dopo, ma ci volle fino alle 09:30 perché i comandi federali inviassero i primi soccorsi. Essendo rimasti privi di contatto radio, gli ufficiali del comando non presero contromisure finchè il pilota di un elicottero che sorvolava la zona non comunicò, intorno alle 9:00 di aver individuato uno scontro a fuoco nei dintorni di Dzhani Vedeno. Solo allora si mosse da Vedeno una colonna di soccorso, ma Kuteyb aveva previsto questa eventualità, e dovendo difendere un unico punto di accesso al luogo della battaglia (cioè l’unica strada carrabile che da Vedeno raggiungeva Dzhani Vedeno) gli fu sufficiente inviare un distaccamento poco più avanti e tentare di ripetere l’azione con il secondo gruppo. Poco dopo le 10:00 la colonna di soccorso cadde nell’imboscata preparata da Kuteyb: il veicolo blindato in testa al convoglio fu colpito e incendiato, ed i federali, temendo di finire bloccati come i loro commilitoni più avanti, si decisero ad arretrare. L’azione produsse comunque alcuni risultati positivi per gli uomini di Simonov: avendo infatti dovuto ritirare parte dei suoi uomini per contrastare il secondo gruppo di federali, Kuteyb indebolì l’anello di assedio intorno al primo gruppo, dal quale riuscirono a sganciarsi sei elementi (cinque poliziotti ed un soldato della Taman) i quali tentarono di raggiungere le linee russe, o di portarsi dietro quanti più miliziani possibile nel tentativo di alleggerire la pressione sui loro commilitoni.

Resti dello ZIL – 131 distrutto durante l’attacco

I resti del primo gruppo, ormai isolato, continuarono a combattere per tutto il giorno. L’ultimo messaggio che pervenne via radio fu trasmesso alle 16:45 dal soldato Vasily Konshin, il quale aveva preso il comando del gruppo dopo la morte del Maggiore Simonov. In esso egli raccomandava ai suoi uomini di sparare “a colpo singolo”, segno che le munizioni dovevano essere quasi esaurite. Per quell’ora nessuna unità di soccorso era ancora riuscita a raggiungere il luogo dell’imboscata.

L’ARRIVO DEI SOCCORSI E L’ESECUZIONE DEI PRIGIONIERI

I reparti federali riuscirono ad arrivare al luogo dell’agguato soltanto due giorni dopo, il 31 Marzo 2000. Il luogo della battaglia era ormai deserto, e sulla strada furono rinvenuti i corpi di 31 russi uccisi e di due combattenti di origine araba al seguito di Kuteyb. Tra i cadaveri i soccorritori trovarono un poliziotto gravemente ferito alle gambe ma ancora vivo: si trattava di Alexander Prokopov, miracolosamente scampato alla morte (in seguito avrebbe avuto una gamba amputata) probabilmente creduto morto dai miliziani dopo che, esaurite le munizioni, i superstiti della colonna si arresero loro. Nei giorni successivi Shamil Basayev, comandante separatista di quel fronte, si dichiarò disposto a consegnare i 12 prigionieri che dichiarava di avere in custodia (tra questi c’erano anche almeno 5 dei 6 militari riusciti a sfuggire all’accerchiamento nella tarda mattinata del 29 febbraio) a fronte della consegna di un Colonnello dell’esercito federale, Yuri Budanov, indagato per lo stupro e l’omicidio di una ragazza cecena. Al rifiuto dei comandi di consegnare l’ufficiale, Basayev dichiarò che avrebbe attuato una rappresaglia sui prigionieri i quali, effettivamente furono giustiziati e seppelliti nei pressi di Dargo, dove i loro corpi furono rinvenuti il 1° Aprile successivo. Dalle analisi forensi risultò che i prigionieri avevano molto probabilmente subito gravi percosse, e che furono giustiziati tramite sgozzamento.

Militari russi ispezionano la carcassa del BTR distrutto durante l’agguato

CONSEGUENZE

L’imboscata di Dzhani Vedeno rese chiaro ai comandi federali che le forze separatiste, date ormai per sconfitte, erano ancora in grado di controllare significative zone della Cecenia meridionale, possedevano discrete quantità di armi ed erano in grado di tenere sotto scacco grandi distaccamenti anche sulle principali vie di comunicazione. Nell’Aprile del 2000 l’esercito russo dovette lanciare numerose azioni militari, impiegando centinaia di soldati, artiglieria campale e forze aeree.

Perseverando nella logica di considerare i separatisti alla stregua di banditi, la Federazione Russa aprì un’indagine, considerando la battaglia come un “agguato” alle forze di sicurezza federali. Nel 2001 si aprì un processo nella capitale daghestana di Makhachkala ai danni di 6 imputati tutti daghestani, accusati di aver preso parte all’imboscata. Dalla ricostruzione degli eventi emerse che con molta probabilità Kuteyb non aveva predisposto in anticipo le manovre per l’attacco, e che l’imboscata fu frutto di una serie di particolari circostanze, come la presenza fortuita di alcuni dei suoi reparti nella zona delle operazioni, il guato al motore dello ZIL russo e l’improvvida decisione del comandante del convoglio di procedere con una certa leggerezza alle perlustrazioni in cerca di acqua per il radiatore del veicolo.

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BIOGRAFIE – AYDAMIR ABALAEV

Nato a Sayasan il ?/?/?

Morto a Sayasan il 01/05/2002)

Durante la I Guerra Cecena comandò il Reparto Fucilieri di Montagna del Battaglione Ricognizione e Sabotaggio. Col suo reparto partecipò al Raid su Klizyar ed alla Battaglia del Primo Maggio (Assedio di Pervomaiskoye). Partecipò al Raid su Grozny del Marzo 1996 ed all’Operazione Jihad nell’Agosto 1996. Nel 1996 fu insignito del grado di Generale di Brigata e decorato con l’Onore della Nazione.

Candidatosi alla Presidenza della Repubblica alle elezioni del 1997, ottenne meno dell’1% dei voti e si allineò alle posizioni del blocco governativo, sostenendo la leadership di Aslan Maskhadov. Nominato Ministro della Sharia per la Sicurezza dello Stato (24/04/1999) mantenne tale carica fino alla sua morte.

Allo scoppio della II Guerra Cecena fu nominato membro del Comitato per la Difesa dello Stato (GKO) e nominato Comandante del Fronte di Nozhai – Yurt. Morì in uno scontro a fuoco con l’esercito federale, di ritorno da una riunione organizzativa con Maskhadov.

ITUM KALE – SHATILI: USCIRE DALL’ASSEDIO

La Cecenia è una regione incuneata all’interno della Federazione Russa: essa infatti confina a Nord con il Kraj di Stavropol, ad Est con il Daghestan e ad Ovest con L’Inguscezia, tutti e tre soggetti federati con la Russia. L’unico confine internazionale del paese è quello meridionale, che la separa dalla Georgia. Si tratta di un confine molto difficile da attraversare, perché è costituito dalla catena montuosa del Caucaso, che all’altezza della frontiera tra Cecenia e Georgia raggiunge la ragguardevole altitudine di 4493 metri. In quella regione l’attraversamento è assicurato a stento da qualche mulattiera praticabile soltanto in estate, a causa dell’abbondante coltre di neve e ghiaccio che copre i sentieri durante la stagione invernale.

Il villaggio di Shatili, capolinea previsto della strada ceceno – georgiana

Quando i nazionalisti dichiararono l’indipendenza, il problema di come uscire da questo “assedio geografico” della Russia si pose quasi subito. Per la dirigenza separatista la questione divenne presto di cruciale importanza: il 29 Gennaio 1992, infatti, la Federazione Russa impose un blocco economico sulla Cecenia, iniziando un assedio strisciante con l’obiettivo di costringere Dudaev ad arrendersi. Malgrado il blocco fosse ampiamente eluso (sia grazie all’utilizzo dell’aeroporto di Grozny come “porto franco”, sia grazie alle connivenze di molti funzionari russi) il tema di come riuscire ad apire un varco sul confine georgiano rimase di primaria importanza. Il governo dell’Ichkeria mise in agenda un ambizioso piano di investimenti per realizzare una strada carrabile lungo le pendici della gola dell’Argun, che collegasse l’ultimo villaggio ceceno attraversato da una strada, Itum – Kale, con il primo insediamento oltre il confine georgiano, il paesino di Shatili. Si trattava di un percorso di non più di 40 chilometri, ma completamente scavato nella roccia: un’opera ambiziosa per un qualsiasi paese ricco, figuriamoci per la piccola Cecenia, appena nata e già in grosse difficoltà economiche. Se l’impresa fosse riuscita la Cecenia avrebbe aperto una “backdoor” di importanza strategica, attraverso la quale far passare merci, persone e, all’occorrenza, armi. Dall’altra parte del versante, infatti, risiedeva una popolazione di origine cecena, i Kist, da sempre legati ai loro “fratelli” dell’Ichkeria. I Kist abitavano principalmente la Gola di Pankisi, un’angusta valle piuttosto isolata, a un tiro di schioppo da Shatili. In caso di necessità sarebbero stati certamente solidali con i ceceni, ed avrebbero dato il loro apporto alla resistenza.

LA COSTRUZIONE DELLA STRADA

Lo scoppio della Prima Guerra Cecena interruppe i lavori poco dopo l’apertura del cantiere. Tra il 1994 ed il 1996 le ostilità impedirono al governo separatista di portare avanti il progetto,  ma questo tornò in agenda non appena i russi si ritirarono dal Paese. Il nuovo Presidente della Repubblica, Aslan Maskhadov, considerò l’apertura della strada come una priorità nazionale, e non badò a spese pur di realizzarla. Con l’aereoporto di Grozny ridotto in macerie e la compagnia aerea di bandiera distrutta al suolo era impossibile per l’Ichkeria ripetere quanto fatto prima della guerra, quando l’assedio russo era stato violato facendo ricorso alle vie aeree. Adesso l’unico modo per garantire al paese un qualche margine di libertà finanziaria era più che mai necessario realizzare la strada. Tra il 1997 ed il 1998 i ceceni si aprirono letteralmente una via d’uscita nella roccia, facendo saltare i contrafforti sulla riva sinistra dell’Argun e spianando un percorso carrabile, quasi interamente privo di ponti.

Foto delle strada ai giorni nostri. Notare come il costone di roccia sulla sinistra sia stato scavato per alloggiare la carreggiata.

La costruzione della strada richiese un impegno gigantesco per le sconquassate finanze della Repubblica Cecena di Ichkeria, tanto che iniziò a circolare voce che per risparmiare sul bilancio Maskhadov stesse utilizzando prigionieri di guerra ed ostaggi come schiavi. Tali voci non giravano soltanto sui giornali russi, ma anche tra alcuni alti ufficiali dell’esercito federale. Secondo il Generale Gennady Troshev, futuro comandante in capo delle forze russe in Cecenia, la strada fu costruita grazie all’apporto di “centinaia di schiavi”. Secondo quanto emerso dagli interrogatori svolti dagli inquirenti russi dopo la riconquista della Cecenia, tali voci sembrano essere artefatte: nessuno dei prigionieri liberati nelle vicinanze di Itum – Kale dichiarò di aver mai lavorato alla strada, mentre numerosi residenti locali affermarono di aver svolto il lavoro con mezzi propri o messi a disposizione dal governo (vedi questo articolo del giornale russo Kommersant).

Nell’estate del 1997 Maskhadov portò avanti negoziati con il governo georgiano tentando di assicurarsi il suo impegno a realizzare il raccordo della strada sul proprio versante. Si trattava di meno di cinque chilometri di strada, certamente più agevole da costruire rispetto alla sua controparte cecena. Il governo di Tbilisi prima si disse pronto, poi chiese tempo, infine tolse i lavori dall’agenda. A tale proposito nel 1999 il Ministro degli Esteri georgiano, Irakli Menagarishvili dichiarò: “la leadership georgiana in questa fase non sta considerando la possibilità di aprire la strada” e ancora “questa questione può essere messa all’ordine del giorno solo se le relazioni politiche tra Cecenia e Russia saranno definitivamente chiarite.” I georgiani temevano di scatenare la reazione dei russi, con i quali i rapporti erano già sufficientemente tesi, oltre al fatto che, se fosse caduta l’Ichkeria, quella strada sarebbe stata una porta d’accesso ideale per i carri armati russi. Per questo il tratto georgiano della strada non fu mai realizzato.

Il video mostra alcuni tratti della strada lungo la gola dell’Argun

OPERAZIONE “ARGUN”

Allo scoppio della Seconda Guerra Cecena il comando federale considerò prioritario interrompere qualsiasi tipo di comunicazione tra i separatisti ed il mondo esterno. Per questo il Generale Troshev, nominato al comando delle forze di Mosca, organizzò un’operazione volta al conquistare e mettere fuori uso la strada. Dall’Ottobre del 1999 i cacciambombardieri federali iniziarono a martellare il percorso, tentando di craterizzarlo al punto dal renderlo impraticabile. Tuttavia la maggior parte della pista era letteralmente scavata nella roccia, non c’erano ponti da distruggere e la pavimentazione era costituita da sabbia e ghiaia, il che rendeva estremamente facile per i miliziani che presidiavano la strada effettuare riparazioni d’emergenza. Così, dopo alcune settimane di azioni infruttuose, Troshev decise di procedere ad un’azione aviotrasportata. Fu così che i russi misero in atto la cosiddetta “Operazione Argun”.

Postazione di tiro russa sulla strada Itum – Kale / Shatili

Il 17 dicembre i primi plotoni aviotrasportati presero possesso delle alture prospicenti il segmento finale della strada. I militanti posti di guardia alle alture, colti di sorpresa, si dettero alla fuga. Per il 21 dicembre centinaia di uomini erano in posizione, e nelle settimane seguenti il contingente venne rafforzato da unità avanzanti da Nord. La reazione dei militanti ceceni inizialmente fu violenta, ed i reparti federali rimasero inchiodati nel villaggio di Baskhoy, a pochi chilometri dal capoluogo del distretto e porta d’accesso alla strada per la Georgia, Itum – Kale. Man mano che il presidio federale si accresceva, tuttavia, la capacità dei separatisti di contenere l’azione dei federali venne meno, e a partire dalla fine di Gennaio le truppe di Mosca iniziarono ad avanzare verso Itum – Khale, difesa da un centinaio di miliziani agli ordini del comandante arabo Ibn Al Khattab. I separatisti offrirono un’accanita resistenza, ma quando i russi iniziarono a bombardare il villaggio, riducendolo in macerie, dovettero abbandonare la posizione e rifugiarsi in profondità nella gola dell’Argun, ultimo ridotto della difesa cecena.

Filmato ripreso dai militari russi durante lo svolgimento dell’Operazione Argun

La strada rimase in funzione ancora per alcuni mesi, durante i quali migliaia di profughi riuscirono ad evacuare verso la Gola di Pankisi o altre aree della Georgia. Al termine del conflitto, tuttavia, la strada fu abbandonata e si ridusse progressivamente a poco più che un sentiero. Oggi la Itum – Kale / Shatili è meta di escursionisti e curiosi, ed i negoziati per una sua riapertura sembrano ancora molto acerbi.