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“Putin ha iniziato con la mia Cecenia, non si fermerà finchè esisterà l’impero russo” – Monica Perosino intervista Akhmed Zakayev

Quello che segue è il testo integrale di un’intervista realizzata dalla giornalista Monica Perosino de La Stampa al Presidente del Gabinetto dei Ministri della Repubblica Cecena di Ichkeria.

Monica Perosino

Ahmed Zakayev non ha perso il timbro morbido dell’attore, il russo forbito degli studi a Mosca, le maniere pacate da uomo di cultura e diplomazia. Ma oggi, in una casetta di legno in Ucraina, indossa una maglia militare e la voce trema impercettibilmente quando parla di Mariupol, che «sembra Groznyj», la “sua” Groznyj. Il leader del governo ceceno in esilio è il volto di quello che avrebbe potuto essere la Cecenia ma non è. Lui, uno dei pochi comandanti sopravvissuti alle due guerre con la Russia post-sovietica, della battaglia contro la voracità di Mosca ha fatto ragione di vita: «Dai tempi degli zar a Vladimir Putin la Russia è lo stesso impero colonialista. L’invasione dell’Ucraina non è che una conseguenza delle sue ambizioni imperiali, come lo era la guerra contro la Cecenia e come saranno le prossime guerre finché questa idea imperialista non si dissolverà». In questi giorni Zakayev è in Ucraina, per coordinare i battaglioni ceceni che combattono a fianco delle forze di Kiyv. Neanche un mese fa il parlamento ucraino aveva riconosciuto la Repubblica Cecena di Ichkeria. «Si tratta di un gesto molto più che formale» ha scritto Zakayev in una lettera inviata ai Radicali Italiani, che da anni si battono per l’autodeterminazione del popolo ceceno e lottano per l’incriminazione davanti al Tribunale dell’Aja di Vladimir Putin per i crimini di guerra compiuti in Ucraina. «Il popolo ucraino ha riconosciuto nella nostra battaglia la sua stessa battaglia, nelle nostre sofferenze le sue stesse sofferenze, nel nostro destino il suo stesso destino. Non potrà mai esserci libertà per nessuno, finché un solo popolo, e addirittura un solo uomo, dovrà subire la schiavitù».

Presidente Zakayev, nella sua prima vita faceva l’attore, poi il ministro della Cultura. A un certo punto si è trovato con un fucile in mano.

<C’è stato un tempo in cui svolgevo una professione pacifica e creativa: dopo il diploma in Teatro ho lavorato per anni come attore, poi sono diventato ministro della Cultura. Ma quando nel 1994 la Russia ci ha aggrediti io, come migliaia di altri ceceni – medici, insegnanti, cantanti, scrittori, poeti –, ho dovuto imbracciare le armi. Quando le bombe sono iniziate a cadere e i veicoli corazzati sono entrati nelle nostre città non abbiamo avuto altra scelta che cercare di proteggere le nostre famiglie, di difendere la nostra libertà>.

Negli anni di Gorbaciov la formazione di uno Stato ceceno sembrava possibile?

<Sì, continuavo a ripetere: la formazione del nostro Stato è perfettamente in linea con le leggi adottate dal Soviet Supremo dell’URSS nell’aprile 1990 e coerente con i principi e le norme del diritto internazionale. La creazione di una nostra statualità era assolutamente legittima, così come i processi politici in atto nella nostra repubblica in qui tempi. Sono state le riforme avviate da Gorbaciov che ci hanno permesso, come altre Repubbliche dell’Unione Sovietica, di dichiarare la Sovranità di Stato>.

Mikhail Gorbachev

Che cosa significa per la Cecenia – ma anche per la Georgia, ad esempio – essere indipendenti dalla Russia?

<L’indipendenza dalla Russia è la garanzia di poter avere un futuro. La liberazione dalla mano coloniale della Russia è l’unica strada per garantire ai popoli di Ucraina, Georgia, Cecenia-Inguscezia, Repubblica cecena di Ichkeria, e altre repubbliche nazionali la sicurezza e libertà, presente e futura>.

Lei ha combattuto anche durante il terribile assedio di Grozny, l’attacco che l’esercito della Federazione Russa mise in atto fra la fine di dicembre del 1994 e gli inizi di marzo 1995 nell’ambito della Prima guerra cecena. Cose le viene in mente oggi, quando ci pensa?

<A Mariupol. Mariupol è la Grozny ucraina. Entrambe le città sono state rase al suolo, nello stesso identico modo. A Mariupol i russi hanno agito esattamente come a Grozny>.

Secondo lei perché lOccidente ha chiuso gli occhi di fronte alla tragedia della guerra cecena?

<Perché l’Occidente era sicuro che la Russia si sarebbe fermata in Cecenia. Non capivano che la Russia, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, non era cambiata nella sua essenza: le ambizioni russe sono sempre state ambizioni imperiali e tali sono rimaste. Ma l’Occidente fu ingannato dalla leadership russa, in particolare da Eltsin e dal Kgb. Parlando al Congresso degli Stati Uniti nel 1992, dopo il crollo dell’URSS, mentre lodava l’America (“la grande terra di libertà e democrazia”) Eltsin dichiarò che tutti gli orrori del mostro comunista non si sarebbero mai più ripetuti, che la Russia aveva

spezzato la spina dorsale a questo mostro. E l’Occidente gli ha creduto.  C’è stata una connivenza criminale, che ha consentito a Eltsin di distruggere interi Paesi nel cuore dell’Europa, con la scusa di normalizzare le relazioni con Mosca.  Il destino della Cecenia, di una nazione intera, è stato tradito e barattato in cambio del benessere e in cambio delle risorse energetiche che l’Occidente e l’Europa ricevevano dalla Russia. Non è stato un errore, è stato un crimine contro il popolo ceceno>.

Manifestazione indipendentista a Grozny

È corretto dire che la guerra scatenata da Putin in Ucraina è una sorta di prosecuzione di quella cecena?

<Assolutamente sì. La guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina è una continuazione della guerra della Russia contro la Cecenia. Negli ultimi anni la Russia, dopo aver rafforzato le forze armate, ha iniziato a impadronirsi e a conquistare i Paesi vicini. È partita dalla Repubblica cecena di Ichkeria e oggi è già arrivata in Ucraina. Se il mondo avesse fermato la Russia allora, non ci sarebbe stata la guerra in Georgia nel 2008, né oggi in Ucraina. Quella di oggi è la continuazione della guerra che la Russia ha scatenato nel 1994”.

Lei sa che in Occidente, molto spesso parla di «ceceni» e si pensa ai <kadiroviti>, non le fa rabbia?

<Quelli che chiamate “kadiroviti” sono un prodotto russo, quello che Mosca ha fatto a una parte di ceceni con il tacito consenso dell’Occidente. Perché in tutti questi 22 anni di occupazione e fino al 24 febbraio l’Occidente ha sostenuto sia Putin che il regime di Kadyrov in Cecenia. I ceceni sono stati le vittime di questa tragedia, dell’occupazione, dell’ingiustizia. Siamo rimasti soli con questo mostro, anzi, peggio, siamo stati semplicemente traditi. Il mondo si è schierato dalla parte del nostro carnefice. E in tutti questi anni l’ha nutrito e lo ha sostenuto, definendo lo sterminio del popolo ceceno “un affare interno della Russia”. Quando nel 1944 tutti i ceceni, che si opponevano alla sovietizzazione, vennero deportati (in  Kazakhistan e Kirghizistan, ndr), perché, spiegò Stalin agli alleati, “avevano collaborato con i nazisti”. L’Occidente chiuse un occhio, aveva ben presente cosa significasse “nazista”. Stesso schema nel 1994, quando hanno cercato di dire che i ceceni erano affiliati alla mafia ceca, stesso schema per tutti gli Anni 90, quando per qualsiasi crimine fosse commesso in Russia fosse incolpato un ceceno. Poi, dopo l’11 settembre, venne il momento degli “islamisti radicali”. Putin e l’Fsb avevano bisogno di ridurre il “problema ceceno” al problema dei “radicali musulmani”. Il 24 ottobre 2001 Putin dichiarò, mentre la seconda guerra in Cecenia era in corso, di essere pronto ad entrare a far parte della coalizione internazionale per combattere il terrorismo internazionale, ma in cambio voleva che la situazione in Cecenia fosse stata considerata nel contesto della lotta al terrorismo internazionale. E questo, a un certo punto, ha influenzato la comprensione dei politici occidentali, che hanno chiuso un occhio su ciò che Putin sta facendo in Cecenia.

Ramzan Kadyrov stringe la mano a Vladimir Putin

E Ramzan Kadyrov?

<È un collaborazionista, un traditore nazionale, come Quisling. Nei Paesi conquistati ci sono sempre persone che tradiscono il proprio popolo. Kadyrov è un traditore totale, un deviato senza educazione e senza scrupoli, di una spudoratezza e di una violenza senza limiti. Putin ha compreso bene la sua essenza, e lo ha nominato dopo aver eliminato suo padre>

Se Putin non ci fosse le cose sarebbero diverse?

“Certo che no. Finché esisterà l’idea di un impero russo queste guerre non si fermeranno. La strategia per l’Ucraina, per la Georgia, per la Cecenia, è stata sviluppata quando Putin lavorava ancora come taxista. Putin, che ora è al potere, sta semplicemente implementando questa strategia. Quindi, spostare la responsabilità solo su Putin e contare sul fatto che con un cambio di regime la situazione cambierà è un grosso errore. Per fare in modo che la Russia cessi di rappresentare una minaccia per il resto del mondo, non solo per i suoi vicini e per l’Ucraina, questo paese nella forma in cui esiste oggi, deve semplicemente cessare di esistere. Come si può fare? Non lo so, ma so che sarà possibile solo dopo la sconfitta militare della Russia in Ucraina, perché cesserà di esistere per come la conosciamo>

A Londra ha conosciuto Alexander Litvinenko, che rapporto c’era tra di voi?

<Eravamo molto amici, lavoravamo insieme. Nel 2004, il presidente della CRI Aslan Maskhadov mi ha nominato presidente della Commissione per le indagini sui crimini di guerra commessi dalla Russia in Cecenia e su mio suggerimento, Aslan ha incluso in questa commissione sia Alexander Litvinenko che Anna Politkovskaya. Anna Politkovskaya, trovandosi nel territorio della Repubblica cecena, sapeva dove e in quali luoghi erano dislocati i militari russi e chi li comandava, e Alexander Litvinenko conosceva queste persone in servizio, faceva parte del quartier generale, che si trovava a Nalchik, durante la prima guerra russo-cecena – il quartier generale principale della direzione dell’FSB per il la Cecenia. E conosceva tutti quelli coinvolti nella guerra. Penso che, in larga misura, la morte di Alexander e di Anna sia legata alla Commissione sui crimini di guerra>.

Alexander Litvinenko

Cosa le è rimasto impresso di Litvinenko?

<Stavamo parlando delle esplosioni del 1999 (una serie di attentati che hanno colpito quattro condomini nelle città russe di Buynaksk, Mosca e Volgodonsk, che hanno causato la morte di oltre 300 persone, e che, insieme all’invasione del Daghestan, hanno innescato  la seconda guerra cecena, ndr). Io non credevo che gli attentati fossero stati fatti dall’Fsb, all’epoca diretto da Putin, era troppo difficile credere che i russi, che gli stessi servizi speciali russi, potessero far saltare in aria i loro cittadini. Ma Litivinenko la pensava diversamente. Mi disse: “Akmed, metti alla prova la tua fantasia e pensa a qualcosa di terribile, la cosa peggiore che una persona possa fare, la più spaventosa. Qualunque cosa ti venga in mente ti dimostrerò che i servizi russi – dallo zarista Okhrana all’Fsb di oggi – l’ha già fatta. La cosa più terribile che il cervello umano possa immaginare, l’hanno già fatta”. E da quel momento in poi non metto in dubbio nulla per quanto riguarda i servizi speciali russi. Possono fare di tutto per salvare questo sistema. Possono sacrificare chiunque per salvare questo sistema. Questo è ciò che il mondo intero dovrebbe ricordare”.

Secondo lei come finirà questa guerra?

<Sono appena tornato dal Kherson, e posso dire con sicurezza che l’Ucraina non si tirerà indietro. Anche se l’Occidente dovesse stancarsi e la lasciasse sola contro la Russia, l’Ucraina non si arrenderà mai. L’Ucraina si batterà per i suoi territori, per la sua terra e per il suo futuro. Non ci sono dubbi su questo. Sono altrettanto sicuro che l’Occidente sosterrà l’Ucraina fino alla fine, ormai è troppo coinvolto e che alla fine l’Ucraina vincerà. Nel farlo libererà il mondo dalla minaccia dell’Impero russo, perché persa la guerra l’Impero russo cesserà di esistere>.

Cherson appena liberata dall’esercito ucraino

CHECHENS, SHOW THAT YOU ARE A UNITED NATION! – INTERVIEW WITH USMAN FERZAULI

(English Version)

Usman Ferzauli, former First Deputy Foreign Minister and Director of the Department of Foreign Intelligence, then Minister of Foreign Affairs and Ambassador Extraordinary and Plenipotentiary to the Kingdom of Denmark, in service until 2016, has agreed to answer some of our questions on the current situation of the Chechen Republic of Ichkeria.

As a senior officer of the Chechen Republic of Ichkeria, you have gone through all stages of the republic’s history, from the most glorious to the most difficult. Today you support the cause of Chechnya from Europe. How is the management of Ichkeria experiencing this difficult and delicate moment?

I must say that today I am not an Ichkeria official on active duty . I believe that this status allows me to be more objective and free in the choice of terms to define the processes related to Ichkeria, without violating anyone’s rights or ambitions. I cannot speak on behalf of all Chechens, but I would insult the memory of my brothers in arms, who gave their lives for the sake of Ichkeria’s freedom, if I did not talk about what we all dreamed of and what we have dedicated our lives. Everyone is going through this difficult time in their own way. There are more than half a million Chechens outside of Ichkeria and Russia, and they are integrated into the social strata of their home countries. About three hundred thousand live in the territory of Russia proper. The remainder resides in Ichkeria. Our people have gone through a very difficult path, in the last 30 years we have faced 2 ethnic cleanups, which European politicians have called simply “… violation of human rights”. We have lost a quarter of the population during the wars and there is no family in Ichkeria that has not lost a loved one during this time. I mention these facts only because all this lives in us, in our children. And any information that mentions the word Ichkeria is a kind of detonator for all of us. Unfortunately, today I do not see a single national concept capable of developing mechanisms to get out of this difficult situation. Furthermore, it is not entirely ethical to try to change something in Ichkeria while sitting thousands of kilometers from the Homeland. Finally, I do not allow anyone to ask those Chechens living in Ichkeria today to engage in an open confrontation with the occupying authorities, because today Ichkeria is similar to Ukraine during the occupation by Nazi Germany. Ichkeria is governed by the dictatorship of the federal authorities. People are absolutely helpless. People have no right to be heard, to have their own opinion different from the official versions. The corruption is nationwide. This is the situation we are in …


A few days ago, the Ukrainian parliament recognized Ichkeria as a state illegally occupied by the Russian Federation and recognized the genocide committed by the Russians against the Chechens. How do you rate this event for Chechnya?

We are all happy with this step and we give an enthusiastic evaluation to these acts of the fraternal Ukrainian people. Thousands of our compatriots today fight together with the Ukrainians for a noble cause: against an aggressor who has no morals, pity, dignity. Undoubtedly, the recognition of Ichkeria as a temporarily occupied state and the establishment of a commission to investigate the genocide against our people are but the first glimpses of our people’s hopes for freedom and the consequent prosecution of military and political criminals. But this is a very tiring path, which will first of all require the unity of us Chechens, which unfortunately I do not see at the moment. The very concept of independence must go beyond the national framework with the involvement of international experts, support groups in the broad sense and, above all, an international administration set up for the transition period. Today the Chechens are divided globally and a peaceful solution to the problem of unification is, to put it mildly, very prosaic. Unfortunately, we still don’t find similar support from political leaders in European countries and North America and there are no clear signs that this will happen in the foreseeable future. But we are patient people, we have been waiting for 300 years, we will wait for more.

The forces demanding continuity with the Chechen Republic of Ichkeria today seem divided and sometimes even in conflict with each other, delegitimizing each other. What is the reason for this fragmentation?

This is a very sensitive issue. I am not an advocate of public whipping of my countrymen, no matter how much scoundrel they may be. Unfortunately, nothing is changing and they apparently haven’t learned from past mistakes. Somehow, the esteemed Vytautas Landsbergis, observing the disunity of the Chechens, said: “ My dear Chechens, well, show at least once that you are one united nation! “ The reason for the fragmentation of these groups (I cannot call them otherwise) are the sick ambitions of some and the very high presumption of others. We have already overcome this path of fragmentation in 1997, on the eve of the election of the President of the CRI and after, when the people who had to unite the people became a disaster for their own . nation . After the end of the first war, the lustration law was passed. But this law was not applied to domestic traitors and people who actively cooperated with the aggressor. Eventually, everything went back to anarchy. The same trend is observed today. Defectors, people who collaborated with the occupation regime and mere adventurers, as well as those who betrayed President Aslan Maskhadov, tempted by the conspiratorial ideas of controlling oil pipelines and uniting Chechnya and Dagestan, position themselves as the main “activists. of the liberation movement “.

How do the Chechen population at home and the diaspora in Europe perceive the litigation of various organizations defending the independence of Chechnya? And how credible are these organizations among the civilian population?

The feelings are very negative . The most interesting thing is that all these groups protect the interests of the group itself, which they arbitrarily declare to be the interests of the people of Ichkeria. As can be seen from publications and personal communication, there are conflicting statements. Someone renewed the ideas of the Caliphate with the establishment of Sharia law in Ichkeria immediately. Someone will go to war directly in the Chechen Republic and thus “free” Ichkeria from the invaders, with all the bloody consequences that will ensue. This is nothing but an illusion. There are also demands on the government of Ukraine to recognize Dagestan’s independence. We are not interested in Dagestan and we do not have the right to speak on behalf of the peoples of Dagestan, where 52 ethnic groups live and there is not a single dominant one. Throughout our history, we have not had a single beneficial idea from Dagestan, only conflicts, conflicts, wars, devastation and betrayal. Furthermore, the international community, primarily the European Union and the countries of North America, see Russia in the future as a united, stable and predictable country within its current borders. And our appeals for the recognition of the independence of Russian autonomies can be mistaken for attempts to divide Russia itself, and therefore we pour water on the mill of Russian propaganda. Yes, we are for the freedom of all peoples, but first of all we must not forget our national interests. Since our independence in principle also depends on the outside world, it is necessary to speak in a language that is acceptable and understandable to the world, leaving verbosity and rhetoric unacceptable to parlor adventurers.

Do you think it makes sense that the various institutional groups that call themselves “legitimate” come together as one and put aside their differences instead of acting independently? Or do you think there is someone among them worthy of leading others?

I am deeply convinced that Ichkeria should achieve independence without bloodshed, military confrontations and destructive wars. We’ve been through all of this before. One thing is quite clear to me, that without the consent of Russia, Ichkeria will not receive independence in that classic civilian form, as has happened before with the colonial territories. I am absolutely certain that no country in the world will announce a single sanction against Russia due to the violence and colonization of Ichkeria. We have seen all of this during two bloody wars. And in these matters, we need the political support of Ukraine and its partners. It is quite obvious that in matters of cooperation with Ichkeria, if this process continues, Ukraine needs a force that can be represented on behalf of the people of Ichkeria. And if all these groups really want freedom for their country, it is necessary to leave their ambitions alone and form a working group to carry this project forward .

At the moment, many young Chechens are fighting alongside the Ukrainian army, mainly on the Kherson front. It is clear that their battle is not only for the defense of Ukraine, but also for the restoration of Chechnya’s independence. If you could talk to each of them, what would you tell them?

With obvious envy, in the good sense of the word, I watch our boys participate in this war. It would be unethical to teach them something, because with their example they set an example and hope for all Chechens. For me, in principle, it does not matter what they are guided by. But to each, individually, I would give my hand and hug, as Chechen men do. We Chechens are laconic and don’t compliment each other, but I’m extremely proud to belong to the people they represent. Once again, they fully showed the whole world their nobility and the potential for courage in the fight against a common enemy. In my prayers I ask the Almighty to grant them health, good humor and long life in their free homeland.

How does the political fragmentation of the CRI affect those same soldiers fighting at the front under the Ichkeria banner?

At this stage, these guys are busy with their noble cause and, for objective reasons, don’t pay much attention to this issue. I know that there have been unsuccessful attempts by some groups to subjugate these battalions to themselves by luring them “under the banner of Ichkeria”. But the problem with the latter is that these guys since 2014, in one way or another, under the Ichkeria banner, position themselves as Ichkerians. At the same time, they are integrated into the structures of the Ukrainian armed forces, accept and carry out the tasks assigned to them by the command. Therefore, I doubt that at this stage they can be affected in any way beyond their functional responsibilities.

CECENI, MOSTRATE CHE SIETE UNA NAZIONE UNITA! – INTERVISTA AD USMAN FERZAULI

(Versione Italiana)

Usman Ferzauli, ex Primo Vice Ministro degli Esteri e Direttore del Dipartimento di Intelligence Estera, poi Ministro degli Affari Esteri ed Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario presso il Regno di Danimarca, in servizio fino al 2016, ha acconsentito a rispondere ad alcune nostre domande sulla situazione attuale della Repubblica Cecena di Ichkeria.

Come alto ufficiale della Repubblica cecena di Ichkeria, hai attraversato tutte le fasi della storia della repubblica, dalle più gloriose alle più difficili. Oggi sostieni la causa della Cecenia dall’Europa. Come sta vivendo questo momento difficile e delicato la dirigenza di Ichkeria?

Devo dire che oggi non sono un funzionario di Ichkeria in servizio attivo. Credo che questo status mi permetta di essere più obiettivo e libero nella scelta dei termini per definire i processi relativi all’Ichkeria, senza violare i diritti o le ambizioni di qualcuno. on posso parlare a nome di tutti i ceceni, ma insulterei la memoria dei miei fratelli d’armi, che hanno dato la vita per il bene della libertà di Ichkeria, se non parlassi di ciò che tutti abbiamo sognato e di ciò cui abbiamo dedicato le nostre vite. Ognuno sta attraversando questo momento difficile a modo suo. Ci sono più di mezzo milione di ceceni al di fuori di Ichkeria e della Russia, e sono integrati negli strati sociali dei loro paesi di residenza. Circa trecentomila vivono nel territorio della Russia vera e propria. Il resto risiede in Ichkeria. Il nostro popolo ha attraversato un percorso molto difficile, negli ultimi 30 anni abbiamo affrontato 2 pulizie etniche, che i politici europei hanno chiamato semplicemente “…violazione dei diritti umani”. Abbiamo perso un quarto della popolazione durante le guerre e non c’è famiglia a Ichkeria che non abbia perso la persona amata durante questo periodo. Cito questi fatti solo perché tutto questo vive in noi, nei nostri figli. E qualsiasi informazione che menzioni la parola Ichkeria è una specie di detonatore per tutti noi. Purtroppo non vedo oggi un unico concetto nazionale in grado di sviluppare meccanismi per uscire da questa difficile situazione. Inoltre, non è del tutto etico cercare di cambiare qualcosa a Ichkeria mentre si è seduti a migliaia di chilometri dalla Patria. Infine, non permetto a nessuno di chiedere a quei ceceni che oggi vivono a Ichkeria di avviare un confronto aperto con le autorità occupanti, perché oggi Ichkeria è simile all’Ucraina durante l’occupazione da parte della Germania nazista. In Ichkeria vige la dittatura delle autorità federali. Le persone sono assolutamente impotenti. Le persone non hanno il diritto di essere ascoltate, di avere la propria opinione diversa dalle versioni ufficiali. La corruzione è su scala nazionale. Questa è la situazione in cui ci troviamo…


Pochi giorni fa, il parlamento ucraino ha riconosciuto Ichkeria come uno stato occupato illegalmente dalla Federazione Russa e ha riconosciuto il genocidio commesso dai russi contro i ceceni. Come valuti questo evento per la Cecenia?

Siamo tutti contenti di questo passo e diamo una valutazione entusiasta a questi atti del fraterno popolo ucraino. Migliaia di nostri connazionali oggi combattono insieme agli ucraini per una nobile causa: contro un aggressore che non ha morale, pietà, dignità. Indubbiamente, il riconoscimento di Ichkeria come stato temporaneamente occupato e l’istituzione di una commissione che indaghi sul genocidio contro il nostro popolo non sono altro che i primi barlumi delle speranze del nostro popolo di ottenere la libertà e il conseguente perseguimento di criminali militari e politici. Ma questo è un percorso molto faticoso, che richiederà prima di tutto l’unità di noi ceceni, che purtroppo al momento non vedo. Il concetto stesso di indipendenza deve andare oltre il quadro nazionale con il coinvolgimento di esperti internazionali, gruppi di sostegno in senso lato e, soprattutto, di una amministrazione internazionale costituita per il periodo di transizione. Oggi i ceceni sono divisi a livello globale e una soluzione pacifica al problema dell’unificazione è, per usare un eufemismo, molto prosaica. Sfortunatamente, non troviamo ancora un sostegno simile da parte dei leader politici nei paesi europei e nel Nord America e non ci sono segnali chiari che ciò accadrà nel prossimo futuro . Ma siamo persone pazienti, stiamo aspettando da 300 anni, ne aspetteremo ancora.

Le forze che chiedono continuità con la Repubblica cecena di Ichkeria oggi sembrano divise e talvolta addirittura in conflitto tra loro, delegittimandosi a vicenda. Qual è il motivo di questa frammentazione?

Questa è una questione molto delicata. Non sono un sostenitore della fustigazione in nome pubblico dei miei connazionali, non importa quanto farabutti possano essere. Sfortunatamente, nulla sta cambiando e a quanto pare non hanno imparato dagli errori del passato. In qualche modo, lo stimato Vytautas Landsbergis, osservando la disunione dei ceceni, disse: “Miei cari ceceni, bene, mostrate almeno una volta che siete un’unica nazione unita!” Il motivo della frammentazione di questi gruppi (non posso chiamarli diversamente) sono le malate ambizioni di alcuni e l’altissima presunzione di altri. Abbiamo già superato questo percorso di frammentazione nel 1997, alla vigilia delle elezioni del Presidente della CRI e dopo, quando la gente che doveva unire il popolo divenne un disastro per la sua stessa nazione. Dopo la fine della prima guerra, fu approvata la legge sulla lustrazione. Ma questa legge non è stata applicata ai traditori nazionali e alle persone che hanno collaborato attivamente con l’aggressore. Alla fine, tutto è tornato all’anarchia. La stessa tendenza si osserva oggi. I disertori, le persone che hanno collaborato con il regime di occupazione ed i semplici avventurieri, così come coloro che hanno tradito il presidente Aslan Maskhadov, tentati dalle idee cospirative di controllare gli oleodotti e unire Cecenia e Daghestan, si posizionano come i principali “attivisti del movimento di liberazione”.

Come percepiscono la popolazione cecena in patria e la diaspora in Europa il contenzioso di varie organizzazioni che difendono l’indipendenza della Cecenia? E quanto sono credibili queste organizzazioni tra la popolazione civile?

Le percepiscono in modo molto negativo. La cosa più interessante è che tutti questi gruppi tutelano gli interessi del gruppo stesso, che dichiarano arbitrariamente essere interessi del popolo di Ichkeria. Come si vede dalle pubblicazioni e dalla comunicazione personale, ci sono dichiarazioni contrastanti. Qualcuno ha rinnovato le idee del Califfato con l’istituzione della legge della Sharia in Ichkeria immediatamente. Qualcuno andrà in guerra direttamente nella Repubblica Cecena e così “liberarà” Ichkeria dagli invasori, con tutte le sanguinose conseguenze che ne conseguiranno. Questa non è altro che un’illusione. Ci sono anche richieste al governo dell’Ucraina di riconoscere l’indipendenza del Daghestan. Non ci interessa il Daghestan e non abbiamo il diritto di parlare a nome dei popoli del Daghestan, dove vivono 52 gruppi etnici e non ce n’è uno solo dominante. Nel corso della nostra storia, non abbiamo avuto una sola idea benefica dal Daghestan, solo conflitti, conflitti, guerre, devastazioni e tradimenti. Inoltre, la comunità internazionale, in primis l’Unione Europea ei Paesi del Nord America, vedono la Russia nel futuro come un Paese unito, stabile e prevedibile entro i suoi attuali confini. E i nostri appelli al riconoscimento dell’indipendenza delle autonomie russe possono essere scambiati per tentativi di dividere la Russia stessa, e quindi versiamo acqua sul mulino della propaganda russa. Sì, siamo per la libertà di tutti i popoli, ma prima di tutto non dobbiamo dimenticare i nostri interessi nazionali. Poiché la nostra indipendenza in linea di principio dipende anche dal mondo esterno, è necessario parlare in una lingua che sia accettabile e comprensibile per il mondo, lasciando verbosità e retorica inaccettabile agli avventurieri da salotto.

Pensi che abbia senso che i vari gruppi istituzionali che si definiscono “legittimi” si uniscano come un’unica realtà e mettano da parte le loro differenze invece di agire in modo indipendente? O pensi che tra loro ci sia qualcuno degno di guidare gli altri?

Sono profondamente convinto che Ichkeria dovrebbe ottenere l’indipendenza senza spargimenti di sangue, scontri militari e guerre distruttive. Abbiamo già passato tutto questo. Una cosa è del tutto chiara per me, che senza il consenso della Russia, Ichkeria non riceverà l’indipendenza in quella classica forma civile, come è successo prima con i territori coloniali. Sono assolutamente certo che nessun Paese al mondo annuncerà una sola sanzione contro la Russia a causa della violenza e della colonizzazione di Ichkeria. Abbiamo visto tutto questo durante due sanguinose guerre. E in queste questioni, abbiamo bisogno del sostegno politico dell’Ucraina e dei suoi partner. È abbastanza ovvio che in materia di cooperazione con Ichkeria, se questo processo continua, l’Ucraina ha bisogno di una forza che possa essere rappresentata a nome del popolo di Ichkeria. E se tutti questi gruppi vogliono davvero la libertà per il loro paese, è necessario lasciare in pace le loro ambizioni e formare un gruppo di lavoro per portare avanti questo progetto.

Al momento, molti giovani ceceni stanno combattendo a fianco dell’esercito ucraino, principalmente sul fronte di Kherson. È chiaro che la loro battaglia non è solo per la difesa dell’Ucraina, ma anche per il ripristino dell’indipendenza della Cecenia. Se potessi parlare con ciascuno di loro, cosa diresti loro?

 Con palese invidia, nel buon senso della parola, osservo i nostri ragazzi partecipare a questa guerra. Non sarebbe etico insegnare loro qualcosa, perché con il loro esempio danno un esempio e una speranza a tutti i ceceni. Per me, in linea di principio, non importa da cosa sono guidati. Ma a ciascuno, individualmente, darei la mano e l’abbraccio, come fanno gli uomini ceceni. Noi ceceni siamo laconici e non ci complimentiamo a vicenda, ma sono estremamente orgoglioso di appartenere alle persone che loro rappresentano. Ancora una volta, hanno mostrato pienamente al mondo intero la loro nobiltà e il potenziale di coraggio nella lotta contro un nemico comune. Nelle mie preghiere chiedo all’Onnipotente di concedere loro salute, buon umore e lunga vita nella loro libera patria.

In che modo la frammentazione politica della CRI colpisce quegli stessi soldati che combattono al fronte sotto la bandiera di Ichkeria?

In questa fase, questi ragazzi sono impegnati con la loro nobile causa e, per ragioni oggettive, non prestano molta attenzione a questo problema. So che ci sono stati tentativi infruttuosi da parte di alcuni gruppi di soggiogare questi battaglioni a se stessi, attirandoli “sotto la bandiera di Ichkeria”. Ma il problema di quest’ultimo è che questi ragazzi dal 2014, in un modo o nell’altro, sotto la bandiera di Ichkeria, si posizionano come Ichkeriani. Allo stesso tempo, sono integrati nelle strutture delle forze armate ucraine, accettano e attuano i compiti loro assegnati dal comando. Pertanto, dubito che in questa fase possano essere influenzati in alcun modo al di là delle loro responsabilità funzionali.

Чеченцы, покажите, что вы сплочённая нация!
Интервью с Усманом Ферзаули

(русскоязычная версия)

Усман Ферзаули, бывший первый заместитель министра иностранных дел и директор Департамента внешней разведки, затем министр иностранных дел и Чрезвычайный и Полномочный Посол в Королевстве Дания, на службе до 2016 года, согласился ответить на некоторые наши вопросы о текущей ситуации. Чеченской Республики Ичкерия.

Вы как высокопоставленный офицер Чеченской Республики Ичкерия прошли все этапы истории республики, от самого славного до самого трудного. Сегодня вы поддерживаете дело Чечни из Европы. Как руководство Ичкерии переживает этот сложный и деликатный момент?

Должен сказать, что я сегодня не в руководстве Ичкерии. Считаю, что данный статус позволяет мне быть более объективным и свободным в выборе терминов определения процессов касающихся Ичкерии, не ущемляя чьих то прав или амбиций. Я так же не могу говорить от имени всех чеченцев, но я бы оскорбил память моих братьев по оружию, которые отдали свои жизни ради свободы Ичкерии, если бы не стал говорить о том, о чём мы все мечтали и чему посвятили свою жизнь. Это сложное время каждый переживает по-своему. За пределами Ичкерии и России более полумиллиона чеченцев и они интегрированы в социальных слоях стран проживания. Порядка триста тысяч проживают на территории собственно России. Ну и остальные в Ичкерии. Наш народ прошел очень трудный путь, буквально за последние 30 лет мы пережили 2 этнические чистки, которые европейские политики называли просто «..нарушением прав человека». Мы потеряли в процессе войн четверть населения, и нет в Ичкерии семьи, кто не потерял своего близкого человека именно в этот период. Я привожу эти факты только потому, что все это живёт в нас, в наших детях. И любая информация, где упоминается слово Ичкерия,  является для всех нас своего рода детонатором. К сожалению, я не вижу сегодня единой национальной концепции действий, способной выработать механизмы выхода из этой сложной ситуации. Более того, не совсем этично сидя за тысячи километров вдали от Родины, пытаться что-то изменить в Ичкерии. Я так же не допускаю, чтобы кто-либо требовал от тех чеченцев, которые проживают сегодня в Ичкерии, начал открытое противостояние с оккупационными властями, потому что сегодня Ичкерия подобна Украине во время оккупации нацистской Германией. В Ичкерии диктатура федеральных властей. Люди абсолютно бесправные. У людей нет прав быть услышанными, иметь собственное мнение отличное от официальных версий. Коррупция в национальном масштабе. Это та ситуация, в которой мы варимся…


Несколько дней назад украинский парламент признал Ичкерию государством, незаконно оккупированным Российской Федерацией, и признал геноцид, совершенный русскими в отношении чеченцев. Как вы оцениваете это событие для Чечни?

Мы все в восторге от этого шага и даём этим актам братского Украинского народа должную оценку. Тысячи наших земляков сегодня сражаются вместе с Украинцами за благородное дело – против агрессора, не имеющего ни морали, ни жалости, ни достоинства. Безусловно, признание Ичкерии временно оккупированным государством и совершения геноцида в отношении нашего народа есть не что иное, как первые проблески надежд нашего народа на обретение свободы и последующего привлечения к ответственности военно-политических преступников. Но это очень трудоёмкий путь, который потребует в первую очередь от нас, чеченцев, сплочённости, чего я, к сожалению, не вижу на данный момент. Сама концепция обретения независимости должна выйти за национальные рамки с вовлечением международных экспертов, группы поддержки в широком смысле и, самое главное, сформированная международная администрация на переходный период. Сегодня чеченцы разделены глобально, и мирное разрешение проблемы объединения, мягко говоря, весьма прозаичны. К сожалению, мы не находим всё ещё аналогичной поддержки политических лидеров в европейских странах и в Северной Америке и нет явных признаков того, что это произойдёт в ближайшей перспективе. Но мы люди терпеливые, мы ждали 300 лет, подождём ещё.

Силы, требующие преемственности с Чеченской Республикой Ичкерия, сегодня выглядят разрозненными, а иногда даже конфликтующими друг с другом, делегитимизирующими друг друга. В чем причина этой фрагментации?

Это очень деликатный вопрос. Я не сторонник публичной поимённой порки своих земляков, какими бы негодяями они ни были. К сожалению, ничего не меняется и видимо они не извлекли уроков из прошлых ошибок. Как-то многоуважаемый Витаутас Ландсбергис, наблюдая разрозненность чеченцев, сказал: Дорогие мои чеченцы, ну покажите хоть один раз, что вы единая сплочённая нация!                                                                                             

Причина фрагментации этих группировок (я их иначе не могу назвать) в больных амбициях одних, и чрезвычайно высокого самомнения других. Мы уже проходили этот путь фрагментации в 1997 году, накануне выборов Президента ЧРИ и после, когда люди, которые должны были объединить народ, стали бедствием для этого народа. После окончания первой войны был принят Закон о Люстрации. Но этот закон не был применён в отношении национальных предателей и людей, активно сотрудничавших с агрессором. В итоге всё вернулось в анархию. Сегодня наблюдается та же тенденция. Главными «активистами освободительного движения» позиционируют себя дезертиры, люди сотрудничавшие с оккупационным режимом и просто авантюристы, а также те, кто предал Президента Аслана Масхадова соблазнившись конспиративными идеями контроля нефтепроводов и объединения Чечни и Дагестана.   

Как чеченское население на родине и диаспора в Европе воспринимают сутяжничество различных организаций, защищающих независимость Чечни? И каким доверием пользуются эти организации среди гражданского населения?

Воспринимают очень негативно. Самое интересное в том, что все эти группировки несут в себе интересы собственно только самой группировки, которые декларируются ими произвольно якобы от имени народа Ичкерии. Как мы видим из публикаций и при личном общении, есть противоречивые декларации. Кто-то возобновил идеи Халифата с установлением немедленно законов Шариата в Ичкерии. Кто-то собирается идти воевать непосредственно в Чеченской Республике и таким образом «освободить» Ичкерию от оккупантов, со всеми вытекающими отсюда кровавыми последствиями. Это не более чем иллюзия. Есть так же призывы к Правительству Украины признать независимость Дагестана. Нам нет дела до Дагестана, и мы не имеем права говорить от имени народов Дагестана, где проживают 52 этнические группы, и нет ни одной доминирующей. За всю нашу историю мы не имели ни одной благотворной идеи от Дагестана, одни конфликты, распри, войны, разруху и предательство. Более того, международное сообщество, в первую очередь Европейский союз и страны Северной Америки видят Россию в перспективе единой в пределах своих нынешних границ, стабильной и предсказуемой страной. И наши призывы к признанию независимости российских автономий могут принять за попытки раскола самой России и таким образом мы льём воду на мельницу российской пропаганды. Да, мы за свободу всех народов, но нам в первую очередь нужно не забывать свои национальные интересы. Поскольку наша независимость в принципе зависит и от внешнего мира необходимо говорить на языке, который приемлем и который понятен миру, оставив словоблудие и неприемлемую риторику салонным авантюристам.

Считаете ли вы целесообразным, чтобы различные институциональные группы, определяющие себя как «законные», объединились в единую реальность и отложили в сторону свои разногласия, вместо того чтобы действовать независимо? Или ты считаешь, что среди них есть тот, кто достоин возглавить остальных?

Я глубоко убеждён в том, что Ичкерия должна получить независимость без кровопролития, военных столкновений и разрушительной войны. Мы всё это уже проходили. Мне совершенно понятно одно, что без согласия на то России Ичкерия не получит независимость в той классической цивилизованной форме, как это происходило ранее с колониальными территориями. Я совершенно уверен и в том, что ни одна страна в мире не объявит ни одной санкции  России из-за насилия и колонизации Ичкерии. Мы всё это видели в течение двух кровавых войн.  И в этих вопросах нам необходима политическая поддержка Украины и её партнёров.  Совершенно очевидно, что в вопросах сотрудничества с Ичкерией, если этот процесс будет иметь продолжение,  для Украины необходима сила, которая может быть представлена от имени народа Ичкерии. И если все эти группировки действительно желают свободы своей стране, необходимо оставить в покое свои амбиции и сформировать рабочую группу для продвижения этой работы.

На данный момент многие молодые чеченцы воюют на стороне украинской армии, в основном на Херсонском фронте. Понятно, что их битва ведется не только за защиту Украины, но и за восстановление независимости Чечни. Если бы вы могли поговорить с каждым из них, что бы вы им сказали?

Я с нескрываемой завистью, в хорошем смысле этого слова, наблюдаю за нашими парнями, участвующим на этой войне. Было бы не этично учить их чему-то, поскольку своим примером они дают пример и надежду всем чеченцам. Для меня в принципе неважно, чем они руководствуются. Но каждому в отдельности я подал бы свою руку и обнял, как это делают чеченские мужчины. Мы, чеченцы, немногословны и не делаем комплименты друг другу, но я чрезвычайно горд, что принадлежу к народу, который они представляют. Они ещё раз в полной мере показали всему миру своё благородство и  потенциал мужества в борьбе с общим врагом. В своих молитвах я прошу Всевышнего даровать им здоровья, бодрости духа и долгих лет жизни на своей свободной Родине.

Как политическая раздробленность ЧРИ сказывается на тех самых бойцах, сражающихся на фронте под знамёнами Ичкерии?

На данном этапе эти парни заняты своим благородным делом и в силу объективных причин они не уделяют этому вопросу много внимания. Я знаю, что были неудачные попытки некоторых группировок подчинить эти батальоны себе, заманив «под знамёна Ичкерии». Но проблема последних в том, что эти парни с 2014, так или иначе, под знамёнами Ичкерии, они и позиционируют себя как Ичкерийцы. При этом они интегрированы в структуры Вооруженных Сил Украины, принимают и реализуют задачи, поставленные перед ними командованием. Поэтому, я сомневаюсь в том, что на них можно оказать какое-то влияние, выходящее за рамки их функциональных обязанностей на данном этапе.

THE GENERAL OF NAUR – MEMORIES OF APTI BATALOV (PART IV)

Battle in Ilaskhan – Yurt

After leaving Argun, we moved to a wooded mountainous area in the Nozhai – Yurt district. Here we organized our base, well hidden in a gorge near the village of Shuani. On the afternoon of March 25, a messenger arrived at the base: we were ordered to go in force to the village of Novogrozny, today Oyskhara. When we arrived Maskhadov gave me a brief report on the situation: “The Russians have left Gudermes, and are moving in the direction of Novogrozny. They crushed our defenses. We have to delay them at least for a few hours, until we evacuate the hospital and the documents. I have no one else to send except your battalion. I ask you to detain the Russians as much as possible: there are many wounded in the hospital, if the Russians find them they will shoot them all. ” Then Maskhadov told me that on the eastern outskirts of Ilaskhan – Yurt a unit of militiamen from nearby was gathering and they would give us a hand.

There were few people with me, about thirty in all, because after the retreat from Argun many of the militiamen, cold and tired, had dispersed to the surrounding villages to recover their strength. We immediately set off towards Ilaskhan – Yurt and, having reached the goal, we reunited with 70 militia men. The Russians advanced on the wooded ridge overlooking the village, traveling in the direction of Novogrozny. We settled in positions previously equipped, and then later abandoned. Their conditions were not the best: due to the heavy rains of those days they were full of water, and we guarded the positions with mud up to our knees. We tried to drain them, but the water returned to fill them in a few hours, due to the damp soil.

Soon our presence was noticed by the Russians, who began bombing our trenches from their high positions. Using mortars and field artillery. In that bombing we suffered the wounding of three or four men. However , they did not proceed to an attack, allowing us to hold them back for many more hours. Having left in a hurry, we had brought neither food nor water with us: we spent the next night hungry and cold in our damp trenches, under constant enemy bombardment. We were so starved that, when we managed to get our hands on a heifer the next day, we ate its almost raw meat, but not before getting permission from a local clergyman.

March 29 , the first Russian patrol reached our trenches. We managed to repel the assault: the enemy lost two men and retreated quickly. From the uniforms and weapons found in the possession of the fallen Russians, we understood that we had a paratrooper unit in front of us. As soon as the Russians were back in their trenches the artillery began a pounding bombardment on our positions with mortars and 120 mm artillery, causing many injuries among our units. After a long preparatory bombardment, the infantry moved on to the attack, and we began the unhooking maneuvers: some of us took the wounded away, others retreated into the woods, or returned to their homes. Only five of us remained in position: Vakha from Chishka, Khavazhi from Naurskaya, Yusup from Alpatovo, Mammad from Naursk station and myself. When we finally managed to get away we were exhausted: I came out with chronic pneumonia, which would accompany me in the years to follow.

Combined Regiment Naursk

In April, if memory serves me well, on April 2, as he said, the head of the main headquarters of the armed forces of the CRI, General Maskhadov, came to my base. The Chief of Staff briefly introduced me to the latest events and changes on the lines of contact between us and the Russians: it was clear from his words that our situation was not good. Consequently he asked me to become subordinate to the commander of the Nozhai- Yurta leadership, Magomed Khambiev. The same day I went to Nozhai-Yurt, where I met the new commander. He assigned the battalion’s area of responsibility to a location not far from the village of Zamai-Yurt, southwest of this village. Once deployed, we dug trenches and equipped shooting points for the machine gun. Here at the base, we, in our Naur battalion, were joined by groups of militias from Gudermes and the Shelkovsky district, for a total of 200 people. As a result, our battalion became the “Combined Naur Regiment”. I was confirmed by Maskhadov himself as commander of this new unit.

The Regiment held the assigned position until the early days of 1995, fighting a war of position against Russian forces. These faced us mainly with artillery, throwing a hail of mortar rounds at us, and increasing the dose with incursions of combat helicopters MI – 42 and MI – 18. During this phase we mourned the death of one of us, Dzhamleila of Naurskaya , and the wounding of ten men. Finally, in the first days of June , we received the order to switch to guerrilla warfare.

VERSIONE ITALIANA

IL GENERALE DI NAUR – MEMORIE DI APTI BATALOV (PARTE 4)

Battaglia ad Ilaskhan – Yurt

Dopo aver lasciato Argun, ci trasferimmo in una zona montuosa coperta di boschi, nel distretto di Nozhai – Yurt. Qui organizzammo la nostra base, ben nascosta in una gola vicino al villaggio di Shuani. Nel pomeriggio del 25 Marzo giunse alla base un messaggero: ci era ordinato di dirigerci in forze al villaggio di Novogrozny, oggi Oyskhara. Quando arrivammo Maskhadov mi fece un breve rapporto sulla situazione: “I russi hanno lasciato Gudermes, e si stanno muovendo in direzione di Novogrozny. Hanno schiacciato le nostre difese. Dobbiamo ritardarli almeno per qualche ora, finchè non evacuiamo l’ospedale ed i documenti. Non ho nessun altro da inviare, tranne il tuo battaglione. Ti chiedo di trattenere i russi il più possibile: ci sono molti feriti nell’ospedale, se i russi li trovano li fucileranno tutti.” Poi Maskhadov mi disse che alla periferia orientale di Ilaskhan – Yurt si stava radunando un reparto di miliziani provenienti dalle vicinanze, i quali ci avrebbero dato man forte.

Insieme a me c’erano poche persone, una trentina in tutto, perché dopo la ritirata da Argun molti dei miliziani, infreddoliti e stanchi, si erano dispersi nei villaggi circostanti per recuperare le forze. Ci mettemmo subito in marcia verso Ilaskhan  – Yurt e, raggiunto l’obiettivo, ci ricongiungemmo con 70 uomini della milizia. I russi avanzavano sulla cresta boscosa che dominava il villaggio, viaggiando in direzione di Novogrozny. Ci sistemammo in posizioni precedentemente attrezzate, e poi successivamente abbandonate. Le loro condizioni non erano delle migliori: a causa delle forti piogge di quei giorni erano piene d’acqua, e presidiavamo le posizioni con il fango fino alle ginocchia. Cercavamo di drenarle, ma l’acqua tornava a riempirle in poche ore, a causa del terreno umido.

Ben presto la nostra presenza fu notata dai russi, i quali iniziarono a bombardare le nostre trincee dalle loro posizioni elevate. Usando mortai ed artiglieria da campagna. In quel bombardamento patimmo il ferimento di tre o quattro uomini. Tuttavia non procedettero ad un attacco, permettendoci di trattenerli ancora per molte ore. Essendo partiti in fretta e furia, non avevamo portato con noi né cibo né acqua: trascorremmo la notte successiva affamati ed infreddoliti nelle nostre trincee umide, sotto il costante bombardamento nemico. Eravamo così provati dalla fame che, quando il giorno dopo riuscimmo a mettere le mani su una giovenca, ne mangiammo la carne quasi cruda, ma non prima di aver avuto il permesso da un religioso locale.

A mezzogiorno del 29 Marzo la prima pattuglia russa raggiunse le nostre trincee. Riuscimmo a respingere l’assalto: il nemico perse due uomini e si ritirò velocemente. Dalle divise e dalle armi trovate in possesso dei russi caduti capimmo di avere davanti un reparto di paracadutisti.  Non appena i russi furono rientrati nelle loro trincee l’artiglieria iniziò un bombardamento martellante sulle nostre posizioni con mortai ed artiglieria da 120 mm, provocando molti ferimenti tra le nostre unità. Dopo un lungo bombardamento preparatorio, la fanteria passò all’attacco, e noi iniziammo le manovre di sganciamento: alcuni di noi portarono via i feriti, altri si ritirarono tra i boschi, o tornarono alle loro case. In posizione rimanemmo soltanto in cinque: Vakha da Chishka, Khavazhi da Naurskaya, Yusup da Alpatovo, Mammad dalla stazione di Naursk ed io. Quando finalmente riuscimmo ad allontanarci eravamo esausti: io ne uscii con una polmonite cronica, che mi avrebbe accompagnato negli anni a seguire.

Reggimento Combinato Naursk

Ad aprile, se la memoria mi serve bene, il due aprile, come ha detto, il capo del quartier generale principale delle forze armate della CRI, il generale Maskhadov, è venuto alla mia base. Il capo di stato maggiore mi ha brevemente presentato gli ultimi eventi e i cambiamenti sulle linee di contatto tra noi e i russi: era chiaro dalle sue parole che la  nostra situazione non era buona. Di conseguenza mi chiese di diventare subordinato al comandante di la direzione Nozhai-Yurta,  Magomed Khambiev. Lo stesso giorno mi recai a Nozhai-Yurt, dove incontrai il nuovo comandante. Egli assegnò l’area di responsabilità del battaglione ad una posizione non lontana dal villaggio di Zamai-Yurt, a sud-ovest di questo villaggio. Una volta schierati, abbiamo scavato trincee e attrezzato punti di tiro per la mitragliatrice. Qui alla base, noi, nel nostro battaglione Naur, siamo stati raggiunti da gruppi di milizie di Gudermes e del distretto di Shelkovsky, per un totale di 200 persone. Di conseguenza, il nostro battaglione divenne il “Reggimento Combinato Naur”. Fui confermato dallo stesso Maskhadov comandante di questa nuova unità.

Il Reggimento tenne la posizione assegnata fino ai primi di giorni del 1995, combattendo una guerra di posizione contro le forze russe. Queste ci affrontavano principalmente con l’artiglieria, lanciandoci contro una grandine di colpi di mortaio, e rincarando la dose con incursioni di elicotteri da combattimento MI – 42 e MI – 18. Durante questa fase piangemmo la morte di uno di noi, Dzhamleila di Naurskaya, ed il ferimento di dieci uomini. Nei primi giorni di Giugno, infine, ricevemmo l’ordine di passare alla guerra partigiana.

L’ANGELO NERO SULLE MONTAGNE: LA BATTAGLIA DELLA GOLA DI KERIGO

DA KOMSOMOLSKOYE A PANKISI

A seguito della Battaglia di Komsomolskoye (5 – 20 Marzo 2000) Ruslan Gelayev, uno dei più audaci ed agguerriti comandanti dell’esercito della ChRI, riparò in Georgia con i resti delle sue unità, trovando riparo in una piccola gola abitata prevalentemente da Ceceni, la celebre Gola di Pankisi. Qui “L’angelo nero” installò il suo quartier generale, raccogliendo reduci e fuggiaschi ed instaurando una sorta di piccolo potentato personale, dal quale avrebbe più volte avviato campagne militari in Cecenia, in Inguscezia ed in Abkhazia.

Uomini di Gelayev si arrendono ai federali al termine della Battaglia per Komsomolskoye (2000)

Giunto a Pankisi nell’autunno del 2000, Gelayev passò tutto l’anno successivo a ricostituire le sue forze, abbandonando apparentemente il campo di battaglia e subendo, per questo, il biasimo del Presidente Maskhadov, il quale lo privò di tutti i suoi poteri e lo degradò con formale decreto. Fino alla primavera del 2002 il comandante ceceno rimase a Pankisi, studiando il modo migliore per tornare in Cecenia. Il rientro sul campo di battaglia era possibile soltanto attraverso l’Inguscezia (strada che aveva già percorso nel 2000, quando si era ritirato) o tramite la gola di Kerigo, la quale collegava direttamente Pankisi alla cittadina cecena di Baskhoy. Il primo percorso era più agevole, ma anche più pericoloso: durante la ritirata Gelayev  aveva perduto decine di uomini, trovandosi spesso in campo aperto sotto il fuoco dell’aereonautica federale ed incalzato dai mezzi blindati di Mosca. Inoltre, una volta arrivati in Cecenia, i gelayeviti avrebbero dovuto aprirsi un varco dalle pianure verso le montagne, rischiando di essere facilmente intercettati e distrutti. Il passaggio montano attraverso Kerigo appariva più sicuro, ma d’altra parte era molto più difficile da affrontare: non esistevano strade carrabili sicure (l’unica strada di una certa portanza era la Itum –  Khale / Shatili, stabilmente occupata dai russi fin dalla fine del 1999 – Per approfondire LEGGI QUI) e gli uomini di Gelayev avrebbero dovuto affrontare la traversata a piedi, trasportando in spalla, o a dorso di mulo, tutto ciò che sarebbe servito loro. D’altra parte, una volta sbucati in Cecenia, i Gelayeviti si sarebbero trovati in posizioni più favorevoli, ed avrebbero potuto facilmente ricongiungersi con gli uomini di Maskhadov che ancora combattevano nel sud montagnoso.

Militanti avanzano nella neve

LA VIA DELLE MONTAGNE

A confortare l’ipotesi di un passaggio attraverso le montagne c’era un felice precedente:  nell’estate del 2001 un altro comandante di campo, Magomed Tsagaraev, era riuscito a passare da Pankisi alla Cecenia attraverso la Gola dello Sharoargun, poco distante da Kerigo, con un gruppo di 60 uomini. La traversata non era stata facile, e le guardie di frontiera russe avevano intercettato ed ucciso alcuni dei suoi, ma Tsagaraev era comunque riuscito a passare con quasi tutti i suoi effettivi, raggiungendo con successo la zona di combattimento (salvo poi finire ucciso in una sparatoria poche settimane dopo). Gelayev era convinto di poter aprire una vera e propria rotta montana attraverso la quale far affluire alla spicciolata piccoli gruppi di 40/50 militanti per volta, eludendo la debole sorveglianza offerta dai servizi di frontiera federali (i quali avevano grosse difficoltà ad operare efficacemente in quell’area così brulla e frastagliata) e portando centinaia di uomini sulle montagne cecene entro l’inverno.

Nei mesi precedenti  il comandante ceceno inviò parecchie pattuglie in ricognizione, con lo scopo di mappare la posizione delle guardie di frontiera e seguire i loro spostamenti. Durante una di queste ricognizioni una pattuglia di Gelayev fu intercettata dai federali: i militanti si qualificarono come cacciatori, ma il fatto che fossero armati con fucili mitragliatori rese chiaro quale fosse lo scopo delle loro “battute di caccia”. I federali ebbero così piena consapevolezza che Gelayev stesse organizzando qualcosa, ed intensificarono la sorveglianza. Ciononostante l’Angelo Nero decise di procedere ugualmente, e nei primi giorni di Luglio guidò il primo distaccamento sulle montagne. La presenza dei gelayeviti non passò inosservata, ed il 21 Luglio i ceceni furono avvistati: con loro portavano armi da guerra, lanciagranate e perfino armi portatili terra – aria. Il 27 Luglio un primo reparto federale composto da una ventina di uomini, agli ordini del Maggiore Popov, intercettò una pattuglia avanzata cecena e si mosse a neutralizzarla. Il comando federale supportò l’azione inviando elicotteri da combattimento, e nel giro di poche ore combattimenti si accesero in tutta la gola. Popov aveva sottostimato l’entità delle forze nemiche, pensando di trovarsi davanti al massimo una decina di militanti, ma il rabbioso fuoco di risposta che ricevette, diretto anche contro gli elicotteri, rese presto chiaro che Gelayev aveva portato con sé svariate decine di uomini.

Ruslan Gelayev (al centro, in nero) circondato dai suoi uomini

LA BATTAGLIA

Non potendo procedere oltre per via della accanita resistenza dei militanti, Popov, optò per assumere una posizione difensiva e chiamare rinforzi: nel giro di alcune ore giunsero sul campo di battaglia alcune unità di mortaio che presero a bombardare le posizioni tenute dai gelayeviti. Il bombardamento fu efficace, e nel giro di poche ore produsse lo sbandamento della forza cecena. I russi presero ad avanzare, raggiunsero le posizioni nemiche e le assaltarono, prendendo cinque prigionieri e rinvenendo i resti di parecchi militanti. I prigionieri confermarono che la loro unità, composta da una venticinquina di uomini era l’avanguardia di un gruppo più corposo. I federali catturarono parecchie armi di ottima fattura, tra le quali 5 MANPADS.

Era chiaro che il reparto che era stato attaccato e distrutto dai russi non era né l’unico, né il più consistente, così le truppe federali continuarono ad affluire in zona, tentando di intercettare gli altri. Stavolta, tuttavia, le bande di Gelayev erano penetrate nei boschi circostanti la gola, e per stanarli sarebbe servita una lunga caccia all’uomo senza la copertura dell’artiglieria e dell’aereonautica. Reparti russi e ceceni si scontrarono nelle ore seguenti, in un complesso gioco di imboscate e sganciamenti durante il quale i reparti avversari giunsero a scontrarsi a distanza molto ravvicinata. In uno di questi scontri lo stesso Maggiore Popov rimase ucciso, probabilmente da un colpo di cecchino. Al calar del sole, Gelayev capì che anche se fosse riuscito ad aver ragione delle truppe federali (le quali, comunque continuavano ad affluire copiosamente) non avrebbe avuto alcuna possibilità di uscire dalla gola. Avendo perduto l’effetto sorpresa, e non potendo competere con i federali in campo aperto, decise quindi di far ritorno a Pankisi.

Mitragliere di Gelayev

Al termine della battaglia giacevano sul campo di battaglia almeno 25 militanti. Per parte sua l’esercito di Mosca aveva patito 8 morti e 7 feriti. Nei giorni seguenti i russi tentarono di intercettare i gelayeviti in ritirata, e secondo quanto dichiarato dal comando federale un altro contingente ceceno fu individuato, attaccato e distrutto prima che riuscisse ad attraversare il confine. Il fallimento dell’operazione convinse Gelayev a rientrare in Cecenia attraverso l’Inguscezia.