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“BUCHA CECENA” – IL MASSACRO DI NOVYE ALDY

Nei giorni in cui viene pubblicato questo articolo la guerra tra Russia e Ucraina è in pieno svolgimento. E’ notizia di poche settimane fa il ritrovamento di decine di cadaveri lungo le strade e in una fossa comune nella cittadina di Bucha. Secondo il sindaco della cittadina le vittime sarebbero centinaia, uccise a sangue freddo dai militari russi in ritirata e abbandonate sul luogo dell’esecuzione. Sono state riportate anche testimonianze riguardanti strupri, saccheggi e devastazioni. La tragedia, se confermata, non sarebbe tuttavia la prima a vedere le forze armate russe responsabili di atrocità e crimini di guerra. Il triste copione di Bucha è stato più volte realizzato in Cecenia, sia durante la Prima che durante la Seconda Guerra Russo – Cecena. E in questi casi la responsabilità delle truppe del Cremlino è acclarata, e consegnata alla storia. Forse il più tragico di questi avvenimenti è quello che accadde nella cittadina di Novye Aldy, alla periferia meridionale di Grozny, il 5 Febbraio 2000.

OPERAZIONE DI “PULIZIA”

All’inizio della Seconda Guerra Cecena la cittadina di Novye Aldy contava circa trentamila abitanti. Ali primi di Gennaio del 2000 le forze federali raggiunsero i sobborghi occidentali e meridionali dell’abitato, nell’ambito dell’operazione di accerchiamento della capitale della Repubblica Cecena di Ichkeria. La cittadina aveva subito un primo bombardamento da parte dell’artiglieria e dell’aereonautica, a seguito del quale quasi tutti i residenti erano sfollati, cosicché alla fine del mese appena duemila persone, per lo più troppo anziane o malate per potersene andare, rimanevano acquattate nei seminterrati delle abitazioni, mentre nel cimitero cittadino si erano contate 75 nuove tumulazioni, in parte dovute alle esplosioni dei giorni precedenti. Novye Aldy era considerata dai russi un punto strategico non soltanto perché si trovava immediatamente a sud di Grozny (all’epoca chiamata “Dzhokhar” in onore del primo Presidente della ChRI, Dudaev) ma anche perché allo scoppio delle ostilità la sua moschea aveva ospitato una preghiera alla quale avevano partecipato il Presidente Maskhadov, l’ex Presidente Yandarbiev ed altre figure di alto profilo dell’Ichkeria. Era quindi definita una “roccaforte” degli indipendentisti, pur non essendo di fatto né trincerata, né difesa dalle forze regolari cecene.

Secondo quanto riportato dalle testimonianze dei residenti sopravvissuti, Aldy era stata temporaneamente occupata da unità alle dipendenze del Generale di Brigata Akhmed Zakayev, ma prima che i bombardamenti avessero inizio tale reparto si era già ritirato fuori dal centro abitato. Tuttavia quando le forze federali raggiunsero i suoi sobborghi, iniziò un fitto bombardamento sulla cittadina, che proseguì quasi ininterrottamente tra il 2 ed il 5 Febbraio, provocando decine di morti. Soltanto dopo che una rappresentanza di residenti locali ebbe modo di parlare con il comando militare russo, garantendo che la città fosse completamente libera da uomini armati, il bombardamento cessò, ed il giorno successivo, 5 Febbraio 2000, forze della polizia militare, la famigerata OMON, penetrarono nel villaggio per effettuare una “operazione di controllo dei passaporti”. L’operazione fu condotta da due distinti reparti: il reparto OMON della Polizia di San Pietroburgo ed un reparto eterogeneo composto da poliziotti, soldati a contratto e coscritti. Le due unità penetrarono dentro Novye Aldy da Nord e da Sud, abbandonandosi fin da subito al sistematico saccheggio delle abitazioni, prassi tristemente usuale durante entrambe le guerre russo – cecene.

IL MASSACRO

Ben presto tuttavia la portata dei crimini divenne ancora più drammatica: lungo la via principale della cittadina militari russi penetrarono casa per casa, lasciando dietro di loro una scia di morti: il primo a cadere fu il cinquantenne Sultan Temirov, che abitava al numero 170 di quella strada. Il suo corpo, privato della testa (che non fu mai ritrovata) fu rinvenuto fatto a brandelli davanti alla porta di casa. Dopo di lui fu la volta di altre ventirè persone, per lo più donne e anziane. La vittima più vecchia, Rakat Akhmadova, aveva 82 anni, e fu freddata con due colpi sul marciapiede davanti alla sua abitazione. Tra le vittime si contarono almeno sei giovani donne, una delle quali incinta, ed un bambino di un anno, giustiziato con due colpi alla testa e bruciato in strada.

I militari russi andavano di casa in casa, chiedendo la consegna di tutti gli oggetti di valore, ed ammazzando a sangue freddo chiunque opponesse resistenza, o che non consegnasse un riscatto sufficientemente alto. In altri casi, secondo le testimonianze, anche coloro che possedevano qualcosa furono successivamente giustiziate, in quanto non avevano prodotto i documenti di identità richiesti. In almeno un caso si ebbe uno stupro di gruppo ai danni di sei donne, tre delle quali successivamente strangolate. La maggior parte delle case di proprietà delle vittime furono devastate e date alle fiamme, probabilmente nel tentativo di coprire i crimini commessi. Quando, al tramonto, i militari russi se ne andarono dal villaggio, i pochi superstiti uscirono dai loro nascondigli per spegnere gli incendi, prestare soccorso ai feriti e seppellire i cadaveri. Davanti a loro si palesò il dramma di una vera e propria strage, assimilabile ad un atto di genocidio, contro civili la cui unica colpa era quella di trovarsi nel villaggio al momento dell’operazione di “pulizia” e di non possedere sufficienti risorse per comprare la loro salvezza e quella dei loro cari. Nelle case e sulle strade rimasero tra i 56 e gli 82 cadaveri. Contrariamente a quanto prescritto dalla tradizione islamica, i superstiti non seppellirono immediatamente i corpi delle vittime, ma li mantennero nelle loro posizioni originarie affinché potessero essere filmati. Nel corso dei giorni successivi furono realizzati numerosi video amatoriali, molti dei quali sono visibili oggi nel documentario Aldy: A Past That Cannot Be Forgotten che riportiamo qui di seguito.

COPERTURE DI STATO

Malgrado l’evidenza del crimine commesso, le autorità federali si mossero con estrema lentezza ed inefficacia. Dapprima si negò che la strage fosse avvenuta: interrogato sull’argomento, il Tenente Generale Stanislav Kavun dichiarò: Queste affermazioni non sono altro che un intruglio non supportato da fatti o prove. Le dichiarazioni di questa organizzazione per i diritti umani, basate esclusivamente sui resoconti verbali di testimoni anonimi, dovrebbero essere viste come una provocazione il cui obiettivo è screditare l’operazione delle forze federali contro i terroristi in Cecenia. Nel frattempo, un secondo raid dell’OMON ebbe luogo a Novye Aldyh il 10 Maggio. L’azione fu verosimilmente orchestrata per costringere i sopravvissuti al silenzio: non si registrarono ulteriori vittime, ma si verificò un nuovo, sistematico, saccheggio, e gli abitanti del villaggio furono malmenati e minacciati.

Soltanto il 14 Marzo, su pressione dell’Osservatorio dei Diritti Umani, si presentarono nel villaggio i primi investigatori. Le prime dichiarazioni degli inquirenti resero subito chiaro che l’intento del governo di Mosca fosse quello di sminuire la gravita dell’evento, e se possibile di attribuirne la responsabilità agli stessi ceceni, i quali si sarebbero travestiti da soldati russi ed avrebbero compiuto la strage con l’intento di screditare le forze federali. Nel corso degli anni successivi, nessun responsabile fu mai individuato dalle autorità russe, e l’unico soldato riconosciuto colpevole di saccheggio ed omicidio, un poliziotto OMON dell’unità di San Pietroburgo, dopo essere stato condannato fece perdere le proprie tracce, dopo di che la sua condanna fu sospesa. Neanche l’intervento del Tribunale Internazionale, delle Nazioni Unite e del Consiglio d’Europa (OSCE) hanno permesso di accertare le responsabilità della strage.

Un resoconto completo della tragedia è riportato nel rapporto dell’Osservatorio per i Diritti Umani che alleghiamo di seguito:

https://www.hrw.org/reports/2000/russia_chechnya3/

“Ci sono forze più pericolose di qualsiasi carro armato!” Il primo discorso di Dudaev

Il 23 Novembre 1990 si svolse la prima sessione (e anche l’unica con questo nome) del Congresso Nazionale Ceceno. Al termine di questo evento apparve al grande pubblico ceceno, per la prima volta, il Generale dell’Aviazione Dzhokhar Dudaev. Non ci dilungheremo sulle origini del congresso, né sulla figura di Dudaev quanto sulle parole che egli proferì. Il suo intervento giunse alla fine dei lavori del congresso, quando i delegati avevano già stabilito di votare una Dichiarazione di Sovranità della Repubblica Cecena, e di trasformare il congresso in una piattaforma politica permanente. Pubblichiamo le parole di Dudaev prima di tutto perché il testo integrale del discorso non è mai stato tradotto dal russo, e costituisce una fonte storica fondamentale per capire non soltanto la parabola politica del Generale, ma anche per inquadrare l’evoluzione intera del nazionalismo ceceno.

Il discorso di Dudaev al Congresso in lingua originale

Cari fratelli e sorelle. Cari compagni, nostri cari ospiti.

Mi congratulo sinceramente con voi e con me stesso per le prime ore e il primo giorno di cittadinanza di uno stato sovrano. La dichiarazione è stata adottata e sono pienamente convinto che anche se qualcuno avrà l’idea di opporsi, sarà un potenziale nemico del nostro popolo.

I delegati del congresso si sono assunti la straordinaria responsabilità di essere rappresentanti del popolo. L’annuncio di per sè non è così difficile. Ma c’è un detto saggio tra la gente: “non tirare fuori il pugnale senza bisogno, se lo tiri fuori, usalo”.

Il pugnale è sguainato. Ora dobbiamo pensare a come attrezzare uno stato sovrano. Questo è un processo estremamente delicato e complesso. Vorrei avvertire i miei compatrioti che il periodo più pericoloso riguardo a possibili provocazioni, condizionamento delle menti degli individui, che può portare allo spargimento di sangue, sta arrivando proprio ora. Ci sono forze sufficienti per questo. Il giovane che ha parlato prima ha rammentato il pericolo di un’aggressione con i carri armati. Il carro armato è vulnerabile. È ben visibile, puoi sdraiartici sotto con e farlo esplodere con le granate. Ci sono forze più pericolose di qualsiasi carro armato, aereo e qualsiasi arma. Edifici a sette piani (KGB) che si trovano sulla strada successiva. Anche se una persona siede in ogni loro ufficio, si può immaginare quali forze ci siano per questa repubblica. Non una sola repubblica autonoma ha un tale potenziale, anche solo in termini di edificio. Probabilmente anche in basso, un paio di piani sottoterra.

Non importa quanto sia difficile riconoscere e assumersi tale responsabilità: se la repubblica sovrana non avrà le sue forze di protezione, garanti della sicurezza della repubblica, e un Ministero dell’Interno, se non sarà nella disponibilità di effettuare una mobilitazione, di creare le proprie formazioni, una repubblica sovrana, nella fase attuale, non esiste.

Questo conferma il corso degli eventi, la lotta in corso in tutte le regioni. E come è stato detto qui, ora bisogna agire e non aspettare l’aiuto dall’esterno. Se presentiamo un disegno di legge, la mia personale convinzione è che la Russia dovrebbe restare più vicina. Dov’è il parlamento evoluto, dove sono le forze capaci, le forze della democrazia e il maestro generatore della perestrojka. E’ necessario presentare al dipartimento alleato tutti i resoconti di cui stiamo parlando per i danni che hanno subito i nostri piccoli e poveri popoli su questa terra.

L’edificio del KGB a Grozny prima della guerra

Il benessere che oggi è relativamente disponibile nella repubblica rispetto ad altre regioni ed è assicurato, in primo luogo, dalla flessibilità della dirigenza, a cui bisogna riconoscere il dovuto, e non meno dalla saggezza del popolo. Una terra bellissima, uno degli angoli più fertili, la natura fa nascere sempre belle persone: anima, corpo, spirito, volontà, carattere, tutte qualità naturali positive. Delle quali si parla molto…

Ho chiesto ai miei compatrioti di non rivolgere su di loro la gloria del passato, le migliori persone della Russia e di tutti i paesi del mondo hanno parlato di questa gloria. Quando noi stessi ne parliamo, significa che il potenziale spirituale della generazione attuale si è esaurito.

Sembrerebbe…

Quindi, ho tante proposte, che (se interessa il Comitato Organizzatore del Congresso), e con piena convinzione (se fino ad ora c’erano dubbi sulla possibilità di mantenere la democrazia, la creazione di uno Stato di diritto), allora giovani persone del Comitato Organizzatore, che nelle condizioni più difficili sono riuscite a convocare il Congresso del Popolo (l’organizzazione più alta del nostro tempo), poi c’è il potenziale dei giovani, c’è la forza dei giovani.

Il resto delle proposte sul Parlamento, se interessano alla Direzione e al Comitato Organizzatore, le manderò per iscritto.

Grazie per l’attenzione, buona fortuna e avanti.

Dudaev al Congresso del 1990

Da Grozny a Kramatorsk: l’ascesa “missilistica” di Vladimir Putin

L’8 Aprile scorso la città ucraina di Kramatorsk è stata colpita da un attacco missilistico che, con molta probabilità, è stato messo a segno dalle forze separatiste filo – russe del Donbass. La vicenda non è ancora definitivamente chiarita, ma ciò che è certo è che almeno due missili ad alto potenziale distruttivo hanno colpito la stazione ferroviaria cittadina, in quel momento affollata da centinaia di profughi in fuga dai combattimenti, provocando almeno cinquanta morti ed un numero imprecisato di feriti. Il copione è tristemente simile a quello di molti altri bombardamenti missilistici occorsi in aree di guerra nelle quali le forze dell’esercito russo erano presenti, come operatori diretti o come consiglieri militari. C’è n’è uno, in particolare, che ricordiamo oggi: quello del 21 ottobre, passato alla storia come la “strage del mercato di Grozny”.

I PRIMI MISSILI DI PUTIN

Dalla fine di Agosto del 1999 l’aereonautica federale iniziò a bombardare Grozny, preparando il terreno per l’invasione di terra, la quale sarebbe scattata nell’Ottobre seguente. La città, già ridotta ad un cumulo di macerie dalla prima guerra, terminata appena tre anni prima, si trovò ad affrontare un secondo martellamento, che divenne ancora più catastrofico quando l’artiglieria campale russa occupò le colline del cosiddetto Terek Ridge, godendo così di una comoda postazione di tiro sulla capitale della ChRI. A dirigere l’invasione c’era un “giovane” Vladimir Putin, appena nominato Primo Ministro da un sempre più debilitato Boris Eltsin.

Artiglieria russa in bombardamento

Nonostante l’assedio imminente, decine di migliaia di civili erano ancora dentro Grozny quando l’artiglieria prese a cannoneggiare la città. Uno dei centri di aggregazione più importanti per i cittadini era il mercato centrale, nel quale si commerciava ogni sorta di prodotto, dai generi alimentari ai vestiti, fino alle armi da fuoco. Il 21 Ottobre una pioggia di missili SCUD si abbatté sulla città: due di questi esplosero poco lontano dall’unico reparto di maternità funzionante nella città, a pochi passi dal compound presidenziale e dall’ufficio postale centrale, uccidendo una trentina di persone tra le quali giovani madri con i loro neonati. Un altro colpì una moschea del sobborgo di Kalinina, uccidendo 41 fedeli intenti a pregare. Altri tre missili caddero nel quartiere del mercato centrale. La prima esplosione avvenne ad una cinquantina di metri dal bazar, e distrusse Mira Street, proiettando una pioggia di schegge che falciarono chiunque si trovasse in giro in quel momento. Poco dopo altri due missili caddero ad una distanza di circa 80 metri l’uno dall’altro, colpendo in pieno il mercato ed uccidendo una novantina di civili, molti dei quali residenti di etnia russa. I soccorsi raggiunsero prontamente il luogo della strage ma un’ora dopo sulla piazza cadde ancora un altro missile, falciando i soccorritori ed i giornalisti accorsi a documentare il disastro. Morirono altre decine di persone, tra le quali il giornalista del Groznensky Rabochy Supian Ependyev. Fu il primo di una lunga serie di giornalisti che avrebbero perso la vita nel tentativo di raccontare la seconda guerra cecena.

LA PRIMA STRAGE DI PUTIN

 Oltre ai più di cento morti l’assalto provocò dai 250 ai 500 feriti, molti dei quali gravissimi. Alcuni, caricati su mezzi di fortuna si diressero in convoglio verso l’Inguscezia, ma i numerosi checkpoint russi lungo la strada impedirono alla maggior parte di questi di raggiungere celermente gli ospedali ingusci. Il bombardamento provocò una nuova ondata di profughi che dalla città iniziarono a defluire confusamente verso nord. Un convoglio di questi, dopo essere stato fermato e costretto a fare dietrofront, venne erroneamente bombardato dall’aereonautica federale, che lo aveva scambiato per un distaccamento militare.

I russi negarono qualsiasi coinvolgimento, dichiarando che le esplosioni fossero frutto di un regolamento di conti tra bande illegali o l’esplosione di un magazzino di armi adiacente al mercato, ma le numerose registrazioni video del luogo della strage, nelle quali erano ben presenti i resti di missili balistici ed i crateri da impatto delle loro testate, smentirono la versione del Cremlino. Si trattò a tutti gli effetti di un bombardamento su obiettivi prevalentemente civili: anche ammettendo che nel bazar fossero in vendita delle armi, la stragrande maggioranza degli stand vendevano generi alimentari e vestiario, ed in quel momento erano affollati da civili in cerca di beni di consumo. Il bombardamento sollevò la prima forte reazione da parte della comunità internazionale: il Presidente del Parlamento Europeo, Lord Russell – Johnston, si disse “scioccato” ed accusò il governo russo di violare i diritti umani e le leggi di guerra. Simili condanne giunsero dal Presidente dell’Unione Europea, il finlandese Paavo Lipponen, e dal Cancelliere tedesco Gerard Schroder. Il Consiglio d’Europa chiese a Putin di riferire quanto prima i suoi piani per porre fine al conflitto. Il Segretario di Stato americano Madeleine Albright definì l’azione “deplorevole ed inquietante”.  Le proteste dei leader occidentali, blandamente supportate dall’ONU, non fermarono comunque l’invasione.

VIdeo che mostra il bombardamento del Mercato di Grozny del 21 Ottobre 1999
Video che mostra le vittime del bombardamento

Quando Maskhadov chiedeva all’Europa di fermare Putin – La lettera al G7

Tra il 20 ed il 22 Luglio del 2001 si tenne a Genova un vertice del G – 8 , il gruppo delle principali potenze economiche della Terra (G – 7) implementato (dal 1997 al 2013) dalla presenza della Russia. In vista di questo incontro, il Presidente della Repubblica Cecena di Ichkeria, Aslan Maskhadov, inviò una lettera ai rappresentanti di quei governi, che riportiamo integralmente, in italiano e in inglese.

Come nei riguardi delle parole di Dudaev sulla futura guerra in Ucraina, quelle di Maskhadov sull’ondivago rapporto delle democrazie occidentali con il regime di Vladimir Putin suonano tristemente concrete in questi giorni.

VERSIONE ITALIANA

Gentili Eccellenze,

Io, Aslan Maskhadov, presidente democraticamente eletto della Repubblica cecena di Ichkeria, scrivo questo appello disperato in nome del mio popolo, vittima di una guerra genocida il cui omicidio quotidiano deve ancora risvegliare la coscienza del mondo che guidate. Siamo miserabili, sanguinanti e schiavi come voi siete ricchi, potenti e liberi. Presto vi riunirete a Genova tra lo splendore e la cerimonia che si addice al vostro posto, in prima fila tra le nazioni. Guardie d’onore vi saluteranno, vi incontrerete nei palazzi e il mondo ascolterà ogni vostra parola. Io vi scrivo da un luogo di sterminio putrido, di carneficina, e come i miei fratelli rimango un braccato nel mio paese. Anch’io ho avuto dalle urne il privilegio e la responsabilità di guidare la mia nazione, ma Mosca mi definisce un bandito, un terrorista e un criminale. Al di là dei confini del mio piccolo paese, le mie parole sembrano contare poco, così come il grido angosciato del mio popolo vi lascia ancora sorprendentemente muti e sordi. Quindi continuerò a scrivere finché il silenzio non sarà squarciato.

Converrete al vostro vertice per considerare la riduzione del debito per i paesi poveri del mondo in via di sviluppo. Questo è un obiettivo lodevole, ed è senza dubbio la speranza di milioni di persone che la preoccupazione umanitaria motivi i forti a cercare di porre fine alla miseria a contratto per i deboli. Ma se riconoscete la silenziosa violenza della povertà sugli indigenti e sugli affamati, perché vi allontanate da noi? Noi che moriamo tra le fiamme della sporca guerra del Cremlino, siamo meno degni di compassione? Cosa ci ha reso invisibili a voi? Temo di conoscere la risposta. Temo che le fredde esigenze della realpolitik assicurino le vostre inazioni e condannino il nostro destino. Per non danneggiare una relazione incerta con una nuova Russia fragile e instabile, siete disposti a trascurare l’annientamento del mio popolo. Ai vostri occhi, per il bene di interessi più grandi, siamo una nazione sacrificabile. Quindi concedete un posto a tavola a un ospite d’onore, il presidente russo Vladimir Putin, e gli stringete la mano come leader di una grande democrazia, applaudendolo come un riformatore che condivide i vostri valori.

Aslan Mahadov (a sinistra) e Alexander Lebed (a destra) firmano gli Accordi di Khasavyurt

Se poteste sopportare di vedere il vero volto della Cecenia sotto l’agonia dell’occupazione russa, potreste sinceramente continuare a offrire tali lodi? Su una popolazione che un tempo contava un milione di persone, un ceceno su sette è ora morto. 250.000 dei nostri civili sono rifugiati. Privi dei beni di prima necessità, molti sono devastati da malattie e denutrizione, soprattutto anziani e giovani. Più di 20.000 civili e membri della resistenza subiscono la prigionia nei nuovi Gulag, i cosiddetti campi di filtrazione. Costretti in condizioni disumanizzanti e primitive con poche o nessuna assistenza medica, il che supera di gran lunga i peggiori standard del sistema penale russo, la vita nei campi improvvisati vede l’uso sadico e sistematico della tortura. Bruciature con le sigarette, percosse paralizzanti, soffocamento, annegamento negli escrementi umani, mutilazioni con coltelli, scosse elettriche ad alto voltaggio e abusi sessuali sono solo alcune delle pratiche comuni. Alla fine molti prigionieri vengono uccisi. Sicuramente per alcuni questa deve essere una gradita liberazione dall’inferno.

Le nostre donne vengono spesso radunate a caso e violentate in gruppo. In una politica comune sulla terra bruciata, i villaggi vengono saccheggiati, poi rasi al suolo e i maschi normodotati, compresi i ragazzi di età pari o inferiore a 15 anni, vengono portati via e scompaiono. Qualsiasi ceceno può essere arrestato senza accusa o ricevere la pena capitale senza processo. Le esecuzioni sommarie sono all’ordine del giorno per uomini, donne e bambini di tutte le età. I corpi dei morti vengono spesso mutilati deliberatamente e lasciati in mostra, la loro sepoltura vietata. I nostri morti servono anche come nuova forma di moneta, con i soldati russi che costringono i parenti a pagare ingenti riscatti prima che possano ottenere i resti dei loro cari. Innumerevoli fosse comuni giacciono nascoste in un paesaggio costellato da villaggi rasi al suolo e rovine in fiamme. Le nostre infrastrutture non esistono più. Solo nelle ultime due settimane una dozzina di villaggi nel sud-est e nell’ovest della Cecenia sono stati nuovamente terrorizzati, oltre 300 civili uccisi in una perquisizione sistematica e altre migliaia imprigionati, torturati e violentati. Abbiamo informato il Consiglio d’Europa, ma inutilmente. Questa è la verità più oscura della realpolitik. Terrore, macellazione e follia sono il prezzo che paghiamo per garantire il pragmatismo della diplomazia internazionale.

Grozny distrutta dai bombardamenti

Nel 1945 avete sconfitto i mali del militarismo, del fascismo e del nazismo. Quelle nazioni tra voi che avevano dato vita al mostruoso colosso e all’olocausto della guerra mondiale, hanno giurato di non ripetere mai gli stessi errori fatali e si sono forgiati con uno spirito nuovo per stare con orgoglio tra le democrazie più antiche. In oltre mezzo secolo di progressi insieme avete costruito nuove istituzioni per la comunità delle nazioni, l’ONU, la NATO, l’UE e l’OSCE, tra gli altri organismi regionali e globali, volte a un futuro più equo e più sicuro. Avete impedito il giorno del giudizio di un conflitto nucleare e il vostro esempio ha abbattuto il muro di Berlino, sollevando il giogo del comunismo e ponendo fine a una lunga guerra fredda. Avete smantellato i vostri imperi coloniali e avete permesso che i popoli ex sudditi fossero liberi. Avete combattuto il razzismo in patria e all’estero e le vostre voci hanno contribuito a sconfiggere la macchia dell’apartheid. Più e più volte avete incoraggiato le virtù della democrazia a trionfare sulla dittatura. Forse soprattutto, a Norimberga hai risposto ai tuoi più nobili istinti stabilendo lo stato di diritto ei diritti umani come principi inviolabili e universali che riterrebbero per sempre la barbarie responsabile di un codice di condotta civile.

Allora, com’è possibile celebrare Slobodan Milosevic che finalmente affronta il giudizio all’Aia ma abbracciare Putin come un partner credibile? Com’è possibile che vi siete mobilitati per affrontare la nuda aggressione durante la Guerra del Golfo, che siete intervenuti quando avete assistito alla pulizia etnica e alla ferocia in Bosnia, Kosovo, Timor e Sierra Leone e ora pronunciate raramente la parola Cecenia? Condannate e isolate il regime dello SLORC in Myanmar e i talebani in Afghanistan. Fate pressione sulla Cina per i suoi abusi in Tibet e la sua persecuzione di intellettuali dissidenti e seguaci religiosi, ma non dite nulla sull’omicidio di massa di civili ceceni. Praticate un’instancabile diplomazia cercando di assicurare la pace in Medio Oriente, Irlanda del Nord, Macedonia, Kashmir, Congo, persino in Sudan, dov’è la vostra iniziativa di pace cecena?

Artiglieria russa spara nei dintorni di Tolstoy – Yurt, Novembre 1999

In nome di una nazione morente vi prego di non abbandonarci più. Chiedo che adottiate collettivamente misure per favorire la ripresa dei negoziati di pace e l’emanazione di un cessate il fuoco immediato garantito e monitorato da parti neutrali. Vi prego inoltre di chiedere, in conformità con il diritto internazionale, il dispiegamento di aiuti umanitari, personale sanitario e medico disperatamente necessari. Vi imploro inoltre di chiedere il ritorno senza ostacoli degli investigatori dei diritti umani delle ONG, degli osservatori delle istituzioni internazionali e di tutti i membri della stampa mondiale attualmente esclusi dall’entrare in Cecenia. Mi rivolgo a voi, come leader del mondo libero, a raccogliere il coraggio morale in armonia con le tradizioni democratiche che rappresentate e che avete giurato di sostenere per fare pressione sulla Russia affinché cessi lo sterminio del mio paese, per ritenerlo responsabile del genocidio e per imporre sanzioni se Mosca non desisterà.

La ferocia che dobbiamo sopportare non è nuova. Ricordiamo le miniere di sale di Stalin, le sue torri di guardia, il filo spinato e le tombe anonime. Il dolore dell’esodo e del genocidio lo abbiamo già conosciuto. Così riconosciamo gli altri con i quali condividiamo una terribile fratellanza di orrore. Gli scheletrici ebrei e rom nei forni di Dachau e Auschwitz. La carne da baionetta di Nanchino. Gli antichi figli del Biafra dagli occhi sbarrati. La madre implorante e il bambino di fronte ai fucili a My Lai. Gli arabi di palude dell’Iraq soffocati dalle nuvole di gas mostarda. I tutsi del Ruanda massacrati sulla strada di Kigali dai coltelli dell’Interhamwe. Sono tutti i nostri fratelli e sorelle martiri nell’eredità di un omicidio senza senso. Solo il nostro massacro, la nostra morte non è di ieri, appartiene all’incubo vivente del presente. Quanti ceceni saranno morti nel tempo che impiegherete a leggere questa lettera? Quanti altri dovremo seppellire prima della fine del vostro vertice? Non mancate di parlare, per amore dell’umanità e della giustizia agite ora sulla vostra coscienza o nel tempo anche la storia vi segnerà con una pagina di vergogna. Se continuate a restare inerti mentre il mio popolo svanisce in un bagno di sangue, se non agite con convinzione e determinazione come avete fatto in Ruanda, i fantasmi ceceni macchieranno il vostro onore come fanno con quello russo.

Possa Dio concedervi la saggezza e la visione per servire la causa della pace e della giustizia

Rispettosamente

Aslan Maskhadov

Presidente della Repubblica Cecena di Ichkeria

ENGLISH VERSION

Dear Excellencies,

I, Aslan Maskhadov, the democratically elected President of the Chechen Republic of Ichkeria, write this desperate appeal in the name of my people, the victims of a genocidal war whose daily murder has yet to awaken the conscience of the world you lead. We are as wretched, bloody and enslaved as you are rich, mighty and free. You will soon gather in Genoa amidst the splendor and ceremony that befits your place in the front rank of nations. Guards of honour will salute you, you will meet in palaces and the world will listen to your every word. But I write you from a killing ground putrid with slaughter and like my brethren I remain a hunted man in my own country. I too won the privilege and responsibility of leading my nation from the ballot box, but Moscow calls me a bandit, a terrorist and a criminal. Beyond the confines of my tiny country, my words seem to count for little, just as the anguished cry of my people still astonishingly leaves you mute and deaf. So I will continue to write until the silence is pierced.

You will join in your summit to consider debt relief for the impoverished developing world. This is a laudable aim, and it is the hope no doubt of countless millions that humanitarian concern motivates the strong to seek an end to indentured misery for the weak. But if you acknowledge the quiet violence of poverty upon the destitute and the hungry why do you turn away from us? We who die in the flames of the Kremlin’s dirty war, are we less worthy of compassion? What has made us invisible to you? I fear I know the answer. I fear the cold exigencies of realpolitik ensure your inaction and seal our fate. Lest you damage an uncertain relationship with a fragile and volatile new Russia, you are willing to overlook the annihilation of my people. In your eyes, for the sake of larger interests we are an expendable nation. So you grant a seat at the table to an honoured guest, Russian President Vladimir Putin, and shake his hand as the leader of a great democracy, applauding him as a reformer who shares your values.

Fossa comune in Cecenia

If you could stand to see the true face of Chechnya under the agony of Russian occupation, could you sincerely continue to offer such praise? Out of a population that once numbered a million, one in seven Chechens is now dead. 250,000 of our civilians are refugees. Bereft of the most basic necessities, many are ravaged by disease and malnutrition, especially the elderly and the young. More than 20,000 civilians and resistance members endure imprisonment in the new Gulags, the so-called filtration camps. Held in dehumanizingly foul and primitive conditions with little or no medical care that far exceed the worst standards of the Russian penal system, life in the improvised camps sees the sadistic and systematic use of torture. Burning with cigarettes, crippling beatings, suffocation, drowning in human excrement, mutilation with knives, high voltage electric shock and sexual abuses are only some of the common practices. Many prisoners are ultimately killed. Surely for some this must be a welcome deliverance from hell.

Our women are often rounded up at random and gang raped. In a common scorched earth policy villages are looted then razed and the able bodied males including boys 15 and under are swept up and disappeared. Any Chechen can be arrested without charge or receive capital punishment without trial. Summary executions are an everyday occurrence for men, women and children of all ages. The bodies of the dead are often deliberately mutilated and left on display, their burial forbidden. Our dead also serve as a new form of currency, with Russian soldiers forcing relatives to pay large ransoms before they can obtain the remains of their loved ones. Countless mass graves lie hidden in a landscape dotted by flattened villages and burning ruins. Our infrastructure no longer exists. Only in the last two weeks a dozen villages in south eastern and western Chechnya were again terrorised, over 300 civilians murdered in a systematic sweep and thousands more imprisoned, tortured and raped. We informed the Council of Europe but to no avail. This is the darker truth of realpolitik. Terror, butchery and madness is the price we pay to ensure the pragmatism of international diplomacy.

In 1945 you defeated the evils of militarism, fascism and Nazism. Those nations among you that had given birth to the monstrous juggernaut and holocaust of world war, vowed never to repeat the same fatal errors and forged yourselves in a new spirit to stand proudly among the elder democracies. Over half a century of progress together you built new institutions for the community of nations, the UN, NATO, the EU, and the OSCE, among other regional and global bodies, aimed towards a more equitable and safer future. You prevented the doomsday of a nuclear conflict and your example brought down the Berlin Wall, lifting the yoke of communism and ending a long cold war. You dismantled your colonial empires and allowed former subject peoples to be themselves. You fought racism at home and abroad and your voices helped to vanquish the stain of apartheid. Time and again you fostered the virtues of democracy to triumph over dictatorship. Perhaps above all, at Nuremberg you responded to your most noble instincts establishing the rule of law and human rights as inviolable, universal principles that would forever hold barbarism accountable to a civilised code of conduct.

So how is it that you celebrate Slobodan Milosevic at last facing judgement at the Hague but embrace Putin as a credible partner? How is it possible that you mobilised to confront naked aggression during the Gulf War, intervened when you witnessed ethnic cleansing and savagery in Bosnia, Kosovo, Timor and Sierra Leone and now seldom even utter the word Chechnya? You condemn and isolate the SLORC regime in Myanmar and the Taliban in Afghanistan. You pressure China over its abuses in Tibet and its persecution of dissident intellectuals and religious followers, but you say nothing about the mass murder of Chechen civilians. You practice tireless diplomacy trying to secure peace in the Middle East, Northern Ireland, Macedonia, Kashmir, the Congo, even the Sudan, where is your Chechen peace initiative?

In the name of a dying nation I beg you not to forsake us any longer. I ask that you collectively take steps to foster the resumption of peace negotiations and the enactment of an immediate cease-fire guaranteed and monitored by neutral parties. I beseech you further to demand in accordance with international law the deployment of desperately needed humanitarian aid, health and medical personnel. I further implore you to seek the return without hindrance of NGO human rights investigators, observers from international institutions and all members of the global press currently being barred from entering Chechnya. I appeal to you as leaders of the free world to muster the moral courage in keeping with the democratic traditions you represent and have sworn to uphold to pressure Russia to cease its extermination of my country, to hold it accountable for genocide, and to impose sanctions if Moscow will not desist.

The savagery we must bear is not new. We remember Stalin’s salt mines, his guard towers, barbed wire and unmarked graves. The pain of exodus and genocide we have known before. So we recognise the others with whom we share a terrible kinship of horror. The skeletal Jews and Romany in the ovens of Dachau and Auschwitz. The bayonet fodder of Nanjing. The ancient, wide-eyed children of Biafra. The pleading mother and baby facing the rifles at My Lai. The marsh Arabs of Iraq choked by the clouds of mustard gas. The Tutsi of Rwanda butchered on the Kigali road by the knives of the Interhamwe. They are all our martyred brothers and sisters in the legacy of senseless murder. Only our slaughter, our death is not yesterday’s, it belongs in the living nightmare of the present. How many Chechens will have died in the time you take to read this letter? How many more must we bury by the time your summit is over? Do not fail to speak, for the sake of humanity and justice act now upon your conscience or in time history will also mark you with a page of shame. If you continue to stand idly by while my people vanish in a bloodbath, if you fail to act with conviction and resolve as you did in Rwanda, Chechen ghosts will stain your honour as surely as they do Russia’s.

May God grant you the wisdom and vision to serve the cause of peace and justice.

Respectfully,

Aslan Maskhadov
President of the Chechen Republic of Ichkeria

I CINQUEMILA GIORNI DI ICHKERIA – PARTE 9

FEBBRAIO 1992

Febbraio

POLITICA NAZIONALE – A seguito di grosse polemiche inerenti il comportamento dei suoi membri, il Parlamento revoca lo status di “istituzione statale” al Mekhk Khel”, il Consiglio degli Anziani di medievale memoria riconosciuto dal Parlamento come un corpo dello Stato nel Dicembre 1991. Nel corso di due mesi l’istituzione, guidata dall’anziano Akhmed Adizov, si è resa odiosa tra la popolazione civile e tra i parlamentari per i metodi aggressivi con i quali tenta di imporre nomine istituzionali e garantire avanzamenti di carriera ai suoi membri nelle aziende di stato.

3 Febbraio

TENSIONI SOCIALI – a Malgobek si verifica un violento scontro a fuoco tra residenti locali. Si tratta di una resa dei conti per una serie di omicidi iniziata nel maggio dell’anno precedente, e proseguita secondo le leggi criminali della faida di sangue.

4 Febbraio

POLITICA NAZIONALE – Secondo un sondaggio pubblicato dal Servizio Stampa Presidenziale, l’81% dei cittadini ceceni si fida del Presidente della Repubblica, il 77% si fida del Parlamento eletto il 27 Ottobre 1991, mentre soltanto il 7% apprezza l’operato del Mekhk – Khel.  La maggioranza degli intervistati sostiene che quest’ultimo dovrebbe essere sciolto e rieletto. Riguardo ai rapporti con la Russia, più del 60% degli intervistati teme un intervento del governo di Mosca, mentre soltanto il 3% respinge questa ipotesi.

TENSIONI SOCIALI – Nella notte viene assaltato da ignoti un deposito della Milizia del Ministero degli Interni russo. Vengono saccheggiate tremila armi da fuoco e 184.000 cartucce, oltre a tonnellate di suppellettili e vettovaglie.

5 Febbraio

POLITICA NAZIONALE – Si svolge il giuramento solenne delle prime unità dell’esercito regolare ceceno. Con Decreto Presidenziale il Presidente Dudaev licenzia i coscritti reclutati nel 1990 ed ordina la leva 1991, per una nuova generazione di giovani militari.

Forze regolari della Repubblica Cecena di Ichkeri

6 Febbraio

POLITICA NAZIONALE – Il primo stormo aereo dell’aeronautica repubblicana, al comando del Primo Collaudatore Khairuddin Visangiriev, tiene una dimostrazione di volo sui cieli di Grozny.

POLITICA ESTERA – Tensioni al confine tra il Distretto di Nozhai – Yurt e la Repubblica del Daghestan. Residenti ceceni lamentano il fatto che alcune delle terre espropriate durante l’Ardakhar non siano mai state restituite alla Cecenia, ma permangano entro i confini del Daghestan. Le autorità Daghestane si dichiarano disposte a risolvere il problema su base negoziale inter – statale.

7 Febbraio

TENSIONI SOCIALI – Nella notte una banda armata composta da decine di uomini attacca una base militare della milizia dipendente dal Ministero degli Interni russo, riuscendo a sopraffare le guardie (LEGGI L’APPROFONDIMENTO QUI). Durante la sparatoria il deposito di munizioni della caserma esplode, provocando ingenti danni. Dieci tra gli aggressori rimangono uccisi, nessuno tra i difensori, il che lascia immaginare che l’azione sia stata in qualche modo concordata con la guarnigione a difesa del presidio. La base, rimasta senza protezione, viene invasa da una folla di centinaia di civili, ansiosi di raccogliere armi ed altri oggetti di valore. Vengono trafugati almeno 300 fucili mitragliatori, oltre ad una grande quantità di munizioni. Molti civili, nel tentativo di penetrare la base saltano su mine antiuomo poste a protezione, finendo all’ospedale in gravi condizioni. Il governo ed il parlamento ceceno accusano la Russia di aver orchestrato l’azione. Il Ministro della Stampa e dell’Informazione, Movladi Ugudov, dichiara che tali provocazioni sono riferite al previsto ritiro delle forze armate russe dal territorio ceceno. Rispetto a questo Ugudov dichiara che il governo di Grozny ha proposto un piano di ritiro ordinato delle unità militari, al quale si opporrebbero le alte gerarchie del Cremlino, desiderose di trascinare la Repubblica nel caos.

8 Febbraio

TENSIONI SOCIALI – Si registrano numerosi attacchi alle basi militari russe in Cecenia. Dudaev incolpa provocatori russi, ed in particolare il comandante della guarnigione di Grozny, Generale Sokolov. Il Parlamento concede al Presidente poteri d’emergenza per frenare il caos. Tali poteri sono accordati dall’8 Febbraio all’8 Marzo 1992.

10 Febbraio

TENSIONI SOCIALI – Dudaev impone il coprifuoco a Grozny per trenta giorni. Le formazioni militari sono messe in stato di allerta. La Guardia Nazionale viene schierata intorno al perimetro dei presidi militari, mentre il Ministro degli Interni, Umalt Alsultanov, mobilita in supporto le unità speciali della polizia antisommossa. Il Viceministro dell’Interno, Udiev, viene nominato Commissario Militare responsabile dell’attuazione del coprifuoco.

11 Febbraio

TENSIONI SOCIALI – Il comandante delle forze russe in Cecenia, Sokolov, dichiara piena adesione alle direttive del governo ceceno e “intesa completa” con il Presidente Dudaev. Egli inoltre smentisce le voci di un piano di allontanamento delle famiglie degli ufficiali da Grozny, bollandole come “bugie”.

Il Ministro della Stampa e dell’Informazione Ugudov dichiara che le recenti aggressioni alle basi militari sono frutto di un piano ordito dai resti della nomenklatura sovietica appoggiata da elementi mafiosi, con lo scopo di gettare la Repubblica nel caos e sabotare il processo di autodeterminazione del popolo ceceno.

Il Presidente della Commissione Esteri del Parlamento, Ibragim Suleimenov, dichiara che le tensioni dei giorni scorsi sono da attribuirsi a “forze – ombra mafiose” che tentano di avvantaggiarsi del disordine determinato dagli eventi della Rivoluzione Cecena. Egli esclude la possibilità di un coinvolgimento esterno, dicendosi sicuro che il “nemico” sia “interno” e che non ci sia bisogno di cercarne uno fuori dai confini del paese.

Il Consiglio degli Anziani, riunitosi a Grozny, condanna le azioni violente ed invita i cittadini alla calma. L’assemblea, cui partecipano anche i capi dei villaggi rurali, rivendica il suo ruolo di agente moderatore nel riportare la popolazione alla calma ed impedire ulteriori disordini.

POLITICA NAZIONALE – Il Presidente Dudaev presenzia ai funerali del Maggior Generale dell’Aviazione inguscio Salambek Oskanov, deceduto tragicamente il 7 Febbraio scorso durante un volo di addestramento. Insieme a Dudaev intervengono il Vicepresidente della Federazione Russa Alexander Rutskoi ed il Presidente del Consiglio Distrettuale locale, Ruslan Tatiev. Il funerale dell’alto ufficiale russo è l’occasione per tutti e tre i politici per lanciare un appello alla popolazione ed alle istituzioni coinvolte nella crisi russo/cecena, affinchè il buonsenso e la collaborazione prevalgano sulle divisioni che alimentano i conflitti sociali e politici.

il Maggior Generale Sulambek Oskanov

12 Febbraio

POLITICA NAZIONALE – Il Parlamento decreta l’istituzione della Cittadinanza Cecena, attribuibile tramite uno specifico timbro sui vecchi passaporti sovietici ancora in circolazione presso la popolazione. La procedura è resa obbligatoria per tutti i funzionari pubblici.

NEGOZIATI RUSSO/CECENI – Il Consiglio Etnico della Repubblica, organo rappresentativo di tutte le minoranze del paese, invia un appello al Soviet Supremo della RSFSR Russa affinché qualsiasi decisione di Mosca nei confronti della Cecenia sia presa in accordo con le autorità di Grozny, onde evitare che tale decisione sia accolta negativamente dalla popolazione.

13 Febbraio

POLITICA NAZIONALE – In un discorso alla TV di Stato il Presidente Dudaev si scaglia contro la leadership russa, definita “Sciovinista”. Liberando il popolo russo da ogni responsabilità, Dudaev dichiara che l’attuale governo di Mosca usa il principio del “divide et impera” per mettere i popoli caucasici l’uno contro l’altro e spingerli a confrontarsi tra loro, in modo da impedire che si uniscano in un’unica grande forza regionale capace di tenere testa alle ambizioni imperiali del Cremlino. Il discorso chiude con un appello a tutti i popoli del Caucaso affinchè si costituisca un grande raggruppamento politico in grado di difendere l’indipendenza dei popoli non – russi che abitano la regione.

14 Febbraio

POLITICA NAZIONALE – Il COFEC implementa in maniera consistente i beni di prima necessità acquistabili dai cittadini con la tessera annonaria, con l’intento di combattere la crisi alimentare che si sta abbattendo sulla repubblica.

Il Presidente del COFEC, Mamodaev, dichiara che tale aumento sarà garantito da contratti di scambio tra la Repubblica Cecena, l’Ucraina ed il Territorio di Stavropol, cui verranno consegnati prodotti petroliferi in cambio di generi alimentari di base.

Il Presidente del Comitato Nazionale per la Gestione Operativa dell’Economia (COFEC) Yaragi Mamodaev

17 Febbraio

POLITICA NAZIONALE – Il Parlamento introduce la nazionalità come requisito essenziale per ricoprire incarichi pubblici. Il meccanismo per l’ottenimento della cittadinanza rimane semplificato, a causa del fatto che non sono ancora disponibili documenti ufficiali della Repubblica.

     Proseguono i negoziati politici per la costituzione del primo governo di fiducia parlamentare. Ad oggi risultano nominati una decina di ministri tra i quali il Ministro della Stampa e dell’Informazione, Ugudov, il Ministro dell’Interno, Alsultanov, il Ministro della Cultura, il famoso ballerino Mahmoud Esambaev, e il Ministro dell’Istruzione, Yandarov.

18 Febbraio

POLITICA ESTERA – Zviad Gamsakhurdia tiene una conferenza stampa a Grozny, durante la quale rivendica il suo diritto di rappresentare la Repubblica di Georgia e dichiara illegittima la giunta militare che lo ha deposto. Gamsakhurdia definisce la sua visita in Cecenia come un incontro bilaterale tra due legittimi governi, e rifiuta di riconoscersi un rifugiato politico, dichiarando invece di essere nel pieno possesso dei suoi poteri costituzionali, solo temporaneamente usurpati da una giunta golpista. Riguardo al tema del riconoscimento formale della Repubblica Cecena da parte della Georgia, Gamsakhurdia afferma di aver già predisposto un decreto presidenziale che richiederà l’approvazione del Parlamento, e si dice fiducioso che ciò avverrà non appena la situazione politica sarà pacificata.

POLITICA NAZIONALE –  nell’ottica di inquadrare nuovi coscritti nella nascente forza armata nazionale, Dudaev emette il Decreto numero 27 del Presidente della Repubblica Sulla riabilitazione delle persone che hanno abbandonato le unità militari delle forze armate dell’ex Unione Sovietica“. In esso si depenalizza il reato di diserzione per tutti i cittadini che intendono proseguire il loro servizio militare nell’esercito della Repubblica Cecena.

19 Febbraio

POLITICA ESTERA – Dudaev e Gamsakhurdia intrattengono una lunga riunione al termine della quale emettono un comunicato congiunto. Il tema centrale di tale incontro è la costituzione di una realtà politica (e militare) caucasica in grado di tutelare gli interessi dei popoli del Caucaso dalle ambizioni imperiali della Russia.

20 Febbraio

POLITICA NAZIONALE – Con Decreto Presidenziale numero 13 viene introdotta un’ulteriore misura di calmierazione dei prezzi, limitando i margini di ricavo sulla vendita di numerosi prodotti in misura oscillante tra il 4 ed il 35%, e sostenendo la calmierazione con un contributo prelevato dal budget dello Stato. Il Ministero dell’Economia, di concerto con l’associazione agricola di categoria, dovranno stabilire prezzi fissi per i prodotti agricoli di largo consumo.

Con Decreto Presidenziale numero 15 il Comitato di Stato per la Privatizzazione ed il Comitato di Stato Antimonopolio vengono soppressi, ed i loro compiti e documenti sono assorbiti dal Ministero delle Finanze. Questa misura è volta a razionalizzare la spesa pubblica in vista di ulteriori contrazioni del bilancio. I conti correnti a disposizione dei due comitati vengono assorbiti dal Fondo per la Difesa della Repubblica Cecena.

23 Febbraio

CULTURA – In tutta la Cecenia si tengono le commemorazioni per l’anniversario della deportazione del 1944. Il Parlamento vara una legge che istituisce il 23 Febbraio come giorno di lutto nazionale.

25 Febbraio

CONFLITTI SOCIALI – In una conferenza stampa il Ministero degli Interni Umalt Alsultanov comunica i risultati del coprifuoco imposto da Dudaev. Sono state sequestrate 80 armi leggere, tra le quali 23 mitragliatrici e fucili mitragliatori, 17 pistole e 9 granate. Più di 1000 persone sono state denunciate, e 40 criminali in fuga arrestati. Le operazioni hanno coinvolto unità della polizia, della guardia nazionale e volontari “afghani”, ex militari dell’esercito sovietico rientrati volontariamente in servizio. Il dato relativo ai sequestri è piuttosto modesto, ma secondo quanto dichiarato dal Ministro il numero di crimini in termini assoluti è calato di un terzo dal Novembre 1991.

POLITICA NAZIONALE –  Con il Decreto numero 34 “Sull’esecuzione delle sentenze dei tribunali e delle corti arbitrali straniere nella Repubblica Cecena”, il Presidente Dudaev diffida i giudici a dare seguito a sentenze emesse da corti di paesi i quali non hanno riconosciuto la Repubblica Cecena o con i quali la Repubblica non abbia un accordo di cooperazione giudiziaria. Con questo provvedimento si usa la Magistratura come arma coercitiva nei confronti dei governi stranieri, tentando di forzare il riconoscimento della Cecenia facendo leva sulla velata minaccia di trasformare il paese in un “buco nero giudiziario”.  

26 Febbraio

ESTERI – In risposta alle accuse di sostenere la fazione di Gamsakhurdia nella guerra civile in corso in Georgia, il Presidente Dudaev, il Ministro della Stampa e dell’Informazione Ugudov ed il Parlamento dichiarano la completa estraneità del governo ceceno a qualsiasi azione di natura violenta o terroristica.

Zviad Gamsakhurdia a Grozny nel 1992

27 Febbraio

CRISI RUSSO/CECENA – Durante un’operazione congiunta di polizia con le forze del Ministero degli Interni russo sei veicoli blindati vengono “trafugati” e “ritrovati” da un reparto della Guardia Nazionale, che li trattiene in “custodia”. Nei primi due mesi dell’anno sono state registrate molte sparizioni di materiale militare dalle basi dell’esercito russo.

NEGOZIATI RUSSO/CECENI – Il Parlamento della Repubblica autorizza l’apertura di un ciclo di negoziati con la Russia. Gli incontri si terranno a Sochi.

28 Febbraio

ECONOMIA – Un’indagine sociologica pubblicata sui principali quotidiani della Repubblica rileva che il 16% della popolazione non possiede mezzi economici necessari ad affrontare il repentino rialzo dei prezzi occorso con la liberalizzazione appena avviata. Quasi il 50% degli intervistati sostiene di avere a disposizione risorse sufficienti per un massimo di tre mesi.

La crisi istituzionale del 1993 – Russia e Cecenia a Confronto (Parte 1)

LA FINE DELLA PERESTROJKA

Agli inizi del 1993 il processo innescato dalla Perestrojka e proseguito col collasso dell’URSS poteva dirsi completo. In ogni ex repubblica sovietica il comunismo era stato travolto ed il regime a partito unico era stato sostituito da sistemi democratici. Si trattava di governi giovani, instabili, nei quali alle istituzioni parlamentari si contrapponeva l’autoritarismo dei leader che le avevano create. Esattamente come stava succedendo in Cecenia, dove la straripante figura del Generale Dudaev veniva a stento contenuta dal Parlamento, anche in Bielorussia, Georgia, Armenia, Azerbaijan e nella stessa Russia si innescarono conflitti istituzionali. I risultati furono di due tipi: dove vinse la corrente parlamentare si instaurarono democrazie di stampo occidentale. Dove invece vinsero i leader nazionalpopolari nacquero repubbliche dalla spiccata vocazione presidenziale o regimi semi – dittatoriali. Sia in Russia che in Cecenia l’evoluzione del conflitto avrebbe portato al medesimo epilogo.

In Cecenia Dudaev si trovava sempre più isolato. I suoi sostenitori, per la maggior parte componenti dell’entourage presidenziale e nazionalisti del VDP, si arroccavano a difesa di posizioni radicali, in contrasto con la propensione al compromesso dei nazionalisti moderati. Una crescente opposizione extraparlamentare, poi, rifiutava di partecipare alla vita politica. In Russia la situazione non era molto diversa: le politiche del governo Gaidar erano in pieno svolgimento e presentavano ai russi un conto salatissimo. Nel corso del 1992 il PIL del paese era franato del 14,5%, e le stime per il 1993 non lasciavano sperare in meglio. La crisi economica aveva lasciato sul lastrico metà della popolazione. Tutti i comparti della spesa pubblica erano stati tagliati, a cominciare dai sussidi sociali, dal sistema sanitario, e ovviamente dall’esercito, ridotto all’ombra di sé stesso. La terapia d’urto stava costando ad Eltsin un vistoso calo di consensi, e gli aveva ormai allontanato il supporto del Presidente del Soviet Supremo, il già citato politico ceceno Ruslan Khasbulatov. Questi, inizialmente vicino alle posizioni del presidente, soprattutto nei giorni confusi del Putsch di Agosto, si era allineato su posizioni socialdemocratiche, critiche verso il liberismo di Gaidar. Intorno a lui la maggioranza dei deputati del Soviet aveva aderito a correnti, movimenti e partiti favorevoli ad una moderazione delle politiche governative.

Ruslan Khasbulatov

La strada per una “controrivoluzione liberale” sembrava aperta, e passava prima di tutto dalla abrogazione dei poteri d’emergenza che Eltsin aveva chiesto ed ottenuto per attuare la sua manovra “lacrime e sangue”, i quali sarebbero scaduti naturalmente entro la fine del 1992. Il Presidente ne chiedeva il prolungamento, ma questa richiesta cozzava con le intenzioni di buona parte dei deputati ostili al governo Gaidar e con quelle di Khasbulatov, che quei poteri voleva revocarli quanto prima. Pertanto la richiesta di Eltsin sbatté contro il rifiuto del Congresso che, anzi, il 9 dicembre 1992 sfiduciò Gaidar dalla guida dell’esecutivo. Al pari di quanto stava succedendo in Cecenia, anche in Russia il potere presidenziale, fautore di una politica radicale, si scontrava con quello parlamentare, intenzionato a difendere l’ordinamento costituzionale.

ELTSIN CONTRO KHASBULATOV

La reazione di Eltsin non si fece attendere, ed il 10 dicembre il Presidente tenne un rabbioso discorso, accusando il Soviet Supremo di voler sabotare le riforme e riportare la Russia nell’era sovietica. Propose infine un referendum popolare sulla fiducia dei cittadini nel Presidente, nel governo e nel Parlamento[1]. Dopo due giorni di reciproche bordate, Khasbulatov ed Eltsin raggiunsero un compromesso per il quale il Presidente avrebbe accettato di sottoporre il suo operato ad un voto popolare di fiducia, ed avrebbe operato un cambio della guardia nell’esecutivo, in cambio dell’estensione di quasi tutti i poteri d’emergenza fino al giorno del referendum, da tenersi nell’aprile del 1993. Lì per lì sembrò che l’accordo tenesse: Elstin licenziò Gaidar e lo sostituì con Viktor Chernomyrdin, personaggio eclettico e politicamente volubile, presidente della principale società produttrice di petrolio e gas naturale della Russia ed una delle più importanti del pianeta, la Gazprom.

I NEGOZIATI DI GENNAIO

Impantanato com’era nella crisi col Parlamento, Eltsin non aveva né il tempo né l’opportunità di occuparsi della Cecenia. Per questo lasciò che il suo plenipotenziario Sergei Shakhrai, che già nel 1992 lo aveva rappresentato nei numerosi incontri con le delegazioni separatiste, si occupasse di portare avanti le trattative con la controparte, con l’unico imperativo di non lasciare che la piccola repubblica caucasica riuscisse ad ottenere un riconoscimento come stato indipendente. Shakhrai aveva tre opzioni tra le quali scegliere: appoggiare l’opposizione extraparlamentare e favorire una ribellione armata nella repubblica, aprire un ciclo di negoziati con Dudaev, o tentare di aggirarlo portandogli via il sostegno del suo stesso Parlamento. La terza soluzione gli parve la più efficace, perché indeboliva il principale ostacolo al reintegro della Cecenia (Dudaev appunto) pur senza “sporcarsi le mani” con operazioni sotto copertura. Ad armare qualche ribelle per mandarlo ad uccidere il presidente ceceno si era sempre in tempo. Dividere il fronte indipendentista, invece, era possibile farlo solo ora che tra il generale e gli esponenti del Parlamento di Grozny i rapporti erano compromessi. Così, per tutto il mese di dicembre, Shakhrai lavorò a tenersi vicini sia Mamodaev sia il più energico tra deputati ceceni, Soslambekov, ormai ostile al Presidente.  

Yusup Soslambekov e Dzhokhar Dudaev

Shakhrai, Mamodaev e Soslambekov si incontrarono prima a Vladikavkaz, poi a Mosca, predisponendo una bozza di Trattato Federativo che avrebbe visto la Cecenia aderirvi come uno stato indipendente. Il primo risultato di questa rinnovata intesa fu la promessa di Shakhrai di allentare il blocco economico e ricominciare a pagare pensioni e sussidi ai cittadini ceceni, non appena la bozza del Trattato fosse stata approvata a Grozny. Sembrò che dopo tanta acredine un terreno comune di negoziato fosse stato raggiunto. Ma come sempre era stato fino ad allora, le speranze dei negoziatori ceceni sbatterono contro il cocciuto rifiuto di Dudaev, il quale non intendeva aderire ad alcun trattato federativo, di nessuna natura, a nessuna condizione. Per il momento, in ogni caso, le consultazioni andarono avanti. Del resto per Shakhrai non era tanto importante giungere ad un accordo immediatamente, quanto isolare il più possibile Dudaev.  Il 6 gennaio Mamodaev dichiarò di aver presentato un progetto di trattato tra Russia e Cecenia, e di averne discusso a grandi linee con il Vice – Ministro russo per le nazionalità Ramzan Abdulatipov. Il documento, che avrebbe dovuto essere discusso nei giorni seguenti, avrebbe determinato il trasferimento di numerosi poteri da parte dello stato ceceno alla Federazione Russa. Come c’era da aspettarsi, Dudaev rispose con un categorico No. Shkahrai e Soslambekov si accordarono comunque per proseguire le trattative sulla base del principio federativo “tra pari”, sperando che la fazione parlamentare riuscisse ad avere la meglio su Dudaev, ed il divorzio russo – ceceno riuscisse a ricomporsi. I due decisero di incontrarsi nuovamente a Grozny il 14 gennaio.

Non appena la delegazione russa giunse nella capitale cecena subito fu chiaro agli occhi di tutti in quale difficile clima si sarebbero svolti i negoziati. L’aeroporto era militarizzato, ed il corteo diplomatico fu sorvegliato da miliziani di Dudaev armati fino ai denti fino all’arrivo all’edificio del Parlamento, dove si sarebbero tenuti i colloqui. Giunta a destinazione la delegazione russa iniziò i negoziati con quella cecena, composta dal Presidente del Parlamento, Akhmadov, dal Vicepresidente Mezhidov, dal Presidente della Commissione Affari Esteri, Soslambekov e dal rappresentante della Cecenia a Mosca, Sherip Yusupov. Nel giro di pochi minuti un distaccamento della Guardia Presidenziale raggiunse l’edificio del Parlamento in assetto da combattimento. Sembrava che Dudaev fosse deciso ad interrompere i negoziati ad ogni costo, se necessario arrestando tutti i presenti. Akhmadov e Soslambekov mobilitarono chiunque potesse aiutarli, parenti e amici compresi. L’intervento di una folla di parlamentari e civili, che si assieparono di fronte all’edificio ed impedirono alle forze speciali di intervenire, permise il proseguimento dei colloqui.

I PRODROMI DELLA CRISI ISTITUZIONALE IN CECENIA

Il fatto in sé rimaneva comunque inaudito, ed indicativo del clima di reciproco sospetto che ormai aleggiava tra il Presidente ed il Parlamento. Le due delegazioni alla fine firmarono un protocollo di preparazione ad un trattato sulla mutua delegazione e divisione dei poteri. Il protocollo dava ai Ceceni la vittoria di un riconoscimento della loro repubblica come un soggetto del diritto. Parimenti, garantiva ai russi la prospettiva di un trattato che mantenesse la Cecenia entro lo spazio economico e politico della Russia. Su questa base, la Cecenia avrebbe potuto cedere porzioni della sua sovranità alla Federazione Russa non in quanto soggetto di livello inferiore, ma in quanto soggetto paritetico che volontariamente aderiva ad una federazione di repubbliche sovrane. Sul piano giuridico la differenza era effettivamente importante: si riconosceva l’ingresso della Cecenia come volontario, e non come una costrizione dovuta all’applicazione del principio di supremazia. Sul piano pratico (che era quello che interessava più a Dudaev) tuttavia, significava il ritorno della Cecenia alla Russia, la perdita dell’indipendenza ed il riconoscimento del primato politico di Mosca. Il 19 gennaio la stampa cecena pubblicò la bozza del trattato, facendo infuriare Dudaev. Questi ripudiò il protocollo, dichiarando che nessun accordo avrebbe potuto essere raggiunto prima del riconoscimento del Paese come repubblica indipendente, facendo infuriare a sua volta Soslambekov ed Akhmadov.

Frustrato dall’atteggiamento di Dudaev, Soslambekov dichiarò che se il generale si fosse opposto ai negoziati il Parlamento avrebbe tenuto un referendum popolare, costringendo il Presidente a firmare il trattato federativo. Stiamo costruendo uno stato non per il Presidente e non per il Parlamento, ma per l’intero popolo della repubblica, le sue future generazioni dichiarò alla stampa. Anche il terzo delegato del Parlamento, il Vice – Presidente Bektimar Mezhidov, si scagliò contro il Presidente, accusandolo di non voler trovare un linguaggio comune. Dudaev rispose per bocca del suo Ministro dell’Informazione, Ugudov, il quale dichiarò: Mentre, nel complesso, il governo supporta la conduzione di negoziati russo – ceceni, non concorda con una serie di formule del protocollo firmato dalla delegazione russa e dai rappresentanti del parlamento ceceno il 14 gennaio.  Yandarbiev gli fece eco, sostenendo che il tenore del documento firmato abbassava il livello del negoziato così come era stato impostato tra marzo e maggio del 1992.  Soslambekov tentò allora di rettificare i punti contestati, redigendo una bozza di trattato in base al quale la Cecenia avrebbe aderito alla Federazione Russa da soggetto indipendente.

Sergei Shakhrai

[1] Descrivendo lo scopo del referendum in una conferenza stampa, Eltsin propose il suo quesito: Quale corso sostengono i cittadini della Russia? Il corso del Presidente, un corso di trasformazione, o il corso del Congresso, del Soviet Supremo e del suo Presidente, un corso volto a piegare le riforme ed in ultima analisi verso l’aggravamento della crisi?

ERZU: I “FALCHI VERDI” DELL’ICHKERIA INDIPENDENTE

La storia della Repubblica Cecena di Ichkeria è una storia di politica e di guerra, ma anche di vita quotidiana, e di pace. Tra i tanti argomenti poco trattati riguardo la vita quotidiana del paese prima dello scoppio della Prima Guerra Cecena, una menzione è da farsi per lo sport, ed in particolare per il calcio. E ancor più nello specifico per il primo (e unico) club calcistico privato della ChRI, l’Erzu (in ceceno “Falco”).  

I FALCHI VERDI

Fin dagli albori del calcio, in Cecenia vi era una, ed una sola, grande squadra: il Terek. Fondata nel 1946, aveva sempre rappresentato la Cecenia nelle competizioni nazionali russe, militando spesso nella Seconda Divisione (la nostra “Serie B”) per parecchi anni. Oggi il Terek esiste sempre, anche se è stato ribattezzato “Akhmat” (come ormai un po’ tutto in Cecenia), il Presidente è Magomed Daudov, Presidente del Parlamento, ed il Presidente Onorario è Ramzan Kadyrov, Presidente della Repubblica. Non proprio un club privato, quindi. Così come, del resto, non lo era neanche il “vecchio” Terek.

Il Logo della “Erzu”

La novità nel panorama calcistico ceceno emerse a metà del 1991, quando l’uomo d’affari Ruslanbek Lorsanov acquisì la proprietà di un piccolo club con base a Grozny, la Oilman, la ribattezzò “Oilman – Erzu” e successivamente “Erzu” (“Falco”) e imbasti un ambizioso piano di crescita sportiva volto a valorizzare il locale bacino di giovani calciatori.  Con lo scoppio della Rivoluzione Cecena ed il passaggio al regime di Dudaev, la retorica nazionalista investì tutti i settori della società, e così anche il calcio. La Erzu divenne ben presto la squadra preferita dal Presidente Dudaev il quale, pur non finanziandone mai le attività, la sponsorizzò pubblicamente come la squadra del cuore di ogni vero ceceno, in alternativa alla “Terek” che invece contava nei suoi ranghi per lo più giocatori russi (anche se quasi tutti nati e cresciuti in Cecenia). Dudaev presenziava volentieri alle partite in casa della Erzu presso lo stadio Ordzhonikidze (ribattezzato dai dudaeviti “Uvais Akhtaev” nel 1993) e scendeva spesso negli spogliatoi a congratularsi con i giocatori quando la formazione portava a casa una vittoria. Visitò anche il vivaio della società, una scuola calcio molto partecipata dai ragazzi di Grozny, dal quale la Erzu intendeva tirar fuori la squadra titolare degli anni a venire.

L’ASCESA

Forte dei finanziamenti di Lorsanov, e complice la situazione critica dei rapporti tra Grozny e Mosca, la Erzu raggiunse ben presto le vette dei campionati locali, affacciandosi nel 1993 alle competizioni nazionali. A quel tempo la situazione era già piuttosto tesa, e parecchie squadre decisero di accettare una sconfitta a tavolino piuttosto che presentarsi allo stadio di Grozny, così la Erzu, che già di per sé era una squadra discreta nel panorama calcistico locale, fu enormemente avvantaggiata dalle numerose vittorie a tavolino che le consentirono di raggiungere il terzo posto nella classifica della Prima Lega, zona occidentale. La piaga delle “vittorie a tavolino” era causata dalla diffidenza che i principali club nutrivano verso la situazione in Cecenia, che consideravano instabile e pericolosa per la vita dei loro giocatori. Invano l’allenatore della Erzu, il noto Mister Kazako Vait Tangayev, tentò di convincere le squadre avversarie a presentarsi, giungendo a proporre un “pareggio in anticipo” in cambio della loro presenza sul campo: alla fine della stagione la squadra cecena aveva totalizzato ben 13 vittorie “per abbandono”, sufficienti a consolidare il prestigioso risultato sportivo.

Locandina di un incontro della Erzu

LA GUERRA E LA FINE DEI “FALCHI”

Dopo essersi guadagnati il lusinghiero nomignolo di “Falchi Verdi” dai commentatori televisivi, i giocatori dell’Erzu si prepararono alla stagione 1994, con l’ambizioso obiettivo di raggiungere la Prima Serie. Il campionato iniziò favorevolmente, con una serie importante di vittorie (alcune, ancora una volta, per abbandono). La situazione nel Paese stava tuttavia gravemente deteriorandosi, ed agli attriti tra Grozny e Mosca si aggiungeva a guerra civile strisciante tra il regime di Dudaev e l’opposizione. Il 1 Luglio la Erzu giocò la sua ultima partita in casa, battendo per 3 a 0 lo Smena – Saturn di San Pietroburgo, allora una delle principali squadre in lizza per un posto nella massima serie. Da quel momento la situazione fu considerata talmente instabile che la Federcalcio repubblicana ordinò prima che la squadra giocasse le partite di casa in campo neutro, poi che venisse direttamente esclusa dalla competizione. Entro la fine dell’estate la squadra, già rimasta unica società sportiva attiva nel Paese, cessò di fatto di esistere. Nel Gennaio del 1995 le strutture che la ospitavano, stadio compreso, furono completamente distrutte nella Battaglia per Grozny, ed il sogno dei “Falchi Verdi” tramontò per sempre.

Le leggi di guerra della ChRI – L’adesione alla Convenzione di Ginevra

Allo scoppio della Prima Guerra Cecena, il Parlamento della ChRI varò un atto normativo volto ad allineare le leggi di guerra dello Stato alle convenzioni internazionali in materia di trattamento dei prigionieri di guerra. Coerentemente con l’obiettivo di mostrare al mondo che il conflitto con la Russia era da considerarsi a tutti gli effetti come una guerra tra due stati indipendenti, il Parlamento decise di seguire i principi dettati dal diritto internazionale per regolamentare l’attività delle sue forze armate. Il documento rimase per lo più sulla carta, o quantomeno la sua efficacia si limitò a quei reparti sui quali lo Stato Maggiore poteva applicare un controllo immediato ed effettivo.

D’altra parte diffuse violazioni non soltanto del diritto internazionale (il quale non fu mai riconosciuto dalla Federazione Russa come valevole in questo conflitto, coerentemente con la linea ufficiale di Mosca secondo la quale non si trattava di una guerra, ma di un’operazione anti – banditismo) ma anche delle regole del diritto civile e penale furono compiute anche dalle formazioni armate dipendenti dal Ministero della Difesa e dal Ministero degli Affari Interni della Russia.

Al di là della sua effettiva applicazione, dunque, il regolamento militare varato dal Parlamento fu un gesto di importante valore politico, volto a presentare ancora una volta la ChRI come uno Stato pienamente indipendente, ed a descrivere la guerra in atto come un conflitto tra stati.

PARLAMENTO DELLA REPUBBLICA CECENA DI ICHKERIA

REGOLAMENTO SUL TRATTAMENTO DEI PRIGIONIERI DI GUERRA

Prigionieri di guerra

1 – In conformità con la Legge Sulla difesa della Repubblica Cecena di Ichkeria, e con il diritto internazionale che disciplina le regole di guerra, durante lo svolgimento delle ostilità e delle operazioni militari, il personale delle forze armate avversarie, il personale della milizia ed i reparti volontari che combattono dalla parte del nemico, i mercenari, i membri delle forze armate nemiche che non prendono direttamente parte alle operazioni militari, ma che sono al loro servizio e portano apertamente le armi, i medici, gli avvocati, il personale di servizio vario, i membri dei servizi speciali, compresi i giornalisti (non combattenti) sono sottoposti alle leggi ed alle consuetudini di guerra.

2 – La Detenzione, l’arresto, l’incarcerazione, il divieto alla circolazione commessi non sulla base della legge, la presa di ostaggi o altre azioni che violini i diritti personali e gli interessi dei civili cono punibili dalla legge.

3 – I componenti delle missioni, i parlamentari e gli altri individui del campo nemico aventi diritto all’immunità non possono essere arrestati..

Luoghi e condizioni dei prigionieri di guerra

4 – I Prigionieri di guerra devono essere tenuti in appositi campi speciali, allestiti nel rispetto degli appositi standard internazionali.

5 – Ai prigionieri di guerra devono essere fornite condizioni simili a quelle offerte dalle forze armate nemiche.

6 – E’ vietato utilizzare con la forza i prigionieri di guerra in operazioni militari, ad eccezione degli ufficiali.

Diritti dei prigionieri di guerra

7 – I prigionieri di guerra hanno diritto di corrispondere con le loro famiglie, di ricevere pacchi contenenti cibo o vestiti.

8 – I prigionieri di guerra possono appellarsi alle autorità militari della parte che li detiene.

9 – I prigionieri di guerra possono eleggere tra loro dei procuratori che rappresentino i loro interessi davanti alla direzione militare della parte che li detiene.

Doveri dei prigionieri di guerra

10 – I prigionieri di guerra obbediscono alle leggi e agli ordini delle forze armate che li detengono e sono soggetti al regime del campo.

11 – I Prigionieri di guerra possono essere coinvolti in lavori non legati alle azioni di guerra.

Le responsabilità dei prigionieri di guerra

12 – Per i delitti commessi, i prigionieri di guerra possono essere giudicati soltanto dai tribunali militari. E’ esclusa la punizione collettiva per colpa individuale.

13 – Il Tribunale militare e la direzione militare, nel determinare la punizione dei prigionieri di guerra per tentativi di fuga ad altri delitti sono guidati dal diritto internazionale e dalle leggi locali.

13b – I prigionieri di guerra vengono rimpatriati al termine delle azioni di guerra.

14 – La disposizione di cui al punto 13b non si applica alle persone coinvolte in crimini per i quali siano state ritenute responsabili e condannate.

15 – Per la raccolta di tutte le informazioni sui prigionieri di guerra, si prevede la creazione di un Ufficio Centrale di Informazioni.






I nuovi nomi di Ichkeria: La ridenominazione degli insediamenti

Uno dei primi effetti estetici di ogni rivoluzione è sempre stata la ridenominazione di strade, città, edifici ed istituti. La rivoluzione cecena non ha eccezione.

Fin dall’Ottobre del 1991 i rivoluzionari iniziarono una accesa campagna volta ad attribuire ai principali edifici di Grozny un nuovo volto nominale, più in linea con le coordinate ideologiche del nuovo regime. Ancor prima che il governo provvisorio guidato da Dzhokhar Dudaev si insediasse nel “Reskom” (il palazzo sede del Comitato Regionale del PCUS, prontamente ribattezzato “Palazzo Presidenziale”) l’aereoporto di Grozny, originariamente chiamato “Severny” (“Settentrionale”) e Piazza Lenin erano state dedicate alla figura di Mansur Usurma, eroe nazionale ceceno e mito fondativo della resistenza anti – russa.

Nel corso del periodo prebellico furono molti gli edifici ed i viali dedicati a figure di alto valore storico e politico per i nazionalisti: per quanto la maggior parte dei decreti di ridenominazione siano andati perduti, i testimoni di allora citano una moltitudine di strade e piazze, tra le quali uno dei viali principali di Grozny, intitolato nel 1993 alla memoria di Isa Arsamikov, deputato di prima convocazione caduto durante il colpo di stato del 4 Giugno 1993.

Lo scoppio della guerra produsse un’ulteriore accelerazione del processo di ridenominazione: il primo di cui si ha notizia fu varato da Dudaev per onorare uno dei primi villaggi ad essersi opposti all’invasione delle truppe federali. Si trattava del villaggio di Lomaz – Yurt, al confine nordorientale tra la Cecenia e la Russia. In onore della fiera resistenza mostrata dalle unità volontarie che difendevano il villaggio, Dudaev rinominò l’insediamento Turpal – Yurt (“Villaggio degli Eroi”).

Con la morte di Dudaev il mito del primo Presidente della Cecenia indipendente divenne quasi un culto religioso. In particolare il suo successore, Zelimkhan Yandarbiev, decise di onorare la sua memoria rinominando addirittura la capitale del paese, il cui nome era un retaggio della dominazione russa (“Grozny”, letteralmente “Formidabile” era il nome di una fortezza russa costruita sulle macerie di alcuni villaggi preesistenti, e presso i ceceni la città era chiamata Solzha – Ghala) in “Dzhokhar – Ghala”, La Città di Dzhokhar [Dudaev].

Nel dopoguerra le iniziative volte al recupero della tradizione nazionale nella denominazione degli insediamenti divennero molto frequenti, tanto che nel Marzo del 1999 il terzo presidente della ChRI, Aslan Maskhadov decise la creazione di un’apposita commissione, la Commissione di Stato per la Ridenominazione degli Insediamenti, al vertice della quale nominò il Ministro della Cultura Akhmed Zakayev. A far parte della Commissione furono chiamati anche Dalkhan Khozaev, Capo del Dipartipento Archivistico di Stato, Aslambek Davdiev, capo del Dipartimento Gioventù e Turismo, A. Dudaev, Direttore del Centro di Studi Culturali e Politici “A. Avtorkhanov” e Magomed Khasiev, Direttore del Centro Etnoculturale Ceceno.

Recentemente ha iniziato a circolare sui social la foto di un documento, risalente al 10 Marzo 1999, nel quale la commissione decreta alcune ridenominazioni. Come vedremo si tratta di interventi messi in atto sugli insediamenti afferenti al Distretto del Sunzha, allora considerato per intero parte della ChRI, e successivamente diviso tra Inguscezia e Cecenia. La maggior parte degli interventi sono volti al recupero della denominazione indigena di quei villaggi. Le riportiamo di seguito:

Sunzha – Capoluogo dell’omonimo distretto, Dalla metà dell’800 ribattezzata Sleptovskaya in onore del Generale russo Sleptsov, ma chiamata dai locali Ordzhonikidevskaya, fu ribattezzata “Dibir – Yurt”, dal nome ancestrale del villaggio Vaynakh sul quale era stata costruita.

Krabulak, cittadina del Distretto di Sunzha, attualmente parte della Repubblica di Inguscezia, fu rinominata “Eldarkhan – Ghala” nome ancestrale del villaggio Vaynakh sul quale era stata costruita.

Troistskaya – Anch’essa cittadina del distretto di Sunzha, confinante con il capuologo, fu rinominata “Obarg – Yurt” dal nome con il quale la chiamavano gli abitanti del luogo.

Nesterovskaya – Cittadina posta a Sud rispetto al capoluogo del distretto inguscio di Sunzha, fu ribattezzata “Gazhariy Yurt” dal nome del villaggio nei pressi del quale fu costruita.

Assinovskaya – Villaggio posto a ridosso dell’attuale confine tra Repubblica di Inguscezia e Repubblica Cecenia, fu ribattezzata “Ekhaborze” dal nome dell’originale insediamento Vaynakh dal quale si sviluppò.

Sernovodsk – Villaggio posto a nord di Assinoskaya, attualmente parte del distretto ceceno del Sunzha, fu ridenominata “Enakhishka” dal nome dell’insediamento Vaynakh dal quale si sviluppò.

Krasnoktabrsky – Ridenominato in “Alhast”.

Le immagini mostrano il decreto di costituzione della Commissione per la Ridenominazione degli Insediamenti, pronto per la firma del Presidente della Repubblica, Aslan Mashadov, e del Segretario di Stato, Ziauddi Abuev.

I CINQUEMILA GIORNI DI ICHKERIA – PARTE 8

GENNAIO 1992

1 Gennaio

UNIONE SOVIETICA – L’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche cessa ufficialmente di esistere.

2 Gennaio

     ESTERI – Nella Federazione Russa ha il via un nuovo programma economico definito dal suo ideatore, l’economista Egor Gajdar “una terapia d’urto”. Il piano prevede un passaggio repentino da un’economia pianificata all’economia di mercato. Tale processo dovrà accompagnarsi ad una radicale privatizzazione del patrimonio pubblico tramite la cessione di certificati di valore proprietario chiamati “Voucher”. La “terapia d’urto” di Gajdar innesca fin dai primi giorni di attuazione un tumultuoso aumento dei prezzi ed una corsa selvaggia all’accaparramento dei beni pubblici in dismissione. Nel corso degli anni successivi l’economia russa sarà investita gravemente dagli effetti della liberalizzazione, portando milioni di russi alla miseria ed arricchendo una piccola classe di giovani imprenditori.

3 Gennaio

POLITICA ESTERA – Il Parlamento richiama tutti i deputati ceceni dei soviet supremi sovietico e russo, considerandoli decaduti conseguentemente con lo scioglimento dell’URSS.

In relazione ai rapporti di scambio petrolifero con la Federazione Russa, Dudaev decreta l’interruzione dei contratti di fornitura in vigore fino al 31 Dicembre 1991, ed il passaggio alla libera contrattazione con le società russe per il dispacciamento di petrolio, prodotti petroliferi e gas naturale in transito attraverso la Cecenia

POLITICA NAZIONALE – Dudaev emette un decreto con il quale gli acquisti nella repubblica possono essere effettuati soltanto da cittadini ceceni o da agenti autorizzati dal governo con regolare permesso.

Con Decreto Presidenziale viene istituito il Comitato Olimpico Ceceno. Dudaev dichiara che la Repubblica Cecena ha intenzione di partecipare alle imminenti olimpiadi estive con una sua rappresentanza nazionale. A tale scopo il Presidente dichiara che verrò presto allestita una città olimpica in grado di ospitare e preparare gli atleti.

Il Parlamento istituisce il venerdì come giorno festivo al posto della domenica, in ossequio alla tradizione islamica.

IRREDENTISMO INGUSCIO – Il consiglio degli anziani dell’Inguscezia si riunisce a Surkhakhi, poco lontano da Nazran, ed emette una dichiarazione nella quale si invitano Cecenia e Inguscezia a ricominciare un percorso comune istituendo una unitaria Repubblica Vaynakh.

Raffineria a Grozny

4 Gennaio

POLITICA NAZIONALE – Il Parlamento autorizza la liberalizzazione dei prezzi. Il costo dei principali generi alimentari inizia ad aumentare vertiginosamente.

Con Decreto Presidenziale, visto il parere del Comitato per la Gestione dell’Economia Nazionale, Dudaev impone la calmierazione del prezzo del pane e di altri beni essenziali. In particolare sono bloccati gli aumenti di latte e dell’olio vegetale e degli alimenti per l’infanzia, i cui prezzi non potranno superare oltre le tre volte il loro costo. Il prezzo della benzina verrà tenuto ad un costo standard di tre volte la quotazione precedente, mentre la vodka sarà venduta ad un prezzo non superiore alle sei volte. Alimenti di prima necessità come i prodotti da forno rimarranno calmierati alle precedenti quotazioni, così come le spese per l’alloggio.

 Il Presidente ceceno presenta alla stampa un’arma interamente fabbricata in Cecenia, chiamata Borz (“lupo”) e vagamente somigliante alla israeliana UZI. Il Ministro della Stampa e dell’Informazione, Movladi Ugudov, dichiara che è in procinto di avviarsi la produzione in serie di questa piccola arma automatica.

CONFEDERAZIONE DEL CAUCASO – In relazione alla guerra civile in Georgia e ad altre crisi politiche in atto nel Caucaso, il Presidente Dudaev propone la costituzione di unità militari speciali di pacekeeping che possano essere dispiegate all’occorrenza come forza di interposizione, in accordo con i governi locali.

Riguardo la sfera economica, Dudaev propone la costituzione di un mercato caucasico comune che tuteli le economie locali dalla ormai imminente crisi economica, conseguente al collasso del sistema economico sovietico.

5 Gennaio

POLITICA ESTERA – Il Presidente Dudaev dichiara un embargo nei confronti della Georgia come misura di pressione per l’interruzione degli scontri armati nel paese. Dudaev dichiara di voler proporre il blocco economico anche all’Azerbaijan, in modo da rendere più efficace la sua funzione coercitiva. Presso il Comitato Internazionale per i Diritti Umani si arruolano volontari per costituire delle “Brigate internazionali per il mantenimento della pace” sulla falsariga dei “Caschi blu” dell’ONU.

Contestualmente Dudaev ed il Parlamento firmano una dichiarazione di neutralità congiunta nella quale si legge: “Dichiariamo la nostra disponibilità ad aderire a qualsiasi Commonwealth regionale o espressione dell’intera ex Unione Sovietica a parità di condizione, e la nostra determinazione a promuovere processi di integrazione basati su di essi. […] La Repubblica cecena non parteciperà a nessuna alleanza militare ed accordo di natura aggressiva, ma si riserva il diritto di utilizzare tutti i mezzi riconosciuti dal diritto internazionale per proteggere la propria sovranità ed integrità territoriale. […] La Repubblica non ricorrerà all’uso della forza o alla minaccia del suo uso contro altri stati. […] invita tutti gli Stati e le repubbliche dell’ex Unione a riconoscere la sovranità della Repubblica Cecena […] dichiara di riconoscere la sovranità statale di tutte le repubbliche in conformità con le norme del diritto internazionale.”

ECONOMIA- A seguito della liberalizzazione dei prezzi il costo di molti generi di base aumenta vertiginosamente. A questa data il latte risulta triplicato, la pasta quadruplicata. Nel giro di poche settimane i banchi dei negozi e le bancarelle si svuoteranno quasi completamente.

6 Gennaio

ECONOMIA – I prezzi nella repubblica continuano a salire. I prodotti industriali vengono venduti al doppio dei prezzi pre – liberalizzazione, mentre tutti i prodotti calmierati hanno già raggiunto il massimo consentito. I lavoratori di alcuni stabilimenti industriali minacciano di scioperare qualora il loro salario non sia adeguato al sopravvenuto aumento del costo della vita.

7 Gennaio

TENSIONI SOCIALI – Una banda armata tenta di saccheggiare la sala d’armi della caserma della guarnigione federale di stanza a Grozny. Il Maggiore russo Vladimir Chagan viene ucciso nel tentativo di impedire il furto.

8 Gennaio

POLITICA ESTERA – In un’audizione al Parlamento Dudaev propone l’adozione di un appello a tutti i popoli ed i governi del Caucaso nel quale si raccomanda il reinsediamento di Zviad Gamsakhurdia alla guida della Georgia e l’apertura di negoziati politici. Tale proposta è vista come l’unica soluzione pacifica alla guerra civile in atto nel paese.

IRREDENTISMO INGUSCIO – La commissione parlamentare incaricata di individuare il confine tra Cecenia e Inguscezia propone una linea di demarcazione corrispondente al vecchio confine tra le due repubbliche, risalente al 1934. La proposta scatena le critiche degli ingusci, i quali rivendicano i distretti di Sunzha e Malgobek, mentre la linea proposta assegna alla Cecenia tutto il primo e gran parte del secondo. Il Parlamento, approvando la proposta della Commissione, esorta il Presidente Dudaev ad imporre l’autorità presidenziale nel Distretto di Sunzha.

ECONOMIA – In Cecenia vi è una grave carenza di ogni genere alimentare, mentre il mercato nero prolifica. Il pagamento delle pensioni procede a rilento, e le casse non distribuiscono più di 300 rubli ad ogni anziano in coda per ritirare il suo salario. I generi alimentari non calmierati risultano introvabili, se non a prezzi quasi proibitivi.

CONFLITTI SOCIALI – In relazione alla morte del Maggiore Vladimir Chagan, ucciso da ignoti durante un tentativo di sequestro di attrezzature militari, la Procura Generale della Repubblica esclude qualsiasi responsabilità da parte di unità della Guardia Nazionale.

9 Gennaio

POLITICA NAZIONALE – Dudaev proclama la costituzione delle Forze Aeree della Repubblica Cecena. L’esercito, appena nato, non possiede velivoli, se non un paio di vecchi aeromobili da addestramento. Gli sviluppi successivi forniranno alla neonata aeronautica cecena un gran numero di mezzi da guerra.

CONFLITTI SOCIALI – L’esponenziale aumento dei crimini violenti, dei furti e delle rapine viene attribuito dal Servizio di Sicurezza Nazionale all’azione di “provocatori” dipendenti dalle disciolte strutture di sicurezza sovietiche, ora operanti per conto della Federazione Russa. Il Parlamento della Repubblica apre una discussione su un nuovo progetto di legge, in forza del quale il Servizio di Sicurezza Nazionale possa operare con poteri eccezionali al fine di ridurre il fenomeno malavitoso.

10 Gennaio

POLITICA NAZIONALE – In risposta al vertiginoso aumento del costo dei generi di prima necessità, il COFEC introduce la calmierazione dei prezzi per latte, burro, olio e zucchero. Il Sindaco di Grozny, Bislan Gantemirov, istituisce la carica dell’ispettore sociale, responsabile dell’assistenza alle famiglie più disagiate.

POLITICA ESTERA – Dudaev ed il Ministro degli Esteri Shamil Beno incontrano a Grozny emissari del decaduto Presidente georgiano Zviad Gamsakhurdia. L’incontro serve a negoziare il riconoscimento a Gamsakhurdia del diritto di asilo politico in Cecenia.

12 Gennaio

POLITICA NAZIONALE – Con il Decreto Presidenziale numero 1 “Sul blocco dei conferimenti ai Ministeri dell’Unione da parte delle imprese pubbliche” Dudaev impone il blocco dei trasferimenti da parte delle imprese pubbliche dipendenti dagli ex ministeri sovietici.

IRREDENTISMO INGUSCIO – Il Distretto di Sunzha è in stato di agitazione a causa della delibera parlamentare che annette Sunzha alla Repubblica Cecena. L’ex Presidente del Soviet Distrettuale, Ruslan Tatiev, chiede che la Russia decreti lo stato di emergenza e tuteli la volontà degli abitanti ingusci di Sunzha di entrare a far parte della Repubblica di Inguscezia come soggetto federato alla Russia.

Il consiglio degli anziani locale, tuttavia, sostiene la soluzione contraria, rilanciando la proposta di costituire un’unica repubblica Vaynakh indipendente. I sostenitori dell’annessione all’Inguscezia allestiscono picchetti armati ai confini del distretto.

Il consiglio degli anziani ceceno (Mekhk – Khel) per bocca del suo Presidente, Said – Akhmed Adizov, dichiara che il progetto di annessione del Distretto di Sunzha non è diretto a danneggiare gli ingusci, ma a preservare il territorio ancestrale del popolo ceceno dall’annessione che conseguirebbe ad un ingresso dell’Inguscezia nella Federazione Russa.

Nel frattempo centinaia di ingusci manifestano davanti al Parlamento ceceno contro la decisione di annettere alla neonata Repubblica Cecena i distretti di Malgobek e Sunzha.

In serata si rincorrono voci di una sparatoria nel villaggio di Troitskaya, ma le autorità locali dichiarano la notizia infondata.

13 Gennaio

POLITICA NAZIONALE – Il Deputato del Parlamento Yusup Soslambekov accusa il Presidente Dudaev di inattività nella formazione di un governo politico di fiducia parlamentare, e minaccia di costituire un gruppo parlamentare di opposizione non si giunga al più presto alla costituzione di un esecutivo qualificato.

CONFLITTI SOCIALI – A seguito del pestaggio di un camionista da parte di ignoti, gli autotrasportatori di Grozny manifestano contro la criminalità incontrollata nel paese, annunciando uno sciopero ed occupando la piazza antistante il palazzo presidenziale con alcuni automezzi.

14 Gennaio

POLITICA ESTERA – Un emissario del decaduto presidente georgiano Zviad Gamsakhurdia intrattiene un colloquio con il Ministro degli Esteri Shamil Beno. Si susseguono voci di un imminente arrivo di Gamsakhurdia a Grozny.

Zviad Gamsakhurdia

15 Gennaio

POLITICA ESTERA – Zviad Gamsakhurdia giunge a Grozny in segreto, accompagnato dalla moglie, dalla sorella e da due dei suoi figli. La notizia non verrà confermata dalle autorità fino al 22 Gennaio successivo. L’ex Presidente georgiano viene alloggiato nell’abitazione presidenziale, appena restaurata per ospitare Dudaev.

CONFLITTI SOCIALI – Dopo lo sciopero dei trasportatori, entrano in sciopero anche i lavoratori dello stabilimento automobilistico di Grozny Avtospetsoburodovanie. Gli operai chiedono un aumento dello stipendio di cinque volte in ordine ad inseguire il vertiginoso aumento dei prezzi. Nelle settimane seguenti seguiranno numerosi altri scioperi da parte di dipendenti pubblici e privati.

A Grozny una folla di civili inferociti occupa il mercato centrale di Grozny, obbligando i commercianti a vendere le loro merci a prezzi ribassati per tutto il giorno. L’iniziativa popolare non determina, tuttavia, risultati tangibili: il mercato si svuota e le merci cessano di affluire.

16 Gennaio

POLITICA NAZIONALE – Il Presidente Dudaev presenta al Parlamento la sua squadra di governo. Contrariamente a quanto auspicato dal Parlamento, Dudaev dichiara di voler occupare, oltre al suo incarico, anche quello di Presidente del Gabinetto dei Ministri, assommando su di sé due delle principali cariche della Repubblica. La lista comprende una dozzina di ministri, nonché l’accorpamento di numerosi dipartimenti in dicasteri unificati.

Il Parlamento decreta l’istituzione della carica di Vicepresidente, per controbilanciare la sommatoria di poteri derivante da un’ipotetica conferma di Dudaev sia come Capo dello Stato, sia come Capo del Governo.

18 Gennaio

POLITICA NAZIONALE – Per scoraggiare il ricorso al commercio estero illegale, il Parlamento vara una legge che punisce severamente gli speculatori sui beni di prima necessità, comminando alte pene pecuniarie e l’arresto fino a tre mesi per coloro che nascondono prodotti di prima necessità allo scopo di speculare sull’aumento dei prezzi.

ECONOMIA – La carenza di beni di consumo sui canali commerciali legali è ormai endemica. Il mercato nero prolifica mentre sui banchi dei mercati prodotti come la carne, il cui prezzo è stato calmierato a 20 rubli l chilogrammo, mentre al mercato nero si trovano prodotti da macellazione a dieci o venti volte questo prezzo.

CONFLITTI SOCIALI – Il Presidente Dudaev istituisce il Reparto di Polizia Speciale (OMON) della Repubblica Cecena, con lo scopo di porre un freno alla criminalità, se necessario facendo ricorso a politiche radicali di contrasto.

20 Gennaio

ESTERI – Una delegazione del Ministero degli Esteri della Repubblica Cecena, guidata dal Ministro Shamil Beno, si reca a Sukhumi, capitale dell’autoproclamata repubblica di Abkhazia, presumibilmente per negoziare un accordo in forza del quale Gamsakhurdia possa tornare al potere in cambio del riconoscimento dell’indipendenza della piccola repubblica secessionista.

21 Gennaio

POLITICA ESTERA – Mentre si rafforzano le voci di un imminente arrivo di Gamsakhurdia in Cecenia, il Deputato Mate Tsikhesashvili, membro della Commissione Esteri ed ex vice – Prefetto della regione georgiana di Akhmetov, dichiara di non aver riscontrato alcuna evidenza che il governo ceceno stia supportando la fazione “zviadista” (cioè leale a Zviad Gamsakhurdia) nella guerra civile georgiana.

POLITICA NAZIONALE – Il governo nazionalizza l’Archivio di Stato Centrale, che viene ribattezzato Archivi Nazionali della Repubblica Cecena. Il Dipartimento Archivistico viene riorganizzato sotto il Comitato Nazionale per gli Archivi, e posto sotto la direzione di Dalkhan Khozaev, già capo del Dipartimento dal Novembre 1991.

CULTURA – con apposito Decreto numero 7 del Presidente della Repubblica Cecena “Sul conferimento di risorse all’associazione ART OF CAUCASUS il Presidente decreta l’assegnazione di 150.000 rubli per l’acquisto di opere da esibire in un museo nazionale della cultura caucasica.

22 Gennaio

POLITICA ESTERA – Il Governo ceceno ammette pubblicamente che l’ex Presidente georgiano in esilio, Gamsakhurdia, alloggia a Grozny con la sua famiglia, e gode della protezione del Presidente Dudaev.

23 Gennaio

POLITICA ESTERA – Da Grozny l’ex Presidente georgiano Gamsakhurdia invia un appello ai suoi seguaci affinchè proseguano la lotta per il ripristino del governo “legittimamente eletto” nel paese, ed una richiesta d’aiuto a tutti i governi del Caucaso, affinché non riconoscano le istituzioni “antidemocratiche” dei golpisti. L’iniziativa imbarazza il Parlamento ceceno, il quale rifiuta qualsiasi coinvolgimento di parte nella guerra civile georgiana.

CONFLITTI SOCIALI – Nella notte giungono alla stazione di Grozny decine di famiglie di profughi ceceni provenienti dal Kazakistan, dove le tensioni sociali stanno sfociando in aperte aggressioni ai danni delle minoranze etniche locali. Il Presidente Dudaev promette di garantire massimo supporto materiale e umano alle famiglie, mentre il Ministro degli Esteri Shamil Beno invia un telegramma al governo Kazako chiedendo il rispetto dei diritti civili dei ceceni che vivono nel paese centroasiatico.

23 Gennaio

POLITICA ESTERA – In relazione alla presenza di Gamsakhurdia a Grozny, il Presidente Dudaev dichiara che il leader georgiano è nel paese in qualità di ospite, e che non necessita di alcuna protezione in quanto sostenuto dal suo popolo e legittimamente eletto. In questo modo Dudaev prende una chiara posizione in relazione al conflitto georgiano, contraddicendo le dichiarazioni di neutralità fatte dal Parlamento della Repubblica nei giorni precedenti.

25 Gennaio

POLITICA NAZIONALE – Il Parlamento non autorizza la nomina di Usman Imaev, giovane ex funzionario del Ministero della Protezione Sociale nella RSSA Ceceno – Inguscia. In risposta, Dudaev istituisce il Comitato di Stato per la Riforma Giuridica, organo deputato alla ristrutturazione del sistema giuridico nel Paese, e ne affida ad Imaev la Presidenza.

27 Gennaio

POLITICA NAZIONALE – In ordine a dotare il Comitato Nazionale per la Riforma Giuridica di un’autonoma voce di bilancio, il Presidente Dudaev emette l’Ordine numero 4 “Sulle misure per garantire il corretto funzionamento del Comitato Nazionale per la Riforma Giuridica”, con il quale l’istituzione appena creata ottiene autonomia finanziaria rispetto ai bilanci ministeriali approvati dal Parlamento. Questa misura si inserisce nel nascente scontro istituzionale per le nomine degli alti funzionari dello Stato, che contrapporrà il Parlamento al Capo dello Stato e sfocerà, nel Giugno del 1993, in un colpo di stato militare del Presidente.

Con Decreto numero 6 del Presidente della Repubblica Cecena Sul finanziamento della Procura della Repubblica Cecena la Procura della Repubblica, precedentemente dipendente dal bilancio dell’Unione Sovietica, ottiene un finanziamento ponte di 300.000 rubli in attesa di essere inserita a pieno nel bilancio repubblicano.

28 Gennaio

TENSIONI SOCIALI – Uno dei principali pozzi petroliferi della Cecenia, capace di produrre 700 tonnellate di greggio giornaliere, viene fatto esplodere da ignoti. Il danno economico quantificato è enorme.

Campi petroliferi nei dintorni di Grozny

29 Gennaio

CRISI RUSSO/CECENA  – La Federazione Russa impone un blocco economico alla Repubblica Cecena. In risposta al blocco dei trasferimenti finanziari imposto dal governo russo, Dudaev emette il Decreto Presidenziale numero 10 “Riguardo il blocco dei trasferimenti al bilancio della RSFSR Russa” con il quale interrompe qualsiasi conferimento finanziario verso la Russia.

POLITICA NAZIONALE – Nel tentativo di limitare la circolazione del denaro in forma di banconota, del quale la repubblica soffre una grave mancanza materiale, Dudaev emette il Decreto numero 8 del Presidente della Repubblica Cecena “Sulla regolamentazione dei pagamenti in contanti“. In esso si vieta il pagamento in contanti per numerose categorie di beni e servizi, sostituendolo con il sistema dei bonifici bancari e degli assegni. La distribuzione del contante da parte delle banche viene limitata a 1000 rubli per famiglia.

Con il Decreto numero 9 del Presidente della Repubblica Cecena “Liquidazione del conto in valuta estera del Consiglio dei Ministri della RSSA Ceceno – Inguscia” Dudaev attribuisce alle proprie disponibilità il conto corrente in valuta estera precedentemente dedicato al Dipartimento Affari Esteri del Consiglio dei Ministri. Non è dato conoscere l’ammontare di tale conto corrente.

Nel tentativo di distribuire derrate alimentari alla popolazione indigente e favorire la distribuzione del cibo ai cittadini della Repubblica, Dudaev emette il Decreto numero 9 del Presidente della Repubblica Cecena “Riguardo l’apertura di negozi sociali per la fornitura alimentare alla popolazione”. Il bilancio repubblicano deve farsi carico dell’apertura e della gestione dei negozi sociali.

L’esperto di idrocarburi tedesco Gert Wollebe viene nominato da Dudaev Consigliere Presidenziale per l’industria petrolifera, di raffinazione e chimica.

30 Gennaio

POLITICA NAZIONALE – Per decreto del Presidente l’ora legale in Cecenia viene spostata di un’ora in avanti rispetto al fuso orario della Russia.