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“Putin ha iniziato con la mia Cecenia, non si fermerà finchè esisterà l’impero russo” – Monica Perosino intervista Akhmed Zakayev

Quello che segue è il testo integrale di un’intervista realizzata dalla giornalista Monica Perosino de La Stampa al Presidente del Gabinetto dei Ministri della Repubblica Cecena di Ichkeria.

Monica Perosino

Ahmed Zakayev non ha perso il timbro morbido dell’attore, il russo forbito degli studi a Mosca, le maniere pacate da uomo di cultura e diplomazia. Ma oggi, in una casetta di legno in Ucraina, indossa una maglia militare e la voce trema impercettibilmente quando parla di Mariupol, che «sembra Groznyj», la “sua” Groznyj. Il leader del governo ceceno in esilio è il volto di quello che avrebbe potuto essere la Cecenia ma non è. Lui, uno dei pochi comandanti sopravvissuti alle due guerre con la Russia post-sovietica, della battaglia contro la voracità di Mosca ha fatto ragione di vita: «Dai tempi degli zar a Vladimir Putin la Russia è lo stesso impero colonialista. L’invasione dell’Ucraina non è che una conseguenza delle sue ambizioni imperiali, come lo era la guerra contro la Cecenia e come saranno le prossime guerre finché questa idea imperialista non si dissolverà». In questi giorni Zakayev è in Ucraina, per coordinare i battaglioni ceceni che combattono a fianco delle forze di Kiyv. Neanche un mese fa il parlamento ucraino aveva riconosciuto la Repubblica Cecena di Ichkeria. «Si tratta di un gesto molto più che formale» ha scritto Zakayev in una lettera inviata ai Radicali Italiani, che da anni si battono per l’autodeterminazione del popolo ceceno e lottano per l’incriminazione davanti al Tribunale dell’Aja di Vladimir Putin per i crimini di guerra compiuti in Ucraina. «Il popolo ucraino ha riconosciuto nella nostra battaglia la sua stessa battaglia, nelle nostre sofferenze le sue stesse sofferenze, nel nostro destino il suo stesso destino. Non potrà mai esserci libertà per nessuno, finché un solo popolo, e addirittura un solo uomo, dovrà subire la schiavitù».

Presidente Zakayev, nella sua prima vita faceva l’attore, poi il ministro della Cultura. A un certo punto si è trovato con un fucile in mano.

<C’è stato un tempo in cui svolgevo una professione pacifica e creativa: dopo il diploma in Teatro ho lavorato per anni come attore, poi sono diventato ministro della Cultura. Ma quando nel 1994 la Russia ci ha aggrediti io, come migliaia di altri ceceni – medici, insegnanti, cantanti, scrittori, poeti –, ho dovuto imbracciare le armi. Quando le bombe sono iniziate a cadere e i veicoli corazzati sono entrati nelle nostre città non abbiamo avuto altra scelta che cercare di proteggere le nostre famiglie, di difendere la nostra libertà>.

Negli anni di Gorbaciov la formazione di uno Stato ceceno sembrava possibile?

<Sì, continuavo a ripetere: la formazione del nostro Stato è perfettamente in linea con le leggi adottate dal Soviet Supremo dell’URSS nell’aprile 1990 e coerente con i principi e le norme del diritto internazionale. La creazione di una nostra statualità era assolutamente legittima, così come i processi politici in atto nella nostra repubblica in qui tempi. Sono state le riforme avviate da Gorbaciov che ci hanno permesso, come altre Repubbliche dell’Unione Sovietica, di dichiarare la Sovranità di Stato>.

Mikhail Gorbachev

Che cosa significa per la Cecenia – ma anche per la Georgia, ad esempio – essere indipendenti dalla Russia?

<L’indipendenza dalla Russia è la garanzia di poter avere un futuro. La liberazione dalla mano coloniale della Russia è l’unica strada per garantire ai popoli di Ucraina, Georgia, Cecenia-Inguscezia, Repubblica cecena di Ichkeria, e altre repubbliche nazionali la sicurezza e libertà, presente e futura>.

Lei ha combattuto anche durante il terribile assedio di Grozny, l’attacco che l’esercito della Federazione Russa mise in atto fra la fine di dicembre del 1994 e gli inizi di marzo 1995 nell’ambito della Prima guerra cecena. Cose le viene in mente oggi, quando ci pensa?

<A Mariupol. Mariupol è la Grozny ucraina. Entrambe le città sono state rase al suolo, nello stesso identico modo. A Mariupol i russi hanno agito esattamente come a Grozny>.

Secondo lei perché lOccidente ha chiuso gli occhi di fronte alla tragedia della guerra cecena?

<Perché l’Occidente era sicuro che la Russia si sarebbe fermata in Cecenia. Non capivano che la Russia, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, non era cambiata nella sua essenza: le ambizioni russe sono sempre state ambizioni imperiali e tali sono rimaste. Ma l’Occidente fu ingannato dalla leadership russa, in particolare da Eltsin e dal Kgb. Parlando al Congresso degli Stati Uniti nel 1992, dopo il crollo dell’URSS, mentre lodava l’America (“la grande terra di libertà e democrazia”) Eltsin dichiarò che tutti gli orrori del mostro comunista non si sarebbero mai più ripetuti, che la Russia aveva

spezzato la spina dorsale a questo mostro. E l’Occidente gli ha creduto.  C’è stata una connivenza criminale, che ha consentito a Eltsin di distruggere interi Paesi nel cuore dell’Europa, con la scusa di normalizzare le relazioni con Mosca.  Il destino della Cecenia, di una nazione intera, è stato tradito e barattato in cambio del benessere e in cambio delle risorse energetiche che l’Occidente e l’Europa ricevevano dalla Russia. Non è stato un errore, è stato un crimine contro il popolo ceceno>.

Manifestazione indipendentista a Grozny

È corretto dire che la guerra scatenata da Putin in Ucraina è una sorta di prosecuzione di quella cecena?

<Assolutamente sì. La guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina è una continuazione della guerra della Russia contro la Cecenia. Negli ultimi anni la Russia, dopo aver rafforzato le forze armate, ha iniziato a impadronirsi e a conquistare i Paesi vicini. È partita dalla Repubblica cecena di Ichkeria e oggi è già arrivata in Ucraina. Se il mondo avesse fermato la Russia allora, non ci sarebbe stata la guerra in Georgia nel 2008, né oggi in Ucraina. Quella di oggi è la continuazione della guerra che la Russia ha scatenato nel 1994”.

Lei sa che in Occidente, molto spesso parla di «ceceni» e si pensa ai <kadiroviti>, non le fa rabbia?

<Quelli che chiamate “kadiroviti” sono un prodotto russo, quello che Mosca ha fatto a una parte di ceceni con il tacito consenso dell’Occidente. Perché in tutti questi 22 anni di occupazione e fino al 24 febbraio l’Occidente ha sostenuto sia Putin che il regime di Kadyrov in Cecenia. I ceceni sono stati le vittime di questa tragedia, dell’occupazione, dell’ingiustizia. Siamo rimasti soli con questo mostro, anzi, peggio, siamo stati semplicemente traditi. Il mondo si è schierato dalla parte del nostro carnefice. E in tutti questi anni l’ha nutrito e lo ha sostenuto, definendo lo sterminio del popolo ceceno “un affare interno della Russia”. Quando nel 1944 tutti i ceceni, che si opponevano alla sovietizzazione, vennero deportati (in  Kazakhistan e Kirghizistan, ndr), perché, spiegò Stalin agli alleati, “avevano collaborato con i nazisti”. L’Occidente chiuse un occhio, aveva ben presente cosa significasse “nazista”. Stesso schema nel 1994, quando hanno cercato di dire che i ceceni erano affiliati alla mafia ceca, stesso schema per tutti gli Anni 90, quando per qualsiasi crimine fosse commesso in Russia fosse incolpato un ceceno. Poi, dopo l’11 settembre, venne il momento degli “islamisti radicali”. Putin e l’Fsb avevano bisogno di ridurre il “problema ceceno” al problema dei “radicali musulmani”. Il 24 ottobre 2001 Putin dichiarò, mentre la seconda guerra in Cecenia era in corso, di essere pronto ad entrare a far parte della coalizione internazionale per combattere il terrorismo internazionale, ma in cambio voleva che la situazione in Cecenia fosse stata considerata nel contesto della lotta al terrorismo internazionale. E questo, a un certo punto, ha influenzato la comprensione dei politici occidentali, che hanno chiuso un occhio su ciò che Putin sta facendo in Cecenia.

Ramzan Kadyrov stringe la mano a Vladimir Putin

E Ramzan Kadyrov?

<È un collaborazionista, un traditore nazionale, come Quisling. Nei Paesi conquistati ci sono sempre persone che tradiscono il proprio popolo. Kadyrov è un traditore totale, un deviato senza educazione e senza scrupoli, di una spudoratezza e di una violenza senza limiti. Putin ha compreso bene la sua essenza, e lo ha nominato dopo aver eliminato suo padre>

Se Putin non ci fosse le cose sarebbero diverse?

“Certo che no. Finché esisterà l’idea di un impero russo queste guerre non si fermeranno. La strategia per l’Ucraina, per la Georgia, per la Cecenia, è stata sviluppata quando Putin lavorava ancora come taxista. Putin, che ora è al potere, sta semplicemente implementando questa strategia. Quindi, spostare la responsabilità solo su Putin e contare sul fatto che con un cambio di regime la situazione cambierà è un grosso errore. Per fare in modo che la Russia cessi di rappresentare una minaccia per il resto del mondo, non solo per i suoi vicini e per l’Ucraina, questo paese nella forma in cui esiste oggi, deve semplicemente cessare di esistere. Come si può fare? Non lo so, ma so che sarà possibile solo dopo la sconfitta militare della Russia in Ucraina, perché cesserà di esistere per come la conosciamo>

A Londra ha conosciuto Alexander Litvinenko, che rapporto c’era tra di voi?

<Eravamo molto amici, lavoravamo insieme. Nel 2004, il presidente della CRI Aslan Maskhadov mi ha nominato presidente della Commissione per le indagini sui crimini di guerra commessi dalla Russia in Cecenia e su mio suggerimento, Aslan ha incluso in questa commissione sia Alexander Litvinenko che Anna Politkovskaya. Anna Politkovskaya, trovandosi nel territorio della Repubblica cecena, sapeva dove e in quali luoghi erano dislocati i militari russi e chi li comandava, e Alexander Litvinenko conosceva queste persone in servizio, faceva parte del quartier generale, che si trovava a Nalchik, durante la prima guerra russo-cecena – il quartier generale principale della direzione dell’FSB per il la Cecenia. E conosceva tutti quelli coinvolti nella guerra. Penso che, in larga misura, la morte di Alexander e di Anna sia legata alla Commissione sui crimini di guerra>.

Alexander Litvinenko

Cosa le è rimasto impresso di Litvinenko?

<Stavamo parlando delle esplosioni del 1999 (una serie di attentati che hanno colpito quattro condomini nelle città russe di Buynaksk, Mosca e Volgodonsk, che hanno causato la morte di oltre 300 persone, e che, insieme all’invasione del Daghestan, hanno innescato  la seconda guerra cecena, ndr). Io non credevo che gli attentati fossero stati fatti dall’Fsb, all’epoca diretto da Putin, era troppo difficile credere che i russi, che gli stessi servizi speciali russi, potessero far saltare in aria i loro cittadini. Ma Litivinenko la pensava diversamente. Mi disse: “Akmed, metti alla prova la tua fantasia e pensa a qualcosa di terribile, la cosa peggiore che una persona possa fare, la più spaventosa. Qualunque cosa ti venga in mente ti dimostrerò che i servizi russi – dallo zarista Okhrana all’Fsb di oggi – l’ha già fatta. La cosa più terribile che il cervello umano possa immaginare, l’hanno già fatta”. E da quel momento in poi non metto in dubbio nulla per quanto riguarda i servizi speciali russi. Possono fare di tutto per salvare questo sistema. Possono sacrificare chiunque per salvare questo sistema. Questo è ciò che il mondo intero dovrebbe ricordare”.

Secondo lei come finirà questa guerra?

<Sono appena tornato dal Kherson, e posso dire con sicurezza che l’Ucraina non si tirerà indietro. Anche se l’Occidente dovesse stancarsi e la lasciasse sola contro la Russia, l’Ucraina non si arrenderà mai. L’Ucraina si batterà per i suoi territori, per la sua terra e per il suo futuro. Non ci sono dubbi su questo. Sono altrettanto sicuro che l’Occidente sosterrà l’Ucraina fino alla fine, ormai è troppo coinvolto e che alla fine l’Ucraina vincerà. Nel farlo libererà il mondo dalla minaccia dell’Impero russo, perché persa la guerra l’Impero russo cesserà di esistere>.

Cherson appena liberata dall’esercito ucraino

FREEDOM SOLD OR WAR BOUGHT? – REFLECTIONS BY APTI BATALOV (part 1)

I believe I am not mistaken when I say that one of the tragedies of the Chechen people originated on the day when Chechnya proclaimed itself an independent state. After choosing the first president, the Chechens naively believed that Russia would respect their choice. After all, Yeltsin said “take all the freedom you can swallow!” The Chechens did not know that “Swallowing freedom” they would regurgitate their blood.

The conquest of freedom

The Russians did not recognize the presidential elections held on October 27, 1991 in Chechnya. Rejecting any possibility of peaceful separation from Chechnya, the Kremlin has focused on the definitive solution of the Chechen “problem”. In planning actions against Chechen sovereignty, it was obvious that the Russian government would prioritize provocative and subversive activities, and this was evident from the growing activity of pro-Russian provocateurs on the territory of Chechnya. Funded and armed by Moscow, the leaders of the “anti-Dudaevites” began to form criminal groups under the cover of political slogans, calling themselves “opposition of the Dudaev regime”. In reality, the ideologues of this movement were full-time agents of the Russian special services and, following the instructions of the Lubyanka , they caused a civil war in the Chechens. Through these ” Mankurts ” [1], in the first half of the 90s of the twentieth century, Chechnya was transformed into a land of internal contrasts and social instability. Having already gained political independence from Moscow, many officials who held high positions in the state did what they could to discredit the idea of independence. With their actions they compromised the government, corrupted it, doing everything to make the Chechens repent of their choice. Every day, these people desecrated the idea of a free and sovereign state, and achieved many successes in this action, furthering the premises of the 1994/1996 Russo-Chechen War.

However, one detail had not been taken into consideration: the war imposed by the Kremlin would have ignited the genetic memory of the Chechens. All the people, with rare exceptions, took up arms and stood up to defend that choice. Evidently, after receiving the order to intensify their activities, the Russian special services agents began to increase their efforts to destabilize the political, economic and social situation throughout the Ichkeria territory. By sowing discord among the leaders of the state, creating an atmosphere of mutual distrust and enmity in the relations between yesterday’s comrades, the Russian mercenaries achieved the objectives set by Moscow. Instead of rallying around the president, in this hard and difficult time for the fate of the Chechen nation, and exercising their authority to defend and strengthen the authority of Ichkeria, the leaders of the country faced each other in the political arena with every sort of intrigue, against each other, using their credit only for speculative and populist purposes. After withdrawing troops from Ichkeria in 1996, the Russians invaded it with their agents. Terrible times came for Ichkeria, banditry assumed the proportions of a national catastrophe, kidnapping and the slave trade became the profession of a significant part of the former freedom fighters, lack of work and poverty swelled the ranks of criminals.

Heroes yesterday, enemies today

Thus there was no effective authority in Ichkeria. The comrades in arms of the President of yesterday, having had the opportunity to strengthen it, did not do so, but rather, having become politicians, they were the real antagonists of the President, doing everything to weaken his power. On every occasion, and under various pretexts, his authority was undermined: not a day passed without some “emergency” directed against the President. At that time I was convinced that these antagonists wanted to break Maskhadov psychologically. Imagine the state in which a person subjected to daily torture can be, every day more sophisticated and insidious. One fine day, the President collapsed… all this turmoil around the presidency drove the people to despair, their faith in authority and yesterday’s heroes disappeared. Social inequality, the absence of any guarantee of security, corrupt authorities at all levels, poverty and devastation: the Chechen people faced the 1999 war in these conditions … With an economic blockade, political and information isolation in place, the Chechen leadership he had no way of adequately preparing for Russian aggression.

The signs that the Russians were preparing a new war against Ichkeria appeared as early as February – March 1999. In February 1999, a demonstration of many thousands of people was held in support of the President’s policy in the city of Dzhokhar [formerly Grozny, NDR ]. The participants in the demonstration approved and supported in unison Maskhadov, the foreign and internal policy he pursued, and expressed the desire and willingness to take up arms to restore order in the country. Two or three Russian journalists were present at this gathering, being able to work without any restrictions. They assured me that the Russian media would report the demonstration, but not a single TV channel mentioned it. On the other hand, Russian public opinion began to be influenced by the idea that Maskhadov was a weak and indecisive person, that he had lost the support of the people, that power in Ichkeria was in the hands of the field commanders, that banditry and the slave trade flourished in Ichkeria. Obviously it would be wrong to deny these claims, which were partly true, but that the people did not support Maskhadov, or that he was weak, that was an absolute lie. The Chechen people had responded to the President’s appeal, and were willing to defend him. But the Russian media hid this fact from their audience. As for the field commanders, most of them obeyed without question the President and Commander the Chief of the Armed Forces.

But, as they say, no family is without monsters. On the occasion of the second anniversary of the signing of the Peace Treaty between Ichkeria and Russia on May 12 , 1997, well-organized celebrations were held in the city of Dzhokhar: events were held in the city center, horse races were held on the outskirts of the capital, with prizes in prize money, including “VAZ” 6 car models. It was a bright and festive day, during which the Ichkeria leadership showed all its desire for peace with Russia. Once again, Russian TV reporters worked on the event, as always without restrictions. And once again the media did not say a single word about the fact that similar celebrations were held in the city of Dzhokhar. All of this suggested that there would be no celebration the following year.


[1] Figuratively speaking, the word ” mankurt ” refers to people who have lost touch with their ethnic homeland , who have forgotten their kinship . For further information: https://en.wikipedia.org/wiki/Mankurt

THE GENERAL OF NAUR: MEMORIES OF APTI BATALOV (Part III)

Defending Grozny

When the federal forces reached Grozny, my men and I were in Gudermes, where we had quartered to form an organized unit made up entirely of men from the Naur District . On January 4th , a runner sent by Maskhadov was placed in our command post. He gave me the order to converge on our capital with all the men at my disposal. Once in the city, I met a young volunteer, who made himself available to organize our group and put it in coordination with the other fighting units. It is called Turpal Ali Atgeriev. In conversation with him, I learned that he had taken part in the war in Abkhazia and that he had some fighting experience. There was not a single war veteran among us, starting with me: I was in desperate need of someone with combat experience. For this I asked Atgiriev to become my deputy, and he accepted my proposal. Since he didn’t have a weapon, I handed him an RPK-74 machine gun. Someone criticized my decision, accusing me of having appointed a stranger as my deputy. I was not interested in this gossip and intrigue, I was worried about only one thing itself: saving lives and at the same time beating the enemy.

We were deployed in defense of the Pedagogical Institute. A regiment of Russian marines had targeted the building: if this had been taken, it would have been possible to easily reach Maskhadov’s headquarters, which was literally fifty meters from our position, under the Presidential Palace. The Russians tried to break through our defenses almost every day, until January 19 , 1994, but without success. In these attacks they lost many soldiers, whose corpses remained in the middle of the road, in no man’s land, prey to stray dogs. We tried to remove them, to save their bodies, but without a respite we could not have prevented them from being eaten. Several times, during the fighting, our command and the Russian one reached an agreement for a 48-hour truce, precisely to clean the streets of the corpses of Russian soldiers. During these truces we talked to the Russian patrols stationed on the side streets. I remember one of these conversations with a Russian captain, to whom I had thrown a pack of cigarettes: Guys he said, quit, you will not win, because you are not fighting the police, but the army. His voice was not arrogant, he was a simple Russian peasant. That battle was also difficult because to supply our armories we had to capture weapons and ammunition from the Russians. In every disabled armored transport vehicle we found a heap of weapons, cartridges and grenades, which we looted. Later the Russians became more careful, and we didn’t find much in their means. On the other hand, their vehicles were stuffed with all sorts of carpets, dishes and other goods looted from the population.

January 19 , when it became clear that the defense of the Pedagogical Institute would no longer slow down the fall of the Presidential Palace, we withdrew. I was ordered to organize the defense of the Trampark area , and we occupied positions on Novya Street Buachidze . Trampark changed hands several times, and there were fierce battles until February 7th . Right in via Novya Buachidze suffered a shock from a tank bullet which, entering the window of the room where I was with some of my men, hit two of them in full, killing them. This shock still undermines my health. Finally, on the evening of February 7 , a messenger from Maskhadov handed me a note in which I was ordered to leave the position, join Basayev in Chernorechie and leave the city. I should have assumed the defense in the parking area in Via 8 Marzo, where the departments were concentrating to prepare for the exit from the city. Once there we counted all those present: also considering the staff of the Headquarters, we were 320 men. Obviously some departments were not present: detached units fought in other areas of the city, and besides them there were the so-called “Indians”, armed gangs who did not obey anyone, they fought when it was favorable gold and along the way they plundered everything that they could find. When Maskhadov lined up us in the square, he told us that our descendants would be proud of us, that the victory would be ours, that we were leaving Grozny only to return one day. The night between 7 and 8 Fenbbraio we left the capital.

The Naursk Battalion

It was after the retreat from Grozny that my unit, still an amalgam of more or less organized groups, began to become a real tactical unit. This same process was also taking place in the other units that had formed spontaneously at the beginning of the war. Moreover, in the Chechen resistance there were no military units and formations in the classical sense of the term: “battalions”, “regiments” and “fronts” were symbolic terms that did not correspond to a battle order in the classical sense. For example, what was called the “Argun Regiment” was an association of several groups, often poorly armed, made up of a variable number of people, each of which replied to its own commander. The members of these units, all volunteers, could leave at any time, there was no precise chain of command.

Our team spirit had already been forged in the battles we had fought together, and which unfortunately had forced us to count the first fallen. The first of our men to die for the defense of Chechnya was Beshir Turluev , who fell at the Ishcherskaya Checkpoint in December 1994. Since then, other young Chechens had sacrificed their lives for their homeland. Among those who remained alive, and who fought more assiduously with me, a group of “veterans” began to form, who by character or competence acquired the role of “informal officers”. Thus, for example, a 4th year student of a medical institute, whose name was Ruslan, became the head of the medical unit, while Sheikh Khavazhi , from the village of Naurskaya , became the head of logistics. The latter was in charge of keeping in touch with the Naur region , from which the supplies for our unit came. The inhabitants collected the food intended for our livelihood and delivered it to us via a KAMAZ truck, driven by Umar, from the village of Savelieva, and his companion Alkhazur . Sometimes money was also collected, usually a small amount, which was scrupulously recorded and distributed among the men. For the needs of the battalion, for the entire period of the 1994-1996 war, I, from the central command, did not receive more than 3 thousand dollars.

Defending Argun

After we had withdrawn from Grozny, Maskhadov ordered us to fall back on Argun, to help defend the city. We quartered ourselves in the city hospital, now empty and unused. The commander of the stronghold was Khunkarpasha Israpilov, and the commander of the largest unit, the so-called “Combined Regiment”, was Aslambek Ismailov. We were deployed in the sector of the so-called “Indian village”, a front of about 350 meters along the Argun River. On our left were the so-called “Black Wolves”, characterized by wearing very dark jeans. On the other side were Alaudi ‘s men Khamzatov , guard posts on the main bridge over the Argun. In front of us was a Russian paratrooper unit. We learned that we were facing special forces from a Russian soldier whom we captured when, with his squad, he attempted a reconnaissance close to our lines. At that juncture, as soon as the other side learned that their group had been identified and attacked, the Moscow artillery launched a massive bombing on our positions, during which two of our militiamen fell: Daud, coming from the village of Kalinovsky and Rizvan , from Naurskaya . To scare us, the Russians played Vladimir Vysotsky ‘s “Hunting for Wolves” at very high volume . We responded with “Freedom or Death”. The supply of the militias in the city of Argun, as well as in Grozny, was very scarce, there was a severe shortage of ammunition, there was a catastrophic lack of machine gun cartridges, RPG-7 grenade launcher shells and only dressing bandages they were more or less in abundance among the drugs.

On the morning of March 20, the Russians began testing our defenses along the entire line of contact, simulating a force attack from our side. In reality, the main attack took place, surprisingly, at the Moskovsky state farm . We did not expect the enemy to break in from that side, and after a fierce battle during which we lost many men (including the commander of the Melkhu – Khe militia , whose name was Isa and a brave, young Lithuanian named Nicholas) we had to leave the city, to retreat to the wooded region of Nozhai – Yurt. In the defense of Argun, Abuezid , from the village of Naurskaya , Umar, Mekenskaya , Muslim, Nikolaevskaya also fell , while another ten of us were wounded. We left Argun in the night between 21st and 22nd March 1995.

LA VOCE DEL NEMICO: L’ICHKERIA SECONDO TROSHEV (PARTE 2)

IL MERCATO DEGLI SCHIAVI

Uno degli argomenti sostenuti con maggior vigore dal governo russo per giustificare la seconda invasione della Repubblica Cecena di Ichkeria era quello relativo al caos imperante negli anni successivi alla fine della Prima Guerra. Gennady Troshev nelle sue memorie circostanzia, citando le sue fonti, il contesto di illegalità diffusa e di connivenza di alcune autorità statali in crimini odiosi come la presa di ostaggi a scopo di riscatto, il traffico di droga ed il furto di petrolio. In questo paragrafo del suo racconto si parla del cosiddetto “Mercato degli schiavi”:

“Gli attacchi armati di banditi alle nostre truppe, anche fuori dalla repubblica, sono diventati regolari. Ma se già questo era un problema, il rapimento e la tratta di persone hanno assunto proporzioni senza precedenti. Senza troppe esagerazioni, possiamo dire che questa industria ha assunto proporzioni di primo piano nell’economia della repubblica. In pianura e sulle montagne, la maggior parte delle famiglie cecene aveva i propri schiavi – la propria forza lavoro gratuita.

Alle soglie del terzo millennio, nel pieno centro di Grozny, nell’area della cosiddetta piazza dei “Tre Bogatiri” per diversi anni, fino all’autunno del 1999, ha funzionato a dovere il più grande mercato di schiavi del Caucaso Settentrionale, dove uno schiavo poteva essere acquistato per tutti i gusti ad un prezzo ragionevole. E la contrattazione qui era abbastanza appropriata. Anche i bambini del posto sapevano che il prodotto più redditizio era un “non ceceno”. […] .

In cima alla scala venivano valutati gli stranieri, giornalisti famosi e politici: per loro si potevano ottenere grandi somme, fino a diversi milioni di dollari. Questi prigionieri erano tenuti in condizioni relativamente normali. Questo tuttavia non riguardava il comportamento della banda di Arbi Barayev, dove si torturavano tutti i prigionieri, anche quelli “super redditizi”. I rapitori più semplici preferivano “lavorare” con specialisti civili, E poiché c’era tensione con loro in Cecenia, gli ostaggi dovevano essere catturati nelle repubbliche vicine Inguscezia, Daghestan, Ossezia del Nord, Cabardino – Balcaria. Per questi non erano necessari i dollari, potevi concordare uno scambio di materiali da costruzione, veicoli, cibo… […].

La moneta più scarsa nel mercato degli schiavi era pagata per un soldato russo. A cause di varie circostanze questo prodotto, dopo Khasavyurt, non era protetto né dal governo federale né dal tesoro. E’ vero, alcune regioni a volte hanno cercato di tirare fuori dalla prigionia i loro connazionali. Ad esempio, l’amministrazione del Territorio di Krasnodar ha pagato cinquantamila dollari per i guardiamarina Soltukov e Moskalev, e per il rilascio di Berezhny e Vatutin i residenti di Krasnodar hanno dato 40 tonnellate di farina. Ma questi fatti sono piuttosto l’eccezione alla regola.

Centinaia di ufficiali e soldati russi, per diversi anni, hanno piegato le spalle ai padroni ceceni. Nei distretti di Vedeno e di Itum – Khale coltivavano tè di montagna; piantagioni di papaveri venivano coltivate vicino al villaggio di Alleroy, bestiame veniva pascolato nel distretto di Nozhay – Yurt e molti altri costruirono una strada per Shatili. Venivano tenuti in condizioni terribili: lavori pesanti dall’alba al tramonto, freddo, fame, percosse… non tutti resisterono a queste prove. Come ha osservato uno dei mercanti di schiavi locali: “I catturati rimarranno in prigione per molto tempo…se, naturalmente, rimarranno vivi.” Queste parole sono state confermate dalle statistiche: in dieci mesi, solo un militare che ha preso parte alle ostilità è stato rilasciato dalla prigionia cecena, mentre gli accordi di Khasavyurt prevedevano l’estradizione di tutti i prigionieri.

Giovani coscritti russi sotto minaccia armata di militanti separatisti

A onore del vero le affermazioni di Troshev, e in particolare quelle relative al fenomeno della cattività dei soldati russi prigionieri, non trovano riscontro nelle statistiche. Se ci fu ricorso a manodopera forzata tra i prigionieri di guerra non restituiti alla Russia, questo fu meno massiccio di quanto riferito dal Generale anche se, certamente, il fenomeno del rapimento per riscatto riguardo molte centinaia di persone, se non migliaia.

ANARCHIA E PULIZIA ETNICA NELLA CECENIA DEL DOPOGUERRA

I due tratti distintivi dell’Ichkeria postbellica furono certamente lo stato di diffusa anarchia che regnava nel paese ed il revanscismo anti – russo, a causa del quale decine di migliaia di cittadini di origine slava furono costretti ad abbandonare la città o ad accettare continue vessazioni. Ecco come Troshev descrive la situazione della Cecenia all’indomani della fine della Prima Guerra:

“Tre anni di “indipendenza” hanno portato la repubblica al disastro: le masse popolari sono stati private del diritto ad una vita dignitosa. L’approvvigionamento della popolazione è praticamente cessato, le scuole sono state chiuse, anche se gli insegnanti sono rimasti nei villaggi. Gli insegnanti non ricevettero alcuno stipendio dopo il 1995. Gli ospedali e le cliniche mancavano delle attrezzature e dei medicinali necessari, e in molti casi non c’era nulla per fornire anche il primo soccorso. Le pensioni venivano emesse in maniera estremamente irregolare. Ad esempio, l’ultima volta che i pensionati ricevettero denaro fu nel Luglio – Agosto 1997 per un importo di 300 – 350 rubli. La già difficile situazione della popolazione era aggravata dalla mancanza di elettricità e gas, che in precedenza venivano forniti dal Daghestan e dal Territorio di Stavropol. La maggior parte delle fabbriche erano inattive. E le merci che vi venivano prodotte, ad esempio, nelle zone di pianura, venivano semplicemente “espropriati” dalle autorità di Grozny.

Il bersaglio principale dei separatisti, storditi dalla permissività, erano gli “stranieri”: trecentocinquantamila russi, abbandonando ciò che avevano acquisito per anni, lasciarono la Cecenia. Chi rimase bevve a pieno il calice amaro. Quante volte abbiamo letto e sentito di massacri di “non ceceni”?

Negli ultimi anni i banditi ceceni hanno sequestrato più di centomila appartamenti e case appartenenti a russi, daghestani e persone di altre nazionalità. Quasi cinquantamila tra i loro vicini furono ridotti in schiavitù dai ceceni. E quanti “schiavi” hanno piegato le spalle alla costruzione di una strada di alta montagna attraverso la cresta principale del Caucaso fino alla Georgia, vagavano nelle raffinerie di petrolio artigianali, nelle piantagioni di papavero e canapa.

Anche in questo caso i numeri citati da Troshev fanno fatica a trovare conferma. La misura di centomila appartamenti e di cinquantamila schiavi è certamente simbolica, e non trova conferma nelle statistiche ufficiali. Certamente il “furto di appartamenti” conseguente alla distruzione dell’archivio di stato durante la guerra fu un problema endemico, e la minoranza russa ne patì i principali effetti.

La scritta “Benvenuti all’inferno” campeggia su un muro in rovina nel centro di Grozny

LA DROGA IN ICHKERIA

L’ultima frase del precedente intervento introduce un altro dei gravi problemi che afflissero il paese all’indomani della pace del 1996: il traffico ed il consumo di droga.

“Uno dei motivi per le rapine in Cecenia era e rimane la droga” ha testimoniato il giordano Khalid Al – Hayad, che è stato tra i combattenti ceceni per diversi mesi, nella banda dello stesso Gelayev. In precedenza al pari delle armi, le droghe venivano vendute nel centro di Grozny. Dopo che i russi hanno preso la città, la droga è diventata molto difficile da reperire ed i prezzi sono saliti alle stelle. I militanti, anche sotto il fuoco dell’aviazione federale e dell’artiglieria, erano pronti a portare al mercato sacchi di merci saccheggiate tutto il giorno, in modo che la sera, avendo venduto le loro cose, potessero procurarsi una siringa con una piccola dose e rilassarsi. Non si può dire che tutti i militanti fossero tossicodipendenti, ma ce n’erano abbastanza. Si iniettavano, fumavano cannabis, usavano qualsiasi cosa per ottenere uno sballo.

[…] La distrutta economia cecena, la disoccupazione ed altre questioni di natura sociale e domestica non potevano non influenzare la psiche di molti, anche di pacifici cittadini ceceni. Inoltre, è ben lungi dall’essere un segreto che nella “Ichkeria libera” la produzione di droga fosse essenzialmente un’attività legale. Un tempo gli stessi Basayev e Khattab ottennero un notevole successo in questo campo. Le piantagioni di papavero e canapa appartenevano a loro e si trovavano a Kurchaloy, nei distretti di Gudermes, Nozhai – Yurt e Vedeno. E il fratello di Shamil Basayev, Shirvani, acquistò proprio per questo motivo l’edificio della scuola numero 40 in Turgenev Street, trasformandolo in un impianto di produzione di droga. Esso venne recintato con filo spinato elettrificato. Tuttavia l’attrezzatura qui era tedesca, e professori e fermacologi indiani fungevano da consulenti […] durante il girono, a fabbrica miracolosa “intitolata ai fratelli Basayev” produceva tre chilogrammi di eroina pura. Sul mercato nero, un grammo di questa droga costa duecento dollari. I signori della droga Basayev aprirono quindi i loro “uffici” a San Pietroburgo, Volgograd, Krasnodar, Ufa, Kaluga. E il denaro scorreva verso di loro come un fiume. Le fabbriche “Ichkeria” per la produzione di oppio e la lavorazione dell’eroina erano situate anche nel sanatorio degli ingegneri energetici nel distretto di Vedeno, nel campo dei pionieri “Zorka” vicino a Shali e in altri luoghi.”

Shirvani Basayev, fratello minore di Shamil Basayev. Secondo Troshev, era uno dei signori della droga in Cecenia

Anche in questo caso le affermazioni di Troshev vanno prese con le dovute cautele. Sicuramente il consumo di eroina divenne endemico nella Cecenia del dopoguerra: molti militanti ne abusarono durante il conflitto, dove la terribile sostanza serviva a curare il dolore fisico delle ferite ed a placare lo stress della battaglia. Molti comandanti di campo ne divennero produttori e distributori, e la piaga della tossicodipendenza falcidiò lo stesso esercito separatista durante la Seconda Guerra.

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