Forze Armate

Un reparto della Guardia Nazionale sfila a Grozny nel 1997

Le storia delle forze armate della Repubblica Cecena di Ichkeria è la croce e delizia di ogni ricercatore storico sull’argomento Cecenia. Questo perché nel corso della sua breve e travagliata esistenza la ChRI affrontò numerose riorganizzazioni militari, si avvalse più volte del supporto di unità irregolari e volontarie, alcune delle quali finirono poi nell’organico ufficiale delle Forze Armate. Altre unità infine, nate come corpi armati indipendenti e integrate come organismi ufficiali dell’esercito, passarono alla lotta terroristica e finirono iscritte negli elenchi delle organizzazioni criminali internazionalmente perseguibili.

LE ORIGINI – LA GUARDIA NAZIONALE

La prima formazione armata costituita dai secessionisti ceceni fu reclutata nel servizio d’ordine del Comitato Esecutivo del Congresso Nazionale del Popolo Ceceno (Ispolkom) all’indomani del “Putsch di Agosto” ordito dai conservatori sovietici contro Mikhail Gorbachev. Mentre tutta l’URSS era in subbuglio e la dirigenza della RSSA Ceceno – Inguscia era chiusa in un colpevole silenzio, Dzhokhar Dudaev ed i leader del Congresso armarono quattro plotoni di volontari e costituirono la Guardia Nazionale. Si trattava di una forza irregolare equipaggiata alla buona, al vertice della quale vennero nominati tre veterani dell’Afghanistan ed un giovane attivista con un passato piuttosto burrascoso, Shamil Basayev, destinato a divenire uno dei “campioni” dell’indipendentismo ceceno e dell’insurrezione islamica nel Caucaso.

La neonata Guardia Nazionale contava tra i cento ed i centocinquanta volontari, ma solo alcuni di questi erano effettivamente armati: alla fine di Agosto il membro del Comitato Esecutivo responsabile della “Commissione Difesa”, Bislan Gantemirov, era riuscito a far arrivare un carico di armi leggere e granate acquistate chissà dove. Con questo piccolo arsenale i miliziani del Congresso presero il controllo di svariati uffici governativi, ed allestirono postazioni di tiro in tutta la città. Il 6 Settembre un commando agli ordini di Basayev riuscì a penetrare nell’edificio del KGB, in quel momento scarsamente sorvegliato. I suoi uomini presero il controllo del palazzo, mettendo le mani prima su una piccola armeria, poi su gigantesco deposito di armi sotterraneo, con il quale poterono armare centinaia di volontari. La Guardia Nazionale ingrossò ulteriormente i suoi ranghi, giungendo a raggiungere i 6 plotoni e prese di fatto il controllo di Grozny. L’esercito regolare e la milizia agli ordini del Ministero degli Interni ceceno non intervennero, solidarizzando con i rivoltosi o non opponendovisi, cosicché per fine di Ottobre del 1991 il legittimo governo di Doku Zavgaev fu rovesciato e costretto all’esilio. Il 27 Ottobre si tennero le elezioni popolari che portarono alla costituzione del primo Parlamento indipendentista ed alla nomina di Dudaev a Presidente della Repubblica (per approfondimenti leggi “Libertà o Morte: storia della Repubblica Cecena di Ichkeria” acquistabile QUI).

Miliziani della Guardia Nazionale mostrano le armi sequestrate nel palazzo del KGB a Grozny. Anche le divise che indossano provengono dal medesimo arsenale.

Il Parlamento appena costituito tentò fin da subito di dare una veste istituzionale alla Guardia Nazionale, costituendo ufficialmente il corpo ed affidandone la formazione all’ufficiale dell’esercito sovietico Magomed Shamayev, ma il provvedimento fu “superato” da un decreto di Dudaev del 2 Novembre, nel quale venne istituito il Ministero della Guerra, e poi da un decreto del 16 Novembre, con il quale Dudaev sottopose a sé stesso l’autorità su tutti i gruppi armati operanti in Cecenia. Istituì poi un Quartier Generale dell’esercito e nominando Capo di Stato Maggiore il Tenente Generale dell’Armata Rossa Viskhan Shakhabov. La sua idea era quella di costituire una forza professionalizzata di 7.000 uomini. L’esercito sarebbe stato organizzato in sei dipartimenti: la Guardia Nazionale avrebbe costituito l’unità combattente principale. La Guardia di Frontiera avrebbe dovuto presidiare i confini della repubblica, mentre le “truppe interne” avrebbero svolto il ruolo di milizia a disposizione del Ministero degli Interni. Le Forze Speciali sarebbero state i reparti di specialità dell’esercito, e tra queste venne istituita la Guardia Presidenziale, addetta alla difesa del Presidente, della sua famiglia e delle strutture governative. Al suo comando venne nominato Movlad Dzhabrailov, maestro di karate ed allenatore personale di Dudaev. Il servizio di lavoro e la riserva avrebbero costituito la massa critica immediatamente mobilitabile in caso di guerra. Con apposito decreto del 24 Dicembre 1991 (“Legge sulla difesa della Repubblica”) vennero richiamati alle armi tutti i cittadini dai 18 ai 26 anni, per un servizio di leva di un anno e mezzo per i non diplomati, di un anno per i cittadini istruiti. I reparti volontari che avevano costituito la Guardia Nazionale furono essenzialmente lasciati a sé stessi. Molti tornarono alle loro case, o entrarono nei reparti “ufficiali” in via di costituzione. Altri seguirono l’unico comandante di plotone rimasto, Shamil Basayev, e si acquartierarono in un complesso sportivo alla periferia di Grozny, dove questi continuò a condurre il loro addestramento affiancato da un altro volontario della prima ora, Umalt Dashayev.

IL “BATTAGLIONE ABKHAZO”

All’inizio di Gennaio fu chiaro che Dudaev non aveva intenzione di impiegare Basayev ed i suoi uomini. Così il giovane comandante della Guardia Nazionale decise di mettersi al servizio della Confederazione dei Popoli del Caucaso, un’organizzazione irrendentista pancaucasica che in quel momento sosteneva le ragioni dell’Abkhazia, una piccola regione che rivendicava la piena indipendenza dalla Georgia. Basayev e Dashayev si misero al comando di un contingente volontario che affiancasse i guerriglieri abkhazi nella loro lotta per l’indipendenza. A questi si aggiunse anche Ruslan Gelayev, anch’egli giovane nazionalista desideroso di combattere. Nel corso del 1992 due “Brigate internazionali”, composte in buona parte da ceceni attraversarono il Caucaso forzando i deboli posti di blocco istituiti dall’esercito federale, e combatterono senza tregua (e senza pietà) contro i georgiani. Basayev giunse ad essere nominato Viceministro della Difesa dal governo separatista abkhazo, tanto determinante fu il suo contributo alla causa abkhaza.

Tra il 1992 ed il 1993 le brigate internazionali affiancarono le milizie abkhaze, e furono determinanti nella riconquista di Gagra, di Sukhumi e nella liberazione della guarnigione separatista asserragliata a Tvarcheli. Gli uomini di Basayev combatterono audacemente, guadagnandosi la fama di temibili soldati. Alcuni di loro non si risparmiarono atti di autentica crudeltà durante la pulizia etnica che seguì la secessione dell’Abkhazia dalla Georgia. Al suo ritorno in Cecenia, nell’Ottobre del 1993, il cosiddetto “Battaglione Abkhazo” era considerato il miglior reparto combattente del Caucaso e Basayev era già una leggenda tra i nazionalisti.

Volontari del cosiddetto “Battaglione Abkhazo” posano con le armi in pugno

L’ESERCITO REGOLARE DALLA RIVOLUZIONE AL 4 GIUGNO 1993

Mentre Basayev, Gelayev e Dashayev erano in Abkhazia, Dudaev aveva cercato di mettere insieme un esercito regolare. Il 24 Dicembre 1991 il governo ceceno aveva istituito la coscrizione militare obbligatoria, ed il 17 Febbraio 1992 Dudaev decretò l’amnistia per tutti i militari inquadrati nell’esercito russo che intedessero arruolarsi nei ranghi del nuovo esercito ceceno. Nei mesi seguenti molti sottufficiali, alcuni dei quali veterani del’Afghanistan, si misero a disposizione del nuovo Stato Maggiore. Nel Giugno del 1992, poi, le guarnigioni russe ancora di stanza in Cecenia si ritirarono definitivamente, abbandonando in mano cecene la maggior parte dell’equipaggiamento militare. Dudaev potè mettere le mani su un enorme arsenale composto non soltanto da decine di migliaia di armi leggere, ma anche  da armi pesanti, granate, mezzi blindati e perfino aerei da guerra, oltre ad una grande quantità di munizioni.

Con questi mezzi a disposizione il governo ceceno cominciò ad armare le sue prime unità regolari. Il primo contingente era stato istituito alla fine del 1991, ed era stato chiamato “Guardia Presidenziale”. Si trattava di un piccolo nucleo combattente totalmente fedele a Dudaev, responsabile della sua sicurezza personale e di quella della sua famiglia. Il nucleo originario, una ventina di persone, fu posto sotto il comando di Movlad Dzabrailov, cintura nera di karate ed istruttore dello stesso Presidente. Agli inizi del 1992 fu deciso di ampliare il corpo fino alle 200 unità, e farne i “pretoriani” della Presidenza della Repubblica. Furono inviate missive a tutti i villaggi della Cecenia, chiedendo ai consigli locali di selezionare i giovani più valorosi e disinteressati per servire in quello che avrebbe dovuto essere il corpo d’elite delle forze armate. Alla fine del 1993 il corpo contava circa 120 persone, per lo più acquartierate nei pressi del Palazzo Presidenziale e di fronte ad esso nelle stanze dell’Hotel Kavkaz. Furono i “pretoriani di Dudaev” a sventare un tentativo di colpo di stato messo in atto dalla cosiddetta “opposizione” al governo indipendentista il 31 Marzo 1992: grazie al pronto intervento di queste unità la milizia armata dal “Comitato di Emergenza” (una giunta composta da ex funzionari sovietici) venne assediata nell’edificio cittadino di Grozny e sgominata (per approfondimenti leggi “Libertà o Morte: storia della Repubblica Cecena di Ichkeria” acquistabile QUI).

Oltre alla Guardia Presidenziale lo Stato Maggiore ceceno organizzò un reggimento corazzato rimettendo in funzione i mezzi blindati ed i carri armati abbandonati dai Russi nel Giugno del 1992. Da questa opera sorse il “Reggimento Corazzato Shali”, nerbo dell’esercito regolare, armato con carri armati T – 72 e T – 65 e di stanza nella città da cui prendeva il nome. A differenza della Guardia Presidenziale, tuttavia, il Reggimento Shali aveva una politica tutta sua, non sempre solidale con Dudaev, ed i suoi comandanti erano poco intenzionati a farsi comandare dal governo di Grozny. Per tutto il periodo 1992 – 1993 il reggimento esistette solo sulla carta, ed i suoi reparti portarono avanti una politica quasi indipendente rispetto al governo centrale.

Oltre alle armi leggere ed ai carri armati, Dudaev era riuscito a mettere le mani anche su circa 250 velivoli, per lo più da addestramento, ma comunque capaci di trasportare e sganciare bombe da guerra. Nel Gennaio 1992 il governo ceceno ordinò la costituzione del primo stormo aereo da combattimento, che fu operativo entro la primavera. Giovani piloti furono addestrati nel locale aeroporto di addestramento di Kalinovskaya, mentre alcune reclute furono inviate in Turchia ed in Pakistan.

Dudaev (al centro) posa insieme agli uomini della Guardia Presidenziale in alta uniforme

IL COLPO DI STATO DEL 4 GIUGNO

Quando i volontari del “Battaglone Abkhazo” rientrarono in Cecenia trovarono il paese in subbuglio: gli attriti tra il Parlamento e il Presidente avevano provocato una crisi istituzionale che aveva paralizzato lo Stato. Per forzare la situazione e riprendere il controllo Dudaev aveva messo a segno un colpo di Stato militare, aveva sciolto tutte le istituzioni democratiche ed aveva instaurato una dittatura personale. Basayev, Gelayev e Dashayev inizialmente si schierarono contro di lui, organizzando un pronunciamento militare davanti al Palazzo Presidenziale. Dudaev fu comunque in grado di convincerli ad entrare nei ranghi: ognuno di loro avrebbe costituito una propria unità militare, la quale sarebbe stata inquadrata nell’esercito regolare ed avrebbe avuto accesso all’arsenale delle forze armate. In cambio i tre capibanda avrebbero sostenuto il regime e lo avrebbero difeso dalle milizie dell’opposizione, che nel frattempo si stavano organizzando in un vero e proprio esercito finanziato ed armato dalla Russia.

Fu così che nacquero il Battaglione Ricognizione e Sabotaggio di Shamil Basayev, il Reggimento Forze Speciali “Borz” (“Lupo”) di Ruslan Gelayev, ed il Battaglione Separato del “Borz” (poi divenuto unità autonoma) di Dashayev. Queste tre unità, affiancate ad Reggimento “Galachozh” (un’unità costituita da Dudaev nel Luglio del 1993 e formata principalmente da volontari provenienti dai villaggi montani della Cecenia), al Reggimento “Shali” (nel frattempo passato sotto il comandante Ruslan Alikhadzhiev, fedele a Dudaev ed alla causa indipendentista) ed alla Guardia Presidenziale costituirono il nerbo delle forze armate della Repubblica di Ichkeria. Si trattava di poco più di un migliaio di uomini, ma buona parte di loro erano veterani dell’Afghanistan, dell’Abkhazia e del Nagorno – Karabakh (un’altra area di conflitto dove alcuni ceceni avevano prestato servizio poco prima che scoppiasse la guerra di secessione tra Abkhazia e Georgia). A coordinare le azioni di questi corpi fu chiamato il Colonnello Aslan Maskhadov, succeduto a Shakhabov a seguito del colpo di stato del 4 Giugno 1993, ed ufficialmente insignito del titolo di Capo di Stato Maggiore nel Marzo del 1994.

Carri T – 72 del Reggimento corazzato “Shali” in manutenzione: notare la coccarda della ChRI (il simbolo di un lupo) dipinta sul carro a destra.

LA GUERRA CIVILE

Dall’estate del 1994 gli scontri tra il regime, che controllava il centro – sud del paese e l’opposizione, che controllava il Nord e la provincia di Urus -Martan, divennero sempre più accesi, e portarono ad una vera e propria guerra civile. I lealisti scacciarono i ribelli sempre più all’interno dei loro territori: nel Settembre del 1994 Maskhadov coordinò un attacco contro il più agguerrito di loro, Ruslan Labazanov, un tempo fedele a Dudaev, il quale si era arroccato prima in un “edificio – fortezza” a Grozny, poi alla periferia di Argun. I lealisti scacciarono Labazanov, il quale si ritirò verso nord. Successivamente le forze di Dudaev ingaggiarono i nemici ab Tolstoy – Yurt, ad Urus – Martan ed a Kalaus, senza tuttavia riuscire a piegarli. Nel frattempo questi stavano formando un grosso distaccamento corazzato con il sostegno dell’esercito federale, il quale inviò denaro, uomini e mezzi sufficienti a portare un assalto a Grozny e rovesciare il regime.

Dall’Ottobre del 1994 le azioni degli oppositori si fecero sempre più audaci, ed il 15 Ottobre un reparto armato riuscì a raggiungere di sorpresa il centro della Capitale, ritirandosi poi senza subire grosse perdite. Fu la prova generale di un attacco decisivo. Il 26 Novembre 1994 un esercito di più di duemila uomini supportato da decine di carri armati, obici semoventi e veicoli blindati penetrò nel cuore della capitale sotto la copertura aerea offerta dall’aereonautica russa. L’attacco era stato previsto da Maskhadov, che schierò i suoi reparti in modo tale da poter colpire solo una volta che i nemici si fossero addentrati nei quartieri residenziali, occupati da edifici multipiano in cemento armato ideali per il tiro dei cecchini e delle squadre armate di RPG.  Non appena gli attaccanti si furono sistemati nel centro cittadino le squadre dell’esercito separatista si abbatterono su di loro, decimandoli e distruggendo la maggior parte delle loro attrezzature. Nel giro di poche ore l’esercito ribelle si disperse: numerosi equipaggi dei carri armati danneggiati erano composti da mercenari russi reclutati nelle settimane precedenti dai servizi segreti federali, e la loro caduta nelle mani dei separatisti imbarazzò non poco il Cremlino. Le forze armate della Repubblica Cecena di Ichkeria incontrarono la loro prima grande vittoria, ma anche la prima di una lunga serie di battaglie che avrebbe disintegrato la loro unità (per approfondimenti leggi “Libertà o Morte: storia della Repubblica Cecena di Ichkeria” acquistabile QUI)..

Unità antiaerea del Reggimento Corazzato “Shali” appostata davanti al Palazzo Presidenziale, 1994

LA PRIMA GUERRA CECENA

La Battaglia di Grozny del 26 Novembre 1994 segnò l’inizio informale della Prima Guerra Cecena. Nel giro di quindici giorni il governo russo, adducendo al caos divampato in Cecenia ordinò che l’esercito e il Ministro degli Interni ponessero fine alla guerra civile e disarmassero i “gruppi armati illegali”. Dietro questa terminologia ricaddero le forze regolari della ChRI, che in quanto organi di uno stato non riconosciuto da Mosca erano considerate alla stregua di bande armate.

L’invasione russa compattò la popolazione cecena intorno a Dudaev, visto come il campione dell’indipendenza nazionale. Anche i suoi oppositori, giunta la notizia dell’attacco, si schierarono con entusiasmo dalla parte dei separatisti e chiesero di arruolarsi come volontari. Nel giro di pochi giorni i piccoli contingenti al seguito di Maskhadov si gonfiarono al punto da raggiungere decine di migliaia di unità. Con questa massa d’urto (male armata, mal equipaggiata, ma dotata di una incrollabile forza di volontà) Maskhadov poté approntare una serie di linee difensive che, dalle montagne a Nord di Grozny, raggiungevano le gole dei torrenti montani del Sud, assicurando ai suoi uomini riparo, rifornimento e vie di fuga sicure.

Le unità principali  che abbiamo già citato furono tutte impiegate nella difesa casa per casa della capitale. La Guardia Presidenziale ne uscì quasi completamente distrutta, ma tenne in scacco, insieme alle unità volontarie che la fiancheggiavano, quasi quindicimila uomini dell’esercito federale. Alla fine della battaglia soltanto una quarantina di uomini sarebbero sopravvissuti, e soltanto 9 di loro avrebbero visto la fine della guerra. Anche gli uomini di Basayev, Gelayev e Dashayev si batterono fino all’ultimo. L’unità di Dashayev, in particolare, si rese protagonista di un eroico contrattacco all’altezza di Khankala, durante la quale le forze della ChRI ingaggiarono soverchianti forze nemiche prive dell’ausilio dell’aereonautica (distrutta al suolo nei primissimi giorni di guerra) e furono infine costrette a ripiegare. Durante lo scontro lo stesso Dashayev rimase ucciso.

Dopo la caduta di Grozny per l’esercito ceceno iniziò una serie di rovesci, principalmente causati dalla superiorità russa in uomini e mezzi, che in campo aperto si rivelò fatale: le unità cecene furono sottoposte a violenti bombardamenti aerei e d’artiglieria, e si ritirarono progressivamente verso le montagne. Qui riuscirono ad impegnare le forze federali per cinque mesi, prima che l’avanzare inesorabile delle brigate corazzate di Mosca imponesse loro il passaggio alla guerra partigiana. Nella tarda primavera del 1995 non esistevano più unità organiche in grado di manovrare una guerra convenzionale, ma una galassia di piccole bande partigiane arroccate sulle montagne, dalle quali queste discendevano per portare a termine limitati raids di disturbo e per sequestrare materiale bellico alle guarnigioni federali.

La prima svolta nel conflitto si ebbe tra il 14 ed il 19 Giugno 1995, quando elementi del Battaglione Ricognizione e Sabotaggio di Shamil Basayev presero il controllo della cittadina di Budennovsk, per poi asserragliarsi nell’ospedale cittadino e da lì negoziare un cessate – il – fuoco in Cecenia. L’operazione, dai chiari connotati terroristici, portò comunque il risultato politico sperato da Basayev, e nei mesi successivi le operazioni militari russe si interruppero dando modo e tempo ai ceceni di riorganizzare le loro unità in un fronte organico, e di programmare una campagna di attacchi per l’autunno successivo. Dall’Ottobre del 1995 i separatisti, sempre sotto il comando di Maskhadov, tormentarono le forze federali con attacchi a cadenza quotidiana, sondando la tenuta dei reparti nemici per tutto l’inverno. Nel Marzo del 1996, poi, si spinsero fin dentro Grozny, organizzando un raid dimostrativo durante il quale tennero in scacco le unità di mosca ed i reparti ceceni collaborazionisti per poi ritirarsi, impunite, nelle posizioni di partenza. La Morte di Dudaev, occorsa il 21 Aprile 1996, non determinò la caduta degli indipendentisti che anzi proseguirono le loro azioni con rinnovato vigore, fino ad organizzare un attacco in forze alla capitale nell’Agosto del 1996. L’azione, chiamata “Operazione Jihad” vide la disfatta dei russi e la fine delle ostilità, con la firma degli Accordi di Khasavyurt ed il ritiro delle truppe di Mosca (per approfondimenti leggi “Libertà o Morte: storia della Repubblica Cecena di Ichkeria” acquistabile QUI)..

Miliziani inquadrati nel Reggimento Galachozh festeggiano la riconquista di Grozny nell’Agosto 1996

LA CECENIA POSTBELLICA

Alla fine della guerra i ceceni erano sì vittoriosi, ma completamente a terra. Il paese era distrutto, l’economia inesistente, e le decine di migliaia di miliziani che avevano concorso alla vittoria non avevano alcuna altra occupazione che consentisse loro di reinserirsi nella società. Maskhadov, eletto Presidente della Repubblica nel Gennaio del 1997, tentò di riorganizzare lo Stato, ma si trovò ostaggio dei suoi stessi comandanti di campo, i quali non smobilitarono i loro reparti e li usarono come strumento di pressione politica per mantenere il paese nell’anarchia e, talvolta, assecondare la loro sete di potere. Maskhadov riorganizzò l’esercito in una piccola forza professionalizzata, la Guardia Nazionale, organizzata in tre battaglioni: il Primo, dedicato a Dudaev, il Secondo, intitolato a Dashayev, ed il Terzo, intitolato ad un altro “campione” dell’indipendentismo ceceno, Khamzat Khankarov. Basayev e Gelayev rimasero in armi con le loro milizie, affiancati da un’altra quarantina di “Generali di Brigata” (grado riconosciuto sia durante che dopo la guerra a quasi tutti i comandanti di una banda armata), i quali utilizzarono i loro reparti come milizie personali, talvolta leali al governo, talvolta sue avversarie.

Nel 1998 la situazione esplosiva della Repubblica, resa ancora più instabile dal passaggio di molti dei comandanti di campo al fondamentalismo islamico, esplose in una nuova guerra civile strisciante, la quale talvolta esplose in vere e proprie battaglie campali, come quella di Gudermes, nel Luglio del 1998. L’impossibilità di ridurre a ragione i capi militari della ChRI ed il timore di scatenare una seconda guerra civile costrinsero Maskhadov a venire a patti con gli esponenti del nazionalismo radicale (Basayev e Gelayev in primis) accettando una progressiva islamizzazione dello Stato. Forti di una sostanziale impunità, i leader islamisti organizzarono nell’Estate del 1999 un imponente raid in Daghestan, con l’obiettivo di esportare l’insurrezione antirussa ed incendiare tutto il Caucaso. La reazione di Mosca non si fece attendere, e nell’autunno dello stesso anno le forze federali invasero nuovamente la Cecenia, bombardandola a tappeto.

Unità dell’esercito regolare ceceno schierate durante una manifestazione nel centro di Grozny. Notare sullo sfondo i palazzi cittadini ridotti in macerie.
Cadetti della Guardia Nazionale sfilano allo Stadio Dinamo di Grozny in occasione delle celebrazioni per il Giorno dell’Indipendenza, 6 Settembre 1999

LA SECONDA GUERRA CECENA

Stavolta le forze della ChRI erano “regolari” soltanto sulla carta. Ben poco era rimasto delle unità organizzate prima del conflitto: la Guardia Presidenziale, ricostituita sotto Maskhadov, era un piccolo nucleo di giovani reclute, e la neonata Guardia Nazionale non aveva il potenziale per offrire una difesa professionale all’invasione. Le forze principali erano composte dalle vecchie milizie dei comandanti di campo i quali, con l’inizio delle ostilità, fecero in buona parte fronte comune con il governo. Alcuni comandanti di campo tuttavia decisero di sostenere la Russia e di prendere le distanze dal separatismo: Generali di Brigata di una certa importanza, come Ruslan Yamadaev, e leader politici e religiosi, come Akhmat Kadyrov, si dissociarono dalla causa separatista, adducendo la loro contrarietà alla deriva islamista che questa aveva preso. Le loro milizie si misero al servizio delle truppe federali, andando a costituire il nerbo dell’esercito fedele a Mosca (ruolo che conservano ancora oggi).

Ancora una volta Maskhadov organizzò la difesa incardinandola su Grozny, una “foresta di cemento” nella quale la superiorità tecnologica e numerica dei russi sarebbe stata fortemente compromessa. La difesa della città fu affidata ad Aslambek Ismailov, un altro dei Generali di Brigata vincitori della Prima Guerra Cecena. Insieme a lui operarono tutti gli “illustri” comandanti militari ceceni.: Gelayev, Basayev, ma anche Israpilov, Lecha Dudaev ecc. La battaglia infuriò dalla fine di Dicembre 1999 alla metà di Febbraio 2000, e durante gli scontri perì la maggior parte dei comandanti che avevano composto il vecchio esercito ceceno.

In questa foto alcuni dei più importanti comandanti di campo ceceni. Da sinistra a destra: Ruslan Gelayev, Doku Umarov, Abu al Walid (successore di Ibn Al Khattab) e Shamil Basayev

Alcuni riuscirono a scampare alla morte in una drammatica ritirata che portò loro ed i loro uomini nella Gola dell’Argun, ultima roccaforte separatista in campo aperto. Lo stesso Basayev, sopravvissuto alla battaglia ed alla ritirata, giunse nella gola gravemente ferito, dopo aver perduto un piede sopra una mina antiuomo. Nel Marzo del 2000 la roccaforte separatista dell’Argun venne espugnata, e le ultime due grandi unità dell’esercito della ChRI, al comando di Gelayev e dell’arabo Ibn Al Khattab, tentarono una sortita dalla valle. Entrambi i gruppi riuscirono ad uscire dall’assedio federale, ma a prezzo di perdite considerevoli: le unità al seguito di Gelayev furono coinvolte in una drammatica battaglia a Komsomolskoye, il 26 Marzo 2000, e per buona parte distrutte. Gelayev riuscì a mettersi in salvo con poche centinaia di uomini, varcando il confine con la Georgia ed estraneandosi dal conflitto finok al 2002. Le unità di Khattab riuscirono a sfondare l’anello federale ed a disperdersi nel sudest della Cecenia ma persero definitivamente la capacità di portare a termine azioni su larga scala (per approfondimenti leggi “Libertà o Morte: storia della Repubblica Cecena di Ichkeria” acquistabile QUI)..

Negli anni successivi i separatisti portarono avanti una logorante guerra partigiana, impegnando decine di migliaia di soldati russi ed alternando alle tattiche di Guerriglia vere e proprie azioni terroristiche. Autore principale della politica del terrore fu Basayev, autore de Raid di Budennovsk durante la Prima Guerra Cecena, il quale continuò a sostenere fino all’ultimo la necessità di “portare la guerra in Russia” come unico metodo per porvi fine. Le originarie unità “regolari” dell’esercito, nel frattempo, si riorganizzarono “Jamaat”, ovvero “comunità”. Non esistendo più un fronte stabile, e neanche uno stato secolare da difendere, la maggioranza dei guerriglieri ceceni iniziò a concepirsi come parte di un esercito di combattenti religiosi. Il fondamentalismo pervase l’etica e la retorica dei combattenti, i quali progressivamente si disaffezionarono all’ideale nazionalista abbracciando quello dell’insurrezione islamica. Dopo la morte di Maskhadov, il 08/03/2005 il potere passò al suo suo successore, Abdul Halim Sadulayev, studente islamico e sostenitore della trasformazione della Repubblica Cecena di Ichkeria in un emirato islamico. Sotto di lui le forze armate cecene si fusero con le bande armate islamiche attive in tutto il Caucaso, costituendo una forza armata chiamata Fronte Caucasico. Fu la premessa della fine dell’esercito della ChRI. Dopo la morte di Sadulayev, il 16/06/2006 il potere fu trasferito al suo “Naib” (successore) Doku Umarov il quale trasformò definitivamente la ChRI in una provincia (Vaylat) dell’Emirato del Caucaso Settentrionale, del quale si proclamò Emiro. Da quel momento le forze armate della ChRI cessarono di esistere anche virtualmente.

Portale storico sulla Repubblica Cecena indipendente dal 1991 al 2007

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