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L’ANGELO NERO SULLE MONTAGNE: LA BATTAGLIA DELLA GOLA DI KERIGO

DA KOMSOMOLSKOYE A PANKISI

A seguito della Battaglia di Komsomolskoye (5 – 20 Marzo 2000) Ruslan Gelayev, uno dei più audaci ed agguerriti comandanti dell’esercito della ChRI, riparò in Georgia con i resti delle sue unità, trovando riparo in una piccola gola abitata prevalentemente da Ceceni, la celebre Gola di Pankisi. Qui “L’angelo nero” installò il suo quartier generale, raccogliendo reduci e fuggiaschi ed instaurando una sorta di piccolo potentato personale, dal quale avrebbe più volte avviato campagne militari in Cecenia, in Inguscezia ed in Abkhazia.

Uomini di Gelayev si arrendono ai federali al termine della Battaglia per Komsomolskoye (2000)

Giunto a Pankisi nell’autunno del 2000, Gelayev passò tutto l’anno successivo a ricostituire le sue forze, abbandonando apparentemente il campo di battaglia e subendo, per questo, il biasimo del Presidente Maskhadov, il quale lo privò di tutti i suoi poteri e lo degradò con formale decreto. Fino alla primavera del 2002 il comandante ceceno rimase a Pankisi, studiando il modo migliore per tornare in Cecenia. Il rientro sul campo di battaglia era possibile soltanto attraverso l’Inguscezia (strada che aveva già percorso nel 2000, quando si era ritirato) o tramite la gola di Kerigo, la quale collegava direttamente Pankisi alla cittadina cecena di Baskhoy. Il primo percorso era più agevole, ma anche più pericoloso: durante la ritirata Gelayev  aveva perduto decine di uomini, trovandosi spesso in campo aperto sotto il fuoco dell’aereonautica federale ed incalzato dai mezzi blindati di Mosca. Inoltre, una volta arrivati in Cecenia, i gelayeviti avrebbero dovuto aprirsi un varco dalle pianure verso le montagne, rischiando di essere facilmente intercettati e distrutti. Il passaggio montano attraverso Kerigo appariva più sicuro, ma d’altra parte era molto più difficile da affrontare: non esistevano strade carrabili sicure (l’unica strada di una certa portanza era la Itum –  Khale / Shatili, stabilmente occupata dai russi fin dalla fine del 1999 – Per approfondire LEGGI QUI) e gli uomini di Gelayev avrebbero dovuto affrontare la traversata a piedi, trasportando in spalla, o a dorso di mulo, tutto ciò che sarebbe servito loro. D’altra parte, una volta sbucati in Cecenia, i Gelayeviti si sarebbero trovati in posizioni più favorevoli, ed avrebbero potuto facilmente ricongiungersi con gli uomini di Maskhadov che ancora combattevano nel sud montagnoso.

Militanti avanzano nella neve

LA VIA DELLE MONTAGNE

A confortare l’ipotesi di un passaggio attraverso le montagne c’era un felice precedente:  nell’estate del 2001 un altro comandante di campo, Magomed Tsagaraev, era riuscito a passare da Pankisi alla Cecenia attraverso la Gola dello Sharoargun, poco distante da Kerigo, con un gruppo di 60 uomini. La traversata non era stata facile, e le guardie di frontiera russe avevano intercettato ed ucciso alcuni dei suoi, ma Tsagaraev era comunque riuscito a passare con quasi tutti i suoi effettivi, raggiungendo con successo la zona di combattimento (salvo poi finire ucciso in una sparatoria poche settimane dopo). Gelayev era convinto di poter aprire una vera e propria rotta montana attraverso la quale far affluire alla spicciolata piccoli gruppi di 40/50 militanti per volta, eludendo la debole sorveglianza offerta dai servizi di frontiera federali (i quali avevano grosse difficoltà ad operare efficacemente in quell’area così brulla e frastagliata) e portando centinaia di uomini sulle montagne cecene entro l’inverno.

Nei mesi precedenti  il comandante ceceno inviò parecchie pattuglie in ricognizione, con lo scopo di mappare la posizione delle guardie di frontiera e seguire i loro spostamenti. Durante una di queste ricognizioni una pattuglia di Gelayev fu intercettata dai federali: i militanti si qualificarono come cacciatori, ma il fatto che fossero armati con fucili mitragliatori rese chiaro quale fosse lo scopo delle loro “battute di caccia”. I federali ebbero così piena consapevolezza che Gelayev stesse organizzando qualcosa, ed intensificarono la sorveglianza. Ciononostante l’Angelo Nero decise di procedere ugualmente, e nei primi giorni di Luglio guidò il primo distaccamento sulle montagne. La presenza dei gelayeviti non passò inosservata, ed il 21 Luglio i ceceni furono avvistati: con loro portavano armi da guerra, lanciagranate e perfino armi portatili terra – aria. Il 27 Luglio un primo reparto federale composto da una ventina di uomini, agli ordini del Maggiore Popov, intercettò una pattuglia avanzata cecena e si mosse a neutralizzarla. Il comando federale supportò l’azione inviando elicotteri da combattimento, e nel giro di poche ore combattimenti si accesero in tutta la gola. Popov aveva sottostimato l’entità delle forze nemiche, pensando di trovarsi davanti al massimo una decina di militanti, ma il rabbioso fuoco di risposta che ricevette, diretto anche contro gli elicotteri, rese presto chiaro che Gelayev aveva portato con sé svariate decine di uomini.

Ruslan Gelayev (al centro, in nero) circondato dai suoi uomini

LA BATTAGLIA

Non potendo procedere oltre per via della accanita resistenza dei militanti, Popov, optò per assumere una posizione difensiva e chiamare rinforzi: nel giro di alcune ore giunsero sul campo di battaglia alcune unità di mortaio che presero a bombardare le posizioni tenute dai gelayeviti. Il bombardamento fu efficace, e nel giro di poche ore produsse lo sbandamento della forza cecena. I russi presero ad avanzare, raggiunsero le posizioni nemiche e le assaltarono, prendendo cinque prigionieri e rinvenendo i resti di parecchi militanti. I prigionieri confermarono che la loro unità, composta da una venticinquina di uomini era l’avanguardia di un gruppo più corposo. I federali catturarono parecchie armi di ottima fattura, tra le quali 5 MANPADS.

Era chiaro che il reparto che era stato attaccato e distrutto dai russi non era né l’unico, né il più consistente, così le truppe federali continuarono ad affluire in zona, tentando di intercettare gli altri. Stavolta, tuttavia, le bande di Gelayev erano penetrate nei boschi circostanti la gola, e per stanarli sarebbe servita una lunga caccia all’uomo senza la copertura dell’artiglieria e dell’aereonautica. Reparti russi e ceceni si scontrarono nelle ore seguenti, in un complesso gioco di imboscate e sganciamenti durante il quale i reparti avversari giunsero a scontrarsi a distanza molto ravvicinata. In uno di questi scontri lo stesso Maggiore Popov rimase ucciso, probabilmente da un colpo di cecchino. Al calar del sole, Gelayev capì che anche se fosse riuscito ad aver ragione delle truppe federali (le quali, comunque continuavano ad affluire copiosamente) non avrebbe avuto alcuna possibilità di uscire dalla gola. Avendo perduto l’effetto sorpresa, e non potendo competere con i federali in campo aperto, decise quindi di far ritorno a Pankisi.

Mitragliere di Gelayev

Al termine della battaglia giacevano sul campo di battaglia almeno 25 militanti. Per parte sua l’esercito di Mosca aveva patito 8 morti e 7 feriti. Nei giorni seguenti i russi tentarono di intercettare i gelayeviti in ritirata, e secondo quanto dichiarato dal comando federale un altro contingente ceceno fu individuato, attaccato e distrutto prima che riuscisse ad attraversare il confine. Il fallimento dell’operazione convinse Gelayev a rientrare in Cecenia attraverso l’Inguscezia.

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9 – 11/01/2000: IL CONTRATTACCO DEI LUPI – La Battaglia DI ARGUN

Agli inizi di Gennaio del 2000 le forze federali avevano stretto Grozny sotto assedio. Per quanto i separatisti controllassero ancora la gran parte della città, la chiusura del fronte alle loro spalle aveva interrotto i rifornimenti che dalla gola dell’Argun e dalle altre regioni montuose della Cecenia raggiungevano le retrovie poste nei quartieri meridionali della capitale cecena. Nel tentativo di riaprire un corridoio utile a ripristinare i collegamenti, Maskhadov decise di lanciare una controffensiva in quello che sembrava essere il punto più debole dello schieramento federale: il cosiddetto “Triangolo” costituito dalle cittadine di Shali, Argun e Gudermes. L’azione sarebbe stata portata avanti dai raggruppamenti di Basayev, che avrebbe mosso una sortita da dentro Grozny verso Argun, e da Khattab, che avrebbe mosso dalla gola verso la cittadina. Una volta presa Argun, le forze separatiste avrebbero dovuto procedere verso Gudermes, impegnando i federali per il tempo necessario a far giungere a Grozny i rifornimenti necessari a proseguire l’assedio. Due raggruppamenti minori, guidati da Salambek Arsaev, e Ramzan Akhmadov, avrebbero fiancheggiato le due azioni principali: Arsaev avrebbe dovuto prendere Shali, mentre Akhmadov si sarebbe installato a Mesker – Yurt. In questo modo i due avrebbero presidiato i centri di collegamento tra le posizioni separatiste e la cittadina di Argun, tenendo aperto il corridoio più a lungo possibile. A confortare le speranze di Maskhadov c’era la percezione che l’anello di unità federali disposte a sud di Grozny non fosse così impermeabile: il 3 Gennaio, infatti, il raggruppamento al seguito del comandante di campo Arbi Baraev era riuscito ad eludere l’accerchiamento a Sud  – Ovest della città, raggiungendo incolume Alkan – Khala e da qui attraversando il Sunzha fino ad Alkhan – Yurt.

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POSIZIONAMENTO

I reparti della ChRI impiegati per l’operazione furono messi in moto nella notte tra il 5 e il 6 Gennaio. Il primo a manovrare fu Akhmadov, al comando di un centinaio di uomini. Dopo essersi raggruppato all’imbocco della Gola di Argun, il suo gruppo si diresse su Mesker  -Yurt. Tuttavia, a causa del tempo avverso (nevicava copiosamente) e del fatto che gli uomini si muovessero in piena notte per evitare di essere individuati fece sì che anziché raggiungere l’obiettivo designato, Akhmadov si ritrovò nei dintorni del vicino villaggio di Germenchuk, qualche chilometro più a sud. Presa la strada per raggiungere Mesker – Yurt, lui e i suoi uomini si trovarono alle prime luci dell’alba a metà strada tra i due villaggi, e decisero così di acquartierarsi in un’area industriale semiabbandonata, dove avrebbero potuto attendere nuovamente il calare del buio per rimettersi in viaggio. Qui i militanti furono notati da alcuni civili, i quali presumibilmente allertarono le autorità federali. Pensando che si trattasse di un piccolo gruppo di sequestratori il comando russo inviò un plotone a “ripulire” l’area, ma questo venne ben presto ingaggiato e sopraffatto dagli uomini di Akhmadov. Un piccolo reparto di rinforzo giunto in soccorso fu costretto a ripiegare sotto il tiro dei lanciagranate. Oltre a 3 morti il plotone patì anche la presa di tre prigionieri, due dei quali sarebbero morti in cattività nelle settimane successive. Dopo aver respinto l’avanguardia federale Akhmadov si sbrigò a sloggiare dal suo nascondiglio, prevedendo l’arrivo di forze più consistenti appoggiate da carri armati. Queste effettivamente giunsero sul posto la mattina dopo, solo per constatare che i separatisti avevano già lasciato la posizione per iniziare il raid su Argun. Gli altri raggruppamenti al seguito di Khattab e Arsaev si posizionarono correttamente senza incontrare problemi: alcuni dei militanti giunsero in città nottetempo, altri si mischiarono alla popolazione e presero posizione ad Argun attendendo l’avvio dell’operazione.  

Video girato dai separatisti che mostra la situazione appena terminati gli scontri con le avanguardie federali nell’area industriale a nord di Germenchuk

L’ATTACCO

La mattina del 9 Gennaio tutte le unità si attivarono, prendendo rapidamente il controllo di Argun: le unità federali furono assediate nelle loro basi, mentre i separatisti occupavano l’area prospicienti la stazione ferroviaria, il ponte sul fiume Dzalkha, via d’accesso alla città da Est, e la strada di collegamento tra i villaggi di Mesker – Yurt e Tsotsin – Yurt. Gli uomini di Arsaev presero posizione a Shali. Circa 500 uomini armati, sotto l’abile direzione di Maskhadov e guidati sul campo da comandanti esperti, presero di sorpresa la guarnigione federale, anch’essa ammontante a non meno di 500 uomini ma per lo più concentrata nelle basi di acquartieramento. Lo scopo dei separatisti non era quello di annientare il contingente russo, quanto quello di costringerlo ad asserragliarsi sulle sue posizioni in modo da poter aprire la strada ai rifornimenti per la guarnigione di Grozny. Così sia i reparti appostati intorno alla stazione, sia quelli schierati intorno alla base militare di Argun mantennero un costante fuoco intimidatorio che costrinse i difensori a rimanere fermi, mentre le altre unità di Maskhadov prendevano posizione ad aprivano il varco. Le unità che si trovavano a passare nei paraggi finirono sotto i colpi dei lanciagranate. Alcuni reparti isolati tentarono di penetrare in città per dare man forte ai difensori, ma furono anch’essi sommersi dal tiro dei militanti.

Mentre ad Argun si consumavano le prime fasi dell’attacco, negli altri quadranti dell’operazione gli uomini di Maskhadov si preparavano a difendere le posizioni. Gli uomini di Akhmadov, raggiunta Meskher – Yurt, si posizionarono all’altezza del ponte sul fiume Dzhalka, dove intercettarono una colonna federale che si stava avvicinando al villaggio. L’attacco, quasi interamente ripreso dai suoi propagandisti, fu guidato da Khattab in persona: morirono almeno 17 miliari federali, e certamente di più furono i feriti. Non sono note le perdite tra i separatisti, anche se probabilmente non furono ingenti, data la totale impreparazione della colonna russa, la quale non stava muovendo consapevole dell’attacco.  Successivamente agli eventi Khattab avrebbe dichiarato l’uccisione di “centinaia” di soldati russi. La realtà è certamente diversa, ma sicuramente l’azione fu un pieno successo dei militanti. Una delle ultime vittorie sul campo prima della caduta di Grozny.

Ricostruzione grafica della Battaglia di Argun. Il rettangolo azzurro in alto a sinistra è la stazione ferroviaria, quello nel centro è il Quartier Generale delle forze federali in città. Le frecce arancioni segnano i punti nei quali i separatisti ingaggiarono i reparti inviati di soccorso, respingendoli.

IL FIASCO DI SHALI

A Shali, nel frattempo gli uomini di Arsaev erano entrati in azione, assediando la piccola guarnigione federale nella sua base. La cittadina era considerata il centro più facile da prendere, sia perchè era il più geograficamente vicino alle posizioni separatiste, sia perchè era il centro meno presidiato tra i tre. Tra i separatisti vi era la convinzione che le poche unità a difesa della base locale si sarebbero facilmente arrese se gli attaccanti avessero mostrato sufficiente forza. Di questo sembrava fermamente convinto Arsaev.

Dopo aver circondato il distaccamento nemico i separatisti inviarono un ultimatum, tramite il Capo di Stato Maggiore del reparto, Abdul Malik Mezhidov, invitando i russi ad arrendersi. Ricevuto un secco rifiuto dai difensori, i militanti rimasero ai margini della base avendo cura che il nemico non tentasse sortite. A poca distanza dalla base Arsaev organizzò una dimostrazione con i suoi uomini, schierandoli in piazza ed accogliendo anche numerosi simpatizzanti civili, volendo così dimostrare sia la fedeltà della popolazione ai separatisti, sia il numero dei suoi uomini, in grado di superare i federali di quattro o cinque volte. Il comandante della guarnigione russa decise allora di tentare una carta poco ortodossa, al limite (anzi, oltre il limite) del concesso. Consapevole di rischiare una strage di civili, chiese il supporto dell’artiglieria missilistica, la quale lanciò con estrema precisione un potente missile Tochka – U , in grado di polverizzare un intero edificio. Il missile centrò in pieno il raduno di Arsaev, provocando la morte di decine di militanti e di altrettanti civili. Non è dato sapere in quanti morirono, ma certamente non è assurda l’ipotesi che a perdere la vita fu almeno un centinaio di persone, in buona parte militanti separatisti. Diverse centinaia furono i feriti, tra i quali sicuramente moltissimi civili.

Arsaev tentò di vendicare l’azione lanciando rabbiosi attacchi contro la base federale, ma l’intervento dell’artiglieria, guidata sul campo dai difensori, impedì che i separatisti facessero progressi e scoraggiò molti di loro, i quali presero a ritirarsi fuori dalla città. I limitati successi ottenuti da Khattab ad Argun furono quindi rapidamente vanificati, ed i separatisti dovettero presto evacuare i loro obiettivi.

Video amatoriale che mostra i resti dei caduti federali durante gli scontri ad Argun

LA RISPOSTA RUSSA E LA FINE DELL’OFFENSIVA

L’avanzata di Basayev, in concomitanza con lo spostamento di unità federali intenti ad avanzare nei quartieri sud – orientali della città, aprì un corridoio che per due giorni permise l’arrivo di rifornimenti alla capitale assediata. Il sopraggiungere delle unità inviate da Mosca a chiudere il passaggio costrinse i reparti della ChRI ad indietreggiare, per poi disperdersi tra le colline e ricongiungersi nella Gola di Argun. Basayev, con i suoi uomini, rientrò in città, dove avrebbe sostenuto l’assedio fino alla fine di Gennaio. Le perdite russe ammontarono a più di ottanta morti e almeno un centinaio di feriti, ma i ceceni lasciarono sul campo almeno il doppio degli uomini, in buona parte combattenti di valore. Sul piano tattico, quindi, l’operazione fu un completo fallimento, e se servì a ritardare di quattro o cinque giorni l’assalto finale russo a Grozny, costò la vita a molti buoni combattenti ed un indurimento delle condizioni dei civili: per ordine del Comandante in Capo Kazantsev da ora in avanti soltanto i maschi al di sotto dei dieci anni o al di sopra dei sessanta sarebbero stati considerati rifugiati, e tutti gli altri avrebbero dovuto essere considerati “sospetti terroristi. D’altra parte l’offensiva ebbe un importante effetto propagandistico: per la prima volta dall’inizio della Seconda Guerra Cecena i separatisti erano tornati a prendere l’iniziativa, occupando due delle principali città del Paese e dimostrando all’opinione pubblica di essere ancora in grado di mettere in crisi la macchina bellica federale.

IBN AL – KHATTAB: MEMORIE DI UN TERRORISTA (PARTE 3)

l-Suwaylim: “Memories of Amir Khattab: The Experience of the Arab Ansar in Cecenia, Afghanistan e Tagikistan”. Dai più conosciuto come Emir Al Khattab, è stato il più celebre “Comandante di Campo” della guerriglia cecena, mettendo in atto alcune delle più audaci azioni di guerra contro l’esercito russo, e rendendosi parimenti responsabile di alcuni tra i più odiosi atti terroristici che abbiano macchiato il suolo del Caucaso. Fervente islamista, fu tra i promotori della “svolta fondamentalista” della resistenza cecena, preparando centinaia di giovani combattenti al “martirio” e costituendo l’organizzazione alla base dell’autoproclamato “Emirato Islamico”. In questa sede pubblichiamo alcuni stralci dell’intervista. Chiariamo subito che il nostro intento non è quello di glorificare una figura di Al Khattab, di giustificarne le azioni o di supportare il radicalismo islamico (come specificato nella sezione “Mission” di questo blog). Nel nostro trattare l’argomento della Repubblica Cecena di Ichkeria non possiamo ignorare la voce di questa parte della “resistenza” che fu così fondamentale per l’evoluzione confessionale della ChRI. Per questo, e per nessun altro motivo, riportiamo alcuni stralci del libro di Ibn Al Khattab. In appendice il racconto della sua morte nelle parole di uno dei suoi più leali Mijahideen, Abu Al – Walid.

LA SECONDA JIHAD

Le operazioni militari sono di nuovo iniziate in Cecenia, ed abbiamo iniziato per prepararci a difendere la regione settentrionale di Shelkovsky, le colline a Nord di Grozny ed il Distretto di Urus – Martan. Su questi fronti si trovavano i nostri fratelli Ramzan Tsakaev, Ramzan Akhmadov e Yakub Al -Hamidi. Sul fronte occidentale c’era il nostro fratello Abu Al Walid, che si trovava ad Argun insieme ad altri gruppi, a Grozny c’erano i fratelli Abu Zarr “Herat” e “Bagram” Ismail, che Allah abbia pietà di lui. E nostro fratelloa Abu Jafaar a Serzhen Yurt. Le operazioni iniziarono. […]

[Dopo l’assedio di Grozny, ndr] Molte sono state le difficoltà a Shatoi, una delle regioni più importanti della Cecenia dal punto di vista militare. Questa è una zona montuosa e una volta che hai preso il controllo delle strade e delle alture, è finita. Ma faceva molto freddo, e nevicava. I Muhajideen erano esausti e malati ed era difficile radunare le persone e prepararsi. Abbiamo tenuto uno shura [consiglio, ndr] al quale hanno partecipato Gelayev, Shamil [Basayev] Arbi [Baraev] e Ramzan [Akhmadov]. Abbiamo detto loro di prendere il controllo delle montagne prima che i russi vi atterrassero. Loro risposero: “Abbiamo bisogno di una settimana per riposare”. Così i russi atterrarono. Il primo gruppo sbarcò in un’area circoscritta e gradualmente iniziò ad occupare il territorio circostante. Dopo che presero le alture divenne difficile rimanere in quella zona. […]

Da sinistra a destra: Abu Al – Walid, Shamil Basayev, Ibn Al – Khattab e Ramzan Akhmadov

L’ASSEDIO DI GROZNY

Luscita da Grozny fu molto difficile, poiché il numero dei Mujahideen era di oltre 3000 persone e l’errore più grande in questo case fu che tutti i gruppi iniziarono a partire contemporaneamente. Così facendo fecero capire ai russi che stavano lasciando la città, e questi iniziarono a minare l’area. La sortita fu guidata da Shamil [Basayev] e Arbi [Baraev], i quali posizionarono gruppi di sicurezza nelle zone di raccolta dei MIjahideen. Tuttavia tali gruppi attirarono l’attenzione dei russi i quali, dopo essersi conto di cosa stava succedendo, li minarono ed iniziarono ad aspettare. Quando i Mujahideen iniziarono ad andarsene, molti furono fatti saltare in aria dalle mine, tra i quali Shamil, il suo vice Khunkharpasha, così come il comandante in capo di Grozny Aslambek [Ismailov, ndr.] il quale fu ucciso da un colpo di mortaio. […] Fu preso chiaro che il terreno era disseminato di mine a pressione. I feriti furono raccolti e, nonostante le ferite, continuarono a camminare.

Shamil chiese 20/30 volontari per attraversare il campo minato e liberare il sentiero. Tutti tacevano e nessuno si offrì volontario. Allora disse: “Andrò io”. Dopo essere saltato su una mina richiamò la gente all’ordine. Gli andò dietro uno dei parenti di Dzhokhar Dudaev, di nome Lechi [Lechi Dudaev, sindaco di Grozny allo scoppio della Seconda Guerra, ndr.] il quale fu ucciso da una mina, dopodiché fu la volta di Khunkarpasha. Costoro spianarono la strada ai Mujahideen i quali, lasciando Grozny, entrarono nel villaggio di Ermolovka. I russi bombardarono il villaggio con l’artiglieria. Poi entrarono in un altro villaggio, poi in un terzo, e così via fino a raggiungere le montagne. Ricevemmo la notizia che c’erano morti e feriti tra gli emiri e ci fu richiesto di inviare trattori e camion per aiutarli. Lo spirito del Mujahideen tornò alto quando seppero che Khattab stava inviando loro 40 camion e trattori, con provviste e cibo. Molti di loro, felicissimi per la notizia, dissero che avrebbero continuato a camminare finchè non ci avessero trovati. […] Quando ho visto Shamil ferito sono scoppiato in lacrime, ma lui al contrario era di buon umore e, ridendo, ha detto: “I russi mi hanno fatto un regalo! Ora, se dovrò attraversare un campo minato, sarà molto più facile per me!” […].

LA GOLA DI ARGUN

Dopo che i russi presero il controllo delle zone montuose, incontrai i fratelli e dissi loro: “Se non usciamo da questa cona i russi inizieranno a restringere l’accerchiamento, e la situazione non farà che peggiorare”. I nemici di alla cominciavano a dire “La finiremo con loro entro una settimana, e mostreremo i corpi dei mercenari”, facendo l’elenco dei vari comandanti. […] Descrivevano la situazione come se avessero già finito con noi.

Uscimmo da Shatoi con grande difficoltà. […] Uscimmo di notte, scalammo un’alta montagna per poi scendere in una profonda gola. […] Pensavo che nella colonna ci sarebbero state dalle 500 alle 700 persone, ma si scoprì presto che c’erano ben 1250 Mujahideen con noi. Fu molto difficile organizzare i gruppi. Nominammo un Emiro pe ogni gruppo, ma non li conoscevamo bene tutti. […] Quando iniziò la sortita notai che la colonna era come un alveare: conversazioni, urla, ecc. Iniziai a mettere ordine nei gruppi, comunicando con gli emiri. Dissi loro: “Non accendete fuochi. I russi sono ovunque, se scoprono la nostra posizione bruceranno la terra qui.” Alcuni sentirono il mio ordine, altri no. Ma faceva molto freddo, era impossibile dormire la notte e durante il giorno non potevamo, perché dovevamo andare avanti. Rimanemmo affamati, infreddoliti e fradici per 4/5 giorni senza sosta. Non potevamo toglierci le scarpe ed i nostri piedi erano bianchi perché il sangue aveva smesso di scorrere dentro di essi. Faceva un freddo insopportabile e un giovane cominciò ad accendere un fuoco. […].

Ibn Al – Khattab nella foresta

I fratelli iniziarono ad ammalarsi, sopraggiunse la diarrea, la loro pelle divenne pallida per il freddo e la fame e le loro labbra si screpolarono. Iniziammo a cercare una via d’uscita ma i russi erano su ogni collina, con le loro migliori forze le “forze speciali”. Annunciarono di essere pronti a schiacciare i criminali terroristi. Erano molto ben preparati a questo. Avevano vestiti, tende, stufe, come se fossero in un albergo a cinque stelle. Avevano tutto, mentre noi giravamo di foresta in foresta. Radunai i combattenti nella gola e dissi loro di appiccare un fuoco. Nelle vicinanze c’era un villaggio in rovina abbandonato dagli abitanti. Alcuni Miujahideen vi entrarono e iniziarono a mangiare ciò che c’era rimasto: polli, mucche, senza lasciare nulla indietro. I russi bruciavano villaggi e uccidevano persone ogni giorno, saccheggiavano villaggi, penetrandovi a notte fonda. Li inseguimmo, e prendemmo solo ciò di cui avevamo bisogno, dicendo: “Inshallah, poi restituiremo tutto”.  […].

LA SORTITA

Abbiamo iniziato ad uscire dalla gola. Sono passati 18 giorni e solo Allah sa in quale stato ci trovassimo. […] Allah ha ordinato di attaccare i russi al mattino. Li abbiamo attaccati da 15 metri e i russi avevano paura di sporgere la testa. I Mujahideen uccisero più di cinquanta infedeli. Distruggemmo due gruppi d’assalto, mentre il governo russo annunciava che i leader dei Mujahideen erano stati uccisi. Siamo andati avanti. […] Dopo aver ucciso tutti i russi in questa battaglia, questi iniziarono a bombardarci intensamente ed a spararci contro con l’artiglieria, e molti fratelli furono uccisi. Ci dividemmo in grandi gruppi. […] Il bombardamento era sempre più intenso, cercai di incontrare Shamil, ma non riuscii a farlo, la maggior parte degli emiri erano feriti o esausti. Ci siamo resi conto che la situazione era fuori controllo e che gli uomini, che pure continuavano a muoversi, lo stavano facendo di propria iniziativa, a caso. 

[Dopo aver individuato un sentiero libero dai russi e dalle mine] Ho informato subito mio fratello Shamil [Basayev] e subito ci siamo incamminati su quel sentiero. […] Continuammo a camminare fino a mezzanotte lungo la stessa strada che avevamo preso prima. La strada era piena di Mijahideen. […] Per Allah, donne e bambini hanno pianto quando hanno visto lo stato dei Mujahideen. Molti non potevano camminare e venivano trasportati. Ricordo come i fratelli portavano lo sceicco Abu Umar sulle spalle. Altri erano molto malati. Avevano le gambe rotte, molti di loro avevano perduto le scarpe, essendo rimasti bloccati nel fango, e camminavano a piedi nudi sul ghiaccio. I loro piedi erano così gonfi che non erano in grado di indossare scarpe nuove.

Khattab a cavallo

APPENDICE – LA MORTE DI KHATTAB

Le memorie di Ibn Al – Khattab non raccontano soltanto gli eventi da lui vissuti, ma contengono anche una serie di “consigli” e indicazioni sia di natura religiosa che militare, che in questa sede evitiamo di trascrivere (nella sezione BIBLIOGRAFIA è comunque presente il link al documento completo in lingua russa).

Nel Marzo 2002 Khattab fu raggiunto da una lettera avvelenata, spirando nel giro di poche ore. Il resoconto del suo omicidio è reso da uno dei suoi più fedeli segueci, Abu Al Walid Al – Hamidi (conosciuto ai più semplicemente come Abu Al Walid):

“I nemici di Allah stavano pianificando questa vile operazione da un anno, e loro stessi lo hanno ammesso. Sono convinto che sia così, perché uno degli accusati dell’omicidio di Khattab lavorava con lui da un anno, e molti fratelli avevano avvertito l’Emiro che questi lavorava per i servizi speciali. […] Khattab si comportava con molta attenzione, li incontrava raramente e lontano dalle basi. Sembravano necessari per il trasporto di materiali poiché, nonostante la presenza di persone più affidabili che portavano la posta all’estero,  questi due erano i più veloci e coraggiosi. La situazione rimase così per diversi mesi, fecero un buon lavoro e conoscevano tutte le rotte che usavamo per spedire cose all’estero. […] Questi due portavano denaro, lettere, apparecchi radio dai paesi vicini e quando venne il momento, prepararono del veleno e lo misero in una delle lettere dei fratelli arabi. […] Portarono queste lettere con alcune cose e, consegnandole alle guardie di Khattab, dissero che tra queste cose c’erano lettere molto importanti, che avrebbero dovuto essere consegnate a Khattab il prima possibile. Naturalmente questi fratelli, rischiando la propria vita, furono immediatamente mandati a consegnare le lettere, e caddero in un’imboscata, dove uno di loro fu ucciso. Gettando tutte le loro cose, presero solo una borsa con le lettere pensando che ci fosse qualcosa di molto importante dentro, non immaginando che là dentro ci fosse il destino del loro comandante e amato amico. Sono arrivati da Khattab, e come al solito egli iniziò a sfogliare le lettere, così fu il primo a prendere la lettera scritta in arabo. […].

Il cadavere di Khattab subito dopo l’avvelenamento

Dopo alcuni minuti si sentì stordito, la sua vista si offuscò. Dal momento che stava digiunando pensò che ciò fosse causato dal digiuno, così si sdraiò per un po’. Dopo qualche minuto tornò a leggere la lettera, ma non riusciva a leggerne il testo e così, sentendosi molto stanco, andò a letto e dormì fino all’alba. Dopo la preghiera, cominciò a sentire la mancanza d’aria e una nebbia negli occhi. Disse a coloro che erano con lui di raccogliere rapidamente le cose nel caso avessero dovuto andarsene rapidamente. […] Quando arrivò il momento di pregare non riuscì a condurre la preghiera. Dopo di chè il dolore si intensificò […]. Poi tacque e svenne. […] Quando il dottore arrivò, dopo un lungo e pericoloso viaggio, ed ebbe esaminato Khattab versando sudore, si rese conto che si trattava di sintomi da avvelenamento. Chiese ai fratelli cosa avesse mangiato, loro risposero che mangiavano tutti dallo stesso piatto, e che bevevano dallo stesso recipiente, e che non mangiava né beveva separatamente da molto tempo. Ma si ricordarono della lettera. Il medico, dopo averla esaminata, confermò che era avvelenata e disse a tutti coloro che l’avevano avuta tra le mani di lavarsi accuratamente. […] La mattina dopo lo seppellirono in un luogo sicuro e giurarono di non dire a nessuno della sua morte e del suo luogo di sepoltura finchè non lo avessi saputo.

IBN AL – KHATTAB: MEMORIE DI UN TERRORISTA (PARTE 2)

l-Suwaylim: “Memories of Amir Khattab: The Experience of the Arab Ansar in Cecenia, Afghanistan e Tagikistan”. Dai più conosciuto come Emir Al Khattab, è stato il più celebre “Comandante di Campo” della guerriglia cecena, mettendo in atto alcune delle più audaci azioni di guerra contro l’esercito russo, e rendendosi parimenti responsabile di alcuni tra i più odiosi atti terroristici che abbiano macchiato il suolo del Caucaso. Fervente islamista, fu tra i promotori della “svolta fondamentalista” della resistenza cecena, preparando centinaia di giovani combattenti al “martirio” e costituendo l’organizzazione alla base dell’autoproclamato “Emirato Islamico”. In questa sede pubblichiamo alcuni stralci dell’intervista. Chiariamo subito che il nostro intento non è quello di glorificare una figura di Al Khattab, di giustificarne le azioni o di supportare il radicalismo islamico (come specificato nella sezione “Mission” di questo blog). Nel nostro trattare l’argomento della Repubblica Cecena di Ichkeria non possiamo ignorare la voce di questa parte della “resistenza” che fu così fondamentale per l’evoluzione confessionale della ChRI. Per questo, e per nessun altro motivo, riportiamo alcuni stralci del libro di Ibn Al Khattab.

LA GUERRA

Ricordo quello che mi disse Shamil Basayev: “Inshallah, la guerra finirà in pochi giorni, e vinceremo.” Io risposi: “La guerra finirà soltanto se sconfiggiamo i russi e li cacciamo”. Lui mi dette una pistola con silenziatore e mi disse: “Tienila con te. So che non è facile per te. Quando ero in Abkhazia, la gente ha iniziato a negoziare. E’ stato difficile per noi uscire da questi negoziati, soprattutto dopo la morte di tanti Mujahideen. Potrebbe essere difficile per te ma, inshallah, non agiremo come hanno fatto gli abkhazi”. Queste cose per me non erano ancora chiare. Poi ci fu un’operazione a Bodennovsk, in Russia, ed i russi dovettero risolvere questo problema attraverso i negoziati. Lo spirito della Jihad rivisse nelle persone con rinnovato vigore. Successivamente iniziai a chiedere agli uomini di elaborare un programma, di acquistare armi e munizioni. Durante i 4 mesi del periodo di negoziazione riuscimmo a prepararci.

Successivamente i russi annunciarono di voler tenere le elezioni presidenziali in Cecenia, dichiarando che a seguito di queste si sarebbero ritirati dalla repubblica. Alle elezioni parteciparono anche i militari russi, il cui numero aveva raggiunto mezzo milione, mentre l’intera popolazione della Cecenia era inferiore al milione e mezzo di persone. Naturalmente i russi vinsero le elezioni piazzando il loro burattino, Zavgaev. I mujahideen strapparono gli accordi, interruppero i negoziati ed iniziarono le operazioni militari. Dopo aver seguito da vicino questa situazione mi accorsi che tutto era stato risolto: avevamo tutto pronto e, cinque giorni dopo la conclusione delle trattative, effettuammo la nostra prima operazione.

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Il video postato sopra è la ripresa dell’imboscata di Yarishmardy ripresa dalla telecamera degli uomini di Khattab.

LA JIHAD DI IBN AL KHATTAB

Nella nostra prima operazione attaccammo un convoglio militare vicino al villaggio di Kharachoy, a Sud di Vedeno. L’operazione ebbe successo, i russi persero cinque blindati, 41 soldati e 5 ufficiali. Poiché la sparatoria era intensa ed era condotta da 15 metri, ci furono molte perdite da parte del nemico, fu un tritacarne. Non avemmo né uccisi né feriti tra i nostri. Solo io fui leggermente ferito, ed uno degli emiri fu colpito dall’esplosione di un camion di munizioni. Successivamente iniziammo ad addestrare combattenti. La gente era interessata a chi c’era dietro questa operazione, se fosse stato Shamil (Basayev, ndr.) o qualcun altro. […] I giovani si riunirono e iniziarono le ricognizioni per un nuovo attacco, che avvenne due mesi dopo. Attaccammo una colonna militare nel momento più difficile, durante la potente offensiva russa nel territorio montuoso. Abbiamo attaccato il convoglio a Serzhen – Yurt. Era composto da 100 veicoli, dei quali ne abbiamo distrutti 47, conquistandoci molti trofei. L’operazione riuscì, ed i suoi dettagli furono registrati su videocassetta. […] Lanciammo un attacco, rompendo la colonna in quattro tronconi, e 4 nostri fratelli divennero martiri, Inshallah. In un altro troncone 5 furono uccisi e 21 rimasero feriti, per la maggior parte a causa di semplici errori.

Questa operazione ci dette una buona esperienza, ed iniziammo a prepararci per ripeterla. […] Ci siamo preparati per l’attacco. Il convoglio era composto da 32 veicoli: 4 carri armati, 11 veicoli da combattimento, 4 autocisterne ed alcuni camion. Tutti i veicoli furono distrutti, dal primo all’ultimo, e solo 12 soldati riuscirono  fuggire buttandosi nel fiume. Dopo queste due operazioni l’offensiva russa si arrestò completamente ed i russi si ritirarono dalle montagne. Il morale della gente saliva e lo spirito dei russi declinava. […] Poco dopo, i mujahideen entrarono a Grozny.

I resti della colonna corazzata russa distrutta a Yarishmardy

TRA LE DUE GUERRE

Dopo la cessazione delle ostilità nell’Agosto 1996 in Cecenia, tutte le persone hanno chiesto al comando militare ed al Presidente di essere preparati militarmente, perché nessuno era sicuro del ritiro delle truppe russe, poiché il loro ridislocamento avrebbe richiesto dai cinque ai sei mesi. Pertanto iniziammo subito a preparare un campo di addestramento e di formazione presso l’istituto (il celebre Campo di Addestramento Kavkaz, ndr.) ed abbiamo stretto rapporti con centinaia di giovani. Avevamo molti problemi: la situazione finanziaria era molto difficile e dovevamo limitare il numero di allievi. Allora i fratelli, che Allah li ricompensi con il bene, hanno cominciato a lavorare sodo e, grazie ad Allah e poi a questi fratelli, la situazione è migliorata. Abbiamo iniziato ad espanderci e siamo stati in grado di ospitare fino a 400 persone per ogni corso. I giovani venivano da tutto il Caucaso: dall’Inguscezia, dal Daghestan, dalla Kabardino – Balkaria e dal Karachay, e addirittura dall’Uzbekistan.  […] Creammo un dipartimento per lo studio del Corano ed un programma per la preparazione dei predicatori. Dopo questa formazione di base tenemmo lezioni nei villaggi, e poi corsi per aumentare il livello di conoscenza tra i predicatori. Lo stesso sistema era organizzato nel campo di addestramento, con corsi speciali, (secondo, terzo, quarto corso). C’era molto lavoro, ed ognuno aveva il suo ruolo e i suoi doveri, che Allah li ricompensi con il bene.

Sposammo donne del posto per legarci maggiormente a quei popoli, e nessuno ha osato opporsi a noi quando siamo diventati loro parenti.

IL RAID SUL DAGHESTAN

Molte persone pensano che i fratelli si siano precipitati in Daghestan, e che siano stati i primi ad iniziare la guerra, e li incolpano per questo. L’esercito russo ha succhiato sangue, umiliato e distrutto le terre dei musulmani in Afghanistan, Tagikistan, Bosnia e Cecenia. E quando gli stessi guerrieri dell’islam iniziano ad attivarsi, allora sono loro a dover essere biasimati? E’ ora di scendere dalle nuvole. La Russia firmò un cessate il fuoco di cinque anni per addestrare il suo esercito. I generali russi dissero che sarebbero tornati, e persino Maskhadov disse in televisione che i russi sarebbero tornati presto. I loro agenti ci avevano detto un anno e mezzo prima (dello scoppio della seconda guerra, ndr.) che i russi sarebbero arrivati dalle montagne. Nel nostro campo di addestramento catturammo trentasette loro agenti, inviati per uccidere Shamil, Khattab ed altri comandanti. Sono confessioni delle spie stesse. Non è questa, già, guerra? […] Dovevamo davvero reagire solo dopo che la tragedia fosse già avvenuta, la terra bruciata, tutto distrutto, cadaveri mostrati alla televisione, pianti di bambini, donne dall’onore violato?

Khattab indossa il basco di comandante del Battaglione Islamico. Cecenia, Settembre 1996

[…] (In Daghestan, ndr.) c’era l’intenzione di espellere le autorità dall’intera ragione e di stabilirvi la Sharia. Il governo chiese aiuto ai russi, i fratelli chiesero aiuto ai mujahideen, così entrammo in Daghestan prima dei russi. Dopo aver preso posizione, aspettammo l’attacco dei russi. Non entrammo in Dahestan per altro motivo se non quello di fornire aiuto ai mujahideen. […] I mihajudeen daghestani, avendo molti feriti e uccisi, cominciarono a chiedere aiuto. Sarebbe stato illecito per noi lasciarli senza aiuto. […] Non ho mai visto in vita mia, e non credo che rivedrò quello che è successo in Daghestan. L’aviazione bombardò con bombe multi – tonnellata, bruciando tutto intorno. L’intera valla fu bruciata dai russi, che uccisero 30 giovani mujahideen del gruppo di Hakim al Madani (che Allah abbia pietà di lui) dopo aver causato gravi danni ai russi.

[…] Per Allah, prima che sparassimo il primo colpo di Daghestan, l’esercito russo era già avanzato di un chilometro in profondità in Cecenia, nella regione di Shelskovsky, ed a concentrare le sue truppe a Naursk. Chiunque volesse avere conferma può chiedere agli abitanti di quelle zone. Anche Maskhadov lo sapeva. […] Era chiaro che la Russia stesse pianificando un’invasione, quindi li abbiamo anticipati.

I CINQUEMILA GIORNI DI ICHKERIA – PARTE 2 (1989)

Luglio

MOVIMENTI POLITICI – Da una costola del Fronte Popolare nasce l’associazione nazionalista Bart (“unità”). I suoi aderenti si radunano intorno alla rivista omonima, la cui redazione è guidata dallo scrittore Zelimkhan Yandarbiev. Inizialmente partecipata per lo più da giornalisti e intellettuali quali Said Khasan Abumuslimov, Lema Usmanov e Musa Temishev, ben presto raccoglierà una vasta platea di giovani nazionalisti, e passerà dalle battaglie culturali alla lotta politica.

1 Luglio

PARTITO COMUNISTA – L’ex Ministro dell’Agricoltura Doku Zavgaev viene eletto Primo Segretario del Comitato Regionale del PCUS. E’ il primo ceceno a ricoprire il ruolo di massima guida politica dai tempi della deportazione. I ceceni vivono questo evento come l’inizio di un processo di emancipazione politica e culturale, da realizzarsi tramite il riconoscimento delle ingiustizie patite sotto il regime stalinista e la riscoperta della lingua e delle tradizioni nazionali. Anche gli ingusci, che condividono con i ceceni lo stesso spazio politico della Repubblica Socialista Sovietica Autonoma (RSSA) Ceceno – Inguscia, salutano l’elezione di Zavgaev come un’opportunità per riottenere il Distretto di Prigorodny, un’area storicamente appartenente all’Inguscezia annessa nel 1944 alla vicina Ossezia del Nord e mai restituita. 

10 – 15 Agosto

MANIFESTAZIONI POLITICHE – Manifestazioni spontanee non autorizzate si tengono a Magobek e ad Achkhoy – Martan. I contestatori chiedono la sostituzione di alcuni alti dirigenti distrettuali e direttori d’azienda, colpevoli di “rallentare la Perestrojka

15 Agosto

MANIFESTAZIONI POLITICHE – Dopo molti mesi di mobilitazioni di carattere ambientalista e culturale l’Unione per il Sostegno alla Prestroika, ribattezzata Fronte Popolare della Cecenia – Inguscezia, inizia a spostare la contestazione su temi politici. Centinaia di manifestanti si radunano per protestare contro funzionari di partito e direttori di giornale accusati di sabotare la Perestrojka. A Grozny militanti del Fronte Popolare si radunano davanti alla Casa della Stampa, chiedendo le dimissioni del direttore del “Lavoratore di Grozny”, Bezugly, accusato di promuovere idee conservatrici.

4 Novembre

 Il Congresso dei Deputati del Popolo dell’URSS, nuovo organismo legislativo dell’URSS varato da Mikhail Gorbachev per incentivare l’evoluzione democratica del sistema sovietico, promulga una dichiarazione Sul riconoscimento dell’illegalità di tutti gli atti delittuosi contro i popoli che hanno subito una deportazione forzata. Per la prima volta la deportazione dei Ceceni e degli Ingusci viene ufficialmente considerata un atto criminale. Il testo della legge, tra le altre cose, riporta: “Il Soviet Supremo dell’URSS condanna inequivocabilmente la pratica del reinsediamento forzato di intere nazioni come il più grave crimine contrario ai fondamenti del diritto internazionale, ed alla natura umanistica del sistema socialista. Il Soviet Supremo dell’Unione delle Repubblica Socialiste Sovietiche assicura che la violazione dei diritti umani e delle norme dell’umanità da parte dello Stato non accadranno mai più nel nostro paese.” La dichiarazione termina con il proposito di “[…] adottare le misure legislative necessarie all’incondizionato ripristino dei diritti di tutti i popoli vittima della repressione sovietica.”. Quest’ultimo paragrafo incoraggia gli ingusci a chiedere con maggior insistenza il ritorno del Distretto di Prigorodny, rivendicando il supporto del governo centrale nella loro rivendicazione e chiedendo a Zavgaev di farsi portatore di questa istanza presso il Congresso dei Deputati del Popolo dell’URSS.

la “Fiamma Eterna” ai caduti della Grande Guerra Patriottica, nel pieno centro di Grozny. Sullo sfondo l’Hotel Kavkaz.

“LA MIA VITA CON DZHOHAR DUDAEV” – MEMORIE DI ALLA DUDAEVA (PARTE 1)

“MILLION FIRST”

Tra i numerosi libri di memorie pubblicate dai protagonisti della storia recente cecena, una in particolare è da menzionare, non tanto per la sua accuratezza storica, quanto per l’intensità dei racconti che contiene. Si tratta delle memorie agiografiche di Alla Dudaeva (al secolo Alevtina Fedorovna Dudaeva) moglie del primo Presidente della ChRI Dzhokhar Dudaev e padre dei suoi tre figli Ovlur, Dana e Degi. Alla accompagnò il marito per quasi tutto il corso della sua vita: di origini russe (era figlia di un alto ufficiale dell’Armata Rossa) dopo averlo sposato nel 1969 ed avergli dato tre figli, lo seguì nella sua parabola politica come leader della Repubblica Cecena di Ichkeria, gli stette accanto in ogni momento, fino alla sua morte. Nel periodo interbellico collaborò con il Ministero della Cultura, senza tuttavia occupare alcun ruolo politicamente rilevante, ed allo scoppio della Seconda Guerra Cecena scelse la via dell’esilio, trasferendosi in Azerbaijan, poi in Turchia, infine in Svezia, dove risiede tutt’ora. Non avendo mai rinnegato le posizioni politiche del marito, collabora con il cosiddetto “Governo Idigov”, ricoprendo la carica formale di “Presidente del Presidium del Governo della Repubblica Cecena”. All’attività politica affianca quella professionale: come scrittrice professionista ha lavorato alla pubblicazione di numerosi libri, mentre come pittrice tiene mostre dei suoi dipinti in molti paesi del mondo.

Il suo libro “Million First” (tradotto in francese col titolo: “Le loup tchécthène: ma vie avec Djokhar Dudaev” racconta la vita dell’amato marito, la storia della loro famiglia ed il corso avventuroso e terribile degli ultimi anni di vita di Dudaev visto dalla prospettiva di una moglie devota e innamorata. Il libro, pertanto, è da leggersi principalmente come una sorta di “ode all’amato”: per gli appassionati di storia “Million First” non sarà una risorsa molto utile. Ma sicuramente potrà mostrargli uno specchio della mentalità alla base del fronte dudaevita, dei suoi attributi ideologici e della sua tenacia. In questo articolo riportiamo alcuni passi.

La copertina del libro di memorie di Alla Dudaeva, “Million First”

per approfondire gli argomenti citati e la figura stessa di Dzhokhar Dudaev leggi “Libertà o morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria”, Acquistabile QUI

L’ASCESA DI DZHOKHAR

Il primo tema di interesse storico è il punto di vista di Alla sugli eventi che portarono alla salita al potere del marito:

Nell’Ottobre 1990, su invito del comitato organizzatore, Dzhokhar arrivò a Grozny, facendo un viaggio di lavoro di diversi giorni, e partecipò al primo congresso nazionale del popolo ceceno, dove fu formato un comitato esecutivo. La dichiarazione sulla proclamazione dell’indipendenza della Repubblica Cecena di “Nochchiycho” fu adottata, la sua adozione provocò un generale giubilo di esclamazioni di “Allah Akhbar!” In chiusura ha risuonato il discorso infuocato di Dzhokhar Dudaev, che poche persone conoscevano prima, ma dopo il congresso l’intera repubblica ha iniziato a parlare di lui.

“Il suo discorso brillante, la risolutezza e l’intensità, la franchezza e la durezza delle affermazioni – un fuoco interiore, che era impossibile non sentire – tutto questo ha creato un’immagine attraente di una persona in grado di affrontare il caos del tempo dei guai. Era un mucchio di energia accumulata proprio per un momento del genere; una molla, momentaneamente compressa, ma pronta a drizzarsi al momento giusto, rilasciando l’energia cinetica accumulata per adempiere al nobile compito cui era destinato (Musa Geshaev).”

Quando è iniziato il confronto tra il popolo e il governo, Dzhokhar è arrivato con una delegazione del Comitato Nazionale ceceno da Doku Zavgaev, e gli ha suggerito: “Doku, sei un ceceno, con quale sfarzo è stata celebrata la tua elezione a Segretario del Comitato Regionale della Repubblica Socialista Sovietica Autonoma Ceceno – Inguscia, quanto eravamo felici io e tutto il popolo. Non restiamo nemici, guidiamo il movimento nazionale per l’indipendenza e tu sarai il Capo dello Stato. Ti do la mia parola che l’intero popolo ceceno ti sosterrà […]” Al che Doku disse “Ho bisogno di pensare, risponderò tra tre giorni” e non ripose. La gente quindi emise il verdetto: l’era del governo Zavgaev era finita.”

LA RIVOLUZIONE CECENA

Il culmine della cosiddetta “Rivoluzione Cecena”, cioè del sommovimento popolare che portò al rovesciamento dell’ordine costituzionale ed alla proclamazione di indipendenza, si ebbe il 27 Ottobre 1991 allorchè, al termine di una tornata elettorale organizzata dai separatisti, Dzhokhar Dudaev fu eletto Presidente della Repubblica Cecena indipendente. Alla Dudaeva descrive così quei momenti:

“La notte del risveglio dello Stato divenne magica. Fuochi d’artificio in piazza, balli e canti, preghiere degli anziani: tutto era mischiato in un inno generale di ringraziamento, un inno di gioia e speranza per una vita libera e dignitosa, per un futuro luminoso per figli e nipoti. Nessuno porterà mai più via ai ceceni la loro patria benedetta! Libertà o morte!

La piazza era agitata come un mare umano traboccante di fiati, pensieri e conversazioni. Sotto i raggi dei riflettori scintillanti, apparve la figura piccola e snella del Presidente in abito nero, che era poggiata con grazia su di esso. Dzhokhar salì sul podio, si raddrizzò, iniziò a parlare con entusiasmo: non si udì nulla, qualcuno aveva tirato il microfono. […] Gli appassionati iniziarono  cercare febbrilmente e dopo venti minuti salirono su di un auto su di un microfono altoparlante. Il discorso infuocato di Dzhokhar risuonò nella piazza. Centinaia, migliaia di occhi, illuminati dalla speranza, videro davanti a loro quanto sarebbe stata meravigliosa la libera terra cecena. “Il percorso è arduo, ma dobbiamo percorrerlo, non importa quanto difficile potrà essere. Andiamo! Io credo in voi, credo nella mia gente!”

[…] Poi sono iniziate le domande. Un vecchio con una lunga barba bianca, seduto in prima fila, ha chiesto: “Dzhokhar, cosa faremo se la Russia non ci riconosce, se l’America non ci riconosce?” Dzhokhar si appoggiò allo schienale e lo fissò. Il suo viso pallido brillava alla luce dei riflettori, i suoi occhi brillavano: “E cosa possiamo ottenere dal loro riconoscimento? Per migliaia di anni i nostri antenati hanno vissuto sulle montagne senza il loro riconoscimento! Persone libera su una terra libera! Tutt’intorno ci sono montagne, foreste e fiumi nativi! Hanno vissuto senza il loro riconoscimento, e noi ugualmente vivremo! Lascia che ci ringrazino se noi li riconosciamo!” E iniziò a ridere. La sua risata contagiosa si riversò nella piazza e la gente gli fece un eco felice. Perché, in effetti, avrebbero dovuto avere paura nella loro terra natia? Non avevano tolto nulla a nessuno.” Si sentì un’altra voce incerta: “Dzhokhar, e se moriamo tutti di fame?” “Ah ah ah!” Si rallegrò finalmente Dzhohar. “Su questa terra fertile, nessuno è mai morto di fame! Sono venuti da noi dalla Russia durante la carestia nella regione del Volga, i servi della gleba sono fuggiti da noi dai proprietari terrieri e ce n’era abbastanza per tutti! Se moriremo sarà solo per orgoglio!”

Articolo del giornale ceceno “Lavoratore di Grozny” sulla famiglia Dudaev

DZHOKHAR IL PRESIDENTE

Un altro momento che i memorialisti del separatismo ricordano concordemente con grande emozione fu l’investitura ufficiale di Dudaev alla carica di Presidente. Eccone il racconto di Alla Dudaeva:

“A Novembre l’inaugurazione del primo presidente è avvenuta nell’edificio del teatro drammatico ceceno. Avevamo paura delle provocazioni russe, ma l’edificio era comunque sovraffollato. Erano giunti molti giornalisti e ospiti stranieri. Dzhokhar era sul palco con indosso l’uniforme grigia cerimoniale da Generale, con un berretto blu in testa, sotto lo stendardo di stato della Repubblica Cecena. Il Corano sul quale doveva giurare, era tenuto dal Presidente del Mekhk – Khel (Consiglio degli Anziani). I viali Lenin e Pobeda, le strade e le piazze adiacenti erano gremite di gente. Alle 12 E’ iniziata l’inaugurazione. Quando finì e Dzhokhar se ne andò, l’aria fu sconvolta da raffiche di migliaia di fucili automatici e di mitragliatrici. Fu il saluto militare di tutto coloro che avevano preso parte al respingimento dell’introduzione dello stato di emergenza sul suolo ceceno, che suonò come una conferma del punteggio politico e militare: 1 a  0 in nostro favore! Il guanto è stato lanciato, si è svolto il primo duello e abbiamo vinto!

Dzhokhar ha tenuto un appassionato discorso sulla piazza davanti alla gente, come sempre è stato accolto con un applauso assordante e con le grida di “Allahu Akbar!”. Centinaia di migliaia di teste, come girasoli al sole, si voltarono verso di lui, i loro occhi lampeggiarono di fede e speranza. D’ora in poi egli fu la loro bandiera della libertà. Nel suo cuore il popolo ceceno era sempre l’unico e il più grande amore, nato in preda alla compassione e all’umiliazione, in esilio in Kazakhistan. Infinitamente tormentato dall’amore per il suo popolo, soffriva come un uccello che si era allontanato dallo stormo nella lontana Siberia, e ora era infiammato di orgoglio indomabile per tutti i ceceni, che si erano schierati unanimi come uno solo per difendere la libertà!

per approfondire gli argomenti citati e la figura stessa di Dzhokhar Dudaev leggi “Libertà o morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria”, Acquistabile QUI

IL COLPO DI STATO DEL 31 MARZO

La prima prova politica per Dudaev fu il tentativo attuato dall’opposizione anti – dudaevita di prendere il potere, messo in atto nella notte tra il 30 ed il 31 Marzo, alla vigilia della firma del nuovo Trattato Federativo tra i soggetti federali e il governo centrale di Mosca. I dudaeviti, con il supporto del Parlamento (allora fedele alla linea presidenziale) riuscirono a sgominare i ribelli ed a riprendere il controllo di Grozny, costringendo i leader della fronda alla fuga dalla Capitale.

“Una colonna di autobus con i “golpisti” arrivò dalla regione di Nadterechny e cercò di impadronirsi della sede della Televisione. Mosca, che aveva messo a punto questo tentativo, aveva già trasmesso la falsa notizia sulla prese del potere a Grozny da parte della “opposizione” e della prossima firma da parte di Doku Zavgaev del Trattato Federativo a nome della Repubblica Cecena.

Le guardia hanno rapidamente liberato l’edificio della Radio, i deputati del parlamento Isa Arsemikov, Y. Khantiev, Y. Soslambekov sono andati in televisione con una delegazione. Anche gli anziati che eseguivano lo zhikr si recarono lì. Risuonarono degli spari, cadde per primo un anziano, insanguinato, poi due giovani La gente indignata spazzò via gli “aspiranti golpisti” che erano apparsi in televisione, alcuni saltarono dalle finestre, altri corsero al fiume, gettando via le armi.

In una manifestazione di molte migliaia l’1 e il 2 Aprile in Piazza Svoboda, il popolo inviò un appello al Presidente e al Parlamento, chiedendo un’indagine sui crimini commessi contro il popolo ceceno dalle forze reazionaria, agenti dell’Impero russo e l’adozione di misure di emergenza per frenare il crimine dilagante. “Chiediamo la certificazione di tutti i funzionari, dove la nomina o e elezioni sono state preventivamente concordate con gli organi del partito, soprattutto negli organi giudiziari e investigativi”. L’appello esprimeva sostegno al Presidente e al Parlamento. E Manana [la moglie di Gamsakhurdia, ndr.], guardandomi con tristezza, ha detto che in Georgia “E’ iniziato allo stesso modo”.

Dzhokhar Dudaev vota alle elezioni popolari del 27 Ottobre 1991, dalle quali uscì eletto primo Presidente della Repubblica Cecena indipendente.

LE VISIONI DEL PRESIDENTE

Uno degli aspetti più interessanti del libro di Alla Dudaeva è l’umanizzazione del Presidente Dudaev. In quanto sua moglie, Alla condivise certamente con il leader della Rivoluzione Cecena sogni e speranze, che trasudano copiosamente dalle pagine del suo “Million First”. In questo paragrafo ella parla delle visioni di suo marito per una Cecenia libera, forte e proiettata nel futuro, sotto l’insegna della cooperazione e della modernità:

“[Dudaev, ndr.] sognava di costruire una nuova capitale ecologica della Repubblica Cecena, lontana dalle raffinerie di petrolio. Era stata trovata una bellissima zona pianeggiante vicino alle montagne, era stata controllata dai sismologi. Gli architetti hanno preparato un progetto per il futuro centro amministrativo e politico e anche Dzhokhar ha preso parte alla sua preparazione. La città sarebbe stata divisa in nove settori, che si sarebbero irradiati in tutte le direzioni come i raggi delle strade da una piazza rotonda, al centro della quale si ergeva un’alta torre rotonda con un orologio in cima ed un globo rotante. Il tempo dell’orologio avrebbe dovuto contare le ore, i minuti ed i secondi all’indietro, fino agli antenati dimenticati, cancellando tutti gli orrori della deportazione, quattrocento anni di guerra con la Russia. Avrebbe dovuto avvicinare i ceceni alla linea storica – il tempo in cui vivevano in pace ed armonia con il mondo intero. […] Ogni settore doveva essere costruito da un paese con il quale sarebbe stato concluso un accordo…si è ipotizzato che in uno stile nazionale proprio i paesi avrebbero costruito hotel, ristoranti, edifici pubblici e negozi. Inoltre, il contratto di costruzione sarebbe stato firmato con tre aziende leader mondiali. Questa meravigliosa città sarebbe diventata la capitale della Cecenia, una città di tutte le nazionalità, veramente, non una città utopica del Sole e della Pace! E’ possibile…

Dzhokhar ha anche prestato particolare attenzione alla creazione dell’Accademia delle Scienze della Repubblica Cecena, lavorando con enorme sforzo a questo progetto insieme a Ramzan Goytemirov (l’ex leader del Partito dei Verdi, uno dei primi a rispondere all’appello di Eltsin durante il Comitato d’Emergenza) e Isa Arsamikov.

Venne aperto un collegio militare. Dzhokhar prestò molta attenzione ai convitti ed alle scuole professionali. Vennero ristrutturati i vecchi ospedali, furono costruiti poliambulatori pediatrici, un grande edificio fu destinato ad un centro odontoiatrico.

Davanti al nuovo Gabinetto dei Ministri, Dzhokhar stabilì il compito di adottare un bilancio senza deficit, creando un sistema di tassazione e bilancio totalmente nuovo. Dzhokhar stava per trasferira l’industria della raffinazione del petrolio ad una nuova tecnologia. Grazie ai suoi sforzi è nato un progetto per lo sviluppo della produzione petrolifera in Sudan dei nostri specialisti, ma purtroppo è rimasto incompiuto. E’ stata sviluppata una nuova metodologia di insegnamento nelle scuole secondarie. La storia del popolo ceceno doveva essere riscritta di nuovo, secondo la verità storica. La scrittura cirillica non corrispondeva ad alcuni dei suoni gutturali della lingua cecena. Dopo un lungo dibattito scientifico, si è deciso di tradurre la lingua in latino. Il nuovo manuale di alfabeto latino fu preparato da Zulay Khamidova, consigliere del Presidente. Questo manuale non era solo un bel libro.

E’ stato aperto un liceo presidenziale per i ragazzi particolarmente dotati dall’età di sette anni. Una bella divisa grigia, aiguillettes dorate che cadevano dalle spalle, un passo di marcia rendeva irresistibili i piccoli studenti del liceo. Sembravano particolarmente belli in parata. Si è tenuto un concorso di selezione. I genitori hanno sbattuto le porte, chiedendo di far accettare i loro figli, ma il liceo non poteva semplicemente accogliere tutti quelli che lo volevano.

Grandi riparazioni furono fatte all’Hotel Kavkaz, situato in Viale Avtorkhanov, di fronte al Palazzo Presidenziale, dove di solito soggiornavano i nostri ospiti e giornalisti. Un complesso commemorativo per le vittime del genocidio del 1944 fu costruito in Via Pervomayskaya. Questo complesso fu concepito da Dzhokhar in Siberia, quando gli hanno raccontato di come le autorità sovietiche avessero costruito le pareti delle stalle e dei porcili, o avessero pavimentato le strade con le lapidi cecene. Le pietre bianche scolpite, decorate con fantasiose scritte arabe, sono le uniche cose che ai ceceni sono rimaste dei loro antenati. Quasi tutte le torri ancestrali erano state fatte saltare in aria durante il genocidio i cavalli purosangue erano stati sterminati, le armi artigianali, le brocche di rame erano state saccheggiate.

per approfondire gli argomenti citati e la figura stessa di Dzhokhar Dudaev leggi “Libertà o morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria”, Acquistabile QUI

LA VOCE DEL NEMICO: L’ICHKERIA SECONDO TROSHEV (PARTE 3)

Se Troshev fu protagonista della Prima Guerra Cecena, lo fu ancora di più durante la Seconda. Comandante delle forze federali durante la controffensiva per respingere l’incursione di Basayev e Khattab in Daghestan, fu tra i principali comandanti delle forze impiegate nella seconda invasione della Cecenia. I passi che seguono raccontano della seconda presa di Grozny, delle principali battaglie combattute dall’esercito contro i militanti e dell’atteggiamento della resistenza cecena durante la fase della guerriglia partigiana che seguì.

LA SECONDA PRESA DI GROZNY

“Il territorio della città era diviso in tre linee difensive. La prima era organizzata lungo l’autostrada del distretto di Staropromislovsky, la seconda lungo Lenin Street (principalmente negli scantinati degli edifici a più piani); la terza lungo Saykhanov Street, a sud ovest della stazione ferroviaria. Gli edifici, posti in posizioni tatticamente vantaggiose, furono trasformati in contrafforti per una difesa circolare. Al fine di ridurre la probabilità di sconfitta dei distaccamenti militanti da parte del fuoco dell’artiglieria e degli attacchi aerei delle truppe federali, i punti di forza erano collegati da passaggi sotterranei. Usandoli, i militanti avevano la possibilità di uscire di nascosto dai bombardamenti, lasciare le loro posizioni e poi tornare dopo la fine dell’attacco di artiglieria o aereo.

La principale unità tattica dei banditi durante le battaglie urbane, come in passato, era un gruppo manovrabile di 5 – 6 persone. Esso includeva sempre un cecchino. Gli altri lo coprivano, mentre sparava con lanciagranate e mitragliatrici. Per garantire libertà di manovra del cecchino nei grattaceli i passaggi erano situati, di regola, su piani sfalzati.

Eppure, secondo me, i capi dei militanti stavolta difficilmente immaginavano di poter tenere a lungo la città. Rendendosi conto dell’inutilità di uno scontro armato a lungo termine con le truppe federali, Maskhadov ha dato ai comandanti di campo il compito di mantenere la città sotto il loro controllo fino al 27 Gennaio, giorno di apertura dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE), sperando che le pressioni dell’occidente avrebbero costretto Mosca a smettere di condurre l’operazione antiterrorismo.”

Una pagina del New York Times mostra un confronto tra la zona di Piazza Minutka prima dell’inizio della battaglia e dopo la conquista della citta. Sono evidenti le diffuse devastazioni, che hanno prodotto il crollo della maggior parte degli edifici.

Come si evince dalla ricostruzione di Troshev, il comando separatista aveva intenzione non già di difendere Grozny fino all’ultimo uomo, quanto di sfruttare la congiuntura dell’appuntamento diplomatico del PACE per interrompere i combattimenti da una posizione di equilibrio, mentre cioè le due forze in campo si confrontavano sul centro di gravità del conflitto (la capitale, appunto). Maskhadov era evidentemente cosciente che il “miracolo” compiuto dai separatisti durante la Prima Guerra non si sarebbe verificato una seconda volta: questo a causa di molteplici fattori, che il lettore potrà approfondire nel libro “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria, acquistabile QUI”.

CACCIA AI LUPI

Dopo la presa di Grozny, nel Gennaio del 2000, le forze federali si posero il problema di come neutralizzare la massa critica dei difensori della città, ancora asserragliata nei sobborghi meridionali, senza dover ricorrere alla distruzione sistematica dei quartieri residenziali. Certamente tra il 30 Gennaio ed il 1 Febbraio 2000 la maggior parte dei difensori tentò una sortita dalla capitale, finendo quasi annientata dall’artiglieria e dai campi minati. A posteriori i federali rivendicarono la paternità della vittoria, raccontando di aver pianificato e portato a termine una gigantesca imboscata dal nome in codice “Caccia ai lupi”. I separatisti negano che l’azione sia stata organizzata, adducendo il disastro al loro mancato coordinamento ed alla fortuita presenza di alcune grandi unità federali sul loro percorso. In questa sede riportiamo la versione fatta circolare dai comandi federali:

“Per attirare i militanti fuori dalla città assediata è stato sviluppato un piano originale presso la sede dell’UGV. Lo abbiamo chiamato “Il pozzo dei lupi”. Nell’ambito di questo piano è stata lanciata una campagna di disinformazione: con l’aiuto di un falso scambio radio, i banditi si sono convinti che ci fossero delle lacune nell’anello di accerchiamento, attraverso le quali avrebbero potuto passare. Alla congiuntura tra i reggimenti l’attività di combattimento è stata ridotta al minimo. Anche i servizi segreti sotto copertura hanno iniziato a lavorare, “spingendo” i comandanti sul campo ad uscire dall’anello. Parallelamente a queste misure in più direzioni, stavamo preparando una sorta di “corridoio” per il nemico.

I banditi abboccarono. Nella notte tra il 29 e il 30 Gennaio i resti dei distaccamenti pronti al combattimento hanno cercato di scondare a Staraya Sunzha, alla congiuntura tra il 15° ed il 276° reggimento fucilieri motorizzati. Oltre 600 militanti si sono precipitati sulla breccia. Lasciarono che animali e prigionieri li precedessero. Molti banditi morirono nei campi minati, molti furono gravemente feriti, compresi noti comandanti di campo. Basayev fu uno di loro… Quella notte i militanti hanno patito circa 300 perdite solo tra i morti. La maggior parte dei sopravvissuti si è arresa. Solo pochi riuscirono a fuggire dalla città.”

Sopravvissuti alla sortita del 29 Gennaio si ritirano verso Alkhan – Kala, Febbraio 2000

Distrutta la guarnigione a difesa di Grozny, i federali iniziarono a martellare le posizioni precedentemente consolidate dai separatisti nelle loro roccaforti di montagna. L’esercito russo tentò di raggrupparli tutti nella Gola dell’Argun, posizione ottimamente difendibile ma difficile da evacuare se accerchiata. Mentre le unità di terra avanzavano chiudendo la gola da nord, est ed ovest, i paracadutisti occuparono la strada Itum – Khale / Shatili, principale canale di rifornimento della resistenza ed unica via di fuga praticabile dai veicoli. A questo punto il grosso dell’esercito separatista si trovò ammassato in una stretta lingua di terra, dalla quale avrebbe potuto uscire soltanto abbandonando tutto il suo materiale pesante ed affrontando lunghe marce sotto il costante tiro dell’aereonautica. Vistisi braccati, gli uomini di Maskhadov si divisero in tre gruppi di manovra e tentarono una sortita in più direzioni: quello di Maskhadov, più piccolo e maneggevole, si defilò in modo da mettere in salvo il Quartier Generale, mentre gli altri due, al comando di Ruslan Gelayev e Ibn Al Khattab, tentarono di sfondare rispettivamente ad Ovest, verso Komsomolskoye (odierna Saadi – Khotar) e ad est, verso Vedeno. La sortita di Khattab ebbe successo: il contingente di circa 1500 uomini al suo seguito riuscì a superare le posizioni russe su di una collina boscosa, la cosiddetta “Altezza 776”. La battaglia fu feroce, e le perdite da entrambe le parti molto alte, ma Khattab ed i suoi riuscirono a “filtrare” oltre le unità federali e a disperdersi nei distretti di Vedeno e Nozhai – Yurt, dove li aspettava Shirvani Basayev con un contingente di circa 800 militanti ed una rete ben organizzata di basi dove ricostituire i ranghi.

Truppe federali entrano ad Argun

KOMSOMOLSKOYE

La sortita di Gelayev, invece, non riuscì: dopo una lunga ed estenuante marcia tra i torrenti ed i sentieri di montagna, il suo reparto riuscì effettivamente a superare le posizioni dei federali, ma all’altezza di Komsomolskoye (villaggio natale dello stesso Gelayev) si trovò inchiodato dal tiro dei reparti di Mosca prontamente affluiti a bloccare lo sversamento dei separatisti.

“Su cosa contava Gelayev? Come si è scoperto, il suo obiettivo finale era quello di unire diversi gruppi di banditi a Komsomolskoye e conquistare il centro regionale di Urus – Martan. Credeva che sarebbe stato in grado di scuotere tutti i ceceni che simpatizzavano con lui contro le forze federali e poi dettare le sue condizioni al comando del Gruppo Unito. Tutto questo, comunque, divenne noto successivamente. Nel frattempo, subito dopo aver ricevuto informazioni sulla sortita e la cattura del villaggio, è stato dato l’ordine di bloccare Komsomolskoye da parte delle forze del Ministero della Difesa e delle truppe interne. Già il 5 Marzo, cioè il giorno successivo, il villaggio era sotto assedio.

[…] Il 7 Marzo è iniziata l’operazione. Fu subito chiaro che la maggior parte degli abitanti di Komsomolskoye aveva lasciato il villaggio. E che solo quelli che si erano uniti a Gelayev vi erano rimasti. […] Era chiaro che Gelayev e la sua banda, intrappolati in un doppio anello di blocco, non intendevano deporre le armi.

[…] I combattimenti a Komsomolskoye sono, forse, paragonabili per ferocia solo alle battaglie per Grozny[ […]. Il villaggio si è rivelato essere ben fortificato dal punto di vista ingegneristico Molte erano le fortificazioni attrezzate secondo tutte le regole della scienza militare. Le cantine erano state trasformate in fortini e potevano resistere al colpo diretto di un carro armato. Inoltre la maggior parte degli scantinati era collegata da trincee di comunicazione bloccate da porte d’acciaio. In effetti, quasi ogni casa fu trasformata in una fortezza, progettata per un lungo assedio. La battaglia fu combattuta in ogni edificio.

Dopo un paio di giorni, è diventato ovvio che non ci sarebbe stata una vittoria rapida. Più intensificavamo i nostri sforzi, più feroce diventava la resistenza. I banditi hanno subito enormi perdite, ma i sopravvissuti hanno combattuto con la disperazione dei condannati. Ed erano condannati. I ripetuti tentativi dei banditi di sfondare l’anello di blocco sono stati repressi da noi in modo deciso e duro. […]  I militanti subirono perdite significative, ebbero molti feriti, tuttavia, sotto il pericolo della prigionia, continuarono e resistere ostinatamente, al punto che anche i feriti rimasero in posizione.

I banditi resistevano principalmente grazie alla droga. Le siringhe erano sparse in tutte le case, in ogni seminterrato, intervallate da cartucce esaurite. In preda alla frenesia della droga, i banditi non conoscevano né paura né dolore. Ci sono stati momenti in cui, stupefatti dalla dose, sono corsi fuori dal nascondiglio, sono andati di corsa all’attacco ed hanno sparato indiscriminatamente fino a quando non si sono presi un proiettile in fronte.

Bombardamenti sul villaggio di Komsomolskoye (Marzo 2000)

[…] Nonostante tutto il 14 Marzo, cioè una settimana dopo l’inizio, si è conclusa la parte militare dell’operazione. Tutti i tentativi dei Gelayeviti di sortire da Komsomolskoye nelle direzioni sud – est e sud – ovest furono repressi dalle azioni delle forze federali. […] Il controllo dei distaccamenti militanti è stato completamente interrotto, sono rimasti solo piccoli gruppi sparsi, che sono stati distrutti dal fuoco dei carri armati, dei lanciafiamme e delle armi leggere. E il giorno successivo unità del Ministero della Difesa, truppe interne e del Ministero degli Affari Interni e del Ministero della Giustizia hanno iniziato una completa “Pulizia” del villaggio. Era necessario letteralmente sradicare i resti dei gruppi delle bande da scantinati e rifugi.

[…] Nella notte tra il 19 e il 20 Marzo i resti dei gruppi di banditi fecero un disperato tentativo di sfondare in direzione nord. Camminarono lungo il letto del torrente, gonfi di droga, chiaramente visibili alla luce della luna. Era la marcia dei condannati. Ovviamente non andarono molto lontano. Rimasero intrappolati nel fuoco incrociato delle nostre unità.

[…] Il giorno dopo il fallimento dell’azione, i militanti disperati hanno iniziato a gettare le armi. Sono state contate 88 persone in totale. Sporchi, laceri, quasi tutti indossavano abiti civili mimetici. Alcuni avevano passaporti sovietici. […]. Sfortunatamente Gelayev è riuscito a fuggire da Komsomolskoye. Ha tradito tutti: la sua gente, trascinandola qui a morte certa, e i suoi connazionali (a seguito di un’avventura di banditi, il villaggio è stato quasi completamente distrutto). Non è difficile immaginare quali sentimenti hanno provato gli abitanti del posto quando sono tornati ai ruderi.

[…] L’operazione speciale a Komsomolskoye, che si concluse con una completa sconfitta dei banditi, divenne, infatti, l’ultima grande battaglia della Seconda Guerra Cecena, coronando degnamente la fase militare attiva dell’operazione antiterroristica.”

GUERRA PARTIGIANA

Dopo le battaglie dell’Altezza 776 e di Komsomolskoye i resti dell’esercito separatista si divisero in piccole bande, avviando una logorante guerriglia partigiana, la quale si sarebbe trascinata con intensità decrescente per molti anni (una piccola unità di guerriglieri, ormai appartenenti allo Stato Islamico, è stata distrutta giusto nel Febbraio del 2021). Troshev ne descrive i tratti principali in questo passo:

“I distaccamenti militanti non sono riusciti a sfondare nella pianura. Si trovavano ancora nei distretti di Nozhai – Yurt, di Vedeno e di Shatoi. Ma, nonostante la sconfitta delle principali forze separatiste nelle zone montuose, la dirigenza delle formazioni armate illegali ha tentato di ripristinare un sistema di controllo unificato per i distaccamenti separati. I gruppi di combattimento di Shamile Basayev e di Khattab rimasero i più pronti alla battaglia, nascondendosi in basi precedentemente preparate, in depositi e in caverne.

L’elusione dei posti di blocco è diventata più frequente. A causa dell’incoerenza e della mancanza delle competenze necessarie, finimmo in un’imboscata e subimmo la perdita di un distaccamento (40 persone) dell’Omon di Perm. La colonna marciava senza ricognizione del percorso e organizzazione dell’interazione con le suddivisioni delle truppe interne e dell’artiglieria. L’operazione fu condotta attraverso canali di comunicazione aperti. Queste omissioni portarono al disastro. E tali esempi, sfortunatamente, non sono stati isolati. All’inizio dell’estate del 2000, dopo la sconfitta della banda di Gelayev a Komsomolskoye, le truppe federali non furono più impegnate in ostilità su larga scala. Gli estremisti iniziarono ad usare metodi di guerriglia: bombardamenti “da dietro l’angolo”, sabotaggi, esplosioni, imboscate […].

Cratere lasciato dall’esplosione di un ordigno a ridosso della base federale di Argun, Luglio 2000

FINANZIAMENTO E SUPPORTO INTERNAZIONALE DURANTE LA SECONDA GUERRA CECENA

Così come durante la Prima Guerra, anche nella Seconda il fronte separatista godette dell’appoggio politico ed economico della diaspora cecena all’estero, assommandovi i non scarsi finanziamenti in arrivo dalle associazioni islamiche radicali di tutto il mondo (interessate più al fronte jihadista in seno alla resistenza, che al nazionalismo ceceno in sé). Troshev descrive citando le sue fonti il fronte di supporto internazionale ai militanti, concentrandosi sull’ala islamista radicale, finanziatrice per lo più delle bande di Khattab e dei suoi successori. Le cifre citate non sono verificate da alcuna fonte da noi reperibile.

“I separatisti che si oppongono alle autorità federali della Russia sul territorio della Repubblica Cecena […] non hanno mai sperimentato una carenza di mercenari, armi e denaro. Come hanno ricevuto e continuano a ricevere assistenza materiale e finanziaria? Fino a poco tempo fa, tale assistenza era fornita da alcune organizzazioni musulmane  (situate principalmente negli Stati Uniti), organizzazioni umanitarie non governative dei paesi arabi del Medio Oriente, servizi speciali di alcuni stati e, naturalmente, la diaspora cecena – sia estera che russa. Ad esempio, molte organizzazioni musulmane sono state create ed operano negli Stati Uniti. La fazione più potente tra loro è il cosiddetto “Supreme Islamic Council of America”. Sotto il suo cappello vi sono organizzazioni militanti radicali come il Circolo Islamico del Nord America, la Comunità Islamica del Nord America e molte altre. Unisce quindici milioni di musulmani che vivono negli Stati Uniti. Secondo le informazioni disponibili, è stata questa organizzazione il canale principale per il trasferimento delle finanze dagli Stati Uniti alla Cecenia, ed ha organizzato regolarmente discorsi filo – ceceni nei media. Una volta, il Consiglio Supremo Islamico d’America ha preso la decisione senza precedenti di fornire assistenza finanziaria alla Cecenia. Ogni musulmano americano fu obbligato a consegnare almeno 100 dollari alla “cassa nera” dei militanti. Così, i leader combattenti ceceni ricevettero almeno 150 milioni di dollari.

Un altro ente di beneficienza non governativo, l’American Muslim Aid (AMA) è stato registrato presso il Dipartimento di Stato Americano. Il suo compito principale è “fornire assistenza ai fratelli musulmani di tutto il mondo”. L’AMA ha fornito assistenza alle comunità islamiche del Caucaso settentrionale, ha condotto un’attiva campagna per screditare le azioni delle autorità russe in Cecenia. All’inizio del 2000, i rappresentanti dell’AMA, su invito di A. Maskhadov, hanno visitato la Cecenia. La Islamic Charitable Foundation, che ha sede anche negli Stati Uniti, ha organizzato regolarmente discorsi sui media a sostegno dei separatisti in Cecenia ed ha condotto un’ampia campagna di propaganda nelle scienze politiche e nei centri di ricerca negli Stati Uniti, ed ha chiesto audizioni al Congresso. Allo stesso tempo , ha coinvolto attivamente il personale dell’amministrazione degli Stati Uniti come consulenti ed esperti.

[…] Le forze dell’ordine russe hanno registrato più di 130 grandi fondazioni, società ed organizzazioni non governative che supportano direttamente o indirettamente i terroristi ceceni provenienti da paesi lontani e della CSI, oltre ad un centinaio di azienda e una dozzina di gruppi bancari.

AKHMAT KADYROV

Una volta distrutti i principali distaccamenti separatisti, il governo federale installò un’autorità locale che si occupasse di consolidare il controllo sul territorio, fornire assistenza alla popolazione civile e reintegrare gradualmente i militanti più indecisi. Il governo ceceno filo – russo doveva guadagnare alla sua causa quanti più ceceni possibile, ragion per cui il Presidente Putin decise di avvalersi del supporto di una delle principali figure religiose del paese, nel frattempo passato dalla causa separatista a quella unionista: il Muftì della Cecenia, Akhmat Kadyrov. La sua figura, politicamente controversa ma anche molto popolare, oggi è mitizzata dal governo in carica (guidato dal figlio di Akhmat Kadyrov, Ramzan) che gli ha dedicato strade, scuole, moschee e addirittura un reggimento di polizia antiterrorismo d’élite. Troshev ne parla approfonditamente nelle sue memorie:

“La gente gli credeva quasi incondizionatamente. […] Ricordo il nostro primo incontro vicino a Gudermes, quando le truppe del mio gruppo orientale circondarono la città. Durante le trattative si comportò con moderazione. Ci chiese di fare tutto il possibile per non distruggere Gudermes. Promise di aiutare a scacciare i banditi. Le sue parola non si discostavano dalle sue azioni. Akhmat – Khadzhi non mi ha mai ingannato, non mi ha permesso di dubitare delle sue intenzioni. E le intenzioni erano queste: fare tutto il possibile perché la pace e l’ordine regnassero nella repubblica, anche con l’aiuto del governo federale.

Ho parlato con Kadyrov per ore. Ci siamo incontrati spesso. Mi piaceva la sua sincerità, la sua onestà. Non a nascosto il fatto di aver combattuto nella prima guerra contro i “federali”, non ha nascosto il suo precedente idealismo, non ha cercato di nascondere informazioni a lui sfavorevoli. Ho visto che Kadyrov stava lottando per la verità (nel senso ampio del termine). Ho visto che c’era un’enorme massa di persone dietro di lui: ceceni di diversi strati della società. Ho visto che era un vero leader, sia spirituale che politico. Ho visto che era nostro alleato.”

Gennady Troshev (a destra) con Akhmat Kadyrov (a sinistra). Dietro di loro il figlio di Akhmat, Ramzan, oggi Presidente della Repubblica Cecena.

IL REFERENDUM DEL 2003

Uno dei punti di svolta nella cosiddetta “cecenizzazione” del secondo conflitto russo – ceceno fu il referendum costituzionale del 2003, con il quale la popolazione approvò una nuova Carta Fondamentale, nella quale la Cecenia tornava ad essere un soggetto federale. Troshev salutò l’evento come l’inizio di una nuova era nella storia delle relazioni russo  – cecene, o quantomeno la fine politica dell’esperienza separatista.

“Per la prima volta nella loro storia, gli stessi ceceni determinarono volontariamente il loro destino. Nessuno aveva chiesto loro niente del genere, prima. Ne’ venti né trent’anni fa, quando il partito pubblicava circolari e concetti come “l’ingresso volontario” né centocinquant’anni fa, quando il Caucaso fu sottomesso, né all’inizio degli anni ’90, quando Dudaev proclamò “l’Ichkeria indipendente”. I risultati del referendum hanno sbalordito molti. Molti, ma non gli stessi ceceni. Gli abitanti della repubblica fecero la loro scelta a favore della pace, non della guerra.

[…] Nel libro “La mia guerra”, in uno dei capitoli dal titolo “Alleati inaspettati”, ho parlato di come le truppe del gruppo orientale hanno liberato Gudermes, Argun, Shali dai banditi…ceceni. Ricordo ancora con gratitudine i fratelli Yamadayev, Dzhabrail e Khalid, Supyab Taramov e altri. Sono stati tra i prmi a distruggere i banditi spalla a spalla con  “federali”.

L’AMBIGUITA’ DELLA GEORGIA

L’unico confine internazionale della Cecenia è quello meridionale. Lungo quel confine dalla Cecenia si passa in Georgia, una repubblica che fin dai primi anni ’90 si è confrontata con la Russia, tentando di tenere il Cremlino lontano dai suoi affari, mentre Mosca tentava di tutelare le minoranze filo  – russe in Abkhazia e Ossezia del Sud. Il passaggio dalla Cecenia alla Georgia è difficilmente praticabile, e soltanto tra il 1997 ed il 1999 il governo separatista tentò di aprire una strada carrabile che dalla cittadina montana di Itum – Khale giungesse al piccolo villaggio georgiano di Shatili, aprendosi così una “via d’uscita dall’assedio”. Durante i due conflitti russo – ceceni la Georgia funse sia da via di comunicazione per uomini, merci e risorse finanziarie, sia da base di retroguardia per i reparti separatisti in fuga, o desiderosi di ricomporre i ranghi prima di tornare in battaglia. Troshev parla diffusamente dell’ambiguo atteggiamento tenuto dal governo di Tbilisi nei confronti dei separatisti ceceni, e delle basi su territorio georgiano nelle quali i militanti poterono ricostituire le loro forze durante la Seconda Guerra. In particolare Troshev parla della Gola di Pankisi, una stretta valle abitata da una popolazione di etnia Vaynakh, molto vicina geograficamente e culturalmente alla Cecenia. In questa valle si raccolsero a più riprese centinaia di miliziani, tanto che per un certo periodo di tempo la valle fu considerata una sorta di “terra franca” del terrorismo internazionale.

“Nel Settembre 2002 il Presidente russo V.V. Putin ha presentato serie accuse contro la leadership georgiana. Ha rimproverato le autorità del paese vicino per connivenza con le bande di terroristi internazionali ed ha avvertito Eduard Shevardnadze e il Consiglio di Sicurezza dell’ONU che la Federazione Russa si sarebbe riservata il diritto di autodifesa in caso di minaccia alla sua sicurezza da banditi ceceni e stranieri dislocati su territorio georgiano, a Pankisi…

[…] Ci sono prove documentali che un certo numero di comandanti di campo ceceno hanno utilizzato la gola di Pankisi come base per la convalescenza, la ricreazione e la riorganizzazione dei militanti, nonché per il trasferimento di armi e munizioni in Cecenia. Ad esempio, è stato recentemente pubblicato l’appello di Shamil Basayev ai membri delle formazioni armate illegali cecene situate in Georgia, il quale contiene istruzioni per condurre attività sovversive contro la Russia, compiti per addestrare militanti e fornire loro armi.

La gola di Pankisi. Oltre quell’alta catena di montagne c’è la Cecenia

[…] Nei primi mesi dopo l’attacco al Daghestan, la collaborazione dei leader georgiani con i comandanti di campo è stata appena nascosta. A Tbilisi iniziarono ad essere pubblicati tre giornali, finanziati in tutto o in parte con il denaro dei militanti, apparve un centro di informazione ceceno e, soprattutto, fu creato il cosiddetto “ufficio di rappresentanza” dei separatisti ceceni, che un tempo contava fino a un centinaio di dipendenti, cioè incomparabilmente più grande dell’ambasciata russa. Nonostante le proteste di Mosca, le strutture ufficiali della Georgia, per non parlare dei media privati, l’anno definita niente di più che un “ufficio di rappresentanza della Cecenia” o “un ufficio di rappresentanza della Repubblica di Ichkeria”. Lo stesso rappresentante, Khizir Aldamov, è diventato una vera star dello schermo televisivo, ha ottenuto il favore della leadership georgiana ed ha incontrato direttamente ministri e capi dipartimento.

LA VOCE DEL NEMICO: L’ICHKERIA SECONDO TROSHEV (PARTE 2)

IL MERCATO DEGLI SCHIAVI

Uno degli argomenti sostenuti con maggior vigore dal governo russo per giustificare la seconda invasione della Repubblica Cecena di Ichkeria era quello relativo al caos imperante negli anni successivi alla fine della Prima Guerra. Gennady Troshev nelle sue memorie circostanzia, citando le sue fonti, il contesto di illegalità diffusa e di connivenza di alcune autorità statali in crimini odiosi come la presa di ostaggi a scopo di riscatto, il traffico di droga ed il furto di petrolio. In questo paragrafo del suo racconto si parla del cosiddetto “Mercato degli schiavi”:

“Gli attacchi armati di banditi alle nostre truppe, anche fuori dalla repubblica, sono diventati regolari. Ma se già questo era un problema, il rapimento e la tratta di persone hanno assunto proporzioni senza precedenti. Senza troppe esagerazioni, possiamo dire che questa industria ha assunto proporzioni di primo piano nell’economia della repubblica. In pianura e sulle montagne, la maggior parte delle famiglie cecene aveva i propri schiavi – la propria forza lavoro gratuita.

Alle soglie del terzo millennio, nel pieno centro di Grozny, nell’area della cosiddetta piazza dei “Tre Bogatiri” per diversi anni, fino all’autunno del 1999, ha funzionato a dovere il più grande mercato di schiavi del Caucaso Settentrionale, dove uno schiavo poteva essere acquistato per tutti i gusti ad un prezzo ragionevole. E la contrattazione qui era abbastanza appropriata. Anche i bambini del posto sapevano che il prodotto più redditizio era un “non ceceno”. […] .

In cima alla scala venivano valutati gli stranieri, giornalisti famosi e politici: per loro si potevano ottenere grandi somme, fino a diversi milioni di dollari. Questi prigionieri erano tenuti in condizioni relativamente normali. Questo tuttavia non riguardava il comportamento della banda di Arbi Barayev, dove si torturavano tutti i prigionieri, anche quelli “super redditizi”. I rapitori più semplici preferivano “lavorare” con specialisti civili, E poiché c’era tensione con loro in Cecenia, gli ostaggi dovevano essere catturati nelle repubbliche vicine Inguscezia, Daghestan, Ossezia del Nord, Cabardino – Balcaria. Per questi non erano necessari i dollari, potevi concordare uno scambio di materiali da costruzione, veicoli, cibo… […].

La moneta più scarsa nel mercato degli schiavi era pagata per un soldato russo. A cause di varie circostanze questo prodotto, dopo Khasavyurt, non era protetto né dal governo federale né dal tesoro. E’ vero, alcune regioni a volte hanno cercato di tirare fuori dalla prigionia i loro connazionali. Ad esempio, l’amministrazione del Territorio di Krasnodar ha pagato cinquantamila dollari per i guardiamarina Soltukov e Moskalev, e per il rilascio di Berezhny e Vatutin i residenti di Krasnodar hanno dato 40 tonnellate di farina. Ma questi fatti sono piuttosto l’eccezione alla regola.

Centinaia di ufficiali e soldati russi, per diversi anni, hanno piegato le spalle ai padroni ceceni. Nei distretti di Vedeno e di Itum – Khale coltivavano tè di montagna; piantagioni di papaveri venivano coltivate vicino al villaggio di Alleroy, bestiame veniva pascolato nel distretto di Nozhay – Yurt e molti altri costruirono una strada per Shatili. Venivano tenuti in condizioni terribili: lavori pesanti dall’alba al tramonto, freddo, fame, percosse… non tutti resisterono a queste prove. Come ha osservato uno dei mercanti di schiavi locali: “I catturati rimarranno in prigione per molto tempo…se, naturalmente, rimarranno vivi.” Queste parole sono state confermate dalle statistiche: in dieci mesi, solo un militare che ha preso parte alle ostilità è stato rilasciato dalla prigionia cecena, mentre gli accordi di Khasavyurt prevedevano l’estradizione di tutti i prigionieri.

Giovani coscritti russi sotto minaccia armata di militanti separatisti

A onore del vero le affermazioni di Troshev, e in particolare quelle relative al fenomeno della cattività dei soldati russi prigionieri, non trovano riscontro nelle statistiche. Se ci fu ricorso a manodopera forzata tra i prigionieri di guerra non restituiti alla Russia, questo fu meno massiccio di quanto riferito dal Generale anche se, certamente, il fenomeno del rapimento per riscatto riguardo molte centinaia di persone, se non migliaia.

ANARCHIA E PULIZIA ETNICA NELLA CECENIA DEL DOPOGUERRA

I due tratti distintivi dell’Ichkeria postbellica furono certamente lo stato di diffusa anarchia che regnava nel paese ed il revanscismo anti – russo, a causa del quale decine di migliaia di cittadini di origine slava furono costretti ad abbandonare la città o ad accettare continue vessazioni. Ecco come Troshev descrive la situazione della Cecenia all’indomani della fine della Prima Guerra:

“Tre anni di “indipendenza” hanno portato la repubblica al disastro: le masse popolari sono stati private del diritto ad una vita dignitosa. L’approvvigionamento della popolazione è praticamente cessato, le scuole sono state chiuse, anche se gli insegnanti sono rimasti nei villaggi. Gli insegnanti non ricevettero alcuno stipendio dopo il 1995. Gli ospedali e le cliniche mancavano delle attrezzature e dei medicinali necessari, e in molti casi non c’era nulla per fornire anche il primo soccorso. Le pensioni venivano emesse in maniera estremamente irregolare. Ad esempio, l’ultima volta che i pensionati ricevettero denaro fu nel Luglio – Agosto 1997 per un importo di 300 – 350 rubli. La già difficile situazione della popolazione era aggravata dalla mancanza di elettricità e gas, che in precedenza venivano forniti dal Daghestan e dal Territorio di Stavropol. La maggior parte delle fabbriche erano inattive. E le merci che vi venivano prodotte, ad esempio, nelle zone di pianura, venivano semplicemente “espropriati” dalle autorità di Grozny.

Il bersaglio principale dei separatisti, storditi dalla permissività, erano gli “stranieri”: trecentocinquantamila russi, abbandonando ciò che avevano acquisito per anni, lasciarono la Cecenia. Chi rimase bevve a pieno il calice amaro. Quante volte abbiamo letto e sentito di massacri di “non ceceni”?

Negli ultimi anni i banditi ceceni hanno sequestrato più di centomila appartamenti e case appartenenti a russi, daghestani e persone di altre nazionalità. Quasi cinquantamila tra i loro vicini furono ridotti in schiavitù dai ceceni. E quanti “schiavi” hanno piegato le spalle alla costruzione di una strada di alta montagna attraverso la cresta principale del Caucaso fino alla Georgia, vagavano nelle raffinerie di petrolio artigianali, nelle piantagioni di papavero e canapa.

Anche in questo caso i numeri citati da Troshev fanno fatica a trovare conferma. La misura di centomila appartamenti e di cinquantamila schiavi è certamente simbolica, e non trova conferma nelle statistiche ufficiali. Certamente il “furto di appartamenti” conseguente alla distruzione dell’archivio di stato durante la guerra fu un problema endemico, e la minoranza russa ne patì i principali effetti.

La scritta “Benvenuti all’inferno” campeggia su un muro in rovina nel centro di Grozny

LA DROGA IN ICHKERIA

L’ultima frase del precedente intervento introduce un altro dei gravi problemi che afflissero il paese all’indomani della pace del 1996: il traffico ed il consumo di droga.

“Uno dei motivi per le rapine in Cecenia era e rimane la droga” ha testimoniato il giordano Khalid Al – Hayad, che è stato tra i combattenti ceceni per diversi mesi, nella banda dello stesso Gelayev. In precedenza al pari delle armi, le droghe venivano vendute nel centro di Grozny. Dopo che i russi hanno preso la città, la droga è diventata molto difficile da reperire ed i prezzi sono saliti alle stelle. I militanti, anche sotto il fuoco dell’aviazione federale e dell’artiglieria, erano pronti a portare al mercato sacchi di merci saccheggiate tutto il giorno, in modo che la sera, avendo venduto le loro cose, potessero procurarsi una siringa con una piccola dose e rilassarsi. Non si può dire che tutti i militanti fossero tossicodipendenti, ma ce n’erano abbastanza. Si iniettavano, fumavano cannabis, usavano qualsiasi cosa per ottenere uno sballo.

[…] La distrutta economia cecena, la disoccupazione ed altre questioni di natura sociale e domestica non potevano non influenzare la psiche di molti, anche di pacifici cittadini ceceni. Inoltre, è ben lungi dall’essere un segreto che nella “Ichkeria libera” la produzione di droga fosse essenzialmente un’attività legale. Un tempo gli stessi Basayev e Khattab ottennero un notevole successo in questo campo. Le piantagioni di papavero e canapa appartenevano a loro e si trovavano a Kurchaloy, nei distretti di Gudermes, Nozhai – Yurt e Vedeno. E il fratello di Shamil Basayev, Shirvani, acquistò proprio per questo motivo l’edificio della scuola numero 40 in Turgenev Street, trasformandolo in un impianto di produzione di droga. Esso venne recintato con filo spinato elettrificato. Tuttavia l’attrezzatura qui era tedesca, e professori e fermacologi indiani fungevano da consulenti […] durante il girono, a fabbrica miracolosa “intitolata ai fratelli Basayev” produceva tre chilogrammi di eroina pura. Sul mercato nero, un grammo di questa droga costa duecento dollari. I signori della droga Basayev aprirono quindi i loro “uffici” a San Pietroburgo, Volgograd, Krasnodar, Ufa, Kaluga. E il denaro scorreva verso di loro come un fiume. Le fabbriche “Ichkeria” per la produzione di oppio e la lavorazione dell’eroina erano situate anche nel sanatorio degli ingegneri energetici nel distretto di Vedeno, nel campo dei pionieri “Zorka” vicino a Shali e in altri luoghi.”

Shirvani Basayev, fratello minore di Shamil Basayev. Secondo Troshev, era uno dei signori della droga in Cecenia

Anche in questo caso le affermazioni di Troshev vanno prese con le dovute cautele. Sicuramente il consumo di eroina divenne endemico nella Cecenia del dopoguerra: molti militanti ne abusarono durante il conflitto, dove la terribile sostanza serviva a curare il dolore fisico delle ferite ed a placare lo stress della battaglia. Molti comandanti di campo ne divennero produttori e distributori, e la piaga della tossicodipendenza falcidiò lo stesso esercito separatista durante la Seconda Guerra.

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“LA VITTORIA E’ UN AUTO – INGANNO”: INTERVISTA A MUSA MERZHUYEV

Musa Merzhuyev è stato uno degli uomini più vicini al primo Presidente della Repubblica Cecena di Ichkeria, Dzhokhar Dudaev. Nato nel 1944, trascorse la maggior parte della sua vita nell’esercito sovietico, dal quale si congedò nel 1991 col grado di Tenente Colonnello dell’aviazione. Messosi a disposizione del governo provvisorio rivoluzionario nel Novembre 1991, fu nominato Colonnello del nascente esercito nazionale ceceno, e posto a capo dello Stato Maggiore appena costituito. Nel Febbraio del ’92 tuttavia, fu rimpiazzato da Viskhan Shakhabov, anch’egli proveniente dai ranghi dell’armata rossa, e nell’Aprile del 1993 fu nominato Rappresentante Presidenziale presso le Forze Armate. Rimase in questa posizione fino allo scoppio delle ostilità, dopodiché divenne rappresentante regionale del Presidente, nel 1995. Rimasto ferito, continuò a supportare le attività delle forze armate secessioniste senza tuttavia poter partecipare alle azioni belliche, a causa di una lesione alla spina dorsale che lo costringeva spesso al riposo forzato.

Con la fine delle ostilità si ritirò a vita privata, non partecipando attivamente alla politica dell’Ichkeria postbellica, né alla successiva Seconda Guerra Cecena. L’intervista che segue fu rilasciata da Merzhuyev nel Giugno del 1997 al quotidiano delle forze armate “Difensore della Patria”. In essa è ben presente la consapevolezza che la “vittoria” dei separatisti è soltanto l’inizio di un percorso di rafforzamento dell’indipendenza che rischia di naufragare da un momento all’altro.

Musa Merzhuyev (a sinistra in uniforme) assiste ad una parata militare nell’anniversario dell’indipendenza. In quel momento Merzhuyev ricopriva il ruolo di Rappresentante del Presidente presso lo Stato Maggiore delle Forze Armate.

Musa, com’è iniziata la guerra russo – cecena?

Non si può dire che la guerra russo – cecena sia iniziata nel 1992, quando le unità militari russe hanno marciato attraverso l’Inguscezia, né che sia iniziata il 26 Novembre 1994 o l’11 Dicembre 1994. La guerra russo – cecena va avanti da oltre quattrocento anni. L’8 Novembre 1991 iniziò un altro round (della guerra, ndr.) quando Boris Eltsin inviò un reparto a Khankala, dichiarando lo Stato di Emergenza nella nostra Repubblica. Dzhokhar Dudaev allora agì con decisione, ma con prudenza e prontezza, ed i generali Gafarov e Komissarov valutarono con sobrietà la situazione nella repubblica e si ritirarono. Ecco perché allora non fu versato sangue. Il nostro paese si è poi trasformato in un grande campo militare. Il Presidente introdusse la Legge Marziale in risposta alle azioni di Eltsin.

Dopo aver subito una sconfitta con il ritiro del reparto, Mosca dichiarò alla Cecenia una guerra di propaganda, una guerra economica, politica, dei trasporti, con attacchi terroristici mirati. Il governo centrale allora non aveva un piano per affrontare la guerra: il presidente Dudaev sperava di riuscire a negoziare con Mosca. E’ vero, avevamo abbozzato un piano per la difesa della Repubblica. Ma il presidente non si è mai posto il compito di redigere un piano per condurre una guerra, elaborammo soltanto un piano per la difesa della CRhI in caso di aggressione da parte della Russia. Sapevamo che la Russia aveva iniziato a preparare un piano per la conquista totale della Cecenia. E al Cremlino avevano trovato un motivo conveniente: la restaurazione dell’ordine costituzionale, per la quale erano stati costituiti gruppi d’assalto guidati da Kvashnin. Il compito dei generali russi era quello di intimidire i ceceni con armate di carri armati. Nella fase iniziale l’enfasi era posta tutta sulle colonne corazzate.

Blindato delle forze armate separatiste schierato davanti al Palazzo Presidenziale

Il presidente Dudaev aveva dato l’ordine di costituire un esercito efficiente, ma per ragioni oggettive un tale obiettivo non era raggiungibile. C’erano troppe persone che volevano una poltrona. E questo era pericoloso. Il presidente Dudaev scommetteva sulla possibilità che le contraddizioni tra la Russia e la Repubblica Cecena sarebbero state risolte con mezzi pacifici. Questo è un tratto nazionale del popolo ceceno. Anche il partito filorusso di Zavgayev voleva questa guerra, e quanto ad Avturkhanov e Khadzhiev, loro erano semplici esecutori della volontà del partito della guerra. Il 26 novembre le truppe russe portate da Avturkhanov e Gantemirov, che erano usate come scudo dai servizi speciali russi, condussero un’incursione in forze, con l’obiettivo di catturare la Capitale e rovesciare il legittimo presidente della ChRI. Dopo il fallimento dell’assalto, la Russia emise un ultimatum chiedendo ai ceceni di deporre le armi e riconoscere la Costituzione della Federazione Russa. Ma ancora a questo punto Dudaev sperava nella pace ed accettò di tenere negoziati con il Ministro della Difesa russo, Pavel Grachev, e con la delegazione russa a Vladikavkaz. Il 26 Novembre 1994 le unità russe entrarono a Lomaz – Yurt, ma ancora una volta Dudaev sperò nella pace. Ma il Cremlino la pensava diversamente: il problema ceceno doveva essere risolto con la forza.

L’invasione del nostro paese è stata effettuata da tre lati (o direzioni): Mozdok, Khasvyurt, Nazran. Era previsto che il gruppo ausiliario si sarebbe spostato dal lato di Stavropol attraverso le regioni di Shelkovsky e di Naursk. Ma con l’inizio delle ostilità fu il fronte di Khasavyurt a diventare ausiliario, mentre quello di Shalkovsky – Naursk divenne il principale.

Sarebbe interessante conoscere le tue valutazioni riguardo l’ultima guerra…

Durante la Guerra Russo – Cecena, tutte le operazioni furono sviluppate da Aslan Maskhasov e io ero, per così dire, di riserva. E’ vero, ho cercato di fornire assistenza in modo indipendente al Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate della ChRI. Ma l’intero fardello del lavoro ricadde su Aslan Maskhadov e sul Comandante del Comando Centrale, Valid Taymaskhanov. E’ da notare che lo Stato Maggiore delle Forze Armate della ChRI svolse un ruolo di primo piano nel consolidamento di tutti i distaccamenti delle milizie popolari. Aslan Maskhadov si dimostrò un talentuoso organizzatore ed un combattente senza paura. Durante la guerra, ho subito una lesione alla colonna vertebrale, fui impegnato nella costituzione del quartier generale del Fronte Sud – Occidentale (comandante, Ruslan Gelayev) per conto del Presidente fino al 6 Marzo 1995, dopodiché fui evacuato per curarmi. Al mio ritorno, e fino al nuovo insorgere della malattia operai a Bamut, ma non potei fornire aiuto pratico a causa del mio stato di salute.

Riguardo Dudaev?

Dzhokhar Dudaev aveva un talento eccezionale come organizzatore, aveva la capacità di infiammare le persone, di far loro capire quanto era giusto fare quello che chiedeva. Nei tempi difficili non si perse mai d’animo. Si fidava di Maskhadov, di Gelayev, di Basayev, conosceva bene le qualità di ciascuno di loro.

L’ultima volta che ho visto il Presidente è stato nell’Ottobre 1995 a Starye Achkhoy, ma rimasi in contatto con lui tramite intermediari fino al Marzo 1996, quando tramite un messaggero gli inviai un rapporto sull’assegnazione dei fondi per le cure mediche. Non ebbi risposta, per le ragioni note a tutti.

Dzhokhar Dudaev (sinistra) e Aslan Maskhadov (destra) nel 1995

Riguardo ai mercenari?

Nella Guerra Russo – Cecena non un solo mercenario ha combattuto dalla parte del popolo ceceno, non c’erano “calzamaglie bianche”. C’erano volontari che difendevano la nostra indipendenza. Non c’erano molti tagiki, karakalpak, tartari, cabardini, abkhazi, daghestanu, kharachais, ucraini, baltici. Un fatto che racconto adesso è rimasto inosservato: vicino a Mozdok circa 300 ragazzi cabardini disarmarono i russi e si mossero per aiutarci, ma non riuscirono a passare. Furono circondati dai russi e fatti prigionieri. Ad oggi, il loro destino è sconosciuto. Alcuni cabardini, azeri e karachais presero parte alla Battaglia per Bamut.

Tutto il popolo ceceno ha combattuto contro il nemico. Una volta un anziano abitante di Gekhi portò tre figlie e sua sorella con sé. Il villaggio di Gekhi è noto in tutto il nostro paese per il fatto che a metà del XIX secolo la coraggiosa ragazza Taimaskha comandò un distaccamento di combattenti contro le truppe zariste.

L’Operazione Jihad

L’operazione del 6 Agosto 1996 è stata organizzata al massimo livello. Piccoli distaccamenti di milizie hanno bloccato la guarnigione di Grozny. Nella storia della guerra e dell’arte militare questa operazione non ha eguali. Fu il coronamento delle capacità di leadership militare di Maskhadov e dei suoi associati Shamil Basayev, Ruslan Gelayev e molti altri coraggiosi e intrepidi comandanti delle forze armate della ChRI. Nella sua organizzazione venne presa in considerazione la mentalità del combattente ceceno. Agli occhi del nemico, ogni soldato ceceno si è trasformato in mille uomini.

Quali sono le lezioni impartite dalla Guerra Russo – Cecena?

Dire che in questa guerra abbiamo sconfitto la Russia è impossibile, è un autoinganno. Non puoi mentire alla tua gente. Non possiamo illuderci. La Russia, dopo aver ricevuto un duro colpo, sta traendo le sue conclusioni e riorganizzando le forze, cosa che noi, invece, non stiamo ancora facendo. Se vogliamo ottenere e rafforzare l’indipendenza, dobbiamo creare un esercito regolare, mettendo particolare attenzione alle difese antiaeree e anticarro.

In questa guerra il soldato russo, invasore, ha mostrato le sue qualità più vili, mentre il combattente ceceno, difensore e liberare, le sue qualità più nobili. I soldati del nostro esercito devono coltivare proprio queste qualità di alto umanesimo.

Miliziani separatisti festeggiano la presa di Grozny (Agosto 1996)

Il modo in cui i soldati russi si sono comportati con prigionieri e civili è noto a tutto il mondo. I soldati russi hanno persino trasformato i cimiteri in latrine, costruire strutture difensive dentro le chiese. Hanno bruciato e ucciso prigionieri e civili, scaricato cadaveri e feriti dagli elicotteri. I regolamenti militari dovrebbero tenere conto sia del passato che del presente, fare affidamento sui tratti spirituali e nazionali del popolo ceceno. Gli ufficiali possono e devono essere formati nel nostro paese, ma anche negli Stati Uniti, in Germania, Francia, Cina. E della questione deve occuparsi lo Stato Maggiore delle Forze Armate della ChRI. L’armamento del nostro esercito non dovrebbe dipendere dalla fornitura di armi estere. Non dobbiamo dipendere dalla fornitura di armi dall’esterno. Dobbiamo creare una nostra industria militare, solo allora il nostro esercito sarà pronto per il combattimento e veramente indipendente del condurre operazioni militari.