l-Suwaylim: “Memories of Amir Khattab: The Experience of the Arab Ansar in Cecenia, Afghanistan e Tagikistan”. Dai più conosciuto come Emir Al Khattab, è stato il più celebre “Comandante di Campo” della guerriglia cecena, mettendo in atto alcune delle più audaci azioni di guerra contro l’esercito russo, e rendendosi parimenti responsabile di alcuni tra i più odiosi atti terroristici che abbiano macchiato il suolo del Caucaso. Fervente islamista, fu tra i promotori della “svolta fondamentalista” della resistenza cecena, preparando centinaia di giovani combattenti al “martirio” e costituendo l’organizzazione alla base dell’autoproclamato “Emirato Islamico”. In questa sede pubblichiamo alcuni stralci dell’intervista. Chiariamo subito che il nostro intento non è quello di glorificare una figura di Al Khattab, di giustificarne le azioni o di supportare il radicalismo islamico (come specificato nella sezione “Mission” di questo blog). Nel nostro trattare l’argomento della Repubblica Cecena di Ichkeria non possiamo ignorare la voce di questa parte della “resistenza” che fu così fondamentale per l’evoluzione confessionale della ChRI. Per questo, e per nessun altro motivo, riportiamo alcuni stralci del libro di Ibn Al Khattab.
LA GUERRA
Ricordo quello che mi disse Shamil Basayev: “Inshallah, la guerra finirà in pochi giorni, e vinceremo.” Io risposi: “La guerra finirà soltanto se sconfiggiamo i russi e li cacciamo”. Lui mi dette una pistola con silenziatore e mi disse: “Tienila con te. So che non è facile per te. Quando ero in Abkhazia, la gente ha iniziato a negoziare. E’ stato difficile per noi uscire da questi negoziati, soprattutto dopo la morte di tanti Mujahideen. Potrebbe essere difficile per te ma, inshallah, non agiremo come hanno fatto gli abkhazi”. Queste cose per me non erano ancora chiare. Poi ci fu un’operazione a Bodennovsk, in Russia, ed i russi dovettero risolvere questo problema attraverso i negoziati. Lo spirito della Jihad rivisse nelle persone con rinnovato vigore. Successivamente iniziai a chiedere agli uomini di elaborare un programma, di acquistare armi e munizioni. Durante i 4 mesi del periodo di negoziazione riuscimmo a prepararci.
Successivamente i russi annunciarono di voler tenere le elezioni presidenziali in Cecenia, dichiarando che a seguito di queste si sarebbero ritirati dalla repubblica. Alle elezioni parteciparono anche i militari russi, il cui numero aveva raggiunto mezzo milione, mentre l’intera popolazione della Cecenia era inferiore al milione e mezzo di persone. Naturalmente i russi vinsero le elezioni piazzando il loro burattino, Zavgaev. I mujahideen strapparono gli accordi, interruppero i negoziati ed iniziarono le operazioni militari. Dopo aver seguito da vicino questa situazione mi accorsi che tutto era stato risolto: avevamo tutto pronto e, cinque giorni dopo la conclusione delle trattative, effettuammo la nostra prima operazione.
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Il video postato sopra è la ripresa dell’imboscata di Yarishmardy ripresa dalla telecamera degli uomini di Khattab.
Questa operazione ci dette una buona esperienza, ed iniziammo a prepararci per ripeterla. […] Ci siamo preparati per l’attacco. Il convoglio era composto da 32 veicoli: 4 carri armati, 11 veicoli da combattimento, 4 autocisterne ed alcuni camion. Tutti i veicoli furono distrutti, dal primo all’ultimo, e solo 12 soldati riuscirono fuggire buttandosi nel fiume. Dopo queste due operazioni l’offensiva russa si arrestò completamente ed i russi si ritirarono dalle montagne. Il morale della gente saliva e lo spirito dei russi declinava. […] Poco dopo, i mujahideen entrarono a Grozny.
I resti della colonna corazzata russa distrutta a Yarishmardy
Sposammo donne del posto per legarci maggiormente a quei popoli, e nessuno ha osato opporsi a noi quando siamo diventati loro parenti.
IL RAID SUL DAGHESTAN
Molte persone pensano che i fratelli si siano precipitati in Daghestan, e che siano stati i primi ad iniziare la guerra, e li incolpano per questo. L’esercito russo ha succhiato sangue, umiliato e distrutto le terre dei musulmani in Afghanistan, Tagikistan, Bosnia e Cecenia. E quando gli stessi guerrieri dell’islam iniziano ad attivarsi, allora sono loro a dover essere biasimati? E’ ora di scendere dalle nuvole. La Russia firmò un cessate il fuoco di cinque anni per addestrare il suo esercito. I generali russi dissero che sarebbero tornati, e persino Maskhadov disse in televisione che i russi sarebbero tornati presto. I loro agenti ci avevano detto un anno e mezzo prima (dello scoppio della seconda guerra, ndr.) che i russi sarebbero arrivati dalle montagne. Nel nostro campo di addestramento catturammo trentasette loro agenti, inviati per uccidere Shamil, Khattab ed altri comandanti. Sono confessioni delle spie stesse. Non è questa, già , guerra? […] Dovevamo davvero reagire solo dopo che la tragedia fosse già avvenuta, la terra bruciata, tutto distrutto, cadaveri mostrati alla televisione, pianti di bambini, donne dall’onore violato?
Khattab indossa il basco di comandante del Battaglione Islamico. Cecenia, Settembre 1996
[…] (In Daghestan, ndr.) c’era l’intenzione di espellere le autorità dall’intera ragione e di stabilirvi la Sharia. Il governo chiese aiuto ai russi, i fratelli chiesero aiuto ai mujahideen, così entrammo in Daghestan prima dei russi. Dopo aver preso posizione, aspettammo l’attacco dei russi. Non entrammo in Dahestan per altro motivo se non quello di fornire aiuto ai mujahideen. […] I mihajudeen daghestani, avendo molti feriti e uccisi, cominciarono a chiedere aiuto. Sarebbe stato illecito per noi lasciarli senza aiuto. […] Non ho mai visto in vita mia, e non credo che rivedrò quello che è successo in Daghestan. L’aviazione bombardò con bombe multi – tonnellata, bruciando tutto intorno. L’intera valla fu bruciata dai russi, che uccisero 30 giovani mujahideen del gruppo di Hakim al Madani (che Allah abbia pietà di lui) dopo aver causato gravi danni ai russi.
[…] Per Allah, prima che sparassimo il primo colpo di Daghestan, l’esercito russo era già avanzato di un chilometro in profondità in Cecenia, nella regione di Shelskovsky, ed a concentrare le sue truppe a Naursk. Chiunque volesse avere conferma può chiedere agli abitanti di quelle zone. Anche Maskhadov lo sapeva. […] Era chiaro che la Russia stesse pianificando un’invasione, quindi li abbiamo anticipati.
Nella primavera del 1998 tra le frange radicali del nazionalismo ceceno si era fatta largo l’idea di esportare la rivoluzione in tutto il Caucaso, un po’ per intimorire la Russia, un po’ per assecondare il delirio di onnipotenza di quei capibanda che, dopo aver vinto la prima guerra, sognavano di combatterne una seconda ancora più grande. L’organizzazione che si era fatta promotrice di questo obiettivo, il Congresso dei Popoli di Ichkeria e Daghestan, si era costituita poco dopo, e Basayev ne era stato nominato Emiro. Nella primavera del 1999 le attività del Congresso si intensificarono. Il 17 luglio si tenne una assemblea plenaria, convocata per discutere la situazione di forte tensione che si viveva nel vicino Daghestan. Qui, come abbiamo visto, una vivace frangia del fondamentalismo, ispirata da Bagauddin Kebedov, aveva messo radici nei distretti più poveri e periferici, finendo per esserne espulsa con la forza. Kebedov era stato accolto da Basayev ed aveva trasferito in Cecenia i suoi seguaci, preparando la rivincita. Ugudov e Basayev sponsorizzavano fortemente il progetto.
In un’intervista con la rivista jihadista cecena Al – Qaf Basayev aveva dichiarato: “I leader del Congresso non consentiranno all’esercito di occupazione russo di provocare il caos nella terra dei nostri fratelli musulmani. Non intendiamo lasciarli impotenti.”. Nel gennaio del 1999 Khattab aveva iniziato a raccogliere i suoi adepti in una “Legione Islamica”, mentre insieme a Basayev aveva costituito la Brigata Internazionale Islamica per il Mantenimento della Pace, reclutando volontari principalmente tra i ceceni che componevano le Guardie della Sharia ed il Reggimento Islamico Speciale. Nell’aprile 1999 Kebedov aveva dichiarato ufficialmente una Jihad contro gli infedeli che perseguitavano i wahabiti in Daghestan, invitando tutti i “patrioti islamici del Caucaso” a prendervi parte. L’assemblea del Congresso fu convocata per decidere in che misura la Jihad di Kebedov dovesse essere appoggiata. Uno dei leader daghestani accorsi al Congresso dichiarò: “L’esistenza dell’impero russo per noi è un eterno onere schiacciante associato a determinati problemi. Dobbiamo fare del nostro meglio per concentrare tutto il nostro intelletto sulla distruzione e la frammentazione di questa minaccia globale […] dobbiamo compiere il nostro destino e scrivere col sangue la nuova storia del Caucaso […].” Il discorso si concluse con la proposta di iniziare le azioni di guerra quella stessa estate. La linea generale dei partecipanti fu aderente a questa dichiarazione.
Bandiera della Brigata Islamica per il Mantenimento della Pace, braccio armato del Congresso dei Popoli di Ichkeria e Daghestan
I comandi federali giĂ da tempo si erano preparati all’eventualitĂ di un’azione simile, sapendo giĂ da almeno un anno che le intenzioni dei radicali ceceni erano quelle di penetrare in Daghestan e tentare di esportarvi la rivoluzione. Anzi, per la veritĂ li avevano anche incoraggiati, ritirando per tutta la prima parte del 1999 qualsiasi unitĂ militare dal confine occidentale del Daghestan, quasi ad invitarli ad entrare. Così, non appena fu chiaro che l’operazione era iniziata, Eltsin raccomandò massima durezza alle forze armate, e nominò primo ministro un giovane astro nascente della politica russa, Vladimir Putin. Questi era stato fino ad allora Direttore dei servizi segreti federali. Non si era neanche insediato che tenne una conferenza stampa nella quale dichiarò che il governo aveva preparato “una serie di misure per mantenere l’ordine e la disciplina in Daghestan.” Il 9 agosto le prime forze speciali federali vennero a contatto con i jihadisti sulle creste ad ovest di Botlikh, mentre l’aereonautica iniziava a bersagliare i sentieri, compiendo 78 sortite nelle sole prime 24 ore. La rabbiosa reazione delle forze federali costrinse Maskhadov ad intervenire per tentare di smarcarsi da quello che sembrava un disastro annunciato. In una conferenza stampa il presidente ceceno dichiarò che quanto stava accadendo non aveva niente a che fare con la Cecenia, che i miliziani erano per lo piĂą daghestani e che i cittadini della Cecenia non stavano partecipando all’attacco, fatta eccezione per alcuni individui isolati.
Reparti di volontari daghestani sfilano ad una rievocazione. La maggior parte dei Daghestani si oppose all’invasione degli islamisti, costituendo distaccamenti di milizia a difesa dei villaggi.
Nel frattempo, al fronte, i miliziani si erano attestati su una collina calva chiamata “orecchio d’asino”. Le truppe federali iniziarono bombardando le altezze facendo largo uso di artiglieria Grad, e bersagliando le posizioni dei militanti con elicotteri da combattimento. Il 12 agosto, dopo intensi bombardamenti, le forze federali passarono all’assalto di terra, conquistando la cima del monte alle prime ore del 13 agosto. Le forze di Basayev passarono al contrattacco attacco utilizzando i loro mortai come copertura. L’attacco fu rabbioso ed ebbe successo: i russi persero una decina di uomini, tra i quali il comandante del gruppo, Maggiore Kostin ed altri venticinque rimasero feriti, e dovettero sloggiare le posizioni acquisite. Un secondo tentativo di prendere la cima fu fatto il 18 agosto, ed anche in questo caso un violento contrattacco islamista costrinse i federali a tornare sulle posizioni di partenza. La seconda controffensiva tuttavia esaurì le riserve degli insorti, che infine si decisero ad abbandonare la montagna. Nel frattempo tutto il fronte nel distretto di Botlikh si era acceso: l’11 agosto i miliziani avevano abbattuto un elicottero a bordo del quale volavano tre Generali della Milizia del Ministero degli Interni, i quali rimasero feriti. Altri due corpi d’assalto islamisti, uno agli ordini di Kebedov, l’altro costituito dai resti del Reggimento Islamico Speciale di Baraev, penetrarono in Daghestan, aspettandosi da un momento all’altro che i daghestani insorgessero in tutto il paese a supporto della loro azione. Tuttavia la stragrande maggioranza delle popolazione non soltanto non fraternizzò coi wahabiti, ma cercò in tutti i modi di allontanarli dai villaggi, temendo che le loro cose finissero distrutte nei combattimenti. Ben presto l’avanzata iniziò ad impantanarsi. Nessuna grande cittĂ del paese insorse, e le forze attaccanti, appiedate e prive di supporto aereo, non si avvicinarono a meno di centoventi chilometri da Karamakhi, l’obiettivo a medio termine dell’offensiva. Il 17 agosto le forze federali passarono al contrattacco assaltando Tando, la principale roccaforte di Basayev. I miliziani resistettero stoicamente, distruggendo 6 veicoli russi ed uccidendo 34 soldati, oltre a ferirne un centinaio, ma dopo aver accusato enormi perdite dovettero ritirarsi. Tra il 20 ed il 24 agosto i federali ripresero il controllo di tutto il circondario di Botlikh, bombardando pesantemente Tando e costringendo i miliziani superstiti a ritirarsi oltre i confini della Cecenia.
Militare del Ministero degli Interni del Daghestan a Karamakhi, 16 settembre 1999
I jihadisti avevano previsto per i primi giorni di settembre una serie di operazioni terroristiche che avrebbero dovuto distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica mentre le loro bande, che per quella date avrebbero giĂ dovuto essere giunte in appoggio agli insorti di Karamakhi, avrebbero lanciato il loro assalto finale alla capitale del Daghestan. L’offensiva di terra non aveva avuto successo, ma gli attentati si sarebbero ugualmente svolti. Nella notte tra il 4 ed il 5 settembre una serie di esplosioni scosse tutta la Russia. La prima si ebbe alle 21:45 a Buynaksk, in Daghestan. Un camion contenente 2700 chilogrammi di esplosivo fu fatto esplodere sotto ad un condominio di cinque piani che ospitava le famiglie dei militari della 136a Brigata Motorizzata federale. Morirono 64 persone, tra le quali 23 bambini, mentre altre 146 rimasero ferite. Un secondo camion – bomba, in procinto di esplodere, venne individuato e neutralizzato due ore dopo. Era il preludio della terza fase dell’operazione programmata da Basayev e Khattab, durante la quale un secondo troncone, passando da Khasavyurt, avrebbe dovuto ricongiungersi al primo, nel frattempo penetrato a Karamakhi e diretto a Machachkala. I miliziani attraversarono il confine in piĂą punti, diretti al capoluogo del distretto, Novolaskoye. Il primo drappello si lanciò all’assalto di un posto di blocco presidiato da soldati federali e poliziotti daghestani. I difensori, sopraffatti, ebbero morti e feriti, e sei di loro si arresero sulla promessa di non essere uccisi. Ma una volta abbassate le armi vennero arrestati, processati, e condannati sbrigativamente a morte dal comandante dell’unitĂ miliziana. Vennero sgozzati ai lati di una strada di campagna, e la loro esecuzione venne filmata e registrata su una videocassetta. Il video di quell’orribile crimine fece il giro del mondo, e se ancora qualcuno in Russia avesse avuto qualche remora a dare carta bianca ad Eltsin ed a Putin, anch’egli quel giorno cambiò idea.
Resti del palazzo in Via Goryanov a Mosca, distrutto in un attentato terroristico il 9 Settembre 1999
Putin non aspettava altro, ed ordinò un violento contrattacco. Lo stesso 9 settembre forze federali riconquistavano la torre della televisione sulla sommitĂ della collina che dominava Novolansky. La battaglia fu un vero e proprio tritacarne. Dopo aver preso la cima, le forze federali si trovarono sotto un pesante contrattacco dei miliziani, che coinvolse anche una colonna corazzata giunta in soccorso ed un secondo distaccamento di commando inviato a risolvere la situazione. Cinquecento miliziani piombarono addosso alle truppe federali, che in breve si trovarono circondate ed attaccate da tutti i lati. L’aereonautica, inviata a sostenere il ripiegamento della fanteria, finì per bombardare gli stessi russi, non si sa se per errore del comando o per il sabotaggio dei canali di comunicazione da parte dei miliziani islamisti. I feriti vennero per lo piĂą uccisi sul posto dai jihadisti, ed i loro corpi mutilati. I federali dovettero infine desistere dall’assalto, schierare l’artiglieria campale ed iniziare un fitto bombardamento delle posizioni dei jihadisti, che l’11 settembre si ritirarono definitivamente dal Daghestan e rientrarono nelle loro basi in Cecenia. L’invasione islamista del Daghestan era ufficialmente fallita: era durata cinquanta giorni, aveva provocato la morte di 300 soldati federali ed il ferimento di un altro migliaio. I fondamentalisti avevano perso almeno un migliaio di uomini, ed un altro migliaio dovevano essere stati i feriti. A Grozny, Maskhadov non si faceva illusioni. L’offensiva dello Stato Islamico del Daghestan aveva dato a Putin l’argomento perfetto per porre fine una volta per tutte all’indipendenza della Cecenia.