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Repubblica Cecena di Ichkeria e Diritto Internazionale – Intervista con Inna Kurochkina di NEP Prague

Alcune settimane fa abbiamo affrontato una piacevole chiacchierata con Inna Kurochkina di NEP Prague. Il filmato, registrato in italiano, è stato caricato poche ore fa dall’emittente corredato di una traduzione in russo. Presto, grazie alla cortese collaborazione di Inna, potremo postarne una versione integrale in italiano.

L’intervista ha toccato diversi aspetti, dalla legittimità del percorso affrontato dai ceceni verso l’indipendenza, alle reazioni del mondo internazionale (e in particolare del mondo occidentale) a quegli eventi, ed in generale alla storia recente dei rapporti tra Occidente e Russia.

L’ANGELO NERO SULLE MONTAGNE: LA BATTAGLIA DELLA GOLA DI KERIGO

DA KOMSOMOLSKOYE A PANKISI

A seguito della Battaglia di Komsomolskoye (5 – 20 Marzo 2000) Ruslan Gelayev, uno dei più audaci ed agguerriti comandanti dell’esercito della ChRI, riparò in Georgia con i resti delle sue unità, trovando riparo in una piccola gola abitata prevalentemente da Ceceni, la celebre Gola di Pankisi. Qui “L’angelo nero” installò il suo quartier generale, raccogliendo reduci e fuggiaschi ed instaurando una sorta di piccolo potentato personale, dal quale avrebbe più volte avviato campagne militari in Cecenia, in Inguscezia ed in Abkhazia.

Uomini di Gelayev si arrendono ai federali al termine della Battaglia per Komsomolskoye (2000)

Giunto a Pankisi nell’autunno del 2000, Gelayev passò tutto l’anno successivo a ricostituire le sue forze, abbandonando apparentemente il campo di battaglia e subendo, per questo, il biasimo del Presidente Maskhadov, il quale lo privò di tutti i suoi poteri e lo degradò con formale decreto. Fino alla primavera del 2002 il comandante ceceno rimase a Pankisi, studiando il modo migliore per tornare in Cecenia. Il rientro sul campo di battaglia era possibile soltanto attraverso l’Inguscezia (strada che aveva già percorso nel 2000, quando si era ritirato) o tramite la gola di Kerigo, la quale collegava direttamente Pankisi alla cittadina cecena di Baskhoy. Il primo percorso era più agevole, ma anche più pericoloso: durante la ritirata Gelayev  aveva perduto decine di uomini, trovandosi spesso in campo aperto sotto il fuoco dell’aereonautica federale ed incalzato dai mezzi blindati di Mosca. Inoltre, una volta arrivati in Cecenia, i gelayeviti avrebbero dovuto aprirsi un varco dalle pianure verso le montagne, rischiando di essere facilmente intercettati e distrutti. Il passaggio montano attraverso Kerigo appariva più sicuro, ma d’altra parte era molto più difficile da affrontare: non esistevano strade carrabili sicure (l’unica strada di una certa portanza era la Itum –  Khale / Shatili, stabilmente occupata dai russi fin dalla fine del 1999 – Per approfondire LEGGI QUI) e gli uomini di Gelayev avrebbero dovuto affrontare la traversata a piedi, trasportando in spalla, o a dorso di mulo, tutto ciò che sarebbe servito loro. D’altra parte, una volta sbucati in Cecenia, i Gelayeviti si sarebbero trovati in posizioni più favorevoli, ed avrebbero potuto facilmente ricongiungersi con gli uomini di Maskhadov che ancora combattevano nel sud montagnoso.

Militanti avanzano nella neve

LA VIA DELLE MONTAGNE

A confortare l’ipotesi di un passaggio attraverso le montagne c’era un felice precedente:  nell’estate del 2001 un altro comandante di campo, Magomed Tsagaraev, era riuscito a passare da Pankisi alla Cecenia attraverso la Gola dello Sharoargun, poco distante da Kerigo, con un gruppo di 60 uomini. La traversata non era stata facile, e le guardie di frontiera russe avevano intercettato ed ucciso alcuni dei suoi, ma Tsagaraev era comunque riuscito a passare con quasi tutti i suoi effettivi, raggiungendo con successo la zona di combattimento (salvo poi finire ucciso in una sparatoria poche settimane dopo). Gelayev era convinto di poter aprire una vera e propria rotta montana attraverso la quale far affluire alla spicciolata piccoli gruppi di 40/50 militanti per volta, eludendo la debole sorveglianza offerta dai servizi di frontiera federali (i quali avevano grosse difficoltà ad operare efficacemente in quell’area così brulla e frastagliata) e portando centinaia di uomini sulle montagne cecene entro l’inverno.

Nei mesi precedenti  il comandante ceceno inviò parecchie pattuglie in ricognizione, con lo scopo di mappare la posizione delle guardie di frontiera e seguire i loro spostamenti. Durante una di queste ricognizioni una pattuglia di Gelayev fu intercettata dai federali: i militanti si qualificarono come cacciatori, ma il fatto che fossero armati con fucili mitragliatori rese chiaro quale fosse lo scopo delle loro “battute di caccia”. I federali ebbero così piena consapevolezza che Gelayev stesse organizzando qualcosa, ed intensificarono la sorveglianza. Ciononostante l’Angelo Nero decise di procedere ugualmente, e nei primi giorni di Luglio guidò il primo distaccamento sulle montagne. La presenza dei gelayeviti non passò inosservata, ed il 21 Luglio i ceceni furono avvistati: con loro portavano armi da guerra, lanciagranate e perfino armi portatili terra – aria. Il 27 Luglio un primo reparto federale composto da una ventina di uomini, agli ordini del Maggiore Popov, intercettò una pattuglia avanzata cecena e si mosse a neutralizzarla. Il comando federale supportò l’azione inviando elicotteri da combattimento, e nel giro di poche ore combattimenti si accesero in tutta la gola. Popov aveva sottostimato l’entità delle forze nemiche, pensando di trovarsi davanti al massimo una decina di militanti, ma il rabbioso fuoco di risposta che ricevette, diretto anche contro gli elicotteri, rese presto chiaro che Gelayev aveva portato con sé svariate decine di uomini.

Ruslan Gelayev (al centro, in nero) circondato dai suoi uomini

LA BATTAGLIA

Non potendo procedere oltre per via della accanita resistenza dei militanti, Popov, optò per assumere una posizione difensiva e chiamare rinforzi: nel giro di alcune ore giunsero sul campo di battaglia alcune unità di mortaio che presero a bombardare le posizioni tenute dai gelayeviti. Il bombardamento fu efficace, e nel giro di poche ore produsse lo sbandamento della forza cecena. I russi presero ad avanzare, raggiunsero le posizioni nemiche e le assaltarono, prendendo cinque prigionieri e rinvenendo i resti di parecchi militanti. I prigionieri confermarono che la loro unità, composta da una venticinquina di uomini era l’avanguardia di un gruppo più corposo. I federali catturarono parecchie armi di ottima fattura, tra le quali 5 MANPADS.

Era chiaro che il reparto che era stato attaccato e distrutto dai russi non era né l’unico, né il più consistente, così le truppe federali continuarono ad affluire in zona, tentando di intercettare gli altri. Stavolta, tuttavia, le bande di Gelayev erano penetrate nei boschi circostanti la gola, e per stanarli sarebbe servita una lunga caccia all’uomo senza la copertura dell’artiglieria e dell’aereonautica. Reparti russi e ceceni si scontrarono nelle ore seguenti, in un complesso gioco di imboscate e sganciamenti durante il quale i reparti avversari giunsero a scontrarsi a distanza molto ravvicinata. In uno di questi scontri lo stesso Maggiore Popov rimase ucciso, probabilmente da un colpo di cecchino. Al calar del sole, Gelayev capì che anche se fosse riuscito ad aver ragione delle truppe federali (le quali, comunque continuavano ad affluire copiosamente) non avrebbe avuto alcuna possibilità di uscire dalla gola. Avendo perduto l’effetto sorpresa, e non potendo competere con i federali in campo aperto, decise quindi di far ritorno a Pankisi.

Mitragliere di Gelayev

Al termine della battaglia giacevano sul campo di battaglia almeno 25 militanti. Per parte sua l’esercito di Mosca aveva patito 8 morti e 7 feriti. Nei giorni seguenti i russi tentarono di intercettare i gelayeviti in ritirata, e secondo quanto dichiarato dal comando federale un altro contingente ceceno fu individuato, attaccato e distrutto prima che riuscisse ad attraversare il confine. Il fallimento dell’operazione convinse Gelayev a rientrare in Cecenia attraverso l’Inguscezia.

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For this second edition we have decided, given the length of the work, to organize its publication in five volumes: today we present the first, “From Revolution to War (1991 – 1994)”.

The volume consist in 400 pages, and contains a complete reviewof the events that occurred in Chechnya from the birth of the Chechen National Congress to the First Chechen War.

Enjoy the reading!





BILLINGSLEY INTERVISTA ILYAS AKHMADOV

Dodge Billingsley è un giornalista, scrittore e film maker statunitense. La sua attività lo ha portato sui principali teatri di guerra negli ultimi trent’anni, tra i quali i conflitti in Cecenia. Sull’argomento ha scritto il libro “Fangs of the lone wolf: chechen tactics in the Russian – Chechen wars” (Acquistabile QUI), una disamina sulla strategia di guerra dei ceceni desunta da una lunga serie di interviste ai protagonisti di quel conflitto. L’articolo che segue riporta alcuni stralci della sua intervista ad Ilyas Akhmadov, futuro Ministro degli Esteri della Repubblica Cecena di Ichkeria. L’Intervista è stata realizzata nel Gennaio 1998, nel bel mezzo del travagliato periodo interbellico tra il primo ed il secondo conflitto. Un documento interessantissimo per chi cerca informazioni sulle FORZE ARMATE della ChRi.

Puoi dirmi qualcosa riguardo al tuo background?

[…] Nel 1991, quando occorsero gli eventi riguardo alla sovranità della Repubblica Cecena che tutti noi conosciamo […] lavorai per sei mesi con il Ministero degli Esteri. In quel momento c’era un grosso problema nella regione montuosa del Karabakh. Fondamentalmente lavorai su quello, perché c’erano cittadini della repubbliche che erano stati coinvolti in quel conflitto, su base personale. Così le autorità di governo mi mandarono a riprenderli per riportarli a casa. Nello stesso tempo partecipai alla ricerca dei caduti, e nello scambio dei prigionieri. Durante la guerra (con la Russia 1994 -1996) e dopo che lasciai la città (Grozny) fui un membro della milizia per tre mesi. Quando ero nella milizia, feci soltanto quello che facevano gli altri soldati. Il Generale Basayev [Shamil Basayev, Ndr.] che a quel tempo era ancora Colonnello, mi assegnò al Quartier Generale, e per la maggior parte della guerra servii come ufficiale allo Stato Maggiore. Poi tornai da Basayev, dove servii come aiutante di campo.

Ilyas Akhmadov

Come funziona l’apparato militare ceceno? Sembra che ogni comandante di campo abbia il suo proprio esercito.

Basayev non ha il suo esercito. Era il comandante della Brigata Ricognizione e Assalto, che è l’unità d’elite dell’esercito ceceno. Ad oggi quella brigata, per tutti gli scopi pratici, è stata tolta dal servizio attivo e messa alle dipendenze del Comandante Supremo. Questo vuol dire che al momento l’unità non è acquartierata, ma in caso di guerra tornerà a formarsi. In questo senso non siamo soldati in servizio attivo. Questa brigata ha sostanzialmente cessato di esistere, ma si pone sotto l’autorità del Comandante Supremo in caso di guerra. La struttura attuale dell’esercito del Generale Raduev [Salman Raduev, Ndr.] invece, è una struttura autonoma. Ma questa è una conseguenza delle complicazioni generatesi nel periodo postbellico.

Prima della guerra non c’era alcun esercito ceceno, almeno non nei termini usati dai russi. Tutte le componenti e le unità vennero organizzate durante la guerra su base regionale, perché questo era l’unico modo possibile. Le milizie locali si organizzarono secondo la regione nella quale vivevano i loro componenti. Così i “Fronti” che  erano 7 (più tardi, evidentemente, ne furono costituiti altri di volta in volta, al punto che ad un certo punto furono addirittura 14) erano costituiti su base regionale.

[…] Solo adesso che la guerra è finita l’esercito ceceno sta iniziando ad organizzarsi secondo uno schema classico. Al momento è difficile distinguere tra il nuovo esercito che si sta organizzando ed il vecchio esercito, costituito dai resti delle unità che erano esistite durante la guerra. Non ci sono problemi particolarmente complessi rispetto al fatto che al momento sembra ci siano due differenti eserciti. In ogni caso, sono entrambi subordinati [al Quartier Generale, ndr.]. Questi ultimi sono i resti di quei fronti e di quelle unità che non sono state inserite nella struttura della Guardia Nazionale e delle forze ad essa integrate. Quando la formazione dell’esercito sarà completa, tutti coloro che portano armi e divise ma che non ne faranno parte consegneranno armi e munizioni. Per le nostre condizioni il nostro esercito non potrà contare più di cinque o seimila uomini, ma si tratta di un’approssimazione.

Soldati della Guardia Nazionale effettuano un’esercitazione dimostrativa

La guerra ha attraversato tre fasi. Nelle pianure i ribelli ceceni soffrirono parecchio. Soffrirono anche nel centro, tra le pianure e le montagne.

Prima di tutto non esistono ribelli ceceni. Questa è una creazione dei media russi. La parola “ribelle” fa riferimento ad un’organizzazione semi – clandestina. Un’organizzazione di questo tipo è gestita da “ribelli”. Ma noi non abbiamo mai avuto nessun “ribelle”. Sfortunatamente alcuni dei nostri comandanti meno educati si sono appropriati di questa parola senza pensare troppo alle implicazioni derivanti da suo uso. Da questi essa ha iniziato a girare tra di noi. Come dicevo, al Dicembre 1994 avevamo 4 unità in servizio attivo. Tutto il resto era organizzato essenzialmente come una milizia locale. Poi, verso la fine di Febbraio [1995, ndr.] Dudaev dette l’ordine di smantellare le milizie, le quali dal momento divennero parte della struttura dell’esercito regolare. Quindi, dal Febbraio 1995 in avanti avemmo le forze armate della Repubblica Cecena di Ichkeria. In questo senso non è possibile chiamarle “ribelli”.

Riguardo le fasi? Se ti basi sulle regioni [di combattimento, ndr.] ebbene, ci furono tre fasi. La Battaglia per la città (Grozny) dal 31 dicembre 1994 al 23 Febbraio 1995; la battaglia nelle pianure dal Marzo 1995 al 10 Maggio 1995; e dal 10 Maggio 1995, all’avvio dell’invasione su larga scala di Vedeno, Shatoi e Chiri – Yurt, completata nel Giugno del 1995. Il raid del Battaglione di Ricognizione e Sabotaggio a Budennovsk sotto il comando dell’allora Colonnello Basayev rovinò i loro [dei russi, ndr.] piani.

Quale fu la portata del Raid di Basayev sulla città russa di Budennovsk?

In primo luogo il raid di Budennovsk ebbe una portata più politica che tattica. Ma se lo guardi sotto il profilo dell’arte della guerra, questo mostra che, a dispetto degli annunci dei leader militari russi secondo i quali il nostro esercito era stato distrutto, che Dudaev aveva perso il controllo delle sue unità, l’ingegnosa azione 350 chilometri nelle retrovie russe, la cattura del territorio, con un gruppo di 150/160 soldati, parla da solo. Il Generale Basayev perse soltanto 19 uomini durante quell’operazione di cinque giorni. Se non vado errato, solo 3 dei suoi uomini furono uccisi dalle truppe d’elite dell’esercito russo durante un blitz durato cinque ore. […]. Guardandolo dal punto di vista militare […] Penso che neanche gli americani, e non intendo essere offensivo, quando evacuarono la loro ambasciata in Iran, fecero più errori di quanti ne fece Basayev nel condurre la sua operazione. […].

Raid di Budennovsk: Shamil Basayev (a destra) e Aslambek Ismailov (a sinistra) durante le trattative con le autorità federali.

Mi hai detto che la guerra può essere divisa in tre fasi. Quante perdite ci furono in ognuna di queste?

È piuttosto difficile rispondere, perché come dicevo l’esercito ceceno non aveva ancora sviluppato un ordine di battaglia in senso classico. […] Le perdite totali tra i nostri combattenti sono state basate includendo anche i civili i quali, in determinate occasioni, si sono uniti ai combattimenti. Loro morirono in maggior quantità, perché non avevano esperienza. […] La maggior parte delle vittime si ebbero durante le battaglie del 1995, fra la gente che, non possedendo un’arma, cercava costantemente di catturarne una. La tattica era estremamente semplice. Se un soldato russo con un fucile d’assalto veniva lasciato nella zona neutrale, i cecchini russi usavano la seguente tattica: chiunque fosse arrivato all’arma per primo veniva ferito. Egli avrebbe, naturalmente, chiesto aiuto. Puoi lasciare un cadavere fino al calar delle tenebre, quando è possibile recuperarlo, ma quando un soldato ferito chiede aiuto, normalmente tre o quattro persone moriranno cercando di soccorrerlo. In questo modo era possibile uccidere, con un fucile d’assalto, cinque o sei persone che non avevano un’arma e cercavano di prenderne una.[…].

Com’era per un membro ordinario della milizia partecipare alle operazioni militari? Puoi parlarci della tua esperienza personale?

Da un punto di vista, ovviamente, era difficile per noi combattere con i russi, perché loro erano completamente equipaggiati. […] D’altra parte la maggior parte dei soldati aveva servito nei ranghi dell’esercito sovietico. […] E’ un bel vantaggio quando il nemico parla una lingua che tu capisci molto bene. Usavamo piuttosto spesso tattiche di disinformazione via radio. Le radio presenti nei veicoli catturati venivano sintonizzate sulla frequenza della loro stessa unità. I nostri operatori radio spesso riuscivano a dirigere il fuoco dell’artiglieria russa contro le loro stesse posizioni. Usavamo spesso anche la tattica di viaggiare parallelamente alle colonne russe per penetrarvi in mezzo. Questo spesso succedeva quando le colonne marciavano di notte, o quando riuscivamo a penetrare tra due posizioni, a causa della carenza di coordinamento tra le unità dell’esercito federale e quelle del Ministero degli Interni. Era sufficiente penetrare tra le due colonne, sparare qualche colpo in una direzione e nell’altra, e quelle colonne si sarebbero ingaggiate a vicenda per tre o quattro ore. Queste tattiche erano usate molto spesso.

I resti di un carro da battaglia federale distrutto lungo la strada. Gola di Yarish – Mardy

IL SACCHEGGIO DEL 7 FEBBRAIO RACCONTATO SULLE COLONNE DI “SVOBODA”

Tra il 6 ed il 7 Febbraio 1992 una folla di civili si riversò in una delle principali basi militari dipendenti dall’ex Ministero degli Interni della RSSA Ceceno – Inguscia. Il saccheggio si trasformò ben presto in una vera e propria devastazione, con tanto di morti e feriti. Il 19 Febbraio il quotidiano “Svoboda” riportò il racconto degli eventi di quella drammatica notte, firmato dal Vicedirettore della rivista, Sultan Khizraev. Il testo è indicativo del clima di estrema tensione nel quale versava la Cecenia all’indomani della Dichiarazione di Indipendenza.

Giornale “Svoboda” n ° 6 (49) del 19 Febbraio 1992

“[…] Negli ultimi giorni siamo stati tutti sopraffatti da una sensazione inspiegabile ed allarmante, ed ora è possibile una disamina degli eventi che hanno avuto luogo presso il Reggimento del Ministero degli Affari Interni nella notte tra il 6 e il 7 Febbraio. Era il secondo giorno dall’insediamento del suo nuovo comandante il Tenente Colonnello delle truppe interne Vakha Baskhanov,  che era stato nominato a questa posizione con un decreto del Presidente della Cecenia. Un ufficiale esperto che ha attraversato il fuoco dell’Afghanistan, il quale nutriva grandi speranze per questo reggimento, ma i suoi sogni non erano destinati a diventare realtà. Una folla di persone che avevano dimenticato Dio e la coscienza lo spazzò via.

L’articolo originale (parte 1)

V. Baskhanov mi ha riferito quel giorno che grandi gruppi di persone si erano radunate fuori dalla struttura dell’unità, quella sera, e non per oziosa curiosità. Mi ha chiesto, come giornalista, di recarmi al reggimento per le cinque o le sei di sera. Era il 6 Febbraio. All’ora stabilita sono arrivato al reggimento. Era già buio. All’interno della struttura stava accadendo qualcosa di inimmaginabile. Una massa di persone che si muoveva, alte grida, lo scintillio delle lame dei coltelli, spari…ho iniziato freneticamente a cercare il comandante del reggimento. Qualcuno mi ha detto che Baskhanov e il suo Capo di Stato Maggiore erano dentro l’armeria, che la folla impazzita stava cercando di prendere d’assalto. Ho capito che le vite di queste due persone coraggiose erano in grave pericolo. Sentendomi impotente, mi recai urgentemente dal Presidente e riferii sulla situazione allarmante. Il Presidente, ovviamente, sapeva già tutto e stava prendendo misure appropriate.

Sono tornato all’unità. Il saccheggio era in pieno svolgimento. Ognuno portava via quello che riusciva a prendere. Non eravamo in molti a tentare di fermare il saccheggio, di calmare le persone, di richiamare alla calma le persone sconvolte. I depositi di munizioni avevano già preso fuoco. Cominciarono le esplosioni. Quale desiderio di mettere le mani sulle armi doveva esserci se, negli intervalli tra le esplosioni mortali, le persone arrancavano tra di esse! Tutti hanno rischiato la vita: sia gli assalitori (più di mille persone) sia i difensori (poco più di una dozzina). In questo tumulto le azioni del Capo del Dipartimento di Sicurezza della Repubblica Cecena, il Tenente Colonnello Musa Atabaev, il quale […] è stato recentemente inviato a comandare la sicurezza personale del Presidente dell’Azerbaijan, sono degne di imitazione e ammirazione. Determinato e senza paura, ha fatto tutto il possibile per preservare le proprietà del reggimento, ma le forze erano impari. Ricordo anche le azioni decisive del Deputato Isa Arsamikov e di Dalkhan Khozhaev. Sfortunatamente non posso dire cose positive, per usare un eufemismo, sui nostri anziani e sugli agenti di polizia. Ovviamente non mi riferisco a tutti ma…Anche i vigili del fuoco, chiamati per spegnere gli incendi, hanno portato via quello che gli altri non avevano avuto il tempo di prendere. Ancora, probabilmente non tutti. Era impossibile seguirli tutti.

Musa Atsabaev ed io abbiamo notato un uomo che correva con un enorme sacco e lo fermammo. Ha detto che era un agente di polizia che stava portando il contenuto della borsa al Dipartimenti. Dopo aver presentato un certificato indirizzato al Capo della Milizia Ramzan Amirkhanov, immediatamente è…scomparso. Sospettavo che questa persona non fosse il proprietario del certificato, dal momento che si è allontanato da lui così velocemente. Ciò è stato successivamente confermato. Il certificato si è rivelato scaduto […].  Sotto le false vesti di agenti di polizia le persone portavano via tutto quello che poteva essere preso. In qualche modo potevo capire quelli che portavano via le armi, ma quanto bisogna cadere in basso per saccheggiare biancheria, stivali, coperte, zucchero, asce, e ciò che più è inimmaginabile per un Vainakh, addirittura stufato di maiale!

L’articolo originale (Parte 2)

Si, è stata una notte terribile, triste e dolorosa. E’ una vergogna per noi. Dopotutto, chi stavamo derubando? Noi stessi! Con questi tristi pensieri, sporco e mentalmente stanco alle cinque del mattino tornai a casa. La mia anima era vuota, come i magazzini del reggimento…

[…] Per quanto riguarda gli eventi che hanno avuto luogo al reggimento, posso dire con sicurezza: e’ stata un’azione pianificata e ben preparata. L’unica domanda è: da chi? […] Qualcuno dev’essere ritenuto responsabile di ciò che è successo? Mosca non è sempre da biasimare per tutto. E se è colpevole, agisce con le nostre mani sporche e meschine, il che non ci fa onore! […].

DUDAEV IN AFGHANISTAN: VERITA’ O MENZOGNA?

IL MITO DI DUDAEV

Una delle storie più controverse riguardo i leader della Repubblica Cecena di Ichkeria riguarda il suo primo (e più celebre) presidente, Dzhokhar Dudaev. La sua figura è stata oggetto di attenzioni uguali e contrarie: i suoi oppositori lo demonizzarono, disegnandolo come un piccolo tiranno corrotto, privo di scrupoli morali e lontanissimo dai valori religiosi che dichiarava di possedere. Parimenti, i suoi sostenitori e nostalgici costruirono intorno a lui un mito, esaltandone la figura di campione dell’indipendenza e di paladino della libertà. Certamente Dudaev fu un personaggio eccentrico, dai forti tratti caratteriali, capace di suscitare la più grande ammirazione come la peggior antipatia. Al pari di molti leader nazionalpopolari la sua figura assunse talvolta tratti così peculiari da risultare grottesca, eppure ancora oggi migliaia di ceceni ( e sono solo) lo considerano un punto di riferimento, e in alcuni paesi come l’Estonia (dove prestò servizio militare) e la Turchia lo celebrano intitolandogli spazi pubblici o targhe commemorative.

Tra le tante storie che circolano riguardo a Dudaev, una in particolare ha destato l’attenzione dei giornalisti di allora e degli storici di oggi. Secondo quanto dichiarato nel 1994 dall’allora Ministro della Difesa russo, Pavel Grachev, egli avrebbe operato come Generale dell’Aviazione durante la Guerra in Afghanistan, distinguendosi per lo zelo con il quale avrebbe bombardato le posizioni dei mujahideen (ed i loro villaggi) almeno in due occasioni. Per parte sua, Dudaev negò sempre la sua presenza in Afghanistan, dichiarando che a quel tempo svolgeva i suoi compiti in Turkmenistan, lavorando alla formazione morale ed alla disciplina dei reparti.

Quale fosse il motivo per il quale Grachev rispolverò questa storia è evidente: l’Afghanistan è un paese islamico, e come stava per accadere alla Cecenia, anche l’Afghanistan era stato invaso dalle truppe di Mosca. Presentare Dudaev come un “massacratore di musulmani” era funzionale a indebolire la fiducia dei separatisti nel loro campione. Ma quanto di vero c’è nelle parole di Grachev? D’altra parte, per motivi ugualmente evidenti e di opposto interesse, anche Dudaev aveva i suoi motivi per negare ogni coinvolgimento. Cercheremo, per quanto possibile, di fare luce su questa storia.

Funerali di Dzhokhar Dudaev a Grozny, 25 Aprile 1996

LE PROVE

Gli articoli inerenti questa storia citano un documento ufficiale (che la redazione non è tuttavia riuscita a reperire)  che sarebbe un estratto del fascicolo militare di Dudaev. In questo estratto, corrispondente al periodo 1988 – 1989, sarebbero iscritte tre sortite di bombardamento sulle città afghane di Jalalabad, Ghazni e Gardez, durante le quali sarebbero state sganciate 1160 bombe FAB3000 e 56 bombe FAB1500. Il documento citerebbe anche il tentativo di Dudaev di ridurre al minimo i danni collaterali, onde evitare vittime civili. Una testimonianza indiretta del coinvolgimento del presidente ceceno in Afghanistan ci giunge anche dalla motivazione di uno dei due “Ordini della Stella Rossa” che avrebbe ricevuto durante il suo servizio. Il secondo, il particolare, datato 1989, citerebbe “per l’adempimento del servizio internazionale in Afghanistan”. Precisiamo che la redazione non è riuscita a trovare neanche questa seconda prova documentale).

A supporto della presenza di Dudaev in Afghanistan (oltre alle dichiarazioni di Grachev) c’è anche un’intervista del 2013, rilasciata da un comandante di campo mujahideen operante nella gola del Panshir, Jalaladdin Mokammal, il quale dichiarò in quel frangente che uno dei principali leader della resistenza sovietica, il leggendario Massoud, teneva contatti con alcuni alti esponenti dello stato sovietico, quali Eduard Shevardnadze e Dzhokhar Dudaev, allora in servizio tra le truppe di occupazione presso la base militare di Bagram (circostanza confermata dallo stesso Grachev, il quale avrebbe dichiarato di aver conosciuto proprio là il Generale ceceno). Secondo Mokammal, Dudaev avrebbe preavvisato Massoud dell’arrivo dei bombardieri, sabotando così l’azione di bombardamento che gli era stata ordinata. Se ciò fosse vero sarebbe sì confermata la presenza di Dudaev in Afghanistan, ma il suo ruolo nella vicenda sarebbe addirittura ribaltato. La moglie del Generale, Alla Dudaeva, nella sua agiografia “Million First” parla in un passo della “fiducia” che suo marito riponeva nella leadership afghana pre – talebana, proprio nella figura di Massoud, all’epoca Ministro della Difesa nel governo Rabbani.

Dzhokhar Dudaev nel 1987

Infine ci sono le parole degli storici militari. Una fonte, seppur secondaria, è rappresentata dalle parole dello storico Alexander Suprunov, il quale in uno dei suoi lavori afferma non soltanto che Dudaev avrebbe prestato servizio in Afghanistan, ma che si sarebbe prodigato in prima persona per effettuare i bombardamenti citati dal suo stato di servizio, “sviluppando personalmente una serie di approcci, forme e tecniche per distruggere il nemico dall’aria, usando i mezzi d’attacco dell’aviazione strategica”. La fonte citata sarebbe un documento depositato presso l’archivio dell’aereonautica nel quale si certifica che il Generale (all’epoca Colonnello) avrebbe preso parte attiva alle operazioni sviluppando originali tecniche di combattimento su terreno accidentato. Lo stesso documento (anche in questo caso irreperibile per la redazione) citerebbe circa 600 sortite da parte dell’unità di bombardieri pesanti comandata a quel tempo da Dzhokhar Dudaev.

CONVERGENZE E IPOTESI

Una possibile testimonianza convergente tra le dichiarazioni di Grachev e quelle di Dudaev potrebbe essere quella rilasciata da un sedicente ex sottoposto del Generale, che ora vive in Ucraina. Nell’intervista egli afferma che effettivamente Dudaev si trovava in Turkmenistan, presso la base militare di Mary, e che da qui la sua unità partisse per effettuare le missioni di bombardamento in Afghanistan. Secondo questa fonte Dudaev avrebbe compiuto ben più di tre sortite in territorio nemico, pilotando personalmente il suo velivolo d’attacco al suolo.

Dudaev da giovane in uniforme da pilota

Alla luce delle informazioni a noi pervenute non siamo in grado di stabilire se Dudaev abbia prestato servizio in Afghanistan, se abbia bombardato i mujahideen o se abbia segretamente collaborato con Massoud. Possiamo soltanto tracciare quella che ci sembra l’ipotesi più probabile, ovvero che Dudaev abbia effettivamente operato nello scacchiere afghano, magari da una base in Turkmenistan, che abbia partecipato alle azioni militari, magari limitando al massimo il suo coinvolgimento personale e cercando di evitare vittime tra la popolazione civile, dovendosi destreggiare tra la simpatia per gli afghani, islamici come lui, ed il senso del dovere verso l’Armata Rossa.