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IL TRADIMENTO CHE NON CI FU – L’OPERAZIONE “SCHAMIL” (I Parte)

Quando, nel Febbraio del 1944, Stalin decretò la deportazione di massa dei Ceceni in Asia centrale, egli motivò la terribile “punizione” con la supposta collaborazione dei Ceceni con le forze armate germaniche. Tale collaborazione sarebbe avvenuta, secondo la versione ufficiale, nel corso del 1942, in concomitanza con un’azione di intelligence e sabotaggio compiuta dalla Wehrmacht, chiamata in codice “Operazione Schamil”. Il marchio dell’infamia, gettato su tutti i ceceni dalla teoria del “tradimento”, avrebbe condizionato l’esistenza di un intero popolo il quale, ridotto a paria nel consesso delle nazioni che abitavano l’impero sovietico, fu costretto ad accettare una frustrante discriminazione sociale, economica e politica. Questa condizione fu uno tra i detonatori del desiderio di rivalsa che pervase i ceceni alla fine degli anni ’80, e alimentò quel desiderio di libertà che poi si concretizzò con l’indipendenza nel 1991.

Oggi in Russia si è accettata l’idea che la deportazione del 1944 fu un crimine terribile. Eppure rimane ben radicata dell’opinione pubblica l’idea che questo tradimento dei ceceni si sarebbe realmente consumato, e che pertanto vi sia una “colpa” ancestrale che i Vaynakh dovrebbero “espiare” di fronte alla madrepatria. Tralasciando il fatto che molti ceceni non considerano affatto la Russia la loro casa, e che quindi non si sentirebbero affatto dei “traditori” di una patria che non riconoscono, il fatto è che questa “colpa” non è affatto certa. Anzi, è piuttosto chiaro, dalle evidenze storiche, che la maggior parte dei ceceni combattè con onore nelle file dell’Armata Rossa, e che la popolazione civile non solidarizzò con i tedeschi più di quanto non lo fecero le altre nazioni sottoposte al giogo di Stalin.

Recentemente Pieter Van Huis, ricercatore dell’Università di Leida, nei Paesi Bassi, ha pubblicato una tesi dal titolo Banditi di montagna e fuorilegge della foresta. Ceceni e Ingusce sotto il dominio sovietico nel 1918-1944. Lo studioso dedica un capitolo proprio alla celebre “Operazione Schamil”: attingendo alle fonti documentali disponibili presso gli archivi della Wehmacht e dell’NKVD, ha saputo ricostruire la genesi e lo svolgimento di questa azione. Riepiloghiamo in sintesi quanto è emerso dagli studi di Van Huis, a loro volta riportati da Anastasia Kirilenko sul sito del Nodo Caucasico: https://www.kavkaz-uzel.eu/

I RAPPORTI LANGE

Le prime fonti cui fa riferimento Van Huis sono tre rapporti operativi, due firmati dal Tenente Maggiore Erhard Lange ed uno dal volontario osseto Boris Tsagolov. Tutte e tre le fonti, sebbene differenti nello stile, concordano sul fatto che l’operazione fu un sostanziale fallimento principalmente a causa della pronta reazione delle unità dell’NKVD, le quali procedettero a punire i residenti che davano ospitalità al nemico bruciando le loro case, o applicando punizioni collettive alle comunità che non si opposero attivamente al suo passaggio. Tutti e tre i rapporti, in ogni caso, concordano sul fatto che ad eccezione di alcune bande di irregolari, peraltro già attive prima dell’invasione, non fornirono un supporto sufficiente al buon esito dell’operazione.

Il primo di questi rapporti fu inviato da Ehrard Lange il 5 Gennaio 1943. In esso si riepiloga che l’Operazione Schamil ebbe inizio il 25 Agosto 1942, quando un aereo della Luftwaffe decollato da Armavir paracadutò 11 tedeschi e 19 volontari caucasici nei pressi di Chishki e di Dachu – Barzoi, a circa 30 kilometri da Grozny. Il cielo era sgombro, e la luce della luna illuminò fin da subito i paracadutisti, i quali furono presi di mira dal nemico. La maggior parte delle armi e dell’equipaggiamento fu quindi frettolosamente abbandonato, e ci vollero alcuni giorni prima che il gruppo potesse ricompattarsi, non prima di aver accertato alcune perdite e diserzioni. Il gruppo, ridotto a 22 uomini, tentò di racimolare qualche arma da fuoco sequestrandola agli abitanti dei villaggi vicini, mentre tentava di guadagnare un rifugio sicuro. Tuttavia, essendo stati notati fin dal loro arrivo, gli uomini del commando divennero da subito oggetto di una spietata caccia da parte dell’NKVD, che giunse a mobilitare addirittura 2.000 effettivi per stanarli. Lange tentò quindi di prendere contatto con i ribelli locali, arroccati sulle montagne, cercando di riunirli in un’unica banda organizzata, e di aggiungere a questa massa critica un contingente di 400 ribelli georgiani. Il piano, tuttavia, non riuscì a causa del fatto che il 24 Settembre 1942 l’NKVD intercettò Lange, costringendolo ad aprirsi una via di fuga con la forza. I sopravvissuti raggiunsero Kharsenoy, ma qui furono nuovamente intercettati e costretti a combattere. Dopo aver perduto altri uomini, Lange decise di abortire la missione. Dopo aver abbandonato le divise ed indossato abiti civili, riuscì a spacciare i resti del suo gruppo (cinque tedeschi e quattro caucasici) per una banda di banditi Cabardini, finché non riuscì ad ottenere la collaborazione di alcuni residenti locali, i quali accettarono di aiutarlo a patto i membri della banda fossero divisi e distribuiti secondo le loro volontà. Non potendo fare altro, Lange acconsentì. Lui e i suoi uomini rimasero nascosti fino al 9 Dicembre successivo, quando appresero che l’armata rossa aveva intercettato e distrutto la maggior parte dei ribelli operanti in Cecenia. Il giorno successivo Lange raccolse i suoi, e li portò oltre la linea del fronte. Rientrato alla base, l’ufficiale compilò una memoria nella quale indicò una lista di nomi di “103 persone assolutamente affidabili, che potrebbero fungere da guide”.

Successivamente, il 23 Aprile 1943, Lange depositò un secondo rapporto, nel quale specificava maggiormente lo scopo della sua missione: mettere in atto operazioni militari per ostacolare la ritirata nemica lungo la direttrice Grozny – Botlikh. Il compito, si specificava, non era stato portato a termine a causa del fatto che la maggior parte delle armi era andato perduto durante l’atterraggio, ma anche per via della scarsa collaborazione dei residenti locali. Secondo questo rapporto, una volta constatata la dispersione del “Gruppo Lange”, il comando tedesco aveva inviato una seconda unità, chiamata “Gruppo Rekert” a cercare di recuperare i dispersi. Questo secondo drappello, tuttavia, era stato sbaragliato ed i suoi componenti risultavano scomparsi. Rispetto al suo rapporto con i civili, Lange precisa che il gruppo era nelle mani della popolazione civile e correva quotidianamente il rischio di un tradimento da parte loro, e che soltanto dopo lunghe discussioni il commando riuscì a liberarsi da questa tutela. Infine, il resoconto specificava anche l’obiettivo secondario seguito da Lange una volta che quello principale (il sabotaggio) si rivelò irraggiungibile: Verificare la veridicità dei rapporti al Fuhrer secondo i quali ceceni e ingusci sarebbero particolarmente coraggiosi nella lotta contro i bolscevichi e, nel caso, fornire loro supporto logistico ed armi per proseguire la guerriglia. Per raggiungere questo secondo obiettivo Lang avrebbe dovuto passare alcune settimane in Cecenia, confidando nello spirito di ospitalità dei residenti locali. Egli sapeva che per un ceceno l’ospitalità è sacra. Nel rapporto riferisce, infatti: le regole locali sull’ospitalità richiedono di proteggere la vita di un ospite anche a costo della propria. Consci di questo, i tedeschi non risparmiarono ai ceceni veri e propri ricatti morali, minacciando di far sapere a tutti del disonore gettato sulla famiglia e sul Teip da persone che non accettavano di ospitarli e di collaborare con loro.

Se ottenere l’ospitalità dei ceceni sembrava piuttosto facile, molto più difficile risultò garantirsi la loro alleanza nel costituire un movimento di resistenza antisovietica. Sempre citando Lange:  I residenti locali non sono interessati a nulla, tranne che al destino del loro villaggio, nel quale vorrebbero vivere come contadini liberi. Essi non hanno alcun rispetto per il tempo, per lo spazio, né per il rispetto degli accordi presi. […] Tutto questo crea pessimi requisiti per una rivolta. Citando un evento accaduto al Gruppo Reckert, Lange ricorda che dopo aver ricevuto le armi, gli uomini sono tornati in fretta ai loro villaggi. A conclusione del suo rapporto, Lange consigliava di non investire uomini e mezzi in questa operazione, giacchè la popolazione locale non avrebbe combattuto per la Germania, ma al massimo per liberarsi delle fattorie collettive e riappropriarsi della terra.

ENGLISH VERSION


THE BETRAYAL THAT DID NOT HAPPEN – OPERATION “SCHAMIL” (Part I)

When, in February 1944, Stalin decreed the mass deportation of the Chechens to Central Asia, he motivated the terrible "punishment" with the alleged collaboration of the Chechens with the Germanic armed forces. According to the official version, this collaboration took place during 1942, in conjunction with an intelligence and sabotage action carried out by the Wehrmacht, codenamed "Operation Schamil". The stigma thrown on all Chechens by the theory of "betrayal", would have conditioned the existence of an entire people who, reduced to pariah in the assembly of nations that inhabited the Soviet empire, was forced to accept a frustrating social, economic and political discrimination. This condition was one of the detonators of the desire for revenge that pervaded the Chechens in the late 1980s, and fueled that desire for freedom which then materialized with independence in 1991.

Today in Russia it is accepted that the 1944 deportation was a terrible crime. Yet public opinion remains firmly rooted in the idea that this betrayal of the Chechens would actually be consummated, and that therefore there is an ancestral "guilt" that the Vaynakhs should "atone" in the face of the motherland. Leaving aside the fact that many Chechens do not consider Russia their home at all, and therefore would not at all feel like "traitors" to a homeland they do not recognize, the fact is that this "fault" is by no means certain. Indeed, it is quite clear from the historical evidence that most Chechens fought with honor in the ranks of the Red Army, and that the civilian population did not sympathize with the Germans any more than did other nations under Stalin's yoke. .

Pieter Van Huis, a researcher at the University of Leiden in the Netherlands, recently published a thesis entitled Mountain Bandits and Forest Outlaws. Chechens and Ingush under Soviet rule in 1918-1944. The scholar dedicates a chapter to the famous "Operation Schamil": drawing on the documentary sources available in the Wehmacht and NKVD archives, he was able to reconstruct the genesis and development of this action. We summarize in summary what emerged from the studies of Van Huis, in turn reported by Anastasia Kirilenko on the Caucasian Node website: https://www.kavkaz-uzel.eu/
THE LANGE REPORTS

The first sources to which Van Huis refers are three operational reports, two signed by Lieutenant Major Erhard Lange and one by the Ossetian volunteer Boris Tsagolov. All three sources, although different in style, agree that the operation was a substantial failure mainly due to the prompt reaction of the NKVD units, which proceeded to punish the residents who housed the enemy by burning their homes. , or by applying collective punishment to communities that did not actively oppose its passage. All three reports, in any case, agree that with the exception of some bands of illegal immigrants, which were already active before the invasion, they did not provide sufficient support for the success of the operation.
The first of these reports was sent by Ehrard Lange on January 5, 1943. It summarizes that Operation Schamil began on August 25, 1942, when a Luftwaffe plane taken off from Armavir parachuted 11 Germans and 19 Caucasian volunteers near Chishki. and Dachu - Barzoi, about 30 kilometers from Grozny. The sky was clear, and the light of the moon immediately illuminated the paratroopers, who were targeted by the enemy. Most of the weapons and equipment were therefore hastily abandoned, and it took a few days before the group could regroup, not before having ascertained some losses and desertions. The group, reduced to 22 men, attempted to scrape together some firearms by seizing them from nearby villagers, while trying to gain a safe haven. However, having been noticed since their arrival, the men of the commando immediately became the object of a merciless hunt by the NKVD, which even mobilized 2,000 troops to track them down. Lange then attempted to make contact with the local rebels, perched in the mountains, trying to unite them in a single organized band, and to add a contingent of 400 Georgian rebels to this critical mass. The plan, however, failed due to the fact that on September 24, 1942, the NKVD intercepted Lange, forcing him to forcibly open an escape route. The survivors reached Kharsenoy, but here they were again intercepted and forced to fight. After losing other men, Lange decided to abort the mission. After abandoning his uniforms and wearing civilian clothes, he managed to pass off the remains of his group (five Germans and four Caucasians) as a band of Cabardini bandits, until he succeeded in obtaining the collaboration of some local residents, who agreed to help him provided the members of the gang were divided and distributed according to their will. Unable to do anything else, Lange agreed. He and his men remained in hiding until the following December 9, when they learned that the Red Army had intercepted and destroyed most of the rebels operating in Chechnya. The next day Lange gathered his own, and carried them over the front line. Returning to the base, the officer compiled a memo in which he indicated a list of names of "103 absolutely reliable people, who could serve as guides".
Subsequently, on April 23, 1943, Lange filed a second report, in which he further specified the purpose of his mission: to carry out military operations to obstruct the enemy retreat along the Grozny - Botlikh route. The task, it was specified, had not been completed due to the fact that most of the weapons had been lost during landing, but also due to the lack of cooperation from local residents. According to this report, once the dispersion of the "Lange Group" was ascertained, the German command had sent a second unit, called the "Rekert Group" to try to recover the missing. This second squad, however, had been defeated and its members had disappeared. With respect to his relationship with civilians, Lange specifies that the group was in the hands of the civilian population and daily ran the risk of betrayal on their part, and that only after long discussions did the commandos manage to free themselves from this protection. Finally, the report also specified the secondary objective followed by Lange once the main one (sabotage) proved unattainable: Verifying the veracity of the reports to the Fuhrer according to which Chechens and Ingush are particularly courageous in the fight against the Bolsheviks and, in the case, provide them with logistical support and weapons to continue the guerrilla warfare. To achieve this second goal, Lang would have had to spend a few weeks in Chechnya, trusting in the spirit of hospitality of the local residents. He knew that hospitality is sacred to a Chechen. In fact, in the report he reports: the local rules on hospitality require you to protect the life of a guest even at the cost of your own. Aware of this, the Germans did not spare the Chechens real moral blackmail, threatening to let everyone know of the dishonor thrown on the family and on the Teip by people who did not accept to host them and to collaborate with them.
While obtaining the hospitality of the Chechens seemed easy enough, it was much more difficult to secure their alliance in forming an anti-Soviet resistance movement. Again quoting Lange: Local residents are not interested in anything except the fate of their village, in which they would like to live as free farmers. They have no respect for time, space, or compliance with the agreements made. […] All this creates bad conditions for a riot. Citing an event that happened to the Reckert Group, Lange recalls that after receiving the weapons, the men quickly returned to their villages. At the end of his report, Lange advised not to invest men and means in this operation, since the local population would not fight for Germany, but at most to get rid of the collective farms and regain possession of the land.