Archivi tag: First Chechen War

RUSLAN GELAYEV: “L’ANGELO NERO”

Ruslan Gelayev è forse uno dei comandanti di campo separatisti più iconici. Proveniente dal proletariato di campagna, lavoratore stagionale, animato da un coraggio fuori dal comune e dotato di grande leadership, egli rappresenta forse più di chiunque altro il prototipo del guerrigliero secessionista. Testardo uomo d’azione, si trovò spesso in rotta di collisione con la leadership della ChRI, finendo per essere addirittura degradato e privato dei suoi riconoscimenti.  Anche la sua morte, che racconteremo qui, è certamente tra le più emblematiche.

per approfondire la sua storia, leggi “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria” Acquistabile QUI”

GIOVINEZZA E RIVOLUZIONE

Ruslan Germanovich Gelayev nacque il 16 Aprile 1964 a Komsomolskoye (odierna Goychu) da una famiglia da poco rientrata dall’esilio in Kazakistan. Il suo villaggio natale era un paesino rurale, che poté fornirgli a malapena qualche anno di scuola elementare e la prospettiva di una vita da contadino. Quando suo padre morì, nei primi anni ’80, Gelayev decise di iniziare a lavorare come stagionale, nel settore delle costruzioni e nel lavoro agricolo. Un destino comune a decine di migliaia di suoi compatrioti, “eccedenze rurali” del sistema socialista. Il lavoro lo portava spesso nella regione di Omsk, dove trovò una compagna, Larisa, dalla quale ebbe un figlio maschio, Rustam. Dopo qualche anno di convivenza nei sobborghi di Omsk, Ruslan trovò lavoro a Grozny nel settore petrolifero, cosicché la famiglia si trasferì in Cecenia intorno al 1990. Per quell’epoca, secondo alcune fonti, Gelayev aveva già accumulato un bel numero di denunce per reati minori (per lo più furto e rapina).

Lo scoppio della Rivoluzione Cecena lo trovò frustrato e desideroso di rimettersi in gioco: al pari di molti altri militanti della prima ora, il nazionalismo fu per lui il motore di una vera e propria rinascita personale, capace di fornirgli una nuova ragione di vita. Gelayev partecipò agli eventi di Settembre – Novembre 1991 arruolandosi volontario nella Guardia Nazionale, dove strinse una forte amicizia con due personaggi destinati a segnare la sua vita per sempre: Khamzat Khankarov e Shamil Basayev. Il primo, militante pancaucasico, autore di inni nazionalisti ed ispirato autore di articoli incendiari, divenne uno dei suoi migliori amici. Il secondo invece divenne il suo principale partner nella costruzione di una forza armata di formidabile valore, e terribilmente spietata.

Ruslan Gelayev nel 1991

IL COMANDANTE MILITARE

Il vero colpo d’ala nella sua vita Gelayev ci fu nel 1992, quando scoppiò la Guerra Georgiano – Abkhaza. I nazionalisti ceceni, inquadrati nelle Brigate Internazionali della Confederazione dei Popoli del Caucaso, si schierarono a difesa dei separatisti abkhazi, costituendo il nocciolo duro di due raggruppamenti armati e recandosi nella piccola regione a combattere. Per quasi tutto il 1992 Ruslan combattè al fronte, guadagnandosi fama di energico comandante e costituendo il nucleo di un reparto armato a lui fedelissimo. Fu proprio il suo amico e diretto superiore, Khankarov, a nominarlo comandante di plotone. Da quel plotone nacque il Reggimento “Borz” (“Lupo”) destinato a diventare uno dei più temibili reparti dell’esercito separatista.

Rientrato in patria si mise a disposizione del governo Dudaev, trasformando quel piccolo gruppo di combattenti in un’unità organizzata. Tra le sue file si arruolarono molti giovani, tra i quali un suo lontano parente, Dokku Umarov, anch’egli destinato a diventare un uomo di punta della Repubblica Cecena di Ichkeria. Gelayev strinse amicizia con un parente acquisito del Presidente, Salman Raduev, il quale stava a sua volta costituendo un reparto armato chiamato “Berretti Presidenziali”. Tra i due nacque una proficua collaborazione “professionale” e umana, alimentata dalla figura del Generale Dudaev e dal suo progetto di una Cecenia indipendente e forte. Gelayev divenne uno dei più ardenti sostenitori del progetto separatista, mettendo a disposizione i suoi volontari. Il primo incarico che gli fu affidato fu quello di proteggere gli impianti petroliferi di Grozny, da tempo flagellati dal furto di greggio e ridotti quasi all’improduttività. La sua unità divenne la forza di guardia degli impianti di raffinazione, e immediatamente i furti di petrolio si ridussero come non mai. La sua figura cresceva di giorno in giorno, tanto che alla fine del 1993 egli poteva ben definirsi una delle persone più influenti della nuova Cecenia.

Il colpo di Stato del 1993 lo mise in crisi di fronte a Dudaev: nel Dicembre di quell’anno, quando ormai si profilava all’orizzonte la guerra civile, insieme a Basayev si recò a casa del Presidente, volendo convincerlo a ricomporre la frattura tra il suo governo e l’opposizione parlamentare, portata agli estremi dal golpe militare da questi operato nel Giugno precedente. Le forze di Gelayev e di Basayev si schierarono di fronte alla residenza presidenziale domandando la nomina di un Primo Ministro (Dudaev aveva tenuto per sé sia la carica che Presidente che quella di Capo del Gabinetto dei Ministri) e l’istituzione di un Ministero della Difesa. Dudaev convocò entrambi, negoziò con loro e alla fine riuscì a ricondurli dalla sua parte. Non sappiamo quali argomenti addusse, fatto sta che dal Gennaio del 1994 Gelayev tornò ad essere un pretoriano del Presidente, prendendo parte alla guerra civile dalla parte dei lealisti. Il suo reparto fu la punta di lancia nella repressione dell’insurrezione messa in atto da Ruslan Labazanov, ed insieme a Maskhadov prese parte alla battaglia di Gekhi contro le unità di Bislan Gantamirov.

Fotogramma che mostra RUslan Gelayev ad una riunione del Comitato per la Difesa dello Stato (GKO)

per approfondire la sua storia, leggi “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria” Acquistabile QUI”

L’ANGELO NERO

Allo scoppio della Prima Guerra Cecena Gelayev era già uno dei candidati di punta per guidare le forze armate della ChRI. Nominato comandante del settore Sud – Occidentale, schierò i suoi uomini nel quadrilatero Assinovskaya – Novy – Sharoy – Achkhoy Martan – Bamut. In quest’ultimo villaggio si trovava una vecchia base missilistica sovietica, che egli fortificò al punto da diventare quasi inespugnabile. Dopo la presa di Grozny da parte dell’esercito federale la sua forza d’animo e la sua leadership furono essenziali pet tenere unito ciò che rimaneva dell’esercito regolare. Per far sentire la sua autorità non esitò a compiere veri e propri crimini di guerra, come l’uccisione a sangue freddo di tre ufficiali russi catturati, come ritorsione per i bombardamenti lanciati dai russi nei villaggi montani dove si era asserragliato. Sostenitore della guerra ad oltranza, se necessario facendo ricorso a metodi terroristici, sostenne la proposta di Basayev di “Portare la guerra in Russia” attuando un’azione dimostrativa che terrorizzasse l’opinione pubblica. Fu anche grazie al suo appoggio che Basayev potè ideare e portare a termine il Raid su Budennovsk, a seguito del quale i separatisti ottennero dal governo russo l’avvio di negoziati per la fine delle ostilità.

Dopo lo stallo dell’estate 1995 e la ripresa delle ostilità attive nell’autunno di quell’anno, Gelayev prese le redini di gran parte delle milizie separatiste, attribuendosi il nome di battaglia di “Black Angel”: fu tra gli organizzatori della difesa della piazzaforte di Shatoi nel 1995, del Raid su Grozny del Marzo 1996 e della celebre Imboscata di Yarish Mardy nell’Aprile di quell’anno. Il 6 Agosto successivo i suoi uomini dettero avvio alla cosiddetta “Operazione Jihad” con la quale i separatisti ripresero la capitale cecena costringendo Eltsin a sedersi al tavolo della pace. L’azione gli valse il grado di Generale di Divisione, unico in tutta la gerarchia dell’esercito separatista oltre  Maskhadov e Basayev. Divenne così uno dei tre pilastri del nazionalismo ceceno. Ruslan il muratore era diventato Khamzat, L’Angelo Nero.

Gelayev in uniforme con l’Ordine dell’Onore della Nazione al petto

L’EROE SENZA PACE

La fine della guerra fece assurgere Gelayev all’Olimpo dei Comandanti di Campo. Egli era “L’eroe di Bamut”, colui che con la sua milizia aveva tenuto testa all’esercito federale senza mai perdere la speranza, rispondendo colpo su colpo, tenendo unita la resistenza militare all’invasione russa. Un personaggio così difficilmente avrebbe trovato una collocazione nella nuova Cecenia “civile”, che lentamente tentava di riprendersi dall’inferno nel quale era stata proiettata. Molti dei suoi miliziani erano si vincitori, ma senza un lavoro e senza risorse per sopravvivere. Le sue bande non smobilitarono, ma si acquartierarono nei dintorni di Achkhoy – Martan. Nel frattempo egli partecipava al “governo di coalizione” messo in piedi da Maskhadov per traghettare il paese alle elezioni presidenziali previste per Gennaio 1997, nelle quali il popolo avrebbe dovuto scegliere il successore del defunto Dudaev. Un mese prima delle elezioni Maskhadov e molti altri ministri del governo si dimisero per candidarsi, e Gelayev acconsentì, seppur per un brevissimo tempo, a svolgere il ruolo di Primo Ministro facente funzioni. Fu il fugace apice di una carriera politica non ricercata, ma comunque subita come conseguenza della sua importanza.

Dopo la vittoria di Maskhadov, Gelayev si schierò dalla parte dei nazionalisti intransigenti. Convinto che la guerra non fosse realmente finita, ma che stesse attraversando una semplice fase di stallo, sosteneva la necessità di sfruttare il parziale successo ottenuto estendendo la ribellione antirussa a tutto il Caucaso. In questo trovava l’appoggio di Zelimkhan Yandarbiev, ex Presidente ad Interim (dopo la morte di Dudaev) e leader del movimento “Confederazione Caucasica”, favorevole alla costituzione di una repubblica confederale che abbracciasse tutti i popoli non  – russi del Caucaso. Fondò anche una rivista di propaganda, “Grande Jihad”, amplificatrice del suo pensiero tradizionalista, nazionalista radicale e militarista. Per tentare di tenerlo a bada Maskhadov lo incluse come Vicepresidente del Gabinetto dei Minsitri, con delega alla Ricostruzione, e lo inserì nel Consiglio Presidenziale Supremo, massimo organo consultivo dello Stato. Rimase al suo posto giusto qualche mese, per poi dimettersi in contrasto con la politica di Maskhadov, a suo dire “troppo accomodante verso la Russia”. Nel distretto dove esercitava principalmente il suo potere, quello di Urus – Martan, proteggeva i radicali di ogni risma, in particolare quelli islamisti, dei quali apprezzava la rigida moralità: sotto la sua protezione Urus – Martan divenne una sorta di piccolissimo emirato, soggetto ad una versione artigianale della legge islamica. Nel 1998 Gelayev compì il suo “Haji”, il pellegrinaggio rituale che ogni islamico deve portare a termine durante la sua vita. Al termine del viaggio egli si attribuì il nome islamico “Khamzat”, con il quale intese onorare il suo amico e commilitone Khamzat Khankharov, nel frattempo deceduto.

Gelayev a Shatoi nel 1996

La situazione nel Paese diventava sempre più difficile man mano che Maskhadov cercava di prendere il controllo delle istituzioni e dell’economia, strappando potere e popolarità ai nazionalisti radicali. Nella primavera del 1998 la situazione era esplosiva, e i due fronti erano pronti per un confronto all’ultimo sangue. La Battaglia di Gudermes vide confrontarsi l’esercito lealista con gli esponenti islamizzati delle forze dell’ordine (Battaglione Islamico per Scopi Speciali – IPON e Guardia della Sharia) fiancheggiate dai militanti isllamisti. Fu un massacro, durante il quale furono impiegate anche armi pesanti. La battaglia sancì la vittoria dei moderati di Maskhadov, ma lo mise in rotta di collisione con “L’eroe di Bamut”, il quale da quel momento lavorò affinchè il governo Maskhadov cadesse quanto prima.

Per tentare di ricucire lo strappo con i comandanti di campo Maskhadov tentò di reintrodurli nelle strutture di potere, giungendo a nominare Gelayev comandante della Guardia della Sharia ed arrivando, nel Febbraio del 1999 a proclamare la Legge Islamica in tutto il territorio nazionale. Questa manovra disperata non sortì i risultati sperati, anzi: nel giro di qualche mese il Paese divenne completamente incontrollabile, le milizie islamiche poterono organizzarsi liberamente e, nell’Agosto del 1999, passarono all’attacco sconfinando in Daghestan con l’intento di fondare anche là uno stato confessionale. La reazione della Russia fu immediata e implacabile: nell’Ottobre del 1999 iniziò una seconda invasione della Cecenia, ed una seconda, distruttiva, guerra di occupazione.

per approfondire la sua storia, leggi “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria” Acquistabile QUI”

DI NUOVO IN ARMI

Lo scoppio della Seconda Guerra Cecena non colse Gelayev impreparato: egli di fatto non aveva mai smobilitato le sue milizie, né si era mai ambientato alla pace. Quando i reparti federali varcarono i confini del paese, i suoi uomini erano già pronti a prendere posizione sul “suo” fronte Occidentale, dove si erano distinti nella Prima Guerra. Ancora una volta i suoi uomini si batterono con grande audacia, tenendo a distanza i russi per mesi. Quando questi raggiunsero i sobborghi di Grozny, egli fu nominato da Maskhadov comandante di uno dei settori della città, con l’incarico di ripetere quanto riuscito nel Gennaio del 1995 e trasformare l’avanzata dei federali in un inferno. Lui ed altri illustri comandanti di campo difesero la città fino alla fine di Gennaio. Poi, inaspettatamente, decisero di abbandonare i quartieri ancora sotto il loro controllo e tentare una sortita. Fu un massacro: i russi avevano organizzato un’operazione volta a far uscire i militanti allo scoperto, per poi distruggerli con l’artiglieria e l’aereonautica, la cosiddetta “Caccia ai Lupi”. In una notte circa un terzo dei millecinquecento miliziani fuoriusciti fu ucciso, un altro terzo catturato. Le poche centinaia di superstiti riuscirono a guadagnare la Gola dell’Argun, ultima roccaforte separatista, dove si era acquartierato Maskhadov. La gola fu presto messa sotto assedio, mentre i reparti federali avanzavano a macchia d’olio in tutto il territorio circostante.

KOMSOMOLSKOYE

Circondati e sotto bombardamento, i separatisti decisero di tentare nuovamente la sortita: divisi in tre gruppi tentarono di guadagnare posizioni differenti in modo da dividere gli attaccanti e guadagnare le montagne, dove avrebbero portato avanti la guerriglia partigiana. Gelayev si ritrovò a guidare uno dei due corpi più grossi, composto da circa millecinquecento uomini. Il suo piano era quello di attraversare la gola dai sentieri di montagna, sbucare nel suo villaggio natale, Komsomolskoye, e da lì disperdersi nel familiare Distretto di Urus – Martan. Secondo fonti giornalistiche Gelayev avrebbe dovuto trovare nel villaggio un convoglio di bus messo a disposizione da Arbi Baraev, che a seguito della fuga da Grozny di era dato alla macchia con i suoi uomini e pare stesse organizzando la sua squadra dietro le linee nemiche. Gelayev raggiunse il villaggio dopo cinque giorni di marcia forzata, il 4 marzo.  Per quella data erano rimasti operativi un migliaio di uomini, affamati ed esausti, molti dei quali feriti, a corto di armi e di munizioni. Una volta giunti nella cittadina, di Baraev e dei suoi bus non si trovò traccia. Gelayev pensò ad un tradimento, e probabilmente era proprio così. Nei mesi successivi Baraev avrebbe vissuto tranquillamente nella sua città natale, Alkhan – Kala, godendo della protezione di Gantemirov e dell’FSB, al quale presumibilmente si era venduto in cambio dell’immunità fin dalla sortita da Grozny. Gelayev ed i suoi si trovarono improvvisamente circondati dalle truppe federali, che misero sotto assedio il villaggio: la mattina del 5 marzo iniziò un fitto bombardamento aereo e di artiglieria. Gelayev non aveva avuto il tempo di predisporre un piano di fuga, cosicché iniziò a spedire i suoi in piccoli gruppi fuori dall’assedio, sperando che riuscissero a cavarsela. Dopo quattro giorni di bombardamenti le forze federali iniziarono l’assalto, schierando una trentina di carri armati e due battaglioni di fanteria. I separatisti resistettero con tutte le loro forze a decine di assalti, costringendo i comandi federali a contrattare una tregua il 14 Marzo per recuperare i corpi dei caduti. Il giorno successivo i bombardamenti ripresero, ma i separatisti non abbandonarono le loro posizioni: nonostante il completo accerchiamento e l’impossibilità di vittoria, i separatisti continuavano a combattere con fanatica violenza, aiutanti anche da grandi quantitativi di eroina che, successivamente alla battaglia vennero trovati negli scantinati e nelle dotazioni personali dei combattenti. Ci volle fino al 20 marzo Perchè le ultime sacche di resistenza cessassero di combattere. Durante tutti questi giorni Gelayev riuscì ad evacuare centinaia di uomini. Egli stesso riuscì a mettersi in salvo insieme al nerbo del suo piccolo esercito. 700 dei suoi, tuttavia, rimasero uccisi o furono catturati dai russi.

Miliziani della Colonna Gelayev si arrendono al termine della Battaglia di Komsomolskoye, fine Marzo 2000

PANKISI

Dopo quella tragica sconfitta Maskhadov, accusandolo di aver deliberatamente disobbedito ai suoi ordini e di aver guidato pessimamente l’operazione, lo degradò al rango di soldato semplice e lo privò “del diritto di difendere la madrepatria”. Gelayev raccolse qualche centinaio di seguaci e, faticosamente, si aprì la strada verso la salvezza, attraversando l’Inguscezia. Inseguito dai federali, riuscì a rifugiarsi in Georgia, nella remota Gola di Pankisi. Si trattava di una stretta valle a ridosso dei confini meridionali della Cecenia, abitata da una antica popolazione Vaynakh. Stabilitosi nella valle, vi rimase fino all’autunno del 2001, tenendosi lontano dalle operazioni militari. Nell’ottobre di quell’anno tentò di attraversare il confine attraverso l’Abkhazia, confidando nel fatto che, durante la guerra georgiano – abkhaza, aveva combattuto dalla parte dei secessionisti. Ne uscì uno scontro a fuoco nel quale Gelayev si ritrovò invischiato in una battaglia tra georgiani ed Abkhazi per il controllo del territorio. Non essendo riuscito a passare, rientrò a Pankisi, dove attese la fine dell’inverno. Nell’agosto 2002, ritentò l’impresa. Dopo aver organizzato i suoi uomini in bande, ne spedì alcune attraverso le montagne, alla spicciolata, verso il Sud della Cecenia. Poi, al comando di un nutrito gruppo di duecentocinquanta uomini, accompagnato da Abdul Malik Mezhidov, ex Comandante della Guardia della Sharia, attraversò il confine tra Georgia ed Ossezia del Nord all’altezza di Tarskoye. Dopo aver forzato un posto di blocco ed ucciso otto guardie di frontiera Gelayev, Mezhidov ed i suoi avanzarono braccati dalle forze federali fino a raggiungere il villaggio inguscio di Galashky, dove si scontrarono con i russi in una vera e propria battaglia campale. La banda di Gelayev patì una settantina di morti ed una manciata dei suoi furono fatti prigionieri, ma riuscì ad abbattere un elicottero e ad eliminare una quindicina di federali, ferirne una ventina e mettere fuori combattimento i loro mezzi blindati, per poi attraversare il confine con la Cecenia e dirigersi verso Bamut. Una volta rientrato nei ranghi, tuttavia, si trovò davanti un freddo Maskhadov, che si rifiutò di reintegrarlo come Comandante di Campo. A Gelayev fu permesso di rimettere in piedi una sua banda, ma il timore che fosse colluso con le autorità federali era tale che il Presidente ceceno si rifiutò di reintegrarlo nel Consiglio di Difesa, lasciandolo ai margini della resistenza.

Gelayev con alcuni suoi uomini sulle montagne

LA FINE

Dopo il suo rientro dalla Georgia non riuscì mai a reintegrarsi nel fronte separatista, rimanendo ai margini della leadership, ostracizzato da Maskhadov, che lo credeva un collaboratore dell’FSB. Nel dicembre del 2003, frustrato dalla sua emarginazione, con i suoi ultimi seguaci tentò di tornare nella Gola di Pankisi passando dal Daghestan. Individuato dalle guardie di frontiera locali finì in uno scontro a fuoco, a seguito del quale, usando tutti i mezzi a disposizione, dalle unità corazzate agli elicotteri da combattimento, l’esercito federale distrusse il distaccamento, uccidendo o catturando i suoi ultimi seguaci. Rimasto solo, Gelayev tentò comunque di attraversare il confine, ma il 28 febbraio 2002 si imbattè in due guardie di frontiera daghestane. Nello scontro a fuoco che seguì, il leggendario “Angelo Nero” uccise le due guardie, ma un proiettile lo ferì gravemente al braccio. Gelayev tentò di salvarsi amputandosi da solo l’arto ferito, ma il freddo, il dolore e la grave emorragia ebbero la meglio. La sua fine, ricostruita dagli esperti dell’FSB dopo che il suo corpo fu ritrovato, racconta di un uomo che, pur arrivato al suo capolinea politico ed esistenziale, era ancora animato da una forza incrollabile: “Stava diventando sempre più difficile per lui fare ogni passo, mentre il sangue scorreva dalla sua mano sinistra maciullata. Il comandante […] si fermò ad una cinquantina di metri dal campo di battaglia, si amputò la mano sinistra con un coltello e la gettò nella neve. Quindi estrasse un elastico, lo chiuse sul moncone della sua mano, fece qualche passo e cadde. Riuscì ad alzarsi con grande difficoltà. Dopo qualche decina di passi Gelayev si fermò, prese una lattina di caffè istantaneo Nescafé dalla tasca e, aprendolo con tutte le sue forze, iniziò a masticare i granuli, sperando che il caffè lo tirasse su e lo aiutasse a raggiungere il confine. Poi tirò fuori e morse una tavoletta di cioccolato Alyonka, ma cadde di nuovo. Cominciò a trascinarsi verso il confine con la Georgia. Morì in questa posizione, con una barretta di cioccolato serrata tra i denti.”

Il corpo di Gelayev accasciato ad un albero, al confine tra Daghestan e Georgia

TALE PADRE, TALE FIGLIO

L’unico figlio di Gelayev, Rustam, seguì le orme del padre qualche anno dopo la sua morte. La Repubblica Cecena di Ichkeria non c’era più, al suo posto era rimasto un emirato islamico virtuale, l’Emirato del Caucaso Settentrionale, il cui peso si stava affievolendo sempre più. Rustam decise di dirigersi in Siria, dove nel frattempo Daesh stava costituendo uno stato islamico forte e aggressivo. Si arruolò certamente tra i jihadisti, come testimoniato da alcune foto che postò sul suo account social, e morì nel 2012 sotto i bombardamenti dell’esercito regolare siriano.

per approfondire la sua storia, leggi “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria” Acquistabile QUI”

BIOGRAFIE – AYDAMIR ABALAEV

Nato a Sayasan il ?/?/?

Morto a Sayasan il 01/05/2002)

Durante la I Guerra Cecena comandò il Reparto Fucilieri di Montagna del Battaglione Ricognizione e Sabotaggio. Col suo reparto partecipò al Raid su Klizyar ed alla Battaglia del Primo Maggio (Assedio di Pervomaiskoye). Partecipò al Raid su Grozny del Marzo 1996 ed all’Operazione Jihad nell’Agosto 1996. Nel 1996 fu insignito del grado di Generale di Brigata e decorato con l’Onore della Nazione.

Candidatosi alla Presidenza della Repubblica alle elezioni del 1997, ottenne meno dell’1% dei voti e si allineò alle posizioni del blocco governativo, sostenendo la leadership di Aslan Maskhadov. Nominato Ministro della Sharia per la Sicurezza dello Stato (24/04/1999) mantenne tale carica fino alla sua morte.

Allo scoppio della II Guerra Cecena fu nominato membro del Comitato per la Difesa dello Stato (GKO) e nominato Comandante del Fronte di Nozhai – Yurt. Morì in uno scontro a fuoco con l’esercito federale, di ritorno da una riunione organizzativa con Maskhadov.

DALL’ASSALTO DI NOVEMBRE A BUDENNOVSK: INTERVISTA AD hUSSEIN iSKHANOV

Hussein Iskhanov è forse uno degli ultimi esponenti della Repubblica Cecena di Ichkeria ancora in vita che sostiene attivamente la restaurazione dello Stato separatista. Unitosi ai dudaeviti nel 1992, partecipò alla guerra civile del 1994 dalla parte dei lealisti. Nel 1995 fece parte dello Stato Maggiore della difesa di Grozny, alle dirette dipendenze di Aslan Maskhadov in qualità di suo Aiutante di Campo, guadagnandosi il grado di Colonnello. Eletto deputato al Parlamento della seconda legislatura nel Gennaio del 1997 fece parte del raggruppamento leale a Maskhadov, nel frattempo divenuto Presidente della Repubblica. Dopo lo scoppio della Seconda Guerra Cecena Iskhanov fuggì in Polonia, e da lì in Austria, dove risiede tutt’ora ed anima l’associazione politico – culturale Kultulverein Ichkeria. I passi pubblicati sono estratti da una lunga intervista rilasciata alla testata giornalistica online Small Wars Journal nel Giugno del 1999.

Hussein Iskhanov oggi

LA GUERRA CIVILE

Sono diventato aiutante di campo di Maskhadov all’inizio della guerra, ed ho ricevuto il grado di Colonnello alla fine. Prima della guerra avevo maturato qualche esperienza combattendo contro le unità di Bislan Gantemirov durante l’operazione del 26 Novembre 1994. […] L’opposizione cecena supportata da 50 carri armati guidati da ufficiali russi della Divisione Taman e da contractors russi entrò a Grozny. In meno di un giorno i carri furono distrutti e 25 ufficiali russi vennero presi prigionieri. Fu l’inizio della guerra. […]  L’esercito russo si mosse su Grozny da 3 direzioni. Non avevamo un’aviazione che difendesse i nostri confini. Il primo scontro si ebbe nel villaggio di Lomaz Yurt, nel distretto dell’Alto Terek, dove avevamo installato alcune difese per proteggere la frontiera. Riuscimmo a ritardare l’avanzata dei russi per qualche giorno. I nostri uomini colpirono 2 APC, ma a causa della mancanza di munizioni dovettero ritirarsi. […] Il nostro “esercito” era uno scherzo rispetto all’armata degli invasori. Decidemmo di combattere a Grozny, avevamo già l’esperienza del 26 Novembre ed i loro carri armati non ci spaventavano più. Il morale era alto a quel tempo, grazie agli stessi russi. Ricordo come il 26 Novembre uomini armati di lanciagranate e mukhas, dentro delle Zhiguli avevano fatto a pezzi i carri russi. […] Dopo Lomaz Yurt un’altra battaglia ebbe luogo a Dolinsky: Maskhadov, ex ufficiale di artiglieria, decise di usare i GRAD direttamente contro le colonne russe. Era un metodo inedito di usare i GRAD. Nessuno prima di Maskhadov aveva pensato di usarli in quel modo. Più tardi, quando iniziammo i negoziati nel 1995, i russi ammisero di aver perduto più di duecento uomini a Dolinsky.

Unità dell’esercito regolare ceceno di guardia ad una postazione antiaerea davanti al Palazzo Presidenziale di Gozny, poco prima dell’inizio della Prima Guerra Cecena

La terza battaglia ebbe luogo ad Ermolovka. Là perdemmo alcune apparecchiature. All’inizio della guerra avevamo 18 APC e carri armati T – 76, ma erano vecchi modelli e non avevamo sufficienti munizioni. Avevamo anche qualche howitzer, ma capimmo presto che erano di poca utilità. Il loro effetto era minimo a causa del fatto che le nostre posizioni venivano bombardate dal cielo e noi non avevamo armi antiaeree. I nostri artiglieri non erano addestrati per una simile situazione: una cosa è usare l’artiglieria quando sei posizionato a 10 o 20 km dal tuo obiettivo, un’altra è affrontare una colonna di carri armati da vicino. Era difficile trasportare l’artiglieria sotto il fuoco aereo. Non avevamo abbastanza trattori e motrici. Gli uomini erano occupati ad evacuare le loro famiglie ed a metterle in salvo. Molti dei mezzi di trasporto erano usati per l’evacuazione perché il governo non aveva dichiarato la mobilitazione generale. Avevamo trascurato il fatto che avremmo avuto bisogno di mezzi per trasportare la nostra attrezzatura, e adesso non ne avevamo a disposizione. Abbandonammo il nostro equipaggiamento, tenemmo i mortai montati su ruote perché erano facili da muovere, così come qualche pezzo d’artiglieria. Non furono perdite gravi, giacchè non avevamo munizioni per i pezzi che lasciammo indietro.

Avevamo un’acuta penuria di munizioni fin dall’inizio della guerra. Mancavamo anche di munizioni per i lanciagranate, per gli RPG, per i calibri da 7.62 e per i 5.45 degli AK 74. Ricordo di quando io e Maskhadov eravamo nel seminterrato del Quartier Generale nel Palazzo Presidenziale prima dell’assalto dei russi a Grozny del 31 Dicembre 1994: avevamo due letti e una scrivania, con poca luce fornita da un piccolo motore a diesel. Questo fu distrutto poco dopo durante il bombardamento e così passammo ad un piccolo motore elettrico trasportabile alimentato da petrolio o diesel. Lo usavamo per alimentare le batterie della radio e per l’illuminazione. Quel giorno avevamo 34 proiettili per RPG sotto i nostri letti. Ci sentivamo alla grande, ma c’erano momenti nei quali avevamo appena 3 o 4 proiettili. I combattenti accorrevano continuamente in cerca di munizioni. Siamo stati fortunati, qualcuno è sempre accorso portando munizioni quando ne avevamo più bisogno.

Dopo Ermolovka le nostre unità si ritirarono dentro Grozny. La pressione era molto forte e molti dei combattenti erano volontari inesperti. Avevamo pochi comandanti e ufficiali. Maskhadov decise di richiamare tutte le unità disponibili ed i volontari nel centro della città per usare al meglio l’esperienza del 26 Novembre. Non vedevamo altro modo per mettere su una difesa. Gli edifici avrebbero fornito copertura al fuoco del nemico e noi saremmo stati meglio protetti dal fuoco costante di artiglieria. Costruimmo alcune barriere di cemento su Via Staropromyslovsky, nei pressi della fabbrica Electropribor. Erano primitivi ma speravamo che avrebbero rallentato i carri, sapevamo che non saremmo riusciti a fermarli. Aspettammo che i russi muovessero avanti da Staropromislovsky. Li aspettammo, sperando che passassero di lì, perché quello era uno stretto corridoio circondato da colline e da edifici di cinque piani. Sarebbe stato facile colpirli là dentro. Ma ovviamente loro temevano di finire in un’imboscata e aspettavano a muovere i carri dentro la città. Ricordavano l’esperienza del 26 Novembre. Anziché penetrare subito in città la accerchiarono e usarono l’artiglieria a lungo raggio. Nel frattempo le nostre unità usavano tattiche “attacca e fuggi” e raid notturni.

APC russo distrutto dopo l’Assalto di Capodanno, foto AP

Ovunque i russi si trovassero al calar del buio, immediatamente si trinceravano ed interravano i loro cannoni ed i loro carri. Quello era il miglior momento per attaccarli. Usavamo la nostra conoscenza del territorio e la nostra esperienza durante il servizio militare contro i russi. Sapevano come i russi preparavano le loro difese. Conoscevamo le abitudini dei russi ed il loro linguaggio. I raid causavano grande panico ma la reazione dei russi era interessante: loro si rifiutavano di ingaggiare le nostre unità. Anziché respingere gli attaccanti puntavano le loro armi contro Grozny o Argun e spazzavano i quartieri residenziali. Ovviamente lo facevano nella speranza che la popolazione si rivoltasse contro di noi. Molte delle vittime civili furono dovute a questi bombardamenti indiscriminati.

L’ASSALTO A GROZNY

Poi iniziò l’assalto a Grozny. I russi si mossero lentamente verso il centro della città. Non avevamo forze sufficienti a fermare la loro armata. Secondo i nostri dati preliminari loro avevano schierato 600 tra carri armati ed APC e un grosso contingente di fanteria. La 131° Brigata fu la prima a muovere. Sfondò all’altezza della stazione ferroviaria, circa 500 metri dal Palazzo Presidenziale. I russi pensavano che una volta preso il Palazzo la nostra resistenza avrebbe avuto fine e ci saremmo ritirati. Ho controllato il diario che tenevamo nel 1995: secondo i nostri dati, avevamo 350 uomini a difesa di Grozny, all’inizio del 1995. Questo è il numero di coloro che erano registrati al Quartier Generale. Aggiungerei altri 150 uomini che non si erano registrati da noi o dai comandanti, uomini che erano venuti a sparare per un paio d’ore e poi erano tornati a casa. Avevamo non più di 500 persone a difesa di Grozny.

Come ho detto prima, usammo la nostra conoscenza dei russi. Avevamo anche lo stesso sistema di comunicazione radio. Il nostro capo delle comunicazioni, Colonnello Taimaskhanov [ucciso poco dopo l’inizio della guerra] aveva servito come ufficiale addetto alle comunicazioni nell’esercito sovietico. Conosceva perfettamente il suo lavoro. Il Generale Babichev minacciò di impiccare Taimaskhanov al primo lampione non appena lo avesse preso. Avevamo una stanza speciale per i radio operatori nel Palazzo Presidenziale. Ogni volta che avevamo un momento andavamo a “parlare” con i russi. Ascoltavamo le loro chiamate, aspettavamo il momento in cui passavano gli ordini e, una volta compreso chi fosse in comando e chi il subordinato, intervenivamo, dando ordini differenti con un approccio amichevole, fornendo false informazioni e così via. Come risultato i russi patirono più perdite all’inizio della guerra a causa del fuoco amico che a causa del nostro[…].

Vista del centro di Grozny da Piazza MInutka. Sulla sinistra il Palazzo Presidenziale svetta in mezzo alle macerie, gravemente danneggiato.

La 131a Brigata Maikop era sotto il comando dello sfortunato Babichev. Egli è l’ufficiale responsabile di aver mandato a morte gli uomini della Maikop. Praticamente tutta la brigata fu distrutta in una notte tra il 31 Dicembre 1994 ed il 1 Gennaio 1995, anche se alcuni combattimenti continuarono fino al 2 di Gennaio. I russi dichiararono che 100 uomini sopravvissero ma io non ci credo perché noi stessi catturammo l’equipaggio dell’ultimo APC della brigata. Il comandante della Brigata fu ucciso ed il suo secondo in comando fu catturato con l’ultimo APC ed il suo equipaggio, 10 o 12 uomini in tutto. […]  Più avanti durante i negoziati con il Generale Romanov a Khankala, il Tenente Generale Shumov (dell’MVD) mi chiese quanti uomini avessimo perso in guerra. I risposti “circa 2000”. Erano le mie stime per le nostre perdite dall’inizio della guerra fino ai negoziati del 1996. Gli chiesi delle loro perdite. Egli rispose che secondo le stime ufficiali preliminari loto avevano perduto 1800 uomini. Gli chiesi allora: “Dove avete nascosto la Brigata Maikop e l’81esimo Samarski?” Lui rise ma non aggiunse altro. I russi hanno sempre dissimulato le loro perdite. […].

I COMBATTIMENTI PER GROZNY NEL 1995

Le battaglie campali ebbero luogo dall’inizio di Gennaio del 1995. I russi continuavano ad avanzare verso il Palazzo Presidenziale dall’aereoporto lungo Via Pervomaiskaia. Lasciammo che i russi penetrassero, poi distruggemmo il primo APC della colonna, l’ultimo ed un paio nel mezzo. I russi furono schiacciati perché era difficile manovrare i carri armati e gli APC in città, la visibilità era pessima, gli autisti non riuscivano a vedere dove stavano andando. Li circondammo e distruggemmo quasi un intero reggimento. Prendemmo anche dei prigionieri. Fu allora che l’81° Reggimento Samarski venne distrutto. Secondo le nostre stime loro persero tra i 4000 ed i 5000 uomini tra la Brigata Maikop ed il Reggimento Samarski.  I russi persistevano con un attacco diretto sul Palazzo Presidenziale. Nello stesso momento bombardavano gli ospedali e le strutture educative, le scuole, i centri culturali, le biblioteche e così via. Piano piano giunsero in prossimità del Palazzo. Il loro successo costò loro caro. Intorno alla metà di Gennaio i combattimenti infuriavano a 100 – 200 metri dal Palazzo. I russi occuparono un palazzo di cinque piani davanti al Palazzo e l’edificio dell’Archivio Nazionale dall’altra parte della strada. Questa era la situazione al 18 Gennaio.

Nelle prime due settimane di Gennaio usammo prevalentemente cecchini. A causa della carenza di munizioni, ordinammo di usare i fucili automatici come fucili a colpo singolo. Ricordo la distribuzione delle munizioni: fornivo 3 proiettili di 7 – 62 o 5 caricatori di munizioni con trenta proiettili ciascuno per ogni AK 74. Con questo i nostri uomini avrebbero dovuto affrontare l’esercito russo. Avevamo anche un altro handicap: gli uomini erano riluttanti all’inizio ad usare proiettili traccianti perché temevano di rivelare la loro posizione. Li esortai ad immaginare la paura del soldato russo: lui vedeva il proiettile e sapeva che lo avrebbe colpito. Gradualmente i nostri uomini iniziarono ad abituarsi all’idea. Quando i russi sentivano colpi singoli, credevano che fossero colpi di cecchino. Avevamo fucili da cecchino ma erano davvero pochi, li avevamo presi dagli APC e dai carri armati che avevamo colpito. Avevamo anche trasformato le armi ausiliarie dei carri russi in modo che potessimo usarle a mano. La maggior parte delle munizioni che ottenemmo le conquistammo sul campo durante le operazioni. Nello stesso modo prendemmo molte delle armi automatiche. Non ce n’erano così tante in giro prima di Dicembre 1994. Una volta armammo un’unità con 12 lanciagranate. Per i nostri standard quella era da considerarsi un’unità veramente potente. Di norma un gruppo di dieci uomini aveva un solo lanciagranate. La nostra unità standard era composta da 10 – 20 persone. Non potevamo armare unità più grandi perché il Quartier Generale non era nella posizione di rifornirle e di nutrirle. In ogni caso sarebbe stato difficile per grossi gruppi muoversi agilmente in città.

Il Sovmin, sede del Consiglio dei Ministri in epoca sovietica e poi sede del Parlamento indipendentista, completamente distrutto dopo la presa della città da parte delle truppe federali.

18 GENNAIO 1995

La situazione non era facile al Palazzo Presidenziale. Il 5 o il 6 Gennaio il quarto ed il quinto piano del Palazzo presero fuoco. […] Il 18 Gennaio il Palazzo patì un massiccio bombardamento aereo e d’artiglieria. Contammo che il palazzo venne colpito al ritmo di un colpo al secondo. Era un bersaglio facile, perché spiccava bene tra gli edifici circostanti. Alla fine il Palazzo fu colpito da una bomba di profondità, la quale attraversò 11 piani e distrusse il soffitto dell’ospedale da campo, situato nelle cantine. Fortunatamente non c’era nessuno nell’ospedale in quel momento. A causa dei danni non riuscimmo a capire quante persone rimasero uccise. Era una bomba di precisione, esplose a venti metri dal Quartier Generale di Maskhadov. I russi avrebbero potuto avere informazioni precise riguardo la posizione del Quartier Generale da chiunque – c’erano molte persone nel Palazzo in quel momento, lasciavamo entrare giornalisti, deputati della Duma, madri dei prigionieri di guerra russi.  Una compagnia esplorativa aveva occupato un hotel vicino alla stazione ferroviaria. I nostri uomini li assediarono all’ultimo piano, il dodicesimo. La situazione era in stallo ed iniziammo a negoziare con loro. L’ufficiale comandante, un capitano, fu portato al Palazzo. Era stupido, ma la gente allora era davvero naïve. Lui andò alla radio e contattò Babichev dal Palazzo. Babichev e Maskhadov si incontrarono all’hotel.

Ormai non avevamo niente di utilizzabile intorno al Palazzo, non avevamo veicoli corazzati o da trasporto, tutto era stato distrutto, anche se l’unità di Shamil Basayev, oltre il Sunzha, possedeva ancora armamenti pesanti. I russi inviarono un APC per prenderci e portarci ai negoziati. Discutemmo la questione dei 65 prigionieri di guerra che tenevamo nel Palazzo. Accettammo di rilasciarli ma di tenerci le loro armi. Maskhadov invitò i russi a riprendere i corpi dei loro caduti, loro offrirono un cessate –  il – fuoco di 2 o 3 ore. Noi avevamo il timore delle epidemie, non potevi muoverti senza pestare un cadavere. Ogni APC colpito aveva una media di 10 – 11 cadaveri. Questi giacevano intorno alla carcassa mezzi bruciati o mangiati dai cani. Ma al comando russo non fregava niente. Maskhadov provò ad appellarsi ai loro sentimenti più nobili, chiedendo loro come avrebbero potuto guardare in faccia le madri dei soldati se non avessero seppellito i loro figli. Ma questo non funzionò, i generali furono inamovibili. Babichev se ne andò, noi rilasciammo i prigionieri di guerra come avevamo promesso, così come il capitano degli scout che si trovava al Quartier Generale. Fu lui che probabilmente dette la posizione del Quartier Generale, anche se c’era una gran quantità di spie nel Palazzo.

Riguardo alle due bombe di profondità di cui parlavo prima, per la verità ne esplosero due. Ero sulla piattaforma del primo piano quando successe, in contatto radio con le unità arroccate nel Sovmin e nell’Hotel Kavkaz dall’altra parte della piazza (non potevamo comunicare dal basamento perché la nostra antenna sul tetto del Palazzo era stata distrutta. Senza un trasmettitore i Motorola avevano un raggio di appena 500 – 600 metri). Vidi un aereo scendere in picchiata e mi aspettai un missile, non una bomba. L’uomo che era con me era appena rientrato dentro. Ci fu una grossa esplosione. La gente urlava in cerca di aiuto. Mi precipitai di sotto per controllare il Quartier Generale. Era buio. Non riuscivo a vedere niente. Mettemmo fazzoletti sulle nostre facce per respirare normalmente. In serata prendemmo la decisione di andarcene. Era diventato troppo pericoloso: un altro attacco del genere e saremmo stati tutti uccisi.  Lasciammo il Palazzo nella notte in piccoli gruppi. I giornalisti scrissero che eravamo fuggiti attraverso dei tunnel, che il Palazzo era costruito come un bunker militare. Credimi, ho esplorato tutto il palazzo e non c’erano tunnel. Il Palazzo non era costruito come un Bunker. Il tetto era composto da lastre di cemento ordinarie.

Hussein Iskhanov parla alla folla radunata in Piazza MInutka, reclutando volontari per difendere il fronte. Fotogramma dal film “war” di Alexei Balabanov

L’INIZIO DELLA RITIRATA DA GROZNY

La nostra linea di difesa successiva era oltre il fiume Sunzha. Tentammo di distruggere i ponti come potevamo ma non riuscimmo a buttare giù quello principale, perché non avevamo sufficiente esplosivo. La linea del fronte fu posta lungo il Sunzha. Passammo quasi un mese confrontandoci sul fiume. Controllavamo la sponda destra, mentre i russi tenevano la sinistra. Non c’erano combattimenti ravvicinati, usavamo principalmente fucili da cecchino. Il Sunzha forniva una buona protezione perché i russi avevano paura di attraversare il fiume con i loro APC. Per qualche tempo le loro forze rimasero concentrate intorno al Palazzo Presidenziale, dove loro celebravano la loro vittoria. Per inciso, osarono entrare nel Palazzo soltanto 3 o 4 giorni dopo che lo avevamo abbandonato. Erano posizionati a cento metri davanti al Palazzo ma non avevano realizzato che ce n’eravamo andati.

Non tutti gli uomini armati combattevano. Molti erano nascosti nel distretto di Minutka. Forse davano sicurezza agli abitanti di Minutka, ma a noi non erano utili. Erano una seccatura perché passando per combattenti, su di loro erano deviati i rifornimenti di cibo e munizioni. […] Molti per vari motivi non raggiunsero mai la linea del fronte. Passarono una settimana o due nei seminterrati e poi tornarono a casa raccontando alle loro mogli di quanto erano stati coraggiosi. C’erano anche persone di questo tipo, non tutta la nazione stava combattendo. Ti darò un esempio: all’inizio di Gennaio del 1995 Maskhadov mi inviò a Minutka per raccogliere volontari. Quando arrivai lì, radunai le persone, tenni un discorso, inviai un gruppo a Salamov in aiuto al Presidente Dudaev. Loro percorsero la ferrovia, attraversarono il ponte Belikovski perché era pericoloso attraversare il ponte principale, i russi avevano appena raggiunto l’Istituto Petrolifero e c’erano combattimenti sul ponte principale. Dopo averli inviati, raccolsi un altro gruppo di 70 uomini. Li guidai verso il Palazzo Presidenziale attraverso il ponte principale. Quando raggiungemmo il ponte iniziò un fitto bombardamento di mortai. Dissi agli uomini che dovevamo aspettare 15 minuti che il fuoco calasse di intensità e poi passare il ponte in gruppi di 4 o 5. Dopo 20 minuti ero rimasto con un solo uomo. Tutti questi coraggiosi combattenti della resistenza se ne erano andati. Rimandai l’uomo a Minutka ma non riuscì a riportare indietro nessuno. Tornai al Palazzo Presidenziale da solo.

I COMBATTIMENTI AL TRAMPARK

Dopo esserci ritirati dal Palazzo, muovemmo il Quartier Generale al cinema “Gioventù” vicino al tunnel di Viale Lenin. Rimanemmo la per 3 giorni ma il tiro dei mortai russi ed il fuoco dell’artiglieria era così pesante che rimanere la divenne pericoloso. Per evitare perdite ci muovemmo più lontano dal centro verso Minutka. Ero responsabile di scegliere l’edificio per il Quartier Generale e decisi per l’Ospedale Cittadino numero 2. La mia scelta fu determinata dal fatto che l’edificio aveva un piano interrato dove potevamo vivere e proteggere gli accessi. L’ospedale era un grande edificio circondato da case di un piano. Era in rovina, ma la cantina era utilizzabile. Per la prima volta dopo un mese di combattimenti la fanteria mosse dal centro cittadino all’Università, a 60 metri da Viale Lenin. Se la fanteria fosse riuscita a raggiungere il viale le nostre unità rimaste sull’altra riva del fiume vicino al Palazzo sarebbero state circondate. Immediatamente inviammo rinforzi al Trampark (il parco dei tram). Per la prima volta dall’inizio della guerra riuscimmo a respingere il nemico spingendolo oltre il cerchio stradale esterno, nel Microraion. Devo confessare che non avevamo armi anticarro, non avevamo artiglieria, soltanto lanciagranate, mortai ed armi leggere. Fu la nostra prima offensiva. Questo ci dette coraggio e sicurezza.

I ruderi dell’Istituto Petrolifero dopo la conquista di Grozny da parte delle truppe federali

Sfortunatamente accadde l’ovvio: un’unità di osservazione cecena che stazionava sul Sunzha se ne andò senza avvisare il Quartier Generale. I russi riuscirono ad attraversare il Sunzha, e penetrarono nel distretto senza essere notati, seguendo la riva de fiume. I russi osservavano attentamente i movimenti ceceni ed immediatamente occuparono le posizioni che le nostre unità avevano abbandonato. La carenza di professionalità e disciplina fu un grosso handicap all’inizio della guerra. C’erano circa 100 APC al Trampark. Il combattimento fu pesante. I russi usarono fuoco di mortaio, da 80 e da 122 mm. Le nostre posizioni sulla riva destra si allungavano fino al ponte ferroviario. Era conveniente, perché oltre quello non c’erano altri ponti. Dovevamo difendere quel ponte perché avevamo fallito nel distruggerlo completamente (un lato era collassato ma un APC poteva ancora attraversarlo). Una divisione del DGB (il Dipartimento di Sicurezza dello Stato) comandato da Geliskhanov stava a guardia del ponte di Voikov, vicino alla Casa della Cultura Krupskaya. Dopo essere stata bombardata, la divisione di Geliskhanov se ne andò senza avvisare il Quartier Generale. La fanteria russa fu in grado di attraversare il fiume e di entrare in Via Saikhanov, avvicinandosi alla nostra posizione. Realizzammo quanto era successo soltanto quando la fanteria russa era a 200/300 metri dal Quartier Generale. Cercammo di respingerla richiamando molte unità in soccorso. La prima ad arrivare fu la Guardia Presidenziale, che era rimasta con Dudaev. Ma presto perdemmo i contatti. Provai a chiamarli per tutta la notte ma non riuscii a prendere contatto radio. In mattinata giunsero la notizia che erano stati circondati o catturati. L’informazione era falsa. Inviammo altre unità in soccorso ed i combattimenti si accesero in Via Saikhanov. Sapemmo più tardi che la Guardia Presidenziale si era persa da qualche parte nei pressi della Stazione dei Bus.  Gli Okhrana (guardie del corpo) dello Stato Maggiore, che  avevano combattuto bene nel Novembre del 1994, vennero schierati successivamente. Anche loro si persero. Maskhadov mi mandò da Basaev per raccogliere rinforzi ed andò egli stesso a Minutka a cercare volontari. Raccogliemmo tutti gli uomini che potemmo per rafforzare la linea del fronte. La battaglia fu feroce. Mumadi Saidaev fu lasciato a capo della difesa. Fece del suo meglio per organizzare la linea del fronte. Sostituì il Tenente Colonnello Isa Ayubov come vicecomandante in capo. Ayubov era morto, fatto a pezzi da una granata mentre proteggeva un’infermiera con il suo corpo.

Ottenemmo alcuni successi moderati – in alcuni punti i russi si ritirarono, Avevano raggiunto la scuola di Via Saikhanov. Per poterli sloggiare da lì dovevamo usare i carri armati. Avevamo ancora 3 carri ma c’era un problema: i nostri equipaggi temevano di venire colpiti dalle nostre stesse unità[…] Durante la battaglia muovemmo il Quartier Generale in un altro ospedale vicino, lasciando i feriti con una squadra medica ed un’unità a protezione. L’unità era sotto il comando di un uomo di nome Andi, di Novogroznensky. Per qualche ragione egli abbandonò i suoi uomini e tornò a casa. Gli uomini non organizzarono il servizio di vedetta. Al calare del sole gli informatori ceceni portarono i russi all’ospedale. Questi occuparono il piano terra. Il personale medico ed i feriti erano nel seminterrato. Due uomini uscirono per fumare e si trovarono faccia a faccia con i russi. Ne venne fuori una sparatoria. Un uomo morì, l’altro rimase ferito. Un’unità di 10/20 uomini che passava da quelle parti sentì gli spari e corse in aiuto, sloggiò i russi e portò feriti e medici al Quartier Generale.

Carri armati del Reggimento Corazzato “Shali”, l’unica unità blindata dell’esercito regolare ceceno. I mezzi corazzati della ChRI vennero distrutti nelle prime fasi della guerra.

I combattimenti continuavano lungo Via Saikhanov. Secondo me avevamo rafforzato le nostre posizioni abbastanza per contrattaccare e costringere i russi a ritirarsi sulle loro vecchie posizioni oltre il Sunzha. C’era un forte reparto di 40 uomini ben armati vicino al ponte non lontano dalla posizione di Basaev. Chiesi loro di rinforzarla ma loro si rifiutarono, dichiarando che il loro comandante era assente e che avevano bisogno del suo consenso. Se ne andarono, ed i sempre vigili russi mossero i loro carri attraverso il ponte per supportare la fanteria su Via Saikhanov.  Divenne difficile difendere l’area. Se avessimo fallito nel fermare l’attacco russo avremmo rischiato di rimanere tagliati fuori. I russi avevano sfondato attraverso il villaggio di Gikalo e nel Microraion. C’erano combattimenti nei sobborghi. La strata per Atagi da Gikalo era stata tagliata, così come l’autostrada Rostov – Baku. L’unica via d’uscita da Grozny era attraverso Chernorechie lungo Via Pavel Musor, nel 12° Distretto. Prendemmo la decisione di abbandonare la difesa del Trampark e di ritirare le nostre forze, circa 400 uomini. Passammo due o tre giorni nel 12° Distretto ma era impossibile costruire delle difese perché le case erano troppo piccole. I russi occuparono la maggior parte della città. Non aveva senso continuare a combattere a Grozny ora che il centro era stato catturato. Basayev fu lasciato a Chernorechie a proteggere la ritirata. Il Quartier Generale fu spostato ad Argun.

L’EVACUAZIONE

Basaev si ritirò una settimana più tardi. Evacuammo chiunque fosse in grado di farlo. I feriti furono inviati ad Atagi, dove installammo un ospedale da campo, i prigionieri a Shali. Maskhadov se ne andò a fare rapporto a Dudaev. Io e Saidaev evacuammo il Quartier Generale attraverso Starie Atagi. Avevamo un piccolo APC per caricare tutte le poche riserve che avevamo. Maskhadov ci disse che Zelimkhan Yandarbiev ci avrebbe aiutato ad evacuare, essendo Starie Atagi il suo villaggio natale. […] Arrivammo a notte fonda. Mi aspettavo che accorresse ad accoglierci. Dopo tutto avevamo combattuto per due mesi! Quando arrivammo il villaggio era meravigliosamente quieto, avevamo dimenticato cosa fossero la pace ed il silenzio. Eravamo affamati e stanchi. Chiesi di Yandarbiev. Lui venne e ci incontrammo per strada. Promise di inviare un camion per portarci ad Argun. Aspettammo seduti tutta la notte in un capannone con un solo pezzo di pane che avevamo trovato da qualche parte. Nessuno ci invitò a casa sua. Il giorno seguente aspettai fino all’ora di pranzo, poi inviai delle persone da Yandarbiev affinché gli comunicassero di arrivare quanto prima. Ma erano promesse ma nient’altro. Inviati uno dei nostri combattenti a fermare un camion Kamaz. Il primo che si fermò trasportava patate. L’autista acconsentì ad aiutarci con grande convinzione. Caricammo tutto sul camion, montammo un mortaio da 122mm e partimmo per Argun.

Hussein Iskhanov posa con “L’Onore della Nazione” una delle più alte onorificenze riconosciute dal governo separatista ai suoi combattenti

ARGUN

Argun era rimasta relativamente tranquilla durante la Battaglia per Grozny. […] Avevamo predisposto le nostre difese ad Argun mentre combattevamo per Grozny. Le trincee erano già scavate. Il fiume Argun era una barriera naturale. Il letto del fiume era facilmente attraversabile, ma una sponda è più ripida dell’altra. I russi non avrebbero potuto attraversare il fiume senza essere scoperti e non avrebbero potuto lanciare attacchi di sorpresa.Trovai un posto per il Quartier Generale dopo una giornata di ricerche. Il Quartier Generale doveva essere sufficientemente vicino alla linea del fronte, se fosse stato troppo lontano il panico avrebbe prodotto voci secondo le quali lo Stato Maggiore fosse scappato, ma neanche troppo vicino da finire sotto il fuoco di artiglieria. Scelsi la fabbrica “Krasnyi Molot”. Era ben rinforzata contro gli attacchi aerei e in una posizione comoda ai margini della città.  Io e Maskhadov riuscimmo a uscire vivi da Argun per pura fortuna. Era il 3 di marzo, il giorno di Uraza. Ci erano rimasti 3 carri. Quegli idioti dell’equipaggio, probabilmente su di giri, sparavano sui russi dal Quartier Generale. I russi individuarono la nostra posizione ed iniziarono un bombardamento di artiglieria. […] Maskhadov stava andando da qualche parte. Eravamo in un’auto con una guardia del corpo. Io ero alla guida. Maskhadov mi ordinò di rimanere al Quartier Generale e di inviargli un altro autista. Mentre aspettava, un missile esplose a sei metri da noi. Fu un miracolo che non rimanessimo feriti. Corremmo dentro l’edificio mentre un altro missile colpiva direttamente l’auto. Un uomo rimase ucciso e molti feriti. Rimanemmo ad Argun, se ricordo bene, fino alla fine di Marzo del 1995. Ci difendemmo bene. I comandanti erano Khunkarpasha Israpilov ed il suo vice, Aslanbek Ismailov. […]

Quando i russi sfondarono le difese di Argun, successe come sempre a causa della nostra scarsa attenzione. Un’unità posizionata nel 5° Sovkhoz se ne andò senza avvisare, permettendo ai russi di muovere i loro APC all’interno del nostro dispositivo. Dovemmo ritirarci a Shali. La ritirata da Argun fu effettuata in buon ordine. Il Quartier Generale fu spostato prima a Shali, poi a Serzhen Yurt.  Non rimanemmo a lungo a Shali. Ciò era dovuto al nostro campanilismo. Fino ad allora i russi avevano diretto i loro attacchi sul nostro Quartier Generale. Le truppe russe stazionanti in Inguscezia e ad Achkhoy Martan non erano ancora state impegnate in operazione. Era prima che scoppiassero i combattimenti a Bamut e Samashki. In quei giorni la gente combatteva soltanto per difendere il proprio villaggio o città. Grozny era un’eccezione, era la capitale, apparteneva a tutti noi. Ognuno voleva essere parte dell’azione. Successivamente i comandanti furono riluttanti a organizzare posizioni difensive nei loro villaggi, a causa delle pressioni familiari. Preferivano combattere lontani dai loro villaggi. Shali fu accerchiata senza combattere nonostante da lì provenissero molti dei comandanti che si sarebbero fatti un nome nel proseguo della.

SULLE MONTAGNE

Fummo costretti a ritirarci nelle montagne. La linea del fronte era rotta. Combattevamo nei canyon delle montagne: a Serzhen Yurt il “Fronte Centrale” era comandato da Shamil Basaev, ad Agishty da Alikhadzhiev. Il distretto di Nozhai Yurt era quieto. Gudermes fu circondata senza combattere, Salman Raduev era incapace di organizzare una difesa a causa dei politici locali. Con il fronte diviso in due sezioni dopo la nostra ritirata da Shali, i russi iniziarono una massiccia offensiva su due fronti. I combattimenti iniziarono a Bamut. Le unità di Gelayev erano posizionate sulla strada principale per Shatoy (il comando del Fronte Sudoccidentale era organizzato da Mumadi Saidaev perché Gelayev era stato ferito più volte ed aveva dovuto smettere di combattere. Il collegamento tra il Sudest ed il Sudovest era interrotto. Per tutta la guerra i collegamenti con il Sudovest rimasero difficili. Quando ci ritirammo da Serzhen Yurt a Vedeno inviammo un operatore, Kurgan Tagir, al Fronte Sudoccidentale. Lui raggiunse Shatoy per installare una trasmittente proprio quando Shatoy fu presa.  Poi giunse la ritirata da Vedeno. Occorse un fraintendimento: le unità di Gelayev avrebbero dovuto proteggere il canyon del fiume nella direzione di Shatoy da Duba Yurt mentre Alikhandzhiev avrebbe dovuto proteggere l’altro lato, da Selmenthausen. Ma loro non si trovavano nelle loro posizioni. I russi con l’aiuto di una guida locale riuscirono ad attraversare quella stretta gola, la quale non era minata perché la usavamo frequentemente. Era il collegamento principale tra il Quartier Generale ed il Fronte Sudoccidentale. Era utile perché potevano guidare jeeps, camion ed addirittura bus lungo il letto del fiume.

Shamil Basayev nell’ospedale di Budennovsk tiene una conferenza stampa, affiancato dai suoi aiutanti di campo.

Dopo che i russi entrarono nel Canyon le nostre unità si ritirarono. L’offensiva russa su Vedeno, superata Elistanzhi, acquisì slancio. Cercammo di fermarli, inviando il battaglione di Batalov da Nozhai Yurt, ma fallimmo nel chiudere la breccia, schiacciati dal numero di carri armati ed elicotteri. Nonostante avessimo combattuto una guerra di posizione per quasi sei mesi, non eravamo preparati a combattere in quelle condizioni in quel preciso momento. Richiamammo le unità che difendevano Agishty e Serzhen Yurt e ci ritirammo a Dargo.  Nel 1995 durante i negoziati con i russi, Maskhadov parlò con il generale che aveva comandato l’offensiva sul canyon di Agishty. Il generale si lamentava riguardo alla carenza di equipaggiamento ed alle difficili condizioni durante le operazioni. Egli chiese a Maskhadov: “dimmi, quanti uomini avevate là?” Maskhadov rispose: “non ricordo il numero esatto, avevamo 30 o 40 uomini”. Dopo aver lasciato Agishty, il loro ultimo rifugio fu la foresta.

L’ultimo ad abbandonare Vedeno fu Shamil Basaev. Era il suo territorio. Minò le strade per evitare che i russi lo inseguissero. Ma era poco probabile che lo facessero, perché la strada tagliava attraverso le montagne e le foreste, con poco spazio di manovra per i carri armati. In ogni caso gli elicotteri ci inseguirono durante la ritirata. Da Dargo, Maskhadov ordinò che il Quartier Generale fosse spostato a Benoy. Dargo era la casa di alcuni membri dell’opposizione antidudaevita, tra i quali Khadzhiev. La gente era divisa e spaventata, non voleva operazioni militari nel proprio villaggio. Un famoso bandito, Allaudi Khamzatov (che fu ucciso più tardi) era con noi. (aveva connessioni con Ruslan Labazanov prima, ma si mostrò valoroso fin dall’inizio della guerra). Allaudi aveva una brutta reputazione, poteva uccidere un uomo senza alcuna provocazione. Egli disse alla popolazione locale “Se non siete soddisfatti riguardo la presenza di unità militari, prenderò 3 uomini uno dalla periferia del villaggio, uno dal centro un altro dall’altra parte del villaggio, e li ucciderò. Ed ucciderò tutti coloro che oseranno squittire. Puntò il cannone di uno dei due carri armati che eravamo riusciti a ritirare da Vedeno contro la casa di un membro dell’opposizione molto conosciuto. Nessuno disse una parola. Dargo è molto bella, forse gli abitanti volevano preservare quella bellezza. Ma rimasi sorpreso: Dargo aveva una tradizione eroica e gloriosa, quella tradizione avrebbe dovuto ispirare la popolazione. In questa guerra Dargo non ha niente di cui andare fiera. Quando Basayev installò la sua base qui, nel 1996, la popolazione non osò opporsi.  La maggior parte della popolazione ci era fedele. In ogni caso quando fummo sospinti sulle montagne dopo Vedeno e Dargo, iniziammo ad avere problemi a Benoy ed a Nozhai Yurt. La gente pensò che avevamo fallito, che la guerra era perduta. L’attitudine della popolazione divenne ambigua. La gente iniziò a guardarci con sospetto, tentava di spiarci. Iniziarono a dire che stavamo creando un problema alla nazione che avremmo dovuto perire o ritirarci sulle montagne, e lasciarli vivere le loro vite indisturbati. Fu un periodo difficile. Tutto cambiò quando Basaev prese la decisione di marciare su Budennovsk.

Aslan Maskhadov ed il Generale Romanov portano avanti negoziati dopo il Raid di Budennovsk, 16 Giugno 1995

DOPO BUDENNOVSK

Fino a Budennovsk avevamo le schiene alle montagne, non c’erano più villaggi oltre. Il nemico era vicino 5 o 6 km. I russi sparavano con i GRAD da Vedeno su Benoy. Il raid di Basayev cambiò il corso della guerra. Guadagnammo tempo. Durante molti mesi di negoziati a Grozny la nostra sicurezza crebbe. L’approccio della popolazione cambiò, ancora una volta venimmo accolti ovunque. Quando ci dirigemmo per la prima volta a Grozny con Maskhadov una grossa folla ci circondò per congratularsi con noi a Novogroznensky, tutti volevano toccarci, neanche fossimo santi! Secondo me i russi fecero un errore quando insisterono per svolgere a Grozny i negoziati, anziché in un territorio neutrale, come Argun o Urus – Martan. Arrivammo a Grozny come un’orda di Mongoli. All’inizio Maskhadov ebbe autorizzazione a varcare i checkpoint con 12 guardie del corpo in 5 auto, ed il reparto avrebbe dovuto essere armato secondo uno specifico protocollo. All’inizio rispettammo queste condizioni, ma presto le cose cambiarono. Iniziammo a conoscere i militari nei posti di blocco lungo la strada. I nostri combattenti iniziarono a mostrare il loro disprezzo per loro. Entravano nei posti di guardia, scattavano fotografie. Presti iniziarono a superare i posti di blocco senza fermarsi. A  Grozny incontrai l’Aiutante di Campo del Generale Romanov. Diventammo amici. Mi dava spesso dei lasciapassare in bianco. (penso che fu ucciso più tardi, fu un peccato, era un bravo ragazzo). Ordinai attraverso amici a Mosca una copia del sigillo dell’Alto Comando russo, lo usavamo talvolta per portare i nostri uomini dentro Grozny, ma più spesso utilizzavamo i nostri contatti personali con i russi. Le nostre unità iniziarono ad infiltrarsi dentro Grozny da tutte le direzioni. Grozny era piena di nostri uomini.

Shamaski – la lidice cecena

Tra il 7 e l’8 Aprile 1995 le forze armate del Ministero degli Interni russo portarono a termine un drammatico “rastrellamento” nel villaggio di Samahki, una quarantina di chilometri ad Ovest di Grozny. L’evento provocò la morte di almeno un centinaio di civili di ogni sesso ed età. Si tratto di un vero e proprio crimine di guerra, mascherato da operazione di polizia. Una triste riedizione del Massacro di Lidice, durante il quale i nazisti punirono i cecoslovacchi per la morte di Reinhard Heydrich.

Un cartello crivellato di proiettili indica la direzione per Samashki

Dopo aver preso il villaggio, i russi blindarono il centro abitato, impedendo ai giornalisti di entrarvi. La cosa destò i sospetti degli inviati, che cominciarono a domandarsi cosa stesse succedendo in quel paesino: si trattava di un villaggio che era già stato evacuato dalla guarnigione dudaevita su insistenza del consiglio degli anziani locale. Quando finalmente i primi reporters riuscirono ad entrare a Samashki, si trovarono davanti un cumulo di rovine fumanti: i russi avevano sistematicamente distrutto centinaia di abitazioni, massacrato centocinquanta civili e deportato tutti i maschi tra i 15 ed i 75 anni. Secondo quanto ricostruito successivamente, dopo aver bloccato il paese la sera del 6 aprile, le avanguardie corazzate russe avevano subito un’imboscata nella quale erano saltati in aria in aria un carro armato e due veicoli blindati, scatenando la reazione dell’artiglieria, che aveva preso a martellare il villaggio. Poi era sopraggiunta l’aeronautica, che aveva bombardato a tappeto il paese, prima che l’ultimatum inviato alla cittadinanza all’arrivo delle truppe federali fosse scaduto.

Al termine del bombardamento 350 soldati russi erano penetrati nel villaggio facendosi largo a colpi di granata. 371 abitazioni erano state rase al suolo. I civili che erano riusciti a scappare nella foresta erano stati inseguiti dagli elicotteri che avevano bombardato il bosco, uccidendone decine. Le testimonianze raccolte dopo la tragedia raccontarono di soldati ubriachi e fuori di sé che lanciavano granate nei seminterrati affollati di civili, o che si scatenavano coi lanciafiamme sui feriti in cerca di soccorso. Quando finalmente alla Croce Rossa fu permesso di accedere al villaggio devastato, la scena che i sanitari si trovarono davanti fu terribile. Il medico volontario Khassan Baiev, nel suo libro di memorie The Oath: A Surgeon Under Fire la descrisse così: “Dozzine di cadaveri carbonizzati di donne e bambini giacevano nel cortile della moschea, che era stata distrutta. La prima cosa su cui cadde il mio occhio fu il corpo bruciato di un bambino che giaceva in posizione fetale […] Una donna dagli occhi selvaggi emerse dalla sua casa bruciata con in braccio un bambino morto, camion carichi di morti ammassati avanzavano verso la strada per il cimitero. Mentre curavo i feriti ho sentito storie di giovani uomini – imbavagliati e incatenati – trascinati dietro i blindati da trasporto. Ho sentito di aviatori russi che hanno lanciato prigionieri ceceni urlanti dai loro elicotteri. Furono compiuti stupri, ma era difficile sapere quanti perché le donne si vergognavano troppo per denunciarli. Una ragazza venne violentata di fronte a suo padre. Ho sentito di un caso in cui un mercenario ha afferrato un neonato, lo ha lanciato in aria come una palla e gli ha sparato. Lasciando il villaggio per l’ospedale di Grozny passai davanti ad un carro armato russo con la scritta SAMASHKI a grandi lettere. Ho guardato nello specchietto retrovisore e con mio orrore ho visto un teschio umano appoggiato sul cruscotto. Le ossa erano bianche: qualcuno doveva aver fatto bollire il cranio per rimuovere la carne.”

I resti di alcuni dei civili uccisi nel rastrellamento

La notizia della strage fece il giro del mondo: Eltsin venne pubblicamente accusato dal Presidente americano Bill Clinton e dal Primo Ministro britannico John Mayor. Aspre critiche giunsero dall’Unione Europea e dall’opposizione parlamentare alla Duma di Stato. Uno dei deputati, Anatoly Shabad, riuscì ad entrare a Samaskhy nascosto da un gruppo di donne cecene. Nel suo resoconto paragonò il comportamento dei soldati federali a quello delle squadre di sterminio naziste: “Quello che è successo” dichiarò “E’ stata una operazione punitiva su larga scala volta a distruggere la popolazione. Non c’era alcuna resistenza organizzata a Samashki”. Il Professor Sergei Arutinov, capo del dipartimento di studi caucasici dell’Accademia delle Scienze russa, dopo aver visitato il villaggio distrutto paragonò il massacro a quello operato dai nazisti a Lidice durante la Seconda Guerra Mondiale. In un editoriale uscito su The Moskow News, si leggeva: “Quello che i russi hanno fatto a Samashki è quello che i tedeschi ci hanno fatto per tutta la guerra, ma i russi hanno fatto questo al loro popolo. E questo è imperdonabile. Quello che è successo a Samashki in quei giorni ha una sola definizione: genocidio.”  Il comandante dell’unità che si era resa responsabile di questo crimine, il Colonnello russo Anatolij Romanov, addossò la colpa ai ceceni, dichiarando che era in corso una sparatoria nel villaggio e che i miliziani stavano giustiziando degli anziani che avevano chiesto loro di deporre le armi. Romanov sostenne anche che il villaggio fosse una roccaforte separatista, ma indagini successive dimostrarono come le numerose postazioni di difesa presenti fossero state abbandonate da tempo.

Una residente piange davanti alle carcasse del suo bestiame, sterminato e abbandonato per la strada

Perchè dunque questa azione punitiva russa? Prima di tutto perché chi operava erano le forze dipendenti dal Ministero degli Interni, reparti di polizia militare (la famigerata OMON) male addestrata, impiegata in una campagna di controguerriglia nella quale i militari russi morivano come mosche. Basti pensare che dall’11 dicembre agli inizi di marzo del 1995 più di 30 soldati erano stati uccisi nei pressi di Samashki, e nessun federale era riuscito a penetrare nel villaggio o a rimanerci abbastanza da poterlo raccontare. La guerra si stava brutalizzando e la popolazione civile iniziava a pagarne un conseguente tributo di sangue. Ad ogni imboscata dei separatisti seguivano rappresaglie più o meno violente delle truppe di occupazione.  Episodi come quello di Samashki si sarebbero tristemente ripetuti per tutto il corso del conflitto, e la stessa Samashki avrebbe subito una seconda distruzione un anno dopo, il 16 marzo 1996, quando l’aereonautica russa avrebbe raso al suolo quello che rimaneva del villaggio in un’azione punitiva di inaudita ferocia. 

ASSALTO A CHIRI – YURT: LA BATTAGLIA DELLA CEMENTERIA (18 – 21/05/1995)

Dopo la caduta di Grozny le forze separatiste si attestarono sulle montagne nel sud del Paese. Porta d’accesso alla difesa cecena era l’imbocco della gola del fiume Argun, chiamata dai locali “Porta del Lupo”: un accesso stretto e frastagliato per attraversare il quale le forze federali avrebbero dovuto fare a meno della loro superiorità tecnologica, ed affrontare i dudaeviti tra le foreste ed i sentieri di montagna. Il cardine della difesa era il villaggio di Chiri – Yurt, a due passi dall’imbocco della gola, sulla sponda orientale dell’Argun. Ad est del villaggio si trovava un grande impianto per la produzione di cemento, il quale sovrastava la cittadina massiccio e imponente, come una fortezza medievale. Qui i separatisti si erano trincerati, trasformando la cementeria in una piazzaforte. Tra il Marzo ed il Maggio del 1995 i federali combatterono una sanguinosa battaglia per il controllo di quella posizione strategica, riuscendo ad espugnarla soltanto dopo violenti combattimenti.

CHIRI YURT E LA CEMENTERIA

Chiri – Yurt è un villaggio di alcune migliaia di persone (nei primi anni ’90 la popolazione si aggirava intorno ai 5000 abitanti) situato proprio all’ingresso della gola dell’Argun, chiamata dai ceceni “Porta del Lupo” perché separa i bassopiani del centro – nord dalla regione impervia e montagnosa del sud. Nel 1974 le autorità ordinarono la costruzione di un grosso impianto industriale per la produzione di cemento. Allo scoppio della Rivoluzione Cecena questo impianto era in grado di produrre 1,2 milioni di tonnellate di prodotto, il che lo rendeva il principale cementificio di tutto il Caucaso. I suoi cinque forni e le strutture atte a contenere e lavorare il materiale coprivano una gigantesca area ad est del villaggio. Molti degli abitanti di Chiri – Yurt lavoravano alla cementeria, ed il benessere portato dalla piena occupazione dei cittadini si rifletteva nella vitalità economica e culturale della cittadina.  Lo scoppio della Rivoluzione e i successivi, turbolenti anni del regime di Dudaev avevano incrinato questo equilibrio di lavoro e benessere, anche a causa del fatto che molti degli specialisti che lavoravano alla fabbrica, di origine russa, se ne erano andati temendo l’acceso nazionalismo del regime.

L’ARRIVO DEI FEDERALI

Il 12 Dicembre 1994 l’esercito federale invase la Cecenia. Dopo essere rimasto impantanato nella battaglia casa per casa per la conquista di Grozny, dai primi di Marzo del 1995 l’esercito di Mosca aveva iniziato a prendere posizione all’imbocco delle gole del sud, preparando i piani per la “guerra sulle montagne”. Affinchè l’azione fosse portata a termine con un certo coordinamento, e approfittando dell’imminente avvento dei festeggiamenti di Maggio (anniversario della vittoria russa nella Seconda Guerra Mondiale) i comandi federali concordarono con Eltsin una tregua di qualche settimana. Questo permise agli attaccanti di riorganizzare le forze, e parimenti concesse ai dudaeviti il tempo per predisporre una linea difensiva lungo le gole per reggere l’urto della seconda offensiva russa. Dudaev ordinò che la principale porta d’accesso al cuore dell’Ichkeria fosse sigillata. Fu così che alcune centinaia di miliziani furono inviati a Chiri – Yurt dove si installarono nella cementeria ed iniziarono a fortificarla. Tra Marzo e Aprile si erano registrati i primi scontri per il controllo del villaggio, ma le forze attaccanti erano state respinte dopo aver subito numerose perdita.

La mappa mostra la posizione della cementeria (l’insediamento a destra) rispetto al villaggio di Chiri – Yurt (a sinistra) Il fiume che scorre ad ovest del villaggio è l’Argun. La freccia indica l’imbocco della “Porta del Lupo”

Il 12 Maggio 1995 la tregua proclamata da Eltsin ebbe termine, e l’esercito federale riprese ad avanzare. I primi reparti attaccanti raggiunsero la Porta dei Lupi poco più tardi, trovandosi di fronte il cementificio all’interno dei quali si erano trincerati i separatisti. La gigantesca struttura, sovrastante il villaggio di Chiri – Yurt, era protetta da profondi campi minati, oltre i quali si trovavano casematte in cemento armato nelle quali erano alloggiati almeno una sessantina di miliziani supportati dal fuoco di almeno 6 veicoli corazzati e una decina di mortai. I punti fuoco montavano mitragliatrici pesanti ed un gran numero di armi anticarro, oltre ad alcuni dispositivi antiaerei. Alle spalle della fortezza si muovevano piccoli gruppi di supporto pronti a rinforzare i settori che eventualmente fossero stati soverchiati dall’attacco federale. Il villaggio era tenuto da una milizia locale armata alla leggera, sufficiente comunque ad impensierire i federali, ma soprattutto utile a monitorare i movimenti dei mezzi pesanti, in modo da avvisare in tempo i difensori della fortezza nel caso di attacco.

Mortaio russo spara in direzione della cementeria

L’ATTACCO

Il 18 Maggio le avanguardie federali della 166a Brigata giunsero nei pressi della cementeria, dove furono accolte da un fitto tiro di mortaio che provocò le prime vittime tra gli attaccanti. Mentre si susseguivano sterili negoziati per la risoluzione pacifica dello scontro, nuovi reparti si ammassarono sulla linea del fronte, fornendo supporto corazzato e di artiglieria alle formazioni paracadutiste avanzanti. La sera del 19 Maggio iniziò il bombardamento di Chiri Yurt, presidiato da alcune decine di residenti armati. Per 48 ore i russi portarono avanti un incessante bombardamento con l’artiglieria e l’aereonautica, distruggendo il villaggio e trasformando la cementeria in un cumulo di rovine. Nel frattempo altre unità si disponevano sui lati scoperti dell’edificio, completando l’accerchiamento per la tarda serata del 20 Maggio. Protetti dal tiro dell’artiglieria, intanto, reparti sminatori provvedevano ad aprire un varco nei campi minati.

Militare russo tra le rovine del cementificio

Non appena il varco fu sufficientemente largo e sicuro per garantire un assalto in forze, una cinquantina di veicoli blindati da trasporto si lanciarono a grande velocità verso la fabbrica, aggirando Chiri – Yurt e dirigendosi a tutta forza verso le posizioni tenute dai ceceni. L’attacco si sviluppò in piena notte, col favore delle tenebre, mentre la maggior parte dei miliziani a difesa del villaggio dormivano. Nessuno quindi avvisò i difensori del cementificio dell’imminente attacco, e questi furono colti completamente di sorpresa: i reparti a difesa del villaggio non entrarono in azione, e si trovarono ben presto tagliati fuori dal teatro di operazioni. I militanti a difesa del cementificio furono preso sovrastati dal nemico, numericamente superiore, e predisposero una precipitosa azione di copertura per sganciarsi e ritirarsi all’interno della gola dell’Argun. Iniziò così una battaglia di quattro ore, durante la quale i paracadutisti russi, al comando del Generale Shamanov, presero il cementificio un edificio alla volta. Secondo i resoconti ufficiali nessun soldato federale rimase ucciso, ed anche le perdite tra i miliziani furono contenute (le cifre oscillando tra i 6 e le alcune decine di morti).

La caduta del cementificio aprì la strada alle truppe federali, che iniziarono a penetrare nella gola dell’Argun in direzione Shatoy, l’ultimo grande centro abitato nelle mani dei dudaeviti. La sconfitta mostrò ai separatisti che in una battaglia di tipo convenzionale l’esercito russo avrebbe sempre avuto la meglio, sia per la preponderante superiorità numerica e tecnologica, sia per l’incapacità dei reparti ceceni di mantenere una “disciplina di battaglia” sufficiente a contrastare iniziative ben coordinate del nemico. Dopo la presa di Chiri – Yurt il comandante dello Stato Maggiore separatista, Aslan Maskhadov, iniziò a maturare una diversa strategia operativa, non più volta a costituire fronti difensivi rigidi, nella difesa dei quali le unità regolari dell’esercito ceceno erano state sistematicamente impegnate e distrutte, quando ad individuare delle “regioni attive” nelle quali muovere con efficacia piccoli gruppi di fuoco coordinati tra loro, dando il via ad una guerra di movimento di tipo partigiano.

LA PRIMA GUERRA CECENA RACCONTATA DA ILYAS AKHMADOV

(raccolta dalla rivista Small Wars Journal nel Giugno 1999)

NOTA: Ilyas Akhmadov è nato nel 1960 in Kazakhistan. Dopo essersi laureato in Scienze Politiche all’università di Rostov nel 1991 si trasferì in Cecenia, trovando un impiego presso il Ministero degli Esteri. Nel 1994 prese parte ai combattimenti contro l’opposizione armata di Ruslan Labazanov ad Argun, rimanendo ferito. Durante la Prima Guerra Cecena servì come addetto alle pubbliche relazioni del Quartier Generale, direttamente a contatto con Aslan Maskhadov. Al termine della guerra si ritirò a vita privata, ma il 27 Giugno 1999 fu richiamato da Maskhadov, nel frattempo divenuto Presidente della Repubblica, a dirigere il Ministero degli Esteri, dopo le dimissioni di Akhyad Idigov. Allo scoppio della Seconda Guerra Cecena fu inviato in Europa con l’obiettivo di sponsorizzare l’apertura di negoziati politici tra Russia e Cecenia. Akhmadov operò in veste di Ministro degli Esteri fino alla morte di Maskhadov, nel Marzo 2005. Il 23 Agosto il successore del defunto Presidente, Abdul Khalim Sadulayev, lo sostituì con un altro esule ed ex ministro della Repubblica, Usman Ferzauli. La presente intervista fu rilasciata all’indomani della sua nomina a Ministro degli Esteri, nel Giugno del 1999

Ilyas Akhmadov

La prima azione militare

Ho visto l’azione militare come membro del Battaglione di Shamil Basayev durante le operazioni contro Ruslan Labazanov nell’Agosto 1994. Sono stato ferito ad una gamba ad Argun, e non ho potuto camminare per quattro mesi.  Ho lasciato la Cecenia per motivi medici e sono riuscito a tornare soltanto nel pomeriggio del 30 Dicembre. Ho preso parte alla difesa di Grozny come volontario il 31 Dicembre . Successivamente mi sono unito al Quartier Generale. In qualità di combattente ordinario, era difficile per me avere il quadro completo di ciò che stava succedendo. Posso soltanto parlare di ciò a cui ho assistito.

La Battaglia per Grozny

L’artiglieria russa era posizionata sul “Sunzha Ridge” che domina Grozny. La battaglia iniziò con il bombardamento di Howitzers “152 mm” e non si fermò mai fino al 23 Febbraio. L’aviazione di prima linea combatteva anche in condizioni di nebbia fitta. Nonostante lo scarso effetto dell’artiglieria e del fuoco aereo sulle nostre unità armate, loro non si fermarono mai per più di 20 minuti, anche quando le posizioni russe e cecene furono a 50 metri le une dalle altre. In questo modo infliggevano tanto danno alle loro truppe quanto danno alle nostre.

Ho combattuto nel sobborgo cittadino di Staropromyslovsky. C’erano due tipi di unità nel distretto – i gruppi di resistenza che si erano formati spontaneamente tra gli abitanti dello stesso villaggio o quartiere cittadino e gruppi delle nostre forze armato esistenti – principalmente i battaglioni di Gelayev e Basayev. Questi battaglioni occupavano posizioni chiave su Viale Staropromislovsky, nei pressi della fabbrica “Elektropribor”.  La mia prima impressione una volta arrivato a Grozny il 31 Dicembre fu che il nostro Alto Comando avesse portato tutte le nostre forze dentro Grozny.  Non avevamo abbastanza risorse umane e forza per fermare l’avanzata dei russi fuori dalla città. Quello che mi ha colpito fin dall’inizio fu che i carri armati e gli APC (Armored personnel carrier – Trasporto truppe corazzato, ndr.) russi non avanzavano neanche in ordine di battaglia. Essi marciavano come in un campo da parata ad una distanza di 5 o 6 metri tra un APC e l’altro. Non erano capaci di manovrare, o di tornare indietro se necessario. Questa era una manovra suicida per gli APC. Inoltre la fanteria avanzava in completo disordine intorno agli APC.

Ho assistito ad una breve battaglia vicino all’Elektropribor nella quale 11 APC furono distrutti in 15 minuti: alle 18:00 i russi avevano raggiunto l’Elektropribor. C’era uno spacio aperto tra la fabbrica ed il 2° Sovkhoz. Loro dovevano attraversare circa un chilometro  e mezzo di spazio aperto  e superare uno stretto canalone di duecento metri prima di raggiungere Viale Staropromislovsky. Marciarono attraverso il campo aperto senza prendere precauzioni, probabilmente sperando nella velocità di marcia nel raggiungere la città.  Avevamo 30 uomini posizionati nel canalone. Lasciammo entrare la colonna russa. Il primo APC entrato nel canalone e l’ultimo furono distrutti, gli altri 11 presero fuoco e bruciarono come scatole di fiammiferi. La battaglia durò non più di 15 minuti.

Militante separatista attraversa una strada di Grozny. Sullo sfondo un APC distrutto dell’esercito federale.

Lo stesso giorno, i russi hanno tentato esattamente la stessa manovra in terreni simili nel Distretto di Beriozka, con lo stesso disastroso risultato. All’incrocio Karpinski un pezzo di artiglieria da 152 mm e diversi APC furono distrutti. Le stesse operazioni furono ripetute in tutte le strate usate dalle colonne russe per raggiungere il centro di Grozny. Oggi possiamo avere un quadro generale della Battaglia per Grozny, usando le informazioni fornite dagli ufficiali russi. I russi si spostarono su Grozny da 3 direzioni: la colonna del Generale Rokhlin si stava spostando da Nord, il Generale Babishev da Sud – Ovest lungo la catena montuosa “Gruzinsky”, e un’altra colonna si stava muovendo da Est in direzione di Khankala, avendo scavalcano Argun. Il loro obiettivo era quello di entrare dentro Grozny e prendere posizione intorno al Palazzo Presidenziale. I prigionieri di guerra russi ci dissero che non avevano istruzioni dettagliate so come attaccare Grozny. Gli ufficiali di medio rango si sono lamentati con noi del fatto che non avevano mappe della città. Circa il 60% dei prigioneri di guerra russi era ubriaco, e non capivano dove fossero e cosa stesse succedendo. Era stato detto loro che dovevano guidare attraverso la città e circondare il Palazzo Presidenziale, dove 100 partigiani di Dudaev stavano resistendo. Erano stati rassicurati sul fatto che Dudaev ed i suoi partigiani sarebbero scappati alla viste dell’armamento pesante dell’esercito russo. L’operazione non avrebbe dovuto presentare serie difficoltà. Questo fu il più grande errore dei russi.

La colonna del Generale Babishev fu fermata nei pressi di Karpinski e, per quanto ricordo, non tentò di entrare a Grozny quel giorno. La colonna di Rokhlin fu intercettata dalle nostre unità in Via Pervomaiskaia. La colonna proveniente da Khankala fu bloccata per un certo periodo dal battaglione di Tadashaev, ma questi terminò le munizioni ed il suo battaglione fu spazzato via. Le nostre tattiche erano semplici ma efficaci: lasciavamo che le colonne russe entrassero nella città, attirando in strade nelle quali APC e carri armati non potevano manovrare. Quando una colonna veniva fatta entrare in una via stretta colpivamo l’APC di testa e quello in coda alla colonna. I Russi erano “anatre sedute”.  Quando i combattimenti e le sparatorie iniziarono, molte formazioni corazzate tentarono di fuggire sulle vie laterali che non erano difese, cercando di ritirarsi dalla città. Ma quando loro capirono che erano più vulnerabili in movimento, si fermarono, cercarono di catturare posizioni dalla quale impostare una difesa. Fu allora che iniziammo a soffrire perdite più elevate: era facile inseguire obiettivi in fuga, diverso era attaccare posizioni ben trincerate.

Dopo il 3 Gennaio 1995 i russi riuscirono ed occupare posizioni in determinati punti (nel distretto della stazione ferroviaria, vicino alla fabbrica di scatolame alimentare) ed il 7 Gennaio lanciarono una nuova offensiva per prendere la città. I bombardamenti di artiglieria ed aerei furono particolarmente intensi quel giorno. I russi stessi lo hanno ammesso in seguito. La mia unità era posizionata nel cortile di un edificio dal quale vedevamo i razzi esplodere intorno a noi in 3 o 4 direzioni contemporaneamente. L’aviazione di prima linea era ugualmente in azione.  Durante la settimana tra il 31 Dicembre ed il 7 Gennaio i russi riuscirono ad avanzare con unità corazzate pesanti da Serverny (l’aereoporto settentrionale della città, ndr.) e dalla parte orientale di Grozny, ma al costo di enormi perdite. Tuttavia, il 7 Gennaio, la situazione è cambiata. Le nostre perdite sono aumentate, principalmente a causa del fuoco di mortaio. I sistemi GRAD e URAGAN che i russi avevano usato in precedenza si erano rivelati inefficaci in un ambiente urbano.  Il secondo assalto su Grozny il 7 Gennaio fu più massiccio del primo. Dopo il 12 Gennaio, le colonne di Rokhlin e Babishev riuscirono a sfondare per incontrarsi nel distretto vicino a “Dom Pechati”. Le nostre unit a difesa dell’area furono circondate e dovettero ritirarsi attraverso le linee russe.

1995. Soldati delle truppe interne per le strade di Grozny. Gennady Khamelyanin / TAS Newsreel / TASS Newsreel

I problemi affrontati dalle forze cecene durante la battaglia

Il nostro problema principale all’epoca era la mancanza di coordinamenti. Oltre alle nostre forze armate regolari, la quali stavano cercando di coordinare le loro operazioni, molti gruppi volontari non erano stati incorporati nella struttura di comando. Esse non avevano tattiche e si dirigevano nelle aree dove sentivano l’azione. Spesso questi gruppi volontari difendevano una posizione in un distretto ed unità regolari in un distretto confinante presumevano di avere il fianco coperto. Tuttavia, poiché i volontari non erano sotto il comando dello Stato Maggiore, questi potevano decidere in qualsiasi momento di tornare a casa senza preavviso, lasciando le unità regolari non coperte. Questo ha creato il caos quanto un’operazione militare non coordinata.  Pertanto i volontari erano più un ostacolo che un aiuto per le nostre unità regolari che avevano specifici ordini e compiti da eseguire. Abbiamo avuto molte vittime in quel momento tra la gente, che non sapeva dove stava andando e dove fossero le posizioni russe.

La situazione a Grozny fu il caos assoluto durante le prime due settimane di Gennaio del 1995. A volte le nostre unità erano posizionate al primo piano di una costruzione mentre i russi stavano nel cortile e nei piani superiori. Uno poteva andare via per cinque minuti e tornare, e trovare i russi nelle posizioni che aveva abbandonato. Abbiamo avuto anche casi di perdite per fuoco amico. Questi eventi erano più frequenti tra i russi perché avevano più truppe di noi, ma questo successe anche tra noi, specialmente la notte. Ma nel caso dei russi, questo raggiunse proporzioni critiche. Due battaglioni potevano ingaggiarsi in combattimento per molte ore, chiamando la stessa artiglieria ed aviazione in loro supporto!  Il nostro problema principale in quel momento era la mancanza di comunicazione e la mancanza di un comando unito. I gruppi volontari hanno “confuso la mappa” nonostante il fatto che alcuni di loro combatterono con grande coraggio. Questo ha sconvolto le tattiche dello Stato Maggiore e dei comandanti in carica nella difesa di aree specifiche. Dopo il 19 Gennaio, quando abbiamo evacuato il Palazzo residenziale e ci siamo trasferiti sull’altra sponda del Sunzha, Maskhadov ha guadagnato un po’ di tempo per preparare nuove posizioni difensive. Il fronte di battaglia divenne più chiaramente definito ed il coordinamento fu implementato. Grazie a questo fummo in grado di evacuare la città il 23 Febbraio in modo organizzato.

Combattenti ceceni armati di lanciagranate prima di dirigersi verso la zona di combattimento, 13 dicembre 1994 – Misha Japaridze / AP

Dopo la caduta di Grozny

Durante la battaglia per Grozny Shamil Basaev era il comandante della guarnigione di Grozny. Andò personalmente a raccogliere tutte le unità rimanenti che ancora difendevano Grozny e le ha portate fuori dalla città in direzione di Goity, dove furono divise. Una parte andò a sud – ovest a formare il Fronte Sud – Occidentale, l’altra si diresse verso Argun. In quel momento accesi combattimenti si stavano svolgendo sia dentro che intorno ad Argun. Oggi le persone spesso dimenticano che lo stesso tipo di combattimenti di svolgeva ad Argun durante la maggior parte della Battaglia per Grozny. Lo Stato Maggiore si spostò nella fabbrica “Krasnyi Molot”. Non riuscii a capire come mai il più alto edificio della Cecenia fu selezionato come Quartier Generale.

Le diverse fasi della guerra

  1. Guerra di posizione

Dalla fine di Febbraio ad approssimativamente il 10 Maggio 1995 si svolse una fase di guerra convenzionale di posizione. Durante questo periodo affrontammo nuove difficoltà: per varie ragioni le nostre forze stazionavano approssimativamente ad un chilometro dalle città, dai villaggi e dalle aree popolate. I russi hanno deliberatamente bombardato oltre le posizioni delle nostre forze direttamente sui villaggi. Pertanto la popolazione dei villaggi vedeva la presenza delle nostre forze come una minaccia alla loro sicurezza ed esercitava pressioni affinché queste se ne andassero. I russi usavano questa tattica al massimo, sebbene questa non portasse effetti in ogni occasione. Più tardi i comandanti divennero più decisi nei confronti dei civili, i quali temettero maggiormente di opporsi a loro.

Dal Marzo del 1995 all’inizio di Maggio i russi non si impegnarono in combattimenti di linea. Eravamo sottoposti ad un costante bombardamento di artiglieria. I loro carri armati erano sparpagliati di fronte alle nostre linee, li vedevamo chiaramente, ed ogni giorno, sempre alla stessa ora, iniziavano a sparare. Dovemmo scavare trincee. Talvolta in una scarica di artiglieria potevamo perdere tra gli 8 ed i 12 uomini. Queste erano perdite terribilmente pesanti per noi.  La situazione era la stessa sul Fronte Centrale e sul Fronte Sud – Occidentale. Ma la presenza delle nostre forze tuttavia rallentava l’avanzata russa.  A causa della mancanza di combattimenti ravvicinati, soffrimmo più perdite durante quel periodo che in qualsiasi altro momento della guerra.

  • Combattimenti nelle montagne – Vedeno

La fase successiva ha visto i combattimenti nelle zone di media montagna. Due settimane prima di ritirarci da Vedeno, i russi iniziarono a ripulire la catena montuosa boscosa usando l’aviazione e l’artiglieria a lungo raggio. Io ero diretto a Vedeno ed in una settimana vedemmo i russi catturare tre importanti villaggi: Nozhay – Yurt, Vedeno e Shatoy.  In precedenza, avevo sempre pensato che Vedeno potesse essere facilmente difesa per dieci anni. La gola stretta, che conduce a Vedeno, rendeva ardua l’avanzata dei carri armati. Shamil Basayev aveva organizzato un’efficace difesa sulle alture sopra la gola. “Difesa efficace” può sembrare pomposo – ciò significava che avevamo qualche bocca da fuoco calibro 12,7 o 14,5 con 4 o 5 nastri di munizioni. Ma a volta erano sufficienti a spaventare l’aereonautica russa.

Artiglieria federale bombarda posizioni separatiste durante la Prima Guerra Cecena

Ciò che è successo dopo fu questo: quando la strada tra Shali e Shatoy fu tagliata usammo un percorso tra Shatoy e Vedeno, che costeggiava un alveo, passava il villaggio di Selmentausen fino ad Ulus Kert. Era lunga all’incirca 8 chilometri. Era sufficiente sistemare 2 o 3 lanciagranate lungo quella strada per fermare i russi. Ma in qualche modo durante i due o tre mesi di guerra di posizione il nostro Comando dimenticò di proteggere quella strada. Anche il fronte di Agishty ed il Fronte Sud – Occidentale lasciarono l’area incustodita. I russi erano posizionati dentro il cimitero di Duba Yurt. Con l’aiuto di collaboratori di Duba Yurt sono riusciti ad avanzare fino a Selmentausen e Makhkety. Maskhadov lanciò tutte le forze che avevamo disponibili nel tentativo di fermare l’offensiva russa su Selmentausen, incluso il Battaglione di Naursk, che era dislocato sul Fronte di Nozhai – Yurt. Ma l’offensiva era troppo forte, con il supporto dell’aviazione e dell’artiglieria a lungo raggio ed il fronte di Vedeno troppo debole. Ci fu un’ulteriore difficoltà: la fanteria Russa si era dispersa nella foresta ed è praticamente impossibile combattere un nemico in una foresta. Quando ci ritirammo da Vedeno i russi erano riusciti a portare la loro artiglieria a lungo raggio ad Elistanzhi ed i loro carri armati erano sparpagliati sulla catena montuosa sopra Tsa – Vedeno. Stavano sparando sopra le nostre teste in direzione di Kharachoy.

Il vantaggio dei russi durante questa offensiva era dovuto al fatto che loro possedevano buone mappe, mentre noi non ne avevamo praticamente nessuna a parte quelle prese agli ufficiali russi catturati, e che usavano i servizi dei traditori ceceni che li guidavano su piccoli sentieri di montagna poco conosciuti. Dopo che avemmo abbandonato Vedeno, i combattimenti continuarono per quattro giorni a Serzhen Yurt.  I comandanti a Serzhen Yurt erano uomini di  Shamil Basayev. Tra il 10 Maggio ed il 4 Giugno respinsero una media di 5 o 6 attacchi russi al giorno. Erano pochi contro il Reggimento Totsky ed il 56° Reggimento. Il solo 25 Maggio contai che l’aviazione russa aveva portato a termine 425 missioni su Serzhen Yurt. Conosci gli eventi dopo che lasciammo Vedeno – il raid di Shamil Basayev seguito dal periodo di negoziazione durante il quale le nostre unità riuscirono a raggrupparsi e ad infiltrarsi dietro al nemico. Quando i negoziati fallirono le nostre unità erano pronte a combattere di nuovo.

L’aviazione

Talvolta avevamo l’impressione che i piloti russi agissero attenendosi rigorosamente agli ordini. Gli aerei volavano, trovavano un luogo conveniente sul quale rovesciare le loro bombe ed i loro missili, e continuavano a bombardare lo stesso posto per tutto il giorno con il risultato che noi potevamo muoverci in sicurezza aggirando quella particolare area. Tuttavia, quando i russi hanno avuto il sopravvento, quando noi ci stavamo ritirando circondati da colonne di rifugiati civili, i piloti divennero più audaci e pericolosi.  Cominciarono a cacciare, inseguendo auto, autobus e motociclette. Rispetto agli elicotteri: durante il periodo della guerra di posizione, i nostri uomini erano spesso in grado di muoversi di notte con i DShKh o altro equipaggiamento di calibro 12,7 o 14,5 nella terra di nessuno tra le due linee del fronte. Queste armi erano efficaci contro gli elicotteri. Così siamo stati in grado di abbattere gli elicotteri praticamente dalle posizioni russe. Tuttavia queste erano occasioni rare. I piloti di elicotteri erano abbastanza audaci all’inizio della guerra, ma dopo che i nostri uomini ebbero avuto qualche successo con loro, essi iniziarono a cedere al panico ed a sparare in tutte le direzioni, incluse le loro stesse posizioni.

Un elicottero da combattimento russo sorvola i resti della flotta aerea civile cecena, distrutta al suolo durante le prime fasi dell’invasione.

Pattuglie

I russi non potevano permettersi di pattugliare nel modo in cui intendete in Occidente. Di norma, la notte, loro potevano soltanto proteggere sé stessi o il loro accampamento. Durante il giorno loro provavano a sminare varie aree, condurre operazioni di pulizia (zachistka) ed il controllo dei passaporti, sempre con il supporto degli APC. Di norma i loro raid erano diretti contro la popolazione civile e non la resistenza. Di notte loro tornavano alle loro basi e non poteva fregar loro di meno riguardo quello che succedeva oltre i preimetri del loro campo. Durante l’offensiva contro Grozny il 6 Marzo 1996, le unità russe non giunsero in soccorso l’una dell’altra neanche quanto potevano vedere cosa stava succedendo vicino a loro. Unità dell’MVD (milizia armata del Ministero degli Interni, ndr.) e del Ministero della Difesa non si aiutavano a vicenda per questione di principio.

Relazioni russo – cecene

Le nostre relazioni con i russi erano strane. I nostri operatori radio parlavano frequentemente con le loro controparti russe. A volte correvano rapporti amichevoli con operatori russi, i quali ci hanno preavvisato dell’imminenza di attacchi aerei o di artiglieria. Ho parlato spesso alla radio con operatori e funzionari russi, nella mia veste di addetto alle relazioni di Maskhadov ed ho avuto l’impressione che loro non capissero perché erano stati mandati in Cecenia. Loro non avevano idea di cosa rappresentasse la Cecenia, di chi fossero i ceceni, di quali tradizioni avessero, di cosa volessero i ceceni. Un uomo con cui ho parlato mi ha detto che era venuto a combattere in Cecenia per impedire alla Cina di attaccare la Russia.

Durante il periodo dei negoziati i soldati russi volevano delle foto con i luogotenenti di Maskhadov. CI fermarono con Hussein (Iskhanov, ndr.). Li lasciammo fare le fotografie e chiacchierammo con il loro ufficiale che aveva studiato nel mio stesso istituto. Avevamo avuto gli stessi insegnanti, le stesse conoscenze. Tuttavia i semi crudeli di una guerra etnica erano lì – per 70 anni siamo stati costretti ad abbracciare i russi nel nome dell’amore fraterno internazionalista. Il risultato di tale coazione era l’odio. Ora avevamo un’opportunità per rimediare, conoscendo le debolezze dell’altra parte. Fu allora che la guerra divenne crudele. Sebbene i russi non capissero le nostre motivazioni, loro sapevano come ferirci maggiormente, ad esempio quando costringevano la nostra gente a comprare i corpi dei nostri morti. Purtroppo oggi molti ceceni si sono dimostrati essi stessi degni allievi dei russi. I russi erano all’origine di fenomeni come la “tratta degli schiavi” ed i rapimenti per riscatto.

La maggioranza della popolazione russa di Grozny era felice dell’arrivo dell’esercito russo. Il periodo tra il 1991 ed il 1994 fu duro per loro. Dal giorno alla notte avevano perso lo status di nazione favorita e dominante. Loro credevano che i generali russi si sarebbero presi cura di loro ed avrebbero distribuito cibo. Ma quando le truppe russe giunsero queste erano di solito ubriache e non si fregavano molto del fatto che le persone che uccidevano fossero russi o ceceni.  Quando la barbarie del contingente russo divenne evidente, loro (i russi di Grozny, ndr) divennero disillusi. Alcuni russi combatterono dalla nostra parte, ma la maggioranza fu pronta a cooperare con le forze d’invasione.Le forze russe non tentarono di usare la popolazione russa per il lavoro di intelligence e di informazione. Loro sapevano che i russi locali non potevano permettersi di sollevare i sospetti dei ceceni. Hanno preferito usare i ceceni. Lo hanno fatto piuttosto bene, almeno all’inizio della guerra. Più tardi le persone divennero più sospettose verso i traditori, talvolta eccessivamente – certe persone potevano essere erroneamente accusate al minimo dubbio.

Militari russi festeggiano davanti alle rovine del Palazzo Presidenziale

Lezioni di guerra

La guerra fu intensa e dinamica. Se uno confrontasse i mezzi e le risorse russi– munizioni, armi, trasporti, rifornimenti medici e via dicendo, rispetto alle nostre, i nostri rifornimento ammonterebbero a quelli di un reggimento motorizzato russo (motostrelkovyi). Eravamo degli straccioni rispetto ai russi. Immagina un battaglione russo supportato da 5 o 6 carri ed APC, artiglieria ed un paio di elicotteri. Anche quando posizionato su un terreno aperto poteva impedirci di avvicinarci a meno di 1,5 km. Di notte avevano sistemi di illuminazione intorno alle loro posizioni ed attrezzature per la visione notturna. Le nostre armi più potenti, i lanciagranate, avevano una portata di 400 metri. Quella era la principale forza dei russi. La lezione che ho acquisito fu che era più facile combattere i russi quando questi erano in movimento o quando stavano avanzando. Non appena iniziavano a trincerarsi era molto più difficile attaccarli e batterli.

Nelle aree urbane era molto più facile affrontare i russi. La loro mancanza di coordinamento, dovuta a due sistemi di comando, quello del Ministero degli Interni e quello del Ministero della Difesa e la loro reciproca avversione giovavano in nostro favore. Avevamo un altro vantaggio: per tutti i ceceni che avevano prestato servizio nell’esercito sovietico i russi erano totalmente prevedibili. Con testardaggine il comando russo ha provato ad applicare le regole di combattimento delle forze di terra convenzionali. In questa guerra, queste tattiche non furono applicate. Come ha specificato Mumadi Saidaev, il fronte e la linea del fronte non significavano niente per noi. Il nostro obiettivo era semplice: avevamo un nemico; esso doveva essere trovato, inseguito e ucciso. Ecco perché le colonne russe in marcia erano particolarmente vulnerabili anche quando avevano supporto aereo. Un altro fattore ha contribuito alla scarsa performance delle truppe russe – il fatto che con alcune eccezioni come la Brigata Maikop ed il Reggimento Samarski, la maggior parte delle unità erano di nuova formazione (svodnye chasti) per il servizio in Cecenia. AI reggimenti in giro per le Federazione Russa fu chiesto di fornire soldati per il servizio in Cecenia. Naturalmente questi reggimenti hanno cercato di sbarazzarsi dei loro elementi peggiori. In alcuni casi le nuove formazioni non avevano neanche nomi e numeri proprio. I prigionieri di guerra avevano spesso documenti riguardanti le unità lasciate prima dell’11 Dicembre 1994, ma nessuna menzione riguardo alle nuove unità cui si erano uniti. Questo fu un modo per i russi di nascondere le loro vittime. Quando un soldato lasciava la sua unità, semplicemente “scompariva” dal punto di vista della contabilità dell’esercito russo – non è stata tenuta traccia di dove fosse andato.

I resti di un APC distrutto durante i combattimenti. A terra giacciono i cadaveri dei militari che lo occupavano.