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BILLINGSLEY INTERVISTA ILYAS AKHMADOV

Dodge Billingsley è un giornalista, scrittore e film maker statunitense. La sua attività lo ha portato sui principali teatri di guerra negli ultimi trent’anni, tra i quali i conflitti in Cecenia. Sull’argomento ha scritto il libro “Fangs of the lone wolf: chechen tactics in the Russian – Chechen wars” (Acquistabile QUI), una disamina sulla strategia di guerra dei ceceni desunta da una lunga serie di interviste ai protagonisti di quel conflitto. L’articolo che segue riporta alcuni stralci della sua intervista ad Ilyas Akhmadov, futuro Ministro degli Esteri della Repubblica Cecena di Ichkeria. L’Intervista è stata realizzata nel Gennaio 1998, nel bel mezzo del travagliato periodo interbellico tra il primo ed il secondo conflitto. Un documento interessantissimo per chi cerca informazioni sulle FORZE ARMATE della ChRi.

Puoi dirmi qualcosa riguardo al tuo background?

[…] Nel 1991, quando occorsero gli eventi riguardo alla sovranità della Repubblica Cecena che tutti noi conosciamo […] lavorai per sei mesi con il Ministero degli Esteri. In quel momento c’era un grosso problema nella regione montuosa del Karabakh. Fondamentalmente lavorai su quello, perché c’erano cittadini della repubbliche che erano stati coinvolti in quel conflitto, su base personale. Così le autorità di governo mi mandarono a riprenderli per riportarli a casa. Nello stesso tempo partecipai alla ricerca dei caduti, e nello scambio dei prigionieri. Durante la guerra (con la Russia 1994 -1996) e dopo che lasciai la città (Grozny) fui un membro della milizia per tre mesi. Quando ero nella milizia, feci soltanto quello che facevano gli altri soldati. Il Generale Basayev [Shamil Basayev, Ndr.] che a quel tempo era ancora Colonnello, mi assegnò al Quartier Generale, e per la maggior parte della guerra servii come ufficiale allo Stato Maggiore. Poi tornai da Basayev, dove servii come aiutante di campo.

Ilyas Akhmadov

Come funziona l’apparato militare ceceno? Sembra che ogni comandante di campo abbia il suo proprio esercito.

Basayev non ha il suo esercito. Era il comandante della Brigata Ricognizione e Assalto, che è l’unità d’elite dell’esercito ceceno. Ad oggi quella brigata, per tutti gli scopi pratici, è stata tolta dal servizio attivo e messa alle dipendenze del Comandante Supremo. Questo vuol dire che al momento l’unità non è acquartierata, ma in caso di guerra tornerà a formarsi. In questo senso non siamo soldati in servizio attivo. Questa brigata ha sostanzialmente cessato di esistere, ma si pone sotto l’autorità del Comandante Supremo in caso di guerra. La struttura attuale dell’esercito del Generale Raduev [Salman Raduev, Ndr.] invece, è una struttura autonoma. Ma questa è una conseguenza delle complicazioni generatesi nel periodo postbellico.

Prima della guerra non c’era alcun esercito ceceno, almeno non nei termini usati dai russi. Tutte le componenti e le unità vennero organizzate durante la guerra su base regionale, perché questo era l’unico modo possibile. Le milizie locali si organizzarono secondo la regione nella quale vivevano i loro componenti. Così i “Fronti” che  erano 7 (più tardi, evidentemente, ne furono costituiti altri di volta in volta, al punto che ad un certo punto furono addirittura 14) erano costituiti su base regionale.

[…] Solo adesso che la guerra è finita l’esercito ceceno sta iniziando ad organizzarsi secondo uno schema classico. Al momento è difficile distinguere tra il nuovo esercito che si sta organizzando ed il vecchio esercito, costituito dai resti delle unità che erano esistite durante la guerra. Non ci sono problemi particolarmente complessi rispetto al fatto che al momento sembra ci siano due differenti eserciti. In ogni caso, sono entrambi subordinati [al Quartier Generale, ndr.]. Questi ultimi sono i resti di quei fronti e di quelle unità che non sono state inserite nella struttura della Guardia Nazionale e delle forze ad essa integrate. Quando la formazione dell’esercito sarà completa, tutti coloro che portano armi e divise ma che non ne faranno parte consegneranno armi e munizioni. Per le nostre condizioni il nostro esercito non potrà contare più di cinque o seimila uomini, ma si tratta di un’approssimazione.

Soldati della Guardia Nazionale effettuano un’esercitazione dimostrativa

La guerra ha attraversato tre fasi. Nelle pianure i ribelli ceceni soffrirono parecchio. Soffrirono anche nel centro, tra le pianure e le montagne.

Prima di tutto non esistono ribelli ceceni. Questa è una creazione dei media russi. La parola “ribelle” fa riferimento ad un’organizzazione semi – clandestina. Un’organizzazione di questo tipo è gestita da “ribelli”. Ma noi non abbiamo mai avuto nessun “ribelle”. Sfortunatamente alcuni dei nostri comandanti meno educati si sono appropriati di questa parola senza pensare troppo alle implicazioni derivanti da suo uso. Da questi essa ha iniziato a girare tra di noi. Come dicevo, al Dicembre 1994 avevamo 4 unità in servizio attivo. Tutto il resto era organizzato essenzialmente come una milizia locale. Poi, verso la fine di Febbraio [1995, ndr.] Dudaev dette l’ordine di smantellare le milizie, le quali dal momento divennero parte della struttura dell’esercito regolare. Quindi, dal Febbraio 1995 in avanti avemmo le forze armate della Repubblica Cecena di Ichkeria. In questo senso non è possibile chiamarle “ribelli”.

Riguardo le fasi? Se ti basi sulle regioni [di combattimento, ndr.] ebbene, ci furono tre fasi. La Battaglia per la città (Grozny) dal 31 dicembre 1994 al 23 Febbraio 1995; la battaglia nelle pianure dal Marzo 1995 al 10 Maggio 1995; e dal 10 Maggio 1995, all’avvio dell’invasione su larga scala di Vedeno, Shatoi e Chiri – Yurt, completata nel Giugno del 1995. Il raid del Battaglione di Ricognizione e Sabotaggio a Budennovsk sotto il comando dell’allora Colonnello Basayev rovinò i loro [dei russi, ndr.] piani.

Quale fu la portata del Raid di Basayev sulla città russa di Budennovsk?

In primo luogo il raid di Budennovsk ebbe una portata più politica che tattica. Ma se lo guardi sotto il profilo dell’arte della guerra, questo mostra che, a dispetto degli annunci dei leader militari russi secondo i quali il nostro esercito era stato distrutto, che Dudaev aveva perso il controllo delle sue unità, l’ingegnosa azione 350 chilometri nelle retrovie russe, la cattura del territorio, con un gruppo di 150/160 soldati, parla da solo. Il Generale Basayev perse soltanto 19 uomini durante quell’operazione di cinque giorni. Se non vado errato, solo 3 dei suoi uomini furono uccisi dalle truppe d’elite dell’esercito russo durante un blitz durato cinque ore. […]. Guardandolo dal punto di vista militare […] Penso che neanche gli americani, e non intendo essere offensivo, quando evacuarono la loro ambasciata in Iran, fecero più errori di quanti ne fece Basayev nel condurre la sua operazione. […].

Raid di Budennovsk: Shamil Basayev (a destra) e Aslambek Ismailov (a sinistra) durante le trattative con le autorità federali.

Mi hai detto che la guerra può essere divisa in tre fasi. Quante perdite ci furono in ognuna di queste?

È piuttosto difficile rispondere, perché come dicevo l’esercito ceceno non aveva ancora sviluppato un ordine di battaglia in senso classico. […] Le perdite totali tra i nostri combattenti sono state basate includendo anche i civili i quali, in determinate occasioni, si sono uniti ai combattimenti. Loro morirono in maggior quantità, perché non avevano esperienza. […] La maggior parte delle vittime si ebbero durante le battaglie del 1995, fra la gente che, non possedendo un’arma, cercava costantemente di catturarne una. La tattica era estremamente semplice. Se un soldato russo con un fucile d’assalto veniva lasciato nella zona neutrale, i cecchini russi usavano la seguente tattica: chiunque fosse arrivato all’arma per primo veniva ferito. Egli avrebbe, naturalmente, chiesto aiuto. Puoi lasciare un cadavere fino al calar delle tenebre, quando è possibile recuperarlo, ma quando un soldato ferito chiede aiuto, normalmente tre o quattro persone moriranno cercando di soccorrerlo. In questo modo era possibile uccidere, con un fucile d’assalto, cinque o sei persone che non avevano un’arma e cercavano di prenderne una.[…].

Com’era per un membro ordinario della milizia partecipare alle operazioni militari? Puoi parlarci della tua esperienza personale?

Da un punto di vista, ovviamente, era difficile per noi combattere con i russi, perché loro erano completamente equipaggiati. […] D’altra parte la maggior parte dei soldati aveva servito nei ranghi dell’esercito sovietico. […] E’ un bel vantaggio quando il nemico parla una lingua che tu capisci molto bene. Usavamo piuttosto spesso tattiche di disinformazione via radio. Le radio presenti nei veicoli catturati venivano sintonizzate sulla frequenza della loro stessa unità. I nostri operatori radio spesso riuscivano a dirigere il fuoco dell’artiglieria russa contro le loro stesse posizioni. Usavamo spesso anche la tattica di viaggiare parallelamente alle colonne russe per penetrarvi in mezzo. Questo spesso succedeva quando le colonne marciavano di notte, o quando riuscivamo a penetrare tra due posizioni, a causa della carenza di coordinamento tra le unità dell’esercito federale e quelle del Ministero degli Interni. Era sufficiente penetrare tra le due colonne, sparare qualche colpo in una direzione e nell’altra, e quelle colonne si sarebbero ingaggiate a vicenda per tre o quattro ore. Queste tattiche erano usate molto spesso.

I resti di un carro da battaglia federale distrutto lungo la strada. Gola di Yarish – Mardy

ICHKERIA E TALEBANI: l’AMBASCIATA cecena A KABUL

Nel corso della sua storia la Repubblica Cecena di Ichkeria tentò costantemente, e spesso senza successo, di ottenere un riconoscimento ufficiale. Nella maggior parte dei casi gli sforzi della leadership separatista furono frustrati dal diniego opposto dai governi interpellati, intimoriti dal rischio di una rottura delle relazioni diplomatiche con la Russia come ritorsione per il riconoscimento della Cecenia indipendente. Né Dudaev, né Maskhadov riuscirono ad ottenere qualcosa di più che generiche dichiarazioni di amicizia. Nel Gennaio del 2000, tuttavia, un effimero successo (secondo alcuni piuttosto controproducente) fu raggiunto da Zelimkhan Yandarbiev, con l’apertura della prima (e sola) ambasciata internazionale della ChRI, presso l’allora Emirato Islamico di Afghanistan a guida talebana.

TENTATIVI FRUSTRATI

Fin dalla sua autoproclamazione, la Repubblica Cecena indipendente si pose come obiettivo quello di ottenere il riconoscimento formale da parte dei governi esteri. Esso era ritenuto necessario per poter intavolare trattative concrete con la neonata Federazione Russa, e per mettere la cosiddetta “questione cecena” nelle agende internazionali. Per questo motivo fin dal 1992 il Parlamento, il Ministero degli Esteri (dapprima guidato da Shamil Beno, poi da Shamsouddin Youssef) ed il Presidente Dudaev visitarono numerosi paesi, sia occidentali che mediorientali, tentando di strappare una dichiarazione formale di impegno al riconoscimento della Cecenia. Tali iniziative, tuttavia, non raggiunsero mai il tanto agognato obiettivo: la tendenza a considerare la questione cecena “un affare interno alla Federazione Russa” ed il rischio che Mosca interrompesse le relazioni diplomatiche fecero sì che nessuno dei governi interpellati (vedi LA POLITICA ESTERA DELLA CHRI 1, 2) formalizzasse la sua posizione in merito. Così, allo scoppio della Prima Guerra Cecena ancora nessun governo estero aveva riconosciuto la Repubblica Cecena di Ichkeria.

Eduard Khachukayev, Sir Gerrard Neale, Berkan Yashar, Dzhokhar Dudayev, MP Den Dover, Shamsuddin Yousef sulla terrazza della House of Commons a Londra, ottobre 1992

© Gall C. & Waal T. de. 
Cecenia. 
Una piccola guerra vittoriosa. 
Londra: libri Pan, 1997

Dopo la Fine del conflitto la Russia parve in una certa misura riconoscere il diritto della Cecenia ad esistere come soggetto giuridico autonomo, ma le trattative riguardo a questo tema, volutamente ingarbugliate dal Cremlino e cristallizzate in due generici documenti negoziali (Gli Accordi di Khasavyurt dell’Agosto 1996 ed il Trattato di Pace di Mosca del Maggio 1997) resero confusa la situazione sul fronte diplomatico, spingendo l’allora Presidente Maskhadov ad intraprendere un nuovo giro di visite internazionali (vedi LA POLITICA ESTERA DELLA CHRI 3, 4). Anche questa serie di iniziative diplomatiche non produsse risultati tangibili, ed anzi accentuò la percezione di una Cecenia nel caos, incapace di autogovernarsi e preda dell’anarchia postbellica.

LA DIARCHIA DIPLOMATICA

Nel Gennaio del 1998, dopo una serie di crisi politiche nel governo, Maskhadov appuntò Shamil Basayev Primo Ministro. Questi nominò alla guida del Ministero degli Esteri l’ex Ministro della Stampa e dell’Informazione Movladi Ugudov, da sempre su posizioni filo – islamiste e favorevole ad una evoluzione della Repubblica Cecena di Ichkeria in un vero e proprio stato confessionale. La nomina di Ugudov spostò l’asse della politica estera della ChRI, fino ad allora orientata principalmente verso Occidente, orientandola verso il mondo arabo ed in generale verso i paesi islamici, i quali condividevano con la Cecenia la medesima fede religiosa, e presso i quali durante la guerra si erano mobilitati numerosi foreign fighters, nonché molti istituti religiosi. La nomina di Ugudov produsse una “diarchia diplomatica”, con il Presidente che ammiccava alle democrazie occidentali tentando di ottenere aiuto economico e supporto, sforzandosi di mostrare alle potenze democratiche il volto laico dello Stato, ed il Ministro degli Esteri che flirtava con le organizzazioni islamiste, soffiando sul fuoco dell’insurrezione islamica. Un primo annuncio ufficiale riguardo l’apertura di negoziati al fine di un reciproco riconoscimento tra ChRI ed Emirato Islamico dell’Afghanistan si ebbe nell’Agosto del 1998 allorchè Ugudov dichiarò alla stampa di aver inviato una lettera all’allora Ministro degli Esteri talebano, Hassan Akhund, con la proposta di stabilire canali diplomatici ufficiali ed istituire reciproce ambasciate a Kabul ed a Grozny.

A dare man forte a quest’ultimo si pose anche l’ex Presidente ad interim predecessore di Maskhadov, Yandarbiev. Questi aveva guidato la principale forza politica rivoluzionaria (il Partito Democratico Vaynakh) fino allo scoppio della Prima Guerra Cecena. Alla morte del Presidente Dudaev gli era succeduto alla guida della Repubblica, e durante i dieci mesi di suo mandato aveva posto le basi per la trasformazione della ChRI in uno stato fortemente ispirato ai principi islamici. Rimasto al palo dalla vittoria elettorale di Maskhadov nel Febbraio 1997, si era posto all’opposizione, ed in veste di privato cittadino aveva intessuto solidi rapporti con le organizzazioni islamiche arabe e pakistane.

Movladi Ugudov

 Il dicastero di Ugudov durò fino al Novembre 1998 quando Maskhadov, volendo ridurre il peso dei radicali nel governo e tentando di porre un argine alla deriva fondamentalista che una parte del separatismo stava prendendo, decise di sostituirlo con Akhyad Idigov, già Presidente del Parlamento di Prima Convocazione e fedelissimo di Dudaev. Idigov accettò l’incarico a  condizione che Maskhadov concordasse con lui la direzione politica degli esteri, e che rappresentanti “non ufficiali” come  Yandarbiev fossero privati del diritto di parlare all’estero a nome della Repubblica. L’Incapacità di Maskhadov di assecondarlo in entrambe le condizioni produsse ben presto la paralisi del Ministero, che per tutta la fine del 1998 e gli inizi del 1999 rimase sostanzialmente inattivo. Soltanto nel Giugno del 1999, quando il Presidente si decise a prendere atto della situazione ed a nominare un nuovo Ministro degli Esteri, il dicastero ricominciò a funzionare, seppur tra le mille difficoltà di una struttura quasi priva di finanziamenti e personale qualificato. Il nuovo Ministro, Ilyas Akhmadov, tentò di riattivare i canali diplomatici con le potenze occidentali, ma lo scoppio della Seconda Guerra Cecena frustrò ben presto ogni iniziativa: Akhmadov stesso fu costretto ad abbandonare il paese, agendo come rappresentante della Repubblica in Occidente.

L’AMBASCIATA A KABUL

Mentre la diplomazia ufficiale annaspava nel tentativo di coinvolgere i governi democratici, Yandarbiev ed Ugudov portavano avanti la loro missione di rappresentanza presso le organizzazioni islamiste, con l’obiettivo di attrarre volontari e finanziamenti alla causa separatista. Sicuramente l’uditorio di questi ultimi era ben più ricettivo rispetto alle sonnolente cancellerie europee, ma soprattutto più disponibile a favorire sia materialmente sia diplomaticamente la causa dei ceceni. Si trattava tuttavia di un supporto condizionato alla natura islamica della resistenza, e collegato più all’idea della Jihad contro gli “infedeli” russi che all’ambizione dei Ceceni di vivere in uno stato indipendente e democratico. L’azione di Yandarbiev, in particolare, si mosse in maniera sostanzialmente indipendente rispetto alla volontà di Maskhadov, o comunque senza che questi potesse controllarla in maniera efficace. E’ in quest’ambito che si colloca il riconoscimento da parte del regime talebano, allora al potere in Afghanistan, della Repubblica Cecena di Ichkeria. Il 16 Gennaio Yandarbiev si recò a Kandahar, dove intrattenne colloqui con il capo dei talebani, il Mullah Omar. A seguito di queste consultazioni Omar si decise a permettere l’apertura di uffici della ChRI in Afghanistan, dicendosi disponibile a fare lo stesso in Cecenia qualora la guerra contro i Russi fosse finita con la vittoria dei Mujahideen.

Ilyas Akhmadov

Akhmadov ebbe notizia dell’apertura di una ambasciata a Kabul e di un consolato a Kandahar non già da Maskhadov, ma dai giornalisti. Durante la sua prima conferenza pubblica, alla John Hopkins University di Washington, dal pubblico giunse la domanda: “Come vedi il fatto che il tuo governo ha fatto un’alleanza con i talebani?”. Akhmadov non sapeva niente di tutto questo e rispose che non ne era informato, e che se fosse stato così probabilmente era a causa del destino comune che i due popoli avevano affrontato durante l’occupazione russa. Terminata la conferenza chiamò Maskhadov e gli chiese: “Hai inviato Yandarbiev dai Talebani alle mie spalle? Questo è un casino totale!” Maskhadov rispose che era al corrente del fatto che Yandarbiev era in Afghanistan, ma che non aveva dato alcun ordine di aprire canali diplomatici ufficiali. In sostanza, Yandarbiev, che non era un signore della guerra ma soltanto uno stimato politico, l’unico che fosse ancora in piedi dall’inizio della rivoluzione cecena, era diventato una sorta di “inviato” presso i movimenti islamici e gli stati del Medioriente e dell’Asia Centrale, rivendicando una sua propria politica personale. L’accordo ufficiale, firmato da Yandarbiev stesso e dal Ministro degli Esteri talebano, Vakhil Akhmed Muttavakil, previde che la rappresentanza cecena avrebbe occupato le ale ancora abitabili della vecchia ambasciata sovietica a Kabul. A darne notizia alla stampa fu il Consigliere Presidenziale e Rappresentante della ChRI in Europa, Said – Khasan Abumuslimov.

Il Ministro degli Esteri talebano Vakil Ahmed Muttavakil

Il riconoscimento della Repubblica Cecena di Ichkeria da parte dei Talebani fu il primo e l’unico da parte di un governo indipendente, e fu controproducente dal punto di vista politico. Yandarbiev non era stato inviato in Afghanistan da Maskhadov, ma questi dovette accettare il fatto compiuto e cercare di trarre il massimo profitto dal nuovo legame diplomatico stabilito. Il fatto era che lo stesso Emirato di Afghanistan a guida talebana era riconosciuto da appena tre paesi: Pakistan, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Nessun governo occidentale avrebbe visto la sponsorizzazione dei talebani come uno stimolo a prendere le parti dei ceceni ed anzi, alla luce di quanto sarebbe successo l’11 settembre del 2001, con l’attentato terroristico al World Trade Center e l’inizio della guerra globale al terrorismo, l’accostamento ai Talebani sarebbe stato un colossale boomerang.

LA CECENIA E L’INDIPENDENZA CONDIZIONATA: IL “PIANO AKHMADOV”

UN NUOVO MINISTRO DEGLI ESTERI

Ilyas Akhmadov fu appuntato Ministro degli Esteri da Maskhadov il 27 Giugno 1999, pochi mesi prima dello scoppio della Seconda Guerra Cecena. Akhmadov fu scelto per il fatto di non aver partecipato a nessuna delle azioni terroristiche (Budennovsk e Klizyar in primis) che avevano resto tristemente celebre la resistenza separatista durante il primo conflitto. In questo modo egli avrebbe potuto muoversi con maggior facilità tra le cancellerie occidentali senza incorrere nel rischio di essere arrestato per terrorismo. Nella sua veste di alto rappresentante della diplomazia cecena, Akhmadov si diresse dapprima in Turchia, poi in Belgio, poi ancora negli Stati Uniti, girando in lungo  e in largo nel tentativo di coinvolgere i governi occidentali in un negoziato trilaterale con la Federazione Russa (per approfondire, leggi il libro “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria, acquistabile QUI).

Ilyas Akhmadov the Minister of Foreign Affaires for the Chechen rebel government. (Photo by Alex Smailes/Sygma via Getty Images)

Presto fu tuttavia chiaro che nessuno dei governi in grado di fare la differenza in una trattativa con la Russia sarebbe intervenuto, appoggiando tout – court la posizione dei secessionisti. Così, dal 2001, il Ministro degli Esteri si mise ad elaborare un piano di pace che ponesse in essere le premesse di una separazione senza costringere il Cremlino ad accettarla sul piano formale. Il progetto, che pubblichiamo in versione italiana (scaricabile QUI in PDF) si basava sull’idea di trasformare la Cecenia in una sorta di protettorato, sotto il mandato delle Nazioni Unite,  per un periodo di 10 o 15 anni, durante i quali il paese sarebbe stato ricostruito e le istituzioni democratiche sarebbero state implementate, sul modello di quanto stava succedendo in Kosovo ed a Timor Est. Maskhadov avrebbe rassegnato le sue dimissioni, l’esercito russo si sarebbe ritirato e le forze armate cecene avrebbero smobilitato. Una volta che la situazione si fosse stabilizzata e le istituzioni democratiche avessero iniziato a funzionare sotto la protezione delle forze armate dell’ONU, nuove elezioni avrebbero portato alla costituzione di una Cecenia indipendente.

Il piano girava tutto intorno al concetto di “indipendenza condizionata”:

“Il riconoscimento condizionato di un governo o di uno Stato è il principio che consiste nel rendere il riconoscimento dell’entità in questione soggetto all’adempimento di condizioni precedentemente convenute. Una appropriata applicazione di questo principio attraverso il meccanismo di una amministrazione internazionale può risolvere il conflitto russo – ceceno con un approccio in cui vincono entrambe le parti. L’idea è semplice: la trasformazione della Cecenia in uno Stato realmente democratico e pacifico attraverso un periodo di transizione di diversi anni di amministrazione internazionale. Questa formula può non essere un miracolo, ma fornisce un modo per risolvere la sfida di soddisfare le legittime aspirazioni della Cecenia andando simultaneamente incontro alle autentiche esigenze di sicurezza della Russia, come alle preoccupazioni relative alla sicurezza della Georgia ed alla sicurezza ed agli interessi complessivi della comunità internazionale.

UNA STRADA IN SALITA

Il piano era di difficile attuazione, perché avrebbe dovuto passare dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, del quale la Russia faceva parte, e difficilmente il Cremlino avrebbe accettato la presenza di forze di pace entro quelli che considerava i propri confini. Un segnale incoraggiante comunque giunse da Putin, che in relazione al piano proposto rispose: “Oggi la questione dell’indipendenza o meno della Cecenia dalla Russia è assolutamente non di fondamentale importanza. Ciò che è di fondamentale importanza per noi è soltanto una questione. Non vogliamo permettere che questo territorio venga usato ancora una volta come testa di ponte per un attacco alla Russia.” in questi termini, Putin poteva essere teoricamente disponibile a congelare nuovamente la questione dell’indipendenza in cambio della completa smilitarizzazione della Cecenia. Il piano venne sottoposto a Maskhadov qualche settimana dopo, sponsorizzato dallo scrittore francese Andrè Glucksmann e dal politico belga Olivier Dupuis, che si dissero disponibili a farsene relatori presso le autorità europee ed all’ONU. Esso tuttavia era debole per due motivi: prima di tutto la situazione della Cecenia non poteva essere assimilata a quella del Kosovo, perchè Russia non era la Serbia né in fatto di peso politico né in fatto di rapporti con l’occidente.

Vladimir Putin, Presidente della Federazione Russa. Allo scoppio della Seconda Guerra Cecena giustificò l’intervento armato come un’operazione volta a garantire la sicurezza della Russia. Il “Piano Akhmadov” muoveva dalla necessità di garantire a Putin il riconoscimento delle sue “ragioni di sicurezza” senza ledere il diritto della Cecenia all’autodeterminazione.

In secondo luogo, come spiegò Maskhadov nella sua risposta alla proposta di Akhmadov, “La mentalità della resistenza cecena era sempre più religiosa e sempre più frustrata rispetto all’Occidente ed alla democrazia, rispetto a quanto non fosse durante la prima guerra. […] dovete capire che quello che la gente vede riguardo alle democrazie occidentali sono dichiarazioni preoccupate di routine, gestualità vuote, che irritano soltanto la gente. Dovete capire che questo è tutto quello che hanno visto di codeste democrazie”. Maskhadov confidò che non sarebbe riuscito a tenere insieme il fragile fronte indipendentista se un simile piano fosse stato sponsorizzato da lui. In particolare, una simile soluzione avrebbe messo la resistenza in rotta di collisione coi suoi finanziatori, che erano per lo più comunità religiose mediorientali le quali mai avrebbero supportato finanziariamente un movimento che andava a braccetto con l’ONU, vista dai più come una sovrastruttura al servizio del potere occidentale. Rispose quindi che il piano poteva essere presentato, ma come una iniziativa personale di Akhmadov e dei suoi amici, e non come un documento ufficiale della ChRI.

IL PIANO NAUFRAGA

Anche all’interno di ciò che restava della gerarchia repubblicana, il dibattito sul piano fu acceso ed i funzionari non riuscirono a trovare un accordo.  Laddove Umar Khambiev, Ministro della Sanità ed inviato personale di Maskhadov in Europa, appoggiò entusiasticamente il piano, Akhyad Idigov, ex Presidente del Parlamento dudaevita, lo attaccò pesantemente accusando Akhmadov di voler vendere l’indipendenza della Cecenia e di attentare alla costituzione. Akhmadov propose il piano in via personale nel marzo 2003, ma proprio in quei mesi iniziò la seconda invasione americana dell’Iraq, e la questione cecena finì nelle ultime pagine dei giornali. Olivier Depuis, raccolse comunque le firme per presentare il piano alle Nazioni Unite, e per la metà del 2003 ne aveva già raccolte 30.000. L’azione di Depuis, che era un deputato del Partito Radicale Transnazionale, avrebbe portato, nel febbraio del 2004, il Parlamento Europeo a varare una risoluzione nella quale per la prima volta si riconosceva l’Ardakhar del 1944 come “genocidio”, ma oltre all’adozione di questa risoluzione, non ci sarebbe stato altro di politicamente rilevante. In ogni caso la discussione del “Piano Akhmadov” non riuscì neanche a decollare, giacché l’11 settembre 2001 Osama Bin Laden aveva lanciato il suo attacco terroristico agli Stati Uniti. Da quel momento il timore del terrorismo islamico si era impadronito delle società occidentali, ed anche i secessionisti ceceni avevano finito per essere considerati parte del fenomeno.

Alhyad Idigov, Deputato al Parlamento di I e II Convocazione e rappresentante del Parlamento all’Estero, criticò duramente il “Piano Akhmadov”, accusando il Ministro degli Esteri di voler sacrificare l’indipendenza della Cecenia, secondo il suo parere già acquisita nel 1991 e confermata nel Trattato di Pace del 1997. La mancanza di unità nel fronte secessionista fu una delle principali cause del naufragio della proposta di pace.

Come scrive Akhmadov: “Le cose sono cambiate radicalmente dopo l’11 settembre 2001, quando la maggior parte delle persone in Occidente, e certamente la maggior parte dei governi, ha iniziato a guardarci attraverso la lente dell’antiterrorismo. Il pretesto che l’uccisione di massa di civili ceceni da parte della Russia abbia contribuito alla guerra contro il terrorismo ha permesso all’Occidente di mantenere stretti rapporti con la Russia e di assolvere la sua coscienza collettiva ignorando le atrocità. Vedere questa guerra come uno dei fronti di guerra contro il terrorismo globale ha liberato l’Occidente dai suoi obblighi al rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale nei suoi rapporti con la Russia.”. La resistenza cecena, che per parte sua aveva compiuto atti di terrorismo e che, radicalizzandosi, aveva assunto i turpi connotati del fanatismo religioso, fu pesantemente colpita dai nefasti effetti dell’azione di Al Qaeda, che gli alienarono completamente le simpatie dell’occidente, fatta eccezione per qualche giornalista, qualche associazione umanitaria e qualche uomo politico di scarso peso. Le autorità russe si resero conto di avere campo libero nel portare a termine la loro invasione e chiusero a qualsiasi negoziato che potesse portare anche soltanto ad una tregua.

Per approfondire, leggi il libro “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria, acquistabile QUI.

GLI AMBASCIATORI DI ICHKERIA – QUINTA PARTE

DIPLOMAZIA DI GUERRA

Lo scoppio della Seconda Guerra Cecena vanificò le speranze del governo di Grozny di veder riconosciuta l’indipendenza della Cecenia. Con l’inizio delle operazioni militari l’esercito russo blindò i confini terrestri e lo spazio aereo, impedendo al governo di Maskhadov ed al Parlamento di comunicare efficacemente con le loro rappresentanze all’estero. Per ovviare alle prevedibili difficoltà logistiche, Maskhadov aveva inviato fin dal novembre del 1999 alcuni suoi uomini di fiducia in Europa e negli Stati Uniti. Tra questi vi erano il Ministro degli Esteri Ilyas Akhmadov, il Ministro della Sanità, Umar Khambiev, nominato rappresentante personale del presidente in Europa, il Ministro della Cultura e dell’Informazione, Akhmed Zakayev, l’ex presidente del Parlamento “epurato” da Dudaev nel 1993, Akhyad Idigov (rieletto parlamentare nel 1997 e Presidente della Commissione Esteri), Usman Ferzauli, inviato a Copenhagen, e Mairbek Vatchagayev, rappresentante del Presidente a Mosca. Questo network di funzionari governativi avrebbe dovuto riuscire a costruire una rete di contatti in grado di mantenere sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo il tema della guerra in Cecenia, di acquisire sponde per stimolare i governi occidentali e le organizzazioni internazionali a compiere passi concreti per costringere Putin a sedersi ad un tavolo negoziale e fermare la guerra. Alcuni di loro, molti anni dopo, hanno raccontato il loro lavoro in libri di memorie. La traccia più precisa e puntuale è fornita dall’allora Ministro degli Esteri Akhmadov, che in due opere, “The Chechen Struggle” e “Secret Wartime Diplomacy” racconta l’attività svolta in quel difficile contesto. Il metodo con il quale il presidente, non potendo comunicare direttamente con i suoi funzionari a causa del blocco delle telecomunicazioni imposto dalla Russia, riusciva a far pervenire i suoi messaggi, era ingegnoso ma molto articolato. Scrive Akhmadov:

Ilyas Akhmadov, ultimo Ministro degli Esteri del Governo Maskhadov, rappresentò la Repubblica Cecena di Ichkeria all’estero fino all’Agosto del 2005, quando il nuovo Presidente Abdul Khalim Sadulayev licenziò tutte le rappresentanze della ChRI all’estero. Oggi vive negli Stati Uniti. (Photo by Alex Smailes/Sygma via Getty Images)

“Uno dei grandi problemi […] erano le comunicazioni. Nei primi mesi di guerra […] sapevamo che le conversazioni sarebbero state monitorate. Ricordavamo come il Generale Dzhokhar Dudaev fu ucciso mentre usava un telefono satellitare. Maskhadov sapeva benissimo che sarebbe stato un bersaglio dei russi. Se avesse usato un telefono satellitare, poco dopo i russi avrebbero lanciato un bombardamento d’artiglieria in direzione della sua posizione triangolata. Alla fine decise di non utilizzare ulteriormente questi telefoni […] e di impiegare il più primitivo ma affidabile metodo di spedizione tramite corriere. […] Il modo in cui funzionava questo sistema di comunicazione era il seguente: Maskhadov aveva organizzato una rete di corrieri per la raccolta di informazioni. Un gran numero di corrieri erano donne perché erano sottoposte ad un controllo più blando ai posti di frontiera rispetto agli uomini. Il corriere doveva prima di tutto riuscire ad uscire dalla zona di guerra, raggiungendo generalmente Baku, in Azerbaijan, con delle cassette registrate. […] Il corriere spesso doveva aspettare settimane perché si “aprisse una finestra”. Avrebbe dovuto aspettare che il controllo russo si indebolisse e poi avrebbe dovuto capire come andare dal punto A al punto B. Dipendeva da molti fattori. Naturalmente questo ha causato problemi quando avevi bisogno di una risposta rapida al tuo messaggio […]. Non era un sistema che funzionava come un orologio, e c’erano spesso interruzioni inaspettate. Ma questo era l’unico mezzo nelle condizioni di controllo totale, monitoraggio telefonico totale, controllo di tutte le strade che portavano fuori dalla Cecenia ed all’interno della Cecenia.”

Akhmadov era riuscito ad uscire dal Paese prima che i confini fossero completamente sigillati. Per prima cosa cercò di raggiungere l’Europa. Dovette prima volare a Baku, poi ad Istanbul, e da lì mettersi a cercare un consolato che gli garantisse un visto per volare in Occidente. Ci volle un bel po’ prima che il consolato olandese, dopo lunghe perorazioni, autorizzasse Akhmadov a volare ad Amsterdam. Una volta in Olanda Akhmadov riuscì ad ottenere un’audizione al parlamento, grazie all’intercessione dell’associazione umanitaria Pax Christi. Uno dei segretari, Egbert Verseling, riuscì poi a metterlo in contatto con il Comitato Americano per la Pace in Cecenia, un’associazione di volontari che combatteva per la tutela dei diritti umani dei cittadini ceceni. Grazie a quell’invito Akhmadov poté raggiungere Washington nel gennaio del 2000, dove incontrò rappresentanti del Senato e della Camera dei Rappresentanti tra i quali John McCain, Chuck Hagel e Paul Wellstone. Il Senato americano adottò una serie di risoluzioni nelle quali si esprimeva preoccupazione per gli eventi in Cecenia, ed Akhmadov fu invitato ad in ciclo di conferenze nelle università americane.

LE INTERFERENZE DEI RADICALI

Fu alla prima di queste conferenze che si rese conto che la corrente fondamentalista della resistenza aveva un proprio “Ministro degli Esteri” non autorizzato. Mentre lui e gli altri volavano in Occidente, infatti, Zelimkhan Yandarbiev, ex Presidente della Repubblica pretoriano del defunto Dudaev, era volato in Afghanistan a cercare il riconoscimento da parte dei Talebani. Durante la sua prima conferenza pubblica, alla John Hopkins University di Washington, dal pubblico giunse la domanda: “Come vedi il fatto che il tuo governo ha fatto un’alleanza con i talebani?”. Akhmadov non sapeva niente di tutto questo e rispose che non ne era informato, e che se fosse stato così probabilmente era a causa del destino comune che i due popoli avevano affrontato durante l’occupazione russa. Akhmadov chiamò Maskhadov e gli chiese: “Hai inviato Yandarbiev dai Talebani alle mie spalle? Questo è un casino totale!” Maskhadov rispose che era al corrente del fatto che Yandarbiev era in Afghanistan, ma che non aveva dato alcun ordine di aprire canali diplomatici ufficiali. In sostanza, Yandarbiev, che non era un signore della guerra ma soltanto uno stimato politico, l’unico che fosse ancora in piedi dall’inizio della rivoluzione cecena, era diventato una sorta di “inviato” presso i movimenti islamici e gli stati del Medioriente e dell’Asia Centrale, rivendicando una sua propria politica personale. Qualcosa di simile a quello che stava facendo Ugudov, che dopo essere stato licenziato dal Ministero degli Esteri nel 1998 aveva svolto il ruolo di regista dell’informazione del Congresso dei Popoli di Cecenia e Daghestan, aveva sponsorizzato l’invasione dei wahabiti e poi, una volta fuoriuscito, aveva continuato ad animare il sito Kavkazcenter.org e da lì la propaganda islamista nel Caucaso. Il riconoscimento della Repubblica Cecena di Ichkeria da parte dei Talebani fu il primo e l’unico da parte di un governo indipendente, e fu controproducente dal punto di vista politico. Yandarbiev non era stato inviato in Afghanistan da Maskhadov, ma questi dovette accettare il fatto compiuto e cercare di trarre il massimo profitto dal nuovo legame diplomatico stabilito. Il fatto era che lo stesso Emirato di Afghanistan a guida talebana era riconosciuto da appena tre paesi: Pakistan, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

Zelimkhan Yandarbiev guida una preghiera pubblica dietro un’immagine di Dzhokhar Dudaev

Nessun governo occidentale avrebbe visto la sponsorizzazione dei talebani come uno stimolo a prendere le parti dei ceceni ed anzi, alla luce di quanto sarebbe successo l’11 settembre del 2001, con l’attentato terroristico al World Trade Center e l’inizio della guerra globale al terrorismo, l’accostamento ai Talebani sarebbe stato un colossale boomerang. Dopo il rientro dagli USA, Akhmadov si recò a cercare l’appoggio degli stati europei. Nel marzo del 2000 ebbe contatti con l’allora presidente del Parlamento Europeo, Nicole Fontaigne, con gli esponenti delle principali fazioni politiche, ed insieme ad altri deputati ceceni esuli riuscì a convincere l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa  (PACE) a votare una mozione per estromettere la Russia fintanto che la guerra in Cecenia fosse continuata.Secondo quanto racconta Akhmadov, la prima prova diplomatica importante fu proprio l’incontro del PACE. In quell’occasione Akhmadov riuscì a convincere l’assemblea ad adottare una risoluzione di condanna alla Russia ci fu e questo aprì un dibattito di alto livello tra le istituzioni europee ed il Cremlino. Putin non poteva ignorare i rapporti con l’Unione Europea, che insieme agli Stati Uniti era la principale fonte di prestiti per le sue disastrate finanze. Così il presidente russo inviò i suoi parlamentari a trattare con il PACE, proponendo ai membri dell’Assemblea di partecipare alla scrittura di una nuova Costituzione cecena che ricomponesse il conflitto e riportasse la pace nel paese.

La proposta muoveva dalla presunzione di considerare quello che stava succedendo in Cecenia come il frutto di una guerra civile tra una fazione filorussa ed una indipendentista. Questa visione delle cose presentava il Cremlino non come una delle parti in causa, ma come il mediatore di un conflitto che era andato fuori controllo, e che si sarebbe risolto soltanto quando le anime moderate del nazionalismo ceceno avessero ritrovato la concordia. I governi europei videro di buon grado la soluzione proposta da Putin, interpretando la visione di una guerra civile come la più realistica e rifiutandosi di riconoscere per intero le ragioni dei rappresentanti della ChRI. Fu un vero disastro per Maskhadov: tutti gli sforzi fatti per ottenere sponde dall’occidente naufragarono nella disponibilità dell’Occidente a sacrificare l’indipendenza della Cecenia.

IL “PIANO AKHMADOV”

Akhmadov si dette alla ricerca di personalità pubbliche che sponsorizzassero qualsiasi soluzione alternativa. Tra il 2001 ed il 2003 propose di fare della Cecenia un protettorato sotto mandato delle Nazioni Unite per un periodo di 10 o 15 anni, durante i quali il paese sarebbe stato ricostruito e le istituzioni democratiche sarebbero state implementate, sul modello di quanto stava succedendo in Kosovo ed a Timor Est. Maskhadov avrebbe rassegnato le sue dimissioni, l’esercito russo si sarebbe ritirato e le forze armate cecene avrebbero smobilitato. Una volta che la situazione si fosse stabilizzata e le istituzioni democratiche avessero iniziato a funzionare sotto la protezione delle forze armate dell’ONU, nuove elezioni avrebbero portato alla costituzione di una Cecenia indipendente. Il piano era di difficile attuazione, perché avrebbe dovuto passare dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, del quale la Russia faceva parte, e difficilmente il Cremlino avrebbe accettato la presenza di forze di pace entro quelli che considerava i propri confini. Un segnale incoraggiante comunque giunse da Putin, che in relazione al piano proposto rispose: “Oggi la questione dell’indipendenza o meno della Cecenia dalla Russia è assolutamente non di fondamentale importanza. Ciò che è di fondamentale importanza per noi è soltanto una questione. Non vogliamo permettere che questo territorio venga usato ancora una volta come testa di ponte per un attacco alla Russia.”

Putin visita la Cecenia durante la seconda invasione del paese

In questi termini, Putin poteva essere teoricamente disponibile a congelare nuovamente la questione dell’indipendenza in cambio della completa smilitarizzazione della Cecenia. Il piano venne sottoposto a Maskhadov qualche settimana dopo, sponsorizzato dallo scrittore francese Andrè Glucksmann e dal politico belga Olivier Dupuis, che si dissero disponibili a farsene relatori presso le autorità europee ed all’ONU. Esso tuttavia era debole per due motivi: prima di tutto la Cecenia non era come il Kosovo perché la Russia non era come la Serbia, né in fatto di peso politico, né in fatto di rapporti con l’occidente. In secondo luogo, come spiegò Maskhadov nella sua risposta alla proposta di Akhmadov, “La mentalità della resistenza cecena era sempre più religiosa e sempre più frustrata rispetto all’Occidente ed alla democrazia, rispetto a quanto non fosse durante la prima guerra. […] dovete capire che quello che la gente vede riguardo alle democrazie occidentali sono dichiarazioni preoccupate di routine, gestualità vuote, che irritano soltanto la gente. Dovete capire che questo è tutto quello che hanno visto di codeste democrazie”. Maskhadov confidò che non sarebbe riuscito a tenere insieme il fragile fronte indipendentista se un simile piano fosse stato sponsorizzato da lui. In particolare, una simile soluzione avrebbe messo la resistenza in rotta di collisione coi suoi finanziatori, che erano per lo più comunità religiose mediorientali le quali mai avrebbero supportato finanziariamente un movimento che andava a braccetto con l’ONU, vista dai più come una sovrastruttura al servizio del potere occidentale. Rispose quindi che il piano poteva essere presentato, ma come una iniziativa personale di Akhmadov e dei suoi amici, e non come un documento ufficiale della ChRI. Anche all’interno di ciò che restava della gerarchia repubblicana, il dibattito sul piano fu acceso ed i funzionari non riuscirono a trovare un accordo.  Laddove Umar Khambiev, Ministro della Sanità ed inviato personale di Maskhadov in Europa, appoggiò entusiasticamente il piano, Akhyad Idigov, ex Presidente del Parlamento dudaevita, lo attaccò pesantemente accusando Akhmadov di voler vendere l’indipendenza della Cecenia e di attentare alla costituzione. Akhmadov propose il piano in via personale nel marzo 2003, ma proprio in quei mesi iniziò la seconda invasione americana dell’Iraq, e la questione cecena finì nelle ultime pagine dei giornali. Olivier Depuis raccolse comunque le firme per presentare il piano alle Nazioni Unite, e per la metà del 2003 ne aveva già raccolte 30.000. L’azione di Depuis, che era un deputato del Partito Radicale Transnazionale, avrebbe portato, nel febbraio del 2004, il Parlamento Europeo a varare una risoluzione nella quale per la prima volta si riconosceva la deportazione dei ceceni del 1944 come “genocidio”, ma oltre all’adozione di questa risoluzione, non ci sarebbe stato altro di politicamente rilevante.

L’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE)

LA GUERRA AL TERRORISMO

In ogni caso la discussione del “Piano Akhmadov” non riuscì neanche a decollare, giacché l’11 settembre 2001 Osama Bin Laden lanciò il suo attacco terroristico agli Stati Uniti. Da quel momento il timore del terrorismo islamico si impadronì delle società occidentali, ed anche i secessionisti ceceni finirono per essere considerati parte del fenomeno. Come scrive Akhmadov: “Le cose sono cambiate radicalmente dopo l’11 settembre 2001, quando la maggior parte delle persone in Occidente, e certamente la maggior parte dei governi, ha iniziato a guardarci attraverso la lente dell’antiterrorismo. Il pretesto che l’uccisione di massa di civili ceceni da parte della Russia abbia contribuito alla guerra contro il terrorismo ha permesso all’Occidente di mantenere stretti rapporti con la Russia e di assolvere la sua coscienza collettiva ignorando le atrocità. Vedere questa guerra come uno dei fronti di guerra contro il terrorismo globale ha liberato l’Occidente dai suoi obblighi al rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale nei suoi rapporti con la Russia.”. La resistenza cecena, che per parte sua aveva compiuto atti di terrorismo e che, radicalizzandosi, aveva assunto i turpi connotati del fanatismo religioso, fu pesantemente colpita dai nefasti effetti dell’azione di Al Qaeda, che gli alienarono completamente le simpatie dell’occidente, fatta eccezione per qualche giornalista, qualche associazione umanitaria e qualche uomo politico di scarso peso. Le autorità russe si resero conto di avere campo libero nel portare a termine la loro invasione e chiusero a qualsiasi negoziato che potesse portare anche soltanto ad una tregua. 

La prima conseguenza di questo nuovo cambio di prospettiva fu un’ulteriore stretta sugli agenti diplomatici della repubblica, che si trovarono ovunque in difficoltà per ottenere i visti per raggiungere le loro destinazioni. Ilyas Akhmadov: “Il mio bisogno più elementare era quello di ottenere i visti per entrare nei vari stati, ma ogni richiesta era una battaglia. Anche la logistica era complicata, senza considerare il fatto che non avevamo ambasciate, o personale, o coordinamento tra i rappresentanti. I rappresentanti dei governi stranieri ci incontrarono, normalmente in veste personale, e ci fu permesso di partecipare ai forum internazionali, ma normalmente senza il diritto di parola o di voto.” Il secondo importante problema era determinato dal fatto che molti comandanti di campo ed alcuni dei principali inviati del governo (reali o auto dichiarati) erano fermamente contrari all’apertura di negoziati perché, a differenza di Maskhadov, continuavano a nutrire il sogno di uno stato islamico. Secondo uomini come Ugudov, Yandarbiev, ma anche Basayev e Khattab la guerra non soltanto non doveva finire, ma doveva valicare i confini della Cecenia e trasformarsi in una vera e propria insurrezione islamica, dalla quale sorgesse un Emirato Islamico del Caucaso, sulla falsariga di quanto successo in Afghanistan. In questa ottica qualsiasi accordo di pace con la Russia avrebbe soltanto allontanato il risultato politico auspicato, e pertanto la guerra doveva continuare, come e più forte di prima.

L’INSURREZIONE ISLAMICA

 Di questo progressivo scollamento tra Maskhadov ed i suoi gruppi più agguerriti si ha traccia nelle audio lettere che il presidente inviava al Ministro degli Esteri, nelle quali si riferiva a numerose riunioni con Basayev ed a piani per una nuova invasione di Grozny ai quali il comandante di campo faceva resistenza passiva, rimandando gli incontri operativi e rifiutandosi di mettere in pratica operazioni militari che in qualche misura potessero costringere i russi a riaprire i negoziati. In uno di questi audio messaggi diceva: “Dunque, riguardo Basayev.  Gli ho fatto visita quattro volte ed ho cercato di convincerlo: “Lascia tutto da parte, lascia queste politiche ed il passato da parte. Battiamo insieme i russi! Ecco il nemico, ecco l’avversario: battiamolo! […] Voglio riprendermi la città [Grozny], voglio entrare in città. […] Di quanti combattenti hai bisogno? 500? 1000? Ordinerò una pronta preparazione. Quando entrerai, sarà necessario attuare tattiche diversive in qualche altro posto e io le preparerò.” Quindi abbiamo deciso. Passarono tre o quattro mesi con la promessa di attaccare domani, dopodomani, e non ne uscì nulla. Poi disse che non riusciva a comunicare, e così via, così via. Poi ho capito che nelle sue espressioni c’erano pensieri del tipo: “Non dobbiamo sbrigarci, dobbiamo prendere tempo. Non è vantaggioso per la Russia portare avanti questa guerra, la Russia sì è indebolita. Dobbiamo risparmiare le nostre forze.” Non sono d’accordo con un simile approccio. In che senso non sono d’accordo? Non possiamo prendere tempo. Se iniziamo a prendere tempo, loro [i governi occidentali] si dimenticano di noi e poi diventa più difficile per te parlare laggiù, diventa più difficile per me. Abbiamo un’opportunità al cento percento di colpire in qualche posto almeno una volta al mese, e di fare molto rumore al riguardo. Ma il comportamento di questi comandanti mi suggerisce che vogliono trascinare avanti questa guerra con qualsiasi mezzo.”

Basayev e Maskhadov: nella foto c’è tutta la loro reciproca frustrazione

LA PRIMA GUERRA CECENA RACCONTATA DA ILYAS AKHMADOV

(raccolta dalla rivista Small Wars Journal nel Giugno 1999)

NOTA: Ilyas Akhmadov è nato nel 1960 in Kazakhistan. Dopo essersi laureato in Scienze Politiche all’università di Rostov nel 1991 si trasferì in Cecenia, trovando un impiego presso il Ministero degli Esteri. Nel 1994 prese parte ai combattimenti contro l’opposizione armata di Ruslan Labazanov ad Argun, rimanendo ferito. Durante la Prima Guerra Cecena servì come addetto alle pubbliche relazioni del Quartier Generale, direttamente a contatto con Aslan Maskhadov. Al termine della guerra si ritirò a vita privata, ma il 27 Giugno 1999 fu richiamato da Maskhadov, nel frattempo divenuto Presidente della Repubblica, a dirigere il Ministero degli Esteri, dopo le dimissioni di Akhyad Idigov. Allo scoppio della Seconda Guerra Cecena fu inviato in Europa con l’obiettivo di sponsorizzare l’apertura di negoziati politici tra Russia e Cecenia. Akhmadov operò in veste di Ministro degli Esteri fino alla morte di Maskhadov, nel Marzo 2005. Il 23 Agosto il successore del defunto Presidente, Abdul Khalim Sadulayev, lo sostituì con un altro esule ed ex ministro della Repubblica, Usman Ferzauli. La presente intervista fu rilasciata all’indomani della sua nomina a Ministro degli Esteri, nel Giugno del 1999

Ilyas Akhmadov

La prima azione militare

Ho visto l’azione militare come membro del Battaglione di Shamil Basayev durante le operazioni contro Ruslan Labazanov nell’Agosto 1994. Sono stato ferito ad una gamba ad Argun, e non ho potuto camminare per quattro mesi.  Ho lasciato la Cecenia per motivi medici e sono riuscito a tornare soltanto nel pomeriggio del 30 Dicembre. Ho preso parte alla difesa di Grozny come volontario il 31 Dicembre . Successivamente mi sono unito al Quartier Generale. In qualità di combattente ordinario, era difficile per me avere il quadro completo di ciò che stava succedendo. Posso soltanto parlare di ciò a cui ho assistito.

La Battaglia per Grozny

L’artiglieria russa era posizionata sul “Sunzha Ridge” che domina Grozny. La battaglia iniziò con il bombardamento di Howitzers “152 mm” e non si fermò mai fino al 23 Febbraio. L’aviazione di prima linea combatteva anche in condizioni di nebbia fitta. Nonostante lo scarso effetto dell’artiglieria e del fuoco aereo sulle nostre unità armate, loro non si fermarono mai per più di 20 minuti, anche quando le posizioni russe e cecene furono a 50 metri le une dalle altre. In questo modo infliggevano tanto danno alle loro truppe quanto danno alle nostre.

Ho combattuto nel sobborgo cittadino di Staropromyslovsky. C’erano due tipi di unità nel distretto – i gruppi di resistenza che si erano formati spontaneamente tra gli abitanti dello stesso villaggio o quartiere cittadino e gruppi delle nostre forze armato esistenti – principalmente i battaglioni di Gelayev e Basayev. Questi battaglioni occupavano posizioni chiave su Viale Staropromislovsky, nei pressi della fabbrica “Elektropribor”.  La mia prima impressione una volta arrivato a Grozny il 31 Dicembre fu che il nostro Alto Comando avesse portato tutte le nostre forze dentro Grozny.  Non avevamo abbastanza risorse umane e forza per fermare l’avanzata dei russi fuori dalla città. Quello che mi ha colpito fin dall’inizio fu che i carri armati e gli APC (Armored personnel carrier – Trasporto truppe corazzato, ndr.) russi non avanzavano neanche in ordine di battaglia. Essi marciavano come in un campo da parata ad una distanza di 5 o 6 metri tra un APC e l’altro. Non erano capaci di manovrare, o di tornare indietro se necessario. Questa era una manovra suicida per gli APC. Inoltre la fanteria avanzava in completo disordine intorno agli APC.

Ho assistito ad una breve battaglia vicino all’Elektropribor nella quale 11 APC furono distrutti in 15 minuti: alle 18:00 i russi avevano raggiunto l’Elektropribor. C’era uno spacio aperto tra la fabbrica ed il 2° Sovkhoz. Loro dovevano attraversare circa un chilometro  e mezzo di spazio aperto  e superare uno stretto canalone di duecento metri prima di raggiungere Viale Staropromislovsky. Marciarono attraverso il campo aperto senza prendere precauzioni, probabilmente sperando nella velocità di marcia nel raggiungere la città.  Avevamo 30 uomini posizionati nel canalone. Lasciammo entrare la colonna russa. Il primo APC entrato nel canalone e l’ultimo furono distrutti, gli altri 11 presero fuoco e bruciarono come scatole di fiammiferi. La battaglia durò non più di 15 minuti.

Militante separatista attraversa una strada di Grozny. Sullo sfondo un APC distrutto dell’esercito federale.

Lo stesso giorno, i russi hanno tentato esattamente la stessa manovra in terreni simili nel Distretto di Beriozka, con lo stesso disastroso risultato. All’incrocio Karpinski un pezzo di artiglieria da 152 mm e diversi APC furono distrutti. Le stesse operazioni furono ripetute in tutte le strate usate dalle colonne russe per raggiungere il centro di Grozny. Oggi possiamo avere un quadro generale della Battaglia per Grozny, usando le informazioni fornite dagli ufficiali russi. I russi si spostarono su Grozny da 3 direzioni: la colonna del Generale Rokhlin si stava spostando da Nord, il Generale Babishev da Sud – Ovest lungo la catena montuosa “Gruzinsky”, e un’altra colonna si stava muovendo da Est in direzione di Khankala, avendo scavalcano Argun. Il loro obiettivo era quello di entrare dentro Grozny e prendere posizione intorno al Palazzo Presidenziale. I prigionieri di guerra russi ci dissero che non avevano istruzioni dettagliate so come attaccare Grozny. Gli ufficiali di medio rango si sono lamentati con noi del fatto che non avevano mappe della città. Circa il 60% dei prigioneri di guerra russi era ubriaco, e non capivano dove fossero e cosa stesse succedendo. Era stato detto loro che dovevano guidare attraverso la città e circondare il Palazzo Presidenziale, dove 100 partigiani di Dudaev stavano resistendo. Erano stati rassicurati sul fatto che Dudaev ed i suoi partigiani sarebbero scappati alla viste dell’armamento pesante dell’esercito russo. L’operazione non avrebbe dovuto presentare serie difficoltà. Questo fu il più grande errore dei russi.

La colonna del Generale Babishev fu fermata nei pressi di Karpinski e, per quanto ricordo, non tentò di entrare a Grozny quel giorno. La colonna di Rokhlin fu intercettata dalle nostre unità in Via Pervomaiskaia. La colonna proveniente da Khankala fu bloccata per un certo periodo dal battaglione di Tadashaev, ma questi terminò le munizioni ed il suo battaglione fu spazzato via. Le nostre tattiche erano semplici ma efficaci: lasciavamo che le colonne russe entrassero nella città, attirando in strade nelle quali APC e carri armati non potevano manovrare. Quando una colonna veniva fatta entrare in una via stretta colpivamo l’APC di testa e quello in coda alla colonna. I Russi erano “anatre sedute”.  Quando i combattimenti e le sparatorie iniziarono, molte formazioni corazzate tentarono di fuggire sulle vie laterali che non erano difese, cercando di ritirarsi dalla città. Ma quando loro capirono che erano più vulnerabili in movimento, si fermarono, cercarono di catturare posizioni dalla quale impostare una difesa. Fu allora che iniziammo a soffrire perdite più elevate: era facile inseguire obiettivi in fuga, diverso era attaccare posizioni ben trincerate.

Dopo il 3 Gennaio 1995 i russi riuscirono ed occupare posizioni in determinati punti (nel distretto della stazione ferroviaria, vicino alla fabbrica di scatolame alimentare) ed il 7 Gennaio lanciarono una nuova offensiva per prendere la città. I bombardamenti di artiglieria ed aerei furono particolarmente intensi quel giorno. I russi stessi lo hanno ammesso in seguito. La mia unità era posizionata nel cortile di un edificio dal quale vedevamo i razzi esplodere intorno a noi in 3 o 4 direzioni contemporaneamente. L’aviazione di prima linea era ugualmente in azione.  Durante la settimana tra il 31 Dicembre ed il 7 Gennaio i russi riuscirono ad avanzare con unità corazzate pesanti da Serverny (l’aereoporto settentrionale della città, ndr.) e dalla parte orientale di Grozny, ma al costo di enormi perdite. Tuttavia, il 7 Gennaio, la situazione è cambiata. Le nostre perdite sono aumentate, principalmente a causa del fuoco di mortaio. I sistemi GRAD e URAGAN che i russi avevano usato in precedenza si erano rivelati inefficaci in un ambiente urbano.  Il secondo assalto su Grozny il 7 Gennaio fu più massiccio del primo. Dopo il 12 Gennaio, le colonne di Rokhlin e Babishev riuscirono a sfondare per incontrarsi nel distretto vicino a “Dom Pechati”. Le nostre unit a difesa dell’area furono circondate e dovettero ritirarsi attraverso le linee russe.

1995. Soldati delle truppe interne per le strade di Grozny. Gennady Khamelyanin / TAS Newsreel / TASS Newsreel

I problemi affrontati dalle forze cecene durante la battaglia

Il nostro problema principale all’epoca era la mancanza di coordinamenti. Oltre alle nostre forze armate regolari, la quali stavano cercando di coordinare le loro operazioni, molti gruppi volontari non erano stati incorporati nella struttura di comando. Esse non avevano tattiche e si dirigevano nelle aree dove sentivano l’azione. Spesso questi gruppi volontari difendevano una posizione in un distretto ed unità regolari in un distretto confinante presumevano di avere il fianco coperto. Tuttavia, poiché i volontari non erano sotto il comando dello Stato Maggiore, questi potevano decidere in qualsiasi momento di tornare a casa senza preavviso, lasciando le unità regolari non coperte. Questo ha creato il caos quanto un’operazione militare non coordinata.  Pertanto i volontari erano più un ostacolo che un aiuto per le nostre unità regolari che avevano specifici ordini e compiti da eseguire. Abbiamo avuto molte vittime in quel momento tra la gente, che non sapeva dove stava andando e dove fossero le posizioni russe.

La situazione a Grozny fu il caos assoluto durante le prime due settimane di Gennaio del 1995. A volte le nostre unità erano posizionate al primo piano di una costruzione mentre i russi stavano nel cortile e nei piani superiori. Uno poteva andare via per cinque minuti e tornare, e trovare i russi nelle posizioni che aveva abbandonato. Abbiamo avuto anche casi di perdite per fuoco amico. Questi eventi erano più frequenti tra i russi perché avevano più truppe di noi, ma questo successe anche tra noi, specialmente la notte. Ma nel caso dei russi, questo raggiunse proporzioni critiche. Due battaglioni potevano ingaggiarsi in combattimento per molte ore, chiamando la stessa artiglieria ed aviazione in loro supporto!  Il nostro problema principale in quel momento era la mancanza di comunicazione e la mancanza di un comando unito. I gruppi volontari hanno “confuso la mappa” nonostante il fatto che alcuni di loro combatterono con grande coraggio. Questo ha sconvolto le tattiche dello Stato Maggiore e dei comandanti in carica nella difesa di aree specifiche. Dopo il 19 Gennaio, quando abbiamo evacuato il Palazzo residenziale e ci siamo trasferiti sull’altra sponda del Sunzha, Maskhadov ha guadagnato un po’ di tempo per preparare nuove posizioni difensive. Il fronte di battaglia divenne più chiaramente definito ed il coordinamento fu implementato. Grazie a questo fummo in grado di evacuare la città il 23 Febbraio in modo organizzato.

Combattenti ceceni armati di lanciagranate prima di dirigersi verso la zona di combattimento, 13 dicembre 1994 – Misha Japaridze / AP

Dopo la caduta di Grozny

Durante la battaglia per Grozny Shamil Basaev era il comandante della guarnigione di Grozny. Andò personalmente a raccogliere tutte le unità rimanenti che ancora difendevano Grozny e le ha portate fuori dalla città in direzione di Goity, dove furono divise. Una parte andò a sud – ovest a formare il Fronte Sud – Occidentale, l’altra si diresse verso Argun. In quel momento accesi combattimenti si stavano svolgendo sia dentro che intorno ad Argun. Oggi le persone spesso dimenticano che lo stesso tipo di combattimenti di svolgeva ad Argun durante la maggior parte della Battaglia per Grozny. Lo Stato Maggiore si spostò nella fabbrica “Krasnyi Molot”. Non riuscii a capire come mai il più alto edificio della Cecenia fu selezionato come Quartier Generale.

Le diverse fasi della guerra

  1. Guerra di posizione

Dalla fine di Febbraio ad approssimativamente il 10 Maggio 1995 si svolse una fase di guerra convenzionale di posizione. Durante questo periodo affrontammo nuove difficoltà: per varie ragioni le nostre forze stazionavano approssimativamente ad un chilometro dalle città, dai villaggi e dalle aree popolate. I russi hanno deliberatamente bombardato oltre le posizioni delle nostre forze direttamente sui villaggi. Pertanto la popolazione dei villaggi vedeva la presenza delle nostre forze come una minaccia alla loro sicurezza ed esercitava pressioni affinché queste se ne andassero. I russi usavano questa tattica al massimo, sebbene questa non portasse effetti in ogni occasione. Più tardi i comandanti divennero più decisi nei confronti dei civili, i quali temettero maggiormente di opporsi a loro.

Dal Marzo del 1995 all’inizio di Maggio i russi non si impegnarono in combattimenti di linea. Eravamo sottoposti ad un costante bombardamento di artiglieria. I loro carri armati erano sparpagliati di fronte alle nostre linee, li vedevamo chiaramente, ed ogni giorno, sempre alla stessa ora, iniziavano a sparare. Dovemmo scavare trincee. Talvolta in una scarica di artiglieria potevamo perdere tra gli 8 ed i 12 uomini. Queste erano perdite terribilmente pesanti per noi.  La situazione era la stessa sul Fronte Centrale e sul Fronte Sud – Occidentale. Ma la presenza delle nostre forze tuttavia rallentava l’avanzata russa.  A causa della mancanza di combattimenti ravvicinati, soffrimmo più perdite durante quel periodo che in qualsiasi altro momento della guerra.

  • Combattimenti nelle montagne – Vedeno

La fase successiva ha visto i combattimenti nelle zone di media montagna. Due settimane prima di ritirarci da Vedeno, i russi iniziarono a ripulire la catena montuosa boscosa usando l’aviazione e l’artiglieria a lungo raggio. Io ero diretto a Vedeno ed in una settimana vedemmo i russi catturare tre importanti villaggi: Nozhay – Yurt, Vedeno e Shatoy.  In precedenza, avevo sempre pensato che Vedeno potesse essere facilmente difesa per dieci anni. La gola stretta, che conduce a Vedeno, rendeva ardua l’avanzata dei carri armati. Shamil Basayev aveva organizzato un’efficace difesa sulle alture sopra la gola. “Difesa efficace” può sembrare pomposo – ciò significava che avevamo qualche bocca da fuoco calibro 12,7 o 14,5 con 4 o 5 nastri di munizioni. Ma a volta erano sufficienti a spaventare l’aereonautica russa.

Artiglieria federale bombarda posizioni separatiste durante la Prima Guerra Cecena

Ciò che è successo dopo fu questo: quando la strada tra Shali e Shatoy fu tagliata usammo un percorso tra Shatoy e Vedeno, che costeggiava un alveo, passava il villaggio di Selmentausen fino ad Ulus Kert. Era lunga all’incirca 8 chilometri. Era sufficiente sistemare 2 o 3 lanciagranate lungo quella strada per fermare i russi. Ma in qualche modo durante i due o tre mesi di guerra di posizione il nostro Comando dimenticò di proteggere quella strada. Anche il fronte di Agishty ed il Fronte Sud – Occidentale lasciarono l’area incustodita. I russi erano posizionati dentro il cimitero di Duba Yurt. Con l’aiuto di collaboratori di Duba Yurt sono riusciti ad avanzare fino a Selmentausen e Makhkety. Maskhadov lanciò tutte le forze che avevamo disponibili nel tentativo di fermare l’offensiva russa su Selmentausen, incluso il Battaglione di Naursk, che era dislocato sul Fronte di Nozhai – Yurt. Ma l’offensiva era troppo forte, con il supporto dell’aviazione e dell’artiglieria a lungo raggio ed il fronte di Vedeno troppo debole. Ci fu un’ulteriore difficoltà: la fanteria Russa si era dispersa nella foresta ed è praticamente impossibile combattere un nemico in una foresta. Quando ci ritirammo da Vedeno i russi erano riusciti a portare la loro artiglieria a lungo raggio ad Elistanzhi ed i loro carri armati erano sparpagliati sulla catena montuosa sopra Tsa – Vedeno. Stavano sparando sopra le nostre teste in direzione di Kharachoy.

Il vantaggio dei russi durante questa offensiva era dovuto al fatto che loro possedevano buone mappe, mentre noi non ne avevamo praticamente nessuna a parte quelle prese agli ufficiali russi catturati, e che usavano i servizi dei traditori ceceni che li guidavano su piccoli sentieri di montagna poco conosciuti. Dopo che avemmo abbandonato Vedeno, i combattimenti continuarono per quattro giorni a Serzhen Yurt.  I comandanti a Serzhen Yurt erano uomini di  Shamil Basayev. Tra il 10 Maggio ed il 4 Giugno respinsero una media di 5 o 6 attacchi russi al giorno. Erano pochi contro il Reggimento Totsky ed il 56° Reggimento. Il solo 25 Maggio contai che l’aviazione russa aveva portato a termine 425 missioni su Serzhen Yurt. Conosci gli eventi dopo che lasciammo Vedeno – il raid di Shamil Basayev seguito dal periodo di negoziazione durante il quale le nostre unità riuscirono a raggrupparsi e ad infiltrarsi dietro al nemico. Quando i negoziati fallirono le nostre unità erano pronte a combattere di nuovo.

L’aviazione

Talvolta avevamo l’impressione che i piloti russi agissero attenendosi rigorosamente agli ordini. Gli aerei volavano, trovavano un luogo conveniente sul quale rovesciare le loro bombe ed i loro missili, e continuavano a bombardare lo stesso posto per tutto il giorno con il risultato che noi potevamo muoverci in sicurezza aggirando quella particolare area. Tuttavia, quando i russi hanno avuto il sopravvento, quando noi ci stavamo ritirando circondati da colonne di rifugiati civili, i piloti divennero più audaci e pericolosi.  Cominciarono a cacciare, inseguendo auto, autobus e motociclette. Rispetto agli elicotteri: durante il periodo della guerra di posizione, i nostri uomini erano spesso in grado di muoversi di notte con i DShKh o altro equipaggiamento di calibro 12,7 o 14,5 nella terra di nessuno tra le due linee del fronte. Queste armi erano efficaci contro gli elicotteri. Così siamo stati in grado di abbattere gli elicotteri praticamente dalle posizioni russe. Tuttavia queste erano occasioni rare. I piloti di elicotteri erano abbastanza audaci all’inizio della guerra, ma dopo che i nostri uomini ebbero avuto qualche successo con loro, essi iniziarono a cedere al panico ed a sparare in tutte le direzioni, incluse le loro stesse posizioni.

Un elicottero da combattimento russo sorvola i resti della flotta aerea civile cecena, distrutta al suolo durante le prime fasi dell’invasione.

Pattuglie

I russi non potevano permettersi di pattugliare nel modo in cui intendete in Occidente. Di norma, la notte, loro potevano soltanto proteggere sé stessi o il loro accampamento. Durante il giorno loro provavano a sminare varie aree, condurre operazioni di pulizia (zachistka) ed il controllo dei passaporti, sempre con il supporto degli APC. Di norma i loro raid erano diretti contro la popolazione civile e non la resistenza. Di notte loro tornavano alle loro basi e non poteva fregar loro di meno riguardo quello che succedeva oltre i preimetri del loro campo. Durante l’offensiva contro Grozny il 6 Marzo 1996, le unità russe non giunsero in soccorso l’una dell’altra neanche quanto potevano vedere cosa stava succedendo vicino a loro. Unità dell’MVD (milizia armata del Ministero degli Interni, ndr.) e del Ministero della Difesa non si aiutavano a vicenda per questione di principio.

Relazioni russo – cecene

Le nostre relazioni con i russi erano strane. I nostri operatori radio parlavano frequentemente con le loro controparti russe. A volte correvano rapporti amichevoli con operatori russi, i quali ci hanno preavvisato dell’imminenza di attacchi aerei o di artiglieria. Ho parlato spesso alla radio con operatori e funzionari russi, nella mia veste di addetto alle relazioni di Maskhadov ed ho avuto l’impressione che loro non capissero perché erano stati mandati in Cecenia. Loro non avevano idea di cosa rappresentasse la Cecenia, di chi fossero i ceceni, di quali tradizioni avessero, di cosa volessero i ceceni. Un uomo con cui ho parlato mi ha detto che era venuto a combattere in Cecenia per impedire alla Cina di attaccare la Russia.

Durante il periodo dei negoziati i soldati russi volevano delle foto con i luogotenenti di Maskhadov. CI fermarono con Hussein (Iskhanov, ndr.). Li lasciammo fare le fotografie e chiacchierammo con il loro ufficiale che aveva studiato nel mio stesso istituto. Avevamo avuto gli stessi insegnanti, le stesse conoscenze. Tuttavia i semi crudeli di una guerra etnica erano lì – per 70 anni siamo stati costretti ad abbracciare i russi nel nome dell’amore fraterno internazionalista. Il risultato di tale coazione era l’odio. Ora avevamo un’opportunità per rimediare, conoscendo le debolezze dell’altra parte. Fu allora che la guerra divenne crudele. Sebbene i russi non capissero le nostre motivazioni, loro sapevano come ferirci maggiormente, ad esempio quando costringevano la nostra gente a comprare i corpi dei nostri morti. Purtroppo oggi molti ceceni si sono dimostrati essi stessi degni allievi dei russi. I russi erano all’origine di fenomeni come la “tratta degli schiavi” ed i rapimenti per riscatto.

La maggioranza della popolazione russa di Grozny era felice dell’arrivo dell’esercito russo. Il periodo tra il 1991 ed il 1994 fu duro per loro. Dal giorno alla notte avevano perso lo status di nazione favorita e dominante. Loro credevano che i generali russi si sarebbero presi cura di loro ed avrebbero distribuito cibo. Ma quando le truppe russe giunsero queste erano di solito ubriache e non si fregavano molto del fatto che le persone che uccidevano fossero russi o ceceni.  Quando la barbarie del contingente russo divenne evidente, loro (i russi di Grozny, ndr) divennero disillusi. Alcuni russi combatterono dalla nostra parte, ma la maggioranza fu pronta a cooperare con le forze d’invasione.Le forze russe non tentarono di usare la popolazione russa per il lavoro di intelligence e di informazione. Loro sapevano che i russi locali non potevano permettersi di sollevare i sospetti dei ceceni. Hanno preferito usare i ceceni. Lo hanno fatto piuttosto bene, almeno all’inizio della guerra. Più tardi le persone divennero più sospettose verso i traditori, talvolta eccessivamente – certe persone potevano essere erroneamente accusate al minimo dubbio.

Militari russi festeggiano davanti alle rovine del Palazzo Presidenziale

Lezioni di guerra

La guerra fu intensa e dinamica. Se uno confrontasse i mezzi e le risorse russi– munizioni, armi, trasporti, rifornimenti medici e via dicendo, rispetto alle nostre, i nostri rifornimento ammonterebbero a quelli di un reggimento motorizzato russo (motostrelkovyi). Eravamo degli straccioni rispetto ai russi. Immagina un battaglione russo supportato da 5 o 6 carri ed APC, artiglieria ed un paio di elicotteri. Anche quando posizionato su un terreno aperto poteva impedirci di avvicinarci a meno di 1,5 km. Di notte avevano sistemi di illuminazione intorno alle loro posizioni ed attrezzature per la visione notturna. Le nostre armi più potenti, i lanciagranate, avevano una portata di 400 metri. Quella era la principale forza dei russi. La lezione che ho acquisito fu che era più facile combattere i russi quando questi erano in movimento o quando stavano avanzando. Non appena iniziavano a trincerarsi era molto più difficile attaccarli e batterli.

Nelle aree urbane era molto più facile affrontare i russi. La loro mancanza di coordinamento, dovuta a due sistemi di comando, quello del Ministero degli Interni e quello del Ministero della Difesa e la loro reciproca avversione giovavano in nostro favore. Avevamo un altro vantaggio: per tutti i ceceni che avevano prestato servizio nell’esercito sovietico i russi erano totalmente prevedibili. Con testardaggine il comando russo ha provato ad applicare le regole di combattimento delle forze di terra convenzionali. In questa guerra, queste tattiche non furono applicate. Come ha specificato Mumadi Saidaev, il fronte e la linea del fronte non significavano niente per noi. Il nostro obiettivo era semplice: avevamo un nemico; esso doveva essere trovato, inseguito e ucciso. Ecco perché le colonne russe in marcia erano particolarmente vulnerabili anche quando avevano supporto aereo. Un altro fattore ha contribuito alla scarsa performance delle truppe russe – il fatto che con alcune eccezioni come la Brigata Maikop ed il Reggimento Samarski, la maggior parte delle unità erano di nuova formazione (svodnye chasti) per il servizio in Cecenia. AI reggimenti in giro per le Federazione Russa fu chiesto di fornire soldati per il servizio in Cecenia. Naturalmente questi reggimenti hanno cercato di sbarazzarsi dei loro elementi peggiori. In alcuni casi le nuove formazioni non avevano neanche nomi e numeri proprio. I prigionieri di guerra avevano spesso documenti riguardanti le unità lasciate prima dell’11 Dicembre 1994, ma nessuna menzione riguardo alle nuove unità cui si erano uniti. Questo fu un modo per i russi di nascondere le loro vittime. Quando un soldato lasciava la sua unità, semplicemente “scompariva” dal punto di vista della contabilità dell’esercito russo – non è stata tenuta traccia di dove fosse andato.

I resti di un APC distrutto durante i combattimenti. A terra giacciono i cadaveri dei militari che lo occupavano.