GLI AMBASCIATORI DI ICHKERIA – prima parte

LA POLITICA ESTERA DELLA CHRI TRA IL 1991 ED IL 1999

PRIMA PARTE: DAL 1991 AL 1993

La Repubblica Cecena di Ichkeria non fu mai riconosciuta da nessun governo del mondo, fatta eccezione, per l’Emirato Islamico dell’Afghanistan. Tuttavia i suoi presidenti, ministri degli esteri e rappresentanti affrontarono spesso visite, viaggi privati e relazioni epistolari con i rappresentanti di molti Stati, nel tentativo di ottenere riconoscimento, appoggi politici, finanziari e militari. Quello che segue è un resoconto delle attività diplomatiche “ufficiali” portate avanti dalla ChRI tra il 1991 ed il 1999.  

Zviad Gamsakhurdia partecipa ad una riunione del Parlamento della Repubblica Cecena nel 1992. Da destra: Hussein Akhmadov, Presidente del Parlamento, Bektimar Mezhidov, Vicepresidente, Dzhokhar Dudaev, Presidente della Repubblica, Yusup Soslambekov, Presidente della Commissione Parlamentare Affari Esteri, ed il già citato Gamsakhurdia.

LA “CASA CAUCASICA”

All’indomani della Dichiarazione di Indipendenza, il governo provvisorio del Generale Dudaev stilò una lista di obiettivi programmatici, all’interno della quale erano ben presenti gli obiettivi di politica estera della nuova Repubblica:

Politica estera: Rafforzare i diritti sovrani di una repubblica cecena libera, indipendente e democratica. Sviluppo dei processi di integrazione nell’economia con la Russia e le altre repubbliche sulla base di una cooperazione reciprocamente vantaggiosa. Rafforzare l’amicizia, la pace ed il buon vicinato con i popoli delle repubbliche vicine. Stabilire la neutralità, la non partecipazione a blocchi militari, le alleanze dirette con tutti i paesi, ad eccezione degli stati governati da regimi antipopolari.

L’idea era quella di presentare la secessione cecena come un fatto geopoliticamente non pericoloso per la Russia. A ribadire questo concetto nel Gennaio 1992 Dudaev emise una dichiarazione congiunta con il Parlamento nella quale si diceva:

“Dichiariamo la nostra disponibilità ad aderire a qualsiasi Commonwealth regionale o espressione dell’intera ex Unione Sovietica a parità di condizione, e la nostra determinazione a promuovere processi di integrazione basati su di essi. […] La Repubblica cecena non parteciperà a nessuna alleanza militare ed accordo di natura aggressiva, ma si riserva il diritto di utilizzare tutti i mezzi riconosciuti dal diritto internazionale per proteggere la propria sovranità ed integrità territoriale. […] La Repubblica non ricorrerà all’uso della forza o alla minaccia del suo uso contro altri stati. […] invita tutti gli Stati e le repubbliche dell’ex Unione a riconoscere la sovranità della Repubblica Cecena […] dichiara di riconoscere la sovranità statale di tutte le repubbliche in conformità con le norme del diritto internazionale.”

Tale impostazione fu ribadita nel Febbraio del 1992, alla promulgazione della Costituzione della Repubblica, pur con alcune, interessanti, differenze. L’articolo 6 citava testualmente:

Nella sua politica estera la Repubblica Cecena, pur rispettando i diritti e la libertà dei popoli, è guidata dai principi e dalle norme del diritto internazionale generalmente riconosciuti. Si sforza per un mondo universale e giusto basato sui valori umani universali; per una cooperazione stretta, professionale e reciprocamente vantaggiosa con tutti i paesi […] La Repubblica Cecena può entrare in organizzazioni internazionali, sistemi di sicurezza collettiva, formazioni interstatali.

Rispetto alle proposte programmatiche di Dudaev, sottoscritte in un contesto nel quale era essenziale ribadire la non pericolosità della secessione cecena rispetto alla nascente Federazione Russa, la Costituzione sanciva il diritto della Repubblica Cecena a portare avanti una politica estera autonoma e, se necessario, indipendente dalle scelte della Russia. Tale differenza non si allineava soltanto alle prerogative dello Stato indipendente immaginato dal Parlamento, ma anche al progetto politico di Dudaev di allontanare il più possibile dalla Russia non soltanto la Cecenia, ma tutto il Caucaso.

Dudaev credeva fortemente in un Caucaso indipendente, e voleva che l’indipendenza cecena innescasse una reazione a catena tale da costringere Mosca alla trattativa. In questo senso aveva sostenuto con passione il nazionalismo georgiano, ed aveva stretto un’alleanza personale con Zviad Gamsakhurdia, primo leader della Georgia indipendente. Dello stesso avviso, a vario titolo, erano molti altri pensatori politici del Caucaso, che fin dal 1989 avevano impostato una piattaforma politica che portasse avanti l’idea di una Confederazione dei Popoli del Caucaso. Il loro riferimento principale era alla Repubblica della Montagna, istituita nel 1918 all’indomani della Rivoluzione Bolscevica. In un’intervista rilasciata al quotidiano turco Zaman, Dudaev confidò:

“Il mio piano prevede la creazione di un’unione dei paesi del Caucaso diretta contro l’imperialismo russo, il che significa un Caucaso unito. Il nostro obiettivo principale è quello di ottenere l’indipendenza e la liberazione, agendo insieme con le altre repubbliche del Caucaso che sono state oppresse dalla Russia nel corso di trecento anni.”

Tra il 1992 ed il 1994 Dudaev tentò di concretizzare questa ambizione, la quale tuttavia fu sempre frustrata dallo strisciante attrito interetnico che caratterizzava il Cuacaso post – sovietico. In quei due anni, infatti, si consumarono numerosi conflitti politici, talvolta sfociati in vere e proprie guerre, tra molti dei popoli della regione (la Guerra di Secessione dell’Abkhazia, la Guerra del Nagorno  – Karabakh in Azerbaijan e la Guerra Osseto  – Inguscia, solo per citare i conflitti più caldi). L’unico vero “supporter” della visione di Dudaev, Gamsakhurdia, fu rovesciato da un colpo di Stato alla fine del 1991 e costretto all’esilio proprio in Cecenia. In quel frangente Dudaev mise a disposizione del decaduto presidente georgiano il suo aereo personale, andandolo a recuperare in Armenia ed ospitandolo nella sua abitazione fino al 1993.

Ziad Gamsakhurdia e Dzhokhar Dudaev posano insieme

Naufragato il proposito di costituire un’alleanza informale con Georgia ed Azerbaijan (entrambe, come abbiamo visto, alle prese con sanguinosi conflitti interni) Dudaev si rivolse alle repubbliche autonome del Caucaso Settentrionale (Daghestan, Cabardino – Balcaria, Circassia, Adygea) all’interno delle quali esisteva una forte componente nazionalista che mal tollerava la sudditanza a Mosca. Nel Luglio 1992 il presidente ceceno percorse il Caucaso Settentrionale in lungo e in largo, concludendo il suo ciclo di apparizioni al Congresso Nazionale del Popolo Karachai, al quale promise “tutta l’assistenza necessaria” nella lotta “per la tanto attesa libertà”. Anche il giro propagandistico in Nord Caucaso, comunque, non produsse risultati tangibili. I nazionalisti locali si riunirono effettivamente in un’associazione pancaucasica (La Confederazione dei Popoli della Montagna del Caucaso) ma non riuscirono a tradurre i loro propositi in un’azione politica sufficiente a provocare una secessione delle loro repubbliche dalla Russia. Fu così che anche questo secondo progetto geopolitico di Dudaev finì per dissolversi lentamente.  

IL GRAN TOUR DI DUDAEV

Mentre tentava di compattare un fronte pan  – caucasico in funzione antirussa, Dudaev cercava sponde anche dai governi occidentali, tradizionalmente antisovietici (e quindi, per estensione, diffidenti verso la Russia) e dai paesi mediorientali, islamici come la Cecenia. Nell’Agosto del 1992 il Presidente ceceno iniziò quindi un “gran tour” di visite internazionali, a cominciare da Kuwait ed Arabia Saudita. I Sovrani di questi due paesi (il re saudita Fahd e l’Emiro kuwaitiano Jaber – Al – Sabah) avevano espresso il loro desidero di incontrare Dudaev, e questi prese la palla al balzo, volando a Riadh e ad Al Kuwait accompagnato dal suo Ministro degli Etseri, Shamsouddin Youssef. La visita fu un successo propagandistico: Dudaev fu accompagnato da Re Fahd a La Mecca, visitò il Santuario della Kaaba e si intrattenne in lunghi colloqui, durante i quali potè interloquire anche con il Presidente della Repubblica Albanese, Sali Berisha, e con il Ministro degli Affari Esteri della Bosnia Herzegovina, Haris Silajdic. Anche in Kuwait Dudaev fu accolto con tutti gli onori: per lui venne organizzato un ricco ricevimento alla presenza di oltre settanta ambasciatori stranieri, durante il quale potè intrattenersi con molti di questi. Il Presidente ceceno abbozzò anche la proposta di un riconoscimento ufficiale da parte dei due paesi del Golfo, ma i due sovrani risposero di non essere pronti a scatenare un “affaire” internazionale che danneggiasse i loro rapporti con la Russia, e rimandarono la questione ad un “non lontano futuro”.

Dzhokhar Dudaev stringe la mano agli ambasciatori stranieri in occasione del Gala organizzato dall’Emiro del Kuwait nell’Agosto del 1992

Dal Kuwait il Capo dello Stato ceceno si diresse in Turchia, e da qui visitò un altro stato “de facto”, la Repubblica di Cipro del Nord. Da qui si diresse in Siria, poi in Giordania e infine, raccolto l’invito del Ministro degli Esteri Bosniaco, conosciuto in Arabia Saudita poche settimane prima, giunse a Sarajevo.

Qui Dudaev rischiò seriamente di essere arrestato. Atterrato all’aereoporto cittadino su un aereo carico di funzionari armati, il Presidente venne trattenuto dai Caschi Blu dell’ONU che presidiavano la struttura, i quali non avevano ricevuto alcuna comunicazione dal governo russo e sospettavano che il presidente di quella repubblica non riconosciuta da nessuno stesse in realtà contrabbandando armi illegalmente. Secondo quanto riportato da alcuni funzionari russi anni più tardi, fu una telefonata dello stesso presidente russo, Boris Eltsin, a risolvere l’impasse ed a permettere a Dudaev di completare in sicurezza la sua visita a Sarajevo. Rientrato in patria, il leader separatista fece tappa in Azerbaijian, dove da pochi mesi si era insediato il presidente Abulfaz Elchibey. L’accoglienza nel paese azero, da sempre vicino alla Cecenia per ragioni principalmente religiose, fu ottima e calorosa. Elchibey si spese per cercare di costruire una rete di contatti con la nascenti forze armate, oltre che perorare la causa pancaucasica di Dudaev presso il nuovo presidente georgiano succeduto a Gamsakhurdia, Eduard Shevardnadze. I rapporti amichevoli tra Dudaev ed Elchibey sarebbero stati cruciali per garantire supporto economico e militare ai secessionisti ceceni durante l’invasione russa del 1994 – 1996.

Eduard Khachukayev, Sir Gerrard Neale, Berkan Yashar, Dzhokhar Dudayev, MP Den Dover, Shamsuddin Yousef sulla terrazza della House of Commons a Londra, ottobre 1992

© Gall C. & Waal T. de. 
Cecenia. 
Una piccola guerra vittoriosa. 
Londra: libri Pan, 1997

Nell’Ottobre del 1992 Dudaev decise di intraprendere un secondo giro di visite, stavolta in Occidente. A metà del mese giunse negli Stati Uniti accompagnato dal Vicepresidente del Gabinetto dei Ministri Mayrbek Mugadaev, e dal Sindaco di Grozny Bislan Gantamirov, riuscendo a tenere colloqui con l’allora candidato democratico alla Presidenza, Bill Clinton, e con il Segretario delle Nazioni Unite, Boutros Ghali. Al rientro dagli USA la delegazione cecena si fermò a Londra, dove intrattenne colloqui con alcuni deputati della Camera dei Comuni. Anche questo mini – tour anglosassone, pur fruttando a Dudaev un discreto successo mediatico, non produsse il tanto sperato riconoscimento della Cecenia da parte delle potenze occidentali. Il paese rimase una repubblica “de facto” priva di riconoscimento internazionale, politicamente isolata e in costante rischio di essere dissolta d’imperio dalla Russia.

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