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“LA PRIMA BATTAGLIA PERDUTA”: 19/01/1995 – LA PRESA DEL SOVMIN

Tra il 10 ed il 19 Gennaio 1995 nel pieno della Battaglia per Grozny, le truppe federali lanciarono un violento assalto all’edificio dell’ex Consiglio dei Ministri dell’era sovietica, a quel tempo sede del Parlamento le forze separatiste difesero l’edificio per 9 giorni, combattendo piano per piano, stanza per stanza. La presa del “Sovmin” fu la prima vera “vittoria” dell’esercito federale, e portò al ritiro dei dudaeviti sulla sponda destra del Sunzha. Quì la battaglia sarebbe durata altri due mesi, prima che le unità agli ordini di Maskhadov si ritirasssero definitivamente dalla capitale.

IL SOVMIN

Costruito agli inizi del XX Secolo per ospitare il Grand Hotel della capitale, il SOVMIN era un elegante edificio di quattro piani che si ergeva nel pieno centro di Grozny. Dopo aver ospitato l’illustre struttura ricettiva, allo scoppio della Rivoluzione d’Ottobre fu occupato dai bolscevichi, i quali vi installarono il loro quartier generale. Da qui il comando locale dell’Armata Rossa diresse la difesa della città dagli assalti dell’Esercito Cosacco del Terek, tra l’Agosto e il Novembre 1918 (la cosiddetta “Battaglia dei cento giorni”. Con la vittoria dei rivoluzionari sulle armate bianche il palazzo fu trasformato nella sede del potere esecutivo locale, il Consiglio dei Ministri della neonata Repubblica Socialista Sovietica Autonoma Ceceno . Inguscia, assumendo il nome comune di “SovMin”.

Il SOVMIN in una foto del 1952

Nel Novembre del 1991, allo scoppio della Rivoluzione Cecena, il Parlamento appena uscito dalle elezioni popolari del 27 Ottobre si installò nella struttura, designandola come la sede permanente dell’assemblea. A quel tempo il quartiere amministrativo della città di era espanso, con la costruzione di numerosi edifici ministeriali e di polizia, oltre che del celebre “Palazzo Presidenziale” (in origine sede del Comitato Regionale del PCUS, il cosiddetto “Reskom”), ed il Parlamento si trovò così a pochi passi dal Palazzo dove aveva preso residenza il Presidente della Repubblica, Dzhokhar Dudaev.

L’ASSALTO A GROZNY

Il 11 Dicembre 1991 l’esercito federale entrò in Cecenia per porre fine all’indipendenza della repubblica, considerata un’organizzazione illegittima governata da bande armate illegali. L’esercito russo penetrò con difficoltà nel territorio ceceno, ed approcciò un attacco alla capitale secondo uno schema militare poco efficace, nella convinzione che il semplice “mostrare i muscoli” sarebbe stato sufficiente a far arrendere i secessionisti. L’attacco, svoltosi tra il 31 Dicembre 1991 ed il 1 Gennaio 1992 (il cosiddetto “Assalto di Capodanno”) fu un totale fiasco, e le forze federali dovettero procedere ad occupare la città combattendo casa per casa.

Uno dei cardini della difesa cecena nel quartiere centrale era proprio il Sovmin, che con la sua imponente struttura e la sua posizione a pochi passi dal Palazzo Presidenziale (fulcro del sistema difensivo separatista) era una posizione chiave per qualsiasi attacco che volesse respingere i separatisti oltre la riva destra del Sunzha. Le unità di Maskhadov (reparti della Guardia Presidenziale oltre ad elementi militarizzati del Servizio di Sicurezza di Stato ed altre milizie volontarie) erano asserragliate all’ultimo piano dell’edificio e nel seminterrato. Da queste due posizioni potevano agevolmente controllare l’avanzata dei reparti russi, tenere a distanza la fanteria e colpire i mezzi blindati che si avvicinavano alla piazza antistante l’edificio. I rifornimenti erano assicurati dal vicinissimo Quartier Generale dell’esercito separatista, situato nel seminterrato del Palazzo Presidenziale.

A sinistra il SOVMIN. Dietro a questo l’Istituto Petrolifero, dalla cui vetta era possibile tenere sotto tiro la sede del Parlamento.

I primi tentativi dell’esercito federale di raggiungere il Sovmin furono frustrati dalla rabbiosa reazione dei difensori, i quali riuscirono a tenere a distanza i reparti d’assalto russi fino dal 1° al 12 Gennaio. Nella notte tra il 12 ed il 13 un reparto di paracadutisti della 98a Divisione Aviostrasportata riuscì a raggiungere la base dell’edificio, dopo che l’artiglieria aveva martellato il piazzale antistante per tutta la giornata precedente, impedendo l’arrivo di rinforzi e munizioni alla guarnigione assediata. Alle 5:30 del mattino i paracadutisti riuscirono a penetrare nell’edificio, ma i separatisti reagirono con prontezza, riuscendo a bloccare l’assalto ed a procurare numerose perdite agli attaccanti, tra morti e feriti. Contemporaneamente i ceceni chiamavano a raccolta tutte le unità disponibili a difesa della posizione.

Dalla tarda mattinata del 13 Gennaio iniziarono ad affluire consistenti reparti corazzati a supporto dell’azione della fanteria, nel frattempo sostenuta dall’arrivo di reparti di fanteria di marina del 33° Reggimento. Le unità separatiste accorse in supporto ai difensori lanciarono violenti contrattacchi per tutto il giorno, e per buona parte di quello successivo, distruggendo numerosi veicoli blindati e martoriando le unità di fanteria con un costante tiro di mortaio. Gli scontri continuarono fino al 19 Gennaio, con i paracadutisti ed i fanti di marina russi asserragliati ai piani bassi dell’edificio ed i dudaeviti che ne controllavano i piani alti, mentre tutto introno i difensori tentavano di respingere gli attaccanti combattendo casa per casa. Lo scontro raggiunse livelli di violenza tali che a molti coscritti russi saltarono i nervi. Nel suo rapporto il Tenente Colonnello Victor Pavlov, vicecomandante del 33° Reggimento di fanti di marina scrive:

“… Il personale del gruppo d’assalto, che teneva la difesa al Consiglio dei ministri, dopo il raid della nostra aviazione e le perdite subite dalla nostra aviazione, si è rivolto al comandante del gruppo, il maggiore Cherevashenko, chiedendo di lasciare la posizione […]. Con enormi sforzi il maggiore Cherevashenko riuscì a impedirlo … I soldati giacevano negli scantinati del Consiglio dei ministri, non mangiavano né bevevano, si rifiutavano persino di portare fuori i loro compagni feriti. Ci sono stati casi di esaurimenti psicologici e capricci tra i soldati. Quindi, il soldato G … ha dichiarato che non poteva più tollerare una situazione del genere e ha minacciato di sparare a tutti. […].”

LA PRESA DEL PALAZZO

Anche nel campo ceceno, tuttavia, la situazione iniziava a degenerare, e gli imponenti bombardamenti di artiglieria federali, accompagnati ora da un preciso tiro con armi a corto raggio installate nei palazzi vicini ormai caduti nelle mani dei federali (l’Hotel Kavkaz, adiacente al Sovmin, l’Edificio dell’Istituto Petrolifero, la cui vetta dominava la piazza antistante il palazzo, e l’Ispettorato di Polizia Fiscale, sul lato est).

La foto mostra il centro di Grozny subito fopo la fine della battaglia. La freccia a sinistra indica il Palazzo Presidenziale, quella a destra le rovine del Sovmin.

Il 16 gennaio alle 5.20, quando il Consiglio dei Ministri era quasi completamente occupato dalle unità del raggruppamento del generale Rokhlin, Ruslan Gelayev (nominativo di chiamata Angel-1) parlò a Maskhadov (indicativo di chiamata Cyclone):

5.20 Angel-1 – Ciclone: “Ci sono dei codardi. Non sono andati alla Camera del Parlamento. Devono essere fucilati. “

Alle 5.45 Ciclone – Pantera: “Questa è la nostra prima battaglia persa” .

La sera del 18 Gennaio, quando ormai anche il Palazzo Presidenziale era in procinto di cadere e Maskhadov ne aveva già ordinato l’evacuazione, il grosso dei difensori si ritirò dai ruderi della struttura, ormai ridotta ad un cumulo di macerie. Una piccola retroguardia abbandonò l’edificio la mattina seguente, lasciando i mano russa un campo di battaglia crivellato di proiettili.

L’ASSALTO DI NOVEMBRE RACCONTATO DA DALKHAN KHOZHAEV

L’INTELLETTUALE COMBATTENTE

Dalkhan Abdulazizovich Khozhaev è una figura molto particolare nel novero della classe dirigente della Repubblica Cecena di Ichkeria. Nato il 18 Aprile 1961 a Grozny, i suoi genitori erano nativi di Novye Atagi. Laureatosi nel 1983 presso la facoltà di storia dell’Università Statale Ceceno – Inguscia, fu tra i promotori del Congresso Nazionale Ceceno, entrando a far parte del Comitato Esecutivo fin dall’Agosto del 1990 (secondo alcuni testimoni lui stesso avrebbe disegnato la bandiera ufficiale del Congresso, dalla quale sarebbe scaturita la bandiera nazionale della ChRI).  La sua produzione letteraria fu interamente dedicata alla storia del popolo ceceno. Fu compilatore della raccolta “Living Memory”  sulle vittime delle repressioni staliniste nella RSSA Ceceno – Inguscia (pubblicata a Grozny nel 1991) autore di numerosi articoli sui popoli del Caucaso ed autore del popolare lavoro scientifico “I ceceni nella Guerra Russo – Caucasica” (pubblicato a Grozny nel 1998). Tra il 1991 ed il 1994 sovrintese alla cura ed allo sviluppo degli Archivi di Stato, giungendo ad occupare una posizione stabile nel Gabinetto del Consiglio dei Ministri di Dudaev. Allo scoppio della Prima Guerra Cecena si arruolò al seguito di Ruslan Gelayev, guidando un distaccamento armato inquadrato nel Fronte Sud – Occidentale agli ordini di Akhmed Zakayev, guadagnandosi il “Qoman Siy” (“Onore della Nazione”) uno dei più alti riconoscimenti al merito militare della ChRI.

Dalkhan Khozaev

Tornato alla vita civile alla fine della guerra, sovrintese alla ricostruzione dell’Archivio di Stato, pesantemente danneggiato durante la guerra, sotto i governi Maskhadov e Basayev. Allo scoppio della Seconda Guerra Cecena tornò al comando della sua unità sotto Gelayev. Combatté tutte le principali battaglie della guerra, compresa quella di Komsomolskoye, durante la quale la brigata di Gelayev venne quasi completamente distrutta. Dopo il ritiro di Gelayev dal servizio attivo Gelayev si ritirò presso il villaggio di Valerik, dove il 26 Luglio 2000 un cecchino lo centrò mentre riposava in un’abitazione privata. La sua morte non fu rivendicata dai Servizi di Sicurezza Federali, i quali accusarono uomini al Comandante di Campo Arbi Baraev, da tempo in conflitto con Gelayev.

L’intervista che segue è apparsa nel Giugno 1999 sul “Small Wars Journal”.

LA PRIMA BATTAGLIA PER GROZNY – 26 NOVEMBRE 1994

Sono stato coinvolto per la prima volta nei combattimenti contro l’opposizione a Dudaev, in particolare contro Ruslan Labazanov. Gli scontri iniziarono il 12 Giugno 1994, Giorno dell’Indipendenza Russa, ed il 13 Giugno ci scontrammo con le sue unità. Non ero aggregato a nessuna struttura militare ma le azioni di Labazanov mi fecero infuriare. Quando gli scontri iniziarono mi unii ad un gruppo di amici per dare una mano. Non presi parte ai successivi scontri a Gekhi, ma i miei amici furono coinvolti. Dopo gli scontri negoziammo con Labazanov e con l’opposizione. Loro avevano promesso che non sarebbero entrati a Grozny, ma sapevamo che l’attacco fosse imminente. Il 26 Novembre il nemico giunse con 42 carri armati ed 8 APC da due direzioni – Alto Terek ed Urus – Martan. Il gruppo di Labazanov attaccò da Petropavlovskaya (Alto Terek). Era una vera e propria forza di intervento, con più di 3000 uomini. C’erano equipaggi russi nei carri armati. Vedemmo due aerei volare sopra di loro ed (alcuni) elicotteri.  Gli elicotteri non volarono sopra la città, rimasero nei sobborghi. Andai a lavorare quella mattina ignare di qualsiasi problema, vidi le sparatorie, controllai chi stesse combattendo ed andai a casa a prendere le mie armi ed un gruppo di amici. Arrivammo al Palazzo Presidenziale. Un carro armato stava bruciando davanti al Palazzo. Apprendemmo che i russi erano coinvolti perché erano stati presi prigionieri. La presenza dei russi ci infiammò – eravamo ansiosi di combatterli. I combattimenti nei pressi del Palazzo Presidenziale si placarono, ma si accesero vicino al palazzo della Sicurezza di Stato. Ci arrivammo intorno a mezzogiorno. Uno dei nostri carri stazionava da quelle parti, sparava e tentava di distruggere un carro nemico.

Il video mostra scene di vita quotidiana a Grozny nell’Ottobre 1994, un mese e mezzo prima che la città fosse ridotta in macerie

L’INCONTRO CON I T – 72

La situazione era totalmente caotica. Nessuno sapeva cosa fare. I nostri volontari e partigiani non avevano mai combattuto prima. Dissi loro di prendere posizione all’altezza di varie strade e di difenderle. Facemmo lo stesso, con il mio gruppo di amici. C’era un piccolo magazzino di proiettili alla Sicurezza di Stato: 2 AGS (?) che lasciammo là perché nessuno sapeva come usarli. C’erano dei lanciagranate ma molti tra di noi li vedevano allora per la prima volta. Chiesi a Magomed Khambiev quale fosse il raggio di tiro dei lanciagranate ma neanche lui lo sapeva! In quel momento i carri armati iniziarono ad avanzare da tutte le direzioni. Se ricordo bene ero in Via Cecenia quando vidi due carri avanzare verso di noi. Avevo 2 granate anticarro. Ne avevo data una ad un altro tizio. Avevamo armi da fuoco automatiche. Lyoma Arsimikov aveva un lanciagranate ma lo aveva prestato a qualcuno che andava in un’altra direzione, con la promessa di riportarlo indietro. Aveva preso due missili. Mi raccomandai con lui che avevamo bisogno del suo lanciagranate perché due carri stavano avanzando verso di noi. Lyoma era un tipo allegro. Rispose: “Non importa, ci occuperemo comunque di loro!”

I carri stavano avanzando in colonna molto lentamente, come se i loro equipaggi fossero spaventati. Il carro di testa ruotava la torretta sparando alle case su entrambi i lati della strada. Mi misi di fronte al carro armato e gridai a Lyoma: “Lancia la tua granata sul primo, io mirerò al secondo!”. Avevamo mandato un altro amico alla ricerca del nostro lanciagranate. La gente camminava ancora per le strade tranquillamente ma potevi vedere i proiettili traccianti ed udire le esplosioni dei missili. Alcuni uomini erano già feriti. Quando il carro giunse più vicino, puntai tutte le mie armi davanti a me, pronte all’uso. Davanti a noi c’era un incrocio. Il carro era evidentemente timoroso di venire colpito dalla via laterale e lo attraversò molto velocemente. In qualche secondo fu davanti a noi. Lyoma lanciò la sua granata ma questa esplose davanti al carro. Quello cambiò rotta e si spostò un poco su un fianco. Poi diresse le sue armi contro di noi. Lyoma urlò: “lancia la tua granata, veloce!” Lanciai la mia granata e colpii il bersaglio. Ma i carri non bruciano velocemente, le fiamme iniziarono a estendersi due o tre minuti più tardi. Un carrista uscì fuori, aveva un giubbotto antiproiettile ma lo uccisi subito. Altri due uscirono fuori e si nascosero dietro al carro. Quando il carro di testa iniziò a bruciare, il secondo carro fece marcia indietro e si ritirò. Se ci avesse attaccato saremmo stati in pericolo. Iniziammo ad urlare ai due uomini di arrendersi. Un altro carro stava imboccando l’incrocio dalla direzione del mercato. Qualcuno era arrivato con un lanciagranate e sparò al carro. Il carro non soffrì danni perché il lanciagranate era troppo vicino – servono almeno 18 metri di spazio per lanciare una granata. Non sapevamo a quel tempo che i lanciagranate fossero inefficaci sulle brevi distanze. Lo capii soltanto due mesi più tardi, quando cominciai ad imparare ed a studiare le armi seriamente. Molti degli uomini quel giorno non lo sapevano. Sparavano coi lanciagranate a brevi distanze e non capivano come mai le granate non attraversassero i carri.

Miliziani separatisti osservano la carcassa di un T – 72 distrutto durante l’Assalto di Novembre

Lyoma corse attraverso la strada con i suo lanciagranate, ingiunse ai 2 russi che si stavano nascondendo “strisciate, vermi!”. Ridemmo. Trascinammo uno dei russi in un cortile. La faccia del russo era lievemente bruciata, puzzava di alcohol. Lyoma lo perquisì, prese la sua pistola, poi gli disse di consegnare il suo coltello. Il russo era terrorizzato, pensando che stessimo per tagliargli la gola. Piagnucolava: “Non fatelo, vi dirò tutto!”. Il nostro gusto nell’acquisire armi come trofei si stava risvegliando tra noi. Corremmo dall’altro soldato per prendere le sue armi. Il soldato stava morendo. Lyoma portò il prigioniero al Quartier Generale. I combattimenti stavano divampando sulla tangenziale, alla stazione ferroviaria, in una strada dopo l’altra. L’opposizione ci sparava addosso da Via Rabochaia. Accorremmo là, e loro si ritirarono. I carri stavano diventando più prudenti nel tentativo di evitarci ma sparavano sulle case circostanti. Un altro carro ci stava di fronte mentre correvamo nella zona di battaglia. Non c’era nessuno dentro, ma noi non lo sapevamo. Non avevamo più granate anticarro. Uno di quelli che non aveva armi mi disse: “dammi una bomba a mano, farò saltare quel carro”. Gli detti una granata, lui si avvicinò al carro, guardò dentro, e solo allora realizzò che non c’era nessuno all’interno.

LA VITTORIA

Ci muovemmo. L’opposizione si era ritirata, lasciando indietro un ferito. Si stava facendo buio. Dissi a Magomed Khambiev che se  non avessimo controllato tutte le strade adesso sarebbe stato più difficile di notte. Dovevamo buttarli fuori da tutte le parti prima di notte. Cinque di noi andarono in Via Rabochaia. Un civile venne da noi chiedendo “C’è qualcuno coraggioso tra di voi?” risposi che ce n’erano. “C’è un carro armato due isolati più avanti, dev’essere controllato”. Dal momento che era già buio, non potevamo vedere se fosse presidiato. Ci avvicinammo con i nostri limonki (bombe a mano) e ci parve che l’equipaggio avesse abbandonato il carro. Un uomo entrò all’interno, gli dicemmo di sparare se c’era qualcuno nascosto dentro. Quello accese un fiammifero e vide che era vuoto. Il carro era pieno di munizioni. Lo portammo al Quartier Generale. Più tardi un ragazzo, giocando con i bottoni dentro al carro fece fuoco per errore, facendo un buco nell’edificio del Ministero dell’Interno. Catturammo anche un’auto ufficiali (una Nissan) e trovammo una lista di membri dell’opposizione coinvolti nell’operazione. Catturammo un altro veicolo con una scorta di missili (TURS – “faggot” e “Strela”) ed un missile antiaereo. Portammo i nostri trofei al Quartier Generale ed andammo a casa.

Molti dei prigionieri di guerra russi furono portati al Parco Kirov. I russi erano circondati dal fiume, e non avevano modo di fuggire. Si erano arresi senza combattere agli uomini di Shamil Basayev. Ma intorno alla stazione ferroviaria ed all’edificio del Servizio di Sicurezza i combattimenti erano accesi contro l’opposizione proveniente da Urus – Martan. I nostri avversari ceceni erano più agguerriti e aggressivi dei russi. Molti combattenti non avevano armi quel giorno, e noi non avevamo così tanti uomini. All’edificio della Sicurezza di Stato c’erano circa 20 o 30 uomini. Alcune stime parlano di non più di 100 uomini che combattevano contemporaneamente contro le forze d’intervento. Erano le 4 del pomeriggio quando altri uomini arrivarono dai villaggi per dare supporto. L’esperienza di quel giorno lasciò un’impressione duratura. Essa ci dette una tremenda confidenza con la conoscenza del modo di fermare un carro armato con una granata. Precedentemente i russi avevano fatto circolare voci secondo le quali i T – 72 erano invincibili. Quando le persone videro quanto fosse facile distruggerli, la paura se ne andò. Molte persone rimpiansero di non aver preso parte alla battaglia. Spesso osservai in seguito che se la tua prima battaglia aveva avuto successo, avresti continuato ad avere successo. Quella vittoria incoraggiò l’intera nazione e forgiò la sua determinazione. Tutto quel giorno ebbe una bizzarra qualità – immagina le persone camminare tranquillamente su strade disseminate di carri armati in fiamme! – Il numero dei carri completamente distrutti era sorprendente. Capìì il perché più tardi. La nostra gente non sapeva che quando un carro è messo fuori combattimento, questo non brucia immediatamente. Loro cercavano di danneggiarli finché non esplodevano. Per questo motivo i carri esplodevano con tutte le loro munizioni, le quali andavano perdute. Ma riuscimmo comunque a catturare 4 o 5 carri intatti, e li usammo successivamente.

LA GUERRA

Dopo il 26 Novembre tutti seppero che la guerra stava arrivando, Molte persone iniziarono ad armarsi da sole. Con un gruppo di amici armammo un’unità. La minaccia unì molte persone e l’opposizione perse molti partigiani. Molti uomini si erano uniti all’opposizione sulla promessa di incentivi economici. Quando realizzarono che la Russia stava per invaderci si unirono alle nostre file. Vidi molti uomini nelle nostre unità che precedentemente aveva combattuto contro le nostre forze regolari. Ci furono alcune pesanti battaglie. All’inizio della guerra avevamo pochi militari d’esperienza ed i partigiani volontari non erano disciplinati. Un’unità ben armata poteva arrivare a prendere il controllo di una posizione, ma tenerla era difficile. L’inverno era molto freddo, e dovevi stare appostato nella neve. I ceceni amavano il loro comfort, molti si rifiutavano di tenere la posizione in condizioni disagevoli. Si rifiutavano di scavare trincee. Come risultato molte persone soffrirono. Ma tutto sommato le nostre perdite non furono così pesanti rispetto a quelle patite dai russi. Facemmo uno studio dopo la guerra – tra l’11 Dicembre 1994 ed il Febbraio 1995 perdemmo 800 combattenti.

Miliziani ceceni pregano nel bosco

Le uniche unità veterane erano quelle di Basayev, Gelayev e di Magomed Khambiev. C’era anche un’efficiente unità proveniente da Gudermes. Avevamo un battaglione OMON, ma gli uomini non erano addestrati al combattimento. Per tutta a durata della battaglia di Grozny soltanto 200 o 300 uomini poterono essere definiti veterani su circa 2000 uomini che presero parte ai combattimenti. Queste erano le forze su cui Maskhadov dovette fare affidamento nella Battaglia di Grozny. I comandanti erano responsabili di fronte a Maskhadov della difesa delle loro posizioni. Ma voglio ripetere ancora che nel caso dei partigiani volontari, loro potevano accorrere a difesa di una posizione nel pomeriggio ed andarsene a casa la sera per mangiare.

I RUSSI A GROZNY

I russi ci osservarono per circa un mese mentre la situazione rimaneva allarmante. Ma la loro intelligence era al lavoro. Loro sapevano che la notte la gente abbandonava le posizioni di battaglia; durante la notte loro si muovevano passo passo per occupare posizioni vuote, o attaccavano le posizioni che loro sapevano essere poco difese. Più tardi la loro tattica divenne quella di bersagliare a distanza le posizioni con ogni tipo di arma a disposizione, e di attaccare soltanto quando pochi partigiani erano rimasti. Così iniziarono ad avanzare verso il centro di Grozny. All’inizio il contingente russo contava 10.000 uomini. Fu aumentato a 40.000. Le truppe di Rokhlin si muovevano davanti alle altre formazioni attraverso Petropavlovskaya. Babishev avanzava da Ermolovka. Marciò lungo la cresta di montagne baipassando i villaggi dove la gente occupava la strada principale per impedire il passaggio delle colonne. Riprese la strada principale ad Ermolovka e cominciò ad avanzare verso la stazione dei bus (avtovazkal). So che Babishev è stato descritto come un grande umanista per non essersi aperto la strada sparando attraverso i villaggi. Questo è un non senso – per lui i ceceni erano nemici, inclusi i civili. Sapeva in ogni caso che se si fosse aperto la strada ed avesse distrutto un villaggio, l’altro lo avrebbe combattuto.

COLLABORAZIONE E NEUTRALITA’

Stephasin in qualità di capo dell’FSK fece un buon lavoro in Cecenia! Dopo la guerra individuammo coloro tra l’opposizione che avevano servito i russi come guide, cecchini o posamine. Sultan Satuev di Urus – Martan, per esempio, ricevette l’Ordine del Coraggio della Russia per “aver salvato molte vite russe” durante le battaglie di Gennaio 1995. In quei giorni la gente non era sospettosa – semplicemente andava in giro tra le nostre unità con una radio, informando i russi riguardo le nostre posizioni. Collaborazionismo e neutralità erano manifestate anche e specialmente dagli anziani. Loro usavano argomenti come “dobbiamo evitare la resistenza per proteggere i civili, le donne ed i bambini”. Altri sostenevano che i russi erano venuti a “liberarci dal regime di Dudaev”, che non avrebbero ferito i civili neutrali, e così via. Questi argomenti ebbero un certo impatto. Porterò l’esempio di Starye Atagi: il villaggio si trova sulla strada tra Grozny e Shatoy. I russi avrebbero potuto distruggerlo facilmente ma preferirono fare i prepotenti con la popolazione in modo che questa controllasse la strada per loro. Tutti i rifornimenti per Shatoy e le montagne meridionali venivano controllati dagli abitanti del villaggio. Quanto tentavamo di minare la strada, gli abitanti obiettavano dicendo che avevano un accordo con i russi di non spararsi a vicenda. Questo avvenne in molte occasioni e non soltanto in Starye Atagi.

Era impossibile costringere un villaggio a combattere se non voleva farlo. La resistenza locale influenzava le decisioni del villaggio, e non quella proveniente da fuori. Normalmente andava così: il villaggio teneva un’assemblea per decidere se avrebbe combattuto o no. I russi attivavano i loro agenti per spostare la decisione in favore dell’espulsione dei combattenti, e della costituzione di un’unità di autodifesa che avrebbe raggiunto un cessate – il – fuoco con l’esercito russo. Se i combattenti locali erano popolari, se il loro comandante godeva di autorità e rispetto, la decisione poteva volgere in favore della resistenza. Alla fine era il 3 – 5% della popolazione a decidere. Il resto seguiva.

La tragedia di Samashki fu un punto di svolta psicologico. Rese tutto più chiaro. I russi avevano convinto gli anziani di Samashki a spingere i combattenti a lasciare il villaggio. Quando questi lo fecero, il massacro ebbe inizio. Dopo Samashki molti villaggi iniziarono ad armarsi  ed a difendersi. Ma l’autorità degli anziani che predicavano la pacificazione era già in declino prima di Samashki. La gente che aveva combattuto sapeva che stavano combattendo per la loro patria. Non ascoltavano nessuno e sapevano cosa facevano. Devo aggiungere che la nautralità (o la neutralità apparente) di certi villaggi serviva alla resistenza. Se i russi avessero svolto pressione militare ovunque nello stesso momento la nostra situazione avrebbe potuto essere molto più difficoltosa. In questi villaggi i nostri uomini potevano riposare 5 o 10 km lontani dalle operazioni militari.

RECLUTAMENTO E LOGISTICA

Per tutta la durata della guerra fummo a corto di munizioni. Nei primi giorni eravamo a corto di armi. Se avessimo avuto adeguate scorte di armi penso che molte più persone avrebbero combattuto. Non avevamo supporto logistico. I combattenti portavano il loro cibo da casa, ed alcune persone portavano il cibo alle prime linee. In ogni caso era impossibile tenere fermi gli uomini in un posto per molto tempo. Anche dopo un anno di guerra, quando questi ebbero guadagnato esperienza e mantenevano una disciplina di ferro, il problema logistico permase. Man mano che la guerra continuava sempre più volontari si unirono ai nostri reparti. Questi volontari erano sempre più giovani. Gli uomini più anziani erano smesso debilitati, malati di polmonite o di mal di schiena. Gli uomini oltre i 35 anni restavano a casa. Chiedevano di assisterci per le operazioni speciali ma non potevano sedere nelle trincee per molto tempo. Una generazione più giovane venne a rimpiazzarli. Spesso giovani ragazzi provenienti da un villaggio andavano ad unirsi ad un’unità in un altro villaggio per evitare attriti nella loro comunità se questa aveva deciso di non combattere.

Soldati federali posano davanti alle macerie di un’abitazione distrutta

BATTAGLIE E TATTICHE

In questo tipo di battaglia (la battaglia di posizione, ndr.) i due fronti, quello russo e quello ceceno, si fronteggiavano ad una distanza approssimativa di un chilometro. I russi normalmente disponevano le loro forze fuori dal raggio di tiro, non più vicino di 800 metri. Loro sapevano che avevamo soltanto lanciagranate e fucili automatici. Loro usavano artiglieria pesante, lanciamissili GRAD e URAGAN, mortai, e anche carri armati e postazioni antiaeree ogni giorno, giorno e notte. Per un singolo colpo loro rispondevano con tutta la loro potenza di fuoco. Sperimentavano e si addestravano, ma allo stesso tempo addestravano noi. Nei primi giorni di guerra scegliemmo posizioni su terreno aperto e scavammo trincee nei pressi della vegetazione e delle zone boschive. Ma presto capimmo che era un errore, perché questo aiutava i russi a calcolare con accuratezza le distanze tra di noi. Ci volle del tempo prima che capissimo quale fosse il miglior modo per progettare le trincee. Normalmente avevamo circa 25 uomini, talvolta soltanto 10, talvolta 50 di fronte ad un reggimento o ad un battaglione russo. L’iniziativa offensiva era loro. La nostra parte aspettava l’attacco russo.

METODI DI GUERRA

Usammo ogni possibile metodo e tattica di guerra: combattimenti difensivi e convenzionali, raid offensivi in stile commando, imboscate, guerra partigiana e così via. I russi non ci lasciavano altra scelta. Oggi i russi dicono che ci stavamo nascondendo da loro. In alcuni casi lo facemmo, in altri attaccammo. Ci furono combattimenti urbani e battaglie in aree rurali, nelle pianure aperte e nelle montagne. Hai visto Goyskoe, è un piccolo villaggo di pianure. Per due mesi combattemmo dalle trincee che avevamo difeso. I russi circondarono il villaggio, lasciando soltanto una via d’uscita verso Urus – Martan, nella speranza che le nostre unità fuoriuscissero. Adottarono questa tattica dopo Samaskhi. Samashki fu distrutta per instillare la paura, il terrore non ci impressionò, così i russi iniziarono a lasciare aperto un corridoio affinchè le persone abbandonassero i villaggi assediati. La tattica funzionò talvolta, perché i nostri combattenti dipendevano sempre da rifornimenti esterni.

Dalkhan KHozhaev in uniforme. Sul petto “L’Onore della Nazione”

All’inizio della guerra i nostri combattenti erano abituati a ritirarsi poco prima di essere circondati. Ma dopo il primo anno di guerra gli uomini non si curarono più molto del fatto che fossero o meno circondati. Sapevano che era sempre possibile fuggire.  Gli attacchi aerei erano particolarmente terrificanti per la popolazione civile, non così per i combattenti. Loro sapevano che gli attacchi aerei non duravano molto. Temevamo di più il tiro dei mortai perché non c’era protezione contro di quelli. Era pericoloso ed efficace, anche sotto la copertura delle trincee. Molte delle nostre perdite furono inflitte dal fuoco di mortaio. I bombardieri, gli elicotteri ed i carri armati non erano pericolosi.

Grozny, 26/11/1994: L’ASSALTO DI NOVEMBRE

DUDAEVITI ED ANTIDUDAEVITI

La cronaca degli eventi bellici che hanno coinvolto la Repubblica Cecena di Ichkeria si è soffermata prevalentemente sulle due devastanti guerre russo cecene. Tuttavia durante la sua travagliata esistenza la ChRI ha dovuto sopportare il peso di altre due guerre, stavolta civili, entrambe addotte come casus belli per l’intervento delle truppe federali. Quella di cui parliamo in questo articolo è la prima guerra civile cecena, combattuta a fasi alterne dalla primavera al Dicembre del 1994 le cui conseguenze produssero l’inizio della Prima Guerra Cecena. Senza soffermarci troppo sui prodromi di questo conflitto, riportiamo brevemente come i ceceni iniziarono a spararsi tra di loro.

Truppe regolari della ChRI sfilano in parata

Il 4 Giugno 1993, dopo un anno di attriti con l’opposizione parlamentare ed extraparlamentare, il Presidente Dzhokhar Dudaev mise in atto un golpe militare, sciolse le istituzioni democratiche ed istituì una dittatura personale. Oppositori storici di Dudaev, come Umar Avturkhanov e Ruslan Khasbulatov, e nuovi avversari del Presidente, come i suoi ex alleati Bislan Gantamirov e Ruslan Labazanov si coalizzarono costituendo un Consiglio Provvisorio e contrattando con le autorità federali supporto militare, economico e di intelligence. Nella tarda primavera del 1994 si ebbero i primi scontri tra gli uomini di Labazanov, mentre nell’Agosto seguente i due fronti presero ad armarsi in vista di un confronto armato diretto.

La guerra civile iniziò ad infuriare in Settembre, e vide l’impiego di armi pesanti, aerei ed elicotteri da guerra e pezzi d’artiglieria. Lealisti e ribelli si combatterono in vere e proprie battaglie campali, ma nessuna delle due fazioni sembrava avere la forza militare e politica per imporsi sull’altra. Nell’Ottobre del 1994 un piccolo esercito antidudaevita riuscì a penetrare dentro Grozny, ma dopo alcune ore fu richiamato indietro. Agli inizi di Novembre del 1994 La Cecenia era divisa in un’area settentrionale controllata da Avturkhanov e dalla sua milizia, il Distretto di Urus – Martan sotto il controllo di Gantamirov, ed il resto del paese nelle mani dei dudaeviti. Questi tuttavia apparivano privi della carica sufficiente per imporsi, ed il sostanziale stallo della situazione militare lasciava immaginare che con un colpo ben assestato il regime sarebbe collassato su sé stesso.

Umar Avturkhanov, leader dell’opposizione antidudaevita dal 1991 e uno dei principali organizzatori dell’Assalto di Novembre
Bislan Gantamirov, ex Sindaco di Grozny sotto Dudaev, passato all’opposizione nel Giugno del 1993 ed alla lotta armata dal 1994, leader delle milizie del Consiglio Provvisorio.

LA PREPARAZIONE DELL’ATTACCO

Per questo motivo i ribelli, d’accordo con l’intelligence federale, decisero di mettere in atto un’operazione militare su larga scala volta a prendere Grozny, disperdere i dudaeviti ed assicurare il dittatore alla giustizia. Il piano prevedeva la partecipazione di mercenari reclutati presso le divisioni russe di stanza nel Caucaso Settentrionale: un’ottantina di ragazzi in grado di manovrare un T – 72 avrebbero composto il nerbo dell’armata dietro la quale avrebbero avanzato i fanti dell’opposizione. Per dissimulare quanto più possibile l’intervento di Mosca in questa faccenda i mercenari furono inviati alle loro basi in abiti civili, senza documenti né segni di riconoscimento. A loro fu detto avrebbero dovuto “guidare da un punto A ad un punto B” e sostanzialmente sfilare davanti al Palazzo Presidenziale, provocando il crollo del regime con la sola vista dei loro carri armati.

Gli attaccanti avrebbero dovuto convergere sul quartiere governativo di Grozny da tre direzioni: il principale gruppo d’assalto sarebbe partito da Tolstoy Yurt (Nord) sotto il comando di Avturkhanov, a sua volta “coordinato” da altri ufficiali russi. Il secondo, composto dai resti della milizia di Labazanov, si sarebbe mosso da Argun (Est). Il terzo, costituito dalle milizie fedeli a Gantamirov avrebbe proceduto da Urus – Martan (Sud – Ovest). Una volta preso il controllo degli uffici governativi si sarebbe installato un governo provvisorio, il quale avrebbe ufficialmente richiesto l’intervento dell’esercito federale per riportare “l’ordine costituzionale”. La forza d’urto sarebbe stata composta in totale da 150 veicoli tra carri armati e mezzi blindati, coperti dal tiro di 20 obici semoventi e da 40 elicotteri da combattimento. Dietro di loro erano inquadrati circa 1200 uomini, per lo più miliziani del Consiglio Provvisorio ma anche contractors russi arruolati in cambio di una (relativamente) corposa cifra e della garanzia di dover soltanto “mostrare i muscoli”. 

Miliziani dudaeviti. Sullo sfondo il Palazzo Presidenziale

Due giorni prima che l’invasione avesse luogo l’aereonautica federale bombardò gli aereoporti Sheikh Manur (ex Severny) e l’aereoporto militare di Khankala. Aerei privi di insegne nazionali sorvolarono Grozny, colpendo alcuni edifici residenziali. Nel frattempo i gruppi d’attacco si avvicinavano alla periferia della capitale, prendendo posizione nei sobborghi.

IL 26 NOVEMBRE

La mattina del 26 Novembre 1994 i tre gruppi d’attacco iniziarono la penetrazione verso il centro di Grozny. La colonna settentrionale incontrò una certa resistenza subito fuori da Tolstoy – Yurt, dove un drappello di lealisti impegnò la sua avanguardia corazzata mettendo fuori combattimento due carri armati. Altri tre veicoli furono messi fuori combattimento, ed I loro equipaggi si arresero senza combattere ai miliziani dudaeviti. Nel complesso, tuttavia, le forze avanzanti raggiunsero i loro obiettivi senza intoppi, posizionandosi nei punti di arrivo e trovandoli praticamente indifesi. Per le 11:00 la colonna settentrionale aveva occupato gli edifici del Ministero degli Interni, del Servizio di Sicurezza Nazionale, della TV di Stato e di numerosi altri complessi amministrativi, e stazionava davanti ad un deserto Palazzo Presidenziale.

Sembrava che il regime si fosse dissolto alla semplice vista dei reparti corazzati dell’opposizione, ma la realtà era ben diversa. Dudaev ed i suoi uomini erano ben informati delle intenzioni dei ribelli, sia a causa dei loro massicci movimenti nei dintorni di Grozny, sia perché Ruslan Khasbulatov, oppositore del regime ma desideroso di giungere ed una conclusione pacifica del conflitto, aveva avvisato i comandi lealisti dell’imminenza dell’attacco, ed esortato i civili ad abbandonare la città. La notte precedente l’attacco i dudaeviti si erano sistemati sui tetti e nei seminterrati dei palazzi residenziali del centro cittadino, strutture in cemento armato molto alte, dalle quali si potevano colpire i mezzi corazzati nemici rimanendo fuori dall’alzo dei loro cannoni. La scelta, moralmente cinica, era giustificata dal fatto che in quel contesto urbano la superiorità tecnologica degli attaccanti sarebbe venuta meno, così come la copertura offerta dai velivoli da combattimento, i quali avrebbero potuto operare soltanto caricandosi la responsabilità di bombardare edifici civili, peraltro per lo più abitati da russi (il centro cittadino era casa di cinquantamila russi etnici residenti in Cecenia fin dagli anni ’40 del ‘900). Squadre di cecchini erano posizionati negli edifici adiacenti agli obiettivi degli attaccanti, mentre piccole pattuglie controcarro armate di RPG erano asserragliate negli scantinati. La forza mobile dei difensori era asserragliata nel quartiere di Oktabrisky, il settore meridionale della città.

Pochi minuti dopo le 11:00 i reparti lealisti si attivarono tutti insieme contemporaneamente. I lanciagranate incendiarono i veicoli di testa e di coda delle colonne avanzanti, bloccandole e generando il panico. La milizia dell’opposizione finì sotto il tiro dei cecchini, disperdendosi in preda al terrore. Molti miliziani, una volta raggiunti gli obiettivi si erano abbandonati al saccheggio dei negozi e delle abitazioni civili, ed allo scoppio delle prime sparatorie caricarono in tutta fretta il loro bottino e sparirono dalla circolazione. I contractors russi, i quali non avevano ulteriori disposizioni cui adempiere una volta raggiunto il centro cittadino, si trovarono sottoposti al fuoco dei cecchini, cui in breve si aggiunsero le prime armi pesanti. I carri armati attaccanti iniziarono uno ad uno ad incendiarsi, mentre gli equipaggi cercavano scampo dietro le carcasse dei veicoli bruciati. Soltanto un reparto scelto di militi dell’opposizione, addestrato dai russi nelle settimane precedenti l’assalto, riuscì a mantenere le posizioni nell’edificio del KGB conquistato ad inizio mattinata. Tuttavia, esaurite le munizioni e privo di rinforzi anche questo reparto dovette abbandonare le difese e ritirarsi dalla città.

Torrette di carri armati dei ribelli giacciono sul selciato il giorno dopo la battaglia.

Nel giro di sette ore tutti i reparti antidudaeviti erano stati distrutti, dispersi o costretti alla fuga. Secondo quanto dichiarato dallo Stato Maggiore della ChRI furono distrutti 32 carri armati, 5 veicoli blindati 4 elicotteri da combattimento ed un cacciabombardiere, mentre altri 12 mezzi corazzati furono catturati. I dudaeviti catturarono 200 prigionieri ceceni e 68 contractors russi, tra i quali un Maggiore, e rivendicarono la morte di 300 ribelli. Dudaev impose che i prigionieri provenienti dall’esercito federale sfilassero davanti alle telecamere, minacciando di fucilarli se il Ministro della Difesa di Mosca, Pavel Grachev, non li avesse riconosciuti come suoi agenti. Man mano che la notizia del coinvolgimento russo nell’assalto a Grozny diventava sempre più evidente numerosi sostenitori del Consiglio Provvisorio e molti dei suoi miliziani armati passarono dalla parte dei dudaeviti, i quali adesso potevano rivendicare di essere l’unico argine della nazione cecena di fronte alla Russia ed al suo imperialismo.

Breve video sui resti del corpo corazzato ribelle distrutto a Grozny il 26 Novembre 1994

DALLA GUERRA CIVILE ALLA “GUERRA CECENA”

Ciò che rimaneva dell’opposizione si frantumò in fazioni più di quanto non lo fosse stato fino ad allora. Avturkhanov accusò Khasbulatov di aver indebolito la ribellione cercando gloria personale ed interponendosi tra il Consiglio Provvisorio e Dudaev per evitare lo scontro militare e quindi il rovesciamento del regime. Per parte sua Khasbulatov rispose di aver agito in modo da evitare una catastrofe umanitaria e dare alla Federazione Russa un casus belli per intervenire in forze. Con il precipitare degli eventi l’opposizione antidudaevita perse mordente, ed alla fine di Novembre Gantamirov dichiarò che i suoi uomini non avrebbero preso parte a nessun’altra azione militare contro Dudaev. Il 29 Novembre il Presidente della Federazione Russa, Boris Elstin, emise un ultimatum al governo separatista intimando la smobilitazione dei suoi gruppi armati e minacciando un intervento militare diretto entro pochi giorni qualora il regime non si fosse autonomamente dissolto.