L’ASSALTO DI NOVEMBRE RACCONTATO DA DALKHAN KHOZHAEV

L’INTELLETTUALE COMBATTENTE

Dalkhan Abdulazizovich Khozhaev è una figura molto particolare nel novero della classe dirigente della Repubblica Cecena di Ichkeria. Nato il 18 Aprile 1961 a Grozny, i suoi genitori erano nativi di Novye Atagi. Laureatosi nel 1983 presso la facoltà di storia dell’Università Statale Ceceno – Inguscia, fu tra i promotori del Congresso Nazionale Ceceno, entrando a far parte del Comitato Esecutivo fin dall’Agosto del 1990 (secondo alcuni testimoni lui stesso avrebbe disegnato la bandiera ufficiale del Congresso, dalla quale sarebbe scaturita la bandiera nazionale della ChRI).  La sua produzione letteraria fu interamente dedicata alla storia del popolo ceceno. Fu compilatore della raccolta “Living Memory”  sulle vittime delle repressioni staliniste nella RSSA Ceceno – Inguscia (pubblicata a Grozny nel 1991) autore di numerosi articoli sui popoli del Caucaso ed autore del popolare lavoro scientifico “I ceceni nella Guerra Russo – Caucasica” (pubblicato a Grozny nel 1998). Tra il 1991 ed il 1994 sovrintese alla cura ed allo sviluppo degli Archivi di Stato, giungendo ad occupare una posizione stabile nel Gabinetto del Consiglio dei Ministri di Dudaev. Allo scoppio della Prima Guerra Cecena si arruolò al seguito di Ruslan Gelayev, guidando un distaccamento armato inquadrato nel Fronte Sud – Occidentale agli ordini di Akhmed Zakayev, guadagnandosi il “Qoman Siy” (“Onore della Nazione”) uno dei più alti riconoscimenti al merito militare della ChRI.

Dalkhan Khozaev

Tornato alla vita civile alla fine della guerra, sovrintese alla ricostruzione dell’Archivio di Stato, pesantemente danneggiato durante la guerra, sotto i governi Maskhadov e Basayev. Allo scoppio della Seconda Guerra Cecena tornò al comando della sua unità sotto Gelayev. Combatté tutte le principali battaglie della guerra, compresa quella di Komsomolskoye, durante la quale la brigata di Gelayev venne quasi completamente distrutta. Dopo il ritiro di Gelayev dal servizio attivo Gelayev si ritirò presso il villaggio di Valerik, dove il 26 Luglio 2000 un cecchino lo centrò mentre riposava in un’abitazione privata. La sua morte non fu rivendicata dai Servizi di Sicurezza Federali, i quali accusarono uomini al Comandante di Campo Arbi Baraev, da tempo in conflitto con Gelayev.

L’intervista che segue è apparsa nel Giugno 1999 sul “Small Wars Journal”.

LA PRIMA BATTAGLIA PER GROZNY – 26 NOVEMBRE 1994

Sono stato coinvolto per la prima volta nei combattimenti contro l’opposizione a Dudaev, in particolare contro Ruslan Labazanov. Gli scontri iniziarono il 12 Giugno 1994, Giorno dell’Indipendenza Russa, ed il 13 Giugno ci scontrammo con le sue unità. Non ero aggregato a nessuna struttura militare ma le azioni di Labazanov mi fecero infuriare. Quando gli scontri iniziarono mi unii ad un gruppo di amici per dare una mano. Non presi parte ai successivi scontri a Gekhi, ma i miei amici furono coinvolti. Dopo gli scontri negoziammo con Labazanov e con l’opposizione. Loro avevano promesso che non sarebbero entrati a Grozny, ma sapevamo che l’attacco fosse imminente. Il 26 Novembre il nemico giunse con 42 carri armati ed 8 APC da due direzioni – Alto Terek ed Urus – Martan. Il gruppo di Labazanov attaccò da Petropavlovskaya (Alto Terek). Era una vera e propria forza di intervento, con più di 3000 uomini. C’erano equipaggi russi nei carri armati. Vedemmo due aerei volare sopra di loro ed (alcuni) elicotteri.  Gli elicotteri non volarono sopra la città, rimasero nei sobborghi. Andai a lavorare quella mattina ignare di qualsiasi problema, vidi le sparatorie, controllai chi stesse combattendo ed andai a casa a prendere le mie armi ed un gruppo di amici. Arrivammo al Palazzo Presidenziale. Un carro armato stava bruciando davanti al Palazzo. Apprendemmo che i russi erano coinvolti perché erano stati presi prigionieri. La presenza dei russi ci infiammò – eravamo ansiosi di combatterli. I combattimenti nei pressi del Palazzo Presidenziale si placarono, ma si accesero vicino al palazzo della Sicurezza di Stato. Ci arrivammo intorno a mezzogiorno. Uno dei nostri carri stazionava da quelle parti, sparava e tentava di distruggere un carro nemico.

Il video mostra scene di vita quotidiana a Grozny nell’Ottobre 1994, un mese e mezzo prima che la città fosse ridotta in macerie

L’INCONTRO CON I T – 72

La situazione era totalmente caotica. Nessuno sapeva cosa fare. I nostri volontari e partigiani non avevano mai combattuto prima. Dissi loro di prendere posizione all’altezza di varie strade e di difenderle. Facemmo lo stesso, con il mio gruppo di amici. C’era un piccolo magazzino di proiettili alla Sicurezza di Stato: 2 AGS (?) che lasciammo là perché nessuno sapeva come usarli. C’erano dei lanciagranate ma molti tra di noi li vedevano allora per la prima volta. Chiesi a Magomed Khambiev quale fosse il raggio di tiro dei lanciagranate ma neanche lui lo sapeva! In quel momento i carri armati iniziarono ad avanzare da tutte le direzioni. Se ricordo bene ero in Via Cecenia quando vidi due carri avanzare verso di noi. Avevo 2 granate anticarro. Ne avevo data una ad un altro tizio. Avevamo armi da fuoco automatiche. Lyoma Arsimikov aveva un lanciagranate ma lo aveva prestato a qualcuno che andava in un’altra direzione, con la promessa di riportarlo indietro. Aveva preso due missili. Mi raccomandai con lui che avevamo bisogno del suo lanciagranate perché due carri stavano avanzando verso di noi. Lyoma era un tipo allegro. Rispose: “Non importa, ci occuperemo comunque di loro!”

I carri stavano avanzando in colonna molto lentamente, come se i loro equipaggi fossero spaventati. Il carro di testa ruotava la torretta sparando alle case su entrambi i lati della strada. Mi misi di fronte al carro armato e gridai a Lyoma: “Lancia la tua granata sul primo, io mirerò al secondo!”. Avevamo mandato un altro amico alla ricerca del nostro lanciagranate. La gente camminava ancora per le strade tranquillamente ma potevi vedere i proiettili traccianti ed udire le esplosioni dei missili. Alcuni uomini erano già feriti. Quando il carro giunse più vicino, puntai tutte le mie armi davanti a me, pronte all’uso. Davanti a noi c’era un incrocio. Il carro era evidentemente timoroso di venire colpito dalla via laterale e lo attraversò molto velocemente. In qualche secondo fu davanti a noi. Lyoma lanciò la sua granata ma questa esplose davanti al carro. Quello cambiò rotta e si spostò un poco su un fianco. Poi diresse le sue armi contro di noi. Lyoma urlò: “lancia la tua granata, veloce!” Lanciai la mia granata e colpii il bersaglio. Ma i carri non bruciano velocemente, le fiamme iniziarono a estendersi due o tre minuti più tardi. Un carrista uscì fuori, aveva un giubbotto antiproiettile ma lo uccisi subito. Altri due uscirono fuori e si nascosero dietro al carro. Quando il carro di testa iniziò a bruciare, il secondo carro fece marcia indietro e si ritirò. Se ci avesse attaccato saremmo stati in pericolo. Iniziammo ad urlare ai due uomini di arrendersi. Un altro carro stava imboccando l’incrocio dalla direzione del mercato. Qualcuno era arrivato con un lanciagranate e sparò al carro. Il carro non soffrì danni perché il lanciagranate era troppo vicino – servono almeno 18 metri di spazio per lanciare una granata. Non sapevamo a quel tempo che i lanciagranate fossero inefficaci sulle brevi distanze. Lo capii soltanto due mesi più tardi, quando cominciai ad imparare ed a studiare le armi seriamente. Molti degli uomini quel giorno non lo sapevano. Sparavano coi lanciagranate a brevi distanze e non capivano come mai le granate non attraversassero i carri.

Miliziani separatisti osservano la carcassa di un T – 72 distrutto durante l’Assalto di Novembre

Lyoma corse attraverso la strada con i suo lanciagranate, ingiunse ai 2 russi che si stavano nascondendo “strisciate, vermi!”. Ridemmo. Trascinammo uno dei russi in un cortile. La faccia del russo era lievemente bruciata, puzzava di alcohol. Lyoma lo perquisì, prese la sua pistola, poi gli disse di consegnare il suo coltello. Il russo era terrorizzato, pensando che stessimo per tagliargli la gola. Piagnucolava: “Non fatelo, vi dirò tutto!”. Il nostro gusto nell’acquisire armi come trofei si stava risvegliando tra noi. Corremmo dall’altro soldato per prendere le sue armi. Il soldato stava morendo. Lyoma portò il prigioniero al Quartier Generale. I combattimenti stavano divampando sulla tangenziale, alla stazione ferroviaria, in una strada dopo l’altra. L’opposizione ci sparava addosso da Via Rabochaia. Accorremmo là, e loro si ritirarono. I carri stavano diventando più prudenti nel tentativo di evitarci ma sparavano sulle case circostanti. Un altro carro ci stava di fronte mentre correvamo nella zona di battaglia. Non c’era nessuno dentro, ma noi non lo sapevamo. Non avevamo più granate anticarro. Uno di quelli che non aveva armi mi disse: “dammi una bomba a mano, farò saltare quel carro”. Gli detti una granata, lui si avvicinò al carro, guardò dentro, e solo allora realizzò che non c’era nessuno all’interno.

LA VITTORIA

Ci muovemmo. L’opposizione si era ritirata, lasciando indietro un ferito. Si stava facendo buio. Dissi a Magomed Khambiev che se  non avessimo controllato tutte le strade adesso sarebbe stato più difficile di notte. Dovevamo buttarli fuori da tutte le parti prima di notte. Cinque di noi andarono in Via Rabochaia. Un civile venne da noi chiedendo “C’è qualcuno coraggioso tra di voi?” risposi che ce n’erano. “C’è un carro armato due isolati più avanti, dev’essere controllato”. Dal momento che era già buio, non potevamo vedere se fosse presidiato. Ci avvicinammo con i nostri limonki (bombe a mano) e ci parve che l’equipaggio avesse abbandonato il carro. Un uomo entrò all’interno, gli dicemmo di sparare se c’era qualcuno nascosto dentro. Quello accese un fiammifero e vide che era vuoto. Il carro era pieno di munizioni. Lo portammo al Quartier Generale. Più tardi un ragazzo, giocando con i bottoni dentro al carro fece fuoco per errore, facendo un buco nell’edificio del Ministero dell’Interno. Catturammo anche un’auto ufficiali (una Nissan) e trovammo una lista di membri dell’opposizione coinvolti nell’operazione. Catturammo un altro veicolo con una scorta di missili (TURS – “faggot” e “Strela”) ed un missile antiaereo. Portammo i nostri trofei al Quartier Generale ed andammo a casa.

Molti dei prigionieri di guerra russi furono portati al Parco Kirov. I russi erano circondati dal fiume, e non avevano modo di fuggire. Si erano arresi senza combattere agli uomini di Shamil Basayev. Ma intorno alla stazione ferroviaria ed all’edificio del Servizio di Sicurezza i combattimenti erano accesi contro l’opposizione proveniente da Urus – Martan. I nostri avversari ceceni erano più agguerriti e aggressivi dei russi. Molti combattenti non avevano armi quel giorno, e noi non avevamo così tanti uomini. All’edificio della Sicurezza di Stato c’erano circa 20 o 30 uomini. Alcune stime parlano di non più di 100 uomini che combattevano contemporaneamente contro le forze d’intervento. Erano le 4 del pomeriggio quando altri uomini arrivarono dai villaggi per dare supporto. L’esperienza di quel giorno lasciò un’impressione duratura. Essa ci dette una tremenda confidenza con la conoscenza del modo di fermare un carro armato con una granata. Precedentemente i russi avevano fatto circolare voci secondo le quali i T – 72 erano invincibili. Quando le persone videro quanto fosse facile distruggerli, la paura se ne andò. Molte persone rimpiansero di non aver preso parte alla battaglia. Spesso osservai in seguito che se la tua prima battaglia aveva avuto successo, avresti continuato ad avere successo. Quella vittoria incoraggiò l’intera nazione e forgiò la sua determinazione. Tutto quel giorno ebbe una bizzarra qualità – immagina le persone camminare tranquillamente su strade disseminate di carri armati in fiamme! – Il numero dei carri completamente distrutti era sorprendente. Capìì il perché più tardi. La nostra gente non sapeva che quando un carro è messo fuori combattimento, questo non brucia immediatamente. Loro cercavano di danneggiarli finché non esplodevano. Per questo motivo i carri esplodevano con tutte le loro munizioni, le quali andavano perdute. Ma riuscimmo comunque a catturare 4 o 5 carri intatti, e li usammo successivamente.

LA GUERRA

Dopo il 26 Novembre tutti seppero che la guerra stava arrivando, Molte persone iniziarono ad armarsi da sole. Con un gruppo di amici armammo un’unità. La minaccia unì molte persone e l’opposizione perse molti partigiani. Molti uomini si erano uniti all’opposizione sulla promessa di incentivi economici. Quando realizzarono che la Russia stava per invaderci si unirono alle nostre file. Vidi molti uomini nelle nostre unità che precedentemente aveva combattuto contro le nostre forze regolari. Ci furono alcune pesanti battaglie. All’inizio della guerra avevamo pochi militari d’esperienza ed i partigiani volontari non erano disciplinati. Un’unità ben armata poteva arrivare a prendere il controllo di una posizione, ma tenerla era difficile. L’inverno era molto freddo, e dovevi stare appostato nella neve. I ceceni amavano il loro comfort, molti si rifiutavano di tenere la posizione in condizioni disagevoli. Si rifiutavano di scavare trincee. Come risultato molte persone soffrirono. Ma tutto sommato le nostre perdite non furono così pesanti rispetto a quelle patite dai russi. Facemmo uno studio dopo la guerra – tra l’11 Dicembre 1994 ed il Febbraio 1995 perdemmo 800 combattenti.

Miliziani ceceni pregano nel bosco

Le uniche unità veterane erano quelle di Basayev, Gelayev e di Magomed Khambiev. C’era anche un’efficiente unità proveniente da Gudermes. Avevamo un battaglione OMON, ma gli uomini non erano addestrati al combattimento. Per tutta a durata della battaglia di Grozny soltanto 200 o 300 uomini poterono essere definiti veterani su circa 2000 uomini che presero parte ai combattimenti. Queste erano le forze su cui Maskhadov dovette fare affidamento nella Battaglia di Grozny. I comandanti erano responsabili di fronte a Maskhadov della difesa delle loro posizioni. Ma voglio ripetere ancora che nel caso dei partigiani volontari, loro potevano accorrere a difesa di una posizione nel pomeriggio ed andarsene a casa la sera per mangiare.

I RUSSI A GROZNY

I russi ci osservarono per circa un mese mentre la situazione rimaneva allarmante. Ma la loro intelligence era al lavoro. Loro sapevano che la notte la gente abbandonava le posizioni di battaglia; durante la notte loro si muovevano passo passo per occupare posizioni vuote, o attaccavano le posizioni che loro sapevano essere poco difese. Più tardi la loro tattica divenne quella di bersagliare a distanza le posizioni con ogni tipo di arma a disposizione, e di attaccare soltanto quando pochi partigiani erano rimasti. Così iniziarono ad avanzare verso il centro di Grozny. All’inizio il contingente russo contava 10.000 uomini. Fu aumentato a 40.000. Le truppe di Rokhlin si muovevano davanti alle altre formazioni attraverso Petropavlovskaya. Babishev avanzava da Ermolovka. Marciò lungo la cresta di montagne baipassando i villaggi dove la gente occupava la strada principale per impedire il passaggio delle colonne. Riprese la strada principale ad Ermolovka e cominciò ad avanzare verso la stazione dei bus (avtovazkal). So che Babishev è stato descritto come un grande umanista per non essersi aperto la strada sparando attraverso i villaggi. Questo è un non senso – per lui i ceceni erano nemici, inclusi i civili. Sapeva in ogni caso che se si fosse aperto la strada ed avesse distrutto un villaggio, l’altro lo avrebbe combattuto.

COLLABORAZIONE E NEUTRALITA’

Stephasin in qualità di capo dell’FSK fece un buon lavoro in Cecenia! Dopo la guerra individuammo coloro tra l’opposizione che avevano servito i russi come guide, cecchini o posamine. Sultan Satuev di Urus – Martan, per esempio, ricevette l’Ordine del Coraggio della Russia per “aver salvato molte vite russe” durante le battaglie di Gennaio 1995. In quei giorni la gente non era sospettosa – semplicemente andava in giro tra le nostre unità con una radio, informando i russi riguardo le nostre posizioni. Collaborazionismo e neutralità erano manifestate anche e specialmente dagli anziani. Loro usavano argomenti come “dobbiamo evitare la resistenza per proteggere i civili, le donne ed i bambini”. Altri sostenevano che i russi erano venuti a “liberarci dal regime di Dudaev”, che non avrebbero ferito i civili neutrali, e così via. Questi argomenti ebbero un certo impatto. Porterò l’esempio di Starye Atagi: il villaggio si trova sulla strada tra Grozny e Shatoy. I russi avrebbero potuto distruggerlo facilmente ma preferirono fare i prepotenti con la popolazione in modo che questa controllasse la strada per loro. Tutti i rifornimenti per Shatoy e le montagne meridionali venivano controllati dagli abitanti del villaggio. Quanto tentavamo di minare la strada, gli abitanti obiettavano dicendo che avevano un accordo con i russi di non spararsi a vicenda. Questo avvenne in molte occasioni e non soltanto in Starye Atagi.

Era impossibile costringere un villaggio a combattere se non voleva farlo. La resistenza locale influenzava le decisioni del villaggio, e non quella proveniente da fuori. Normalmente andava così: il villaggio teneva un’assemblea per decidere se avrebbe combattuto o no. I russi attivavano i loro agenti per spostare la decisione in favore dell’espulsione dei combattenti, e della costituzione di un’unità di autodifesa che avrebbe raggiunto un cessate – il – fuoco con l’esercito russo. Se i combattenti locali erano popolari, se il loro comandante godeva di autorità e rispetto, la decisione poteva volgere in favore della resistenza. Alla fine era il 3 – 5% della popolazione a decidere. Il resto seguiva.

La tragedia di Samashki fu un punto di svolta psicologico. Rese tutto più chiaro. I russi avevano convinto gli anziani di Samashki a spingere i combattenti a lasciare il villaggio. Quando questi lo fecero, il massacro ebbe inizio. Dopo Samashki molti villaggi iniziarono ad armarsi  ed a difendersi. Ma l’autorità degli anziani che predicavano la pacificazione era già in declino prima di Samashki. La gente che aveva combattuto sapeva che stavano combattendo per la loro patria. Non ascoltavano nessuno e sapevano cosa facevano. Devo aggiungere che la nautralità (o la neutralità apparente) di certi villaggi serviva alla resistenza. Se i russi avessero svolto pressione militare ovunque nello stesso momento la nostra situazione avrebbe potuto essere molto più difficoltosa. In questi villaggi i nostri uomini potevano riposare 5 o 10 km lontani dalle operazioni militari.

RECLUTAMENTO E LOGISTICA

Per tutta la durata della guerra fummo a corto di munizioni. Nei primi giorni eravamo a corto di armi. Se avessimo avuto adeguate scorte di armi penso che molte più persone avrebbero combattuto. Non avevamo supporto logistico. I combattenti portavano il loro cibo da casa, ed alcune persone portavano il cibo alle prime linee. In ogni caso era impossibile tenere fermi gli uomini in un posto per molto tempo. Anche dopo un anno di guerra, quando questi ebbero guadagnato esperienza e mantenevano una disciplina di ferro, il problema logistico permase. Man mano che la guerra continuava sempre più volontari si unirono ai nostri reparti. Questi volontari erano sempre più giovani. Gli uomini più anziani erano smesso debilitati, malati di polmonite o di mal di schiena. Gli uomini oltre i 35 anni restavano a casa. Chiedevano di assisterci per le operazioni speciali ma non potevano sedere nelle trincee per molto tempo. Una generazione più giovane venne a rimpiazzarli. Spesso giovani ragazzi provenienti da un villaggio andavano ad unirsi ad un’unità in un altro villaggio per evitare attriti nella loro comunità se questa aveva deciso di non combattere.

Soldati federali posano davanti alle macerie di un’abitazione distrutta

BATTAGLIE E TATTICHE

In questo tipo di battaglia (la battaglia di posizione, ndr.) i due fronti, quello russo e quello ceceno, si fronteggiavano ad una distanza approssimativa di un chilometro. I russi normalmente disponevano le loro forze fuori dal raggio di tiro, non più vicino di 800 metri. Loro sapevano che avevamo soltanto lanciagranate e fucili automatici. Loro usavano artiglieria pesante, lanciamissili GRAD e URAGAN, mortai, e anche carri armati e postazioni antiaeree ogni giorno, giorno e notte. Per un singolo colpo loro rispondevano con tutta la loro potenza di fuoco. Sperimentavano e si addestravano, ma allo stesso tempo addestravano noi. Nei primi giorni di guerra scegliemmo posizioni su terreno aperto e scavammo trincee nei pressi della vegetazione e delle zone boschive. Ma presto capimmo che era un errore, perché questo aiutava i russi a calcolare con accuratezza le distanze tra di noi. Ci volle del tempo prima che capissimo quale fosse il miglior modo per progettare le trincee. Normalmente avevamo circa 25 uomini, talvolta soltanto 10, talvolta 50 di fronte ad un reggimento o ad un battaglione russo. L’iniziativa offensiva era loro. La nostra parte aspettava l’attacco russo.

METODI DI GUERRA

Usammo ogni possibile metodo e tattica di guerra: combattimenti difensivi e convenzionali, raid offensivi in stile commando, imboscate, guerra partigiana e così via. I russi non ci lasciavano altra scelta. Oggi i russi dicono che ci stavamo nascondendo da loro. In alcuni casi lo facemmo, in altri attaccammo. Ci furono combattimenti urbani e battaglie in aree rurali, nelle pianure aperte e nelle montagne. Hai visto Goyskoe, è un piccolo villaggo di pianure. Per due mesi combattemmo dalle trincee che avevamo difeso. I russi circondarono il villaggio, lasciando soltanto una via d’uscita verso Urus – Martan, nella speranza che le nostre unità fuoriuscissero. Adottarono questa tattica dopo Samaskhi. Samashki fu distrutta per instillare la paura, il terrore non ci impressionò, così i russi iniziarono a lasciare aperto un corridoio affinchè le persone abbandonassero i villaggi assediati. La tattica funzionò talvolta, perché i nostri combattenti dipendevano sempre da rifornimenti esterni.

Dalkhan KHozhaev in uniforme. Sul petto “L’Onore della Nazione”

All’inizio della guerra i nostri combattenti erano abituati a ritirarsi poco prima di essere circondati. Ma dopo il primo anno di guerra gli uomini non si curarono più molto del fatto che fossero o meno circondati. Sapevano che era sempre possibile fuggire.  Gli attacchi aerei erano particolarmente terrificanti per la popolazione civile, non così per i combattenti. Loro sapevano che gli attacchi aerei non duravano molto. Temevamo di più il tiro dei mortai perché non c’era protezione contro di quelli. Era pericoloso ed efficace, anche sotto la copertura delle trincee. Molte delle nostre perdite furono inflitte dal fuoco di mortaio. I bombardieri, gli elicotteri ed i carri armati non erano pericolosi.

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