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L’ANGELO NERO SULLE MONTAGNE: LA BATTAGLIA DELLA GOLA DI KERIGO

DA KOMSOMOLSKOYE A PANKISI

A seguito della Battaglia di Komsomolskoye (5 – 20 Marzo 2000) Ruslan Gelayev, uno dei più audaci ed agguerriti comandanti dell’esercito della ChRI, riparò in Georgia con i resti delle sue unità, trovando riparo in una piccola gola abitata prevalentemente da Ceceni, la celebre Gola di Pankisi. Qui “L’angelo nero” installò il suo quartier generale, raccogliendo reduci e fuggiaschi ed instaurando una sorta di piccolo potentato personale, dal quale avrebbe più volte avviato campagne militari in Cecenia, in Inguscezia ed in Abkhazia.

Uomini di Gelayev si arrendono ai federali al termine della Battaglia per Komsomolskoye (2000)

Giunto a Pankisi nell’autunno del 2000, Gelayev passò tutto l’anno successivo a ricostituire le sue forze, abbandonando apparentemente il campo di battaglia e subendo, per questo, il biasimo del Presidente Maskhadov, il quale lo privò di tutti i suoi poteri e lo degradò con formale decreto. Fino alla primavera del 2002 il comandante ceceno rimase a Pankisi, studiando il modo migliore per tornare in Cecenia. Il rientro sul campo di battaglia era possibile soltanto attraverso l’Inguscezia (strada che aveva già percorso nel 2000, quando si era ritirato) o tramite la gola di Kerigo, la quale collegava direttamente Pankisi alla cittadina cecena di Baskhoy. Il primo percorso era più agevole, ma anche più pericoloso: durante la ritirata Gelayev  aveva perduto decine di uomini, trovandosi spesso in campo aperto sotto il fuoco dell’aereonautica federale ed incalzato dai mezzi blindati di Mosca. Inoltre, una volta arrivati in Cecenia, i gelayeviti avrebbero dovuto aprirsi un varco dalle pianure verso le montagne, rischiando di essere facilmente intercettati e distrutti. Il passaggio montano attraverso Kerigo appariva più sicuro, ma d’altra parte era molto più difficile da affrontare: non esistevano strade carrabili sicure (l’unica strada di una certa portanza era la Itum –  Khale / Shatili, stabilmente occupata dai russi fin dalla fine del 1999 – Per approfondire LEGGI QUI) e gli uomini di Gelayev avrebbero dovuto affrontare la traversata a piedi, trasportando in spalla, o a dorso di mulo, tutto ciò che sarebbe servito loro. D’altra parte, una volta sbucati in Cecenia, i Gelayeviti si sarebbero trovati in posizioni più favorevoli, ed avrebbero potuto facilmente ricongiungersi con gli uomini di Maskhadov che ancora combattevano nel sud montagnoso.

Militanti avanzano nella neve

LA VIA DELLE MONTAGNE

A confortare l’ipotesi di un passaggio attraverso le montagne c’era un felice precedente:  nell’estate del 2001 un altro comandante di campo, Magomed Tsagaraev, era riuscito a passare da Pankisi alla Cecenia attraverso la Gola dello Sharoargun, poco distante da Kerigo, con un gruppo di 60 uomini. La traversata non era stata facile, e le guardie di frontiera russe avevano intercettato ed ucciso alcuni dei suoi, ma Tsagaraev era comunque riuscito a passare con quasi tutti i suoi effettivi, raggiungendo con successo la zona di combattimento (salvo poi finire ucciso in una sparatoria poche settimane dopo). Gelayev era convinto di poter aprire una vera e propria rotta montana attraverso la quale far affluire alla spicciolata piccoli gruppi di 40/50 militanti per volta, eludendo la debole sorveglianza offerta dai servizi di frontiera federali (i quali avevano grosse difficoltà ad operare efficacemente in quell’area così brulla e frastagliata) e portando centinaia di uomini sulle montagne cecene entro l’inverno.

Nei mesi precedenti  il comandante ceceno inviò parecchie pattuglie in ricognizione, con lo scopo di mappare la posizione delle guardie di frontiera e seguire i loro spostamenti. Durante una di queste ricognizioni una pattuglia di Gelayev fu intercettata dai federali: i militanti si qualificarono come cacciatori, ma il fatto che fossero armati con fucili mitragliatori rese chiaro quale fosse lo scopo delle loro “battute di caccia”. I federali ebbero così piena consapevolezza che Gelayev stesse organizzando qualcosa, ed intensificarono la sorveglianza. Ciononostante l’Angelo Nero decise di procedere ugualmente, e nei primi giorni di Luglio guidò il primo distaccamento sulle montagne. La presenza dei gelayeviti non passò inosservata, ed il 21 Luglio i ceceni furono avvistati: con loro portavano armi da guerra, lanciagranate e perfino armi portatili terra – aria. Il 27 Luglio un primo reparto federale composto da una ventina di uomini, agli ordini del Maggiore Popov, intercettò una pattuglia avanzata cecena e si mosse a neutralizzarla. Il comando federale supportò l’azione inviando elicotteri da combattimento, e nel giro di poche ore combattimenti si accesero in tutta la gola. Popov aveva sottostimato l’entità delle forze nemiche, pensando di trovarsi davanti al massimo una decina di militanti, ma il rabbioso fuoco di risposta che ricevette, diretto anche contro gli elicotteri, rese presto chiaro che Gelayev aveva portato con sé svariate decine di uomini.

Ruslan Gelayev (al centro, in nero) circondato dai suoi uomini

LA BATTAGLIA

Non potendo procedere oltre per via della accanita resistenza dei militanti, Popov, optò per assumere una posizione difensiva e chiamare rinforzi: nel giro di alcune ore giunsero sul campo di battaglia alcune unità di mortaio che presero a bombardare le posizioni tenute dai gelayeviti. Il bombardamento fu efficace, e nel giro di poche ore produsse lo sbandamento della forza cecena. I russi presero ad avanzare, raggiunsero le posizioni nemiche e le assaltarono, prendendo cinque prigionieri e rinvenendo i resti di parecchi militanti. I prigionieri confermarono che la loro unità, composta da una venticinquina di uomini era l’avanguardia di un gruppo più corposo. I federali catturarono parecchie armi di ottima fattura, tra le quali 5 MANPADS.

Era chiaro che il reparto che era stato attaccato e distrutto dai russi non era né l’unico, né il più consistente, così le truppe federali continuarono ad affluire in zona, tentando di intercettare gli altri. Stavolta, tuttavia, le bande di Gelayev erano penetrate nei boschi circostanti la gola, e per stanarli sarebbe servita una lunga caccia all’uomo senza la copertura dell’artiglieria e dell’aereonautica. Reparti russi e ceceni si scontrarono nelle ore seguenti, in un complesso gioco di imboscate e sganciamenti durante il quale i reparti avversari giunsero a scontrarsi a distanza molto ravvicinata. In uno di questi scontri lo stesso Maggiore Popov rimase ucciso, probabilmente da un colpo di cecchino. Al calar del sole, Gelayev capì che anche se fosse riuscito ad aver ragione delle truppe federali (le quali, comunque continuavano ad affluire copiosamente) non avrebbe avuto alcuna possibilità di uscire dalla gola. Avendo perduto l’effetto sorpresa, e non potendo competere con i federali in campo aperto, decise quindi di far ritorno a Pankisi.

Mitragliere di Gelayev

Al termine della battaglia giacevano sul campo di battaglia almeno 25 militanti. Per parte sua l’esercito di Mosca aveva patito 8 morti e 7 feriti. Nei giorni seguenti i russi tentarono di intercettare i gelayeviti in ritirata, e secondo quanto dichiarato dal comando federale un altro contingente ceceno fu individuato, attaccato e distrutto prima che riuscisse ad attraversare il confine. Il fallimento dell’operazione convinse Gelayev a rientrare in Cecenia attraverso l’Inguscezia.

LA VOCE DEL NEMICO: L’ICHKERIA SECONDO TROSHEV (PARTE 3)

Se Troshev fu protagonista della Prima Guerra Cecena, lo fu ancora di più durante la Seconda. Comandante delle forze federali durante la controffensiva per respingere l’incursione di Basayev e Khattab in Daghestan, fu tra i principali comandanti delle forze impiegate nella seconda invasione della Cecenia. I passi che seguono raccontano della seconda presa di Grozny, delle principali battaglie combattute dall’esercito contro i militanti e dell’atteggiamento della resistenza cecena durante la fase della guerriglia partigiana che seguì.

LA SECONDA PRESA DI GROZNY

“Il territorio della città era diviso in tre linee difensive. La prima era organizzata lungo l’autostrada del distretto di Staropromislovsky, la seconda lungo Lenin Street (principalmente negli scantinati degli edifici a più piani); la terza lungo Saykhanov Street, a sud ovest della stazione ferroviaria. Gli edifici, posti in posizioni tatticamente vantaggiose, furono trasformati in contrafforti per una difesa circolare. Al fine di ridurre la probabilità di sconfitta dei distaccamenti militanti da parte del fuoco dell’artiglieria e degli attacchi aerei delle truppe federali, i punti di forza erano collegati da passaggi sotterranei. Usandoli, i militanti avevano la possibilità di uscire di nascosto dai bombardamenti, lasciare le loro posizioni e poi tornare dopo la fine dell’attacco di artiglieria o aereo.

La principale unità tattica dei banditi durante le battaglie urbane, come in passato, era un gruppo manovrabile di 5 – 6 persone. Esso includeva sempre un cecchino. Gli altri lo coprivano, mentre sparava con lanciagranate e mitragliatrici. Per garantire libertà di manovra del cecchino nei grattaceli i passaggi erano situati, di regola, su piani sfalzati.

Eppure, secondo me, i capi dei militanti stavolta difficilmente immaginavano di poter tenere a lungo la città. Rendendosi conto dell’inutilità di uno scontro armato a lungo termine con le truppe federali, Maskhadov ha dato ai comandanti di campo il compito di mantenere la città sotto il loro controllo fino al 27 Gennaio, giorno di apertura dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE), sperando che le pressioni dell’occidente avrebbero costretto Mosca a smettere di condurre l’operazione antiterrorismo.”

Una pagina del New York Times mostra un confronto tra la zona di Piazza Minutka prima dell’inizio della battaglia e dopo la conquista della citta. Sono evidenti le diffuse devastazioni, che hanno prodotto il crollo della maggior parte degli edifici.

Come si evince dalla ricostruzione di Troshev, il comando separatista aveva intenzione non già di difendere Grozny fino all’ultimo uomo, quanto di sfruttare la congiuntura dell’appuntamento diplomatico del PACE per interrompere i combattimenti da una posizione di equilibrio, mentre cioè le due forze in campo si confrontavano sul centro di gravità del conflitto (la capitale, appunto). Maskhadov era evidentemente cosciente che il “miracolo” compiuto dai separatisti durante la Prima Guerra non si sarebbe verificato una seconda volta: questo a causa di molteplici fattori, che il lettore potrà approfondire nel libro “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria, acquistabile QUI”.

CACCIA AI LUPI

Dopo la presa di Grozny, nel Gennaio del 2000, le forze federali si posero il problema di come neutralizzare la massa critica dei difensori della città, ancora asserragliata nei sobborghi meridionali, senza dover ricorrere alla distruzione sistematica dei quartieri residenziali. Certamente tra il 30 Gennaio ed il 1 Febbraio 2000 la maggior parte dei difensori tentò una sortita dalla capitale, finendo quasi annientata dall’artiglieria e dai campi minati. A posteriori i federali rivendicarono la paternità della vittoria, raccontando di aver pianificato e portato a termine una gigantesca imboscata dal nome in codice “Caccia ai lupi”. I separatisti negano che l’azione sia stata organizzata, adducendo il disastro al loro mancato coordinamento ed alla fortuita presenza di alcune grandi unità federali sul loro percorso. In questa sede riportiamo la versione fatta circolare dai comandi federali:

“Per attirare i militanti fuori dalla città assediata è stato sviluppato un piano originale presso la sede dell’UGV. Lo abbiamo chiamato “Il pozzo dei lupi”. Nell’ambito di questo piano è stata lanciata una campagna di disinformazione: con l’aiuto di un falso scambio radio, i banditi si sono convinti che ci fossero delle lacune nell’anello di accerchiamento, attraverso le quali avrebbero potuto passare. Alla congiuntura tra i reggimenti l’attività di combattimento è stata ridotta al minimo. Anche i servizi segreti sotto copertura hanno iniziato a lavorare, “spingendo” i comandanti sul campo ad uscire dall’anello. Parallelamente a queste misure in più direzioni, stavamo preparando una sorta di “corridoio” per il nemico.

I banditi abboccarono. Nella notte tra il 29 e il 30 Gennaio i resti dei distaccamenti pronti al combattimento hanno cercato di scondare a Staraya Sunzha, alla congiuntura tra il 15° ed il 276° reggimento fucilieri motorizzati. Oltre 600 militanti si sono precipitati sulla breccia. Lasciarono che animali e prigionieri li precedessero. Molti banditi morirono nei campi minati, molti furono gravemente feriti, compresi noti comandanti di campo. Basayev fu uno di loro… Quella notte i militanti hanno patito circa 300 perdite solo tra i morti. La maggior parte dei sopravvissuti si è arresa. Solo pochi riuscirono a fuggire dalla città.”

Sopravvissuti alla sortita del 29 Gennaio si ritirano verso Alkhan – Kala, Febbraio 2000

Distrutta la guarnigione a difesa di Grozny, i federali iniziarono a martellare le posizioni precedentemente consolidate dai separatisti nelle loro roccaforti di montagna. L’esercito russo tentò di raggrupparli tutti nella Gola dell’Argun, posizione ottimamente difendibile ma difficile da evacuare se accerchiata. Mentre le unità di terra avanzavano chiudendo la gola da nord, est ed ovest, i paracadutisti occuparono la strada Itum – Khale / Shatili, principale canale di rifornimento della resistenza ed unica via di fuga praticabile dai veicoli. A questo punto il grosso dell’esercito separatista si trovò ammassato in una stretta lingua di terra, dalla quale avrebbe potuto uscire soltanto abbandonando tutto il suo materiale pesante ed affrontando lunghe marce sotto il costante tiro dell’aereonautica. Vistisi braccati, gli uomini di Maskhadov si divisero in tre gruppi di manovra e tentarono una sortita in più direzioni: quello di Maskhadov, più piccolo e maneggevole, si defilò in modo da mettere in salvo il Quartier Generale, mentre gli altri due, al comando di Ruslan Gelayev e Ibn Al Khattab, tentarono di sfondare rispettivamente ad Ovest, verso Komsomolskoye (odierna Saadi – Khotar) e ad est, verso Vedeno. La sortita di Khattab ebbe successo: il contingente di circa 1500 uomini al suo seguito riuscì a superare le posizioni russe su di una collina boscosa, la cosiddetta “Altezza 776”. La battaglia fu feroce, e le perdite da entrambe le parti molto alte, ma Khattab ed i suoi riuscirono a “filtrare” oltre le unità federali e a disperdersi nei distretti di Vedeno e Nozhai – Yurt, dove li aspettava Shirvani Basayev con un contingente di circa 800 militanti ed una rete ben organizzata di basi dove ricostituire i ranghi.

Truppe federali entrano ad Argun

KOMSOMOLSKOYE

La sortita di Gelayev, invece, non riuscì: dopo una lunga ed estenuante marcia tra i torrenti ed i sentieri di montagna, il suo reparto riuscì effettivamente a superare le posizioni dei federali, ma all’altezza di Komsomolskoye (villaggio natale dello stesso Gelayev) si trovò inchiodato dal tiro dei reparti di Mosca prontamente affluiti a bloccare lo sversamento dei separatisti.

“Su cosa contava Gelayev? Come si è scoperto, il suo obiettivo finale era quello di unire diversi gruppi di banditi a Komsomolskoye e conquistare il centro regionale di Urus – Martan. Credeva che sarebbe stato in grado di scuotere tutti i ceceni che simpatizzavano con lui contro le forze federali e poi dettare le sue condizioni al comando del Gruppo Unito. Tutto questo, comunque, divenne noto successivamente. Nel frattempo, subito dopo aver ricevuto informazioni sulla sortita e la cattura del villaggio, è stato dato l’ordine di bloccare Komsomolskoye da parte delle forze del Ministero della Difesa e delle truppe interne. Già il 5 Marzo, cioè il giorno successivo, il villaggio era sotto assedio.

[…] Il 7 Marzo è iniziata l’operazione. Fu subito chiaro che la maggior parte degli abitanti di Komsomolskoye aveva lasciato il villaggio. E che solo quelli che si erano uniti a Gelayev vi erano rimasti. […] Era chiaro che Gelayev e la sua banda, intrappolati in un doppio anello di blocco, non intendevano deporre le armi.

[…] I combattimenti a Komsomolskoye sono, forse, paragonabili per ferocia solo alle battaglie per Grozny[ […]. Il villaggio si è rivelato essere ben fortificato dal punto di vista ingegneristico Molte erano le fortificazioni attrezzate secondo tutte le regole della scienza militare. Le cantine erano state trasformate in fortini e potevano resistere al colpo diretto di un carro armato. Inoltre la maggior parte degli scantinati era collegata da trincee di comunicazione bloccate da porte d’acciaio. In effetti, quasi ogni casa fu trasformata in una fortezza, progettata per un lungo assedio. La battaglia fu combattuta in ogni edificio.

Dopo un paio di giorni, è diventato ovvio che non ci sarebbe stata una vittoria rapida. Più intensificavamo i nostri sforzi, più feroce diventava la resistenza. I banditi hanno subito enormi perdite, ma i sopravvissuti hanno combattuto con la disperazione dei condannati. Ed erano condannati. I ripetuti tentativi dei banditi di sfondare l’anello di blocco sono stati repressi da noi in modo deciso e duro. […]  I militanti subirono perdite significative, ebbero molti feriti, tuttavia, sotto il pericolo della prigionia, continuarono e resistere ostinatamente, al punto che anche i feriti rimasero in posizione.

I banditi resistevano principalmente grazie alla droga. Le siringhe erano sparse in tutte le case, in ogni seminterrato, intervallate da cartucce esaurite. In preda alla frenesia della droga, i banditi non conoscevano né paura né dolore. Ci sono stati momenti in cui, stupefatti dalla dose, sono corsi fuori dal nascondiglio, sono andati di corsa all’attacco ed hanno sparato indiscriminatamente fino a quando non si sono presi un proiettile in fronte.

Bombardamenti sul villaggio di Komsomolskoye (Marzo 2000)

[…] Nonostante tutto il 14 Marzo, cioè una settimana dopo l’inizio, si è conclusa la parte militare dell’operazione. Tutti i tentativi dei Gelayeviti di sortire da Komsomolskoye nelle direzioni sud – est e sud – ovest furono repressi dalle azioni delle forze federali. […] Il controllo dei distaccamenti militanti è stato completamente interrotto, sono rimasti solo piccoli gruppi sparsi, che sono stati distrutti dal fuoco dei carri armati, dei lanciafiamme e delle armi leggere. E il giorno successivo unità del Ministero della Difesa, truppe interne e del Ministero degli Affari Interni e del Ministero della Giustizia hanno iniziato una completa “Pulizia” del villaggio. Era necessario letteralmente sradicare i resti dei gruppi delle bande da scantinati e rifugi.

[…] Nella notte tra il 19 e il 20 Marzo i resti dei gruppi di banditi fecero un disperato tentativo di sfondare in direzione nord. Camminarono lungo il letto del torrente, gonfi di droga, chiaramente visibili alla luce della luna. Era la marcia dei condannati. Ovviamente non andarono molto lontano. Rimasero intrappolati nel fuoco incrociato delle nostre unità.

[…] Il giorno dopo il fallimento dell’azione, i militanti disperati hanno iniziato a gettare le armi. Sono state contate 88 persone in totale. Sporchi, laceri, quasi tutti indossavano abiti civili mimetici. Alcuni avevano passaporti sovietici. […]. Sfortunatamente Gelayev è riuscito a fuggire da Komsomolskoye. Ha tradito tutti: la sua gente, trascinandola qui a morte certa, e i suoi connazionali (a seguito di un’avventura di banditi, il villaggio è stato quasi completamente distrutto). Non è difficile immaginare quali sentimenti hanno provato gli abitanti del posto quando sono tornati ai ruderi.

[…] L’operazione speciale a Komsomolskoye, che si concluse con una completa sconfitta dei banditi, divenne, infatti, l’ultima grande battaglia della Seconda Guerra Cecena, coronando degnamente la fase militare attiva dell’operazione antiterroristica.”

GUERRA PARTIGIANA

Dopo le battaglie dell’Altezza 776 e di Komsomolskoye i resti dell’esercito separatista si divisero in piccole bande, avviando una logorante guerriglia partigiana, la quale si sarebbe trascinata con intensità decrescente per molti anni (una piccola unità di guerriglieri, ormai appartenenti allo Stato Islamico, è stata distrutta giusto nel Febbraio del 2021). Troshev ne descrive i tratti principali in questo passo:

“I distaccamenti militanti non sono riusciti a sfondare nella pianura. Si trovavano ancora nei distretti di Nozhai – Yurt, di Vedeno e di Shatoi. Ma, nonostante la sconfitta delle principali forze separatiste nelle zone montuose, la dirigenza delle formazioni armate illegali ha tentato di ripristinare un sistema di controllo unificato per i distaccamenti separati. I gruppi di combattimento di Shamile Basayev e di Khattab rimasero i più pronti alla battaglia, nascondendosi in basi precedentemente preparate, in depositi e in caverne.

L’elusione dei posti di blocco è diventata più frequente. A causa dell’incoerenza e della mancanza delle competenze necessarie, finimmo in un’imboscata e subimmo la perdita di un distaccamento (40 persone) dell’Omon di Perm. La colonna marciava senza ricognizione del percorso e organizzazione dell’interazione con le suddivisioni delle truppe interne e dell’artiglieria. L’operazione fu condotta attraverso canali di comunicazione aperti. Queste omissioni portarono al disastro. E tali esempi, sfortunatamente, non sono stati isolati. All’inizio dell’estate del 2000, dopo la sconfitta della banda di Gelayev a Komsomolskoye, le truppe federali non furono più impegnate in ostilità su larga scala. Gli estremisti iniziarono ad usare metodi di guerriglia: bombardamenti “da dietro l’angolo”, sabotaggi, esplosioni, imboscate […].

Cratere lasciato dall’esplosione di un ordigno a ridosso della base federale di Argun, Luglio 2000

FINANZIAMENTO E SUPPORTO INTERNAZIONALE DURANTE LA SECONDA GUERRA CECENA

Così come durante la Prima Guerra, anche nella Seconda il fronte separatista godette dell’appoggio politico ed economico della diaspora cecena all’estero, assommandovi i non scarsi finanziamenti in arrivo dalle associazioni islamiche radicali di tutto il mondo (interessate più al fronte jihadista in seno alla resistenza, che al nazionalismo ceceno in sé). Troshev descrive citando le sue fonti il fronte di supporto internazionale ai militanti, concentrandosi sull’ala islamista radicale, finanziatrice per lo più delle bande di Khattab e dei suoi successori. Le cifre citate non sono verificate da alcuna fonte da noi reperibile.

“I separatisti che si oppongono alle autorità federali della Russia sul territorio della Repubblica Cecena […] non hanno mai sperimentato una carenza di mercenari, armi e denaro. Come hanno ricevuto e continuano a ricevere assistenza materiale e finanziaria? Fino a poco tempo fa, tale assistenza era fornita da alcune organizzazioni musulmane  (situate principalmente negli Stati Uniti), organizzazioni umanitarie non governative dei paesi arabi del Medio Oriente, servizi speciali di alcuni stati e, naturalmente, la diaspora cecena – sia estera che russa. Ad esempio, molte organizzazioni musulmane sono state create ed operano negli Stati Uniti. La fazione più potente tra loro è il cosiddetto “Supreme Islamic Council of America”. Sotto il suo cappello vi sono organizzazioni militanti radicali come il Circolo Islamico del Nord America, la Comunità Islamica del Nord America e molte altre. Unisce quindici milioni di musulmani che vivono negli Stati Uniti. Secondo le informazioni disponibili, è stata questa organizzazione il canale principale per il trasferimento delle finanze dagli Stati Uniti alla Cecenia, ed ha organizzato regolarmente discorsi filo – ceceni nei media. Una volta, il Consiglio Supremo Islamico d’America ha preso la decisione senza precedenti di fornire assistenza finanziaria alla Cecenia. Ogni musulmano americano fu obbligato a consegnare almeno 100 dollari alla “cassa nera” dei militanti. Così, i leader combattenti ceceni ricevettero almeno 150 milioni di dollari.

Un altro ente di beneficienza non governativo, l’American Muslim Aid (AMA) è stato registrato presso il Dipartimento di Stato Americano. Il suo compito principale è “fornire assistenza ai fratelli musulmani di tutto il mondo”. L’AMA ha fornito assistenza alle comunità islamiche del Caucaso settentrionale, ha condotto un’attiva campagna per screditare le azioni delle autorità russe in Cecenia. All’inizio del 2000, i rappresentanti dell’AMA, su invito di A. Maskhadov, hanno visitato la Cecenia. La Islamic Charitable Foundation, che ha sede anche negli Stati Uniti, ha organizzato regolarmente discorsi sui media a sostegno dei separatisti in Cecenia ed ha condotto un’ampia campagna di propaganda nelle scienze politiche e nei centri di ricerca negli Stati Uniti, ed ha chiesto audizioni al Congresso. Allo stesso tempo , ha coinvolto attivamente il personale dell’amministrazione degli Stati Uniti come consulenti ed esperti.

[…] Le forze dell’ordine russe hanno registrato più di 130 grandi fondazioni, società ed organizzazioni non governative che supportano direttamente o indirettamente i terroristi ceceni provenienti da paesi lontani e della CSI, oltre ad un centinaio di azienda e una dozzina di gruppi bancari.

AKHMAT KADYROV

Una volta distrutti i principali distaccamenti separatisti, il governo federale installò un’autorità locale che si occupasse di consolidare il controllo sul territorio, fornire assistenza alla popolazione civile e reintegrare gradualmente i militanti più indecisi. Il governo ceceno filo – russo doveva guadagnare alla sua causa quanti più ceceni possibile, ragion per cui il Presidente Putin decise di avvalersi del supporto di una delle principali figure religiose del paese, nel frattempo passato dalla causa separatista a quella unionista: il Muftì della Cecenia, Akhmat Kadyrov. La sua figura, politicamente controversa ma anche molto popolare, oggi è mitizzata dal governo in carica (guidato dal figlio di Akhmat Kadyrov, Ramzan) che gli ha dedicato strade, scuole, moschee e addirittura un reggimento di polizia antiterrorismo d’élite. Troshev ne parla approfonditamente nelle sue memorie:

“La gente gli credeva quasi incondizionatamente. […] Ricordo il nostro primo incontro vicino a Gudermes, quando le truppe del mio gruppo orientale circondarono la città. Durante le trattative si comportò con moderazione. Ci chiese di fare tutto il possibile per non distruggere Gudermes. Promise di aiutare a scacciare i banditi. Le sue parola non si discostavano dalle sue azioni. Akhmat – Khadzhi non mi ha mai ingannato, non mi ha permesso di dubitare delle sue intenzioni. E le intenzioni erano queste: fare tutto il possibile perché la pace e l’ordine regnassero nella repubblica, anche con l’aiuto del governo federale.

Ho parlato con Kadyrov per ore. Ci siamo incontrati spesso. Mi piaceva la sua sincerità, la sua onestà. Non a nascosto il fatto di aver combattuto nella prima guerra contro i “federali”, non ha nascosto il suo precedente idealismo, non ha cercato di nascondere informazioni a lui sfavorevoli. Ho visto che Kadyrov stava lottando per la verità (nel senso ampio del termine). Ho visto che c’era un’enorme massa di persone dietro di lui: ceceni di diversi strati della società. Ho visto che era un vero leader, sia spirituale che politico. Ho visto che era nostro alleato.”

Gennady Troshev (a destra) con Akhmat Kadyrov (a sinistra). Dietro di loro il figlio di Akhmat, Ramzan, oggi Presidente della Repubblica Cecena.

IL REFERENDUM DEL 2003

Uno dei punti di svolta nella cosiddetta “cecenizzazione” del secondo conflitto russo – ceceno fu il referendum costituzionale del 2003, con il quale la popolazione approvò una nuova Carta Fondamentale, nella quale la Cecenia tornava ad essere un soggetto federale. Troshev salutò l’evento come l’inizio di una nuova era nella storia delle relazioni russo  – cecene, o quantomeno la fine politica dell’esperienza separatista.

“Per la prima volta nella loro storia, gli stessi ceceni determinarono volontariamente il loro destino. Nessuno aveva chiesto loro niente del genere, prima. Ne’ venti né trent’anni fa, quando il partito pubblicava circolari e concetti come “l’ingresso volontario” né centocinquant’anni fa, quando il Caucaso fu sottomesso, né all’inizio degli anni ’90, quando Dudaev proclamò “l’Ichkeria indipendente”. I risultati del referendum hanno sbalordito molti. Molti, ma non gli stessi ceceni. Gli abitanti della repubblica fecero la loro scelta a favore della pace, non della guerra.

[…] Nel libro “La mia guerra”, in uno dei capitoli dal titolo “Alleati inaspettati”, ho parlato di come le truppe del gruppo orientale hanno liberato Gudermes, Argun, Shali dai banditi…ceceni. Ricordo ancora con gratitudine i fratelli Yamadayev, Dzhabrail e Khalid, Supyab Taramov e altri. Sono stati tra i prmi a distruggere i banditi spalla a spalla con  “federali”.

L’AMBIGUITA’ DELLA GEORGIA

L’unico confine internazionale della Cecenia è quello meridionale. Lungo quel confine dalla Cecenia si passa in Georgia, una repubblica che fin dai primi anni ’90 si è confrontata con la Russia, tentando di tenere il Cremlino lontano dai suoi affari, mentre Mosca tentava di tutelare le minoranze filo  – russe in Abkhazia e Ossezia del Sud. Il passaggio dalla Cecenia alla Georgia è difficilmente praticabile, e soltanto tra il 1997 ed il 1999 il governo separatista tentò di aprire una strada carrabile che dalla cittadina montana di Itum – Khale giungesse al piccolo villaggio georgiano di Shatili, aprendosi così una “via d’uscita dall’assedio”. Durante i due conflitti russo – ceceni la Georgia funse sia da via di comunicazione per uomini, merci e risorse finanziarie, sia da base di retroguardia per i reparti separatisti in fuga, o desiderosi di ricomporre i ranghi prima di tornare in battaglia. Troshev parla diffusamente dell’ambiguo atteggiamento tenuto dal governo di Tbilisi nei confronti dei separatisti ceceni, e delle basi su territorio georgiano nelle quali i militanti poterono ricostituire le loro forze durante la Seconda Guerra. In particolare Troshev parla della Gola di Pankisi, una stretta valle abitata da una popolazione di etnia Vaynakh, molto vicina geograficamente e culturalmente alla Cecenia. In questa valle si raccolsero a più riprese centinaia di miliziani, tanto che per un certo periodo di tempo la valle fu considerata una sorta di “terra franca” del terrorismo internazionale.

“Nel Settembre 2002 il Presidente russo V.V. Putin ha presentato serie accuse contro la leadership georgiana. Ha rimproverato le autorità del paese vicino per connivenza con le bande di terroristi internazionali ed ha avvertito Eduard Shevardnadze e il Consiglio di Sicurezza dell’ONU che la Federazione Russa si sarebbe riservata il diritto di autodifesa in caso di minaccia alla sua sicurezza da banditi ceceni e stranieri dislocati su territorio georgiano, a Pankisi…

[…] Ci sono prove documentali che un certo numero di comandanti di campo ceceno hanno utilizzato la gola di Pankisi come base per la convalescenza, la ricreazione e la riorganizzazione dei militanti, nonché per il trasferimento di armi e munizioni in Cecenia. Ad esempio, è stato recentemente pubblicato l’appello di Shamil Basayev ai membri delle formazioni armate illegali cecene situate in Georgia, il quale contiene istruzioni per condurre attività sovversive contro la Russia, compiti per addestrare militanti e fornire loro armi.

La gola di Pankisi. Oltre quell’alta catena di montagne c’è la Cecenia

[…] Nei primi mesi dopo l’attacco al Daghestan, la collaborazione dei leader georgiani con i comandanti di campo è stata appena nascosta. A Tbilisi iniziarono ad essere pubblicati tre giornali, finanziati in tutto o in parte con il denaro dei militanti, apparve un centro di informazione ceceno e, soprattutto, fu creato il cosiddetto “ufficio di rappresentanza” dei separatisti ceceni, che un tempo contava fino a un centinaio di dipendenti, cioè incomparabilmente più grande dell’ambasciata russa. Nonostante le proteste di Mosca, le strutture ufficiali della Georgia, per non parlare dei media privati, l’anno definita niente di più che un “ufficio di rappresentanza della Cecenia” o “un ufficio di rappresentanza della Repubblica di Ichkeria”. Lo stesso rappresentante, Khizir Aldamov, è diventato una vera star dello schermo televisivo, ha ottenuto il favore della leadership georgiana ed ha incontrato direttamente ministri e capi dipartimento.