31/12/1994 – 03/01/1995: Il fiasco di Capodanno

Quello che segue è un estratto dal secondo volume di “Libertà o Morte!” Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria. Lo pubblichiamo nell’anniversario della Battaglia per Grozny,

Nella notte tra il 30 ed il 31 dicembre 1994 l’artiglieria federale iniziò un bombardamento a tappeto su Grozny. Migliaia di colpi d’artiglieria sventrarono i quartieri residenziali della periferia settentrionale. Il mattino seguente l’aeronautica continuò l’opera scaricando sulla città una pioggia di bombe e razzi. Per far sì che il bombardamento fosse continuo erano stati assegnati due equipaggi ad ogni velivolo, cosicché i cacciabombardieri federali potevano effettuare le loro missioni senza sosta[1]. Ciononostante, a causa del maltempo l’attività dei bombardieri non sortì grandi effetti sulle difese cecene, mentre generò il panico tra la popolazione e produsse grandi distruzioni nei quartieri centrali della città, abitati massicciamente da russi[2]. Dopo 24 ore di bombardamenti le truppe di terra iniziarono ad avanzare. Il grosso dell’operazione era, come abbiamo visto, assegnato ai Gruppi d’Assalto Nord e Nord-ovest le cui punte di lancia erano costituite dall’81° Reggimento Motorizzato e dalla 131a Brigata Motorizzata. Le due unità iniziarono ad avanzare verso il centro cittadino alle prime luci dell’alba del 31 dicembre. Il piano prevedeva che la 131a avanzasse in profondità fino alla stazione ferroviaria, dove avrebbe costituito una testa di ponte per le unità del Gruppo d’Assalto Ovest, mentre l’81° avrebbe aperto la strada verso il Palazzo Presidenziale.

L’avanzata della 131a incontrò una resistenza piuttosto accanita. Quando l’unità raggiunse Viale Majakovsky, una sorta di anello stradale che circonda tutto il settore occidentale della città, il plotone di ricognizione in testa alla colonna venne investito da un violento fuoco incrociato. Il primo carro T – 72 della colonna saltò in aria, ed i veicoli che lo seguivano rimasero danneggiati. Nel corso della marcia la colonna si era allungata, e quando i superstiti del plotone di ricognizione fecero marcia indietro si scontrarono contro il resto del convoglio che avanzava in direzione opposta. All’altezza dell’ingorgo c’era una scuola elementare, dalla quale un gruppo d’assalto ceceno aprì il fuoco contro i russi in confusione. Soltanto l’intervento dell’artiglieria semovente ed un bombardamento aereo che riuscì a centrare in pieno la scuola permisero all’unità di riprendere l’avanzata. All’altezza della Casa della Stampa, a poca distanza dal complesso industriale Krasnij Molot (“Martello Rosso”) i russi incontrarono l’accanita resistenza di alcuni reparti a difesa del centro urbano[3]. L’81°, per parte sua, si trovò a combattere per aprirsi la strada fin dal primo ponte sul Sunzha a nord della città (il Ponte Zukhov). Con i mezzi blindati incolonnati e impossibilitati a manovrare, il reggimento subì numerosi attacchi a colpi di lanciagranate, a seguito dei quali riportò la perdita di cinque veicoli corazzati. Nel frattempo, le unità che seguivano l’81° raggiunsero l’avanguardia, aumentando l’ingorgo e rendendo ancor più difficile il dispiegamento sull’asse di marcia. La situazione fu ulteriormente complicata dal fatto che il piano d’attacco non era sufficientemente dettagliato da individuare più vie d’accesso al quartiere governativo, così le unità avanzanti procedettero incolonnate seguendo uno schema caotico e disorganizzato. All’ingorgo si aggiunsero progressivamente elementi di altre unità, reparti sciolti e veicoli che, a causa di guasti lungo il tragitto, avevano dovuto fermarsi e adesso stavano recuperando terreno, cercando di riunirsi ai loro comandi. In breve, i reparti si confusero tra loro, perdendo la capacità di coordinarsi. Per ridurre la congestione della colonna l’81° venne diluito attraverso vie secondarie, delle quali i capireparto non possedevano mappe aggiornate.  Giunti a pochi isolati dal Palazzo Presidenziale, i russi si trovarono nel bel mezzo di un’imboscata. I reparti a difesa dell’anello difensivo interno si attivarono improvvisamente, sommergendo i russi sotto una pioggia di proiettili.  Basayev aveva atteso che l’81° Reggimento si fosse ben addentrato nel dedalo di strade che convergevano sul Palazzo Presidenziale, e una volta che le colonne federali si furono allungate sufficientemente fece attaccare i carri in testa ed in coda, paralizzando i tronconi centrali e scagliandogli contro i gruppi d’assalto armati di lanciagranate. Quei pochi reparti che riuscirono a manovrare si trovarono isolati e privi del supporto della fanteria, che era rimasta bloccata dal tiro dei cecchini. Impossibilitati a rispondere al fuoco proveniente dai piani alti degli edifici, i veicoli superstiti tentarono di chiudersi in un perimetro di difesa, ma finirono sotto una pioggia di RPG e vennero completamente distrutti. Le retrovie del Gruppo da Battaglia Nord, che arrivavano alla spicciolata, si trovarono davanti un brulicare di soldati terrorizzati che cercavano rifugio dietro alle carcasse incendiate dei loro veicoli. Il gruppo venne investito in pieno dalla controffensiva cecena. Alcuni reparti riuscirono a barricarsi nel quartiere ospedaliero, a qualche centinaio di metri a nord del Palazzo Presidenziale, ma per molti altri non ci fu scampo: privi della copertura aerea e del supporto dei mezzi corazzati, dovettero uscire allo scoperto e tentare la fuga, diventando facili bersagli per i cecchini. Entro sera i russi avevano già perduto una settantina di mezzi, e centinaia tra morti e feriti.

Anche la 131a Brigata, che fino alle 13:00 era avanzata senza incontrare forti resistenze, venne investita da un improvviso e violento contrattacco non appena raggiunse il suo obiettivo[4]. Alle 15:00 in punto la Stazione Ferroviaria divenne il bersaglio del tiro di centinaia di armi da fuoco e lanciagranate. Nel giro di 60 minuti i federali persero tredici carri armati e numerosi mezzi blindati. Il comandante della Brigata, Ivan Savin, guidò il ripiegamento delle unità all’interno della stazione, venendo ferito ad entrambe le gambe. Una volta dentro, Savin ordinò ai suoi uomini di trincerarsi, e chiamò in soccorso la riserva della brigata, che ancora non era entrata a Grozny e stazionava nei sobborghi a nord della città, agli ordini del Colonnello Andrievski. Nel frattempo la difesa cecena si attivava in tutti i settori nei quali erano penetrati i nemici. A metà del pomeriggio il caos si era impadronito dalla città, ormai trasformata in campo di battaglia[5].

Per tutta la notte i reparti superstiti dell’81° Reggimento e della 131a Brigata rimasero isolati, asserragliati nei loro ricoveri di fortuna. Il Ministro Grachev venne richiamato precipitosamente mentre stava festeggiando il suo quarantasettesimo compleanno. Giunto alla base di Mozdok, si rese conto del pasticcio che aveva combinato: non soltanto i suoi gruppi d’assalto non avevano effettuato il blitz, ma erano addirittura finiti in trappola. Alle 6:00 del 1° gennaio la retroguardia della 131a Brigata tentò un’incursione per liberare i compagni assediati. Una colonna di una quarantina di veicoli tentò di raggiungere la stazione, ma l’intenso fuoco ceceno impose ai russi di muoversi ai margini del centro abitato, lungo Via Majakovskij, nel tentativo di intercettare i binari e procedere parallelamente a questi, tenendo almeno un fianco al coperto. Non appena giunta nei pressi della linea ferroviaria, tuttavia, la colonna fu bloccata dall’esplosione dei veicoli di testa. Il Colonnello Adrievski fece appena in tempo ad invertire la rotta, prima che anche la coda della colonna finisse distrutta. Decise così di tornare indietro e percorrere una delle strade secondarie che correvano parallelamente ai binari, sperando di riuscire a superare il fuoco che i ceceni gli stavano vomitando addosso dai tetti dei palazzi e dagli scantinati. Giunto con i resti della sua unità all’incrocio antistante il piazzale della stazione, il reparto cadde in una seconda imboscata, durante la quale una granata colpì il veicolo del Colonnello Andrievski, uccidendolo. Privi di un comandante, i suoi uomini si trovarono immobilizzati mentre i ceceni facevano saltare il carro in testa e quello in coda, e procedevano poi a distruggere tutte le unità intrappolate all’interno. La fanteria, rimasta senza protezione, fu sterminata. Soltanto due carri, i cui equipaggi erano riusciti a divincolarsi tra le carcasse degli altri veicoli, riuscirono ad uscire dall’imboscata sfrecciando a tutta velocità verso la stazione ferroviaria, dove i carristi si barricarono insieme ai commilitoni che avrebbero dovuto soccorrere. Un altro carro, che era riuscito a guadagnare un’uscita sul lato opposto, finì contro gli argini del Sunzha e si inabissò.

Il piano di recupero era fallito in tragedia, ed il comando russo ordinò un secondo tentativo. Un distaccamento della 19a Divisione Motorizzata, avanguardia del Gruppo d’Assalto Ovest, tentò di raggiungere la stazione nella tarda mattinata, ma non riuscì a prendere contatto né con la prima colonna di soccorso, ormai distrutta, né con i resti della 131a. Finalmente alle 13:00 del 1 gennaio il comandate della Brigata Ivan Savin ottenne il permesso di tentare una sortita, mentre un terzo gruppo di soccorso, composto da reparti della 106a e della 76a Divisione Paracadutisti (il resto del Gruppo d’Assalto Ovest) avrebbe tentato di rompere l’accerchiamento. L’azione, già difficilissima di per sé a causa dei più di 60 feriti che Savin avrebbe dovuto trasportare mentre tentava la fuga, fu resa più difficoltosa dal fatto che al pari di tutti gli altri ufficiali, Savin non possedeva mappe dettagliate del quartiere circostante la stazione. Nel giro di un’oretta i fuggiaschi si persero, sbagliarono direzione ed invece che muoversi verso il Gruppo Ovest si lanciarono a tutta velocità verso Nord, ritrovandosi di fronte al Palazzo Presidenziale e venendo accolti da una pioggia di proiettili. Morirono praticamente tutti gli ufficiali, Savin compreso, mentre 76 coscritti finirono nelle mani dei ceceni[6]. La 131a Brigata venne completamente distrutta: dopo 24 ore di combattimenti aveva perduto 20 carri armati su 26, 112 veicoli su 120, 6 cannoni semoventi e praticamente tutto il personale combattente. Fu un disastro senza precedenti, aggravato dal fatto che, mentre i Gruppi di Battaglia Nord e Nord-ovest erano almeno riusciti a penetrare in città, i gruppi Est ed Ovest non erano nemmeno riusciti ad entrare nel centro abitato.

Il Gruppo di Battaglia Est, composto da elementi della 194a Divisione Paracadutisti e dal 129° Reggimento Motorizzato, da un distaccamento di paracadutisti dei corpi speciali e da un battaglione di carri armati aveva raggiunto con successo la base di Khankala, e respinto la controffensiva cecena. Ma alla vigilia dell’attacco il comandante della 194a si rifiutò di partecipare, dichiarando che il piano non era stato adeguatamente preparato e che sarebbe finito in una carneficina. Così al momento dell’offensiva si mosse solo il 129°, appoggiato da una colonna di carri armati.  Anche questo contingente raggiunse con poche difficoltà il centro cittadino, ma all’altezza del ponte ferroviario sul Sunzha si trovò investito dal contrattacco degli uomini di Basayev. I russi persero buona parte dei loro veicoli tentando di trovare una strada alternativa e, non conoscendo il terreno di battaglia, passarono da un’imboscata all’altra senza riuscire a sganciarsi. Attestatisi in uno spiazzo, i superstiti organizzarono un perimetro difensivo, ma furono bombardati per errore dalla stessa aviazione federale, che mise fuori combattimento altri cinque veicoli ed aprì la strada al contrattacco degli indipendentisti. I russi si ritirarono alla rinfusa verso la base di Khankala, che raggiunsero soltanto alle 2 di notte del 1° gennaio, con i reparti ormai ridotti a brandelli. Nell’infruttuoso attacco erano caduti 150 uomini e la maggior parte dei veicoli era andata persa. Infine il Gruppo di Battaglia Ovest si mise in marcia in ritardo, riuscendo a raggiungere il quartiere residenziale con meno della metà degli effettivi e quando ormai gli altri tre gruppi erano stati bloccati e costretti a ritirarsi o ad asserragliarsi in posizioni di fortuna. Il Gruppo non riuscì a reggere il fuoco ceceno, e si dispose in posizione difensiva presso il Parco Lenin, tra il Palazzo Presidenziale e l’Ospedale dov’erano asserragliati i resti dell’81°. Nel giro di qualche ora fu chiaro che i reparti del Gruppo Ovest non avrebbero potuto muovere in nessuna direzione senza subire alte perdite.

L’unico Gruppo di Battaglia che riuscì a manovrare con compostezza fu il Nord – Est. Il suo comandante, il Tenente Generale Rochlin, fu l’unico che mantenne un ordine soddisfacente, avanzando senza fretta e preoccupandosi di mantenere sempre un contatto con le retrovie, senza ingolfare la testa della colonna e predisponendo coperture laterali per le sue unità. Fu grazie a lui se i reparti sbandati del Gruppo Nord, barricati nell’ospedale, riuscirono ad evitare la tremenda fine della 131a Brigata. Rochlin dispiegò i suoi reparti ad arco, assumendo corrette posizioni difensive e riuscendo a respingere l’attacco dei ceceni fino a tarda notte, costituendo una posizione d’appoggio dentro la città dalla quale poter fornire assistenza sia ai resti dell’81° arroccati nell’ospedale, sia agli altri reparti in ripiegamento che necessitavano di copertura. Fu solo grazie a lui se il fiasco dell’assalto di Capodanno non si tramutò in una completa disfatta. La resistenza degli uomini di Rochlin fu tuttavia facilitata dalla scelta, presumibilmente compiuta dallo stesso Generale, di barricare i suoi uomini nella struttura sanitaria, in quel momento piena di civili feriti e di personale medico, usandoli di fatto come scudi umani contro un possibile attacco ceceno. Si trattò di un crimine di guerra, nonché del primo di una serie di “sequestri ospedalieri” che avrebbero insanguinato la storia del conflitto ceceno[7]. Al “Blitz” parteciparono 6.000 uomini dell’esercito federale, appoggiati da 350 mezzi corazzati.  Alla fine della giornata risultavano persi dai 534 (fonti russe) ai 1000 (fonti cecene) soldati e 200 veicoli, 20 dei quali erano stati recuperati dai difensori. Nelle mani dei ceceni rimanevano anche 81 prigionieri. Era stata la più sanguinosa battaglia urbana dalla Seconda Guerra Mondiale, e per i russi era stata una disfatta.


[1] Riguardo a questo, va specificato che l’idea di assegnare due equipaggi allo stesso velivolo, avanzata dal Comandante delle Forze Aeree federali, Colonnello Generale Piotr Deneikin, sbatté spesso contro la carenza di equipaggi in grado di garantire il servizio. Ciò produsse spesso incidenti anche mortali, con la perdita di uomini e velivoli, cosicché alle prime sortite con doppio equipaggio seguirono presto sortite classiche, con un solo equipaggio affidato al singolo velivolo da bombardamento.

[2] Nonostante l’enorme esodo di profughi da Grozny il centro cittadino era ancora pieno di civili, per la maggior parte russi etnici che non erano riusciti a sfollare in tempo, o che non avevano trovato appoggi nei villaggi di campagna. I bombardamenti federali, concentrati principalmente sul centro cittadino, finirono quindi per colpire prima di tutto gli abitanti di origine russa.

[3] Ilyas Akhmadov, presente in quella posizione, mi ha raccontato con queste parole quanto successe alla Casa della Stampa: Tutto era sotto il tiro dell’artiglieria pesante. […] C’era un comandante, non ricordo il suo nome, ma ha chiesto se qualcuno volesse farsi avanti per aiutare il nostro cecchino a trovare il cecchino russo che stava colpendo la nostra posizione. Mi sono offerto volontario e sono salito al nono piano con un Kalashnikov preso in prestito per proteggere il nostro cecchino. Proprio quando siamo arrivati in cima ricordo che il terreno sotto i miei piedi tremava violentemente. L’artiglieria stava colpendo il pavimento sotto di noi. […] L’edificio era per lo più vuoto, ma ogni tanto un ceceno correva al secondo o al terzo piano e sparava ai veicoli russi. […]. Inoltre, l’edificio era al centro di molti combattimenti e offriva una vista vantaggiosa in tre direzioni. Questo è probabilmente il motivo per cui i russi hanno lavorato così furiosamente per distruggerlo.

[4] Poco prima che le truppe federali finissero sotto il tiro dei lanciagranate ceceni, fu registrata una conversazione destinata a diventare tristemente famosa negli anni a seguire.La sua trascrizione è l’incipit di questo capitolo.

[5] Emblematiche sono le parole di Ilyas Akhmadov, che rievocando quei momenti descrisse così la situazione: Intorno alle 16, i cinque combattenti con cui ero salito sul camion e il civile che ci accompagnava si avviarono verso il Palazzo Presidenziale a circa 1,5 miglia di distanza. Ma, con l’inferno intorno a noi, era una distanza molto lunga. Era difficile capire dove fossero russi e ceceni. Puoi immaginare com’è quando metti 100 cani affamati in una gabbia, era la stessa cosa. […] Era un circo pazzo. I carri armati correvano in ogni direzione, disorientati. […] In ogni strada, i ceceni sfrecciavano con i lanciagranate e quando sentivano i carri armati gli correvano incontro per distruggerli. Ho visto una volta due gruppi ceceni litigare a pugni su chi aveva eliminato un carro armato e chi meritava il bottino all’interno. Era difficile capire chi avesse distrutto questo o quel carro armato perché c’erano ragazzi che sparavano su di loro da molti piani diversi, da diversi edifici e direzioni.

[6] I federali riuscirono a recuperare i corpi dei caduti soltanto il 23 Gennaio successivo. I loro pietosi resti, divorati dai cani randagi, furono rinvenuti ormai ridotti a scheletri. Il corpo di Savin, colpito a morte, giaceva accanto a quello di un medico, freddato da un cecchino mentre gli prestava soccorso.

[7] Questa circostanza è importante da ricordare allorché parleremo dei più celebri sequestri di Budennovsk e di Kizlyar. Contrariamente a quanto conosciuto ai più, il primo sequestro di civili in un ospedale fu, quindi, portato a termine dalle forze federali. Citando il libro Tribunale Internazionale per la Cecenia di Stanislav Dmitrevsky, Bogdan Gvraeli e Oksana Chelysheva:  Così, durante l’assalto di Capodanno, in fuga dai membri delle formazioni armate cecene che difendevano la città, ufficiali e soldati dell’81° reggimento delle guardie hanno fatto irruzione nel territorio dell’ospedale di emergenza repubblicano e hanno preso in ostaggio i medici e i pazienti che si trovavano lì. Il comando ceceno ha avviato negoziati con loro, promettendo un corridoio sicuro in cambio del rilascio di civili. In quel frangente, secondo quanto riportato nella stessa opera, gli uomini di Rochlin si resero responsabili di un altro crimine di guerra: Il 3 gennaio 1995, subito dopo il primo assalto senza successo, un gruppo di residenti di Grozny fu catturato personalmente sotto la guida del generale Lev Rokhlin. Diverse persone sono state uccise, altre sono state caricate su veicoli e portate a Mozdok, dove sono state tenute in ostaggio in vagoni ferroviari. Alcuni di loro furono successivamente scambiati con soldati russi catturati in battaglia.

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