Tra le tante mancanze che la storiografia occidentale ha in relazione alla storia recente della Cecenia, c’è sicuramente quella di non aver mai approfondito le ragioni del conflitto sociale che fu all’origine della Rivoluzione Cecena, della secessione dalla Russia e delle due sanguinose guerre che dilaniarono il paese. Anche i più attenti tra i giornalisti che si sono occupati di questo tema si sono fermati alla definizione del conflitto russo – ceceno come di una “guerra per il petrolio” intrecciata con un confronto politico tra il regime ultranazionalista di Dudaev ed i revanscisti russi del cosiddetto “partito della guerra”. Tutto questo è vero: certamente nazionalismo radicale ed interessi petroliferi furono due elementi essenziali a spingere la Cecenia sulla via dell’indipendenza, e da lì nella spirale autodistruttiva dell’anarchia e del fondamentalismo. Tuttavia entrambi i fenomeni sono “concause”, derivanti da un problema socioeconomico precedente, mai risolto, detonato al crollo dell’URSS. Questo problema non stava nelle raffinerie, né nelle assemblee legislative, ma tra i campi e i pascoli dove la maggior parte dei ceceni risiedeva.
Questo ciclo di articoli è un focus sulla storia agricola della Cecenia. Che poi è la storia della maggior parte dei ceceni fino al 1991.
Guardando la carta fisica della Cecenia salta subito all’occhio come questa sia divisa in due aree geografiche ben distinte: c’è una “regione delle pianure” a Nord, ed una “regione delle montagne” a sud. Fin dal loro insediamento in queste terre, gli antenati dei ceceni si organizzarono in clan (i cosiddetti “Teip”) che si identificavano con la loro collocazione geografica: quelli del sud si definirono “teip della montagna” e si dedicarono all’allevamento, mentre quelli del nord divennero i “teip della pianura” e svilupparono l’agricoltura. Tra i due gruppi di clan si svilupparono fitti rapporti economici, con i pastori del sud che ogni anno scendevano a valle per commerciare i prodotti dell’allevamento in cambio di frumento per i loro animali e di farina per sfamarsi, ma parallelamente si produssero anche delle differenze culturali: gli abitanti del sud rimasero culturalmente più rigidi, meno inclini alla contaminazione con la nascente cultura slava, animati dalla convinzione di essere i depositari di una genuina “cecenità” in contrasto con la “meticcia” popolazione delle pianure. Anche il progressivo acuirsi delle differenze economiche tra i due gruppi, dovuto al sempre maggior sviluppo agricolo del nord e il conseguente “emanciparsi” dei benestanti che abitavano quelle terre, rafforzò negli abitanti del sud montagnoso la convinzione di essere lo “zoccolo duro” della nazione, il suo cuore incorruttibile, disposto a combattere e a morire pur di non piegarsi alla dominazione straniera o alla pervasività di culture più evolute come quella russa la quale, tra una guerra e l’altra, penetrava nella Cecenia settentrionale con le sue strade, le sue scuole, i suoi telegrafi e infine la sua industrializzazione.
Geografia fisica della Cecenia. E’ evidente la divisione tra una “Cecenia delle Pianure” situata a Nord, ed una “Cecenia delle Montagne” a Sud.
Agli inizi del ‘900, mentre le pianure del nord conoscevano la loro prima industrializzazione (intorno agli allora ricchi giacimenti di petrolio) e nel bel mezzo di quel territorio prosperava una cittadina moderna di trentamila abitanti (Grozny, originariamente costruita dagli stessi Russi come fortezza militare) il sud rimaneva una terra aspra e povera, formalmente parte dell’Impero Russo ma di fatto indipendente, nella quale la figura dell’Abrek (il “Brigante d’Onore” che ruba ai ricchi e distribuisce i frutti delle sue razzie ai poveri contadini affamati) era considerata quasi un’istituzione politica, ed ogni forma di governo combattuta come un esercito invasore. Le Montagne rimasero fino al 1944 il rifugio di chiunque intendesse opporsi al governo imperiale russo, e tra le loro gole si armarono e partirono all’assalto numerosi eserciti di volontari determinati a “Liberare” la Cecenia dal giogo di Mosca.
Come tutti i popoli pre – industriali, anche i ceceni presentavano alti tassi di natalità e una piramide sociale fortemente sbilanciata verso le giovani generazioni. Gli anziani erano pochi (l’età media era inferiore ai cinquant’anni, mentre i bambini e gli adolescenti erano tantissimi. Questo continuo afflusso di forze giovani, per lo più disoccupate, veniva assorbito principalmente dalle coltivazioni del Nord, cosicché le popolazioni montane “scaricavano” le loro eccedenze sulle fattorie localizzate nelle pianure, o le inurbavano a Grozny, Gudermes, Urus – Martan e nelle altre cittadine stabilite lungo il corso dei due principali fiumi del Paese, il Terek ed il Sunzha.
Questo fenomeno si ingrossò ulteriormente con la nascita dell’URSS, allorché il governo di Mosca lanciò il programma di collettivizzazione delle terre, dirigendo gli investimenti pubblici sulle aziende collettive (i famosi Kolchoz e Sovchoz) con l’intento di costringere i piccoli agricoltori ad associarvisi. Il piano di collettivizzazione fu iniziato proprio dalle regioni del Caucaso, ed in particolare la Repubblica Socialista Sovietica Autonoma Ceceno – Inguscia (lo stato – fantoccio costituito dai sovietici per governare la regione) fu tra le prime a sperimentarne gli effetti. Laddove le misure di incentivo non funzionavano, il potere sovietico non si riguardò ad usare la violenza, come nel caso della persecuzione dei Kulaki (i contadini “ricchi” che si opponevano alla collettivizzazione delle loro proprietà) attuata tra la fine degli anni ’20 e l’inizio degli anni ‘30.
I ceceni di montagna, da sempre abituati a vivere in modo indipendente, non accettarono le imposizioni di Mosca. Questo atteggiamento, se da un lato mantenne vivo e fiero il sentimento nazionale dei ceceni, acuì per contro il divario da la popolazione del nord, la quale cominciava a sperimentare il benessere derivante dall’industrializzazione del lavoro, e quella del sud, che rimaneva ancorata ad un modello economico di sussistenza. Gli effetti di questo stato di cose sono facilmente rilevabili nell’arretratezza cronica nella quale rimase il settore dell’allevamento, motore trainante l’economia del Sud, rispetto alla sempre maggior produttività del comparto agricolo, caratteristica dell’economia del Nord: Per dare qualche numero, nel 1944 nelle fattorie collettive risiedevano soltanto tra il 6 ed il 19% dei capi di bestiame, mentre il resto rimaneva sparpagliato in piccole e piccolissime realtà economiche di sussistenza e non produceva praticamente alcun tipo di surplus.
contadine al lavoro in un Kolchoz
La deportazione operata da Stalin nel 1944 sconvolse bruscamente l’equilibrio secolare tra il Nord e il Sud del paese. Nell’ottica di pacificare una volta per tutte quella regione di confine il dittatore russo decise di sbarazzarsi del problema alla “sua” maniera: fedele al motto “niente uomini, niente problemi” Stalin ordinò la fulminea deportazione di tutta la popolazione cecena dalla regione ed il suo trasferimento in Asia Centrale, con l’intenzione di non permettere più ad un solo ceceno di nascondersi tra quelle montagne così impervie e inespugnabili. Per tredici anni i Ceceni (ma anche gli Ingusci) vissero in uno stato di esilio permanente che fu interrotto soltanto dalla morte dello spietato leader sovietico. Il suo successore, Khrushchev, permise un graduale rientro dei Vaynakh nelle loro terre, ma ebbe cura di impedire loro di reinsediarsi in massa nei distretti montani, volendo evitare che il problema così brutalmente risolto da Stalin si riproponesse alla prima difficoltà politica dell’URSS. Gran parte dei ricchi pascoli della Cecenia meridionale rimasero quindi spopolati e improduttivi, ed i profughi russi inviati a sostituire i ceceni non si arrischiarono ad avviare attività in montagna, preferendo la vita di città e le occupazioni industriali. D’altro canto le autorità sovietiche tentarono di limitare l’afflusso dei ceceni anche nella capitale, Grozny, la quale, nel frattempo, era passata dai 170.000 ai 250.000 abitanti, per lo più immigrati russi inviati là da Stalin per sostituire i ceceni deportati. La misura era volta ed evitare che il tumultuoso ritorno dei ceceni alle loro terre generasse conflitti sociali con la minoranza russa, ma il primo effetto che produsse fu quello di allontanare geograficamente gli indigeni dal principale centro industriale e culturale del paese, generando il germe della discriminazione tra i ceceni, destinati a rimanere poveri agricoltori analfabeti, ed i russi, avvantaggiati dalle opportunità offerte dallo sviluppo di Grozny e preferiti dalle autorità sovietiche nelle attività pubbliche e politiche.
Tra gli anni ’60 e 70 le autorità stimolarono l’inurbamento degli abitanti delle regioni montane tramite campagne pubbliche, attraendo un sempre maggior numero di giovani provenienti dai remoti distretti montani di Itum – Khale e Sharoy nei villaggi alla periferia di Grozny, il cui distretto passò dai 250.000 ai 400.000 abitanti tra il 1960 e il 1990. La città divenne un corpo esageratamente pesante rispetto alla capacità del territorio rurale di provvedere al suo mantenimento. Questo cronico deficit alimentare si acuiva man mano che le montagne si spopolavano, e l’allevamento perdeva sempre maggiori quote di produttività a vantaggio dell’agricoltura: basti pensare che nel 1990 il seminativo produceva il 61% dell’ammontare loro di produzione agricola, pur estendendosi su appena il 30% del territorio, mentre l’allevamento ed i prodotti di filiera, pur avendo a disposizione il 60% del territorio, raggiungevano appena il 39% del prodotto lordo. Altro indicatore dell’arretratezza del settore era la sua scarsa redditività: l’allevamento presentava una redditività media del 7% (intorno al livello di sussistenza) mentre l’agricoltura raggiungeva il 22,7%, un dato non molto confortante, considerato che era uno dei più bassi dell’URSS, ma comunque ancora sufficiente a garantire un decoroso livello di benessere agli occupati. Per effetto di questo disinteresse (come abbiamo visto, in parte “voluto”) verso l’allevamento la Cecenia, che pure aveva tutte le carte in regola per diventare un grosso produttore di carne e latticini, si ritrovò ad importare quasi la metà dei prodotti da allevamento da altre regioni dell’URSS.
L’ECONOMIA DEL PETROLIO
Come abbiamo accennato in questo articolo (e spiegato approfonditamente QUI) lo sviluppo dell’industria di prospezione petrolifera aveva trasformato la Cecenia in uno dei principali fornitori di petrolio dell’Unione Sovietica. Negli anni ’70 la produzione di greggio iniziò a calare, per effetto del progressivo esaurirsi dei pozzi superficiali. Il governo di Mosca decise di convertire il settore estrattivo in quello della lavorazione dei prodotti petroliferi, favorendo la costruzione di uno dei più grossi complessi di raffinazione di tutta l’Unione. Alla periferia di Grozny sorserò così tre grandi raffinerie, ed una estesa rete di impianti per la produzione di lubrificanti, oli combustibili e refrigeranti per motori. Questo piano avrebbe permesso di sfruttare la manodopera specializzata già presente nel paese, oltre alle infrastrutture per il trasporto della materia prima già presenti, ma non solo: non potendo sopperire da sola, con le sue sempre più scarse risorse naturali, all’alimentazione delle sue raffinerie, la Cecenia sarebbe stata sempre più dipendente dalle forniture di petrolio provenienti da altre regioni dell’URSS, integrandosi maggiormente nel sistema politico. Nell’ottica di mantenere uniti tutti i soggetti sottoposti al regime socialista, Mosca aveva ideato un sistema di interdipendenze economiche per le quali ogni repubblica aveva bisogno delle altre per poter sostenere il proprio benessere. Nel caso della Cecenia si era scelto di sviluppare il settore della lavorazione dei derivati del petrolio, impiantando fabbriche, magazzini, oleodotti e scuole atte alla formazione dei lavoratori del settore. La Cecenia non doveva emergere come piccola potenza agricola, ma dedicarsi alla sua “missione” socialista: la produzione di idrocarburi industriali per l’armata rossa e per le industrie pesanti. In cambio, l’agricoltura locale, povera e arretrata, sarebbe stata tenuta in piedi con laute sovvenzioni pubbliche. Così, se nel 1975 il debito delle fattorie collettive e delle altre imprese agricole ammontava a circa 6,2 milioni di rubli (circa 137 milioni di euro attuali) nel 1980 questo era lievitato a 40,2 milioni, corrispondenti a circa 900 milioni di euro odierni. Giusto per dare un ordine di paragone, questa cifra era circa dieci volte il PIL della Cecenia di allora.
Dietro alla politica dei sovvenzionamenti statali c’era anche l’altra faccia della medaglia dei rapporti tra Russia e Cecenia. Se gli investimenti nel settore industriale servivano a rendere la piccola repubblica dipendente dal sistema socialista, le sovvenzioni agricole servivano principalmente a mantenere i ceceni fuori da Grozny. La città si era infatti accresciuta principalmente grazie all’insediamento di russi e discendenti di russi trasferiti qui da Stalin nel 1944 – 46, mentre i ceceni che progressivamente rientravano dall’esilio in Asia Centrale veniva ostacolato il reinsediamento nelle grandi città. Per loro il progetto socialista prevedeva un futuro da “eccedenza rurale”, cioè massa lavoratrice scarsamente qualificata dedita all’agricoltura o al lavoro stagionale. Come specificato nel pezzo dal titolo “Battaglia per la Cecenia: guerra della storiografia” di D.B. Aburakhmanov e di Ya. Z. Akhmadov:
“Quindi, misure appositamente adottate dal 1957 hanno fortemente limitato il permesso di soggiorno dei ceceni e degli ingusci a Grozny e parti del distretto di Grozny, e senza un permesso di soggiorno non hanno potuto accedere a lavori in un certo numero di industrie (ad eccezione del commercio, dei lavori stradali e dell’edilizia ). Inoltre, le principali imprese di produzione di petrolio e costruzione di macchine, che avevano salari alti, fondi per appartamenti , ecc., non permettevano ai ceceni e agli ingusci di “sparare colpi di cannone”. C’era una garanzia reciproca che permetteva al partito e alla marmaglia economica di ignorare anche le decisioni del Comitato centrale del PCUS di correggere gli squilibri nella questione nazionale nella Repubblica socialista sovietica autonoma ceceno-inguscia ”
Il sovvenzionamento dell’agricoltura da parte del governo sovietico era funzionale a mantenere quieta questa massa sempre più grande di cittadini semianalfabeti e privi di qualifiche professionali, la quale negli anni ’90 avrebbe costituito la massa d’urto della Rivoluzione Cecena. Così, nel 1990, il 70% della popolazione rurale della RSSA Ceceno – Inguscia era costituito da Vaynakh mentre soltanto il 15 – 20% dei ceceni era impiegato nel settore secondario.
I timidi passi messi in atto dal 1985 dal governo di per correre ai ripari e limitare il divario tra i residenti russi, per lo più istruiti e impiegati nei settori secondario e terziario, ed i Ceceni, per lo più non istruiti e dediti all’agricoltura (e per entrambi i motivi sempre più insofferenti verso la minoranza russofona) non ebbero il tempo di produrre risultati tangibili. L’esercito dei lavoratori stagionali cresceva di pari passo con la crisi economica che attanagliava l’URSS in quegli anni. Il calo delle sovvenzioni pubbliche all’agricoltura generava sempre maggior surplus di manodopera, la quale per sopravvivere si dedicava al cosiddetto “shabaskha”, o “lavoro festivo”. Gli storici dibattono sulla consistenza numerica di questo fenomeno, ma le cifre più frequenti si aggirano tra gli Ottantamila e i Duecentomila individui, per lo più capifamiglia.
Raffineria a Grozny, foto scattata negli anni ’60
L’ERA GORBACHEV
I.G. Kosilov, in una monografia del 2012 scrive:
“Fino al 1991, ⅘ della popolazione normodotata, per lo più uomini ceceni, erano impegnati nel cosiddetto ‘shabashka’, o lavoro festivo, come era consuetudine designare questo tipo di attività lavorativa. Praticamente dall’inizio della primavera all’autunno, hanno lavorato in varie regioni del paese alla costruzione di manufatti – case, locali per il bestiame , ecc. – avendo concordato la consegna rapida di questo oggetto su base “chiavi in mano”, utilizzando la cosiddetta “brigata” [cioè una squadra di lavoratori organizzati in una sorta di “cooperativa” informale NDR]. Va notato che l’alto salario non ha compensato i lavoratori per le perdite in un’altra area: isolamento prolungato dalle famiglie, soggiorno spesso in luoghi lontani dal Caucaso, mancanza di cure mediche e comfort di base. I “Sabbat” erano i principali capifamiglia della popolazione cecena. Questo era il principale tipo di etnoeconomia nella repubblica. Gli uomini ceceni per la maggior parte non avevano specialità industriali moderne, la professione principale tra loro era quella del muratore o del pastore. Erano questi costruttori e pastori (delle zone rurali) che lavoravano in tutti i cantieri dell’URSS ”.
Allo scoppio della Prima Guerra Cecena la “Brigata” sarebbe diventata l’unità di base dell’esercito separatista, ed i suoi comandanti avrebbero attinto a piene mani da questa formula di inquadramento già sperimentata in campo civile. A ben guardare, quindi, gli elementi sociologici che avrebbero assicurato da una parte la vittoria della prima guerra, dall’altra l’anarchia degli anni successivi erano già presenti in un popolo gravemente traumatizzato dall’esilio, poi dalla discriminazione economica e infine dalla discriminazione sociale.
E’ evidente, dagli studi storici effettuati, che la base sociale del nazionalismo separatista ceceno era proprio questa “eccedenza rurale” che alla fine degli anni ’80 era ormai ridotta alla fame, o aveva ingrossato per necessità le file del crimine organizzato, destinato a diventare tristemente noto col termine di “mafia cecena”. Questa massa di disperati, facilmente mobilitabili e disposti a lottare per cacciare la nomenklatura sovietica (considerata la causa della miseria degli strati popolari) e la minoranza russa (considerata una sorta di grande parassita sulle spalle dei lavoratori indigeni) covava un sentimento rivoluzionario che trovò terreno fertile anche tra le altre anime della società cecena: prima fra tutti la nascente borghesia privata, nata dalle riforme di mercato di Gorbachev, la quale vedeva nella caduta del sistema socialista l’opportunità di mettere le mani sulle risorse statali, privatizzandole, e andando a costituire la punta di lancia di un modo capitalista di intendere l’economia.
Militanti separatisti radunati intorno a Dzhokhar Dudaev. Sullo sfondo il motto dei rivoluzionari: “Morte o Libertà!”
A dare una veste “politica” alle rivendicazioni socioeconomiche c’erano gli intellettuali e gli idealisti, appartenenti per lo più ai settori accademici ed ai comparti più scolarizzati della popolazione, i quali sostenevano le tesi dei primi e dei secondi nell’ottica di democratizzare la vita politica e scrollarsi di dosso l’ormai incagliato sistema a partito unico. Per motivi fondamentalmente diversi, quindi, la gran parte della popolazione convergeva sulla necessità di rivoluzionare il sistema: cosa si sarebbe dovuto fare dopo era oggetto di aspri dibattiti i quali, come vedremo, avrebbero scatenato una vera e propria guerra civile.
Ilyas Akhmadov fu appuntato Ministro degli Esteri da Maskhadov il 27 Giugno 1999, pochi mesi prima dello scoppio della Seconda Guerra Cecena. Akhmadov fu scelto per il fatto di non aver partecipato a nessuna delle azioni terroristiche (Budennovsk e Klizyar in primis) che avevano resto tristemente celebre la resistenza separatista durante il primo conflitto. In questo modo egli avrebbe potuto muoversi con maggior facilità tra le cancellerie occidentali senza incorrere nel rischio di essere arrestato per terrorismo. Nella sua veste di alto rappresentante della diplomazia cecena, Akhmadov si diresse dapprima in Turchia, poi in Belgio, poi ancora negli Stati Uniti, girando in lungo e in largo nel tentativo di coinvolgere i governi occidentali in un negoziato trilaterale con la Federazione Russa (per approfondire, leggi il libro “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria, acquistabile QUI).
Ilyas Akhmadov the Minister of Foreign Affaires for the Chechen rebel government. (Photo by Alex Smailes/Sygma via Getty Images)
Presto fu tuttavia chiaro che nessuno dei governi in grado di fare la differenza in una trattativa con la Russia sarebbe intervenuto, appoggiando tout – court la posizione dei secessionisti. Così, dal 2001, il Ministro degli Esteri si mise ad elaborare un piano di pace che ponesse in essere le premesse di una separazione senza costringere il Cremlino ad accettarla sul piano formale. Il progetto, che pubblichiamo in versione italiana (scaricabile QUI in PDF) si basava sull’idea di trasformare la Cecenia in una sorta di protettorato, sotto il mandato delle Nazioni Unite, per un periodo di 10 o 15 anni, durante i quali il paese sarebbe stato ricostruito e le istituzioni democratiche sarebbero state implementate, sul modello di quanto stava succedendo in Kosovo ed a Timor Est. Maskhadov avrebbe rassegnato le sue dimissioni, l’esercito russo si sarebbe ritirato e le forze armate cecene avrebbero smobilitato. Una volta che la situazione si fosse stabilizzata e le istituzioni democratiche avessero iniziato a funzionare sotto la protezione delle forze armate dell’ONU, nuove elezioni avrebbero portato alla costituzione di una Cecenia indipendente.
Il piano girava tutto intorno al concetto di “indipendenza condizionata”:
“Il riconoscimento condizionato di un governo o di uno Stato è il principio che consiste nel rendere il riconoscimento dell’entità in questione soggetto all’adempimento di condizioni precedentemente convenute. Una appropriata applicazione di questo principio attraverso il meccanismo di una amministrazione internazionale può risolvere il conflitto russo – ceceno con un approccio in cui vincono entrambe le parti. L’idea è semplice: la trasformazione della Cecenia in uno Stato realmente democratico e pacifico attraverso un periodo di transizione di diversi anni di amministrazione internazionale. Questa formula può non essere un miracolo, ma fornisce un modo per risolvere la sfida di soddisfare le legittime aspirazioni della Cecenia andando simultaneamente incontro alle autentiche esigenze di sicurezza della Russia, come alle preoccupazioni relative alla sicurezza della Georgia ed alla sicurezza ed agli interessi complessivi della comunità internazionale.
UNA STRADA IN SALITA
Il piano era di difficile attuazione, perché avrebbe dovuto passare dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, del quale la Russia faceva parte, e difficilmente il Cremlino avrebbe accettato la presenza di forze di pace entro quelli che considerava i propri confini. Un segnale incoraggiante comunque giunse da Putin, che in relazione al piano proposto rispose: “Oggi la questione dell’indipendenza o meno della Cecenia dalla Russia è assolutamente non di fondamentale importanza. Ciò che è di fondamentale importanza per noi è soltanto una questione. Non vogliamo permettere che questo territorio venga usato ancora una volta come testa di ponte per un attacco alla Russia.” in questi termini, Putin poteva essere teoricamente disponibile a congelare nuovamente la questione dell’indipendenza in cambio della completa smilitarizzazione della Cecenia. Il piano venne sottoposto a Maskhadov qualche settimana dopo, sponsorizzato dallo scrittore francese Andrè Glucksmann e dal politico belga Olivier Dupuis, che si dissero disponibili a farsene relatori presso le autorità europee ed all’ONU. Esso tuttavia era debole per due motivi: prima di tutto la situazione della Cecenia non poteva essere assimilata a quella del Kosovo, perchè Russia non era la Serbia né in fatto di peso politico né in fatto di rapporti con l’occidente.
Vladimir Putin, Presidente della Federazione Russa. Allo scoppio della Seconda Guerra Cecena giustificò l’intervento armato come un’operazione volta a garantire la sicurezza della Russia. Il “Piano Akhmadov” muoveva dalla necessità di garantire a Putin il riconoscimento delle sue “ragioni di sicurezza” senza ledere il diritto della Cecenia all’autodeterminazione.
In secondo luogo, come spiegò Maskhadov nella sua risposta alla proposta di Akhmadov, “La mentalità della resistenza cecena era sempre più religiosa e sempre più frustrata rispetto all’Occidente ed alla democrazia, rispetto a quanto non fosse durante la prima guerra. […] dovete capire che quello che la gente vede riguardo alle democrazie occidentali sono dichiarazioni preoccupate di routine, gestualità vuote, che irritano soltanto la gente. Dovete capire che questo è tutto quello che hanno visto di codeste democrazie”. Maskhadov confidò che non sarebbe riuscito a tenere insieme il fragile fronte indipendentista se un simile piano fosse stato sponsorizzato da lui. In particolare, una simile soluzione avrebbe messo la resistenza in rotta di collisione coi suoi finanziatori, che erano per lo più comunità religiose mediorientali le quali mai avrebbero supportato finanziariamente un movimento che andava a braccetto con l’ONU, vista dai più come una sovrastruttura al servizio del potere occidentale. Rispose quindi che il piano poteva essere presentato, ma come una iniziativa personale di Akhmadov e dei suoi amici, e non come un documento ufficiale della ChRI.
IL PIANO NAUFRAGA
Anche all’interno di ciò che restava della gerarchia repubblicana, il dibattito sul piano fu acceso ed i funzionari non riuscirono a trovare un accordo. Laddove Umar Khambiev, Ministro della Sanità ed inviato personale di Maskhadov in Europa, appoggiò entusiasticamente il piano, Akhyad Idigov, ex Presidente del Parlamento dudaevita, lo attaccò pesantemente accusando Akhmadov di voler vendere l’indipendenza della Cecenia e di attentare alla costituzione. Akhmadov propose il piano in via personale nel marzo 2003, ma proprio in quei mesi iniziò la seconda invasione americana dell’Iraq, e la questione cecena finì nelle ultime pagine dei giornali. Olivier Depuis, raccolse comunque le firme per presentare il piano alle Nazioni Unite, e per la metà del 2003 ne aveva già raccolte 30.000. L’azione di Depuis, che era un deputato del Partito Radicale Transnazionale, avrebbe portato, nel febbraio del 2004, il Parlamento Europeo a varare una risoluzione nella quale per la prima volta si riconosceva l’Ardakhar del 1944 come “genocidio”, ma oltre all’adozione di questa risoluzione, non ci sarebbe stato altro di politicamente rilevante. In ogni caso la discussione del “Piano Akhmadov” non riuscì neanche a decollare, giacché l’11 settembre 2001 Osama Bin Laden aveva lanciato il suo attacco terroristico agli Stati Uniti. Da quel momento il timore del terrorismo islamico si era impadronito delle società occidentali, ed anche i secessionisti ceceni avevano finito per essere considerati parte del fenomeno.
Alhyad Idigov, Deputato al Parlamento di I e II Convocazione e rappresentante del Parlamento all’Estero, criticò duramente il “Piano Akhmadov”, accusando il Ministro degli Esteri di voler sacrificare l’indipendenza della Cecenia, secondo il suo parere già acquisita nel 1991 e confermata nel Trattato di Pace del 1997. La mancanza di unità nel fronte secessionista fu una delle principali cause del naufragio della proposta di pace.
Come scrive Akhmadov: “Le cose sono cambiate radicalmente dopo l’11 settembre 2001, quando la maggior parte delle persone in Occidente, e certamente la maggior parte dei governi, ha iniziato a guardarci attraverso la lente dell’antiterrorismo. Il pretesto che l’uccisione di massa di civili ceceni da parte della Russia abbia contribuito alla guerra contro il terrorismo ha permesso all’Occidente di mantenere stretti rapporti con la Russia e di assolvere la sua coscienza collettiva ignorando le atrocità. Vedere questa guerra come uno dei fronti di guerra contro il terrorismo globale ha liberato l’Occidente dai suoi obblighi al rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale nei suoi rapporti con la Russia.”. La resistenza cecena, che per parte sua aveva compiuto atti di terrorismo e che, radicalizzandosi, aveva assunto i turpi connotati del fanatismo religioso, fu pesantemente colpita dai nefasti effetti dell’azione di Al Qaeda, che gli alienarono completamente le simpatie dell’occidente, fatta eccezione per qualche giornalista, qualche associazione umanitaria e qualche uomo politico di scarso peso. Le autorità russe si resero conto di avere campo libero nel portare a termine la loro invasione e chiusero a qualsiasi negoziato che potesse portare anche soltanto ad una tregua.
Dopo la strage di Beslan, il movimento nazionalista ceceno cessò di esistere in quanto tale. I funzionari della ChRI rimasti erano rappresentativi quasi soltanto di loro stessi, e la loro voce non fu più ascoltata. Basayev ed i fondamentalisti avevano preso il monopolio dell’immagine della resistenza. Il 14 gennaio 2005, in un ultimo tentativo di riprendere il controllo del suo esercito, Maskhadov proclamò una “tregua unilaterale”. Era una mossa azzardata, perché se le operazioni fossero continuate, l’ultimo barlume di credibilità di Maskhadov sarebbe andato a farsi benedire. Incredibilmente, Basayev dichiarò che, malgrado non ritenesse la tregua necessaria, si sarebbe adeguato all’ordine. Fu un piccolo miracolo: per un mese le attività dei separatisti cessarono, e Maskhadov dimostrò al mondo che egli era ancora in grado di esercitare una forte influenza sul movimento di resistenza. Per un attimo, sembrò possibile ricostruire i ranghi della ChRI e riportare la guerriglia nell’alveo del conflitto armato più o meno “tradizionale”, nel quale aveva sempre voluto mantenerlo Maskhadov. Il 25 febbraio, confortato dall’obbedienza di Basayev e degli altri comandanti di campo che avevano rispettato il suo ordine, Maskhadov scrisse a Javier Solana, Alto Rappresentante dell’Unione Europea per la Politica Estera, il suo ultimo messaggio politico:
Aslan Maskhadov stringe la mano al plenipotenziario russo Alexander Lebed a margine degli Accordi di Khasavyurt del 1996
Signor Alto Rappresentante,
Mentre non passa giorno senza notizie di vittime tra la popolazione civile cecena e tra i combattenti russi e ceceni, senza che dei Ceceni, donne, bambini, uomini, non siano oggetto delle peggiori esazioni che esistano, i superstiti, tra i quali io stesso, hanno celebrato il decimo triste anniversario dell’offensiva militare lanciata l’11 dicembre 1994 dal Presidente Eltsin contro il popolo ceceno. Del milione di abitanti che contava la Cecenia di allora, più di 200.000 sono morti, 300.000 si sono rifugiati fuori del paese, decine di migliaia si sono spostati all’interno del paese, decine di migliaia soffrono delle conseguenze delle ferite ricevute, o delle torture subite. Migliaia di altri sono detenuti nelle prigioni e nei campi di “filtraggio” delle forze armate russe o dei loro collaboratori ceceni, nell’attesa del versamento di un riscatto o, più spesso, della morte dopo torture e privazioni innominabili.
Javier Solana, all’epoca Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’Unione Europea
Come sapete, ho reiterato costantemente, dalla ripresa di quella che è stata chiamata la seconda guerra di Cecenia, nell’autunno 1999, la mia volontà di risolvere questo conflitto e tutte le controversie che esistono tra la parte russa e le parti cecene mediante un dialogo con le autorità russe. Fino ad oggi, queste domande ripetute di negoziati sono rimaste senza alcuna risposta da parte delle autorità russe, salvo un discorso su una falsa normalizzazione. Nel marzo 2003, con l’intermediazione del mio Ministro degli Affari esteri, Ilyas Akhmadov, ho reso pubblica una proposta di pace che, facendosi forte dell’esperienza della comunità internazionale nel Timor orientale e nel Kosovo, voleva portare un nuovo contributo alla risoluzione di questo conflitto prendendo in considerazione i legittimi interessi, in termini di sicurezza, della parte russa, e le tre esigenze alle quali la parte cecena non può rinunciare: un meccanismo di garanzia internazionale, sotto una forma o un’altra, di ogni nuovo accordo tra le due parti; un coinvolgimento diretto, per un periodo di transizione, della comunità internazionale nella costruzione di un Stato di Diritto e della democrazia in Cecenia, e nella ricostruzione materiale del mio paese; al termine di questo periodo di transizione, una decisione finale, secondo le norme internazionali in vigore, sullo statuto della Cecenia.
Purtroppo, questa proposta, come le precedenti, come l’ultima, cioè il cessate il fuoco unilaterale che ho ordinato all’inizio di questo anno, non ha suscitato altre reazioni da parte delle autorità di Mosca se non una nuova corsa in avanti in un processo di sedicente normalizzazione della tragedia del mio popolo, col suo corteo di elezioni fraudolente, di sofisticazione delle operazioni militari, di esazioni contro la popolazione civile. Ho seguito con tutta l’attenzione che la mia condizione di presidente-resistente mi permetteva gli avvenimenti in Ucraina, la “rivoluzione arancione”, ed il ruolo, decisivo secondo me, giocato dall’unione europea, nella sua felice conclusione. Ho constatato in particolare quanto l’Europa possa essere capace ed efficace quando decide di parlare con una sola voce, mediante gli interventi dei differenti Capi di stato o di governo, o mediante quella del suo Alto Rappresentante per la Politica estera e la Sicurezza Comune. Non ignoro la complessità delle relazioni con questo grande paese che è la Federazione della Russia, né l’importanza politica ed economica di queste relazioni. Al contrario, credo che proprio perché queste relazioni sono capitali per l’Unione Europea ritengo sia fondamentale ed urgente che queste vengano costruite sulle uniche fondamenta solide che possono esserci: la libertà, la democrazia e lo Stato di Diritto.
Aslan Maskhadov al seggio elettorale durante le elezioni del Gennaio 1997, dalle quali uscì vincitore.
Purtroppo, come gli avvenimenti dell’Ucraina ci ricordano, come le derive antidemocratiche in Russia ci mostrano già da troppi anni e come la tragedia che subisce il mio popolo da dieci anni basterebbe a dimostrare, queste basi solide non esistono in Russia. Sul terrorismo, quotidiano e massiccio, dello Stato russo e dei suoi accoliti ceceni, non ritornerò. Quanto agli atti terroristici perpetrati dalle frange della resistenza cecena, li ho, come sapete, ogni volta condannati. E continuerò a farlo. Resta il fatto che questo terrorismo non ha niente a che vedere col terrorismo fondamentalista internazionale. È l’opera di disperati che hanno, nella maggior parte dei casi, perso dei parenti in circostanze atroci, e che ritengono di potere rispondere all’aggressore ed all’occupante utilizzandone gli stessi metodi. Questo non è il mio punto di vista e non lo sarà mai. In effetti ho fatto tutto ciò che era in mio potere affinché le azioni della resistenza cecena si iscrivessero rigorosamente dentro il perimetro del diritto internazionale di guerra. Quando non riesco a prevenire il terrorismo, fallisco solamente in circostanze dove nessuno potrebbe riuscire. Il terrorismo all’opera in Cecenia, che sia opera delle forze di occupazione o di elementi isolati della resistenza, nasce e prospera sulla guerra, sulle violenze più abiette e sulle violazioni quotidiane e di massa dei diritti più fondamentali. Solo la pace e la democrazia possono scongiurarlo. Lungi dal volere esagerare l’importanza del mio popolo negli affari del mondo e dell’Europa, resta il fatto che è oggi vittima di un lento sterminio e che la questione cecena costituisce, per il potere di Mosca, un elemento chiave nella sua opera di decostruzione della democrazia e dello Stato di Diritto o, se si preferisce, di costruzione di uno Stato autoritario, para o pseudo-democratico.
Negoziati a Novye Atagi. Al centro – Isa Madaev, Gennady Troshev, Aslan Maskhadov. Foto dall’archivio di S. K. Kondratenko
So che il mio paese non è il Kosovo, e la Russia non è la Serbia. Ma so, perché l’ho visto durante la crisi ucraina, che quando l’unione europea è animata da una volontà, è in grado di contribuire a sventare ciò che sembrava ineluttabile. Ecco perché mi permetto di suggerire che attraverso di lei, l’Unione Europea si dia per compito di affrontare la questione della tragedia cecena in vista di creare le condizioni perché possano aprirsi, sotto gli auspici dell’Unione Europea e di qualsiasi altro Stato od organizzazione internazionale che giudicherà opportuno coinvolgere, dei veri negoziati tra il mio governo ed il governo del Presidente Putin. Per approfondire alcune di queste riflessioni, sarei molto felice se poteste incontrare, non potendo io stesso per il momento avere questo onore, Umar Khanbiev, mio rappresentante generale in Europa e ministro della Sanità nel mio governo. Ringraziandovi della vostra attenzione e con la speranza di leggervi, la prego di gradire, Signor Alto Rappresentante, l’espressione della mia più alta considerazione,
Aslan Maskhadov Presidente del Repubblica Cecena di Ichkeria.
Appena un mese e mezzo dopo, l’8 marzo 2005, il Presidente venne ucciso a Tolstoy Yurt in circostanze ancora da chiarire. La lettera a Solana fu l’ultimo suo comunicato ufficiale. Letta a posteriori, sembra quasi un testamento politico: in essa Maskhadov si dissociava dal terrorismo, pur sforzandosi di inquadrarlo in uno spazio differente da quello portato avanti dall’islamismo militante che in quegli anni iniziava la sua offensiva contro il mondo occidentale, e che avrebbe insanguinato mezzo pianeta nel quindicennio successivo. La lettera seguiva il cessate – il – fuoco unilaterale con il quale il Presidente della ChRI aveva dimostrato al mondo di essere ancora in grado di essere ubbidito dai suoi, e di poter quindi porre fine alla spirale di violenza nella quale la Seconda Guerra Cecena aveva portato il suo paese e l’intera Russia. La sua morte, tuttavia, pose fine a qualsiasi residua possibilità, invero molto remota, che Putin si sedesse ad un tavolo come aveva fatto il suo predecessore Eltsin dieci anni prima.
Durante la I Guerra Cecena comandò il Reparto Fucilieri di Montagna del Battaglione Ricognizione e Sabotaggio. Col suo reparto partecipò al Raid su Klizyar ed alla Battaglia del Primo Maggio (Assedio di Pervomaiskoye). Partecipò al Raid su Grozny del Marzo 1996 ed all’Operazione Jihad nell’Agosto 1996. Nel 1996 fu insignito del grado di Generale di Brigata e decorato con l’Onore della Nazione.
Candidatosi alla Presidenza della Repubblica alle elezioni del 1997, ottenne meno dell’1% dei voti e si allineò alle posizioni del blocco governativo, sostenendo la leadership di Aslan Maskhadov. Nominato Ministro della Sharia per la Sicurezza dello Stato (24/04/1999) mantenne tale carica fino alla sua morte.
Allo scoppio della II Guerra Cecena fu nominato membro del Comitato per la Difesa dello Stato (GKO) e nominato Comandante del Fronte di Nozhai – Yurt. Morì in uno scontro a fuoco con l’esercito federale, di ritorno da una riunione organizzativa con Maskhadov.
Musa Merzhuyev è stato uno degli uomini più vicini al primo Presidente della Repubblica Cecena di Ichkeria, Dzhokhar Dudaev. Nato nel 1944, trascorse la maggior parte della sua vita nell’esercito sovietico, dal quale si congedò nel 1991 col grado di Tenente Colonnello dell’aviazione. Messosi a disposizione del governo provvisorio rivoluzionario nel Novembre 1991, fu nominato Colonnello del nascente esercito nazionale ceceno, e posto a capo dello Stato Maggiore appena costituito. Nel Febbraio del ’92 tuttavia, fu rimpiazzato da Viskhan Shakhabov, anch’egli proveniente dai ranghi dell’armata rossa, e nell’Aprile del 1993 fu nominato Rappresentante Presidenziale presso le Forze Armate. Rimase in questa posizione fino allo scoppio delle ostilità, dopodiché divenne rappresentante regionale del Presidente, nel 1995. Rimasto ferito, continuò a supportare le attività delle forze armate secessioniste senza tuttavia poter partecipare alle azioni belliche, a causa di una lesione alla spina dorsale che lo costringeva spesso al riposo forzato.
Con la fine delle ostilità si ritirò a vita privata, non partecipando attivamente alla politica dell’Ichkeria postbellica, né alla successiva Seconda Guerra Cecena. L’intervista che segue fu rilasciata da Merzhuyev nel Giugno del 1997 al quotidiano delle forze armate “Difensore della Patria”. In essa è ben presente la consapevolezza che la “vittoria” dei separatisti è soltanto l’inizio di un percorso di rafforzamento dell’indipendenza che rischia di naufragare da un momento all’altro.
Musa Merzhuyev (a sinistra in uniforme) assiste ad una parata militare nell’anniversario dell’indipendenza. In quel momento Merzhuyev ricopriva il ruolo di Rappresentante del Presidente presso lo Stato Maggiore delle Forze Armate.
Musa, com’è iniziata la guerra russo – cecena?
Non si può dire che la guerra russo – cecena sia iniziata nel 1992, quando le unità militari russe hanno marciato attraverso l’Inguscezia, né che sia iniziata il 26 Novembre 1994 o l’11 Dicembre 1994. La guerra russo – cecena va avanti da oltre quattrocento anni. L’8 Novembre 1991 iniziò un altro round (della guerra, ndr.) quando Boris Eltsin inviò un reparto a Khankala, dichiarando lo Stato di Emergenza nella nostra Repubblica. Dzhokhar Dudaev allora agì con decisione, ma con prudenza e prontezza, ed i generali Gafarov e Komissarov valutarono con sobrietà la situazione nella repubblica e si ritirarono. Ecco perché allora non fu versato sangue. Il nostro paese si è poi trasformato in un grande campo militare. Il Presidente introdusse la Legge Marziale in risposta alle azioni di Eltsin.
Dopo aver subito una sconfitta con il ritiro del reparto, Mosca dichiarò alla Cecenia una guerra di propaganda, una guerra economica, politica, dei trasporti, con attacchi terroristici mirati. Il governo centrale allora non aveva un piano per affrontare la guerra: il presidente Dudaev sperava di riuscire a negoziare con Mosca. E’ vero, avevamo abbozzato un piano per la difesa della Repubblica. Ma il presidente non si è mai posto il compito di redigere un piano per condurre una guerra, elaborammo soltanto un piano per la difesa della CRhI in caso di aggressione da parte della Russia. Sapevamo che la Russia aveva iniziato a preparare un piano per la conquista totale della Cecenia. E al Cremlino avevano trovato un motivo conveniente: la restaurazione dell’ordine costituzionale, per la quale erano stati costituiti gruppi d’assalto guidati da Kvashnin. Il compito dei generali russi era quello di intimidire i ceceni con armate di carri armati. Nella fase iniziale l’enfasi era posta tutta sulle colonne corazzate.
Blindato delle forze armate separatiste schierato davanti al Palazzo Presidenziale
Il presidente Dudaev aveva dato l’ordine di costituire un esercito efficiente, ma per ragioni oggettive un tale obiettivo non era raggiungibile. C’erano troppe persone che volevano una poltrona. E questo era pericoloso. Il presidente Dudaev scommetteva sulla possibilità che le contraddizioni tra la Russia e la Repubblica Cecena sarebbero state risolte con mezzi pacifici. Questo è un tratto nazionale del popolo ceceno. Anche il partito filorusso di Zavgayev voleva questa guerra, e quanto ad Avturkhanov e Khadzhiev, loro erano semplici esecutori della volontà del partito della guerra. Il 26 novembre le truppe russe portate da Avturkhanov e Gantemirov, che erano usate come scudo dai servizi speciali russi, condussero un’incursione in forze, con l’obiettivo di catturare la Capitale e rovesciare il legittimo presidente della ChRI. Dopo il fallimento dell’assalto, la Russia emise un ultimatum chiedendo ai ceceni di deporre le armi e riconoscere la Costituzione della Federazione Russa. Ma ancora a questo punto Dudaev sperava nella pace ed accettò di tenere negoziati con il Ministro della Difesa russo, Pavel Grachev, e con la delegazione russa a Vladikavkaz. Il 26 Novembre 1994 le unità russe entrarono a Lomaz – Yurt, ma ancora una volta Dudaev sperò nella pace. Ma il Cremlino la pensava diversamente: il problema ceceno doveva essere risolto con la forza.
L’invasione del nostro paese è stata effettuata da tre lati (o direzioni): Mozdok, Khasvyurt, Nazran. Era previsto che il gruppo ausiliario si sarebbe spostato dal lato di Stavropol attraverso le regioni di Shelkovsky e di Naursk. Ma con l’inizio delle ostilità fu il fronte di Khasavyurt a diventare ausiliario, mentre quello di Shalkovsky – Naursk divenne il principale.
Sarebbe interessante conoscere le tue valutazioni riguardo l’ultima guerra…
Durante la Guerra Russo – Cecena, tutte le operazioni furono sviluppate da Aslan Maskhasov e io ero, per così dire, di riserva. E’ vero, ho cercato di fornire assistenza in modo indipendente al Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate della ChRI. Ma l’intero fardello del lavoro ricadde su Aslan Maskhadov e sul Comandante del Comando Centrale, Valid Taymaskhanov. E’ da notare che lo Stato Maggiore delle Forze Armate della ChRI svolse un ruolo di primo piano nel consolidamento di tutti i distaccamenti delle milizie popolari. Aslan Maskhadov si dimostrò un talentuoso organizzatore ed un combattente senza paura. Durante la guerra, ho subito una lesione alla colonna vertebrale, fui impegnato nella costituzione del quartier generale del Fronte Sud – Occidentale (comandante, Ruslan Gelayev) per conto del Presidente fino al 6 Marzo 1995, dopodiché fui evacuato per curarmi. Al mio ritorno, e fino al nuovo insorgere della malattia operai a Bamut, ma non potei fornire aiuto pratico a causa del mio stato di salute.
Riguardo Dudaev?
Dzhokhar Dudaev aveva un talento eccezionale come organizzatore, aveva la capacità di infiammare le persone, di far loro capire quanto era giusto fare quello che chiedeva. Nei tempi difficili non si perse mai d’animo. Si fidava di Maskhadov, di Gelayev, di Basayev, conosceva bene le qualità di ciascuno di loro.
L’ultima volta che ho visto il Presidente è stato nell’Ottobre 1995 a Starye Achkhoy, ma rimasi in contatto con lui tramite intermediari fino al Marzo 1996, quando tramite un messaggero gli inviai un rapporto sull’assegnazione dei fondi per le cure mediche. Non ebbi risposta, per le ragioni note a tutti.
Dzhokhar Dudaev (sinistra) e Aslan Maskhadov (destra) nel 1995
Riguardo ai mercenari?
Nella Guerra Russo – Cecena non un solo mercenario ha combattuto dalla parte del popolo ceceno, non c’erano “calzamaglie bianche”. C’erano volontari che difendevano la nostra indipendenza. Non c’erano molti tagiki, karakalpak, tartari, cabardini, abkhazi, daghestanu, kharachais, ucraini, baltici. Un fatto che racconto adesso è rimasto inosservato: vicino a Mozdok circa 300 ragazzi cabardini disarmarono i russi e si mossero per aiutarci, ma non riuscirono a passare. Furono circondati dai russi e fatti prigionieri. Ad oggi, il loro destino è sconosciuto. Alcuni cabardini, azeri e karachais presero parte alla Battaglia per Bamut.
Tutto il popolo ceceno ha combattuto contro il nemico. Una volta un anziano abitante di Gekhi portò tre figlie e sua sorella con sé. Il villaggio di Gekhi è noto in tutto il nostro paese per il fatto che a metà del XIX secolo la coraggiosa ragazza Taimaskha comandò un distaccamento di combattenti contro le truppe zariste.
L’Operazione Jihad
L’operazione del 6 Agosto 1996 è stata organizzata al massimo livello. Piccoli distaccamenti di milizie hanno bloccato la guarnigione di Grozny. Nella storia della guerra e dell’arte militare questa operazione non ha eguali. Fu il coronamento delle capacità di leadership militare di Maskhadov e dei suoi associati Shamil Basayev, Ruslan Gelayev e molti altri coraggiosi e intrepidi comandanti delle forze armate della ChRI. Nella sua organizzazione venne presa in considerazione la mentalità del combattente ceceno. Agli occhi del nemico, ogni soldato ceceno si è trasformato in mille uomini.
Quali sono le lezioni impartite dalla Guerra Russo – Cecena?
Dire che in questa guerra abbiamo sconfitto la Russia è impossibile, è un autoinganno. Non puoi mentire alla tua gente. Non possiamo illuderci. La Russia, dopo aver ricevuto un duro colpo, sta traendo le sue conclusioni e riorganizzando le forze, cosa che noi, invece, non stiamo ancora facendo. Se vogliamo ottenere e rafforzare l’indipendenza, dobbiamo creare un esercito regolare, mettendo particolare attenzione alle difese antiaeree e anticarro.
In questa guerra il soldato russo, invasore, ha mostrato le sue qualità più vili, mentre il combattente ceceno, difensore e liberare, le sue qualità più nobili. I soldati del nostro esercito devono coltivare proprio queste qualità di alto umanesimo.
Miliziani separatisti festeggiano la presa di Grozny (Agosto 1996)
Il modo in cui i soldati russi si sono comportati con prigionieri e civili è noto a tutto il mondo. I soldati russi hanno persino trasformato i cimiteri in latrine, costruire strutture difensive dentro le chiese. Hanno bruciato e ucciso prigionieri e civili, scaricato cadaveri e feriti dagli elicotteri. I regolamenti militari dovrebbero tenere conto sia del passato che del presente, fare affidamento sui tratti spirituali e nazionali del popolo ceceno. Gli ufficiali possono e devono essere formati nel nostro paese, ma anche negli Stati Uniti, in Germania, Francia, Cina. E della questione deve occuparsi lo Stato Maggiore delle Forze Armate della ChRI. L’armamento del nostro esercito non dovrebbe dipendere dalla fornitura di armi estere. Non dobbiamo dipendere dalla fornitura di armi dall’esterno. Dobbiamo creare una nostra industria militare, solo allora il nostro esercito sarà pronto per il combattimento e veramente indipendente del condurre operazioni militari.
La storia di Salman Baturovich Raduev, per gli amici “Titanic” è quella di un vero e proprio “rivoluzionario intransigente”. Personaggio di spicco nel regime di Dudaev, comandante di campo tra i più “illustri” (tanto da guadagnarsi il titolo di “Terrorista Numero 2” dopo Shamil Basayev) eppure incapace di capitalizzare la sua fama e il suo potere, rimanendo ai margini del sistema politico della Repubblica Cecena di Ickeria, per poi finire i suoi giorni in una prigione di massima sicurezza subito dopo l’inizio della Seconda Guerra Cecena.
Salman Raduev (al centro) ad un raduno dei suoi miliziani alla fine della Prima Guerra Cecena
IL GIOVANE SALMAN
Salman Raduev nacque il 12 Febbraio 1967 a Gudermes da una famiglia di modesta posizione sociale. Dopo essersi diplomato alla scuola locale ed aver lavorato in una ditta di costruzioni, fu richiamato alle armi nell’esercito sovietico ed inviato in Bielorussia, dove prestò servizio in un reparto di artiglieria missilistica. Fu nell’esercito che Raduev si fece riconoscere per la prima volta: dopo aver aderito al Partito Comunista, nel 1987, divenne vice segretario del Komsomol (l’organizzazione giovanile del Partito) presso la sua unità. Una volta rientrato dal servizio militare, Salman entrò un una scuola di saldatura professionale, ma non abbandonò l’impegno politico, continuando a prestare la sua opera nell’organizzazione delle attività del movimento giovanile, in particolare nelle cosiddette “brigate di costruzione studentesca” (collettivi di lavoro che partecipavano alla realizzazione dei grandi progetti edilizi pubblici). In quella sede giunse ad occupare il ruolo di segretario (cioè di capo della sezione locale). Il suo impegno gli valse, nel Novembre del 1988, la nomina a istruttore di dipartimento nel Comitato Repubblicano del Komsomol, diventando a tutti gli effetti uno dei principali esponenti dell’ala giovanile del PCUS. Con l’avvento della Perestrojka, al pari di molti altri cittadini sovietici, Raduev tentò la strada dell’imprenditoria privata. Nel 1990 aveva ventitrè anni, e per quanto dichiarasse di essere ad un passo dall’ottenimento di una laurea in economia, nella realtà aveva poche competenze che potessero fruttargli denaro. La sua posizione di piccolo funzionario politico gli permise tuttavia di avere accesso ai nulla osta necessari per avviare una piccola attività di produzione e commercio di componenti per l’industria leggera, il “Centro delle Associazioni per il Lavoro Volontario”.
PREFETTO DI GUDERMES
L’avvento del Generale Dudaev fu per Raduev un evento epocale. Conquistato dal carisma del leader rivoluzionario, il giovane funzionario del Komsomol si mise a disposizione del Congresso Nazionale del Popolo Ceceno, l’organizzazione favorevole alla rimozione di Doku Zavgaev dalla guida della Repubblica Ceceno – Inguscia e all’istituzione di uno Stato sovrano e democratico. Essendo uno dei più attivi militanti del Congresso presso Gudermes, Raduev riuscì a farsi notare da Dudaev il quale, dopo gli eventi della Rivoluzione Cecena, decise di appuntarlo “Prefetto” della città nel Giugno del 1992. La Costituzione varata appena tre mesi prima non istituiva una simile carica, ma demandava alla popolazione locale il diritto di eleggere propri rappresentanti. La nomina di Raduev da parte di Dudaev fu quindi vista da molti cittadini come un’aperta violazione della legge. Ed in effetti lo era, anche se inserita in un più ampio quadro di conflittualità tra il Presidente della Repubblica ed il Parlamento (del quale abbiamo ampiamente parlato nel libro “Libertà o Morte!” Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria, acquistabile QUI).
Raduev si trovò, in sostanza, ad assumere un incarico politico non previsto dalla Costituzione e sovrapposto all’amministrazione locale. L’unico modo per poter prevalere fu quello di reclutare un nutrito reparto armato ed inquadrarlo nell’organico dell’esercito regolare, in modo da poter “istituzionalizzare” la sua posizione. Nacquero quindi i “Berretti Presidenziali”, una formazione paramilitare all’ombra della quale operavano veri e propri elementi criminali dediti all’estorsione, al racket e al saccheggio dei treni. La loro presenza divenne talmente fastidiosa che nell’Estate del 1994 la popolazione chiese a gran voce la sua destituzione a Dudaev, il quale dovette accordarla, richiamando Raduev a Grozny. A quel momento i rapporti tra i due erano ancora più consolidati, avendo Raduev sposato nel 1993 una delle nipoti del Presidente, Elizaveta (detta Lydia). A livello Mediatico l’ormai ex – Prefetto di Gudermes aveva iniziato a farsi notare quando, nel Settembre del 1992, l’esercito russo aveva pericolosamente avanzato alcuni reparti al confine tra la Cecenia e il Daghestan. In quell’occasione una folla di daghestani arrabbiati, supportati dai loro dirimpettai ceceni aveva impedito che il reparto federale penetrasse in Cecenia, provocando una crisi politica. Raduev si era posto alla guida della delegazione che aveva parlamentato coi militari russi, guadagnandosi le prime pagine dei giornali.
COMANDANTE DI CAMPO
Salman Raduev rilascia un’intervista
La vera svolta nella sua vita Raduev la ebbe con lo scoppio della Prima Guerra Cecena. Nominato da Dudaev Comandante in Capo del Fronte Nord – Orientale (con il centro strategico nella città di Gudermes) il giovane separatista si impegno dapprima nella difesa del capoluogo, poi nel danneggiamento della linea ferroviaria, infine si ritirò verso Vedeno con un piccolo gruppo di fedelissimi, mettendosi agli ordini di Shamil Basayev. La sua prima azione in grande stile fu il “Raid su Gudermes” (14 – 23 Dicembre 1995). Lo scopo dell’operazione era occupare simbolicamente la seconda città del paese proprio mentre il governo filorusso di occupazione, alla testa del quale era da poco tornato Doku Zavgaev, svolgeva le prime elezioni popolari volte a delegittimare il governo separatista di Dudaev. Dopo essersi radunati a sud – est ed aver inviato un’avanguardia nel centro abitato, il 13 dicembre le unità di Raduev entrarono in azione: una quarantina di miliziani occuparono l’ospedale, barricandovisi dentro, mentre altre unità assediavano la stazione bloccando circa centocinquanta tra poliziotti OMON e militari, ed altri circondavano il Quartier Generale cittadino. Alle prime luci dell’alba i miliziani iniziarono a sparare contro il comando russo, che immediatamente chiamò i rinforzi da fuori città. Raduev aveva previsto la mossa, e le unità giunte in soccorso finirono in un’imboscata. Morirono 18 soldati federali, ed altri 28 rimasero feriti. La colonna di soccorso dovette fare dietrofront lasciando sul campo tre mezzi corazzati ed un veicolo da trasporto. La guarnigione cittadina, bloccata nel Quartier Generale ed alla stazione ferroviaria, rimase senza soccorsi. Nel frattempo i miliziani facevano strage dei funzionari del governo collaborazionista, mentre i poliziotti appena arruolati dal governo filorusso passavano in massa dalla parte dei separatisti. L’alto comando inviò allora rinforzi supplementari supportati da artiglieria ed elicotteri, che iniziarono un fitto bombardamento della città, tentando di scacciare i ribelli e costringerli a ritirarsi fuori dal centro abitato.
Combattimenti durante il raid separatista su Gudermes del Dicembre 1995
Si trattò di un violento bombardamento, portato contro un’intera città senza un preciso obiettivo. Centinaia di proiettili caddero indistintamente sui quartieri residenziali, mietendo decine di vittime civili. Il 18, tuttavia, i comandi federali si resero conto che anziché ritirarsi, i guerriglieri continuavano ad affluire in città. Questo costrinse i russi ad intensificare il bombardamento, attaccando con largo dispendio di artiglieria ed aereonautica. Il 23 dicembre, finalmente, Raduev e la sua milizia abbandonarono Gudermes, lasciando a terra circa centocinquanta tra morti e feriti. I russi lasciarono sul campo 70 morti, 150 feriti, quaranta veicoli ed un elicottero. I bombardamenti e gli scontri a fuoco provocarono la morte di centinaia di civili, e la distruzione di gran parte del centro abitato. La battaglia di Gudermes dimostrò alla Russia ed al mondo che l’esercito separatista non soltanto non era finito, ma anzi si era rafforzato al punto da poter organizzare azioni di vasta portata, e di poter costringere i russi a combattere battaglie decisive nel cuore del paese.
KIZLYAR
Se il Raid su Gudermes fu il primo “palcoscenico” militare di Raduev, l’azione che lo fece ascendere all’Olimpo dei comandanti di campo separatisti fu il successivo Raid su Kizlyar. La cittadina daghestana ospitava una base militare federale dalla quale, un anno prima, si era mosso uno dei contingenti di invasione dell’esercito russo. L’obiettivo di Raduev era quello di seguire l’esempio tracciato da Shamil Basayev nel Giugno del 1995, quando al comando di duecento miliziani era riuscito ad occupare la cittadina, occupare l’ospedale locale e tenere in ostaggio più di mille civili, costringendo il governo russo a negoziare una tregua. Il 9 Gennaio 1996 i reparto d’assalto reclutato dal giovane ex prefetto di Gudermes si mise in moto. Oltre a lui erano al comando Khunkharpasha Israpilov, militare dell’ex esercito sovietico veterano dell’Abkhazia e del Nagorno – Karabakh, nominato da poco comandante in capo del settore sudorientale e Turpal Ali Atgeriev, anch’egli veterano dell’Abkhazia e uomo di fiducia di Basayev. Giunto di prima mattina al limitare della città il commando composto da circa duecentocinquanta miliziani attaccò l’aeroporto, la stazione ferroviaria e le caserme della Milizia del Ministero dell’Interno. Lo scopo ufficiale del raid era la distruzione di uno stormo di elicotteri militari che stazionavano all’aeroporto, due dei quali vennero effettivamente danneggiati insieme ad un velivolo da trasporto. Il gruppo più consistente, tuttavia si diresse all’ospedale cittadino, dove prese in ostaggio 314 pazienti, 51 membri dello staff medico e centinaia di abitanti rastrellati in giro per la città. A metà mattinata nell’ospedale erano tenute in ostaggio circa duemila persone. 34 civili e due militari russi erano morti.
Salman Raduev parla al telefono durante la crisi degli ostaggi a Kizlyar
Nel pomeriggio giunsero sul luogo dell’attacco il Presidente del Parlamento del Daghestan, Magomedov, ed il Primo Ministro, Mirzobekov. Raduev non fece richieste di natura politica, ma chiese 11 bus e 2 camion Kamaz dove sistemare i suoi uomini ed un corposo quantitativo di ostaggi da portare con sé per poi rilasciarli al confine daghestano. Mirzobekov acconsentì a soddisfare le sue richieste, e Raduev rilasciò la maggior parte degli ostaggi. Il mattino seguente i ceceni salirono sul convoglio portando con loro 128 civili e sette ministri del governo daghestano, che si offrirono volontari per accompagnare i sequestratori. Raduev promise di rilasciarli tutti una volta raggiunto il villaggio di Pervomayskoje, a poche centinaia di metri dal confine. Raggiunta la destinazione, tuttavia, Raduev cambiò le sue disposizioni ed ordinò che gli ostaggi rimanessero sugli autobus. Durante il viaggio, infatti, il comportamento delle unità federali aveva reso chiaro che i russi stessero programmando di distruggere il distaccamento separatista non appena passato il confine. Era chiaro, in questo senso, il perché le trattative erano state portate avanti dalle autorità daghestane: una volta superato il confine, le assicurazioni ufficiali di Mirzobekov non avrebbero avuto più valore, essendo la Cecenia sotto l’autorità diretta del governo russo, il quale non solo non aveva partecipato ai negoziati, ma era intenzionato ad infliggere una punizione esemplare i sequestratori. Subito dopo Pervomaiskoje iniziava un rettilineo di sei chilometri, chiuso a nord dal corso del Terek.
LA BATTAGLIA DI PERVOMAISKOYE
Il campo di battaglia al limitare del centro abitato di Pervomaiskoje
Secondo i piani russi due cacciabombardieri avrebbero colpito la colonna, e quando questa si fosse arrestata due compagnie della 7a Divisione Paracadutisti, appoggiate da elicotteri da combattimento avrebbero assaltato i bus, eliminando o catturando i terroristi. I reparti federali tuttavia non vennero informati tempestivamente che Raduev non aveva rilasciato gli ostaggi. Così non appena il convoglio ceceno attraversò il confine i comandi federali, che non potevano più interrompere l’operazione, ordinarono ai paracadutisti di attaccare il convoglio senza attendere l’intervento dei cacciabombardieri. I paracadutisti però non avevano ancora avuto il tempo di occupare le posizioni stabilite, cosicché quando gli elicotteri in loro copertura cominciarono a mitragliare il convoglio non c’era ancora alcun reparto in grado di effettuare l’attacco. Raduev ordinò immediatamente un dietrofront e si barricò con i suoi uomini a Pervomaiskoje. La piccola guarnigione federale di stanza nel villaggio non oppose alcuna resistenza quando i terroristi penetrarono in città, ma anzi si arrese e consegnò le armi, venendo a sua volta presa in ostaggio. Mentre gli abitanti del villaggio fuggivano in tutte le direzioni, unità OMON e forze speciali russe bloccavano la cittadina, chiudendo in una sacca anche tutti i civili che non erano riusciti a mettersi in salvo. Se l’azione dei federali fosse stata immediata, probabilmente i ribelli ceceni non avrebbero avuto modo di organizzarsi. Ma il comando federale impiegò altre ventiquattr’ore per dispiegare unità sufficienti ad effettuare un assalto militare, dando a Raduev ed ai suoi il tempo di fortificarlo. La mattina del 10 gennaio i rappresentanti del governo daghestano giunsero nuovamente al cospetto di Raduev, chiedendogli di rilasciare gli ostaggi come promesso. Il comandante ceceno replicò che dati i cambiamenti occorsi nel frattempo avrebbe acconsentito a rilasciare soltanto donne e bambini, mentre avrebbe portato con sé gli uomini fino a quando il suo commando non fosse stato in salvo in Cecenia. Inoltre pretese che autorità russe autorizzate da Chernomyrdin partecipassero ai negoziati. Per tutta risposta le autorità federali inviarono un ultimatum ai ceceni, ordinando il rilascio degli ostaggi entro il 14 gennaio e la fuoriuscita sotto bandiera bianca dei terroristi. Raduev rispose che avrebbe iniziato a giustiziare gli ostaggi se i federali si fossero avvicinati a meno di cento metri dalle sue posizioni. Nel frattempo 2500 militari federali prendevano posizione intorno alla città, armati con 22 carri armati, 54 mezzi blindati e una venticinquina di pezzi d’artiglieria. Il grosso delle formazioni russe venne tuttavia dispiegato ad est di Pervomaiskoje, come ad evitare che i ceceni fuggissero verso il Daghestan, mentre era abbastanza evidente la loro volontà di aprirsi la strada ad ovest verso la Cecenia. In quel settore c’erano i paracadutisti che avevano provato ad entrare in azione il 9 gennaio e qualche altro piccolo reparto scarsamente armato.
L’abitato di Pervomaiskoje dopo la battaglia
Il 15 gennaio, scaduto l’ultimatum, i federali passarono all’attacco. Elicotteri da guerra ed artiglieria spazzarono il villaggio. Dopo circa un’ora la fanteria iniziò ad avanzare. Per una serie di clamorosi errori organizzativi, tuttavia, l’artiglieria riprese a bombardare mentre i fanti avanzavano verso le difese cecene, costringendoli a rientrare frettolosamente nelle posizioni di partenza. Nei giorni seguenti i federali tentarono di conquistare Pervomaiskoje ben ventidue volte, non riuscendo a penetrare le buone difese messe a punto da Raduev. Soltanto il 17 gennaio, dopo che i russi, ritenendo che nessun ostaggio fosse rimasto in vita, avevano iniziato a radere al suolo il villaggio con i lanciamissili Grad, i Ceceni organizzarono una sortita per uscire dalla sacca. Il Generale Maskhadov, comandante delle forze armate separatiste, si mise in azione dall’esterno per supportare l’azione di Raduev: radunato un contingente fuori dalla sacca, provvide a lanciare attacchi alla periferia dell’anello di accerchiamento, distruggendo un reparto della Milizia del Ministero degli Interni a Sovetskoye, mentre Raduev concentrava tutte le sue forze nell’aprirsi un varco oltre le linee nemiche. Solo un piccolo reparto di “martiri” rimase di stanza nel villaggio, con l’obiettivo di ritardarne il più possibile la conquista da parte russa. Il 18 gennaio l’accerchiamento venne rotto, e Raduev poté uscire dalla sacca lasciando sul campo un centinaio di morti. I federali da parte loro ebbero 37 perdite e 148 feriti, oltre a 4 mezzi corazzati e 7 elicotteri. Il villaggio subì distruzioni tali che dopo la guerra fu ricostruito in un’altra ubicazione. Il destino degli ostaggi rimase per sempre poco chiaro: una trentina morirono nei combattimenti, un’ottantina riuscì a salvarsi. Altri ancora, credendo di avere qualche chance in più seguendo Raduev anziché attendere la fine dei bombardamenti fuggirono insieme ai loro sequestratori. Si trattò di un vero e proprio disastro per le autorità russe, reso ancor più colossale dalle assicurazioni che Eltsin aveva fatto alla stampa, nelle quali aveva promesso di consegnare i criminali alla giustizia e di recuperare gli ostaggi.
Miliziani di Raduev su uno dei bus in viaggio verso la Cecenia, di ritorno da Kizlyar
L’ATTENTATO DI MARZO
Il Raid su Klizyar e la sortita da Pervomaiskoje dettero a Raduev notorietà mondiale: il governo russo incorse in un secondo, drammatico fiasco nel tentativo di impedire che la guerra in Cecenia tracimasse oltre i confini della piccola repubblica, e tra i cittadini della federazione il malcontento già diffuso prima dello scoppio delle ostilità si trasformò in una vera e propria ondata di dissenso. Dudaev appuntò sul petto di Raduev i due più importanti premi statali della Repubblica, l’Ordine dell’Onore della Nazione e l’Ordine dell’Eroe della Nazione, e lo nominò Generale di Brigata. Da quel momento l’astro nascente della guerriglia venne inserito, assieme a Dudaev e Basayev, tra i “top” target dei servizi di intelligence russi, con l’obiettivo di eliminarlo ad ogni costo. Sui giornali di tutto il mondo egli divenne il “Terrorista numero 2”. Con la notorietà arrivarono anche le prime invidie ed i primi dissidi tra gli uomini del suo stesso campo: i suoi metodi autoritari ed il pugno di ferro con il quale comandava la sue milizie inimicarono a Raduev più di un comandante di campo, e quando l’FSB iniziò a cercare sicari per farlo fuori furono parecchie le mani che si alzarono per svolgere lo sporco lavoro. Un primo tentativo di eliminare il Generale di Brigata fu svolto poco dopo il Raid su Klizyar, quando un potente ordigno esplosivo fece saltare in aria la sua abitazione di famiglia, a Gudermes. Il fato volle che Raduev non fosse in casa, cosicché l’attentato non ebbe buon esito, anche se nell’esplosione rimasero uccisi alcuni dei suoi familiari. Il 3 Marzo 1996 una nuova banda di sicari (secondo i media collegata ai familiari delle vittime di Pervomaiskoje) tentò di ucciderlo e, in un primo momento, sembrò riuscirci: mentre viaggiava da Starye Atagi ad Urus – Martan, il “Terrorista numero 2” fu colpito da un proiettile di cecchino in pieno volto. Il colpo fu talmente violento che buona parte della sua faccia esplose letteralmente, ma il proiettile non trapassò il cranio, lasciandolo gravemente ferito ma pur sempre vivo.
I suoi miliziani lo trasportarono d’urgenza ad Alkhan Khala, dove operava il Dottor Khasan Baiev, chirurgo presso l’ospedale locale. Baiev rattoppò il cranio di Raduev come potè, salvandogli la vita (il racconto dell’evento è trascritto nel suo libro di memorie “A surgeon under fire” acquistabile QUI) dopodichè il Generale di Brigata venne fatto espatriare dapprima in Azerbaijan, poi in Turchia, infine di Germania, dove avrebbe affrontato una lunga serie di interventi maxillo – facciali ed estetici per ricostruire il suo volto sfigurato. Nel frattempo sui media russi circolava la voce che fosse morto. La notizia fu presa talmente sul serio che il 7 Marzo 63 deputati del Parlamento Estone firmarono un documento indirizzato a Dudaev nel quale esprimevano “profonda simpatia per il popolo ceceno” e cordoglio per “il mostruoso assassinio di un eccezionale combattente per la libertà”. Raduev rimase in silenzio per tre mesi, e lo stesso fecero i separatisti. Anche perché nel frattempo un altro illustre “top target”, il Presidente Dudaev, era stato ucciso dall’intelligence federale (il racconto dell’episodio è reperibile nel libro “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria” Acquistabile QUI). Fu soltanto nel Giugno del 1996 che Raduev tornò a farsi vivo (nel senso letterale del termine) tenendo una conferenza stampa nel pieno centro di Grozny. La città era teoricamente occupata dall’esercito federale, ma il morale delle forze di Mosca era a terra e in periferia scorrazzavano bande di separatisti intente a preparare un nuovo assalto alla città. Raduev si presentò in divisa da ufficiale, il volto nascosto da un cappello a tesa, un paio di occhiali da sole molto larghi ed una folta barba, e dichiarò che l’attentato alla sua vita era stato organizzato dai servizi speciali russi, e di essersi sottoposto ad una lunga serie di interventi di ricostruzione facciale durante la quale una parte del suo cranio era stata sostituita da una placca di titanio. La nuova protesi metallica gli valse da quel giorno l’appellativo informale di “Titanic”.
Il volto sfigurato di Raduev nascosto dietro una folta barba rossa ed un paio di occhiali scuri
IL DOPOGUERRA
Rimessosi al comando delle sue milizie, ora inquadrate nell’altisonante “Esercito di Dzhokhar Dudaev”, partecipò alla vittoriosa Battaglia per Grozny dell’Agosto 1996, a seguito della quale il governo russo dovette accettare di ritirarsi e di riconoscere l’indipendenza de facto della Repubblica Cecena di Ichkeria. I separatisti, ora guidati dal Presidente facente funzioni Zelimkhan Yandarbiev rimasero padroni del campo, ma in un paese completamente distrutto dominato dai comandanti di campo e dalle loro milizie. Anche Raduev mantenne in armi i suoi uomini, dichiarando che la guerra non fosse ancora finita, e che nessuna pace sarebbe stata possibile prima della completa accettazione da parte della Russia dell’indipendenza cecena. Nel frattempo il testimone della leadership stava passando nelle mani del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Aslan Maskhadov, di orientamento moderato e favorevole alla continuazione dei negoziati di compromesso con la Federazione Russa.
Raduev, da radicale quale era e quale era sempre stato condannò le iniziative di Maskhadov, bollandole come “tradimento” e tentò di raccogliere il dissenso dei veterani di guerra, che adesso si trovavano senza lavoro e senza risorse, e vedevano negli ammiccamenti di Maskhadov la vanificazione dei loro sforzi e delle loro sofferenze. Raduev amplificava la loro frustrazione, giungendo a dichiarare che Dudaev fosse ancora vivo, e che attendesse il ritorno al potere dei “veri figli di Ichkeria”. Durante i raduni pubblici dei veterani di guerra esortò i combattenti a riprendere le ostilità contro la Russia, e dichiarò che lui stesso stava organizzando una serie di attentati coordinati per l’anniversario della morte del Presidente Dudaev. Giunse perfino a minacciare di scatenare una “guerra chimica” contro la Russia, e si assunse la paternità di tutti gli attentati, i disordini e perfino gli incidenti che occorsero in Russia tra il 1997 ed il 1998. In realtà soltanto due di questi (entrambi attentati dinamitardi occorsi nelle cittadine di Armavil e Pytiagorsk) furono direttamente collegati a lui, e l’esosità delle sue dichiarazioni lo portarono ben presto a perdere di ogni credibilità sia nei confronti dei suoi “colleghi” comandanti di campo, sia nei confronti della società civile. Al suo seguito rimasero comunque molti veterani di guerra, e la sia figura continuò a riscuotere la simpatia degli strati più bassi della popolazione e delle vedove di guerra, le quali vedevano nella politica di appeasement di Maskhadov un insulto alla morte dei loro cari. Posta la sua base operativa nella città natale di Gudermes, tornò a spadroneggiare avvalendosi di elementi criminali operanti sotto l’ombrello del reducismo di guerra: l’Esercito di Dzhokhar Dudaev, al pari di molte milizie armate, si riciclò ben presto in una rete di bande dedite al saccheggio dei prodotti petroliferi, alla ricettazione ed addirittura al sequestro di persona, pratica che divenne endemica nella Cecenia postbellica. Il radicalismo politico ed il fiancheggiamento alle attività criminali gli crearono non pochi nemici, tanto che nel solo 1997 Raduev scampò a ben 3 attentati alla sua vita, riportando sovente gravi ferite.
Salman Raduev in divisa da ufficiale, con indosso L’Onore della Nazione (sul suo petto alla sua destra)
RADUEV, L’IRRIDUCIBILE
Nell’estate del 1997 il nuovo Presidente Maskhadov tentò di disarmare le numerose milizie ancora in armi in Cecenia, in parte trasformandole in unità dell’esercito regolare, in parte ordinandone lo scioglimento ed il disarmo. Riguardo la milizia di Raduev, Maskhadov giudicò troppo pericolosa la sua esistenza, e ne ordinò lo scioglimento. Il Generale di Brigata rispose trasformandola in una associazione politica chiamata “La Via di Johar”. Il nuovo partito si collocava nel network di organizzazioni, riviste e partiti “Confederazione Caucasica”, i cui esponenti erano favorevoli alla “esportazione della rivoluzione cecena” in tutto il Caucaso Settentrionale, al fine di estendere l’insurrezione antirussa a tutta la regione e favorire la nascita di un unico Stato confederato dal Mar Nero al Mar Caspio.
La retorica incendiaria di Raduev, il rifiuto di riconoscere la pace siglata da Maskhadov con Eltsin il 12 Maggio 1997 (circostanza che gli valse un deferimento alla Corte della Sharia) e l’istigazione al compiere nuove azioni terroristiche contro i cittadini della Federazione Russa portarono il Generale di Brigata in rotta di collisione con il governo, che infine si risolse ad oscurare l’emittente del suo partito, sequestrando le attrezzature televisive e chiudendole nell’edificio della TV di Stato a Grozny. La cosa non andò giù a Raduev, il quale decise di occupare l’edificio e recuperare l’attrezzatura. Il 21 giugno 1998 le milizie di Raduev, agli ordini del Colonnello Vakha Jafarov, dudaevita di vecchia data, tentarono di assaltare la TV di Stato. nell’edificio si trovava il capo del Servizio di Sicurezza Nazionale governativo, Khultygov, il quale stava portando avanti una campagna molto aggressiva verso le milizie illegali, i wahabiti ed il crimine organizzato, cui appartenevano molti sodali di Raduev. Nello scontro Khultygov rimase ucciso insieme a Jafarov e ad altri due militanti radueviti.
Salman Raduev tiene un comizio di fronte ai veterani di guerra
Il giorno seguente Maskhadov proclamò lo Stato di Emergenza nella Repubblica, imponendo il coprifuoco a Grozny. Raduev si dissociò pubblicamente dall’azione di Jafarov, ma Maskhadov non intese ragioni, si assunse direttamente le deleghe per il Servizio di Sicurezza Nazionale e per tutti gli altri dipartimenti della sicurezza dello Stato, nonché per il Comitato Statale per le trasmissioni televisive e radiofoniche, prendendo così il controllo diretto di tutte le strutture armate dello Stato e stabilendo la sua autorità sulla gestione delle comunicazioni tv e radio pubbliche. Nel suo libro di memorie, Ilyas Akhmadov racconta l’evento partendo dalle premesse dell’assalto fino alla sua partecipazione personale, insieme a Basayev, alla fine di quell’evento. È interessante per capire lo stato di totale caos nel quale viveva la Cecenia in quei giorni, e della troppo bassa qualità umana delle persone che intendevano rappresentarla:
“Raduev aveva la sua stazione televisiva, Marsho, e la usava per diffondere il suo messaggio. Era un oratore di talento e i suoi discorsi erano appassionati e lunghi. Per lo più si lamentava, e non riuscivo mai a capire esattamente cosa volesse. Oltre a lanciare invettive contro il governo, non ha offerto alcun programma politico positivo. Aveva alcuni temi dominanti: il primo era come tutto fosse terribile (almeno questo era vero, e tutti lo sapevano). Il secondo era che con Maskhadov avevamo fatto troppi compromessi, che non dovevamo assolutamente avere relazioni con la Russia e che non avremmo dovuto riconoscere nessuno degli accordi che avevamo stipulato col governo di Eltsin. L’unica proposta positiva, se così si può chiamare, era un progetto amorfo sull’unità del Caucaso, una Confederazione delle nazioni del Caucaso. […] Raduev aveva gente fuori per strada nel centro della città […] che manifestò contro il governo per quasi un anno. […] Le persone che si radunavano erano i segmenti più poveri e disperati della popolazione, comprese le vedove di guerra ed altri che erano profondamente delusi dalle loro vite. C’erano personaggi strani tra loro, come l’esotica figura religiosa Dati, che a me sembrava uno sciamano, avvolto in talismani e amuleti e pronunciando incantesimi. […] Sotto la sua guida i manifestanti iniziarono a costruire una torre d’argilla, un bizzarro memoriale agli eroi della guerra santa. Era chiamato “Arco di Gazotan”, la torre in onore della Gazawat. […] Il governo aveva ripetuto molte volte che la manifestazione non era autorizzata, ma non aveva preso nessuna misura per scioglierla. Nel giugno del 1998 Maskhadov si stufò dei raduni e chiese ad uno dei suoi comandanti, Lecha Khultygov, Presidente del Servizio di Sicurezza Nazionale, di risolvere il problema. […] Khultygov ha preso i suoi uomini, ha distrutto la torre ed ha cacciato i manifestanti fuori dalla piazza. […] Quindi Khultygov andò alla stazione televisiva di Raduev, Marsho, espropriando tutte le attrezzature e spegnendo la stazione. […] Il 21 Giugno 1998, un giorno o due dopo […] gli uomini di Raduev hanno sequestrato la stazione televisiva del governo […]. Qualcun deve aver chiamato Khultygov, che non ha perso tempo a raggiungere la stazione televisiva con i suoi uomini. Hanno fatto irruzione, e secondo i testimoni, Khultygov ha urlato: “Siete tutti in arresto, faccia a terra!”[…] Jafarov [Il Capo di Stato Maggiore di Raduev, ndr] sparò ed uccise Khultygov. Poi una delle guardie di Khultigov sparò ed uccise Jafarov. E infine, una delle guardie di Jafarov sparò alla guardia di Khultygov. […] Era surreale, andare da una stanza all’altra, e ovunque c’erano combattenti con le armi in pugno. In un corridoio ho visto persone in lutto che iniziavano a cantare e ad esibirsi nello Zykr, la danza circolare cecena. […] Nello studio c’erano Raduev, alcuni dei suoi e Vakha Arsanov. […]Raduev era sconvolto, urlava che il suo capo di stato maggiore era stato ucciso e cercava di raccontare la storia dall’inizio. Arsanov stava cercando di calmarlo, dicendo che questo problema doveva essere risolto in tribunale. […] Ma Shamil [Basayev, ndr] non permise a Raduev di cogliere l’occasione per incendiare ulteriormente la situazione. Interruppe Raduev duramente, dicendo: “Tutto questo deve essere deciso in tribunale. Se ci provi qui ed ora, provocherai un macello e tutte le nostre vite saranno sulla tua coscienza. Hai sequestrato la stazione televisiva, che è un crimine e questo andrà alla Corte della Sharia. Quello che stai facendo in questo momento costituisce un tentativo di colpo di stato. Devi condurre i tuoi uomini via da qui immediatamente. […].” Raduev […] ha detto: “Sono disposto ad andare al tribunale della Sharia, ma dichiaro che la faida per Jafarov è su di me! […] Raduev radunò i suoi uomini intorno a lui. “Stiamo partendo, ma questo non significa che i problemi rimarranno irrisolti. La vendetta del sangue per il mio capo di stato maggiore, Vakha Jafarov, è inziata. Siamo venuti alla stazione solo per riavere la nostra apparecchiatura ed andremo alla Corte della Sharia per risolvere questo problema.”
Il racconto è lungo, e di per sé non aggiunge niente. Ma ritaglia uno scorcio chiaro di quale fosse la drammatica situazione di un popolo ostaggio di personaggi come Raduev, il quale in un mondo normale sarebbe stato relegato ai margini della società, e che invece nella Cecenia del 1997 si poteva permettere il lusso di guidare una milizia armata fin nel cuore della capitale del suo Stato, occupare la stazione televisiva pubblica, eliminare il comandante in capo di un’agenzia di sicurezza nazionale e ritirarsi impunito, circondato dai suoi uomini armati, minacciando una faida di sangue.
FUORI DAI GIOCHI
L’Assalto alla TV di Stato fu interpretato dalle autorità governative come un tentativo di colpo di Stato, e come tale sottoposto al giudizio del tribunale allora in vigore in Cecenia, la Corte della Sharia. Questa lo riconobbe colpevole, lo privò di tutti i titoli pubblici e dei premi statali conferitigli a seguito del Raid di Klizyar e gli comminò una condanna a 4 anni di reclusione, ma Raduev non passò in carcere neanche un giorno: forte del supporto dei suoi seguaci (molti dei quali ancora armati) e dell’amicizia di Basayev (il quale lo protesse adducendo alle sue precarie condizioni di salute) Raduev riuscì ad evitare l’arresto, per poi sparire dalla circolazione. Secondo alcune fonti si ritirò in Pakistan, dove il suo principale protettore politico, l’ex Presidente Yandarbiev, aveva intessuto una buona rete di contatti. Certamente non ebbe più un peso effettivo sulla vita politica della Repubblica.
Quando, nell’Agosto del 1999, le forze leali a Basayev ed a Khattab lanciarono un’offensiva nei distretti montani del Daghestan, nel tentativo di istigare un’insurrezione islamica nella vicina repubblica, sembrò che i propositi da sempre sostenuti da Raduev, cioè quelli di riprendere la guerra fino ad una completa resa della Russia, si stessero avverando. Egli, tuttavia, rimase in ombra, non prese parte all’azione e scomparve dalla scena pubblica, riemergendo soltanto quando, a seguito della sconfitta degli islamisti, l’esercito federale penetrò nuovamente in Cecenia, dando il via alla seconda invasione del paese. Quando fu chiaro che la Russia, ora guidata dall’energico Primo Ministro Vladimir Putin, non si sarebbe accontentata di una fugace “spedizione punitiva”, Raduev fece una nuova apparizione pubblica, proponendo un piano di pace secondo il quale la Cecenia sarebbe stata divisa in una regione settentrionale, annessa al Territorio russo di Stavropol e sottoposta al governo federale, ed una regione meridionale indipendente sotto il governo della ChRI. Le sue proposte caddero nel vuoto, e furono in ogni caso superate dallo scoppio delle ostilità.
Con l’inizio delle ostilità in territorio ceceno Raduev radunò i suoi uomini e ricostituì la sua formazione armata, la organizzò in piccole bande da 10/15 uomini ciascuna e tentò di portare avanti una campagna di guerriglia partigiana nel nordest del paese. Tuttavia la caduta di Gudermes nelle mani dei federali a seguito della resa di Akhmat Kadyrov e dei fratelli Yamadaev (per approfondire la questione leggi “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria” Acquistabile QUI) lasciarono il comandante di campo privo degli appoggi logistici necessari a continuare un’efficace resistenza. Da quel momento la sia formazione armata iniziò a disintegrarsi. Molti dei suoi uomini morirono negli scontri a fuoco con le preponderanti forze federali, altri si arresero o tornarono alle loro case senza combattere. Raduev, con un pugno di seguaci si nascose nel villaggio di Oyskhara, da dove tentò di negoziare una resa per se’ e per i suoi uomini, ma il 12 Marzo venne individuato grazie alle delazioni di alcuni abitanti del villaggio e catturato.
Raduev ricoverato in ospedale dopo uno degli attentati ai quali scampò nel 1997. Pur riportando numerose ferite ed ustioni, il Generale di Brigata riuscì sempre a sfuggire alla morte.
IL PROCESSO
La prima reazione dei russi alla notizia che Raduev era stato arrestato fu poco convinta. Sovente i comandi militari avevano diffuso voci riguardo all’eliminazione o all’arresto di questo o quel comandante di campo, finendo per ritrattare pochi giorni dopo. Anche in questo caso le immagini che la stampa diffuse di Raduev, magrissimo, rasato e tremolante, furono accolte con diffidenza dall’opinione pubblica. Fu soltanto quando i suoi familiari dichiararono di aver nominato i suoi avvocati difensori che la notizia fu ritenuta attendibile e confermata. Il comandante dell’ “Esercito di Dudaev” fu trasferito alla prigione di Makhachkala, in Dagestan, dove sostenne l’esame psichiatrico che lo riconobbe sano di mente, dopodichè, dal 15 Novembre 2001 iniziarono le udienze per il suo processo. Raduev fu accusato di terrorismo, rapimento e presa di ostaggi, omicidio con aggravante della crudeltà, organizzazione di un gruppo armato illegale e banditismo. Insieme a lui furono processati l’ex numero due del governo Maskhadov, Turpal Ali Atgeriev, Aslanbek Alkhazurov e Khusein Gaisumov, tutti partecipanti al Raid di Klizyar ed alla successiva Battaglia di Pervomaiskoje.
Le udienze si svolsero in due aule separate, comunicanti tra loto tramite un collegamento in videoconferenza: in una di queste si trovavano l’accusa, la difesa e gli imputati, nell’altra le vittime, i testimoni e la stampa. Si trattò di un processo pubblico di dimensioni enormi: sul banco dei testimoni sfilarono un centinaio di persone, ed altre tremila furono citati dall’accusa, pur senza presentarsi. Regista del processo fu il Procuratore Generale della Federazione Russa, Vladimir Ustinov, a rimarcare la centralità del procedimento nell’azione di “ripristino della legalità” promossa da Putin come fondamento ideologico dell’intervento armato in Cecenia. Per capire l’importanza di una tale scelta, basti ricordare che l’ultima apparizione di un Procuratore Generale in un processo pubblico era stata nel 1960, in occasione del Processo a Gary Powers durante la cosiddetta “Crisi degli U – 2”.
Raduev rilascia un’intervista in carcere
Raduev non rinnegò le sue azioni, ma le descrisse come parte dei suoi “doveri istituzionali” in quanto Prefetto di Gudermes e Generale di Brigata: “Ho lavorato come prefetto del Distretto di Gudermes, e questa posizione non prevede la possibilità di creare bande”, osservò. “Queste, casomai, sono state istituite da Dudaev.” Riguardo alla costituzione di queste formazioni armate, poi, l’imputato osservò come questa fosse stata esplicitamente incoraggiata dalla “Direttiva 92” con la quale l’esercito federale aveva accettato di trasferire decine di migliaia di armi leggere alla “Parte cecena” e di aver lasciato incustodite numerose armi pesanti, tra le quali carri armati da battaglia, obici e persino armi chimiche. “Perché ci avete dato queste armi?” Chiese. “Se non ci fossero state armi, non ci sarebbe stata la tentazione di opporre una resistenza armata. E mi accusate di aver acquistato illegalmente delle armi?” Riguardo al Raid su Klizyar, Raduev dichiarò di essere stato incaricato da Dudaev di dare il suo supporto ad un’azione militare in territorio russo, rispetto alla quale egli avrebbe dovuto rappresentare la “parte politica”. Lo scopo dell’azione, secondo lui, era quello di distruggere alcuni elicotteri con il divieto assoluto “di catturare civili” e se possibile “di non uccidere nessuno, dal momento che il Daghestan è la repubblica più amichevole con la Cecenia”. Un’azione di rilievo principalmente politico, quindi, sfortunatamente degenerata a causa dell’intervento dell’esercito federale. Infine, riguardo gli attentati terroristici messi a segno tra il 1997 ed il 1998, e in particolare rispetto all’attacco alla stazione di Pytiagorsk, Il Generale dichiarò di essersene addossato la responsabilità unicamente per “rendermi popolare” ed accreditarsi presso i nazionalisti radicali come un leader capace di guidare l’insurrezione antirussa in tutto il Caucaso.
Il 25 Dicembre 2001 la Corte Suprema del Daghestan dichiarò Raduev colpevole di tutte le accuse a suo carico, fatta eccezione per quella di aver costituito un gruppo armato illegale. Le richieste di Ustinov furono soddisfatte e l’imputato fu condannato all’ergastolo, da scontare nella colonia correttiva di regime speciale “Cigno Bianco”. Raduev si limitò a dichiararsi innocente, pur riconoscendosi “piacevolmente sorpreso dall’equità del processo”. Turpal Ali Atgeriev venne condannato a quindici anni di reclusione, Alkhazurov a dieci e Gaisumov ad otto, poi ridotti per intervento del tribunale. Tutti gli imputati fecero ricorso in cassazione, ottenendo soltanto una riduzione del risarcimento da 268 milioni di rubli a 222.000 (una cifra considerata più realisticamente esigibile da tribunale rispetto a quella esosa precedentemente sancita).
Raduev in cella mostra una foto di se’ stesso quando era in libertà , durante il periodo interbellico
LA PRIGIONIA E LA MORTE
Trasferito al “Cigno Bianco”, al secolo “Colonia Correzionale di Solikamsk”, trascorse la sua prigionia adeguandosi piuttosto in fretta alla disciplina carceraria, almeno secondo i giornalisti che si occuparono di lui. Avrebbe dovuto scontare il carcere a vita, ma rimase convinto che presto tra Russia e Cecenia sarebbe tornata la pace, e che sarebbe tornato a far parte della vita politica della Repubblica Cecena di Ichkeria una volta che anche la seconda invasione russa fosse fallita. Morì il 14 Dicembre 2002, dopo appena un anno di prigionia, ufficialmente per “emorragia interna”. I rapporti sulla sua morte non furono mai confermati con chiarezza, e la richiesta avanzata da Amnesty International riguardo alle circostanze della sua fine caddero nel vuoto. Al pari di altri “morti illustri” del separatismo ceceno, sulla sua dipartita aleggia il sospetto di un “omicidio di Stato”.
Nato a Benoy nel 1962, Magomed Khambiev pose le basi della sua carriera nella Repubblica Cecena di Ichkeria alla guida di un battaglione del Servizio di Sicurezza Nazionale mobilitato nel Dicembre del 1994. Dopo aver combattuto alla testa del suo reparto fino al 1996 (guadagnandosi le più alte onorificenze militari) alla fine della guerra venne nominato da Maskhadov Comandante in Capo della Guardia Nazionale, per poi ottenere, nel Luglio del 1998, il dicastero della Difesa. Entrato in clandestinità allo scoppio della Seconda Guerra Cecena, nel 2004 decise di arrendersi, entrando a far parte dell’establishment del governo di Ramzan Kadyrov e venendo eletto deputato al parlamento nelle file dell’Unione delle Forze di Destra (SPS). Questa intervista, rilasciata alla rivista “Small Wars Journal” apparve in rete nel Giugno del 1999, poco prima che scoppiasse la Seconda Guerra Cecena.
IL BATTAGLIONE BAYSANGUR
Nel 1992 ero comandante del Battaglione “Baysangur”, circa 150 uomini, Nel 1994 sono stato decorato ed ho ricevuto una spada d’onore. Successivamente il Capo di Stato Maggiore, Aslan Maskhadov, mi ha nominato comandante del Distretto di Nozhai – Yurt.
Avevamo più possibilità nel 1994 che nell’Agosto 1996. Nel Dicembre 1994 il mio compito era più facile. Avevo 150 uomini, avevamo più attrezzature e mezzi di trasporto rispetto al 1996. Avevo veicoli per spostare le armi da un luogo all’altro. Maskhadov ordinò al mio battaglione di tenere Pervomaiskoye, quando i carri armati russi avanzarono. Non ci disse quali posizioni occupare, soltanto di andare lì ed intercettare i carri armati. Quando raggiungemmo Pervomaisoye trovammo un APC ed un catto armato, e li distruggemmo. Eravamo contenti, pensavamo che i russi fossero scappati. Non ci eravamo resi conto che erano l’avanguardia di un’enorme coonna. Quando attraversammo il ponte, che è vicino alla fabbrica, abbiamo visto una doppia colonna di carri. Mi sono ritrovato con 8 uomini. Abbiamo colpito un carro con un lanciagranate. Allora avevo poca esperienza in questi combattimenti. Pensavo che con tre lanciagranate avremmo potuto gestirla, attaccando la parte anteriore e la parte posteriore della colonna, per poi fuggire. Abbiamo colpito l’equipaggio di un catto armato, ma questo non ha fermato l’avanzata dei russi su Pervomaiskoye.
Magomed Khambiev da giovane, durante la Prima Guerra Cecena
Poi ho pensato di ritirarmi facendo una deviazione in fondo alla colonna. Rimanemmo fino alla sera nascosti in una casa accanto a quella in cui i russi avevano stabilito il loro quartier generale. Potevamo vederli attraverso le finestre. Ho aspettato e mi aspettavo che controllassero la nostra casa in qualsiasi momento. Avevamo messo tutte le nostre armi e munizioni in Pensavamo che fosse la fine. I combattimenti erano in corso a Grozny, non avevamo notizie di Maskhadov. Abbiamo aspettato 2 o 3 ore aspettandoci di combattere la nostra ultima battaglia. Eravamo calmi. Poi ci siamo innervositi. Alcuni di noi decisero di andare a dormire mentre altri facevano la guardia. Alle 18 o alle 19 abbiamo sentito spari e grida. Corsi fuori, aspettandomi di essere catturato, ma mi ritrovai circondato da ceceni. Hanno iniziato a minacciarci. All’inizio ho pensato che fossero gente dell’opposizione ma non lo erano. Ci avevano notato in casa e pensavano che fossimo predoni. Per fortuna qualcuno mi ha riconosciuto. Per quanto riguarda i Russi, erano partiti per Grozny mentre stavamo dormendo. Il giorno successivo ci siamo riuniti al resto dell’unità ed abbiamo lasciato Grozny per Berdikel e Mesker Yurt, dove rimanemmo per quindici giorni a guardia di un ponte sulla linea ferroviaria nei pressi di Barguny. Poi mi ordinò di dirigermi a Gudermes.
A Gudermes non potemmo attaccare i russi, perché questi non si avvicinavano ed usavano soltanto elicotteri, bombardieri ed artiglieria a lungo raggio. A quel tempo si tenevano a distanza, evitando di attaccare da Khasvyurt, in Daghestan. Non so perché, forse avevano paura di mettersi contro gli Akkins ceceni (Ceceni del Daghestan, ndr.). Sparavano da Barguny e da Mairtup, che avevano occupato. Ad Aprile ci siamo ritirati da Gudermes al Distretto di Nozhai – Yurt, dove abbiamo assunto posizioni difensive scavando trincee. Maskhadov mi aveva nominato comandante di quel distretto. Dopo che i russi ebbero occupato Gudermes iniziarono a far avanzare le loro truppe da Khasavyurt verso Nozhai Yurt. Era un territorio molto difficile da difendere, soprattutto i campi e le aree pianeggianti, le colline nude e senza foreste. Siamo stai salvati dal fatto che i russi non sapevano dove eravamo trincerati. Conoscevamo il territorio, fummo capaci di trovare luoghi dove nasconderci e di minarne altri. Abbiamo difeso il distretto fino alla fine di Maggio del 1995, poi ci siamo ritirati a Sayasan, verso Benoy. Questo succedeva prima di Budennovsk, ci stavamo ritirando da tutte le parti, da Vedeno e da Shatoi. Per due o tre mesi abbiamo combattuto nel territorio del Daghestan. Prendemmo posto sull’altro lato del confine, che non era abitato.
Dopo la tregua di Budennovsk i russi iniziarono ad attaccare di nuovo nell’inverno del 1995. Non ci aspettavamo che avrebbero contrattaccato così velocemente. Iniziarono ad attaccare Benoy, ma dopo che prendemmo Gudermes nel Dicembre del 1995 tutto cambiò: fummo noi a prendere l’iniziativa.
LA “TREGUA” DI BUDENNOVSK
Durante il periodo di tregua che seguì Budennovsk avremmo dovuto costituire Unità di “autodifesa” russo-cecene congiunte. Ricordo un colonnello russo che era la mia controparte. Parlava con me della sua famiglia, mi diceva dove viveva, quella sua la figlia era malata. Fu una tregua di breve durata e più tardi durante la guerra lo incontrai ancora. Abalaev mi ha avvertito che i russi stavano progettando di stabilire una base a Zandak nonostante gli accordi che avevamo raggiunto dopo Budennovsk. Sono stato mandato a negoziare e ritrovai lo stesso colonnello. Fingeva di non essere responsabile della decisione, diceva che quegli ordini provenivano dall’alto. Ho detto “va bene, ma voglio parlarti da solo, senza testimoni”. Gli ho chiesto “tua figlia è ancora malata?”, “La tua famiglia vive ancora a questo indirizzo?” Ha risposto “sì”; forse si era dimenticato di lui mi aveva dato quell’informazione. Gli ho detto “se non smantelli questa base da Zandak, la situazione della tua famiglia peggiorerà ulteriormente. Ti do mezz’ora per uscire di qui”. È uscito per dare gli ordini e 15 minuti dopo non c’erano più.
Aslanbek Abdulkhadzhiev (a sinistra) Shamil Basayev (al centro) ed Aslanbek Ismailov (a destra) tengono una conferenza stampa durante il sequestro dell’ospedale di Bunenovsk.
Tra marzo e agosto 1996, la situazione a Nozhay Yurt rimase tranquilla. Non c’erano azioni militari, solo attività di ricognizione e intelligence. I comandanti russi ci hanno contattato più volte durante quel periodo implorandoci di non avviare alcuna azione perché i negoziati erano imminenti. I russi non volevano morire, e nemmeno noi. Loro sono rimasti nelle loro basi e hanno aspettato. Avevano tutto: aviazione, GRAD, ma comunque è stato molto difficile per loro. I nostri piccoli numeri ci hanno aiutato, se avessimo avuto enormi concentrazioni di truppe come i russi, sarebbe stato più facile combatterci. Ma noi avevamo solo piccoli gruppi di 10, 20 o 30 uomini che erano ovunque e da nessuna parte. I russi avevano un’enorme concentrazione di forze: non potevamo affrontare una base con 500 carri armati e APC o più, ma sapevamo tutto e vedevamo tutto. Abbiamo cambiato tattica costantemente, a volte abbiamo tenuto posizioni difensive, a volte no. I russi non riuscivano a capire che tipo di esercito fossimo.
OPERAZIONE JIHAD
Nel Gennaio 1996 non mi aspettavo che avremmo vinto la guerra così rapidamente. Sapevamo in quale stato fosse il nostro esercito e anche se i russi erano talmente codardi che non volevano combattere, avevano comunque occupato quasi tutto il nostro paese. Non avevamo praticamente più alcun posto dove nascondersi, la nostra Repubblica è così piccola. Eravamo incoraggiati dal fatto che tutti i villaggi ci accoglievano volentieri. Questo ci dava la speranza che saremmo stati in grado di sostenere la lotta per molto tempo. Ma sapevamo che era molto difficile per la nostra popolazione, sapevamo che la popolazione aveva sofferto a causa nostra, che la Milizia del Ministero dell’Interno (russo, ndr) stava uccidendo i civili. Non pensavamo che avremmo vinto subito, ma che saremmo stati in grado di farlo. C’era ancora una piccola speranza.
Dopo il Marzo 1996, tutto è cambiato. Abbiamo capito che potevamo riconquistare la capitale o qualsiasi altro distretto della Repubblica in qualsiasi momento, ed abbiamo scelto. Maskhadov ci ha sempre detto: “Abbiamo Grozny in riserva come ultima risorsa”: Maskhadov ha dato l’ordine ai comandanti di prepararsi ad un assalto a Grozny ad inizio Giugno. Questa informazione era tenuta segreta, soltanto i comandanti lo sapevano. Avevamo diviso i comandanti settore per settore. Il mio settore era Pervomaiskoye. Avevo una mappa del distretto. Ho mandato degli uomini a controllare il percorso, per capire cosa avremmo dovuto affrontare – per esempio il campo di filtraggio russo a Pervomaiskoye. Questo può provare un grosso problema, che i russi usavano i prigionieri come ostaggi. Ho dovuto liberarli prima che potessimo avanzare su Grozny. Sapevo che era difficile perché il campo era estremamente ben difeso e protetto. Personalmente ero stanco, speravo che mi mandassero ovunque, ma non a Grozny. Sapevo che Grozny significava vittoria o morte. Non ci sarebbe stato modo di tornare indietro. Le truppe russe erano ovunque e sapevo che se le cose fossero andate storte non avrei avuto modo di fuggire da Pervomaiskoye. Avrei avuto difficoltà anche ad evacuare i feriti. Volevo restare a Benoy e combattere e morire piuttosto che andare a Grozny. Conoscevo il mio Distretto di Nozhai Yurt. Temevo che sulla strada per Grozny potessimo finire in un’imboscata, morendo inutilmente. Ma gli ordini erano ordini.
Tuttavia, due o tre giorni dopo l’inizio delle operazioni militari cominciai a cambiare idea ed a rendermi conto che forse ce l’avremmo fatta. Ho capito allora che i russi non volevano più combatterci. Ma ho dubitato finchè non è stato ovvio che stavamo vincendo. Anche se sapevo che combattere a Grozny sarebbe stato più facile, per inclinazione volevo combattere nel mio territorio. Sono sicuro che molti uomini la pensassero così.
Carro armate dell’esercito federale catturato dai separatisti durante l’Operazione Jihad
Pervomaisoye era la porta per Grozny e per l’aereoporto. E’ stato a Pervomaisjoye che i combattimenti furono più feroci. Dopo che i russi ci dettero un ultimatum di 48 ore, trasferirono più di 1000 tra carri e APC dall’edificio della Doikar – Oil all’aereoporto, che ne ospitava approssimativamente altrettanti. Aspettammo la scadenza dell’ultimatum, quando questa armata si sarebbe mossa contro di noi. Avevamo preparato barili con benzina, granate, mine ad ogni occasione. I carri armati avevano una protezione anti – granata. Abbiamo raccolto i proiettili dei carri armati e ne abbiamo ricavato delle bombe. Eravamo 80 uomini e abbiamo aspettato. Avevamo 12 lanciagranate, con 3 o 4 colpi. Avevo uno Shmel. Dotazioni da considerarsi straordinarie! Nessuno aveva sollevato la questione di cosa potesse accaderci.
Ho ricevuto i miei ordini da Maskhadov il 5 Agosto. I russi avevano occupato il Distretto di Nozhai Yurt. Sono partito subito con i miei uomini. Abbiamo guidato da Benoy a Dzhalka. A partire da Dzhalka siamo scesi ed abbiamo proseguito a piedi. Trasportavamo tutta la nostra attrezzatura. Io trasportavo 65 kg di armi e munizioni. Verso le 8 del mattino abbiamo raggiunto i nostri obiettivi – Pervomaiskoye. La strada principale e la fabbrica di latta, sulla strada per l’aereoporto, tra i grattacieli. L’ordine era di essere in posizione tra le 5 e le 6 del mattino, ma eravamo stati ritardati da diverse imboscate lungo il percorso. Basaev era al mercato centrale. Una volta trovata una posizione comoda negli edifici più alti, con acqua e cibo, talvolta riuscimmo anche a farci qualche bagno durante la notte! Ci furono pesanti combattimenti tra il 7 ed il 12 Agosto e rimanemmo a corto di munizioni, perché i nostri rifornimenti non erano riusciti ad arrivare. Fortunatamente riuscimmo a trovare le munizioni nei carri armati che distruggevamo: 37 in tutto per il mio gruppo. Controllavamo l’unica via d’uscita da Grozny per i carri armati russi. Combattemmo nel distretto per 12 giorni. 3 dei miei uomini rimasero uccisi e 3 feriti. Ascoltavamo le comunicazioni radio russe in cui si diceva che avevano perso 200 uomini in un posto, tanti dispersi senza notizie in un altro. In questo modo potevamo capire quali obiettivi stessimo conquistando.
LINEE DI COMUNICAZIONE
Non è stato facile interrompere le linee di comunicazione dei russi. Ad esempio: loro avevano un quartiere generale a Nozhay Yurt ed una base a Sayasan. Il quartier generale doveva provvedere alla logistica di Sayasan: noi mandavamo due o tre uomini a scavare nel guado sul fiume che porta a Sayasan. Loro avevano molta paura delle mine, davanti ai loro carri armati e APC mandavano sempre dei genieri. Noi non abbiamo mai avuto molta difficoltà a comunicare tra di noi. Potevamo muoverci liberamente, io potevo facilmente raggiungere a piedi Vedeno da Nozhai Yurt, se necessario. L’ho fatto diverse volte attraverso strade secondarie. La prova più eclatante di questo fatto fu il nostro ingresso a Grozny nonostante gli elicotteri, gli aerei da caccia ed i posti di blocco: non fu un problema.
CECCHINI
I russi chiamavano “cecchino” qualsiasi uomo con la mitragliatrice. Ma non avevamo cecchini appositamente addestrati. Chiaramente mi vantavo di avere granatieri, cecchini, genieri, anche “carristi”. Ma in realtà i ruoli erano intercambiabili. Tutti i combattenti ceceni sapevano come usare armi diverse. Ciò era legato al nostro naturale interesse per le armi, e alla necessità. Avremmo usato qualsiasi arma sulla quale saremmo riusciti a mettere le mani. Non dicevamo ai nostri uomini “tu sei un cecchino, questa è la tua posizione, rimani lì”. Piuttosto gli uomini venivano da noi e ci dicevano: “Ho un fucile da cecchino, voglio usarlo, posso aiutare?”
GLI “SHMEL”
Ricordo un episodio divertente: avevamo uno Shmel (lanciarazzi portatile per la fanteria, ndr.) che portavo ovunque, perché era la migliore arma del mio battaglione. C’era un carro armato di fronte all’edificio in cui ci trovavamo. Era facile fallire perché non avevamo un posto dove nasconderci e la visibilità era scarsa. Uno dei miei uomini gridò: “sbrigati, spara!”. Il cannone era già rivolto verso di noi. La casa era piccola, io ero in cucina. C’era un balcone ma se fossi uscito sarei stato ucciso. Mi sono guardato intorno. Il soffitto era basso, c’era un tavolo, sono saltato sul tavolo ed ho sparato senza pensare, senza mirare correttamente. Non ricordo esattamente cosa successe dopo, sono caduto dal tavolo, mi sono bruciato. Pensavo che fosse stato il carro a sparare. Sono corso fuori dalla casa urlando che stavo andando a fuoco. Ma era il calore del mio Shmel – stavo sparando troppo a ridosso del muro. Il carro armato era stato distrutto.
Gli unici Shmel che avevamo erano quelli che avevamo preso o comprato ai russi. Tutte le unità russe, sia della Milizia che del Ministero della Difesa, erano dotate di Shmels. Le unità della Milizia avevano molti contractors: era più difficile acquistare armi da loro. Anche loro vendevano le armi, ma era più facile comprarle da giovani coscritti.
Magomed Khambiev nel Febbraio 1997 , Comandante della Guardia Nazionale
MISSILI ANTIAEREI
Avevo un missile a ricerca di calore a Nozhai Yurt, con il quale riuscimmo ad abbattere un elicottero. Questo è stato l’unico caso al quale ho assistito durante la guerra. L’uomo che lo ha abbattuto ha ricevuto una decorazione. Successivamente abbiamo usato le mitragliatrici contro gli elicotteri, ma senza risultato. Potevi vedere le scintille sprizzare dalla lamiera degli elicotteri, ma questo era tutto. Quando inizi a sparare su un elicottero, questo vira sul lato placcato in titanio, esponendolo al fuoco.
ARMI “TROFEO”
Ricordo come Isa Ayubov, vice capo della logistica, fu assediato in una casa vicino al cinema “Jubilee” nel centro di Grozny. Quando siamo venuti in suo aiuto c’erano così tanti cadaveri, era spaventoso. Circa 100, forse 200 morti giacevano in un mucchio. I russi continuavano ad avanzare nell’edificio di Ayubov, e mentre avanzavano venivano uccisi. Come avanzavano, venivano uccisi. Non si rendevano conto di dove stavano andando. Non capivano da dove gli stessimo sparando. Si muovevano come un’onda umana senza avere il tempo di sparare. L’assedio finì quando si fece buio. Uscimmo dall’edificio, raccogliemmo tutte le armi – c’era di tutto, lanciagranate, fucili da cecchino e automatici. C’era l’imbarazzo della scelta. Molte persone non avevano le armi. Ci seguivano e cercavano di prenderle. E noi abbiamo sempre distribuito loro le armi. A volte le le persone cercavano armi semplicemente per rivenderle. Li vendevano ad altri ceceni sottocosto o li barattavano con farina, zucchero ecc. In alcuni casi interi battaglioni furono armati con armi -trofeo. Di solito combattevamo con armi russe. Non avevamo una nostra produzione né forniture estere.
I RUSSI
La propaganda russa affermava che tutti i ceceni erano uomini d’affari che erano interessati soltanto al benessere, che Dudaev aveva 100 uomini, non di più, i quali sarebbero fuggiti davanti all’esercito russo. Nonostante le rassicurazioni di Pavel Grachev che la Cecenia sarebbe stata conquistata in una settimana, gli ufficiali russi hanno capito subito che non sarebbe stato così. Quando hanno attraversato il confine con l’Inguscezia verso la Cecenia, hanno visto che non c’era nessuno che stesse scappando via. Già a quel punto iniziarono ad essere riluttanti a marciare. Mi ricordo come gli elicotteri russi stessero sparando alle spalle delle loro truppe per farle avanzare durante l’invasione.
Non ho notato alcuna differenza di prestazione tra le formazioni militari russe. Forse i russi ebbero i loro eroi durante la guerra, ma i loro commando e le truppe della milizia non si comportarono essenzialmente meglio di quelle ordinarie. Non avevano strategia organiche; non sapevano come combattere; il loro servizio di intelligence era scarso e di solito sbagliava; non facevano alcuna ricognizione prima di una sortita; non avevano tattiche offensive contro i nostri gruppi; non sapevano niente ed erano sempre spaventati. Ad esempio, quando noi avevamo un gruppo di 5 uomini posizionato da qualche parte, la loro intelligence ne individuava 200. Di conseguenza i nostri piccoli gruppi potevano mantenere le posizioni senza problemi, riposarsi e sparare di tanto in tanto per tenere i russi sulle spine. Che tipo di valutazioni si possono dare sulle truppe russe in queste condizioni? Sapevano di aver perso l’iniziativa. Quando un soldato ha paura non può pensare alla strategia, o alla tattica. Le truppe del Ministero della Difesa erano ragionevolmente dignitose nei confronti della popolazione civile. Penso che fosse perché sapevano che trattavamo i nostri prigionieri di guerra russi con equità. Stavano servendo e dovevano ubbidire agli ordini, come noi. Ce lo dicevano i prigionieri di guerra che erano stati costretti ad eseguire gli ordini, altrimenti avrebbero perduto i loro appartamenti, la loro pensione, qualunque cosa. Ci dissero che sapevano che quello che stavano facendo era sbagliato, ma che non avevano scelta. Ovviamente i prigionieri avrebbero detto queste cose in ogni caso. Ma c’erano vere pressioni e tanto bullismo, perché era chiaro che loro non volevano combattere.
Aydamir Abalaev (a sinistra) Aslan Maskhadov (al centro) e Magomed Khambiev (a destra) nel Febbraio 1997
Per noi era diverso, questa è la nostra terra, stavamo difendendo la nostra patria, le nostre famiglie, i nostri amici, non avevamo via d’uscita. Quando abbiamo avuto la notizia che i russi avrebbero occupato un distretto o un villaggio, avvertivamo i civili e li aiutavamo ad evacuare. Questo era l’unico modo in cui potevamo proteggere la popolazione. Tuttavia se i russi avessero saputo che c’erano dei combattenti nei paraggi, sarebbero stati più cauti. Sui blocchi stradali, o quando sapevano che non potevamo toccarli, erano più audaci e insolenti. La milizia del Ministero dell’Interno era un’altra cosa. Loro non facevano differenze tra combattenti e civili. Potevano addirittura uccidere i loro stessi soldati, impunemente. Quando catturavamo i soldati dell’MVD li trattavamo diversamente da quelli del Ministero della Difesa. Era l’MVD che conduceva le cosiddette “Zachistki”, le operazioni di polizia. Tiravano già gli uomini dagli autobus, li costringevano a spogliarsi davanti alle donne – una vergogna terribile per gli uomini ceceni – controllavano i calli sul loro corpo per capire se avessero portato armi, ma i ceceni lavorano sodo, tutti avevano calli da duro lavoro fisico. Qualsiasi uomo con un livido o una ferita veniva arrestata come boievik (bandito ndr), spesso scomparendo senza lasciare traccia.
Non c’erano schemi negli attacchi aerei e nei pattugliamenti dei russi. Non pattugliavano di notte. I nostri uomini, al contrario, sfruttarono al meglio la notte per la sorveglianza, mappando i campi minati, ad esempio. I russi durante la notte sparavano a caso.
PERSONALITA’
Dzhokhar Dudaev era molto divertente. Gli piaceva scherzare, anche quando le cose andavano molto male. Durante gli infiniti bombardamenti aerei ci diceva che questo era l’ultimo, e che i russi avevano esaurito le scorte. Gli credevamo, e mantenevamo la calma. Siamo stati fortunati per il fatto che lo stratega fosse Maskhadov. Molto può dipendere da un uomo. Maskhadov era un comandante molto bravo, ed un capo organizzato. Ha tenuto conto di ogni dettaglio. Gli piaceva che gli ordini venissero eseguiti puntualmente. Naturalmente non ti avrebbe punito se avessi fallito, ma tu ti saresti vergognato di fronte a lui se non avessi eseguito gli ordini correttamente. Questo sistema è stato molto efficace.
LEZIONI DI GUERRA
Era molto più facile combattere a Grozny che a Nozhai Yurt. Il Distretto di Nozhai Yurt era un territorio aperto, dove si doveva aspettare che i carri armati si avvicinassero entro i 500 metri per colpirli. Questa era la distanza dei nostri lanciagranate. I russi lo sapevano e non si avvicinavano mai così tanto. Avemmo molte vittime dovute al fatto che chiunque ad un certo momento doveva improvvisarsi geniere senza avere la formazione necessaria. Abbiamo imparato dalla pratica, insegnandoci a vicenda. Il risultato, tutto considerato, non fu cattivo. Cogliemmo dei brillanti successi.
La disciplina era eccellente, ma tutti prendevano iniziative personali. Prendevamo tutti le direttive dal Presidente Dudaev e dal Capo di Stato Maggiore, Aslan Maskhadov. Ad esempio, quando ci veniva detto di mantenere una posizione la mantenevamo, ma combattendo a proprio modo. Noi facevamo quello di cui c’era bisogno ma senza che ci fosse il bisogno di dirci come questo dovesse essere fatto. Nessuno si aspettava delle istruzioni specifiche. Gli uomini sapevano che cosa dovevano fare senza che glie lo dicessero. Ho capito che la nostra nazione era invincibile. Fin dall’infanzia mi è stato raccontato dei nostri antenati che combattevano con i russi. Quando era giovane avrei sempre voluto emularli. Ma non ho mai creduto o capito veramente come le persone potessero combattere per anni. Adesso lo so, e so che la nostra nazione è capace di resistere a qualsiasi prova. Questa per me è stata una lezione della guerra davvero straordinaria. Ancora oggi mi chiedo come abbiamo potuto compiere un simile miracolo. I comandanti erano uniti. Ho visto la dedizione e l’impegno che hanno motivato le persone che hanno combattuto. Naturalmente c’erano anche quelli che combattevano per mettersi in mostra, quelli che erano pronti a negoziare coi russi, ma erano l’eccezione.
Magomed Khambiev (sinistra) posa con Ramzan Kadyrov (destra) alzando il pollice in segno di complicità.
Si potrebbe dire che ogni operazione militare che abbiamo intrapreso sia stata eroica. Quando siamo andati a combattere ogni singolo uomo su 50 o 80 voleva ottenere qualcosa. Qualcuno a combattuto a modo suo. Quando nel dopoguerra mi fu chiesto di scegliere gli uomini da decorare non riuscii a farlo, perché per me erano tutti eroi. Non conoscevano la paura. Una volta a Grozny uno dei miei uomini stava cercando di colpire un carro armato con un “mukha” ma non ci riusciva. Mi ha chiedo aiuto gridandomi. Io ho sparato due volte dal balcone ed ho colpito il carro armato. Sapevamo tuti che era pericoloso sparare più volte dalla stessa finestra perché i russi se ne sarebbero accorti, ma quell’idiota saltò giù dal balcone urlando “Allah U Akbar!!!” senza alcuna preoccupazione per la sparatoria che stava infuriando. Ho afferrato quello sciocco e l’ho trascinato di nuovo dentro la stanza. Potrei passare giorni a raccontare le gesta dei miei uomini, erano tutti coraggiosi.
Altri comandanti affermarono di avere 500 uomini, anche 1000, ma io non ne ho mai avuti più di 150. Era l’inizio della guerra. Successivamente il nostro numero variava tra i 50, gli 80 e i 100. Il numero più basso lo raggiungemmo durante il nostro ritiro a Benoy, quando ne rimasero solo 40. Ma fu più facile operare con un piccolo gruppo. Conoscevo tutti i miei uomini, sapevo di cose fosse capace ognuno di loro. Sapevo di potermi fidare di loro. Abbiamo vinto insieme. Pervomaiskoye, durante l’assalto a Grozny dell’Agosto 1996 fu il nostro coronamento.
Mentre Dudaev consolidava il suo potere e lo Stato indipendente ceceno iniziava a prendere forma, l’opposizione ai separatisti si radunava intorno alla figura di Umar Avturkhanov, ex funzionario del Ministero degli Interni, eletto da poco Governatore del Distretto dell’Alto Terek e apertamente ostile al nuovo governo. Vicino a lui si erano raccolti sia i nazionalisti moderati, sia gli esponenti della vecchia classe dirigente sovietica. Si trattava di una trentina di notabili, tra i quali spiccavano il già citato Hadjiev, che aveva snobbato l’invito di Dudaev a fargli da vice, l’ormai apparentemente emarginato Zavgaev ed il leader di Daimokhk, Lecha Umkhaev.. Il Movimento aveva il supporto manifesto di Mosca, che intendeva usare l’opposizione come grimaldello per scardinare il fronte dudaevita. Con l’avvicinarsi del 31 marzo, data nella quale tutti i soggetti federati avrebbero dovuto firmare il nuovo Trattato Federativo, l’opposizione iniziò a manifestare la volontà di intervenire affinché la Cecenia interrompesse il suo percorso secessionista. Il 6 marzo, mentre i negoziati di Sochi erano in atto, Avturkhanov pubblicò un comunicato nel quale si appellava a tutti i cittadini della repubblica cecena, invitandoli a non riconoscere né Dudaev né il Parlamento. Lo stesso giorno, il governatore dichiarò lo Stato d’Emergenza nell’Alto Terek ed attivò un Quartier Generale, dal quale distribuì armi alla popolazione e mobilitò l’Unione per la Difesa dei Cittadini della Repubblica Ceceno – Inguscia, una milizia volontaria antidudaevita e filorussa. Secondo quanto riportato dai suoi stessi esponenti, da Mosca giunsero 50 milioni di rubli per finanziare l’attività dei dissidenti, mentre dalla vicina base militare russa di Modzok affluirono armi leggere. L’opposizione si era data anche un nome: Movimento per il Ripristino dell’Ordine Costituzionale nella Repubblica Ceceno – Inguscia.
Umar Avturkhanov, governatore dell’Alto Terek e principale oppositore di Dudaev tra il 1992 ed il 1994.
Il 17 marzo un primo volantino firmato dagli esponenti del movimento iniziò a circolare a Grozny. In esso si chiedevano le dimissioni di Dudaev, accusato di essere la causa della situazione drammatica nella quale stava precipitando il paese. Nei giorni seguenti distaccamenti armati dell’Unione per la Difesa dei Cittadini presero posizione nei distretti di Sunzha, di Achkoy – Martan, di Shali e di Grozny. Dudaev tentava di evitare uno scontro diretto con queste formazioni armate, un po’ perché sperava di ricondurre i loro leaders ad un’alleanza politica col suo governo, un po’ perché non era sicuro che la sua Guardia Nazionale fosse in grado di resistere ad un attacco ben coordinato[1]. La debolezza delle truppe regolari era ben chiara dall’opposizione, ed Avturkhanov si convinse che un assalto ben orchestrato a Grozny sarebbe bastato a far cadere il Generale. Così i leaders del Movimento per il Ripristino dell’Ordine Costituzionale organizzarono il loro colpo di mano. La sera del 30 marzo i leaders golpisti si riunirono in un’abitazione a Grozny, nei pressi di Kirov Park, poco lontano dalla stazione TV, e organizzarono in un Comitato d’Emergenza. La mattina del 31 marzo, intorno alle 7:00 un commando armato penetrò all’interno della TV di stato e disarmò le poche guardie che sorvegliavano l’edificio. Pattuglie armate occuparono il principale asse viario di Grozny, quello che da Nord – Ovest della città raggiunge i sobborghi meridionali. Nessun reparto della Guardia Nazionale intervenne. Ancora alle 9 e mezzo, più di due ore dopo il blitz, nessuna forza lealista aveva reagito all’attacco, mentre una folla piuttosto nutrita di civili, per lo più sostenitori dell’opposizione, si era radunata a Kirov Park, scandendo slogan di supporto al Comitato d’Emergenza. Nel frattempo un secondo distaccamento di golpisti aveva raggiunto l’avanguardia che aveva lanciato l’attacco: ora i ribelli contavano cento – centocinquanta uomini armati. Le unità dipendenti dal Ministero degli Interni, richiamate da Dudaev ad intervenire, rimasero chiuse nei loro acquartieramenti per ordine esplicito del Ministro, il quale dichiarò che non avrebbe permesso la partecipazione delle sue unità, impegnandosi soltanto a garantire “per quanto possibile il mantenimento dell’ordine pubblico”. Con questo atteggiamento, il Ministero degli Interni passava di fatto dalla parte degli insorti. Tutto era pronto per l’arrivo dei leader del Comitato d’Emergenza ed il rovesciamento di Dudaev.
Bandiera del Consiglio Provvisorio della Repubblica Cecena, il principale raggruppamento anti – dudaevita sorto nel 1992 intorno ad Avturkhanov. Nel corso del 1993 ad esso si unirono personaggi che avevano aderito al fronte secessionista, come il Sindaco di Grozny Bislan Gantamirov ed il Deputato Ibragim Suleimenov.
Ma nessuno si fece vivo. Che era successo ai capi della rivolta? Semplicemente si erano messi a litigare, si erano spartiti i fondi russi e se ne erano tornati da dove erano venuti. Era successo che durante la notte i componenti del Comitato d’Emergenza si erano affrontati per decidere chi avrebbe dovuto essere il capo di quell’accozzaglia di post – comunisti ed anti – dudaeviti così eterogenea e contraddittoria. Ne era venuto fuori che tutti volevano fare il Presidente, ma che nessuno aveva intenzione di guidare le operazioni militari. Dopo un acceso alterco la direzione del colpo di stato era stata abbandonata al suo destino. Così, alle 11 del mattino del 31 marzo, nonostante i ribelli avessero preso il controllo della piazza, non c’era nessuno in grado di ordinare la prosecuzione delle operazioni. Rimasto senza una regia, il golpe si trasformò in una farsa. Le forze lealiste, giunte nei pressi della TV di stato soltanto verso le 11, si trovarono ad affrontare un centinaio di miliziani privi di una catena di comando, circondati da un cordone di manifestanti disarmati e disorientati. Verso mezzogiorno dal Parlamento riunito in seduta plenaria giunse la condanna al colpo di stato. Akhmadov fece votare l’introduzione dello Stato di Emergenza in tutto il paese, dichiarando le azioni prodotte dal Comitato d’Emergenza “un tentativo di colpo di Stato”. Quando cominciò a circolare la voce che i ribelli erano finanziati ed armati dal Cremlino, la reazione popolare non si fece attendere: una folla di persone si radunò davanti al Palazzo Presidenziale, ed anche i sostenitori del colpo di stato, saputo che questo era orchestrato da Mosca, cambiarono bandiera e si unirono ai lealisti. Il silenzio degli esponenti del Comitato di Emergenza fece il resto, ed alle 18:35 un trionfante Dudaev, ormai tornato padrone della situazione, si rivolse ai cittadini, invitandoli a sollevarsi in difesa del sacro diritto del popolo alla libertà, all’indipendenza ed alla dignità nazionale, contro i circoli reazionari della Russia e i loro burattini locali. Nel giro di poche ore una folla di ceceni lealisti si raccolse intorno alla TV di Stato, l’ultimo edificio ancora in mano ai golpisti, mentre i reparti della Guardia Repubblicana si preparavano ad irrompervi. Alle 19:20, scaduti gli ultimatum, iniziò l’assalto.
Una folla di manifestanti fedeli a Dudaev si dirige verso il centro televisivo di stato per contrastare il golpe degli anti – dudaeviti.
La sparatoria durò alcuni minuti, dopodiché la Guardia Nazionale riuscì a penetrare nella stazione TV, sloggiando i ribelli e catturandone una dozzina. Morirono una quindicina di persone. Coloro che non se ne erano già andati approfittarono della calca per sgattaiolare fuori da Grozny, mentre i reparti ribelli che non erano stati ingaggiati dalla Guardia Repubblicana si ritirarono dalla città verso le basi di partenza. Alle 10 di sera il colpo di stato poteva dirsi ufficialmente fallito, e la TV riprese a trasmettere dal canale governativo. Yandarbiev parlò al paese, accusando i golpisti di essere una forza distruttiva al soldo della Russia. Nei giorni successivi il VDP e gli altri movimenti lealisti organizzarono una grande manifestazione di piazza a sostegno dell’indipendenza, alla quale parteciparono migliaia di persone. Il Governo ed il Parlamento emisero un appello generale nel quale si diceva:
“Noi, rappresentanti di tutti i villaggi ed i distretti della Repubblica Cecena, riuniti in una manifestazione di molte migliaia il 1 e il 2 Aprile 1992, esprimiamo il nostro sostegno al Parlamento eletto ed al Presidente della Repubblica Cecena, esprimiamo la nostra collera contro gli autori del raid all’emittente pubblica ed al tentativo di colpo di stato da parte delle forze reazionarie della cosiddetta opposizione, agenti dell’impero russo. Chiediamo con forza al Parlamento, al Presidente del Consiglio dei ministri di adottare misure di emergenza per frenare le azioni anticostituzionali delle forze di opposizione e la criminalità dilagante. Al fine di stabilizzare la situazione, proponiamo di introdurre la pena di morte in pubblico per reati gravi contro lo stato, nonché per i crimini contro la vita dei cittadini della nostra repubblica. […] Esortiamo i cittadini della repubblica ad essere vigili, a non soccombere al panico […].”
Avturkhanov e gli altri ribelli di ritirarono nell’Alto Terek e, tentando di salvare la faccia, dichiararono che quella del 31 marzo era stata soltanto una “azione dimostrativa” e non un colpo di stato. Qualunque fosse lo scopo dell’attacco, il risultato fu quello di mobilitare le piazze a sostegno di Dudaev, rendendolo ancora di più padrone della scena politica.
Bektimar Mezhidov, Hussein Akhmadov e Magomed Gushakayev, i tre leaders del Parlamento di prima convocazione. Il Parlamento si espresse compattamente contro il colpo di Stato, isolando i golpisti.
[1] A quel tempo essa era composta da qualche centinaio di volontari, pochi ed in perenne conflitto tra loro: una parte sosteneva Gantemirov, un’altra Basayev. Nel febbraio del 1992 le frizioni tra le due squadre erano giunte all’apice quando si era scoperto che le armi del principale magazzino militare in mani cecene, quello rinvenuto all’interno dell’edificio del KGB a seguito dell’assalto al palazzo, erano quasi tutte sparite. Basayev accusò Gantemirov (che ne aveva la custodia) di averle sottratte per armare la sua “fazione”. Gantemirov negò ogni accusa, ma non fornì alcuna spiegazione plausibile per la loro scomparsa. Se si escludono queste forze, a Dudaev rimaneva un piccolo nucleo di combattenti, che aveva inquadrato nella Guardia Presidenziale, il cui compito era quello di difendere la sua persona, i suoi familiari ed i principali edifici governativi. Ma si trattava di una trentina scarsa di persone, troppo poche per potersi opporre ad un attacco diretto da parte di un esercito organizzato.
Dzhokhar Dudaev pronincia il suo giuramento come Presidente della Repubblica Cecena durante la cerimonia di investitura. Grozny, 9 Novembre 1991
Il 12 Dicembre la giornalista italiana Maddalena Tulanti intervistò il Generale Dudaev nel Palazzo Presidenziale. La cosiddetta “operazione per il ripristino dei diritti costituzionali” era appena iniziata, ed il Raggruppamento delle Forze Unite dell’esercito federale era appena entrato in Cecenia con l’obiettivo di rovesciare il governo separatista e riannettere la Cecenia. Di seguito riportiamo il testo integrale di quell’intervista.
Grozny, 12 Dicembre 1994
Mentre i tank russi sono a due passi da Grozny entriamo nello studio dell’uomo che ha sfidato mosca “per restituire la terra ai ceceni”. “Noi non siamo russi – dice – e non vogliamo vivere sotto i russi. Siamo pronti a difenderci”. Entriamo nel palazzo presidenziale alle 17:30. La piazza è completamente al buio, s’intravedono solo le sagome delle decine di uomini armati che pattugliano da ogni lato. Il portavoce del presidente, Movladi Ugudov ci conduce dal quarto piano dove lo incontriamo al nono attraverso una scala nascosta. Anche qui non ci sono luci. Questione di sicurezza capire. Si capiamo ma fa un certo effetto scontrarsi con un mitragliatore che scende di corsa dalla parte opposta. Poi penetriamo in un’altra ala del palazzo e questa è illuminata. Ci sono quattro uomini armati fino ai denti che alzano appena gli occhi per salutare. La stanza dove lavora Dzhokhar Dudaev il ribelle è quella adiacente. E’ la stanza più sicura del palazzo. Anche se bombardano non la colpiranno mai, continua nelle spiegazioni Movladi. Diciamo solo “meno male” ma non gli chiediamo perché. Dudaev entra dopo pochi minuti. Veste come al solito la tuta mimetica. E’ pallidissimo e i suoi baffetti sembrano ancora più neri. Ha cinquant’anni e qualche anno fa era ritenuto molto affascinante del fascino della gente del Sud, sguardo morbido e sorriso accattivante. Ma provare a fare la guerra alla Russia non è facile, e sicuramente non ringiovanisce. Pilota di bombardieri nucleari e cintura nera di karate, conosce sei lingue oltre al ceceno materno: il russo, il kazako, l’estone, l’ucraino, l’uzbeko e l’inglese. Viene considerato una persona dura, energica, comunicativa, con una grande forza di volontà. Dicono anche che si ritiene un inviato, un messia per restituire ai ceceni la terra sottratta loro dai russi. Non sappiamo se è la sua prima o la sua ultima intervista ad un giornale italiano, perché i russi sono a due passi da Grozny e si attendono da un momento all’altro. Probabilmente non lo sa nemmeno lui.
Dudaev tiene una conferenza stampa
Preferisce essere chiamato Generale o Presidente?
Io faccio sempre scegliere alle signore. Decida lei.
Allora la chiamerò Presidente. Ho più dimestichezza con i civili. Signor Presidente, perché ha staccato la Cecenia dalla Russia?
E perché gli altri paesi si sono staccati?
La sua è dunque una lotta per l’indipendenza?
L’indipendenza non è uno scopo in sé. Ci sono principi che non consentono ad un intero popolo di vivere secondo l’immagine e la somiglianza di un altro. I ceceni sono preparati a vivere secondo le propria immagine e somiglianza e non quella dei russi.
E tuttavia i russi dicono che questa è terra loro.
Possono dire quello che vogliono. Anche l’Italia è territorio russo, potrebbero dire. Gli appetiti di Mosca sono notevoli. Dicono che possono arrivare fino all’Oceano Indiano, al Bosforo e alla Manica. E allora bisogna lasciarli fare? Cominceranno dalla Cecenia e arriveranno fino alla Manica e al Bosforo. Se non c’è un meccanismo internazionale di controllo delle aggressioni esse entreranno in ogni casa.
Lei pensa che entreranno sul serio a Grozny?
Sono già entrati. E più di una volta. Il 26 Novembre è stata la quarta. Erano già venuti nel ’91 mentre ancora c’erano in cecenia settantamila loro soldati, nel ’92 hanno occupato parte del territorio con i blindati, nel 093 hanno organizzato un golpe armato dell’opposizione, infine l’aggressione aperta di questi giorni. In Cecenia è possibile entrare solo con la armi in pugno, e da noi è in corso una guerra, anche se non dichiarata.
Della Cecenia si parla malissimo. Che è un covo di banditi che nascoste la mafia…
Anch’io ho letto tante cose cattive sull’Italia, eppure so che non è così. Quello della mafia cecena è un mito inventato di sana pianta per discriminare il mio popolo. Agli usurpatori serve sempre un fattore su cui speculare. Dopo la mafia hanno inventato il fondamentalismo islamico, cosa avranno in comune Dio solo lo sa. Quando si è sciolta l’URSS mentre in Russia non nasceva nessun potere legittimo in Cecenia si metteva su invece uno Stato di diritto. Oggi si vede distruggere questo stato. Il 26 Novembre la città è stata invasa da oltre 170 unità corazzate, da cinquemila mercenari, da aviazione d’urto che hanno colpito con bombe e missili. E’ un precedente. I russi vogliono far sapere che faranno così in qualunque altra parte dell’impero.
Dudaev attorniato dai suoi seguaci durante le prime fasi della Rivoluzione Cecena
Tutti i ceceni sono con lei? E l’opposizione?
In ogni popolo ci sono elementi criminali ma li sistemeremo. E poi anche se volessi non potrei più indietreggiare. I ceceni non me lo permetteranno. L’indipendenza è un diritto vitale.
Quale strada per la pace?
L’unica strada pacifica. Le strade militari non portano da nessuna parte, né tantomeno alla pace. La Russia è un pericolo per il mondo. I massimi dirigenti politici russi chiedono ai militari la soluzione politica per un conflitto che è squisitamente militare. E quando si chiedono soluzioni ai militari si è già al collasso.
Quanto durerà tutto ciò?
La Russia è imprevedibile. Non esiste analisi, prognosi, diplomazia, legalità attendibile. Non si può credere a nulla. Avanzano come tori contro la pezza rossa, hanno costantemente bisogno di problemi esterni perché hanno paura di confrontarsi con quelli interni. Questo popolo è profondamente malato di russismo. Il mondo deve curare la Russia, ma nessuno vuole farlo.
Come bisognerebbe curarla?
Costringendola a rispettare il diritto internazionale da un lato e quello di Dio dall’altro. Il Vaticano potrebbe svolgere un ruolo importante.
E’ una richiesta ufficiale?
Ci siamo già rivolti al Papa perché della Chiesa ortodossa non ci fidiamo, serve troppo gli interessi del Cremlino.
Perché si è rivolto a Gorbaciov?
Lo considero un riformatore straordinario. Ha avviato una causa importante e io sono convinto che ha ancora un futuro e che è l’unico in grado di guidare la Russia di oggi.
Ma i russi non la pensano così…
Nell’85 e nell’87 lo accoglievano con le lacrime agli occhi. Può cambiare di nuovo. Non faccio pronostici ma per me il suo ritorno curerebbe molti mali cronici della Russia. Al potere ora sta gente di strada. Eltsin ha goduto dell’onda d’urto di Gorbaciov e poi ha scaricato lui e tutti i veri democratici. Oggi è attorniato da avanzi di galera. Le dico una cosa: in Russia arriveranno al potere forze terribili armate di soldi e armi. E sarà una tragedia.
Lei ha rimpianto per l’URSS?
Si poteva e si doveva fare diversamente, con graduali riforme democratiche. Sarebbe stato meglio per tutti. L’URSS è andata a rotoli e il tentativo di tenerla insieme ha generato violenze lungo tutto il perimetro dell’impero.
Qual è la Cecenia che sogna?
Libera.
Libera nella CSI?
Dovrà decidere il popolo.
Mi dica della guerra: ci sarà sul serio?
E’ una domanda difficile. Se dipendesse da me pur di non farla mi brucerei sulla piazza pubblica. Ma non dipende da me. Ho detto che se non vado a genio alla Russia o al mondo che si riconosca il diritto di esistere della Repubblica cecena e io andrò a coltivare i fiori. Io non sono un politico. Come soldato sono capace di dire solo quello che vedo. E dopo tanti anni non si possono cambiare le proprie abitudini.
Ho letto che viene definito il nuovo Shamil…
Non bestemmiamo. Shamil fu un uomo geniale, mise in ginocchio i russi per 20 anni, costruì il primo grande stato caucasico, io mi sono occupato solo della piccola Cecenia.
STORIA DELLA “STIGL”, LA COMPAGNIA DI BANDIERA DI DUDAEV
Tra le istituzioni, strutture e compagnie commerciali istituite dalla ChRI nel corso della sua storia, una menzione merita la “Stigl” (in ceceno “Cielo”), l’aereonautica civile della Cecenia indipendente. Costituita all’indomani della Dichiarazione di Indipendenza per volere e diretto interessamento di Dudaev, ebbe un ruolo cruciale tra il 1992 ed il 1994, quando la Russia impose un blocco economico alla Cecenia e l’Aereoporto civile di Grozny divenne l’unico collegamento con il mondo esterno. La piccola flotta civile dell’Ichkeria volò per ventiquattro mesi, garantendo ai funzionari della ChRI la possibilità di svolgere le loro visite diplomatiche, e l’aeroporto accolse migliaia di voli commerciali “non autorizzati” grazie ai quali l’economia cecena poté mantenersi a galla. Lo scoppio della Prima Guerra Cecena e la distruzione al suolo degli aerei della Stigl decretarono per sempre la scomparsa dell’aviazione civile dell’Ichkeria.
Aereo della compagnia di bandiera Stigl
LA CECENIA IN VOLO
I primi aerei civili giunsero in Cecenia nei primi anni ’20 del secolo scorso. All’epoca il Caucaso era uno dei “granai” dell’Unione Sovietica, e la meccanizzazione dell’agricoltura permise l’utilizzo dell’aviazione a scopo agricolo. Nel 1925 una piccola flotta aerea di velivoli per la disinfestazione era già operativa nel Caucaso, e dal 1930 iniziarono i lavori per la costruzione di un aeroporto a Grozny. I primi voli civili, condotti su piccoli biplani R – 5 e Po – 2 iniziarono dal 1938. Tra il 1954 ed il 1964 fiorì lo sviluppo dell’aviazione civile, con l’introduzione delle prime rotte regionali ed il ricambio del parco veicoli con nuovi mezzi d’avanguardia sia nel trasporto passeggeri che nel servizio agricolo. Il traffico aereo rimase piuttosto contenuto e geograficamente limitato fino al 1977, quando le autorità della RSSA Ceceno – Inguscia ordinarono la realizzazione di un moderno aeroporto a Nord di Grozny, che chiamarono “Severny” (letteralmente “Settentrionale”). La nuova pista poteva permettere il decollo degli aerei Tupolev 134, capaci di raggiungere i 2000 km di volo. Grozny poté così essere collegata a 33 grandi città russe, e diventare uno dei principali hub passeggeri del Caucaso Settentrionale.
LA NASCITA DI STIGL
Allo scoppio della Rivoluzione Cecena l’aeroporto Severny ospitava sei Tupolev 134 di proprietà della compagnia di volo civile di Grozny. Uno dei primi interventi di Dudaev fu l’occupazione dell’aeroporto ed il sequestro degli aerei. Era evidente che la Russia si sarebbe opposta alla dichiarazione di indipendenza, e che il primo passo per interrompere la secessione sarebbe stato imporre un blocco economico ed “affamare” il paese. La Cecenia confinava con la Russia su tre lati, e l’unico confine libero dal blocco era quello con la Georgia. Esso, tuttavia, era attraversato da ripide montagne, e non c’era alcuna strada percorribile da autocarri ed autotreni, ma solo una piccola mulattiera che da Itum – Khale raggiungeva il remoto villaggio georgiano d Shatili. L’unico modo per eludere il blocco economico russo era l’aeroporto di Severny, attraverso il quale sarebbe stato possibile raggiungere i confini georgiano, azero e turco in poche ore di volo.
Dudaev, che oltre ad essere un militare era anche un esperto pilota, si dedicò personalmente alla nascita dell’aeronautica civile della Repubblica. Nacque così la Stigl, compagnia di bandiera a capitale pubblico, la quale rilevò sia i velivoli della vecchia compagnia aerea di Grozny, sia la gestione dell’aeroporto civile, che venne ribattezzato Sheikh Mansour in onore dell’eroe nazionale ceceno (per approfondimenti leggi: “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria” acquistabile QUI). Negli hangar della Stigl finirono così 6 Tupolev 134, cui in seguito se ne aggiunsero altri due: un altro Tupolev 134 (da tempo dismesso ma schierato ugualmente sulle piste per impressionare i media russi) ed un Tupolev 154, rimasto fermo all’aeroporto il 25 Dicembre 1993 a causa di un guasto al carrello di atterraggio e lasciato sulle piste a scopo propagandistico e come riserva di parti di ricambio per gli altri veicoli.
L’autorità aereonautica civile di Mosca non riconosceva Stigl come una compagna autorizzata ad operare negli aeroporti russi, così come il governo di Mosca non riconosceva la Cecenia indipendente. Senza riconoscimento ufficiale gli aerei della Stigl erano passibili di abbattimento non appena si fossero alzati in volo. Dudaev decise di risolvere la cosa a modo suo e, fatto preparare uno dei sei Tupolev, si mise personalmente ai comandi del velivolo e lo fece decollare. Alle minacce dei russi di abbattere l’aereo il Generale rispose che tutti i velivoli russi che in quel momento erano in scalo all’aereoporto di Grozny (c’erano due grossi aerei di linea civili in quel momento allo Sheikh Mansur) sarebbero stati fatti saltare in aria. L’azzardo riuscì, ed i russi non impedirono a Dudaev ed al suo aereo di librarsi in volo e dirigersi in Georgia. Nei giorni seguenti il Presidente ceceno volò personalmente in molti paesi mediorientali, molti dei quali lo accolsero con fraterna amicizia.
Disegno di un velivolo Stigl e delle coccarde disegnate sulla sua fusoliera
IL “BUCO NERO” CECENO
L’impresa aerea di Dudaev rese chiaro che i ceceni potevano violare impunemente il blocco aereo imposto dai russi, e rifornire la Cecenia tramite il suo principale aeroporto. Non solo: l’assenza di dazi doganali in ingresso avrebbe attratto i contrabbandieri di tutto il mondo, permettendo alla Cecenia di inondare il mercato russo dall’interno di merci a basso costo non gravati da tassazione. Gli storici Gall e De Waal hanno descritto il sistema di import – export illegale, basato sui cosiddetti “shuttle – tours”: Un gruppo di individui costituiva una “compagnia turistica” ed affittava un aereo, spesso dall’Ucraina o dall’Azerbaijan. Le “navette” si occupavano poi di fungere da piccoli trasporti volando continuamente da e verso l’aeroporto di Grozny. Per aggirare il blocco dei voli ogni “compagnia” pagava fino a 20.000 dollari al mese a funzionari dell’aeroporto. Il volume di mercato generato, totalmente esentasse permetteva ai commercianti di vendere le loro merci con un 20 – 30% di sconto rispetto ai prezzi medi russi. Il contrabbando era talmente pervasivo che, a quanto pare, quasi un ceceno su due ne era a vario titolo coinvolto. Ovviamente non c’erano solo beni di consumo, ma anche e soprattutto beni illegali nel portafoglio del mercato nero. In particolare, nel settore delle armi la Cecenia era sia un crocevia sia un acquirente diretto. Per quanto riguarda le droghe, queste erano smerciate più che dentro la Cecenia, attraverso di essa. Nelle sue memorie l’autore Anatol Lieven, che visitò la Cecenia alla fine del 1992, racconta: “Rispetto ai grandi bazar del passato, questo non era forse niente di straordinario: niente grandiosità architettonica, niente spezie o tappeti esotici, solo una tipica strada sovietica di uffici e condomini rivestiti da bancarelle rozzamente costruite, in un mare di fango e di rifiuti. La quantità di articoli in vendita era enorme, ma la gamma non era molto ampia. La maggior parte erano merci standard del Caucaso e della Russia Meridionale: grandi mucchi di frutta e di verdura locale, salsicce e polli affumicati, salse di frutta e carote in salamoia. E una massa di merci importate a buon mercato, principalmente dal Medio Oriente, birra e jeans turchi, profumi, peluche dal Pakistan, un’offerta praticamente infinita di dopobarba maschile a buon mercato ed alcol e liquori dall’aspetto dubbio, tra cui uno Scotch Whisky terrificante di nome “Black Willie”. Di notte i lampioni erano spenti, il bazar era illuminato da cumuli di spazzatura bruciata. […] Il mercato era così grande perché sotto Dudaev l’aeroporto di Grozny funzionava come porto di accesso libero in Russia, senza dogana o guardie di frontiera. Per qualche motivo, fino al novembre del 1994 la Russia non prese provvedimenti per chiudere l’aeroporto, mentre la corruzione dell’esercito e della polizia permetteva, dietro il pagamento di “tasse non ufficiali”, il libero fluire delle merci in Russia., e da questa al Bazar di Grozny. […]. Su Via Rosa Luxembourg […] si ergeva l’unico mercato di armi interamente pubblico sul territorio dell’Ex Unione Sovietica. Su questo marciapiede, accanto all’ufficio postale principale, era in mostra di tutto: dalle semplici granate ai sofisticati fucili da cecchino, tutti di origine sovietica, la maggior parte proveniente dagli arsenali dell’esercito russo, molti dei quali destinati ad uccidere soldati russi. Erano stesi semplicemente sui tavoli in strada: se avesse piovuto, sarebbero stati coperti con sacchi di plastica.”
LA GUERRA
Tra le varie cause che portarono allo scoppio della Prima Guerra Cecena ci fu senz’altro l’utilizzo dell’aeroporto di Grozny come valvola commerciale per il contrabbando ed il mercato nero di prodotti di ogni tipo, tramite la quale gruppi criminali ed imprenditori senza scrupoli si arricchivano alle spalle del fisco e della legge. Senza contare il mercato dei titoli contraffatti e del trasporto illegale di capitali, che con la trasformazione della Cecenia in una “backdoor” della Federazione Russa trovò nel Paese una vera e propria corsia preferenziale priva di controlli. D’altra parte, di fronte all’assedio economico di Mosca, ai separatisti non rimaneva altra strada se non quella eluderlo in qualsiasi maniera possibile. Ad ogni modo, il 1 Dicembre 1994, dieci giorni prima che le truppe federali varcassero il confine e puntassero sul Palazzo Presidenziale di Grozny, uno stormo di cacciabombardieri russi attaccò lo Sheikh Mansour, distruggendo al suolo quasi tutto il parco velivoli della Stigl. Soltanto due Tupolev 134 riuscirono a salvarsi dalla distruzione: il primo, che era stato venduto ad una aerolinea sudanese, non era più parte della flotta Stigl al momento del bombardamento. Il secondo, miracolosamente sopravvissuto, volò in circostanze misteriose da Grozny al Cairo, dove fu rimorchiato e messo in deposito dopo aver tratto in salvo i suoi sconosciuti passeggeri. Le carcasse dei velivoli semidistrutti vennero rimorchiate dai russi ai lati della pista di decollo, e lì abbandonati dopo essere stati cannibalizzati di tutte le parti utili e commerciabili.
Carcasse degli aerei di linea della Stigl dopo il bombardamento dell’aereoporto Sheikh Mansour
DOPO LA GUERRA
Alla fine della Prima Guerra Cecena il governo della ChRI non aveva né le risorse né il personale per portare avanti la ricostituzione di una compagnia aerea di bandiera. L’aeroporto di Grozny, ridenominato durante l’occupazione “Serverny”, venne nuovamente ribattezzato Sheikh Mansour, ma oltre a questo molto poco fu fatto per riportarlo all’operatività. Le trattative per permettere ai velivoli di utilizzarlo per lo scarico delle merci cozzarono contro il rifiuto, da parte delle autorità federali, di accordare qualsiasi “zona fiscale privilegiata” allo scalo: in sostanza, se i separatisti avessero voluto usare l’aereoporto avrebbero dovuto farlo alle stesse regole degli altri aeroporti russi. Formalmente la Stigl continuò ad esistere come società di gestione dell’aereoporto, affidata alla direzione di Khusein Khamidov.
La situazione si complicò ulteriormente man mano che il governo Maskhadov iniziò a perdere il controllo di intere regioni del paese. Agli inizi del 1999 la situazione era talmente deteriorata che le bande criminali operavano impunemente fin dentro Grozny, sotto la protezione di alti esponenti dello stato. L’aeroporto Sheikh Mansur, ancora semi – distrutto e quasi in disuso (fatta eccezione per i pochi voli umanitari e qualche missione diplomatica russa) divenne terreno di caccia dei sequestratori per riscatto. Il 5 Marzo 1999 il Rappresentante del Ministero degli Interni russo in Cecenia, Generale Gennady Shpigun venne rapito pochi istanti prima che l’aereo che lo trasportava decollasse. Shpigun fu detenuto fino allo scoppio della Seconda Guerra Cecena. Il suo corpo fu infine trovato nei pressi di Itum – Khale il 31 Marzo 2000. A seguito del rapimento di Shpigun Maskhadov impose la chiusura dell’aereoporto, non potendo garantire la sicurezza ai suoi pur rari visitatori.
Secondo alcune fonti questo sarebbe il Tu – 134 sopravvissuto alla distruzione dell’aereonautica civile della ChRI. Attualmente sarebbe parcheggiato in un deposito di Kharthoum, Repubblica del Sudan.
Allo scoppio della Seconda Guerra Cecena l’aereoporto fu immediatamente bombardato e reso inutilizzabile, per quanto ormai fosse per lo più in disuso. La seconda occupazione russa della Cecenia rese impossibile qualsiasi attività nel campo dell’aeronautica civile al governo separatista, il quale si ritirò sulle montagne portando avanti la guerriglia partigiana. La Stigl non operò mai più: al suo posto, dal 2007, venne istituita la Grozny Avia, la quale operò dall’aereoporto Sheikh Mansur, ribattezzato con il doppio identificativo di Serverny e di Solzha – Ghalin dudenayukara airport (Solzha – Ghala è il nome tradizionale ceceno per Grozny). L’aereoporto, completamente ristrutturato nello stesso 2007, è tutt’ora completamente operativo ed è riconosciuto aeroporto internazionale dal 2009.
Ciò che rimane di un velivolo della Stigl all’aereoporto di Severny, 1995.