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“PALAZZO DUDAEV” – IL PALAZZO PRESIDENZIALE DI GROZNY

Costruito per ospitare le alte gerarchie del Partito Comunista, l’imponente edificio divenne il cuore pulsante del separatismo ceceno ed il suo principale simbolo politico. Nelle sue stanze si affaccendarono i funzionari della giovane repubblica indipendente, i ministri dei governi presieduti da Dudaev e gli ufficiali dello Stato Maggiore dell’esercito, durante i terribili giorni dell’Assalto di Capodanno. Per conquistarlo l’esercito russo impiegò tutte le sue forze, nella convinzione che se questo fosse caduto i separatisti avrebbero perso ogni speranza. La sua conquista richiese diciannove giorni di combattimenti casa per casa. Devastato e saccheggiato durante la Prima Guerra Cecena, fu demolito nel 1996 e mai più ricostruito.

IL RESKOM

Con il ritorno dei ceceni e degli ingusci dalla deportazione del 1944, i nuovi leaders della Ceceno –  Inguscezia vararono  un ambizioso piano urbanistico nella città di Grozny, per accogliere le centinaia di migliaia di ex – esiliati che stavano rientrando nel paese. Il fulcro di questo progetto edilizio fu il Palazzo del Partito Comunista, chiamato in acronimo Reskom: per realizzarlo venne reclutato un ream di architetti ed ingegneri moldavi. Agli inizi degli anni ’80 l’edificio venne portato a termine: si trattava di una gigantesca struttura di 11 piani (9 fuori terra e 2 interrati) atti ad ospitare uffici, comitati, assemblee direttive ma anche centri di controllo, stazioni per la telecomunicazione e magazzini. Il Palazzo fu pensato per essere non soltanto un monumento al Socialismo, ma anche come una “fortezza di cemento” in grado di resistere a terremoti ed altre sollecitazioni naturali, e perfino a bombardamenti aerei e di artiglieria.

Il Reskom in una foto di fine anni ’80

Il Reskom sorse alla convergenza delle due principali arterie cittadine, il Viale della Vittoria, che proveniva da Nord (oggi Viale Putin), e il Viale Lenin, che dai sobborghi meridionali della città raggiungeva il Sunzha (oggi Viale Kadyrov). Due linee rette che, incontrandosi proprio davanti alla grande fontana del Palazzo, tagliavano in due la capitale ceceno – inguscia. Il Palazzo del PCUS avrebbe rappresentato quindi sia il fulcro politico che il centro geografico della città e, considerato che Grozny si trova pressappoco al centro della Cecenia, il Reskom sarebbe diventato il centro dell’intero Paese. Intorno ad esso si sviluppava tutto il quartiere governativo: nei pressi dell’imponente edificio trovavano posto il Sovmin (la sede del Consiglio dei Ministri sovietico), l’edificio del KGB, l’Hotel Kavkaz (deputato ad ospitare le alte personalità che si trovavano a soggiornare nel paese) l’Istituto Petrolifero di Grozny (la principale istituzione professionale della Cecenia) ma anche la sede della Radio TV di Stato, il Ministero della Stampa, la Casa della Cultura e via dicendo.

(lo Slideshow mostra alcuni degli edifici pubblici del quartiere governativo di Grozny: la Casa dei Pionieri in Piazza Lenin (1) l’Hotel Kavkaz (2) il Palazzo del KGB (3) il Ministero della Stampa (4) ed il Sovmin, divenuto sede del Parlamento dal Novembre 1991 (5)

IL PALAZZO PRESIDENZIALE

Quando i secessionisti presero il potere nel Novembre 1991 il Reskom fu ribattezzato “Palazzo Presidenziale”. Dudaev prese posto in un grande ufficio all’ottavo piano della struttura, mentre il Gabinetto dei Ministri fu sistemato al secondo piano.  Al posto della bandiera della Repubblica Socialista fu fatto sventolare un grande drappo verde con lo stemma “Lupo – cerchiato” della Cecenia indipendente.  Tra il 1992 ed il 1994 questo palazzo fu il centro del potere politico della ChRI, ed il simbolo stesso dell’indipendenza cecena: lungo il largo viale davanti al Palazzo Dudaev organizzò numerose manifestazioni pubbliche, tra le quali le celebri parate militari per l’anniversario dell’indipendenza e le sfilate del 23 febbraio, anniversario della deportazione del 1944.  Un disegno del palazzo finì addirittura sul fronte della banconota da 50 Nahar, la moneta nazionale predisposta alla fine del 1994 e mai entrata in circolazione a causa dello scoppio della guerra.

Non è un caso, quindi, che sia gli oppositori di Dudaev sia i russi identificassero il Palazzo Presidenziale come il cuore del potere in Cecenia. Durante la guerra civile dell’Estate 1994 i piani di attacco delle forze del Consiglio Provvisorio si concentrarono sull’unico fondamentale obiettivo di far convergere quante più truppe possibile sul Palazzo Presidenziale, occuparlo ed installarvi un governo di salvezza nazionale che riportasse la Cecenia nella Federazione Russa. Quando il 26 Novembre 1994 Gantamirov, Avturkhanov e Labazanov tentarono di prendere Grozny e di rovesciare Dudaev col supporto della Russia, il piano che elaborarono rispecchiò questa convinzione: tutti i reparti avrebbero dovuto dirigersi verso il Palazzo Presidenziale e limitarsi a sorvegliare le vie d’uscita dalla città: una volta che questo fosse caduto per i dudaeviti non ci sarebbe stato scampo.  In questo approccio c’era tutta l’ingenuità dell’opposizione antidudaevita, convinta di stare lottando contro un regime impopolare arroccato dentro i palazzi del potere. Dudaev rispose con efficacia a questa falsa idea, lasciando che i ribelli arrivassero quasi indisturbati al Palazzo per poi ingaggiarli da tutte le direzioni, mobilitando centinaia di volontari e costringendo le forze del Consiglio Provvisorio ad una precipitosa fuga.

Miliziani dudaeviti pregano prima della battaglia. Sullo sfondo il Palazzo Presidenziale ancora intatto

ASSALTO AL PALAZZO

Stessa errata valutazione fu compiuta dai Russi subito dopo la disfatta di Novembre: anche gli alti comandi federali pensarono a torto che una “spallata” al Palazzo Presidenziale sarebbe bastata a far crollare il governo separatista, considerato ormai impopolare. Il piano russo previde un “blitz” convergente sull’edificio, senza un adeguato piano di avanzata che coprisse le colonne d’attacco e senza attendere che le forze federali completassero l’accerchiamento della città. Di questo si approfittò Dudaev, ben conscio del fatto che un’invasione russa avrebbe velocemente ricompattato i ceceni intorno alla sua figura a difesa dell’indipendenza.  Il Generale abbandonò molto presto il Palazzo Presidenziale, sistemando il governo nella cittadina di Shali, a Sudest della capitale. A guidare la difesa di Grozny rimase il suo Capo di Stato Maggiore, Aslan Maskhadov, il quale si sistemò nei piani interrati dell’edificio. I reparti russi, convinti di stare portando a termine niente di più che una manovra militare, si ritrovarono accerchiati in una gigantesca imboscata, nella quale si contarono centinaia di morti e feriti. Fu l’inizio di una devastante battaglia casa per casa durata due mesi, durante i quali le forze federali si aprirono la strada verso il Palazzo Presidenziale radendo al suolo quasi per intero il centro della città, per poi varcare la sponda destra del Sunzha e respingere i separatisti fino ai sobborghi meridionali. Come il Reichstag per il Terzo Reich, il Palazzo Presidenziale divenne il perno della difesa cecena, il premio simbolico dell’avanzata russa ed il simbolo della più devastante azione di guerra in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi.

Rovine di Grozny dopo la battaglia. Sullo sfondo le rovine del Palazzo Presidenziale

Una volta giunti nei pressi della struttura e messi al sicuro i fianchi, i russi iniziarono a bombardare a tappeto il Palazzo e gli edifici circostanti: il palazzo del consiglio dei ministri di epoca sovietica, il cosiddetto Sovmin, l’Hotel Kavkaz situato dall’altra parte del viale, ed alcuni alti edifici residenziali utilizzati dai separatisti come ricoveri e postazioni di tiro dei cecchini. All’interno del Palazzo Maskhadov aveva istituito il suo comando, un ospedale da campo ed un magazzino dal quale era possibile rifornire i reparti che difendevano palmo a palmo il quartiere governativo dall’avanzata dei russi. I bombardamenti federali raggiunsero il ritmo di un colpo di granata al secondo, ma non riuscirono a fiaccare la resistenza dei difensori, né a minare la poderosa struttura in cemento armato del quale era costituito. I tiri di artiglieria riuscirono a provocare vasti incendi ai piani superiori, ma non a scalfire quelli inferiori, al di sotto dei quali si trovavano i quartieri operativi. La stessa sala del Gabinetto dei Ministri, situata al secondo piano, rimase pressoché intatta, tanto che le sue suppellettili furono saccheggiate dai soldati russi quando questi riuscirono a conquistarlo.

Foto di Grozny dopo la battaglia: una delle vie principali della città (1) una panoramica con il Palazzo Presidenziale sulla destra (2) i dintorni di Piazza Minutka (3) la Chiesa dell’Arcangelo Michele (4) l’Istituto Petrolifero di Grozny (5) il Ministero della Stampa e dell’Informazione (6) Mezzi blindati russi si dirigono verso il Palazzo Presidenziale (7) Il quartiere governativo distrutto con il Palazzo Presidenziale sulla sinistra (8) foto aerea delle rovine del Palazzo Presidenziale, lato tergale (9) istantanea della spianata davanti al Palazzo Presidenziale (10) Il Palazzo Presidenziale da dietro l’Hotel Kavkaz (11) I ruderi del Palazzo Presidenziale (12) i ruderi del Parlamento (13)

LA CADUTA

Maskhadov ed i suoi si decisero ad abbandonare il Palazzo Presidenziale soltanto il 19 Gennaio, venti giorni dopo l’inizio dell’attacco, quando ormai gli edifici adiacenti alla struttura erano caduti nelle mani dei russi nonostante i rabbiosi contrattacchi delle unità di Shamil Basayev. Nel corso dei giorni precedenti il palazzo era stato colpito incessantemente dall’artiglieria e dall’aereonautica, e due potenti bombe a detonazione ritardata erano penetrate fin nei sotterranei dell’edificio sventrando il palazzo.Il giorno successivo le forze federali occuparono il palazzo quasi senza combattere, ed innalzarono sul pennone la bandiera russa. La presa del Palazzo Presidenziale fu tuttavia poco più che un successo politico. L’attesa dissoluzione delle forze separatiste non avvenne, ed i combattimenti per Grozny sarebbero durati ancora per un mese, per poi proseguire fino al Maggio successivo nelle campagne e sui monti della Cecenia.

Bandiere russe sventolano dalle rovine del Palazzo Presidenziale appena conquistato

Durante l’occupazione militare il palazzo, totalmente inagibile e spogliato di qualsiasi cosa avesse un valore, divenne il monumento all’indipendentismo ceceno: i movimenti contro la guerra ed i partiti che fiancheggiavano Dudaev tennero manifestazioni imponenti all’ombra delle sue rovine. La milizia del governo collaborazionista, nel tentativo di reprimerle, finì per sparare contro la folla il 24 ottobre, uccidendo un dimostrante e ferendone altri quattro. Ma il più grave fatto di sangue occorse l’8 Gennaio 1996, quando un’imponente presidio venne disperso dai collaborazionisti a colpi di lanciagranate. Morirono tre persone, e altre sette rimasero ferite. Il 10 febbraio un’esplosione, sembra accidentale, provocò la morte di una madre e di suo figlio, scatenando l’ennesima ondata di manifestazioni a seguito delle quali le autorità di occupazione decisero di demolire definitivamente l’edificio. Neppure la demolizione, tuttavia, andò per il verso giusto: i genieri militari minarono maldestramente il Palazzo, e la mattina del 15 febbraio, quando le cariche esplosero, ne venne giù soltanto un pezzo.

Manifestanti indipendentisti presidiano le rovine del Palazzo Presidenziale il 9 Febbraio 1996.

LE ROVINE

Quando i separatisti ebbero riconquistato Grozny, nell’Agosto del 1996, si trovarono padroni di una città in rovina. I resti del Palazzo Presidenziale erano talmente deteriorati che un suo ripristino era impossibile. Del resto la carenza di risorse economiche avrebbe comunque reso inattuabile la ricostruzione di un edificio così imponente. Le macerie rimasero così ammassate sul posto, ed il grande spiazzo dove un tempo sorgeva il rigoglioso giardino di rappresentanza divenne un pantano fangoso. Il degrado e la sporcizia si accumularono progressivamente, man mano che la stessa Repubblica Cecena di Ichkeria sprofondava nella corruzione e nell’anarchia. Nel Settembre del 1999 le truppe federali rientrarono in Cecenia, e Grozny tornò ad essere un campo di battaglia. Tra le vie del disastrato quartiere governativo si combatterono feroci battaglie, ma alla metà di Febbraio i reparti di Mosca riuscirono ad assicurarsi le sue rovine, e dalla fine del mese i combattimenti si spostarono nella parte meridionale della città. I resti del palazzo caddero definitivamente nelle mani dei russi, e furono presto sgomberati.

Con la fine delle operazioni militari in città e l’avvento del governo di Akhmat Kadyrov iniziarono i lavori di ricostruzione del quartiere. Di ricostruire un Palazzo Presidenziale non si parlò mai, e certamente non di ricostruire quel palazzo. Dopo la morte di Akhmat Kadyrov e la successione al potere di suo figlio Ramzan il piano di restauro del quartiere prese il via a pieno regime. Ad oggi l’area è quasi irriconoscibile rispetto a com’era prima della guerra. Al posto del Palazzo Presidenziale sorge un grande parco, al centro del quale è stato eretto un monumento ai poliziotti caduti nella guerra contro il terrorismo. Insieme a “Palazzo Dudaev” vennero sgombrati anche molti altri edifici, ed al loro posto è stato eretto il quartiere islamico della città, con una gigantesca moschea chiamata “Cuore della Cecenia”, un centro islamico ed un gigantesco giardino. La residenza del Presidente della Repubblica è stata costruita nella grande ansa sul Sunzha posta ad est del quartiere governativo.

“GREEN WOLF STARS” L’AEREONAUTICA DELLA CHRI

Tra le forze armate che servirono la Repubblica Cecena di Ichkeria, l’Aereonautica Militare della ChRI fu quella più celebre, nonostante il fatto che a causa degli eventi che descriveremo in seguito, non entrò quasi mai in battaglia. Il motivo di tanta fama è dovuto al modo in cui nacque, ed all’uso propagandistico che Dudaev seppe farne tra il 1992 ed il 1994.

IL GENERALE E LA SUA AVIAZIONE

Quando Dzhokhar Dudaev fu eletto Presidente, egli si era da poco congedato dall’Armata Rossa, nella quale serviva come Maggior Generale dell’Aviazione. La  sua fama come pilota e come militare precedevano di gran lunga il suo nome di politico, e l’alta considerazione come comandante e come addestratore della quale godeva presso gli alti comandi sovietici condizionarono l’agire del governo russo. Quando l’esercito russo si ritirò dalla Cecenia nel Giugno del 1992, gran parte dei suoi arsenali militari rimasero in mano cecena. Dudaev potè così mettere le mani su centinaia di velivoli, buona parte dei quali in condizione di volare. Questi erano alloggiati in due aereoporti: la base militare di Khankala, alla periferia orientale di Grozny e la base di addestramento di Kalinovskaya, nel nord del Paese. A Khankala  i russi avevano abbandonato 72 aerei L – 39, L – 69 ed L – 29 “Delfin” (aerei da addestramento in grado di operare anche in azioni di guerra), mentre  a Kalinovskaya avevano lasciato 80 L – 29, 39 L . 30 “Albatros” (versioni più aggiornate del “Dolfin”) 3 aerei da combattimento MIG – 17 e 2 MIG  -15 (velivoli datati ma ancora temibili), 6 An – 2 (aerei degli anni ’40 ormai utilizzati per scopi civili o come aerei da addestramento) e 2 elicotteri MI – 8 da trasporto. In totale si trattava di una flotta aerea di 265 aerei da guerra, una forza che sulla carta poteva tenere testa alle aereonautiche di molti grandi paesi del mondo.

Aereo militare sovietico rimarchiato con le insegne della Repubblica Cecena di Ichkeria

Il Generale sfruttò fin da subito la forza propagandistica di questi numeri, dichiarando già nel Dicembre del 1991 che la Cecenia avrebbe costituito una aeronautica di altissimo livello, facendo leva sulle sue esperienze personali e su quelle dei più alti ufficiali del nascente esercito nazionale. Non a caso ai vertici delle forze armate il nuovo presidente nominò due colonnelli dell’aviazione: Viskhan Shakhabov e Musa Merzhuyev, anche loro appena fuoriusciti dall’esercito sovietico e pronti a mettersi al servizio della Cecenia indipendente. Il governo di Mosca minimizzò il peso delle dichiarazioni di Dudaev, sostenendo che soltanto il 40% dei velivoli lasciati in Cecenia fosse funzionante. Tuttavia, anche tenendo in considerazione questo dato, ciò significava che i ceceni avevano a disposizione almeno 100 aerei da guerra in grado di operare, una forza di tutto rispetto per una nazione di poco più di un milione di abitanti.

PROPAGANDA E REALTA’

Nella complessa partita negoziale con Mosca, Dudaev affidò un grosso ruolo alla minaccia teorica di un bombardamento aereo a tappeto delle città meridionali della Russia. Dal Gennaio del 1992 venne costituito il 1° stormo dell’Aereonautica nazionale, e dalla primavera dello stesso anno venne attivata una scuola di volo militare alla quale si iscrissero 41 cadetti. Il Presidente dichiarò alla stampa che un centinaio di nuove reclute erano in addestramento in Turchia e che queste forze si stavano addestrando all’eventualità di una guerra con la Russia. Sulla stampa iniziarono a circolare voci allarmanti riguardo ad un fantomatico “Piano Lazo” allo studio presso gli alti comandi di Grozny, secondo il quale allo scoppio delle ostilità una flotta di bombardieri avrebbe raso al suolo Stavropol, Rostov e Volgograd. A sostegno di tale ipotesi vennero rilevati lavori sia alla pista di addestramento militare di Kalinovskaya, sia sui rettilinei dell’autostrada Rostov – Baku, lasciando intendere che Dudaev stesse cercando di diversificare le basi aeree proprio in vista di un attacco multiplo contro il Sud della Federazione Russa. Il presidente ceceno cercò in ogni modo di alimentare le voci riguardo il potenziamento della sua aereonautica. Sulle tv russe iniziarono a circolare filmati e fotografie dei velivoli militari rimarchiate con la “Green Wolf Star”, la stella verde sovrastata dal lupo ceceno, simbolo ufficiale dell’aereonautica della ChRI. Il nuovo identificativo era realizzato dipingendo di verde la stella rossa sovietica e sovrapponendovi lo stemma della repubblica.

Disegni di velivoli dell’aviazione cecena

Il Piano Lazo, in ogni caso, era pura fantasia: non esiste alcuna prova documentale di un simile progetto,  ma anche se ci fosse stato l’aereonautica cecena non avrebbe avuto alcuna possibilità di attuarlo. La consistenza effettiva dell’aviazione di Dudaev era infatti molto inferiore rispetto ai numeri ufficiali della propaganda: la totalità dei messi aerei a disposizione della ChRI aveva ormai almeno venticinque anni di anzianità, e buona parte di essi era ridotta a rottame. Gli unici caccia che potessero essere un minimo competitivi con l’aereonautica federale erano i MIG – 17 ed i MIG – 15, comunque ritirati dal servizio attivo dalla metà degli anni ’70. Allo scoppio della guerra civile, nell’estate del 1994, l’esercito governativo poteva schierare a stento una quarantina di velivoli in grado di tenere il cielo, ma non era in grado di armarli a causa della quasi totale assenza di munizioni. La dotazione di missili era quasi assente, così come quella delle bombe a caduta. Nei magazzini militari si trovavano alcuni vecchi ordigni da 250 kg, ma la maggior parte di questi erano da addestramento, quindi non  – esplosivi. Situazione simile si rilevava riguardo le munizioni per mitragliatrice, il che impediva un efficace utilizzo della forza aerea come forza di attacco al suolo.  Alla luce di tutto questo è chiaro che l’aviazione cecena era in grado al massimo di svolgere compiti di osservazione, o limitatissime azioni di disturbo contro unità terrestri. Anche la situazione del personale era critica: al di là delle pompose dichiarazioni di Dudaev, al Giugno del 1994 risultavano addestrati appena 15 piloti. Le loro qualifiche erano decisamente basse a causa delle pochissime ore di volo che avevano potuto effettuare, ed erano considerati “non adatti” ad effettuare missioni di combattimento, tanto che nell’unica dimostrazione aerea dell’aviazione della ChRI, avvenuta il 6 Settembre 1994 in occasione del triennale dell’indipendenza, la squadra di Albatross che si esibì era guidata da piloti stranieri reclutati come mercenari. Dudaev era ben cosciente che la sua aviazione fosse poco più che una trovata propagandistica, se è vero che in ciò che rimane degli archivi della ChRI non si trova traccia di alcun piano di utilizzo dell’arma aerea. Allo scoppio della Prima Guerra Cecena non esisteva alcun ordine di battaglia per l’aereonautica, né un comandante in capo dell’aviazione che si occupasse di metterlo a regime.

In questa foto di propaganda un aereo dell’aviazione cecena sorvola una manifestazione separatista. La foto è molto probabilmente un falso, montato ad arte utilizzando l’immagine di un aereo sovraimpressa su un’altra foto. In questo modo Dudaev voleva mostrare alla Russia di possedere un’efficiente aereonautica da guerra.

Se la situazione delle forze aeree era catastrofica, quella della difesa aerea poteva dirsi un po’ meno difficile. La forza antiaerea della ChRI poteva contare su 10 sistemi missilistici Strela  – 10,  7 sistemi missilistici Igla ed altri 23 sistemi di artiglieria non missilistici, prevalentemente ZSU – 23 – 4 “Shilka”. Gli altri erano “riconversioni” di veicoli sui quali erano state montate mitragliatrici più o meno pesanti: si trattava di armamenti piuttosto artigianali e spesso poco efficienti (gli Strela – 10 erano in buona parte sprovvisti di radar) ma sufficienti a costituire un pericolo per l’aeronautica federale. Tali risorse avrebbero dovuto essere implementate con uno stock di MANPADS acquistato dall’Azerbaijian, ma il velivolo che lo trasportava fu abbattuto dall’aereonautica federale il 1 Dicembre 1994, ed 8 sistemi missilistici andarono perduti. Per quanto negli anni di guerra fu confermato il possesso da parte dei guerriglieri di alcuni MANPADS (sistemi portatili) Stinger di fabbricazione americana, pare che allo scoppio della Prima Guerra Cecena tali dispositivi non  fossero presenti nell’arsenale di Dudaev.

Mezzi blindati da trasporto modificati artigianalmente per ospitare mitragliatrici. Veicoli di questo genere costituirono il grosso della difesa antiaerea della ChRI.

LA GUERRA

I primi impieghi dell’aviazione cecena si ebbero nell’estate del 1994. I pochi piloti addestrati al volo effettuarono tra le 20 e le 30 sortite per individuare le posizioni dell’opposizione filorussa. Durante due di queste missioni, il 21 Settembre un An – 2  venne colpito e si schiantò al suolo, ed il 4 Ottobre 1994 un L – 39 Albatros fu abbattuto dai ribelli, i quali erano ben riforniti di sistemi missilistici MANPAD forniti dalla Russia. Da Settembre iniziarono a comparire nei celi ceceni i primi “velivoli non identificati” (quindi russi) a sostegno dell’opposizione: cacciabombardieri effettuarono numerose sortite contro la base militare di Khankala, distruggendo al suolo svariati veicoli (per lo più inutilizzabili da tempo) e craterizzando la pista. Dudaev si decise quindi a trasferire gli aerei in grado di volare alla pista di Kalinovskaya, che essendo costituita di terra battuta era più facilmente riparabile con l’utilizzo di materiale di risulta. Il 10 Ottobre uno stormo aereo del Consiglio Provvisorio (l’organizzazione che raccoglieva l’opposizione al regime) bombardò i depositi del Reggimento Corazzato Shali (la più importante unità dell’esercito regolare) danneggiando numerose strutture e una ventina di veicoli, oltre a provocare circa 200 morti, per poi rientrare alla base senza essere stato intercettato dalla caccia governativa. Durante l’Assalto di Novembre, infine, le “Green Wolf Stars” furono pressoché inattive, mentre la difesa antiaerea respinse con successo i tentativi di avvicinamento degli elicotteri da combattimento federali inviati in supporto alle unità avanzanti.

Un sistema antiaereo semovente “Strela”. Esso era armato con 4 missili radioguidati capaci di distruggere o danneggiare gravemente anche i velivoli più moderni in dotazione all’esercito russo, ma la mancanza di munizioni rese gli Strela in dotazione ai dudaeviti quasi inefficaci contro l’aereonautica di Mosca.

La vittoria dudaevita del 26 Novembre rese chiaro alla Russia che senza un intervento diretto contro il regime di Dudaev la Cecenia non sarebbe mai tornata sui suoi passi. Così fin dal 28 successivo la caccia federale iniziò a sorvolare il paese, e le truppe di terra furono schierate ai confini in vista di un’invasione militare. Nonostante l’aviazione cecena non avesse quasi operato durante tutto il 1994, i comandi militari di Mosca continuavano a temere un colpo di coda del Generale dell’Aviazione diventato Presidente dell’Ichkeria. Il timore che il “Piano Lazo” fosse stato effettivamente predisposto, quantomeno sotto forma di “pioggia kamikaze” sulle città della Russia Meridionale convinse lo Stato Maggiore ad intervenire tempestivamente per garantirsi l’assoluto controllo dei cieli. Oltre ai motivi strategici vi era un’altra ragione per la quale Eltsin voleva ridurre in cenere l’aereonautica cecena: il Presidente russo temeva che Dudaev avrebbe potuto usare uno degli aerei di linea parcheggiati all’aeroporto di Grozny (o pure un aereo da guerra, che il Generale sapeva pilotare con grande maestria) per fuggire dal Paese e riparare in Azerbaijian, o in Turchia, e da lì guidare in sicurezza una logorante guerriglia contro le forze del Cremlino. Così la mattina del 1 Dicembre 1994, dieci giorni prima che le truppe federali iniziassero l’avanzata via terra, uno stormo di cacciabombardieri Su – 25 bombardò gli hangar delle basi di Kalinovskaya e di Khankala. La difesa antiaerea, colta di sorpresa, non si attivò neanche, cosìcché gli aerei russi poterono allontanarsi indisturbati dopo aver completamente distrutto l’aviazione da guerra della ChRI.

Carcasse degli aerei ceceni a margine della pista di Khankala. I relitti semidistrutti furono smontati e le parti di pregio stoccate in attesa di essere vendute sul mercato dei pezzi di ricambio.

Rientrati alla base i Su – 25 fecero rifornimento e tornarono in volo verso l’aereoporto civile di Grozny. Stavolta ad accoglierli c’era una nutrita difesa a terra, la quale ingaggiò i velivoli federali e li costrinse più volte ad allontanarsi dall’obiettivo. Al termine dell’azione, tuttavia, i russi avevano distrutto tutti gli aerei in grado di decollare, tra i quali 12 An – 2, sei aerei civili Tu – 134 (tra i quali l’aereo presidenziale) ed un ereo civile Tu – 154. Alla fine della giornata si contarono dai 130 ai 170 velivoli distrutti al suolo. Delle “Green Wolf Stars” non era rimasto più nulla. Quella sera Dudaev inviò un messaggio ai russi:

“Mi congratulo con il comando dell’aereonautica russa per aver raggiunto il dominio nel cielo dell’Ickeria. Ci vediamo a terra.”

Un elicottero da combattimento russo sorvola gli aerei di linea ceceni distrutti al suolo il 1 Dicembre 1994.

Grozny, 26/11/1994: L’ASSALTO DI NOVEMBRE

DUDAEVITI ED ANTIDUDAEVITI

La cronaca degli eventi bellici che hanno coinvolto la Repubblica Cecena di Ichkeria si è soffermata prevalentemente sulle due devastanti guerre russo cecene. Tuttavia durante la sua travagliata esistenza la ChRI ha dovuto sopportare il peso di altre due guerre, stavolta civili, entrambe addotte come casus belli per l’intervento delle truppe federali. Quella di cui parliamo in questo articolo è la prima guerra civile cecena, combattuta a fasi alterne dalla primavera al Dicembre del 1994 le cui conseguenze produssero l’inizio della Prima Guerra Cecena. Senza soffermarci troppo sui prodromi di questo conflitto, riportiamo brevemente come i ceceni iniziarono a spararsi tra di loro.

Truppe regolari della ChRI sfilano in parata

Il 4 Giugno 1993, dopo un anno di attriti con l’opposizione parlamentare ed extraparlamentare, il Presidente Dzhokhar Dudaev mise in atto un golpe militare, sciolse le istituzioni democratiche ed istituì una dittatura personale. Oppositori storici di Dudaev, come Umar Avturkhanov e Ruslan Khasbulatov, e nuovi avversari del Presidente, come i suoi ex alleati Bislan Gantamirov e Ruslan Labazanov si coalizzarono costituendo un Consiglio Provvisorio e contrattando con le autorità federali supporto militare, economico e di intelligence. Nella tarda primavera del 1994 si ebbero i primi scontri tra gli uomini di Labazanov, mentre nell’Agosto seguente i due fronti presero ad armarsi in vista di un confronto armato diretto.

La guerra civile iniziò ad infuriare in Settembre, e vide l’impiego di armi pesanti, aerei ed elicotteri da guerra e pezzi d’artiglieria. Lealisti e ribelli si combatterono in vere e proprie battaglie campali, ma nessuna delle due fazioni sembrava avere la forza militare e politica per imporsi sull’altra. Nell’Ottobre del 1994 un piccolo esercito antidudaevita riuscì a penetrare dentro Grozny, ma dopo alcune ore fu richiamato indietro. Agli inizi di Novembre del 1994 La Cecenia era divisa in un’area settentrionale controllata da Avturkhanov e dalla sua milizia, il Distretto di Urus – Martan sotto il controllo di Gantamirov, ed il resto del paese nelle mani dei dudaeviti. Questi tuttavia apparivano privi della carica sufficiente per imporsi, ed il sostanziale stallo della situazione militare lasciava immaginare che con un colpo ben assestato il regime sarebbe collassato su sé stesso.

Umar Avturkhanov, leader dell’opposizione antidudaevita dal 1991 e uno dei principali organizzatori dell’Assalto di Novembre
Bislan Gantamirov, ex Sindaco di Grozny sotto Dudaev, passato all’opposizione nel Giugno del 1993 ed alla lotta armata dal 1994, leader delle milizie del Consiglio Provvisorio.

LA PREPARAZIONE DELL’ATTACCO

Per questo motivo i ribelli, d’accordo con l’intelligence federale, decisero di mettere in atto un’operazione militare su larga scala volta a prendere Grozny, disperdere i dudaeviti ed assicurare il dittatore alla giustizia. Il piano prevedeva la partecipazione di mercenari reclutati presso le divisioni russe di stanza nel Caucaso Settentrionale: un’ottantina di ragazzi in grado di manovrare un T – 72 avrebbero composto il nerbo dell’armata dietro la quale avrebbero avanzato i fanti dell’opposizione. Per dissimulare quanto più possibile l’intervento di Mosca in questa faccenda i mercenari furono inviati alle loro basi in abiti civili, senza documenti né segni di riconoscimento. A loro fu detto avrebbero dovuto “guidare da un punto A ad un punto B” e sostanzialmente sfilare davanti al Palazzo Presidenziale, provocando il crollo del regime con la sola vista dei loro carri armati.

Gli attaccanti avrebbero dovuto convergere sul quartiere governativo di Grozny da tre direzioni: il principale gruppo d’assalto sarebbe partito da Tolstoy Yurt (Nord) sotto il comando di Avturkhanov, a sua volta “coordinato” da altri ufficiali russi. Il secondo, composto dai resti della milizia di Labazanov, si sarebbe mosso da Argun (Est). Il terzo, costituito dalle milizie fedeli a Gantamirov avrebbe proceduto da Urus – Martan (Sud – Ovest). Una volta preso il controllo degli uffici governativi si sarebbe installato un governo provvisorio, il quale avrebbe ufficialmente richiesto l’intervento dell’esercito federale per riportare “l’ordine costituzionale”. La forza d’urto sarebbe stata composta in totale da 150 veicoli tra carri armati e mezzi blindati, coperti dal tiro di 20 obici semoventi e da 40 elicotteri da combattimento. Dietro di loro erano inquadrati circa 1200 uomini, per lo più miliziani del Consiglio Provvisorio ma anche contractors russi arruolati in cambio di una (relativamente) corposa cifra e della garanzia di dover soltanto “mostrare i muscoli”. 

Miliziani dudaeviti. Sullo sfondo il Palazzo Presidenziale

Due giorni prima che l’invasione avesse luogo l’aereonautica federale bombardò gli aereoporti Sheikh Manur (ex Severny) e l’aereoporto militare di Khankala. Aerei privi di insegne nazionali sorvolarono Grozny, colpendo alcuni edifici residenziali. Nel frattempo i gruppi d’attacco si avvicinavano alla periferia della capitale, prendendo posizione nei sobborghi.

IL 26 NOVEMBRE

La mattina del 26 Novembre 1994 i tre gruppi d’attacco iniziarono la penetrazione verso il centro di Grozny. La colonna settentrionale incontrò una certa resistenza subito fuori da Tolstoy – Yurt, dove un drappello di lealisti impegnò la sua avanguardia corazzata mettendo fuori combattimento due carri armati. Altri tre veicoli furono messi fuori combattimento, ed I loro equipaggi si arresero senza combattere ai miliziani dudaeviti. Nel complesso, tuttavia, le forze avanzanti raggiunsero i loro obiettivi senza intoppi, posizionandosi nei punti di arrivo e trovandoli praticamente indifesi. Per le 11:00 la colonna settentrionale aveva occupato gli edifici del Ministero degli Interni, del Servizio di Sicurezza Nazionale, della TV di Stato e di numerosi altri complessi amministrativi, e stazionava davanti ad un deserto Palazzo Presidenziale.

Sembrava che il regime si fosse dissolto alla semplice vista dei reparti corazzati dell’opposizione, ma la realtà era ben diversa. Dudaev ed i suoi uomini erano ben informati delle intenzioni dei ribelli, sia a causa dei loro massicci movimenti nei dintorni di Grozny, sia perché Ruslan Khasbulatov, oppositore del regime ma desideroso di giungere ed una conclusione pacifica del conflitto, aveva avvisato i comandi lealisti dell’imminenza dell’attacco, ed esortato i civili ad abbandonare la città. La notte precedente l’attacco i dudaeviti si erano sistemati sui tetti e nei seminterrati dei palazzi residenziali del centro cittadino, strutture in cemento armato molto alte, dalle quali si potevano colpire i mezzi corazzati nemici rimanendo fuori dall’alzo dei loro cannoni. La scelta, moralmente cinica, era giustificata dal fatto che in quel contesto urbano la superiorità tecnologica degli attaccanti sarebbe venuta meno, così come la copertura offerta dai velivoli da combattimento, i quali avrebbero potuto operare soltanto caricandosi la responsabilità di bombardare edifici civili, peraltro per lo più abitati da russi (il centro cittadino era casa di cinquantamila russi etnici residenti in Cecenia fin dagli anni ’40 del ‘900). Squadre di cecchini erano posizionati negli edifici adiacenti agli obiettivi degli attaccanti, mentre piccole pattuglie controcarro armate di RPG erano asserragliate negli scantinati. La forza mobile dei difensori era asserragliata nel quartiere di Oktabrisky, il settore meridionale della città.

Pochi minuti dopo le 11:00 i reparti lealisti si attivarono tutti insieme contemporaneamente. I lanciagranate incendiarono i veicoli di testa e di coda delle colonne avanzanti, bloccandole e generando il panico. La milizia dell’opposizione finì sotto il tiro dei cecchini, disperdendosi in preda al terrore. Molti miliziani, una volta raggiunti gli obiettivi si erano abbandonati al saccheggio dei negozi e delle abitazioni civili, ed allo scoppio delle prime sparatorie caricarono in tutta fretta il loro bottino e sparirono dalla circolazione. I contractors russi, i quali non avevano ulteriori disposizioni cui adempiere una volta raggiunto il centro cittadino, si trovarono sottoposti al fuoco dei cecchini, cui in breve si aggiunsero le prime armi pesanti. I carri armati attaccanti iniziarono uno ad uno ad incendiarsi, mentre gli equipaggi cercavano scampo dietro le carcasse dei veicoli bruciati. Soltanto un reparto scelto di militi dell’opposizione, addestrato dai russi nelle settimane precedenti l’assalto, riuscì a mantenere le posizioni nell’edificio del KGB conquistato ad inizio mattinata. Tuttavia, esaurite le munizioni e privo di rinforzi anche questo reparto dovette abbandonare le difese e ritirarsi dalla città.

Torrette di carri armati dei ribelli giacciono sul selciato il giorno dopo la battaglia.

Nel giro di sette ore tutti i reparti antidudaeviti erano stati distrutti, dispersi o costretti alla fuga. Secondo quanto dichiarato dallo Stato Maggiore della ChRI furono distrutti 32 carri armati, 5 veicoli blindati 4 elicotteri da combattimento ed un cacciabombardiere, mentre altri 12 mezzi corazzati furono catturati. I dudaeviti catturarono 200 prigionieri ceceni e 68 contractors russi, tra i quali un Maggiore, e rivendicarono la morte di 300 ribelli. Dudaev impose che i prigionieri provenienti dall’esercito federale sfilassero davanti alle telecamere, minacciando di fucilarli se il Ministro della Difesa di Mosca, Pavel Grachev, non li avesse riconosciuti come suoi agenti. Man mano che la notizia del coinvolgimento russo nell’assalto a Grozny diventava sempre più evidente numerosi sostenitori del Consiglio Provvisorio e molti dei suoi miliziani armati passarono dalla parte dei dudaeviti, i quali adesso potevano rivendicare di essere l’unico argine della nazione cecena di fronte alla Russia ed al suo imperialismo.

Breve video sui resti del corpo corazzato ribelle distrutto a Grozny il 26 Novembre 1994

DALLA GUERRA CIVILE ALLA “GUERRA CECENA”

Ciò che rimaneva dell’opposizione si frantumò in fazioni più di quanto non lo fosse stato fino ad allora. Avturkhanov accusò Khasbulatov di aver indebolito la ribellione cercando gloria personale ed interponendosi tra il Consiglio Provvisorio e Dudaev per evitare lo scontro militare e quindi il rovesciamento del regime. Per parte sua Khasbulatov rispose di aver agito in modo da evitare una catastrofe umanitaria e dare alla Federazione Russa un casus belli per intervenire in forze. Con il precipitare degli eventi l’opposizione antidudaevita perse mordente, ed alla fine di Novembre Gantamirov dichiarò che i suoi uomini non avrebbero preso parte a nessun’altra azione militare contro Dudaev. Il 29 Novembre il Presidente della Federazione Russa, Boris Elstin, emise un ultimatum al governo separatista intimando la smobilitazione dei suoi gruppi armati e minacciando un intervento militare diretto entro pochi giorni qualora il regime non si fosse autonomamente dissolto.

STORIA DELLA LA GUARDIA PRESIDENZIALE CECENA

1993: Dzhokhar Dudaev posa insieme alla Guardia Presidenziale

LE ORIGINI

La Guardia Presidenziale fu una delle prime unità armate della Repubblica Cecena di Ichkeria. All’indomani della dichiarazione di indipendenza, mentre il Parlamento istituiva la Guardia Nazionale, il Generale Dudaev, appena eletto Presidente della Repubblica, istituì per decreto un’unità di “pretoriani” che proteggesse la sua persona, la sua famiglia ed i suoi funzionari. Nell’idea del nuovo Capo dello Stato la Guardia Presidenziale avrebbe dovuto rappresentare l’élite non soltanto militare, ma anche politica della nuova Cecenia. Per questo motivo ordinò che ogni villaggio del paese inviasse il suo miglior soldato, scelto appositamente dal consiglio degli anziani locale. La forza armata avrebbe avuto la consistenza di 200 uomini, ed avrebbe seguito il Presidente in ogni suo spostamento, oltre a difendere il Palazzo Presidenziale e la sua residenza privata. A capo dell’unità Dudaev pose Movlad Dzhabrailov, cintura nera di karate e maestro di arti marziali personale del Presidente.

Al momento della sua istituzione la Guardia Presidenziale constava di appena 7 uomini. Un mese più tardi questi erano già 14, e potevano alterarsi su tre turni di otto ore. Erano alloggiati nell’Hotel Kavkaz, una costruzione destinata originariamente all’alloggio degli ospiti del Soviet Supremo Ceceno Inguscio e diventata il luogo di soggiorno degli alti funzionari della nuova repubblica. Ai primi di Marzo del 1992 l’organico fu completato, ed i 200 uomini della Guardia furono alloggiati in una ex scuola di polizia, in Via Zhukovsky. Quì iniziarono un intenso corso di addestramento, volto a formare le nuove reclute non soltanto nell’uso delle armi, ma anche nelle arti marziali. Una squadra di 30 uomini venne inviata in Pakistan per sottoporsi ad un addestramento orientato alla guerriglia ed alla controguerriglia.

La forza armata appena costituita mancava di tutto: non esistevano divise, equipaggiamento ed armamento comuni. Nei dintorni di Grozny, tuttavia, vi erano numerosi depositi militari dell’esercito sovietico abbondanti di ogni sorta di equipaggiamento. Nella primavera del 1992 la Guardia Presidenziale iniziò a muoversi per prendere il controllo di questi depositi e potersi armare di tutto punto. Il primo deposito a cadere nelle sue mani fu la seconda città militare, una base sovietica al cui interno si trovavano armi leggere, munizioni ed uniformi in gran quantità. L’esercito russo non vedeva l’ora di abbandonare la Cecenia, e bastò che i soldati di Dudaev minacciassero di prendere la città militare con la forza perché i militari di Mosca abbandonassero in fretta e furia la posizione. Stessa operazione fu messa a segno alcuni giorni dopo su un altra base sovietica, la prima città militare. Con il bottino delle prime due “imprese” la Guardia Presidenziale potè proseguire indisturbata nella confisca dei depositi situati nei pressi della città.

Uomini della Guardia Presidenziale montano la guardia davanti al Palazzo Presidenziale allo scoppio della Prima Guerra Cecena

LA GUARDIA IN AZIONE

La prima azione di una certa importanza nella quale si trovò coinvolta la Guardia Presidenziale occorse il 31 Marzo 1992, quando l’opposizione tentò di rovesciare Dudaev con un colpo di stato. Gli insorti riuscirono a prendere il controllo della TV di Stato ed a portare in piazza parecchie centinaia di persone: in quell’occasione la Guardi fu l’unico reparto a schierarsi senza se e senza ma dalla parte del Presidente, mentre le altre unità dell’esercito e la milizia del Ministero degli Interni tergiversavano, restando in attesa di capire chi avrebbe prevalso tra il Generale ed i suoi oppositori. L’intervento dei pretoriani di Dudaev fu determinante a disperdere la milizia armata dei golpisti, e nel giro di 24 ore riconquistò il centro televisivo e disperse gli insorti.

Un’altra azione di una certa importanza occorse nell’estate del 1992, quando l’opposizione antidudaevita mise in atto un attentato alla vita di Dudaev. Il convoglio presidenziale si trovava presso il villaggio di Dolinsky, quando un potente ordigno esplose al lato della colonna. L’esplosione non coinvolse l’auto del Presidente, ma prese in pieno una delle auto di scorta, ferendo una delle guardie. Fu il primo ferito nella storia della Guardia Presidenziale. Tra il 1992 ed il 1994 l’aumentare della tensione politica rese sempre più impegnativo il lavoro del reparto, il quale in più di un’occasione si trovò sotto il fuoco dell’opposizione armata. Nel Dicembre del 1993 Dzhabrailov, coinvolto in un omicidio di natura familiare, fu arrestato a Makhachkala, in Daghestan e condannato al carcere. Al suo posto Dudaev nominò comandante della Guardia Abu Arsanukaev. La nuova nomina creò parecchia confusione del corpo, e parecchi militari lo abbandonarono, considerano Arsanukaev un carrierista che nulla aveva a che condividere con loro. Così allo scoppio della Prima Guerra Cecena l’organico contava appena 98 persone su 200. Il reparto era piccolo, ma estremamente agguerrito e totalmente fedele al Presidente. Con l’inizio delle ostilità

LA GUARDIA IN GUERRA

Con l’avvio dell’invasione russa la Guardia si mobilitò in servizio permanente. Il Vicecomandante del reparto, Masud Bamatgiriev ideò un’azione simbolica e spettacolare: un reparto di ventitrè guardie avrebbe portato a termine un raid nella base militare russa di Mozdok, uno dei luoghi di partenza delle forze d’invasione. L’azione fu autorizzata, ed ebbe successo. Secondo quanto riportato dai protagonisti dell’attacco furono distrutti dieci velivoli, ed un magazzino di munizioni fu fatto saltare in aria. Durante il raid, tuttavia, Bamatgiriev ed altri due uomini rimasero uccisi.

Rovine di Grozny al termine dell’offensiva federale. Sullo sfondo i ruderi del Palazzo Presidenziale, sventrato dai bombardamenti. Un distaccamento della Guardia difese l’edificio per 18 giorni, respingendo numerosi assalti dell’esercito russo.

Quando le forze federali iniziarono l’attacco a Grozny la Guardia Presidenziale fu divisa in reparti ed assegnata a zone diverse del fronte, dove avrebbe potuto costituire la punta di lancia di reparti meno addestrati ed organizzati. Abu Arsanukaev rimase il comandante formale dell’unità, ma ne perse fin da subito il controllo effettivo. Il primo scontro di una certa entità fu combattuto proprio nei pressi del Palazzo Presidenziale. Un reparto costituito da una ventina di uomini della guardia e da numerosi miliziani di supporto, al comando del Comandante di Compagnia Akhmed Aslambekov intercettò un reparto federale e si lanciò all’attacco, distruggendo 2 carri armati, 2 veicoli blindati per il trasporto truppe e danneggiò altri 17 mezzi di supporto alla fanteria. Il giorno successivo, in un nuovo attacco tra le rovine della capitale il reparto di Aslambekov distrusse 1 carro armato e 6 veicoli blindati. Nei giorni successivi, asserragliata dentro il Palazzo Presidenziale, la Compagnia Aslambekov resistette a numerosi attacchi dell’esercito russo. Un altro distaccamento, schierato nei dintorni della stazione ferroviaria si fece valere partecipando all’annientamento della 136a Brigata dell’esercito federale durante l’Assalto di Capodanno.

Tra il 7 e l’9 Gennaio i federali tentarono nuovamente di prendere il centro di Grozny. La Guardia Presidenziale, schierata in vari punti della città riuscì a respingere gli attaccanti, dichiarando la distruzione di altri 3 mezzi corazzati, 4 veicoli da combattimento e decine di fanti nemici. L’attacco fu fermato, ma il 14 Gennaio fu rinnovato, e stavolta le difese cecene iniziarono a cedere. Tra il 16 ed il 18 Gennaio l’aereonautica iniziò il bombardamento a tappeto del Palazzo Presidenziale, riuscendo a far penetrare al suo interno due bombe di grandi dimensioni, una delle quali detonò uccidendo decine di persone. La notte del 18 Gennaio i sopravvissuti fuoriuscirono dall’edificio, scortando gli uomini dello Stato Maggiore dell’Esercito che vi si trovavano asserragliati, tra i quali il Comandante in Capo Aslan Maskhadov.

Dzhokhar Dudaev passa in rassegna della Guardia Presidenziale in alta uniforme

Tra il Febbraio ed il Marzo del 1995 La Guardia fu la punta di lancia dello schieramento ceceno, partecipando a tutte le battaglie difensive ed assicurando il progressivo ripiegamento delle unità ancora in grado di combattere verso il sud montagnoso della Cecenia. Alla caduta di Grozny, nel Marzo del 1995, la Guardia era ridotta ad un reparto di una venticinquina di uomini. Questi seguirono lo Stato Maggiore dell’Esercito nella sua progressiva ritirata a Sud (prima a Shali, poi a Vedeno, infine a Dargo), svolgendo sia attività militare che compiti di polizia e di controspionaggio. Pattuglie della Guardia combatterono a Serzhen – Yurt tra il 12 Aprile ed il 30 Maggio, infliggendo pesanti perdite ai federali, mentre ad Elistanzhi riuscirono a distruggere un ponte essenziale all’avanzata dei russi, i quali dovettero fermarsi, permettendo ai separatisti di ricostituire le loro linee. Tuttavia alla fine di Maggio del 1995 gli uomini della Guardia rimasti in vita o in grado di operare non erano più di 15. Vennero quindi assegnati alla protezione del Presidente e delle delegazioni che, dal Giugno 1995, iniziarono a negoziare la conclusione del conflitto. Il reparto rimase operativo fino alla fine della guerra, partecipando al raid su Grozny del Marzo 1996 ed all’Operazione Jihad dell’Agosto 1996. Al termine del conflitto, conteggiando i feriti che erano tornati in campo ed alcuni nuovi reclutamenti la Guardia Presidenziale contava 31 uomini e 19 cadetti in addestramento.