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L’ultimo appello di maskhadov – la lettera a javier solana

Dopo la strage di Beslan, il movimento nazionalista ceceno cessò di esistere in quanto tale. I funzionari della ChRI rimasti erano rappresentativi quasi soltanto di loro stessi, e la loro voce non fu più ascoltata. Basayev ed i fondamentalisti avevano preso il monopolio dell’immagine della resistenza. Il 14 gennaio 2005, in un ultimo tentativo di riprendere il controllo del suo esercito, Maskhadov proclamò una “tregua unilaterale”. Era una mossa azzardata, perché se le operazioni fossero continuate, l’ultimo barlume di credibilità di Maskhadov sarebbe andato a farsi benedire. Incredibilmente, Basayev dichiarò che, malgrado non ritenesse la tregua necessaria, si sarebbe adeguato all’ordine. Fu un piccolo miracolo: per un mese le attività dei separatisti cessarono, e Maskhadov dimostrò al mondo che egli era ancora in grado di esercitare una forte influenza sul movimento di resistenza. Per un attimo, sembrò possibile ricostruire i ranghi della ChRI e riportare la guerriglia nell’alveo del conflitto armato più o meno “tradizionale”, nel quale aveva sempre voluto mantenerlo Maskhadov.  Il 25 febbraio, confortato dall’obbedienza di Basayev e degli altri comandanti di campo che avevano rispettato il suo ordine, Maskhadov scrisse a Javier Solana, Alto Rappresentante dell’Unione Europea per la Politica Estera, il suo ultimo messaggio politico:

Aslan Maskhadov stringe la mano al plenipotenziario russo Alexander Lebed a margine degli Accordi di Khasavyurt del 1996

Signor Alto Rappresentante,

Mentre non passa giorno senza notizie di vittime tra la popolazione civile cecena e tra i combattenti russi e ceceni, senza che dei Ceceni, donne, bambini, uomini, non siano oggetto delle peggiori esazioni che esistano, i superstiti, tra i quali io stesso, hanno celebrato il decimo triste anniversario dell’offensiva militare lanciata l’11 dicembre 1994 dal Presidente Eltsin contro il popolo ceceno. Del milione di abitanti che contava la Cecenia di allora, più di 200.000 sono morti, 300.000 si sono rifugiati fuori del paese, decine di migliaia si sono spostati all’interno del paese, decine di migliaia soffrono delle conseguenze delle ferite ricevute, o delle torture subite. Migliaia di altri sono detenuti nelle prigioni e nei campi di “filtraggio” delle forze armate russe o dei loro collaboratori ceceni, nell’attesa del versamento di un riscatto o, più spesso, della morte dopo torture e privazioni innominabili.

Javier Solana, all’epoca Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’Unione Europea

Come sapete, ho reiterato costantemente, dalla ripresa di quella che è stata chiamata la seconda guerra di Cecenia, nell’autunno 1999, la mia volontà di risolvere questo conflitto e tutte le controversie che esistono tra la parte russa e le parti cecene mediante un dialogo con le autorità russe. Fino ad oggi, queste domande ripetute di negoziati sono rimaste senza alcuna risposta da parte delle autorità russe, salvo un discorso su una falsa normalizzazione. Nel marzo 2003, con l’intermediazione del mio Ministro degli Affari esteri, Ilyas Akhmadov, ho reso pubblica una proposta di pace che, facendosi forte dell’esperienza della comunità internazionale nel Timor orientale e nel Kosovo, voleva portare un nuovo contributo alla risoluzione di questo conflitto prendendo in considerazione i legittimi interessi, in termini di sicurezza, della parte russa, e le tre esigenze alle quali la parte cecena non può rinunciare: un meccanismo di garanzia internazionale, sotto una forma o un’altra, di ogni nuovo accordo tra le due parti; un coinvolgimento diretto, per un periodo di transizione, della comunità internazionale nella costruzione di un Stato di Diritto e della democrazia in Cecenia, e nella ricostruzione materiale del mio paese; al termine di questo periodo di transizione, una decisione finale, secondo le norme internazionali in vigore, sullo statuto della Cecenia.

Purtroppo, questa proposta, come le precedenti, come l’ultima, cioè il cessate il fuoco unilaterale che ho ordinato all’inizio di questo anno, non ha suscitato altre reazioni da parte delle autorità di Mosca se non una nuova corsa in avanti in un processo di sedicente normalizzazione della tragedia del mio popolo, col suo corteo di elezioni fraudolente, di sofisticazione delle operazioni militari, di esazioni contro la popolazione civile. Ho seguito con tutta l’attenzione che la mia condizione di presidente-resistente mi permetteva gli avvenimenti in Ucraina, la “rivoluzione arancione”, ed il ruolo, decisivo secondo me, giocato dall’unione europea, nella sua felice conclusione. Ho constatato in particolare quanto l’Europa possa essere capace ed efficace quando decide di parlare con una sola voce, mediante gli interventi dei differenti Capi di stato o di governo, o mediante quella del suo Alto Rappresentante per la Politica estera e la Sicurezza Comune. Non ignoro la complessità delle relazioni con questo grande paese che è la Federazione della Russia, né l’importanza politica ed economica di queste relazioni. Al contrario, credo che proprio perché queste relazioni sono capitali per l’Unione Europea ritengo sia fondamentale ed urgente che queste vengano costruite sulle uniche fondamenta solide che possono esserci: la libertà, la democrazia e lo Stato di Diritto.

Aslan Maskhadov al seggio elettorale durante le elezioni del Gennaio 1997, dalle quali uscì vincitore.

Purtroppo, come gli avvenimenti dell’Ucraina ci ricordano, come le derive antidemocratiche in Russia ci mostrano già da troppi anni e come la tragedia che subisce il mio popolo da dieci anni basterebbe a dimostrare, queste basi solide non esistono in Russia. Sul terrorismo, quotidiano e massiccio, dello Stato russo e dei suoi accoliti ceceni, non ritornerò. Quanto agli atti terroristici perpetrati dalle frange della resistenza cecena, li ho, come sapete, ogni volta condannati. E continuerò a farlo. Resta il fatto che questo terrorismo non ha niente a che vedere col terrorismo fondamentalista internazionale. È l’opera di disperati che hanno, nella maggior parte dei casi, perso dei parenti in circostanze atroci, e che ritengono di potere rispondere all’aggressore ed all’occupante utilizzandone gli stessi metodi. Questo non è il mio punto di vista e non lo sarà mai. In effetti ho fatto tutto ciò che era in mio potere affinché le azioni della resistenza cecena si iscrivessero rigorosamente dentro il perimetro del diritto internazionale di guerra. Quando non riesco a prevenire il terrorismo, fallisco solamente in circostanze dove nessuno potrebbe riuscire. Il terrorismo all’opera in Cecenia, che sia opera delle forze di occupazione o di elementi isolati della resistenza, nasce e prospera sulla guerra, sulle violenze più abiette e sulle violazioni quotidiane e di massa dei diritti più fondamentali. Solo la pace e la democrazia possono scongiurarlo. Lungi dal volere esagerare l’importanza del mio popolo negli affari del mondo e dell’Europa, resta il fatto che è oggi vittima di un lento sterminio e che la questione cecena costituisce, per il potere di Mosca, un elemento chiave nella sua opera di decostruzione della democrazia e dello Stato di Diritto o, se si preferisce, di costruzione di uno Stato autoritario, para o pseudo-democratico.

Negoziati a Novye Atagi.  Al centro – Isa Madaev, Gennady Troshev, Aslan Maskhadov. Foto dall’archivio di S. K. Kondratenko

So che il mio paese non è il Kosovo, e la Russia non è la Serbia. Ma so, perché l’ho visto durante la crisi ucraina, che quando l’unione europea è animata da una volontà, è in grado di contribuire a sventare ciò che sembrava ineluttabile. Ecco perché mi permetto di suggerire che attraverso di lei, l’Unione Europea si dia per compito di affrontare la questione della tragedia cecena in vista di creare le condizioni perché possano aprirsi, sotto gli auspici dell’Unione Europea e di qualsiasi altro Stato od organizzazione internazionale che giudicherà opportuno coinvolgere, dei veri negoziati tra il mio governo ed il governo del Presidente Putin. Per approfondire alcune di queste riflessioni, sarei molto felice se poteste incontrare, non potendo io stesso per il momento avere questo onore, Umar Khanbiev, mio rappresentante generale in Europa e ministro della Sanità nel mio governo. Ringraziandovi della vostra attenzione e con la speranza di leggervi, la prego di gradire, Signor Alto Rappresentante, l’espressione della mia più alta considerazione,

Aslan Maskhadov 
Presidente del Repubblica Cecena di Ichkeria.

Appena un mese e mezzo dopo, l’8 marzo 2005, il Presidente venne ucciso a Tolstoy Yurt in circostanze ancora da chiarire. La lettera a Solana fu l’ultimo suo comunicato ufficiale. Letta a posteriori, sembra quasi un testamento politico: in essa Maskhadov si dissociava dal terrorismo, pur sforzandosi di inquadrarlo in uno spazio differente da quello portato avanti dall’islamismo militante che in quegli anni iniziava la sua offensiva contro il mondo occidentale, e che avrebbe insanguinato mezzo pianeta nel quindicennio successivo. La lettera seguiva il cessate – il – fuoco unilaterale con il quale il Presidente della ChRI aveva dimostrato al mondo di essere ancora in grado di essere ubbidito dai suoi, e di poter quindi porre fine alla spirale di violenza nella quale la Seconda Guerra Cecena aveva portato il suo paese e l’intera Russia. La sua morte, tuttavia, pose fine a qualsiasi residua possibilità, invero molto remota, che Putin si sedesse ad un tavolo come aveva fatto il suo predecessore Eltsin dieci anni prima.

“IO, MESSIA DELLA TERRA CECENA” – INTERVISTA A DZHOKHAR DUDAEV

Dzhokhar Dudaev pronincia il suo giuramento come Presidente della Repubblica Cecena durante la cerimonia di investitura. Grozny, 9 Novembre 1991

Il 12 Dicembre la giornalista italiana Maddalena Tulanti intervistò il Generale Dudaev nel Palazzo Presidenziale. La cosiddetta “operazione per il ripristino dei diritti costituzionali” era appena iniziata, ed il Raggruppamento delle Forze Unite dell’esercito federale era appena entrato in Cecenia con l’obiettivo di rovesciare il governo separatista e riannettere la Cecenia. Di seguito riportiamo il testo integrale di quell’intervista.

Grozny, 12 Dicembre 1994

Mentre i tank russi sono a due passi da Grozny entriamo nello studio dell’uomo che ha sfidato mosca “per restituire la terra ai ceceni”. “Noi non siamo russi – dice – e non vogliamo vivere sotto i russi. Siamo pronti a difenderci”. Entriamo nel palazzo presidenziale alle 17:30. La piazza è completamente al buio, s’intravedono solo le sagome delle decine di uomini armati che pattugliano da ogni lato. Il portavoce del presidente, Movladi Ugudov ci conduce dal quarto piano dove lo incontriamo al nono attraverso una scala nascosta. Anche qui non ci sono luci. Questione di sicurezza capire. Si capiamo ma fa un certo effetto scontrarsi con un mitragliatore che scende di corsa dalla parte opposta. Poi penetriamo in un’altra ala del palazzo e questa è illuminata. Ci sono quattro uomini armati fino ai denti che alzano appena gli occhi per salutare. La stanza dove lavora Dzhokhar Dudaev il ribelle è quella adiacente. E’ la stanza più sicura del palazzo. Anche se bombardano non la colpiranno mai, continua nelle spiegazioni Movladi. Diciamo solo “meno male” ma non gli chiediamo perché. Dudaev entra dopo pochi minuti. Veste come al solito la tuta mimetica. E’ pallidissimo e i suoi baffetti sembrano ancora più neri. Ha cinquant’anni e qualche anno fa era ritenuto molto affascinante del fascino della gente del Sud, sguardo morbido e sorriso accattivante. Ma provare a fare la guerra alla Russia non è facile, e sicuramente non ringiovanisce.  Pilota di bombardieri nucleari e cintura nera di karate, conosce sei lingue oltre al ceceno materno: il russo, il kazako, l’estone, l’ucraino, l’uzbeko e l’inglese. Viene considerato una persona dura, energica, comunicativa, con una grande forza di volontà. Dicono anche che si ritiene un inviato, un messia per restituire ai ceceni la terra sottratta loro dai russi. Non sappiamo se è la sua prima o la sua ultima intervista ad un giornale italiano, perché i russi sono a due passi da Grozny e si attendono da un momento all’altro. Probabilmente non lo sa nemmeno lui.

Dudaev tiene una conferenza stampa

Preferisce essere chiamato Generale o Presidente?

Io faccio sempre scegliere alle signore. Decida lei.

Allora la chiamerò Presidente. Ho più dimestichezza con i civili. Signor Presidente, perché ha staccato la Cecenia dalla Russia?

E perché gli altri paesi si sono staccati?

La sua è dunque una lotta per l’indipendenza?

L’indipendenza non è uno scopo in sé. Ci sono principi che non consentono ad un intero popolo di vivere secondo l’immagine e la somiglianza di un altro. I ceceni sono preparati a vivere secondo le propria immagine e somiglianza e non quella dei russi.

E tuttavia i russi dicono che questa è terra loro.

Possono dire quello che vogliono. Anche l’Italia è territorio russo, potrebbero dire. Gli appetiti di Mosca sono notevoli. Dicono che possono arrivare fino all’Oceano Indiano, al Bosforo e alla Manica. E allora bisogna lasciarli fare? Cominceranno dalla Cecenia e arriveranno fino alla Manica e al Bosforo. Se non c’è un meccanismo internazionale di controllo delle aggressioni esse entreranno in ogni casa.

Lei pensa che entreranno sul serio a Grozny?

Sono già entrati. E più di una volta. Il 26 Novembre è stata la quarta. Erano già venuti nel ’91 mentre ancora c’erano in cecenia settantamila loro soldati, nel ’92 hanno occupato parte del territorio con i blindati, nel 093 hanno organizzato un golpe armato dell’opposizione, infine l’aggressione aperta di questi giorni. In Cecenia è possibile entrare solo con la armi in pugno, e da noi è in corso una guerra, anche se non dichiarata.

Della Cecenia si parla malissimo. Che è un covo di banditi che nascoste la mafia…

Anch’io ho letto tante cose cattive sull’Italia, eppure so che non è così. Quello della mafia cecena è un mito inventato di sana pianta per discriminare il mio popolo. Agli usurpatori serve sempre un fattore su cui speculare. Dopo la mafia hanno inventato il fondamentalismo islamico, cosa avranno in comune Dio solo lo sa. Quando si è sciolta l’URSS mentre in Russia non nasceva nessun potere legittimo in Cecenia si metteva su invece uno Stato di diritto.  Oggi si vede distruggere questo stato. Il 26 Novembre la città è stata invasa da oltre 170 unità corazzate, da cinquemila mercenari, da aviazione d’urto che hanno colpito con bombe e missili. E’ un precedente. I russi vogliono far sapere che faranno così in qualunque altra parte dell’impero.

Dudaev attorniato dai suoi seguaci durante le prime fasi della Rivoluzione Cecena

Tutti i ceceni sono con lei? E l’opposizione?

In ogni popolo ci sono elementi criminali ma li sistemeremo. E poi anche se volessi non potrei più indietreggiare. I ceceni non me lo permetteranno. L’indipendenza è un diritto vitale.

Quale strada per la pace?

L’unica strada pacifica. Le strade militari non portano da nessuna parte, né tantomeno alla pace. La Russia è un pericolo per il mondo. I massimi dirigenti politici russi chiedono ai militari la soluzione politica per un conflitto che è squisitamente militare. E quando si chiedono soluzioni ai militari si è già al collasso.

Quanto durerà tutto ciò?

La Russia è imprevedibile. Non esiste analisi, prognosi, diplomazia, legalità attendibile. Non si può credere a nulla. Avanzano come tori contro la pezza rossa, hanno costantemente bisogno di problemi esterni perché hanno paura di confrontarsi con quelli interni. Questo popolo è profondamente malato di russismo. Il mondo deve curare la Russia, ma nessuno vuole farlo.

Come bisognerebbe curarla?

Costringendola a rispettare il diritto internazionale da un lato e quello di Dio dall’altro. Il Vaticano potrebbe svolgere un ruolo importante.

E’ una richiesta ufficiale?

Ci siamo già rivolti al Papa perché della Chiesa ortodossa non ci fidiamo, serve troppo gli interessi del Cremlino.

Perché si è rivolto a Gorbaciov?

Lo considero un riformatore straordinario. Ha avviato una causa importante e io sono convinto che ha ancora un futuro e che è l’unico in grado di guidare la Russia di oggi.

Ma i russi non la pensano così…

Nell’85 e nell’87 lo accoglievano con le lacrime agli occhi. Può cambiare di nuovo. Non faccio pronostici ma per me il suo ritorno curerebbe molti mali cronici della Russia. Al potere ora sta gente di strada. Eltsin ha   goduto dell’onda d’urto di Gorbaciov e poi ha scaricato lui e tutti i veri democratici. Oggi è attorniato da avanzi di galera. Le dico una cosa: in Russia arriveranno al potere forze terribili armate di soldi e armi. E sarà una tragedia.

Lei ha rimpianto per l’URSS?

Si poteva e si doveva fare diversamente, con graduali riforme democratiche. Sarebbe stato meglio per tutti. L’URSS è andata a rotoli e il tentativo di tenerla insieme ha generato violenze lungo tutto il perimetro dell’impero.

Qual è la Cecenia che sogna?

Libera.

Libera nella CSI?

Dovrà decidere il popolo.

Mi dica della guerra: ci sarà sul serio?

E’ una domanda difficile. Se dipendesse da me pur di non farla mi brucerei sulla piazza pubblica. Ma non dipende da me. Ho detto che se non vado a genio alla Russia o al mondo che si riconosca il diritto di esistere della Repubblica cecena e io andrò a coltivare i fiori. Io non sono un politico. Come soldato sono capace di dire solo quello che vedo. E dopo tanti anni non si possono cambiare le proprie abitudini.

Ho letto che viene definito il nuovo Shamil

Non bestemmiamo. Shamil fu un uomo geniale, mise in ginocchio i russi per 20 anni,  costruì il primo grande stato caucasico, io mi sono occupato solo della piccola Cecenia.

Su chi può contare?

Su Dio.

Solo?

Solo.