LEZIONI DI GUERRA – Intervista a Magomed Khambiev

Nato a Benoy nel 1962, Magomed Khambiev pose le basi della sua carriera nella Repubblica Cecena di Ichkeria alla guida di un battaglione del Servizio di Sicurezza Nazionale mobilitato nel Dicembre del 1994. Dopo aver combattuto alla testa del suo reparto fino al 1996 (guadagnandosi le più alte onorificenze militari) alla fine della guerra venne nominato da Maskhadov Comandante in Capo della Guardia Nazionale, per poi ottenere, nel Luglio del 1998, il dicastero della Difesa. Entrato in clandestinità allo scoppio della Seconda Guerra Cecena, nel 2004 decise di arrendersi, entrando a far parte dell’establishment del governo di Ramzan Kadyrov e venendo eletto deputato al parlamento nelle file dell’Unione delle Forze di Destra (SPS). Questa intervista, rilasciata alla rivista “Small Wars Journal” apparve in rete nel Giugno del 1999, poco prima che scoppiasse la Seconda Guerra Cecena.

IL BATTAGLIONE BAYSANGUR

Nel 1992 ero comandante del Battaglione “Baysangur”, circa 150 uomini, Nel 1994 sono stato decorato ed ho ricevuto una spada d’onore. Successivamente il Capo di Stato Maggiore, Aslan Maskhadov, mi ha nominato comandante del Distretto di Nozhai – Yurt.

Avevamo più possibilità nel 1994 che nell’Agosto 1996. Nel Dicembre 1994 il mio compito era più facile. Avevo 150 uomini, avevamo più attrezzature e mezzi di trasporto rispetto al 1996. Avevo veicoli per spostare le armi da un luogo all’altro. Maskhadov ordinò al mio battaglione di tenere Pervomaiskoye, quando i carri armati russi avanzarono. Non ci disse quali posizioni occupare, soltanto di andare lì ed intercettare i carri armati. Quando raggiungemmo Pervomaisoye trovammo un APC ed un catto armato, e li distruggemmo. Eravamo contenti, pensavamo che i russi fossero scappati. Non ci eravamo resi conto che erano l’avanguardia di un’enorme coonna. Quando attraversammo il ponte, che è vicino alla fabbrica, abbiamo visto una doppia colonna di carri. Mi sono ritrovato con 8 uomini. Abbiamo colpito un carro con un lanciagranate. Allora avevo poca esperienza in questi combattimenti. Pensavo che con tre lanciagranate avremmo potuto gestirla, attaccando la parte anteriore e la parte posteriore della colonna, per poi fuggire. Abbiamo colpito l’equipaggio di un catto armato, ma questo non ha fermato l’avanzata dei russi su Pervomaiskoye.

Magomed Khambiev da giovane, durante la Prima Guerra Cecena

Poi ho pensato di ritirarmi facendo una deviazione in fondo alla colonna. Rimanemmo fino alla sera nascosti in una casa accanto a quella in cui i russi avevano stabilito il loro quartier generale. Potevamo vederli attraverso le finestre.  Ho aspettato e mi aspettavo che controllassero la nostra casa in qualsiasi momento. Avevamo messo tutte le nostre armi e munizioni in Pensavamo che fosse la fine. I combattimenti erano in corso a Grozny, non avevamo notizie di Maskhadov. Abbiamo aspettato 2 o 3 ore aspettandoci di combattere la nostra ultima battaglia. Eravamo calmi. Poi ci siamo innervositi. Alcuni di noi decisero di andare a dormire mentre altri facevano la guardia. Alle 18 o alle 19 abbiamo sentito spari e grida. Corsi fuori, aspettandomi di essere catturato, ma mi ritrovai circondato da ceceni. Hanno iniziato a minacciarci. All’inizio ho pensato che fossero gente dell’opposizione ma non lo erano. Ci avevano notato in casa e pensavano che fossimo predoni. Per fortuna qualcuno mi ha riconosciuto. Per quanto riguarda i Russi, erano partiti per Grozny mentre stavamo dormendo. Il giorno successivo ci siamo riuniti al resto dell’unità ed abbiamo lasciato Grozny per Berdikel e Mesker Yurt, dove rimanemmo per quindici giorni a guardia di un ponte sulla linea ferroviaria nei pressi di Barguny. Poi mi ordinò di dirigermi a Gudermes.

A Gudermes non potemmo attaccare i russi, perché questi non si avvicinavano ed usavano soltanto elicotteri, bombardieri ed artiglieria a lungo raggio. A quel tempo si tenevano a distanza, evitando di attaccare da Khasvyurt, in Daghestan. Non so perché, forse avevano paura di mettersi contro gli Akkins ceceni (Ceceni del Daghestan, ndr.). Sparavano da Barguny e da Mairtup, che avevano occupato. Ad Aprile ci siamo ritirati da Gudermes al Distretto di Nozhai – Yurt, dove abbiamo assunto posizioni difensive scavando trincee. Maskhadov mi aveva nominato comandante di quel distretto. Dopo che i russi ebbero occupato Gudermes iniziarono a far avanzare le loro truppe da Khasavyurt verso Nozhai Yurt. Era un territorio molto difficile da difendere, soprattutto i campi e le aree pianeggianti, le colline nude e senza foreste. Siamo stai salvati dal fatto che i russi non sapevano dove eravamo trincerati. Conoscevamo il territorio, fummo capaci di trovare luoghi dove nasconderci e di minarne altri. Abbiamo difeso il distretto fino alla fine di Maggio del 1995, poi ci siamo ritirati a Sayasan, verso Benoy. Questo succedeva prima di Budennovsk, ci stavamo ritirando da tutte le parti, da Vedeno e da Shatoi. Per due o tre mesi abbiamo combattuto nel territorio del Daghestan. Prendemmo posto sull’altro lato del confine, che non era abitato.

Dopo la tregua di Budennovsk i russi iniziarono ad attaccare di nuovo nell’inverno del 1995. Non ci aspettavamo che avrebbero contrattaccato così velocemente. Iniziarono ad attaccare Benoy, ma dopo che prendemmo Gudermes nel Dicembre del 1995 tutto cambiò: fummo noi a prendere l’iniziativa.

LA “TREGUA” DI BUDENNOVSK

Durante il periodo di tregua che seguì Budennovsk avremmo dovuto costituire Unità di “autodifesa” russo-cecene congiunte. Ricordo un colonnello russo che era la mia controparte. Parlava con me della sua famiglia, mi diceva dove viveva, quella sua la figlia era malata. Fu una tregua di breve durata e più tardi durante la guerra lo incontrai ancora. Abalaev mi ha avvertito che i russi stavano progettando di stabilire una base a Zandak nonostante gli accordi che avevamo raggiunto dopo Budennovsk. Sono stato mandato a negoziare e ritrovai lo stesso colonnello. Fingeva di non essere responsabile della decisione, diceva che quegli ordini provenivano dall’alto. Ho detto “va bene, ma voglio parlarti da solo, senza testimoni”. Gli ho chiesto “tua figlia è ancora malata?”,  “La tua famiglia vive ancora a questo indirizzo?” Ha risposto “sì”; forse si era dimenticato di lui mi aveva dato quell’informazione. Gli ho detto “se non smantelli questa base da Zandak, la situazione della tua famiglia peggiorerà ulteriormente. Ti do mezz’ora per uscire di qui”. È uscito per dare gli ordini e 15 minuti dopo non c’erano più.

Aslanbek Abdulkhadzhiev (a sinistra) Shamil Basayev (al centro) ed Aslanbek Ismailov (a destra) tengono una conferenza stampa durante il sequestro dell’ospedale di Bunenovsk.

Tra marzo e agosto 1996, la situazione a Nozhay Yurt rimase tranquilla. Non c’erano azioni militari, solo attività di ricognizione e intelligence. I comandanti russi ci hanno contattato più volte durante quel periodo implorandoci di non avviare alcuna azione perché i negoziati erano imminenti. I russi non volevano morire, e nemmeno noi. Loro sono rimasti nelle loro basi e hanno aspettato. Avevano tutto: aviazione, GRAD, ma comunque è stato molto difficile per loro. I nostri piccoli numeri ci hanno aiutato, se avessimo avuto enormi concentrazioni di truppe come i russi, sarebbe stato più facile combatterci. Ma noi avevamo solo piccoli gruppi di 10, 20 o 30 uomini che erano ovunque e da nessuna parte. I russi avevano un’enorme concentrazione di forze: non potevamo affrontare una base con 500 carri armati e APC o più, ma sapevamo tutto e vedevamo tutto. Abbiamo cambiato tattica costantemente, a volte abbiamo tenuto posizioni difensive, a volte no. I russi non riuscivano a capire che tipo di esercito fossimo.

OPERAZIONE JIHAD

Nel Gennaio 1996 non mi aspettavo che avremmo vinto la guerra così rapidamente. Sapevamo in quale stato fosse il nostro esercito e anche se i russi erano talmente codardi che non volevano combattere, avevano comunque occupato quasi tutto il nostro paese. Non avevamo praticamente più alcun posto dove nascondersi, la nostra Repubblica è così piccola. Eravamo incoraggiati dal fatto che tutti i villaggi ci accoglievano volentieri. Questo ci dava la speranza che saremmo stati in grado di sostenere la lotta per molto tempo. Ma sapevamo che era molto difficile per la nostra popolazione, sapevamo che la popolazione aveva sofferto a causa nostra, che la Milizia del Ministero dell’Interno (russo, ndr) stava uccidendo i civili. Non pensavamo che avremmo vinto subito, ma che saremmo stati in grado di farlo. C’era ancora una piccola speranza.

Dopo il Marzo 1996, tutto è cambiato. Abbiamo capito che potevamo riconquistare la capitale o qualsiasi altro distretto della Repubblica in qualsiasi momento, ed abbiamo scelto. Maskhadov ci ha sempre detto: “Abbiamo Grozny in riserva come ultima risorsa”: Maskhadov ha dato l’ordine ai comandanti di prepararsi ad un assalto a Grozny ad inizio Giugno. Questa informazione era tenuta segreta, soltanto i comandanti lo sapevano. Avevamo diviso i comandanti settore per settore. Il mio settore era Pervomaiskoye. Avevo una mappa del distretto. Ho mandato degli uomini a controllare il percorso, per capire cosa avremmo dovuto affrontare – per esempio il campo di filtraggio russo a Pervomaiskoye. Questo può provare un grosso problema, che i russi usavano i prigionieri come ostaggi. Ho dovuto liberarli prima che potessimo avanzare su Grozny. Sapevo che era difficile perché il campo era estremamente ben difeso e protetto. Personalmente ero stanco, speravo che mi mandassero ovunque, ma non a Grozny. Sapevo che Grozny significava vittoria o morte. Non ci sarebbe stato modo di tornare indietro. Le truppe russe erano ovunque e sapevo che se le cose fossero andate storte non avrei avuto modo di fuggire da Pervomaiskoye. Avrei avuto difficoltà anche ad evacuare i feriti. Volevo restare a Benoy e combattere e morire piuttosto che andare a Grozny. Conoscevo il mio Distretto di Nozhai Yurt. Temevo che sulla strada per Grozny potessimo finire in un’imboscata, morendo inutilmente. Ma gli ordini erano ordini.

Tuttavia, due o tre giorni dopo l’inizio delle operazioni militari cominciai a cambiare idea ed a rendermi conto che forse ce l’avremmo fatta. Ho capito allora che i russi non volevano più combatterci. Ma ho dubitato finchè non è stato ovvio che stavamo vincendo. Anche se sapevo che combattere a Grozny sarebbe stato più facile, per inclinazione volevo combattere nel mio territorio. Sono sicuro che molti uomini la pensassero così.

Carro armate dell’esercito federale catturato dai separatisti durante l’Operazione Jihad

Pervomaisoye era la porta per Grozny e per l’aereoporto. E’ stato a Pervomaisjoye che i combattimenti furono più feroci. Dopo che i russi ci dettero un ultimatum di 48 ore, trasferirono più di 1000 tra carri e APC dall’edificio della Doikar – Oil all’aereoporto, che ne ospitava approssimativamente altrettanti. Aspettammo la scadenza dell’ultimatum, quando questa armata si sarebbe mossa contro di noi. Avevamo preparato barili con benzina, granate, mine ad ogni occasione. I carri armati avevano una protezione anti – granata. Abbiamo raccolto i proiettili dei carri armati e ne abbiamo ricavato delle bombe. Eravamo 80 uomini e abbiamo aspettato. Avevamo 12 lanciagranate, con 3 o 4 colpi.  Avevo uno Shmel. Dotazioni da considerarsi straordinarie! Nessuno aveva sollevato la questione di cosa potesse accaderci.

Ho ricevuto i miei ordini da Maskhadov il 5 Agosto. I russi avevano occupato il Distretto di Nozhai Yurt. Sono partito subito con i miei uomini. Abbiamo guidato da Benoy a Dzhalka. A partire da Dzhalka siamo scesi ed abbiamo proseguito a piedi. Trasportavamo tutta la nostra attrezzatura. Io trasportavo 65 kg di armi e munizioni. Verso le 8 del mattino abbiamo raggiunto i nostri obiettivi – Pervomaiskoye. La strada principale e la fabbrica di latta, sulla strada per l’aereoporto, tra i grattacieli. L’ordine era di essere in posizione tra le 5 e le 6 del mattino, ma eravamo stati ritardati da diverse imboscate lungo il percorso. Basaev era al mercato centrale. Una volta trovata una posizione comoda negli edifici più alti, con acqua e cibo, talvolta riuscimmo anche a farci qualche bagno durante la notte! Ci furono pesanti combattimenti tra il 7 ed il 12 Agosto e rimanemmo a corto di munizioni, perché i nostri rifornimenti non erano riusciti ad arrivare. Fortunatamente riuscimmo a trovare le munizioni nei carri armati che distruggevamo: 37 in tutto per il mio gruppo. Controllavamo l’unica via d’uscita da Grozny per i carri armati russi. Combattemmo nel distretto per 12 giorni. 3 dei miei uomini rimasero uccisi e 3 feriti. Ascoltavamo le comunicazioni radio russe in cui si diceva che avevano perso 200 uomini in un posto, tanti dispersi senza notizie in un altro. In questo modo potevamo capire quali obiettivi stessimo conquistando.

LINEE DI COMUNICAZIONE

Non è stato facile interrompere le linee di comunicazione dei russi. Ad esempio: loro avevano un quartiere generale a Nozhay Yurt ed una base a Sayasan. Il quartier generale doveva provvedere alla logistica di Sayasan: noi mandavamo due o tre uomini a scavare nel guado sul fiume che porta a Sayasan. Loro avevano molta paura delle mine, davanti ai loro carri armati e APC mandavano sempre dei genieri. Noi non abbiamo mai avuto molta difficoltà a comunicare tra di noi. Potevamo muoverci liberamente, io potevo facilmente raggiungere a piedi Vedeno da Nozhai Yurt, se necessario. L’ho fatto diverse volte attraverso strade secondarie. La prova più eclatante di questo fatto fu il nostro ingresso a Grozny nonostante gli elicotteri, gli aerei da caccia ed i posti di blocco: non fu un problema.

CECCHINI

I russi chiamavano “cecchino” qualsiasi uomo con la mitragliatrice. Ma non avevamo cecchini appositamente addestrati. Chiaramente mi vantavo di avere granatieri, cecchini, genieri, anche “carristi”. Ma in realtà i ruoli erano intercambiabili. Tutti i combattenti ceceni sapevano come usare armi diverse. Ciò era legato al nostro naturale interesse per le armi, e alla necessità. Avremmo usato qualsiasi arma sulla quale saremmo riusciti a mettere le mani. Non dicevamo ai nostri uomini “tu sei un cecchino, questa è la tua posizione, rimani lì”. Piuttosto gli uomini venivano da noi e ci dicevano: “Ho un fucile da cecchino, voglio usarlo, posso aiutare?”

GLI “SHMEL”

Ricordo un episodio divertente: avevamo uno Shmel (lanciarazzi portatile per la fanteria, ndr.) che portavo ovunque, perché era la migliore arma del mio battaglione. C’era un carro armato di fronte all’edificio in cui ci trovavamo. Era facile fallire perché non avevamo un posto dove nasconderci e la visibilità era scarsa. Uno dei miei uomini gridò: “sbrigati, spara!”. Il cannone era già rivolto verso di noi. La casa era piccola, io ero in cucina. C’era un balcone ma se fossi uscito sarei stato ucciso. Mi sono guardato intorno. Il soffitto era basso, c’era un tavolo, sono saltato sul tavolo ed ho sparato senza pensare, senza mirare correttamente. Non ricordo esattamente cosa successe dopo, sono caduto dal tavolo, mi sono bruciato. Pensavo che fosse stato il carro a sparare. Sono corso fuori dalla casa urlando che stavo andando a fuoco. Ma era il calore del mio Shmel –  stavo sparando troppo a ridosso del muro. Il carro armato era stato distrutto.

Gli unici Shmel che avevamo erano quelli che avevamo preso o comprato ai russi. Tutte le unità russe, sia della Milizia che del Ministero della Difesa, erano dotate di Shmels. Le unità della Milizia avevano molti contractors: era più difficile acquistare armi da loro. Anche loro vendevano le armi, ma era più facile comprarle da giovani coscritti.

Magomed Khambiev nel Febbraio 1997 , Comandante della Guardia Nazionale

MISSILI ANTIAEREI

Avevo un missile a ricerca di calore a Nozhai Yurt, con il quale riuscimmo ad abbattere un elicottero. Questo è stato l’unico caso al quale ho assistito durante la guerra. L’uomo che lo ha abbattuto ha ricevuto una decorazione. Successivamente abbiamo usato le mitragliatrici contro gli elicotteri, ma senza risultato. Potevi vedere le scintille sprizzare dalla lamiera degli elicotteri, ma questo era tutto. Quando inizi a sparare su un elicottero, questo vira sul lato placcato in titanio, esponendolo al fuoco.

ARMI “TROFEO”

Ricordo come Isa Ayubov, vice capo della logistica, fu assediato in una casa vicino al cinema “Jubilee” nel centro di Grozny. Quando siamo venuti in suo aiuto c’erano così tanti cadaveri, era spaventoso. Circa 100, forse 200 morti giacevano in un mucchio. I russi continuavano ad avanzare nell’edificio di Ayubov, e mentre avanzavano venivano uccisi. Come avanzavano, venivano uccisi. Non si rendevano conto di dove stavano andando. Non capivano da dove gli stessimo sparando. Si muovevano come un’onda umana senza avere il tempo di sparare. L’assedio finì quando si fece buio. Uscimmo dall’edificio, raccogliemmo tutte le armi – c’era di tutto, lanciagranate, fucili da cecchino e automatici. C’era l’imbarazzo della scelta. Molte persone non avevano le armi. Ci seguivano e cercavano di prenderle. E noi abbiamo sempre distribuito loro le armi. A volte le le persone cercavano armi semplicemente per rivenderle. Li vendevano ad altri ceceni sottocosto o li barattavano con farina, zucchero ecc. In alcuni casi interi battaglioni furono armati con armi  -trofeo. Di solito combattevamo con armi russe. Non avevamo una nostra produzione né forniture estere.

I RUSSI

La propaganda russa affermava che tutti i ceceni erano uomini d’affari che erano interessati soltanto al benessere, che Dudaev aveva 100 uomini, non di più, i quali sarebbero fuggiti davanti all’esercito russo. Nonostante le rassicurazioni di Pavel Grachev che la Cecenia sarebbe stata conquistata in una settimana, gli ufficiali russi hanno capito subito che non sarebbe stato così. Quando hanno attraversato il confine con l’Inguscezia verso la Cecenia, hanno visto che non c’era nessuno che stesse scappando via. Già a quel punto iniziarono ad essere riluttanti a marciare. Mi ricordo come gli elicotteri russi stessero sparando alle spalle delle loro truppe per farle avanzare durante l’invasione.

Non ho notato alcuna differenza di prestazione tra le formazioni militari russe. Forse i russi ebbero i loro eroi durante la guerra, ma i loro commando e le truppe della milizia non si comportarono essenzialmente meglio di quelle ordinarie. Non avevano strategia organiche; non sapevano come combattere; il loro servizio di intelligence era scarso e di solito sbagliava; non facevano alcuna ricognizione prima di una sortita; non avevano tattiche offensive contro i nostri gruppi; non sapevano niente ed erano sempre spaventati. Ad esempio, quando noi avevamo un gruppo di 5 uomini posizionato da qualche parte, la loro intelligence ne individuava 200. Di conseguenza i nostri piccoli gruppi potevano mantenere le posizioni senza problemi, riposarsi e sparare di tanto in tanto per tenere i russi sulle spine. Che tipo di valutazioni si possono dare sulle truppe russe in queste condizioni? Sapevano di aver perso l’iniziativa. Quando un soldato ha paura non può pensare alla strategia, o alla tattica. Le truppe del Ministero della Difesa erano ragionevolmente dignitose nei confronti della popolazione civile. Penso che fosse perché sapevano che trattavamo i nostri prigionieri di guerra russi con equità. Stavano servendo e dovevano ubbidire agli ordini, come noi. Ce lo dicevano i prigionieri di guerra che erano stati costretti ad eseguire gli ordini, altrimenti avrebbero perduto i loro appartamenti, la loro pensione, qualunque cosa. Ci dissero che sapevano che quello che stavano facendo era sbagliato, ma che non avevano scelta. Ovviamente i prigionieri avrebbero detto queste cose in ogni caso. Ma c’erano vere pressioni e tanto bullismo, perché era chiaro che loro non volevano combattere.

Aydamir Abalaev (a sinistra) Aslan Maskhadov (al centro) e Magomed Khambiev (a destra) nel Febbraio 1997

Per noi era diverso, questa è la nostra terra, stavamo difendendo la nostra patria, le nostre famiglie, i nostri amici, non avevamo via d’uscita. Quando abbiamo avuto la notizia che i russi avrebbero occupato un distretto o un villaggio, avvertivamo i civili e li aiutavamo ad evacuare. Questo era l’unico modo in cui potevamo proteggere la popolazione. Tuttavia se i russi avessero saputo che c’erano dei combattenti nei paraggi, sarebbero stati più cauti. Sui blocchi stradali, o quando sapevano che non potevamo toccarli, erano più audaci e insolenti. La milizia del Ministero dell’Interno era un’altra cosa. Loro non facevano differenze tra combattenti e civili. Potevano addirittura uccidere i loro stessi soldati, impunemente. Quando catturavamo i soldati dell’MVD li trattavamo diversamente da quelli del Ministero della Difesa. Era l’MVD che conduceva le cosiddette “Zachistki”, le operazioni di polizia. Tiravano già gli uomini dagli autobus, li costringevano a spogliarsi davanti alle donne – una vergogna terribile per gli uomini ceceni – controllavano i calli sul loro corpo per capire se avessero portato armi, ma i ceceni lavorano sodo, tutti avevano calli da duro lavoro fisico. Qualsiasi uomo con un livido o una ferita veniva arrestata come boievik (bandito ndr), spesso scomparendo senza lasciare traccia.

Non c’erano schemi negli attacchi aerei e nei pattugliamenti dei russi. Non pattugliavano di notte. I nostri uomini, al contrario, sfruttarono al meglio la notte per la sorveglianza, mappando i campi minati, ad esempio. I russi durante la notte sparavano a caso.

PERSONALITA’

Dzhokhar Dudaev era molto divertente. Gli piaceva scherzare, anche quando le cose andavano molto male. Durante gli infiniti bombardamenti aerei ci diceva che questo era l’ultimo, e che i russi avevano esaurito le scorte. Gli credevamo, e mantenevamo la calma. Siamo stati fortunati per il fatto che lo stratega fosse Maskhadov. Molto può dipendere da un uomo. Maskhadov era un comandante molto bravo, ed un capo organizzato. Ha tenuto conto di ogni dettaglio. Gli piaceva che gli ordini venissero eseguiti puntualmente. Naturalmente non ti avrebbe punito se avessi fallito, ma tu ti saresti vergognato di fronte a lui se non avessi eseguito gli ordini correttamente. Questo sistema è stato molto efficace.

LEZIONI DI GUERRA

Era molto più facile combattere a Grozny che a Nozhai Yurt. Il Distretto di Nozhai Yurt era un territorio aperto, dove si doveva aspettare che i carri armati si avvicinassero entro i 500 metri per colpirli. Questa era la distanza dei nostri lanciagranate. I russi lo sapevano e non si avvicinavano mai così tanto. Avemmo molte vittime dovute al fatto che chiunque ad un certo momento doveva improvvisarsi geniere senza avere la formazione necessaria. Abbiamo imparato dalla pratica, insegnandoci a vicenda. Il risultato, tutto considerato, non fu cattivo. Cogliemmo dei brillanti successi.

La disciplina era eccellente, ma tutti prendevano iniziative personali. Prendevamo tutti le direttive dal Presidente Dudaev e dal Capo di Stato Maggiore, Aslan Maskhadov. Ad esempio, quando ci veniva detto di mantenere una posizione la mantenevamo, ma combattendo a proprio modo. Noi facevamo quello di cui c’era bisogno ma senza che ci fosse il bisogno di dirci come questo dovesse essere fatto. Nessuno si aspettava delle istruzioni specifiche. Gli uomini sapevano che cosa dovevano fare senza che glie lo dicessero. Ho capito che la nostra nazione era invincibile. Fin dall’infanzia mi è stato raccontato dei nostri antenati che combattevano con i russi. Quando era giovane avrei sempre voluto emularli. Ma non ho mai creduto o capito veramente come le persone potessero combattere per anni. Adesso lo so, e so che la nostra nazione è capace di resistere a qualsiasi prova. Questa per me è stata una lezione della guerra davvero straordinaria. Ancora oggi mi chiedo come abbiamo potuto compiere un simile miracolo. I comandanti erano uniti. Ho visto la dedizione e l’impegno che hanno motivato le persone che hanno combattuto. Naturalmente c’erano anche quelli che combattevano per mettersi in mostra, quelli che erano pronti a negoziare coi russi, ma erano l’eccezione.

Magomed Khambiev (sinistra) posa con Ramzan Kadyrov (destra) alzando il pollice in segno di complicità.

Si potrebbe dire che ogni operazione militare che abbiamo intrapreso sia stata eroica. Quando siamo andati a combattere ogni singolo uomo su 50 o 80 voleva ottenere qualcosa. Qualcuno a combattuto a modo suo. Quando nel dopoguerra mi fu chiesto di scegliere gli uomini da decorare non riuscii a farlo, perché per me erano tutti eroi. Non conoscevano la paura. Una volta a Grozny uno dei miei uomini stava cercando di colpire un carro armato con un “mukha” ma non ci riusciva. Mi ha chiedo aiuto gridandomi. Io ho sparato due volte dal balcone ed ho colpito il carro armato. Sapevamo tuti che era pericoloso sparare più volte dalla stessa finestra perché i russi se ne sarebbero accorti, ma quell’idiota saltò giù dal balcone urlando “Allah U Akbar!!!” senza alcuna preoccupazione per la sparatoria che stava infuriando. Ho afferrato quello sciocco e l’ho trascinato di nuovo dentro la stanza.  Potrei passare giorni a raccontare le gesta dei miei uomini, erano tutti coraggiosi.

Altri comandanti affermarono di avere 500 uomini, anche 1000, ma io non ne ho mai avuti più di 150. Era l’inizio della guerra. Successivamente il nostro numero variava tra i 50, gli 80 e i 100. Il numero più basso lo raggiungemmo durante il nostro ritiro a Benoy, quando ne rimasero solo 40. Ma fu più facile operare con un piccolo gruppo. Conoscevo tutti i miei uomini, sapevo di cose fosse capace ognuno di loro. Sapevo di potermi fidare di loro. Abbiamo vinto insieme. Pervomaiskoye, durante l’assalto a Grozny dell’Agosto 1996 fu il nostro coronamento.

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