MOVIMENTI POLITICI – Da una costola del Fronte Popolare nasce l’associazione nazionalista Bart (“unità”). I suoi aderenti si radunano intorno alla rivista omonima, la cui redazione è guidata dallo scrittore Zelimkhan Yandarbiev. Inizialmente partecipata per lo più da giornalisti e intellettuali quali Said Khasan Abumuslimov, Lema Usmanov e Musa Temishev, ben presto raccoglierà una vasta platea di giovani nazionalisti, e passerà dalle battaglie culturali alla lotta politica.
1 Luglio
PARTITO COMUNISTA – L’ex Ministro dell’Agricoltura Doku Zavgaev viene eletto Primo Segretario del Comitato Regionale del PCUS. E’ il primo ceceno a ricoprire il ruolo di massima guida politica dai tempi della deportazione. I ceceni vivono questo evento come l’inizio di un processo di emancipazione politica e culturale, da realizzarsi tramite il riconoscimento delle ingiustizie patite sotto il regime stalinista e la riscoperta della lingua e delle tradizioni nazionali. Anche gli ingusci, che condividono con i ceceni lo stesso spazio politico della Repubblica Socialista Sovietica Autonoma (RSSA) Ceceno – Inguscia, salutano l’elezione di Zavgaev come un’opportunità per riottenere il Distretto di Prigorodny, un’area storicamente appartenente all’Inguscezia annessa nel 1944 alla vicina Ossezia del Nord e mai restituita.
10 – 15 Agosto
MANIFESTAZIONI POLITICHE – Manifestazioni spontanee non autorizzate si tengono a Magobek e ad Achkhoy – Martan. I contestatori chiedono la sostituzione di alcuni alti dirigenti distrettuali e direttori d’azienda, colpevoli di “rallentare la Perestrojka”
15 Agosto
MANIFESTAZIONI POLITICHE – Dopo molti mesi di mobilitazioni di carattere ambientalista e culturale l’Unione per il Sostegno alla Prestroika, ribattezzata Fronte Popolare della Cecenia – Inguscezia, inizia a spostare la contestazione su temi politici. Centinaia di manifestanti si radunano per protestare contro funzionari di partito e direttori di giornale accusati di sabotare la Perestrojka. A Grozny militanti del Fronte Popolare si radunano davanti alla Casa della Stampa, chiedendo le dimissioni del direttore del “Lavoratore di Grozny”, Bezugly, accusato di promuovere idee conservatrici.
4 Novembre
Il Congresso dei Deputati del Popolo dell’URSS, nuovo organismo legislativo dell’URSS varato da Mikhail Gorbachev per incentivare l’evoluzione democratica del sistema sovietico, promulga una dichiarazione Sul riconoscimento dell’illegalità di tutti gli atti delittuosi contro i popoli che hanno subito una deportazione forzata. Per la prima volta la deportazione dei Ceceni e degli Ingusci viene ufficialmente considerata un atto criminale. Il testo della legge, tra le altre cose, riporta: “Il Soviet Supremo dell’URSS condanna inequivocabilmente la pratica del reinsediamento forzato di intere nazioni come il più grave crimine contrario ai fondamenti del diritto internazionale, ed alla natura umanistica del sistema socialista. Il Soviet Supremo dell’Unione delle Repubblica Socialiste Sovietiche assicura che la violazione dei diritti umani e delle norme dell’umanità da parte dello Stato non accadranno mai più nel nostro paese.” La dichiarazione termina con il proposito di “[…] adottare le misure legislative necessarie all’incondizionato ripristino dei diritti di tutti i popoli vittima della repressione sovietica.”. Quest’ultimo paragrafo incoraggia gli ingusci a chiedere con maggior insistenza il ritorno del Distretto di Prigorodny, rivendicando il supporto del governo centrale nella loro rivendicazione e chiedendo a Zavgaev di farsi portatore di questa istanza presso il Congresso dei Deputati del Popolo dell’URSS.
la “Fiamma Eterna” ai caduti della Grande Guerra Patriottica, nel pieno centro di Grozny. Sullo sfondo l’Hotel Kavkaz.
Tra i numerosi libri di memorie pubblicate dai protagonisti della storia recente cecena, una in particolare è da menzionare per l’intensità dei racconti che contiene. Si tratta delle memorie di Alla Dudaeva (al secolo Alevtina Fedorovna Dudaeva) moglie del primo Presidente della ChRI Dzhokhar Dudaev. Alla accompagnò il marito per quasi tutto il corso della sua vita: di origini russe (era figlia di un alto ufficiale dell’Armata Rossa) dopo averlo sposato nel 1969 lo seguì nella sua parabola politica come leader della Repubblica Cecena di Ichkeria, gli stette accanto in ogni momento, fino alla sua morte. Nel periodo interbellico collaborò con il Ministero della Cultura, senza tuttavia occupare alcun ruolo politicamente rilevante, ed allo scoppio della Seconda Guerra Cecena scelse la via dell’esilio, trasferendosi in Azerbaijan, poi in Turchia, infine in Svezia, dove risiede tutt’ora. Non avendo mai rinnegato le posizioni politiche del marito, collabora con il cosiddetto “Governo Idigov”, ricoprendo la carica formale di “Presidente del Presidium del Governo della Repubblica Cecena”. All’attività politica affianca quella professionale: come scrittrice professionista ha lavorato alla pubblicazione di numerosi libri, mentre come pittrice tiene mostre dei suoi dipinti in molti paesi del mondo.
Il suo libro “Million First” (tradotto in francese col titolo: “Le loup tchécthène: ma vie avec Djokhar Dudaev” racconta la vita dell’amato marito, la storia della loro famiglia ed il corso avventuroso e terribile degli ultimi anni di vita di Dudaev visto dalla prospettiva di una moglie devota e innamorata. Sicuramente potrà mostrargli uno specchio della sua tenacia. In questo articolo riportiamo alcuni passi.
La copertina del libro di memorie di Alla Dudaeva, “Million First”
Il primo tema di interesse storico è il punto di vista di Alla sugli eventi che portarono alla salita al potere del marito:
Nell’Ottobre 1990, su invito del comitato organizzatore, Dzhokhar arrivò a Grozny, facendo un viaggio di lavoro di diversi giorni, e partecipò al primo congresso nazionale del popolo ceceno, dove fu formato un comitato esecutivo. La dichiarazione sulla proclamazione dell’indipendenza della Repubblica Cecena di “Nochchiycho” fu adottata, la sua adozione provocò un generale giubilo di esclamazioni di “Allah Akhbar!” In chiusura ha risuonato il discorso infuocato di Dzhokhar Dudaev, che poche persone conoscevano prima, ma dopo il congresso l’intera repubblica ha iniziato a parlare di lui.
“Il suo discorso brillante, la risolutezza e l’intensità, la franchezza e la durezza delle affermazioni – un fuoco interiore, che era impossibile non sentire – tutto questo ha creato un’immagine attraente di una persona in grado di affrontare il caos del tempo dei guai. Era un mucchio di energia accumulata proprio per un momento del genere; una molla, momentaneamente compressa, ma pronta a drizzarsi al momento giusto, rilasciando l’energia cinetica accumulata per adempiere al nobile compito cui era destinato (Musa Geshaev).”
Quando è iniziato il confronto tra il popolo e il governo, Dzhokhar è arrivato con una delegazione del Comitato Nazionale ceceno da Doku Zavgaev, e gli ha suggerito: “Doku, sei un ceceno, con quale sfarzo è stata celebrata la tua elezione a Segretario del Comitato Regionale della Repubblica Socialista Sovietica Autonoma Ceceno – Inguscia, quanto eravamo felici io e tutto il popolo. Non restiamo nemici, guidiamo il movimento nazionale per l’indipendenza e tu sarai il Capo dello Stato. Ti do la mia parola che l’intero popolo ceceno ti sosterrà […]” Al che Doku disse “Ho bisogno di pensare, risponderò tra tre giorni” e non ripose. La gente quindi emise il verdetto: l’era del governo Zavgaev era finita.”
LA RIVOLUZIONE CECENA
Il culmine della cosiddetta “Rivoluzione Cecena”, cioè del sommovimento popolare che portò al rovesciamento dell’ordine costituzionale ed alla proclamazione di indipendenza, si ebbe il 27 Ottobre 1991 allorchè, al termine di una tornata elettorale organizzata dai separatisti, Dzhokhar Dudaev fu eletto Presidente della Repubblica Cecena indipendente. Alla Dudaeva descrive così quei momenti:
“La notte del risveglio dello Stato divenne magica. Fuochi d’artificio in piazza, balli e canti, preghiere degli anziani: tutto era mischiato in un inno generale di ringraziamento, un inno di gioia e speranza per una vita libera e dignitosa, per un futuro luminoso per figli e nipoti. Nessuno porterà mai più via ai ceceni la loro patria benedetta! Libertà o morte!
La piazza era agitata come un mare umano traboccante di fiati, pensieri e conversazioni. Sotto i raggi dei riflettori scintillanti, apparve la figura piccola e snella del Presidente in abito nero, che era poggiata con grazia su di esso. Dzhokhar salì sul podio, si raddrizzò, iniziò a parlare con entusiasmo: non si udì nulla, qualcuno aveva tirato il microfono. […] Gli appassionati iniziarono cercare febbrilmente e dopo venti minuti salirono su di un auto su di un microfono altoparlante. Il discorso infuocato di Dzhokhar risuonò nella piazza. Centinaia, migliaia di occhi, illuminati dalla speranza, videro davanti a loro quanto sarebbe stata meravigliosa la libera terra cecena. “Il percorso è arduo, ma dobbiamo percorrerlo, non importa quanto difficile potrà essere. Andiamo! Io credo in voi, credo nella mia gente!”
[…] Poi sono iniziate le domande. Un vecchio con una lunga barba bianca, seduto in prima fila, ha chiesto: “Dzhokhar, cosa faremo se la Russia non ci riconosce, se l’America non ci riconosce?” Dzhokhar si appoggiò allo schienale e lo fissò. Il suo viso pallido brillava alla luce dei riflettori, i suoi occhi brillavano: “E cosa possiamo ottenere dal loro riconoscimento? Per migliaia di anni i nostri antenati hanno vissuto sulle montagne senza il loro riconoscimento! Persone libera su una terra libera! Tutt’intorno ci sono montagne, foreste e fiumi nativi! Hanno vissuto senza il loro riconoscimento, e noi ugualmente vivremo! Lascia che ci ringrazino se noi li riconosciamo!” E iniziò a ridere. La sua risata contagiosa si riversò nella piazza e la gente gli fece un eco felice. Perché, in effetti, avrebbero dovuto avere paura nella loro terra natia? Non avevano tolto nulla a nessuno.” Si sentì un’altra voce incerta: “Dzhokhar, e se moriamo tutti di fame?” “Ah ah ah!” Si rallegrò finalmente Dzhohar. “Su questa terra fertile, nessuno è mai morto di fame! Sono venuti da noi dalla Russia durante la carestia nella regione del Volga, i servi della gleba sono fuggiti da noi dai proprietari terrieri e ce n’era abbastanza per tutti! Se moriremo sarà solo per orgoglio!”
Articolo del giornale ceceno “Lavoratore di Grozny” sulla famiglia Dudaev
DZHOKHAR IL PRESIDENTE
Un altro momento che i memorialisti del separatismo ricordano concordemente con grande emozione fu l’investitura ufficiale di Dudaev alla carica di Presidente. Eccone il racconto di Alla Dudaeva:
“A Novembre l’inaugurazione del primo presidente è avvenuta nell’edificio del teatro drammatico ceceno. Avevamo paura delle provocazioni russe, ma l’edificio era comunque sovraffollato. Erano giunti molti giornalisti e ospiti stranieri. Dzhokhar era sul palco con indosso l’uniforme grigia cerimoniale da Generale, con un berretto blu in testa, sotto lo stendardo di stato della Repubblica Cecena. Il Corano sul quale doveva giurare, era tenuto dal Presidente del Mekhk – Khel (Consiglio degli Anziani). I viali Lenin e Pobeda, le strade e le piazze adiacenti erano gremite di gente. Alle 12 E’ iniziata l’inaugurazione. Quando finì e Dzhokhar se ne andò, l’aria fu sconvolta da raffiche di migliaia di fucili automatici e di mitragliatrici. Fu il saluto militare di tutto coloro che avevano preso parte al respingimento dell’introduzione dello stato di emergenza sul suolo ceceno, che suonò come una conferma del punteggio politico e militare: 1 a 0 in nostro favore! Il guanto è stato lanciato, si è svolto il primo duello e abbiamo vinto!
Dzhokhar ha tenuto un appassionato discorso sulla piazza davanti alla gente, come sempre è stato accolto con un applauso assordante e con le grida di “Allahu Akbar!”. Centinaia di migliaia di teste, come girasoli al sole, si voltarono verso di lui, i loro occhi lampeggiarono di fede e speranza. D’ora in poi egli fu la loro bandiera della libertà. Nel suo cuore il popolo ceceno era sempre l’unico e il più grande amore, nato in preda alla compassione e all’umiliazione, in esilio in Kazakhistan. Infinitamente tormentato dall’amore per il suo popolo, soffriva come un uccello che si era allontanato dallo stormo nella lontana Siberia, e ora era infiammato di orgoglio indomabile per tutti i ceceni, che si erano schierati unanimi come uno solo per difendere la libertà!
La prima prova politica per Dudaev fu il tentativo attuato dall’opposizione anti – dudaevita di prendere il potere, messo in atto nella notte tra il 30 ed il 31 Marzo, alla vigilia della firma del nuovo Trattato Federativo tra i soggetti federali e il governo centrale di Mosca. I dudaeviti, con il supporto del Parlamento (allora fedele alla linea presidenziale) riuscirono a sgominare i ribelli ed a riprendere il controllo di Grozny, costringendo i leader della fronda alla fuga dalla Capitale.
“Una colonna di autobus con i “golpisti” arrivò dalla regione di Nadterechny e cercò di impadronirsi della sede della Televisione. Mosca, che aveva messo a punto questo tentativo, aveva già trasmesso la falsa notizia sulla prese del potere a Grozny da parte della “opposizione” e della prossima firma da parte di Doku Zavgaev del Trattato Federativo a nome della Repubblica Cecena.
Le guardia hanno rapidamente liberato l’edificio della Radio, i deputati del parlamento Isa Arsemikov, Y. Khantiev, Y. Soslambekov sono andati in televisione con una delegazione. Anche gli anziati che eseguivano lo zhikr si recarono lì. Risuonarono degli spari, cadde per primo un anziano, insanguinato, poi due giovani La gente indignata spazzò via gli “aspiranti golpisti” che erano apparsi in televisione, alcuni saltarono dalle finestre, altri corsero al fiume, gettando via le armi.
In una manifestazione di molte migliaia l’1 e il 2 Aprile in Piazza Svoboda, il popolo inviò un appello al Presidente e al Parlamento, chiedendo un’indagine sui crimini commessi contro il popolo ceceno dalle forze reazionaria, agenti dell’Impero russo e l’adozione di misure di emergenza per frenare il crimine dilagante. “Chiediamo la certificazione di tutti i funzionari, dove la nomina o e elezioni sono state preventivamente concordate con gli organi del partito, soprattutto negli organi giudiziari e investigativi”. L’appello esprimeva sostegno al Presidente e al Parlamento. E Manana [la moglie di Gamsakhurdia, ndr.], guardandomi con tristezza, ha detto che in Georgia “E’ iniziato allo stesso modo”.
Dzhokhar Dudaev vota alle elezioni popolari del 27 Ottobre 1991, dalle quali uscì eletto primo Presidente della Repubblica Cecena indipendente.
LE VISIONI DEL PRESIDENTE
Uno degli aspetti più interessanti del libro di Alla Dudaeva è l’umanizzazione del Presidente Dudaev. In quanto sua moglie, Alla condivise certamente con il leader della Rivoluzione Cecena sogni e speranze, che trasudano copiosamente dalle pagine del suo “Million First”. In questo paragrafo ella parla delle visioni di suo marito per una Cecenia libera, forte e proiettata nel futuro, sotto l’insegna della cooperazione e della modernità:
“[Dudaev, ndr.] sognava di costruire una nuova capitale ecologica della Repubblica Cecena, lontana dalle raffinerie di petrolio. Era stata trovata una bellissima zona pianeggiante vicino alle montagne, era stata controllata dai sismologi. Gli architetti hanno preparato un progetto per il futuro centro amministrativo e politico e anche Dzhokhar ha preso parte alla sua preparazione. La città sarebbe stata divisa in nove settori, che si sarebbero irradiati in tutte le direzioni come i raggi delle strade da una piazza rotonda, al centro della quale si ergeva un’alta torre rotonda con un orologio in cima ed un globo rotante. Il tempo dell’orologio avrebbe dovuto contare le ore, i minuti ed i secondi all’indietro, fino agli antenati dimenticati, cancellando tutti gli orrori della deportazione, quattrocento anni di guerra con la Russia. Avrebbe dovuto avvicinare i ceceni alla linea storica – il tempo in cui vivevano in pace ed armonia con il mondo intero. […] Ogni settore doveva essere costruito da un paese con il quale sarebbe stato concluso un accordo…si è ipotizzato che in uno stile nazionale proprio i paesi avrebbero costruito hotel, ristoranti, edifici pubblici e negozi. Inoltre, il contratto di costruzione sarebbe stato firmato con tre aziende leader mondiali. Questa meravigliosa città sarebbe diventata la capitale della Cecenia, una città di tutte le nazionalità, veramente, non una città utopica del Sole e della Pace! E’ possibile…
Dzhokhar ha anche prestato particolare attenzione alla creazione dell’Accademia delle Scienze della Repubblica Cecena, lavorando con enorme sforzo a questo progetto insieme a Ramzan Goytemirov (l’ex leader del Partito dei Verdi, uno dei primi a rispondere all’appello di Eltsin durante il Comitato d’Emergenza) e Isa Arsamikov.
Venne aperto un collegio militare. Dzhokhar prestò molta attenzione ai convitti ed alle scuole professionali. Vennero ristrutturati i vecchi ospedali, furono costruiti poliambulatori pediatrici, un grande edificio fu destinato ad un centro odontoiatrico.
Davanti al nuovo Gabinetto dei Ministri, Dzhokhar stabilì il compito di adottare un bilancio senza deficit, creando un sistema di tassazione e bilancio totalmente nuovo. Dzhokhar stava per trasferira l’industria della raffinazione del petrolio ad una nuova tecnologia. Grazie ai suoi sforzi è nato un progetto per lo sviluppo della produzione petrolifera in Sudan dei nostri specialisti, ma purtroppo è rimasto incompiuto. E’ stata sviluppata una nuova metodologia di insegnamento nelle scuole secondarie. La storia del popolo ceceno doveva essere riscritta di nuovo, secondo la verità storica. La scrittura cirillica non corrispondeva ad alcuni dei suoni gutturali della lingua cecena. Dopo un lungo dibattito scientifico, si è deciso di tradurre la lingua in latino. Il nuovo manuale di alfabeto latino fu preparato da Zulay Khamidova, consigliere del Presidente. Questo manuale non era solo un bel libro.
E’ stato aperto un liceo presidenziale per i ragazzi particolarmente dotati dall’età di sette anni. Una bella divisa grigia, aiguillettes dorate che cadevano dalle spalle, un passo di marcia rendeva irresistibili i piccoli studenti del liceo. Sembravano particolarmente belli in parata. Si è tenuto un concorso di selezione. I genitori hanno sbattuto le porte, chiedendo di far accettare i loro figli, ma il liceo non poteva semplicemente accogliere tutti quelli che lo volevano.
Grandi riparazioni furono fatte all’Hotel Kavkaz, situato in Viale Avtorkhanov, di fronte al Palazzo Presidenziale, dove di solito soggiornavano i nostri ospiti e giornalisti. Un complesso commemorativo per le vittime del genocidio del 1944 fu costruito in Via Pervomayskaya. Questo complesso fu concepito da Dzhokhar in Siberia, quando gli hanno raccontato di come le autorità sovietiche avessero costruito le pareti delle stalle e dei porcili, o avessero pavimentato le strade con le lapidi cecene. Le pietre bianche scolpite, decorate con fantasiose scritte arabe, sono le uniche cose che ai ceceni sono rimaste dei loro antenati. Quasi tutte le torri ancestrali erano state fatte saltare in aria durante il genocidio i cavalli purosangue erano stati sterminati, le armi artigianali, le brocche di rame erano state saccheggiate.
Se Troshev fu protagonista della Prima Guerra Cecena, lo fu ancora di più durante la Seconda. Comandante delle forze federali durante la controffensiva per respingere l’incursione di Basayev e Khattab in Daghestan, fu tra i principali comandanti delle forze impiegate nella seconda invasione della Cecenia. I passi che seguono raccontano della seconda presa di Grozny, delle principali battaglie combattute dall’esercito contro i militanti e dell’atteggiamento della resistenza cecena durante la fase della guerriglia partigiana che seguì.
LA SECONDA PRESA DI GROZNY
“Il territorio della città era diviso in tre linee difensive. La prima era organizzata lungo l’autostrada del distretto di Staropromislovsky, la seconda lungo Lenin Street (principalmente negli scantinati degli edifici a più piani); la terza lungo Saykhanov Street, a sud ovest della stazione ferroviaria. Gli edifici, posti in posizioni tatticamente vantaggiose, furono trasformati in contrafforti per una difesa circolare. Al fine di ridurre la probabilità di sconfitta dei distaccamenti militanti da parte del fuoco dell’artiglieria e degli attacchi aerei delle truppe federali, i punti di forza erano collegati da passaggi sotterranei. Usandoli, i militanti avevano la possibilità di uscire di nascosto dai bombardamenti, lasciare le loro posizioni e poi tornare dopo la fine dell’attacco di artiglieria o aereo.
La principale unità tattica dei banditi durante le battaglie urbane, come in passato, era un gruppo manovrabile di 5 – 6 persone. Esso includeva sempre un cecchino. Gli altri lo coprivano, mentre sparava con lanciagranate e mitragliatrici. Per garantire libertà di manovra del cecchino nei grattaceli i passaggi erano situati, di regola, su piani sfalzati.
Eppure, secondo me, i capi dei militanti stavolta difficilmente immaginavano di poter tenere a lungo la città. Rendendosi conto dell’inutilità di uno scontro armato a lungo termine con le truppe federali, Maskhadov ha dato ai comandanti di campo il compito di mantenere la città sotto il loro controllo fino al 27 Gennaio, giorno di apertura dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE), sperando che le pressioni dell’occidente avrebbero costretto Mosca a smettere di condurre l’operazione antiterrorismo.”
Una pagina del New York Times mostra un confronto tra la zona di Piazza Minutka prima dell’inizio della battaglia e dopo la conquista della citta. Sono evidenti le diffuse devastazioni, che hanno prodotto il crollo della maggior parte degli edifici.
Come si evince dalla ricostruzione di Troshev, il comando separatista aveva intenzione non già di difendere Grozny fino all’ultimo uomo, quanto di sfruttare la congiuntura dell’appuntamento diplomatico del PACE per interrompere i combattimenti da una posizione di equilibrio, mentre cioè le due forze in campo si confrontavano sul centro di gravità del conflitto (la capitale, appunto). Maskhadov era evidentemente cosciente che il “miracolo” compiuto dai separatisti durante la Prima Guerra non si sarebbe verificato una seconda volta: questo a causa di molteplici fattori, che il lettore potrà approfondire nel libro “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria, acquistabile QUI”.
CACCIA AI LUPI
Dopo la presa di Grozny, nel Gennaio del 2000, le forze federali si posero il problema di come neutralizzare la massa critica dei difensori della città, ancora asserragliata nei sobborghi meridionali, senza dover ricorrere alla distruzione sistematica dei quartieri residenziali. Certamente tra il 30 Gennaio ed il 1 Febbraio 2000 la maggior parte dei difensori tentò una sortita dalla capitale, finendo quasi annientata dall’artiglieria e dai campi minati. A posteriori i federali rivendicarono la paternità della vittoria, raccontando di aver pianificato e portato a termine una gigantesca imboscata dal nome in codice “Caccia ai lupi”. I separatisti negano che l’azione sia stata organizzata, adducendo il disastro al loro mancato coordinamento ed alla fortuita presenza di alcune grandi unità federali sul loro percorso. In questa sede riportiamo la versione fatta circolare dai comandi federali:
“Per attirare i militanti fuori dalla città assediata è stato sviluppato un piano originale presso la sede dell’UGV. Lo abbiamo chiamato “Il pozzo dei lupi”. Nell’ambito di questo piano è stata lanciata una campagna di disinformazione: con l’aiuto di un falso scambio radio, i banditi si sono convinti che ci fossero delle lacune nell’anello di accerchiamento, attraverso le quali avrebbero potuto passare. Alla congiuntura tra i reggimenti l’attività di combattimento è stata ridotta al minimo. Anche i servizi segreti sotto copertura hanno iniziato a lavorare, “spingendo” i comandanti sul campo ad uscire dall’anello. Parallelamente a queste misure in più direzioni, stavamo preparando una sorta di “corridoio” per il nemico.
I banditi abboccarono. Nella notte tra il 29 e il 30 Gennaio i resti dei distaccamenti pronti al combattimento hanno cercato di scondare a Staraya Sunzha, alla congiuntura tra il 15° ed il 276° reggimento fucilieri motorizzati. Oltre 600 militanti si sono precipitati sulla breccia. Lasciarono che animali e prigionieri li precedessero. Molti banditi morirono nei campi minati, molti furono gravemente feriti, compresi noti comandanti di campo. Basayev fu uno di loro… Quella notte i militanti hanno patito circa 300 perdite solo tra i morti. La maggior parte dei sopravvissuti si è arresa. Solo pochi riuscirono a fuggire dalla città.”
Sopravvissuti alla sortita del 29 Gennaio si ritirano verso Alkhan – Kala, Febbraio 2000
Distrutta la guarnigione a difesa di Grozny, i federali iniziarono a martellare le posizioni precedentemente consolidate dai separatisti nelle loro roccaforti di montagna. L’esercito russo tentò di raggrupparli tutti nella Gola dell’Argun, posizione ottimamente difendibile ma difficile da evacuare se accerchiata. Mentre le unità di terra avanzavano chiudendo la gola da nord, est ed ovest, i paracadutisti occuparono la strada Itum – Khale / Shatili, principale canale di rifornimento della resistenza ed unica via di fuga praticabile dai veicoli. A questo punto il grosso dell’esercito separatista si trovò ammassato in una stretta lingua di terra, dalla quale avrebbe potuto uscire soltanto abbandonando tutto il suo materiale pesante ed affrontando lunghe marce sotto il costante tiro dell’aereonautica. Vistisi braccati, gli uomini di Maskhadov si divisero in tre gruppi di manovra e tentarono una sortita in più direzioni: quello di Maskhadov, più piccolo e maneggevole, si defilò in modo da mettere in salvo il Quartier Generale, mentre gli altri due, al comando di Ruslan Gelayev e Ibn Al Khattab, tentarono di sfondare rispettivamente ad Ovest, verso Komsomolskoye (odierna Saadi – Khotar) e ad est, verso Vedeno. La sortita di Khattab ebbe successo: il contingente di circa 1500 uomini al suo seguito riuscì a superare le posizioni russe su di una collina boscosa, la cosiddetta “Altezza 776”. La battaglia fu feroce, e le perdite da entrambe le parti molto alte, ma Khattab ed i suoi riuscirono a “filtrare” oltre le unità federali e a disperdersi nei distretti di Vedeno e Nozhai – Yurt, dove li aspettava Shirvani Basayev con un contingente di circa 800 militanti ed una rete ben organizzata di basi dove ricostituire i ranghi.
Truppe federali entrano ad Argun
KOMSOMOLSKOYE
La sortita di Gelayev, invece, non riuscì: dopo una lunga ed estenuante marcia tra i torrenti ed i sentieri di montagna, il suo reparto riuscì effettivamente a superare le posizioni dei federali, ma all’altezza di Komsomolskoye (villaggio natale dello stesso Gelayev) si trovò inchiodato dal tiro dei reparti di Mosca prontamente affluiti a bloccare lo sversamento dei separatisti.
“Su cosa contava Gelayev? Come si è scoperto, il suo obiettivo finale era quello di unire diversi gruppi di banditi a Komsomolskoye e conquistare il centro regionale di Urus – Martan. Credeva che sarebbe stato in grado di scuotere tutti i ceceni che simpatizzavano con lui contro le forze federali e poi dettare le sue condizioni al comando del Gruppo Unito. Tutto questo, comunque, divenne noto successivamente. Nel frattempo, subito dopo aver ricevuto informazioni sulla sortita e la cattura del villaggio, è stato dato l’ordine di bloccare Komsomolskoye da parte delle forze del Ministero della Difesa e delle truppe interne. Già il 5 Marzo, cioè il giorno successivo, il villaggio era sotto assedio.
[…] Il 7 Marzo è iniziata l’operazione. Fu subito chiaro che la maggior parte degli abitanti di Komsomolskoye aveva lasciato il villaggio. E che solo quelli che si erano uniti a Gelayev vi erano rimasti. […] Era chiaro che Gelayev e la sua banda, intrappolati in un doppio anello di blocco, non intendevano deporre le armi.
[…] I combattimenti a Komsomolskoye sono, forse, paragonabili per ferocia solo alle battaglie per Grozny[ […]. Il villaggio si è rivelato essere ben fortificato dal punto di vista ingegneristico Molte erano le fortificazioni attrezzate secondo tutte le regole della scienza militare. Le cantine erano state trasformate in fortini e potevano resistere al colpo diretto di un carro armato. Inoltre la maggior parte degli scantinati era collegata da trincee di comunicazione bloccate da porte d’acciaio. In effetti, quasi ogni casa fu trasformata in una fortezza, progettata per un lungo assedio. La battaglia fu combattuta in ogni edificio.
Dopo un paio di giorni, è diventato ovvio che non ci sarebbe stata una vittoria rapida. Più intensificavamo i nostri sforzi, più feroce diventava la resistenza. I banditi hanno subito enormi perdite, ma i sopravvissuti hanno combattuto con la disperazione dei condannati. Ed erano condannati. I ripetuti tentativi dei banditi di sfondare l’anello di blocco sono stati repressi da noi in modo deciso e duro. […] I militanti subirono perdite significative, ebbero molti feriti, tuttavia, sotto il pericolo della prigionia, continuarono e resistere ostinatamente, al punto che anche i feriti rimasero in posizione.
I banditi resistevano principalmente grazie alla droga. Le siringhe erano sparse in tutte le case, in ogni seminterrato, intervallate da cartucce esaurite. In preda alla frenesia della droga, i banditi non conoscevano né paura né dolore. Ci sono stati momenti in cui, stupefatti dalla dose, sono corsi fuori dal nascondiglio, sono andati di corsa all’attacco ed hanno sparato indiscriminatamente fino a quando non si sono presi un proiettile in fronte.
Bombardamenti sul villaggio di Komsomolskoye (Marzo 2000)
[…] Nonostante tutto il 14 Marzo, cioè una settimana dopo l’inizio, si è conclusa la parte militare dell’operazione. Tutti i tentativi dei Gelayeviti di sortire da Komsomolskoye nelle direzioni sud – est e sud – ovest furono repressi dalle azioni delle forze federali. […] Il controllo dei distaccamenti militanti è stato completamente interrotto, sono rimasti solo piccoli gruppi sparsi, che sono stati distrutti dal fuoco dei carri armati, dei lanciafiamme e delle armi leggere. E il giorno successivo unità del Ministero della Difesa, truppe interne e del Ministero degli Affari Interni e del Ministero della Giustizia hanno iniziato una completa “Pulizia” del villaggio. Era necessario letteralmente sradicare i resti dei gruppi delle bande da scantinati e rifugi.
[…] Nella notte tra il 19 e il 20 Marzo i resti dei gruppi di banditi fecero un disperato tentativo di sfondare in direzione nord. Camminarono lungo il letto del torrente, gonfi di droga, chiaramente visibili alla luce della luna. Era la marcia dei condannati. Ovviamente non andarono molto lontano. Rimasero intrappolati nel fuoco incrociato delle nostre unità.
[…] Il giorno dopo il fallimento dell’azione, i militanti disperati hanno iniziato a gettare le armi. Sono state contate 88 persone in totale. Sporchi, laceri, quasi tutti indossavano abiti civili mimetici. Alcuni avevano passaporti sovietici. […]. Sfortunatamente Gelayev è riuscito a fuggire da Komsomolskoye. Ha tradito tutti: la sua gente, trascinandola qui a morte certa, e i suoi connazionali (a seguito di un’avventura di banditi, il villaggio è stato quasi completamente distrutto). Non è difficile immaginare quali sentimenti hanno provato gli abitanti del posto quando sono tornati ai ruderi.
[…] L’operazione speciale a Komsomolskoye, che si concluse con una completa sconfitta dei banditi, divenne, infatti, l’ultima grande battaglia della Seconda Guerra Cecena, coronando degnamente la fase militare attiva dell’operazione antiterroristica.”
GUERRA PARTIGIANA
Dopo le battaglie dell’Altezza 776 e di Komsomolskoye i resti dell’esercito separatista si divisero in piccole bande, avviando una logorante guerriglia partigiana, la quale si sarebbe trascinata con intensità decrescente per molti anni (una piccola unità di guerriglieri, ormai appartenenti allo Stato Islamico, è stata distrutta giusto nel Febbraio del 2021). Troshev ne descrive i tratti principali in questo passo:
“I distaccamenti militanti non sono riusciti a sfondare nella pianura. Si trovavano ancora nei distretti di Nozhai – Yurt, di Vedeno e di Shatoi. Ma, nonostante la sconfitta delle principali forze separatiste nelle zone montuose, la dirigenza delle formazioni armate illegali ha tentato di ripristinare un sistema di controllo unificato per i distaccamenti separati. I gruppi di combattimento di Shamile Basayev e di Khattab rimasero i più pronti alla battaglia, nascondendosi in basi precedentemente preparate, in depositi e in caverne.
L’elusione dei posti di blocco è diventata più frequente. A causa dell’incoerenza e della mancanza delle competenze necessarie, finimmo in un’imboscata e subimmo la perdita di un distaccamento (40 persone) dell’Omon di Perm. La colonna marciava senza ricognizione del percorso e organizzazione dell’interazione con le suddivisioni delle truppe interne e dell’artiglieria. L’operazione fu condotta attraverso canali di comunicazione aperti. Queste omissioni portarono al disastro. E tali esempi, sfortunatamente, non sono stati isolati. All’inizio dell’estate del 2000, dopo la sconfitta della banda di Gelayev a Komsomolskoye, le truppe federali non furono più impegnate in ostilità su larga scala. Gli estremisti iniziarono ad usare metodi di guerriglia: bombardamenti “da dietro l’angolo”, sabotaggi, esplosioni, imboscate […].
Cratere lasciato dall’esplosione di un ordigno a ridosso della base federale di Argun, Luglio 2000
FINANZIAMENTO E SUPPORTO INTERNAZIONALE DURANTE LA SECONDA GUERRA CECENA
Così come durante la Prima Guerra, anche nella Seconda il fronte separatista godette dell’appoggio politico ed economico della diaspora cecena all’estero, assommandovi i non scarsi finanziamenti in arrivo dalle associazioni islamiche radicali di tutto il mondo (interessate più al fronte jihadista in seno alla resistenza, che al nazionalismo ceceno in sé). Troshev descrive citando le sue fonti il fronte di supporto internazionale ai militanti, concentrandosi sull’ala islamista radicale, finanziatrice per lo più delle bande di Khattab e dei suoi successori. Le cifre citate non sono verificate da alcuna fonte da noi reperibile.
“I separatisti che si oppongono alle autorità federali della Russia sul territorio della Repubblica Cecena […] non hanno mai sperimentato una carenza di mercenari, armi e denaro. Come hanno ricevuto e continuano a ricevere assistenza materiale e finanziaria? Fino a poco tempo fa, tale assistenza era fornita da alcune organizzazioni musulmane (situate principalmente negli Stati Uniti), organizzazioni umanitarie non governative dei paesi arabi del Medio Oriente, servizi speciali di alcuni stati e, naturalmente, la diaspora cecena – sia estera che russa. Ad esempio, molte organizzazioni musulmane sono state create ed operano negli Stati Uniti. La fazione più potente tra loro è il cosiddetto “Supreme Islamic Council of America”. Sotto il suo cappello vi sono organizzazioni militanti radicali come il Circolo Islamico del Nord America, la Comunità Islamica del Nord America e molte altre. Unisce quindici milioni di musulmani che vivono negli Stati Uniti. Secondo le informazioni disponibili, è stata questa organizzazione il canale principale per il trasferimento delle finanze dagli Stati Uniti alla Cecenia, ed ha organizzato regolarmente discorsi filo – ceceni nei media. Una volta, il Consiglio Supremo Islamico d’America ha preso la decisione senza precedenti di fornire assistenza finanziaria alla Cecenia. Ogni musulmano americano fu obbligato a consegnare almeno 100 dollari alla “cassa nera” dei militanti. Così, i leader combattenti ceceni ricevettero almeno 150 milioni di dollari.
Un altro ente di beneficienza non governativo, l’American Muslim Aid (AMA) è stato registrato presso il Dipartimento di Stato Americano. Il suo compito principale è “fornire assistenza ai fratelli musulmani di tutto il mondo”. L’AMA ha fornito assistenza alle comunità islamiche del Caucaso settentrionale, ha condotto un’attiva campagna per screditare le azioni delle autorità russe in Cecenia. All’inizio del 2000, i rappresentanti dell’AMA, su invito di A. Maskhadov, hanno visitato la Cecenia. La Islamic Charitable Foundation, che ha sede anche negli Stati Uniti, ha organizzato regolarmente discorsi sui media a sostegno dei separatisti in Cecenia ed ha condotto un’ampia campagna di propaganda nelle scienze politiche e nei centri di ricerca negli Stati Uniti, ed ha chiesto audizioni al Congresso. Allo stesso tempo , ha coinvolto attivamente il personale dell’amministrazione degli Stati Uniti come consulenti ed esperti.
[…] Le forze dell’ordine russe hanno registrato più di 130 grandi fondazioni, società ed organizzazioni non governative che supportano direttamente o indirettamente i terroristi ceceni provenienti da paesi lontani e della CSI, oltre ad un centinaio di azienda e una dozzina di gruppi bancari.
AKHMAT KADYROV
Una volta distrutti i principali distaccamenti separatisti, il governo federale installò un’autorità locale che si occupasse di consolidare il controllo sul territorio, fornire assistenza alla popolazione civile e reintegrare gradualmente i militanti più indecisi. Il governo ceceno filo – russo doveva guadagnare alla sua causa quanti più ceceni possibile, ragion per cui il Presidente Putin decise di avvalersi del supporto di una delle principali figure religiose del paese, nel frattempo passato dalla causa separatista a quella unionista: il Muftì della Cecenia, Akhmat Kadyrov. La sua figura, politicamente controversa ma anche molto popolare, oggi è mitizzata dal governo in carica (guidato dal figlio di Akhmat Kadyrov, Ramzan) che gli ha dedicato strade, scuole, moschee e addirittura un reggimento di polizia antiterrorismo d’élite. Troshev ne parla approfonditamente nelle sue memorie:
“La gente gli credeva quasi incondizionatamente. […] Ricordo il nostro primo incontro vicino a Gudermes, quando le truppe del mio gruppo orientale circondarono la città. Durante le trattative si comportò con moderazione. Ci chiese di fare tutto il possibile per non distruggere Gudermes. Promise di aiutare a scacciare i banditi. Le sue parola non si discostavano dalle sue azioni. Akhmat – Khadzhi non mi ha mai ingannato, non mi ha permesso di dubitare delle sue intenzioni. E le intenzioni erano queste: fare tutto il possibile perché la pace e l’ordine regnassero nella repubblica, anche con l’aiuto del governo federale.
Ho parlato con Kadyrov per ore. Ci siamo incontrati spesso. Mi piaceva la sua sincerità, la sua onestà. Non a nascosto il fatto di aver combattuto nella prima guerra contro i “federali”, non ha nascosto il suo precedente idealismo, non ha cercato di nascondere informazioni a lui sfavorevoli. Ho visto che Kadyrov stava lottando per la verità (nel senso ampio del termine). Ho visto che c’era un’enorme massa di persone dietro di lui: ceceni di diversi strati della società. Ho visto che era un vero leader, sia spirituale che politico. Ho visto che era nostro alleato.”
Gennady Troshev (a destra) con Akhmat Kadyrov (a sinistra). Dietro di loro il figlio di Akhmat, Ramzan, oggi Presidente della Repubblica Cecena.
IL REFERENDUM DEL 2003
Uno dei punti di svolta nella cosiddetta “cecenizzazione” del secondo conflitto russo – ceceno fu il referendum costituzionale del 2003, con il quale la popolazione approvò una nuova Carta Fondamentale, nella quale la Cecenia tornava ad essere un soggetto federale. Troshev salutò l’evento come l’inizio di una nuova era nella storia delle relazioni russo – cecene, o quantomeno la fine politica dell’esperienza separatista.
“Per la prima volta nella loro storia, gli stessi ceceni determinarono volontariamente il loro destino. Nessuno aveva chiesto loro niente del genere, prima. Ne’ venti né trent’anni fa, quando il partito pubblicava circolari e concetti come “l’ingresso volontario” né centocinquant’anni fa, quando il Caucaso fu sottomesso, né all’inizio degli anni ’90, quando Dudaev proclamò “l’Ichkeria indipendente”. I risultati del referendum hanno sbalordito molti. Molti, ma non gli stessi ceceni. Gli abitanti della repubblica fecero la loro scelta a favore della pace, non della guerra.
[…] Nel libro “La mia guerra”, in uno dei capitoli dal titolo “Alleati inaspettati”, ho parlato di come le truppe del gruppo orientale hanno liberato Gudermes, Argun, Shali dai banditi…ceceni. Ricordo ancora con gratitudine i fratelli Yamadayev, Dzhabrail e Khalid, Supyab Taramov e altri. Sono stati tra i prmi a distruggere i banditi spalla a spalla con “federali”.
L’AMBIGUITA’ DELLA GEORGIA
L’unico confine internazionale della Cecenia è quello meridionale. Lungo quel confine dalla Cecenia si passa in Georgia, una repubblica che fin dai primi anni ’90 si è confrontata con la Russia, tentando di tenere il Cremlino lontano dai suoi affari, mentre Mosca tentava di tutelare le minoranze filo – russe in Abkhazia e Ossezia del Sud. Il passaggio dalla Cecenia alla Georgia è difficilmente praticabile, e soltanto tra il 1997 ed il 1999 il governo separatista tentò di aprire una strada carrabile che dalla cittadina montana di Itum – Khale giungesse al piccolo villaggio georgiano di Shatili, aprendosi così una “via d’uscita dall’assedio”. Durante i due conflitti russo – ceceni la Georgia funse sia da via di comunicazione per uomini, merci e risorse finanziarie, sia da base di retroguardia per i reparti separatisti in fuga, o desiderosi di ricomporre i ranghi prima di tornare in battaglia. Troshev parla diffusamente dell’ambiguo atteggiamento tenuto dal governo di Tbilisi nei confronti dei separatisti ceceni, e delle basi su territorio georgiano nelle quali i militanti poterono ricostituire le loro forze durante la Seconda Guerra. In particolare Troshev parla della Gola di Pankisi, una stretta valle abitata da una popolazione di etnia Vaynakh, molto vicina geograficamente e culturalmente alla Cecenia. In questa valle si raccolsero a più riprese centinaia di miliziani, tanto che per un certo periodo di tempo la valle fu considerata una sorta di “terra franca” del terrorismo internazionale.
“Nel Settembre 2002 il Presidente russo V.V. Putin ha presentato serie accuse contro la leadership georgiana. Ha rimproverato le autorità del paese vicino per connivenza con le bande di terroristi internazionali ed ha avvertito Eduard Shevardnadze e il Consiglio di Sicurezza dell’ONU che la Federazione Russa si sarebbe riservata il diritto di autodifesa in caso di minaccia alla sua sicurezza da banditi ceceni e stranieri dislocati su territorio georgiano, a Pankisi…
[…] Ci sono prove documentali che un certo numero di comandanti di campo ceceno hanno utilizzato la gola di Pankisi come base per la convalescenza, la ricreazione e la riorganizzazione dei militanti, nonché per il trasferimento di armi e munizioni in Cecenia. Ad esempio, è stato recentemente pubblicato l’appello di Shamil Basayev ai membri delle formazioni armate illegali cecene situate in Georgia, il quale contiene istruzioni per condurre attività sovversive contro la Russia, compiti per addestrare militanti e fornire loro armi.
La gola di Pankisi. Oltre quell’alta catena di montagne c’è la Cecenia
[…] Nei primi mesi dopo l’attacco al Daghestan, la collaborazione dei leader georgiani con i comandanti di campo è stata appena nascosta. A Tbilisi iniziarono ad essere pubblicati tre giornali, finanziati in tutto o in parte con il denaro dei militanti, apparve un centro di informazione ceceno e, soprattutto, fu creato il cosiddetto “ufficio di rappresentanza” dei separatisti ceceni, che un tempo contava fino a un centinaio di dipendenti, cioè incomparabilmente più grande dell’ambasciata russa. Nonostante le proteste di Mosca, le strutture ufficiali della Georgia, per non parlare dei media privati, l’anno definita niente di più che un “ufficio di rappresentanza della Cecenia” o “un ufficio di rappresentanza della Repubblica di Ichkeria”. Lo stesso rappresentante, Khizir Aldamov, è diventato una vera star dello schermo televisivo, ha ottenuto il favore della leadership georgiana ed ha incontrato direttamente ministri e capi dipartimento.
Uno degli argomenti sostenuti con maggior vigore dal governo russo per giustificare la seconda invasione della Repubblica Cecena di Ichkeria era quello relativo al caos imperante negli anni successivi alla fine della Prima Guerra. Gennady Troshev nelle sue memorie circostanzia, citando le sue fonti, il contesto di illegalità diffusa e di connivenza di alcune autorità statali in crimini odiosi come la presa di ostaggi a scopo di riscatto, il traffico di droga ed il furto di petrolio. In questo paragrafo del suo racconto si parla del cosiddetto “Mercato degli schiavi”:
“Gli attacchi armati di banditi alle nostre truppe, anche fuori dalla repubblica, sono diventati regolari. Ma se già questo era un problema, il rapimento e la tratta di persone hanno assunto proporzioni senza precedenti. Senza troppe esagerazioni, possiamo dire che questa industria ha assunto proporzioni di primo piano nell’economia della repubblica. In pianura e sulle montagne, la maggior parte delle famiglie cecene aveva i propri schiavi – la propria forza lavoro gratuita.
Alle soglie del terzo millennio, nel pieno centro di Grozny, nell’area della cosiddetta piazza dei “Tre Bogatiri” per diversi anni, fino all’autunno del 1999, ha funzionato a dovere il più grande mercato di schiavi del Caucaso Settentrionale, dove uno schiavo poteva essere acquistato per tutti i gusti ad un prezzo ragionevole. E la contrattazione qui era abbastanza appropriata. Anche i bambini del posto sapevano che il prodotto più redditizio era un “non ceceno”. […] .
In cima alla scala venivano valutati gli stranieri, giornalisti famosi e politici: per loro si potevano ottenere grandi somme, fino a diversi milioni di dollari. Questi prigionieri erano tenuti in condizioni relativamente normali. Questo tuttavia non riguardava il comportamento della banda di Arbi Barayev, dove si torturavano tutti i prigionieri, anche quelli “super redditizi”. I rapitori più semplici preferivano “lavorare” con specialisti civili, E poiché c’era tensione con loro in Cecenia, gli ostaggi dovevano essere catturati nelle repubbliche vicine Inguscezia, Daghestan, Ossezia del Nord, Cabardino – Balcaria. Per questi non erano necessari i dollari, potevi concordare uno scambio di materiali da costruzione, veicoli, cibo… […].
La moneta più scarsa nel mercato degli schiavi era pagata per un soldato russo. A cause di varie circostanze questo prodotto, dopo Khasavyurt, non era protetto né dal governo federale né dal tesoro. E’ vero, alcune regioni a volte hanno cercato di tirare fuori dalla prigionia i loro connazionali. Ad esempio, l’amministrazione del Territorio di Krasnodar ha pagato cinquantamila dollari per i guardiamarina Soltukov e Moskalev, e per il rilascio di Berezhny e Vatutin i residenti di Krasnodar hanno dato 40 tonnellate di farina. Ma questi fatti sono piuttosto l’eccezione alla regola.
Centinaia di ufficiali e soldati russi, per diversi anni, hanno piegato le spalle ai padroni ceceni. Nei distretti di Vedeno e di Itum – Khale coltivavano tè di montagna; piantagioni di papaveri venivano coltivate vicino al villaggio di Alleroy, bestiame veniva pascolato nel distretto di Nozhay – Yurt e molti altri costruirono una strada per Shatili. Venivano tenuti in condizioni terribili: lavori pesanti dall’alba al tramonto, freddo, fame, percosse… non tutti resisterono a queste prove. Come ha osservato uno dei mercanti di schiavi locali: “I catturati rimarranno in prigione per molto tempo…se, naturalmente, rimarranno vivi.” Queste parole sono state confermate dalle statistiche: in dieci mesi, solo un militare che ha preso parte alle ostilità è stato rilasciato dalla prigionia cecena, mentre gli accordi di Khasavyurt prevedevano l’estradizione di tutti i prigionieri.
Giovani coscritti russi sotto minaccia armata di militanti separatisti
A onore del vero le affermazioni di Troshev, e in particolare quelle relative al fenomeno della cattività dei soldati russi prigionieri, non trovano riscontro nelle statistiche. Se ci fu ricorso a manodopera forzata tra i prigionieri di guerra non restituiti alla Russia, questo fu meno massiccio di quanto riferito dal Generale anche se, certamente, il fenomeno del rapimento per riscatto riguardo molte centinaia di persone, se non migliaia.
ANARCHIA E PULIZIA ETNICA NELLA CECENIA DEL DOPOGUERRA
I due tratti distintivi dell’Ichkeria postbellica furono certamente lo stato di diffusa anarchia che regnava nel paese ed il revanscismo anti – russo, a causa del quale decine di migliaia di cittadini di origine slava furono costretti ad abbandonare la città o ad accettare continue vessazioni. Ecco come Troshev descrive la situazione della Cecenia all’indomani della fine della Prima Guerra:
“Tre anni di “indipendenza” hanno portato la repubblica al disastro: le masse popolari sono stati private del diritto ad una vita dignitosa. L’approvvigionamento della popolazione è praticamente cessato, le scuole sono state chiuse, anche se gli insegnanti sono rimasti nei villaggi. Gli insegnanti non ricevettero alcuno stipendio dopo il 1995. Gli ospedali e le cliniche mancavano delle attrezzature e dei medicinali necessari, e in molti casi non c’era nulla per fornire anche il primo soccorso. Le pensioni venivano emesse in maniera estremamente irregolare. Ad esempio, l’ultima volta che i pensionati ricevettero denaro fu nel Luglio – Agosto 1997 per un importo di 300 – 350 rubli. La già difficile situazione della popolazione era aggravata dalla mancanza di elettricità e gas, che in precedenza venivano forniti dal Daghestan e dal Territorio di Stavropol. La maggior parte delle fabbriche erano inattive. E le merci che vi venivano prodotte, ad esempio, nelle zone di pianura, venivano semplicemente “espropriati” dalle autorità di Grozny.
Il bersaglio principale dei separatisti, storditi dalla permissività, erano gli “stranieri”: trecentocinquantamila russi, abbandonando ciò che avevano acquisito per anni, lasciarono la Cecenia. Chi rimase bevve a pieno il calice amaro. Quante volte abbiamo letto e sentito di massacri di “non ceceni”?
Negli ultimi anni i banditi ceceni hanno sequestrato più di centomila appartamenti e case appartenenti a russi, daghestani e persone di altre nazionalità. Quasi cinquantamila tra i loro vicini furono ridotti in schiavitù dai ceceni. E quanti “schiavi” hanno piegato le spalle alla costruzione di una strada di alta montagna attraverso la cresta principale del Caucaso fino alla Georgia, vagavano nelle raffinerie di petrolio artigianali, nelle piantagioni di papavero e canapa.
Anche in questo caso i numeri citati da Troshev fanno fatica a trovare conferma. La misura di centomila appartamenti e di cinquantamila schiavi è certamente simbolica, e non trova conferma nelle statistiche ufficiali. Certamente il “furto di appartamenti” conseguente alla distruzione dell’archivio di stato durante la guerra fu un problema endemico, e la minoranza russa ne patì i principali effetti.
La scritta “Benvenuti all’inferno” campeggia su un muro in rovina nel centro di Grozny
LA DROGA IN ICHKERIA
L’ultima frase del precedente intervento introduce un altro dei gravi problemi che afflissero il paese all’indomani della pace del 1996: il traffico ed il consumo di droga.
“Uno dei motivi per le rapine in Cecenia era e rimane la droga” ha testimoniato il giordano Khalid Al – Hayad, che è stato tra i combattenti ceceni per diversi mesi, nella banda dello stesso Gelayev. In precedenza al pari delle armi, le droghe venivano vendute nel centro di Grozny. Dopo che i russi hanno preso la città, la droga è diventata molto difficile da reperire ed i prezzi sono saliti alle stelle. I militanti, anche sotto il fuoco dell’aviazione federale e dell’artiglieria, erano pronti a portare al mercato sacchi di merci saccheggiate tutto il giorno, in modo che la sera, avendo venduto le loro cose, potessero procurarsi una siringa con una piccola dose e rilassarsi. Non si può dire che tutti i militanti fossero tossicodipendenti, ma ce n’erano abbastanza. Si iniettavano, fumavano cannabis, usavano qualsiasi cosa per ottenere uno sballo.
[…] La distrutta economia cecena, la disoccupazione ed altre questioni di natura sociale e domestica non potevano non influenzare la psiche di molti, anche di pacifici cittadini ceceni. Inoltre, è ben lungi dall’essere un segreto che nella “Ichkeria libera” la produzione di droga fosse essenzialmente un’attività legale. Un tempo gli stessi Basayev e Khattab ottennero un notevole successo in questo campo. Le piantagioni di papavero e canapa appartenevano a loro e si trovavano a Kurchaloy, nei distretti di Gudermes, Nozhai – Yurt e Vedeno. E il fratello di Shamil Basayev, Shirvani, acquistò proprio per questo motivo l’edificio della scuola numero 40 in Turgenev Street, trasformandolo in un impianto di produzione di droga. Esso venne recintato con filo spinato elettrificato. Tuttavia l’attrezzatura qui era tedesca, e professori e fermacologi indiani fungevano da consulenti […] durante il girono, a fabbrica miracolosa “intitolata ai fratelli Basayev” produceva tre chilogrammi di eroina pura. Sul mercato nero, un grammo di questa droga costa duecento dollari. I signori della droga Basayev aprirono quindi i loro “uffici” a San Pietroburgo, Volgograd, Krasnodar, Ufa, Kaluga. E il denaro scorreva verso di loro come un fiume. Le fabbriche “Ichkeria” per la produzione di oppio e la lavorazione dell’eroina erano situate anche nel sanatorio degli ingegneri energetici nel distretto di Vedeno, nel campo dei pionieri “Zorka” vicino a Shali e in altri luoghi.”
Shirvani Basayev, fratello minore di Shamil Basayev. Secondo Troshev, era uno dei signori della droga in Cecenia
Anche in questo caso le affermazioni di Troshev vanno prese con le dovute cautele. Sicuramente il consumo di eroina divenne endemico nella Cecenia del dopoguerra: molti militanti ne abusarono durante il conflitto, dove la terribile sostanza serviva a curare il dolore fisico delle ferite ed a placare lo stress della battaglia. Molti comandanti di campo ne divennero produttori e distributori, e la piaga della tossicodipendenza falcidiò lo stesso esercito separatista durante la Seconda Guerra.
Musa Merzhuyev è stato uno degli uomini più vicini al primo Presidente della Repubblica Cecena di Ichkeria, Dzhokhar Dudaev. Nato nel 1944, trascorse la maggior parte della sua vita nell’esercito sovietico, dal quale si congedò nel 1991 col grado di Tenente Colonnello dell’aviazione. Messosi a disposizione del governo provvisorio rivoluzionario nel Novembre 1991, fu nominato Colonnello del nascente esercito nazionale ceceno, e posto a capo dello Stato Maggiore appena costituito. Nel Febbraio del ’92 tuttavia, fu rimpiazzato da Viskhan Shakhabov, anch’egli proveniente dai ranghi dell’armata rossa, e nell’Aprile del 1993 fu nominato Rappresentante Presidenziale presso le Forze Armate. Rimase in questa posizione fino allo scoppio delle ostilità, dopodiché divenne rappresentante regionale del Presidente, nel 1995. Rimasto ferito, continuò a supportare le attività delle forze armate secessioniste senza tuttavia poter partecipare alle azioni belliche, a causa di una lesione alla spina dorsale che lo costringeva spesso al riposo forzato.
Con la fine delle ostilità si ritirò a vita privata, non partecipando attivamente alla politica dell’Ichkeria postbellica, né alla successiva Seconda Guerra Cecena. L’intervista che segue fu rilasciata da Merzhuyev nel Giugno del 1997 al quotidiano delle forze armate “Difensore della Patria”. In essa è ben presente la consapevolezza che la “vittoria” dei separatisti è soltanto l’inizio di un percorso di rafforzamento dell’indipendenza che rischia di naufragare da un momento all’altro.
Musa Merzhuyev (a sinistra in uniforme) assiste ad una parata militare nell’anniversario dell’indipendenza. In quel momento Merzhuyev ricopriva il ruolo di Rappresentante del Presidente presso lo Stato Maggiore delle Forze Armate.
Musa, com’è iniziata la guerra russo – cecena?
Non si può dire che la guerra russo – cecena sia iniziata nel 1992, quando le unità militari russe hanno marciato attraverso l’Inguscezia, né che sia iniziata il 26 Novembre 1994 o l’11 Dicembre 1994. La guerra russo – cecena va avanti da oltre quattrocento anni. L’8 Novembre 1991 iniziò un altro round (della guerra, ndr.) quando Boris Eltsin inviò un reparto a Khankala, dichiarando lo Stato di Emergenza nella nostra Repubblica. Dzhokhar Dudaev allora agì con decisione, ma con prudenza e prontezza, ed i generali Gafarov e Komissarov valutarono con sobrietà la situazione nella repubblica e si ritirarono. Ecco perché allora non fu versato sangue. Il nostro paese si è poi trasformato in un grande campo militare. Il Presidente introdusse la Legge Marziale in risposta alle azioni di Eltsin.
Dopo aver subito una sconfitta con il ritiro del reparto, Mosca dichiarò alla Cecenia una guerra di propaganda, una guerra economica, politica, dei trasporti, con attacchi terroristici mirati. Il governo centrale allora non aveva un piano per affrontare la guerra: il presidente Dudaev sperava di riuscire a negoziare con Mosca. E’ vero, avevamo abbozzato un piano per la difesa della Repubblica. Ma il presidente non si è mai posto il compito di redigere un piano per condurre una guerra, elaborammo soltanto un piano per la difesa della CRhI in caso di aggressione da parte della Russia. Sapevamo che la Russia aveva iniziato a preparare un piano per la conquista totale della Cecenia. E al Cremlino avevano trovato un motivo conveniente: la restaurazione dell’ordine costituzionale, per la quale erano stati costituiti gruppi d’assalto guidati da Kvashnin. Il compito dei generali russi era quello di intimidire i ceceni con armate di carri armati. Nella fase iniziale l’enfasi era posta tutta sulle colonne corazzate.
Blindato delle forze armate separatiste schierato davanti al Palazzo Presidenziale
Il presidente Dudaev aveva dato l’ordine di costituire un esercito efficiente, ma per ragioni oggettive un tale obiettivo non era raggiungibile. C’erano troppe persone che volevano una poltrona. E questo era pericoloso. Il presidente Dudaev scommetteva sulla possibilità che le contraddizioni tra la Russia e la Repubblica Cecena sarebbero state risolte con mezzi pacifici. Questo è un tratto nazionale del popolo ceceno. Anche il partito filorusso di Zavgayev voleva questa guerra, e quanto ad Avturkhanov e Khadzhiev, loro erano semplici esecutori della volontà del partito della guerra. Il 26 novembre le truppe russe portate da Avturkhanov e Gantemirov, che erano usate come scudo dai servizi speciali russi, condussero un’incursione in forze, con l’obiettivo di catturare la Capitale e rovesciare il legittimo presidente della ChRI. Dopo il fallimento dell’assalto, la Russia emise un ultimatum chiedendo ai ceceni di deporre le armi e riconoscere la Costituzione della Federazione Russa. Ma ancora a questo punto Dudaev sperava nella pace ed accettò di tenere negoziati con il Ministro della Difesa russo, Pavel Grachev, e con la delegazione russa a Vladikavkaz. Il 26 Novembre 1994 le unità russe entrarono a Lomaz – Yurt, ma ancora una volta Dudaev sperò nella pace. Ma il Cremlino la pensava diversamente: il problema ceceno doveva essere risolto con la forza.
L’invasione del nostro paese è stata effettuata da tre lati (o direzioni): Mozdok, Khasvyurt, Nazran. Era previsto che il gruppo ausiliario si sarebbe spostato dal lato di Stavropol attraverso le regioni di Shelkovsky e di Naursk. Ma con l’inizio delle ostilità fu il fronte di Khasavyurt a diventare ausiliario, mentre quello di Shalkovsky – Naursk divenne il principale.
Sarebbe interessante conoscere le tue valutazioni riguardo l’ultima guerra…
Durante la Guerra Russo – Cecena, tutte le operazioni furono sviluppate da Aslan Maskhasov e io ero, per così dire, di riserva. E’ vero, ho cercato di fornire assistenza in modo indipendente al Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate della ChRI. Ma l’intero fardello del lavoro ricadde su Aslan Maskhadov e sul Comandante del Comando Centrale, Valid Taymaskhanov. E’ da notare che lo Stato Maggiore delle Forze Armate della ChRI svolse un ruolo di primo piano nel consolidamento di tutti i distaccamenti delle milizie popolari. Aslan Maskhadov si dimostrò un talentuoso organizzatore ed un combattente senza paura. Durante la guerra, ho subito una lesione alla colonna vertebrale, fui impegnato nella costituzione del quartier generale del Fronte Sud – Occidentale (comandante, Ruslan Gelayev) per conto del Presidente fino al 6 Marzo 1995, dopodiché fui evacuato per curarmi. Al mio ritorno, e fino al nuovo insorgere della malattia operai a Bamut, ma non potei fornire aiuto pratico a causa del mio stato di salute.
Riguardo Dudaev?
Dzhokhar Dudaev aveva un talento eccezionale come organizzatore, aveva la capacità di infiammare le persone, di far loro capire quanto era giusto fare quello che chiedeva. Nei tempi difficili non si perse mai d’animo. Si fidava di Maskhadov, di Gelayev, di Basayev, conosceva bene le qualità di ciascuno di loro.
L’ultima volta che ho visto il Presidente è stato nell’Ottobre 1995 a Starye Achkhoy, ma rimasi in contatto con lui tramite intermediari fino al Marzo 1996, quando tramite un messaggero gli inviai un rapporto sull’assegnazione dei fondi per le cure mediche. Non ebbi risposta, per le ragioni note a tutti.
Dzhokhar Dudaev (sinistra) e Aslan Maskhadov (destra) nel 1995
Riguardo ai mercenari?
Nella Guerra Russo – Cecena non un solo mercenario ha combattuto dalla parte del popolo ceceno, non c’erano “calzamaglie bianche”. C’erano volontari che difendevano la nostra indipendenza. Non c’erano molti tagiki, karakalpak, tartari, cabardini, abkhazi, daghestanu, kharachais, ucraini, baltici. Un fatto che racconto adesso è rimasto inosservato: vicino a Mozdok circa 300 ragazzi cabardini disarmarono i russi e si mossero per aiutarci, ma non riuscirono a passare. Furono circondati dai russi e fatti prigionieri. Ad oggi, il loro destino è sconosciuto. Alcuni cabardini, azeri e karachais presero parte alla Battaglia per Bamut.
Tutto il popolo ceceno ha combattuto contro il nemico. Una volta un anziano abitante di Gekhi portò tre figlie e sua sorella con sé. Il villaggio di Gekhi è noto in tutto il nostro paese per il fatto che a metà del XIX secolo la coraggiosa ragazza Taimaskha comandò un distaccamento di combattenti contro le truppe zariste.
L’Operazione Jihad
L’operazione del 6 Agosto 1996 è stata organizzata al massimo livello. Piccoli distaccamenti di milizie hanno bloccato la guarnigione di Grozny. Nella storia della guerra e dell’arte militare questa operazione non ha eguali. Fu il coronamento delle capacità di leadership militare di Maskhadov e dei suoi associati Shamil Basayev, Ruslan Gelayev e molti altri coraggiosi e intrepidi comandanti delle forze armate della ChRI. Nella sua organizzazione venne presa in considerazione la mentalità del combattente ceceno. Agli occhi del nemico, ogni soldato ceceno si è trasformato in mille uomini.
Quali sono le lezioni impartite dalla Guerra Russo – Cecena?
Dire che in questa guerra abbiamo sconfitto la Russia è impossibile, è un autoinganno. Non puoi mentire alla tua gente. Non possiamo illuderci. La Russia, dopo aver ricevuto un duro colpo, sta traendo le sue conclusioni e riorganizzando le forze, cosa che noi, invece, non stiamo ancora facendo. Se vogliamo ottenere e rafforzare l’indipendenza, dobbiamo creare un esercito regolare, mettendo particolare attenzione alle difese antiaeree e anticarro.
In questa guerra il soldato russo, invasore, ha mostrato le sue qualità più vili, mentre il combattente ceceno, difensore e liberare, le sue qualità più nobili. I soldati del nostro esercito devono coltivare proprio queste qualità di alto umanesimo.
Miliziani separatisti festeggiano la presa di Grozny (Agosto 1996)
Il modo in cui i soldati russi si sono comportati con prigionieri e civili è noto a tutto il mondo. I soldati russi hanno persino trasformato i cimiteri in latrine, costruire strutture difensive dentro le chiese. Hanno bruciato e ucciso prigionieri e civili, scaricato cadaveri e feriti dagli elicotteri. I regolamenti militari dovrebbero tenere conto sia del passato che del presente, fare affidamento sui tratti spirituali e nazionali del popolo ceceno. Gli ufficiali possono e devono essere formati nel nostro paese, ma anche negli Stati Uniti, in Germania, Francia, Cina. E della questione deve occuparsi lo Stato Maggiore delle Forze Armate della ChRI. L’armamento del nostro esercito non dovrebbe dipendere dalla fornitura di armi estere. Non dobbiamo dipendere dalla fornitura di armi dall’esterno. Dobbiamo creare una nostra industria militare, solo allora il nostro esercito sarà pronto per il combattimento e veramente indipendente del condurre operazioni militari.
Aslan Maskhadov ereditò dal suo predecessore Yandarbiev un paese al collasso, eppure ancora ubriacato dalla vittoria militare conseguita l’anno precedente. Il nuovo Presidente dovette così destreggiarsi tra la necessità di ricostruire rapporti decenti con la Russia, unico possibile partner nella ricostruzione del Paese, e il revanscismo dei comandanti di campo, i quali premevano perché i rapporti tra Grozny e Mosca non si ricucissero troppo. I margini di manovra erano così stretti da essere quasi impraticabili: Mosca infatti non era interessata a riconoscere ufficialmente l’indipendenza della Cecenia, ed al Cremlino vi era una corrente interventista che premeva affinché la Cecenia fosse isolata e sprofondasse nell’anarchia, giustificando così un secondo intervento militare che lavasse il prestigio della Russia. I governi occidentali, per parte loro, non sembravano interessati a rivalutare la loro opinione riguardo la cosiddetta “questione cecena”, preferendo continuare a considerarla un “affare interno” alla Federazione Russa. In patria, infine, l’ala nazionalista radicale, rappresentata da Shamil Basayev, Salman Raduev, Ruslan Gelayev e perfino dall’ex Presidente Yandarbiev osservava con disappunto gli ammiccamenti di Maskhadov verso la Russia, temendo che il nuovo leader “tradisse” la Rivoluzione Cecena.
I primi mesi del governo Maskhadov furono quindi impiegati per lo più nella costituzione di una piattaforma negoziale con la Russia che permettesse al Presidente ceceno di guadagnare tempo, mentre il Paese iniziava la ricostruzione, nella speranza di ammorbidire le posizioni dei nazionalisti radicali e di allacciare rapporti diplomatici con il Cremlino. Atto fondamentale di questo processo fu il Trattato di Mosca del 12 Maggio 1997.
RUSSIA. May 12, 1997. Meeting of Boris Yeltsin and Aslan Maskhadov. Russian President Boris Yeltsin (R) and the President of the Chechen Republic of Ichkeria Aslan Maskhadov after signing of the Russia-Chechen Peace Treaty. Alexander Sentsov, Alexander Chumichev/TASS
–осси€. 12 ма€ 1997 г. ¬стреча Ѕ. ≈льцина и ј. ћасхадова. ѕрезидент –оссии Ѕорис ≈льцин (справа) и глава „ечни јслан ћасхадов после подписани€ в ремле договора о мире и принципах взаимоотношений между –оссийской ‘едерацией и „еченской –еспубликой »чкерией. —енцов јлександр, „умичев јлександр/‘отохроника “ј——
IL TRATTATO DI MOSCA
Il 12 maggio la delegazione cecena, composta da Maskhadov, Ugudov e Zakayev raggiunse Mosca, dove procedette alla firma solenne del Trattato di Pace tra la Federazione Russa e la Repubblica Cecena di Ichkeria. Fu un evento epocale: per la prima volta in quattrocento anni di guerre e tensioni il governo di Mosca e quello di Grozny si promettevano ufficialmente la pace. Vennero firmati due documenti: il primo si intitolava “Trattato di Pace e Principi di Relazione tra la Federazione Russa e la Repubblica Cecena di Ichkeria”, il secondo si chiamava “Accordo tra il governo della Federazione Russa e il governo della Repubblica Cecena di Ichkeria sulla cooperazione economica reciprocamente vantaggiosa e la preparazione delle condizioni per la conclusione di un trattato su vasta scala tra la Federazione Russa e la Repubblica Cecena di Ichkeria”. I due documenti, dagli altisonanti titoli, avrebbero dovuto essere la base giuridica sulla quale si sarebbero costruiti i rapporti tra Russia e Cecenia. Il trattato iniziava con un epico preambolo riguardo la reciproca volontà di “[…] Porre fine al confronto secolare, cercando di stabilire relazioni forti, uguali e reciprocamente vantaggiose […]”. Un iniziò di tutto rispetto, dal quale ci si aspetterebbe un lungo ed articolato documento. E invece niente di questo. Il testo si costituiva di cinque articoli, e soltanto tre contenevano qualcosa di politicamente rilevante. In essi Russia e Cecenia si impegnavano:
A rinunciare in modo permanente all’uso ed alla minaccia dell’uso della forza come forma di risoluzione di eventuali controversie;
A Costruire le loro relazioni conformemente ai principi ed alle norme generalmente riconosciuti dal diritto internazionale, e ad interagire in aree definite da accordi specifici;
A considerare il Trattato come base per la conclusione di qualsiasi altra negoziazione.
Di per sé le tre affermazioni possono essere considerate solide basi, ma a ben guardare si prestano a molteplici interpretazioni, come tutti gli altri “documenti”, “dichiarazioni” e “protocolli” firmati fino ad allora. In particolare Maskhadov considerò il Trattato come il riconoscimento di fatto dell’indipendenza cecena, dichiarando che la sua sottoscrizione apriva “Una nuova era politica per la Russia, il Caucaso e l’intero mondo musulmano”. Uno dei funzionari della politica estera cecena, delegato in Danimarca per conto della Repubblica Cecena di Ichkeria, Usman Ferzauli, quando venne inviato da Maskhadov a firmare le Convenzioni di Ginevra, dichiarò: “[…] La Russia, firmando nel maggio 1997 il Trattato di Pace con la Repubblica Cecena di Ichkeria di fatto ha riconosciuto la Repubblica. Abbiamo il diritto di considerarci un soggetto di diritto internazionale. […].”.
Anche alcuni ricercatori internazionali, come Francis A. Boyle, professore presso il College Law dell’Università dell’Illinois, produssero ricerche giuridiche sul Trattato. Nella discussione di Boyle si legge: “L’elemento più importante del trattato è il suo titolo: “Trattato sulla pace e i principi delle interrelazioni tra la Federazione russa e l’Ichkeria della Repubblica cecena”. Secondo i principi di base del diritto internazionale, un “trattato” è concluso tra due stati nazionali indipendenti. In altre parole, il CRI viene trattato dalla Federazione Russa come se fosse uno stato nazionale indipendente ai sensi del diritto e delle prassi internazionali. […] Allo stesso modo, l’uso del linguaggio “Trattato sui … principi di interrelazione” indica che la Russia sta trattando la CRI come uno stato nazionale indipendente anziché come un’unità componente della Federazione Russa. Normalmente, “i principi delle interrelazioni” tra uno stato federale come la Federazione Russa e un’unità componente sono determinati dalla Costituzione dello stato federale. Questo documento non dice nulla della Costituzione della Federazione Russa. […]Certamente l’elemento più importante del titolo del Trattato è l’uso del termine “Repubblica Cecena di Ichkeria”. Questo è il nome preciso che il popolo ceceno e il governo ceceno hanno deciso di dare al loro stato nazionale indipendente. In altre parole, ancora una volta, la Federazione Russa ha fornito ai Ceceni il riconoscimento di fatto (anche se non ancora di diritto) come stato nazionale indipendente alle loro condizioni. […] L’articolo 1 del trattato è sostanzialmente in linea con il requisito dell’articolo 2, paragrafo 4 della Carta delle Nazioni Unite secondo cui gli Stati membri “si astengono dalle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza …” Allo stesso modo, la Carta delle Nazioni Unite Articolo 2, paragrafo 3, impone agli Stati membri di “risolvere le loro controversie internazionali con mezzi pacifici ….” Quindi, con questo Trattato, la Federazione Russa ha formalmente riconosciuto il suo obbligo di trattare la CRI in conformità con questi due requisiti fondamentali della Carta delle Nazioni Unite. […] Il secondo articolo dell’accordo è estremamente importante: “Costruire le nostre relazioni corrispondenti ai principi e alle norme generalmente accettati del diritto internazionale …” Secondo la mia opinione professionale, l’unico modo in cui l’articolo 2 del presente trattato può essere correttamente letto alla luce di tutto ciò che è stato detto in precedenza nel suo testo è che la Federazione russa sta trattando l’IRC come se fosse di fatto (anche se non ancora de jure) stato nazionale indipendente ai sensi del diritto e delle prassi internazionali, con una propria personalità giuridica internazionale. Solo gli stati nazionali indipendenti sono soggetti ai “principi e norme generalmente accettati del diritto internazionale”. […].” Il governo Russo negò questa interpretazione, considerando l’assenza di qualsiasi affermazione chiara in merito.
Salman Raduev (al centro) uno dei principali esponenti dell’ala nazionalista radicale, fu sempre contrario alla firma di un trattato di pace con la Federazione Russa, dichiarando la sua volontà di proseguire la guerra fino alla completa “liberazione” del Caucaso dal controllo russo.
Rispetto a questo, negli anni successivi sarebbe sorto un lungo dibattito. In una sua trattazione del tema, il ricercatore russo Andrei Babitski scrisse: “L’essenza di questo documento è semplice. È solo un documento sulla cessazione delle operazioni militari. […] Non menziona la capitolazione da parte di nessuna delle parti, non proclama nessuno vincitore e non formula principi chiari per governare le relazioni tra Russia e Cecenia. La risposta a queste domande è stata rinviata. La cosa più importante era terminare la guerra.”. Silvia Serravo, ricercatrice esperta in questioni caucasiche, specificò in un’intervista: “Il documento contiene la possibilità di interpretazioni diverse. […] L’indipendenza della Cecenia non è stata riconosciuta. Tuttavia, il documento ha reso possibile, almeno per la parte cecena, interpretarlo come il riconoscimento da parte della Russia dell’indipendenza cecena. […] Il trattato può certamente essere considerato un risultato. […] Tuttavia si può sempre speculare sulla misura in cui le parti erano sincere quando fu firmato questo documento e se la conclusione del Trattato si basava su alcuni motivi fraudolenti.”
L’ALLEGATO AL TRATTATO
Il secondo documento, collaterale al primo, conteneva un’altra generica serie di intese difficilmente realizzabili. In esso si definiva l’attuazione dei contenuti degli Accordi di Khasavyurt in fatto di ripristino dei servizi vitali per la popolazione civile, il regolare pagamento delle pensioni e degli stupendi pubblici da parte della Federazione Russa, il pagamento di un risarcimento alle vittime dei combattimenti, la “piena attuazione del programma di ripristino del complesso socioeconomico” del paese, il rilascio di ostaggi e prigionieri, e lo scioglimento della Commissione Governativa congiunta riguardo alla gestione del periodo interbellico, contemporaneamente all’entrata in vigore del Governo uscito dalle Elezioni del Gennaio precedente. Se il primo documento, come abbiamo visto, poteva lasciar pensare che la Russia volesse trattare la Cecenia come uno Stato indipendente de facto, anche se ancora non de jure, il secondo assomigliava molto ad un accordo interfederale tra una repubblica autonoma bisognosa di aiuto ed un governo centrale che intendeva corrisponderglielo. Particolarmente evidente era l’impegno, da parte di Mosca, di erogare gli stipendi pubblici dell’amministrazione cecena. Questo passo è fondamentale, Perchè accettandolo Maskhadov riconobbe implicitamente l’autorità di Mosca di mantenere la struttura amministrativa della Cecenia esattamente come faceva ai tempi dell’Unione Sovietica.
Aslan Maskhadov (allora Capo di Stato Maggiore dell’Esercito) e Alexander Lebed (rappresentante della parte russa ai negoziati per la tregua) firmano gli Accordi di Khasavyurt, con i quali la ChRI e la Federazione Russa concordarono un cessate -il -fuoco a tempo indeterminato. Secondo alcuni storici sarebbe proprio questo il documento con il quale la Federazione Russa riconobbe (implicitamente) l’indipendenza della Cecenia.
Non un solo accenno era previsto riguardo al riconoscimento, anche formale, all’indipendenza del paese, ed il trattato aveva in calce non già la firma di Eltsin e di Maskhadov (in qualità di presidenti) ma quelle di Chernomyrdin e Maskhadov in qualità di Primi Ministri. Ed i primi ministri, né nella Costituzione russa, né in quella cecena, avevano autorità di negoziare trattati internazionali. Il Trattato di Pace firmato da Maskhadov fu un documento utile ad accreditare lui presso l’opinione pubblica ma fallì nel rappresentare uno strumento diplomatico utile a risolvere alcunché. Certamente pose ufficialmente fine alla guerra e ad ogni ingerenza del governo federale sulla politica interna del paese, ma niente oltre a questo. Il Trattato si limitò a stabilire gli strumenti tramite i quali i due stati avrebbero comunicato tra loro. Dette ampia libertà di interpretazione sia al governo ceceno, che vide in quelle poche righe un implicito riconoscimento da parte di Mosca, che al governo russo, che ci riconobbe esclusivamente l’impegno assunto a riportare su binari politici il conflitto. Sul momento comunque sia Maskhadov che Eltsin poterono dirsi soddisfatti: il primo tornava in patria con un trattato di pace tra le mani, qualcosa che i Ceceni non avevano mai visto in tutta la loro storia. Il secondo tirava un sospiro di sollievo e metteva un temporaneo tampone a quella emorragia di consensi che era stata la Prima Guerra Cecena. Rientrato a Grozny, Maskhadov incassò l’entusiastico consenso delle forze moderate, che al termina della sua relazione al Parlamento lo salutarono con uno scrociante applauso.
Mentre Dudaev consolidava il suo potere e lo Stato indipendente ceceno iniziava a prendere forma, l’opposizione ai separatisti si radunava intorno alla figura di Umar Avturkhanov, ex funzionario del Ministero degli Interni, eletto da poco Governatore del Distretto dell’Alto Terek e apertamente ostile al nuovo governo. Vicino a lui si erano raccolti sia i nazionalisti moderati, sia gli esponenti della vecchia classe dirigente sovietica. Si trattava di una trentina di notabili, tra i quali spiccavano il già citato Hadjiev, che aveva snobbato l’invito di Dudaev a fargli da vice, l’ormai apparentemente emarginato Zavgaev ed il leader di Daimokhk, Lecha Umkhaev.. Il Movimento aveva il supporto manifesto di Mosca, che intendeva usare l’opposizione come grimaldello per scardinare il fronte dudaevita. Con l’avvicinarsi del 31 marzo, data nella quale tutti i soggetti federati avrebbero dovuto firmare il nuovo Trattato Federativo, l’opposizione iniziò a manifestare la volontà di intervenire affinché la Cecenia interrompesse il suo percorso secessionista. Il 6 marzo, mentre i negoziati di Sochi erano in atto, Avturkhanov pubblicò un comunicato nel quale si appellava a tutti i cittadini della repubblica cecena, invitandoli a non riconoscere né Dudaev né il Parlamento. Lo stesso giorno, il governatore dichiarò lo Stato d’Emergenza nell’Alto Terek ed attivò un Quartier Generale, dal quale distribuì armi alla popolazione e mobilitò l’Unione per la Difesa dei Cittadini della Repubblica Ceceno – Inguscia, una milizia volontaria antidudaevita e filorussa. Secondo quanto riportato dai suoi stessi esponenti, da Mosca giunsero 50 milioni di rubli per finanziare l’attività dei dissidenti, mentre dalla vicina base militare russa di Modzok affluirono armi leggere. L’opposizione si era data anche un nome: Movimento per il Ripristino dell’Ordine Costituzionale nella Repubblica Ceceno – Inguscia.
Umar Avturkhanov, governatore dell’Alto Terek e principale oppositore di Dudaev tra il 1992 ed il 1994.
Il 17 marzo un primo volantino firmato dagli esponenti del movimento iniziò a circolare a Grozny. In esso si chiedevano le dimissioni di Dudaev, accusato di essere la causa della situazione drammatica nella quale stava precipitando il paese. Nei giorni seguenti distaccamenti armati dell’Unione per la Difesa dei Cittadini presero posizione nei distretti di Sunzha, di Achkoy – Martan, di Shali e di Grozny. Dudaev tentava di evitare uno scontro diretto con queste formazioni armate, un po’ perché sperava di ricondurre i loro leaders ad un’alleanza politica col suo governo, un po’ perché non era sicuro che la sua Guardia Nazionale fosse in grado di resistere ad un attacco ben coordinato[1]. La debolezza delle truppe regolari era ben chiara dall’opposizione, ed Avturkhanov si convinse che un assalto ben orchestrato a Grozny sarebbe bastato a far cadere il Generale. Così i leaders del Movimento per il Ripristino dell’Ordine Costituzionale organizzarono il loro colpo di mano. La sera del 30 marzo i leaders golpisti si riunirono in un’abitazione a Grozny, nei pressi di Kirov Park, poco lontano dalla stazione TV, e organizzarono in un Comitato d’Emergenza. La mattina del 31 marzo, intorno alle 7:00 un commando armato penetrò all’interno della TV di stato e disarmò le poche guardie che sorvegliavano l’edificio. Pattuglie armate occuparono il principale asse viario di Grozny, quello che da Nord – Ovest della città raggiunge i sobborghi meridionali. Nessun reparto della Guardia Nazionale intervenne. Ancora alle 9 e mezzo, più di due ore dopo il blitz, nessuna forza lealista aveva reagito all’attacco, mentre una folla piuttosto nutrita di civili, per lo più sostenitori dell’opposizione, si era radunata a Kirov Park, scandendo slogan di supporto al Comitato d’Emergenza. Nel frattempo un secondo distaccamento di golpisti aveva raggiunto l’avanguardia che aveva lanciato l’attacco: ora i ribelli contavano cento – centocinquanta uomini armati. Le unità dipendenti dal Ministero degli Interni, richiamate da Dudaev ad intervenire, rimasero chiuse nei loro acquartieramenti per ordine esplicito del Ministro, il quale dichiarò che non avrebbe permesso la partecipazione delle sue unità, impegnandosi soltanto a garantire “per quanto possibile il mantenimento dell’ordine pubblico”. Con questo atteggiamento, il Ministero degli Interni passava di fatto dalla parte degli insorti. Tutto era pronto per l’arrivo dei leader del Comitato d’Emergenza ed il rovesciamento di Dudaev.
Bandiera del Consiglio Provvisorio della Repubblica Cecena, il principale raggruppamento anti – dudaevita sorto nel 1992 intorno ad Avturkhanov. Nel corso del 1993 ad esso si unirono personaggi che avevano aderito al fronte secessionista, come il Sindaco di Grozny Bislan Gantamirov ed il Deputato Ibragim Suleimenov.
Ma nessuno si fece vivo. Che era successo ai capi della rivolta? Semplicemente si erano messi a litigare, si erano spartiti i fondi russi e se ne erano tornati da dove erano venuti. Era successo che durante la notte i componenti del Comitato d’Emergenza si erano affrontati per decidere chi avrebbe dovuto essere il capo di quell’accozzaglia di post – comunisti ed anti – dudaeviti così eterogenea e contraddittoria. Ne era venuto fuori che tutti volevano fare il Presidente, ma che nessuno aveva intenzione di guidare le operazioni militari. Dopo un acceso alterco la direzione del colpo di stato era stata abbandonata al suo destino. Così, alle 11 del mattino del 31 marzo, nonostante i ribelli avessero preso il controllo della piazza, non c’era nessuno in grado di ordinare la prosecuzione delle operazioni. Rimasto senza una regia, il golpe si trasformò in una farsa. Le forze lealiste, giunte nei pressi della TV di stato soltanto verso le 11, si trovarono ad affrontare un centinaio di miliziani privi di una catena di comando, circondati da un cordone di manifestanti disarmati e disorientati. Verso mezzogiorno dal Parlamento riunito in seduta plenaria giunse la condanna al colpo di stato. Akhmadov fece votare l’introduzione dello Stato di Emergenza in tutto il paese, dichiarando le azioni prodotte dal Comitato d’Emergenza “un tentativo di colpo di Stato”. Quando cominciò a circolare la voce che i ribelli erano finanziati ed armati dal Cremlino, la reazione popolare non si fece attendere: una folla di persone si radunò davanti al Palazzo Presidenziale, ed anche i sostenitori del colpo di stato, saputo che questo era orchestrato da Mosca, cambiarono bandiera e si unirono ai lealisti. Il silenzio degli esponenti del Comitato di Emergenza fece il resto, ed alle 18:35 un trionfante Dudaev, ormai tornato padrone della situazione, si rivolse ai cittadini, invitandoli a sollevarsi in difesa del sacro diritto del popolo alla libertà, all’indipendenza ed alla dignità nazionale, contro i circoli reazionari della Russia e i loro burattini locali. Nel giro di poche ore una folla di ceceni lealisti si raccolse intorno alla TV di Stato, l’ultimo edificio ancora in mano ai golpisti, mentre i reparti della Guardia Repubblicana si preparavano ad irrompervi. Alle 19:20, scaduti gli ultimatum, iniziò l’assalto.
Una folla di manifestanti fedeli a Dudaev si dirige verso il centro televisivo di stato per contrastare il golpe degli anti – dudaeviti.
La sparatoria durò alcuni minuti, dopodiché la Guardia Nazionale riuscì a penetrare nella stazione TV, sloggiando i ribelli e catturandone una dozzina. Morirono una quindicina di persone. Coloro che non se ne erano già andati approfittarono della calca per sgattaiolare fuori da Grozny, mentre i reparti ribelli che non erano stati ingaggiati dalla Guardia Repubblicana si ritirarono dalla città verso le basi di partenza. Alle 10 di sera il colpo di stato poteva dirsi ufficialmente fallito, e la TV riprese a trasmettere dal canale governativo. Yandarbiev parlò al paese, accusando i golpisti di essere una forza distruttiva al soldo della Russia. Nei giorni successivi il VDP e gli altri movimenti lealisti organizzarono una grande manifestazione di piazza a sostegno dell’indipendenza, alla quale parteciparono migliaia di persone. Il Governo ed il Parlamento emisero un appello generale nel quale si diceva:
“Noi, rappresentanti di tutti i villaggi ed i distretti della Repubblica Cecena, riuniti in una manifestazione di molte migliaia il 1 e il 2 Aprile 1992, esprimiamo il nostro sostegno al Parlamento eletto ed al Presidente della Repubblica Cecena, esprimiamo la nostra collera contro gli autori del raid all’emittente pubblica ed al tentativo di colpo di stato da parte delle forze reazionarie della cosiddetta opposizione, agenti dell’impero russo. Chiediamo con forza al Parlamento, al Presidente del Consiglio dei ministri di adottare misure di emergenza per frenare le azioni anticostituzionali delle forze di opposizione e la criminalità dilagante. Al fine di stabilizzare la situazione, proponiamo di introdurre la pena di morte in pubblico per reati gravi contro lo stato, nonché per i crimini contro la vita dei cittadini della nostra repubblica. […] Esortiamo i cittadini della repubblica ad essere vigili, a non soccombere al panico […].”
Avturkhanov e gli altri ribelli di ritirarono nell’Alto Terek e, tentando di salvare la faccia, dichiararono che quella del 31 marzo era stata soltanto una “azione dimostrativa” e non un colpo di stato. Qualunque fosse lo scopo dell’attacco, il risultato fu quello di mobilitare le piazze a sostegno di Dudaev, rendendolo ancora di più padrone della scena politica.
Bektimar Mezhidov, Hussein Akhmadov e Magomed Gushakayev, i tre leaders del Parlamento di prima convocazione. Il Parlamento si espresse compattamente contro il colpo di Stato, isolando i golpisti.
[1] A quel tempo essa era composta da qualche centinaio di volontari, pochi ed in perenne conflitto tra loro: una parte sosteneva Gantemirov, un’altra Basayev. Nel febbraio del 1992 le frizioni tra le due squadre erano giunte all’apice quando si era scoperto che le armi del principale magazzino militare in mani cecene, quello rinvenuto all’interno dell’edificio del KGB a seguito dell’assalto al palazzo, erano quasi tutte sparite. Basayev accusò Gantemirov (che ne aveva la custodia) di averle sottratte per armare la sua “fazione”. Gantemirov negò ogni accusa, ma non fornì alcuna spiegazione plausibile per la loro scomparsa. Se si escludono queste forze, a Dudaev rimaneva un piccolo nucleo di combattenti, che aveva inquadrato nella Guardia Presidenziale, il cui compito era quello di difendere la sua persona, i suoi familiari ed i principali edifici governativi. Ma si trattava di una trentina scarsa di persone, troppo poche per potersi opporre ad un attacco diretto da parte di un esercito organizzato.
Dopo la caduta di Grozny le forze separatiste si attestarono sulle montagne nel sud del Paese. Porta d’accesso alla difesa cecena era l’imbocco della gola del fiume Argun, chiamata dai locali “Porta del Lupo”: un accesso stretto e frastagliato per attraversare il quale le forze federali avrebbero dovuto fare a meno della loro superiorità tecnologica, ed affrontare i dudaeviti tra le foreste ed i sentieri di montagna. Il cardine della difesa era il villaggio di Chiri – Yurt, a due passi dall’imbocco della gola, sulla sponda orientale dell’Argun. Ad est del villaggio si trovava un grande impianto per la produzione di cemento, il quale sovrastava la cittadina massiccio e imponente, come una fortezza medievale. Qui i separatisti si erano trincerati, trasformando la cementeria in una piazzaforte. Tra il Marzo ed il Maggio del 1995 i federali combatterono una sanguinosa battaglia per il controllo di quella posizione strategica, riuscendo ad espugnarla soltanto dopo violenti combattimenti.
CHIRI YURT E LA CEMENTERIA
Chiri – Yurt è un villaggio di alcune migliaia di persone (nei primi anni ’90 la popolazione si aggirava intorno ai 5000 abitanti) situato proprio all’ingresso della gola dell’Argun, chiamata dai ceceni “Porta del Lupo” perché separa i bassopiani del centro – nord dalla regione impervia e montagnosa del sud. Nel 1974 le autorità ordinarono la costruzione di un grosso impianto industriale per la produzione di cemento. Allo scoppio della Rivoluzione Cecena questo impianto era in grado di produrre 1,2 milioni di tonnellate di prodotto, il che lo rendeva il principale cementificio di tutto il Caucaso. I suoi cinque forni e le strutture atte a contenere e lavorare il materiale coprivano una gigantesca area ad est del villaggio. Molti degli abitanti di Chiri – Yurt lavoravano alla cementeria, ed il benessere portato dalla piena occupazione dei cittadini si rifletteva nella vitalità economica e culturale della cittadina. Lo scoppio della Rivoluzione e i successivi, turbolenti anni del regime di Dudaev avevano incrinato questo equilibrio di lavoro e benessere, anche a causa del fatto che molti degli specialisti che lavoravano alla fabbrica, di origine russa, se ne erano andati temendo l’acceso nazionalismo del regime.
L’ARRIVO DEI FEDERALI
Il 12 Dicembre 1994 l’esercito federale invase la Cecenia. Dopo essere rimasto impantanato nella battaglia casa per casa per la conquista di Grozny, dai primi di Marzo del 1995 l’esercito di Mosca aveva iniziato a prendere posizione all’imbocco delle gole del sud, preparando i piani per la “guerra sulle montagne”. Affinchè l’azione fosse portata a termine con un certo coordinamento, e approfittando dell’imminente avvento dei festeggiamenti di Maggio (anniversario della vittoria russa nella Seconda Guerra Mondiale) i comandi federali concordarono con Eltsin una tregua di qualche settimana. Questo permise agli attaccanti di riorganizzare le forze, e parimenti concesse ai dudaeviti il tempo per predisporre una linea difensiva lungo le gole per reggere l’urto della seconda offensiva russa. Dudaev ordinò che la principale porta d’accesso al cuore dell’Ichkeria fosse sigillata. Fu così che alcune centinaia di miliziani furono inviati a Chiri – Yurt dove si installarono nella cementeria ed iniziarono a fortificarla. Tra Marzo e Aprile si erano registrati i primi scontri per il controllo del villaggio, ma le forze attaccanti erano state respinte dopo aver subito numerose perdita.
La mappa mostra la posizione della cementeria (l’insediamento a destra) rispetto al villaggio di Chiri – Yurt (a sinistra) Il fiume che scorre ad ovest del villaggio è l’Argun. La freccia indica l’imbocco della “Porta del Lupo”
Il 12 Maggio 1995 la tregua proclamata da Eltsin ebbe termine, e l’esercito federale riprese ad avanzare. I primi reparti attaccanti raggiunsero la Porta dei Lupi poco più tardi, trovandosi di fronte il cementificio all’interno dei quali si erano trincerati i separatisti. La gigantesca struttura, sovrastante il villaggio di Chiri – Yurt, era protetta da profondi campi minati, oltre i quali si trovavano casematte in cemento armato nelle quali erano alloggiati almeno una sessantina di miliziani supportati dal fuoco di almeno 6 veicoli corazzati e una decina di mortai. I punti fuoco montavano mitragliatrici pesanti ed un gran numero di armi anticarro, oltre ad alcuni dispositivi antiaerei. Alle spalle della fortezza si muovevano piccoli gruppi di supporto pronti a rinforzare i settori che eventualmente fossero stati soverchiati dall’attacco federale. Il villaggio era tenuto da una milizia locale armata alla leggera, sufficiente comunque ad impensierire i federali, ma soprattutto utile a monitorare i movimenti dei mezzi pesanti, in modo da avvisare in tempo i difensori della fortezza nel caso di attacco.
Mortaio russo spara in direzione della cementeria
L’ATTACCO
Il 18 Maggio le avanguardie federali della 166a Brigata giunsero nei pressi della cementeria, dove furono accolte da un fitto tiro di mortaio che provocò le prime vittime tra gli attaccanti. Mentre si susseguivano sterili negoziati per la risoluzione pacifica dello scontro, nuovi reparti si ammassarono sulla linea del fronte, fornendo supporto corazzato e di artiglieria alle formazioni paracadutiste avanzanti. La sera del 19 Maggio iniziò il bombardamento di Chiri Yurt, presidiato da alcune decine di residenti armati. Per 48 ore i russi portarono avanti un incessante bombardamento con l’artiglieria e l’aereonautica, distruggendo il villaggio e trasformando la cementeria in un cumulo di rovine. Nel frattempo altre unità si disponevano sui lati scoperti dell’edificio, completando l’accerchiamento per la tarda serata del 20 Maggio. Protetti dal tiro dell’artiglieria, intanto, reparti sminatori provvedevano ad aprire un varco nei campi minati.
Militare russo tra le rovine del cementificio
Non appena il varco fu sufficientemente largo e sicuro per garantire un assalto in forze, una cinquantina di veicoli blindati da trasporto si lanciarono a grande velocità verso la fabbrica, aggirando Chiri – Yurt e dirigendosi a tutta forza verso le posizioni tenute dai ceceni. L’attacco si sviluppò in piena notte, col favore delle tenebre, mentre la maggior parte dei miliziani a difesa del villaggio dormivano. Nessuno quindi avvisò i difensori del cementificio dell’imminente attacco, e questi furono colti completamente di sorpresa: i reparti a difesa del villaggio non entrarono in azione, e si trovarono ben presto tagliati fuori dal teatro di operazioni. I militanti a difesa del cementificio furono preso sovrastati dal nemico, numericamente superiore, e predisposero una precipitosa azione di copertura per sganciarsi e ritirarsi all’interno della gola dell’Argun. Iniziò così una battaglia di quattro ore, durante la quale i paracadutisti russi, al comando del Generale Shamanov, presero il cementificio un edificio alla volta. Secondo i resoconti ufficiali nessun soldato federale rimase ucciso, ed anche le perdite tra i miliziani furono contenute (le cifre oscillando tra i 6 e le alcune decine di morti).
La caduta del cementificio aprì la strada alle truppe federali, che iniziarono a penetrare nella gola dell’Argun in direzione Shatoy, l’ultimo grande centro abitato nelle mani dei dudaeviti. La sconfitta mostrò ai separatisti che in una battaglia di tipo convenzionale l’esercito russo avrebbe sempre avuto la meglio, sia per la preponderante superiorità numerica e tecnologica, sia per l’incapacità dei reparti ceceni di mantenere una “disciplina di battaglia” sufficiente a contrastare iniziative ben coordinate del nemico. Dopo la presa di Chiri – Yurt il comandante dello Stato Maggiore separatista, Aslan Maskhadov, iniziò a maturare una diversa strategia operativa, non più volta a costituire fronti difensivi rigidi, nella difesa dei quali le unità regolari dell’esercito ceceno erano state sistematicamente impegnate e distrutte, quando ad individuare delle “regioni attive” nelle quali muovere con efficacia piccoli gruppi di fuoco coordinati tra loro, dando il via ad una guerra di movimento di tipo partigiano.
L’accerchiamento di Aksai fu una manovra occorsa il 7 Gennaio 1995 tra reparti della 22° Brigata per Scopi Speciali dell’Esercito Federale ed un raggruppamento di miliziani separatisti nei pressi del fiume Aksai, nel sud montagnoso della Cecenia. L’azione portò alla cattura di più di 40 militari russi ed alla loro consegna davanti alle telecamere, sancendo una vittoria militare e politica dei dudaeviti.
Le forze federali prigioniere dei separatisti a Shali
IL DISPIEGAMENTO DELLE FORZE
Con l’avvio della campagna militare di terra il comando federale predispose una serie di azioni di sabotaggio e disturbo oltre quelle che si pensava sarebbero state le linee difensive cecene, una volta che il grosso dell’esercito federale avesse conquistato Grozny. Alcune unità elitrasportate avrebbero dovuto prendere posizione ai piedi delle montagne e da lì dirigere il tiro dell’artiglieria e dell’aviazione sulle formazioni militanti in fuga. Il 29 Dicembre, poche ore prima che iniziasse l’attacco alla capitale, due squadre speciali furono inviate su tre elicotteri da trasporto scortati da due elicotteri d’assalto alla periferia meridionale di Grozny. Giunti al sito di atterraggio i piloti si trovarono davanti ad una fitta coltre di fumo nero, sprigionata da pozzi petroliferi in fiamme. Impossibilitati ad atterrare, gli elicotteri si diressero a sud, dove trovarono un comodo spiazzo dove posarsi. Il luogo era tuttavia presidiato ad alcune persone, la cui affiliazione era indefinibile a causa del fatto che indossavano abiti civili. Il comandante della spedizione, Maggiore Morozov, ordinò di effettuare alcuni falsi atterraggi per confonderli nel caso si trattasse di dudaeviti, poi predispose l’atterraggio dei suoi uomini. Dopo essersi disposti sul terreno i militari russi iniziarono a dirigersi verso Nord, in modo da raggiungere il punto di partenza dell’operazione, ma ben presto si accorsero di essere sotto osservazione da parte di un piccolo gruppo di armati.
Morozov tentò di ingaggiare i separatisti, ma questi si dispersero efficacemente. A quel punto l’effetto sorpresa, garanzia di successo dell’operazione, era ormai compromesso, e Morozov chiese di evacuare i suoi uomini, ma dal Comando giunse l’imperativo di proseguire la missione. Nel frattempo sul retro dello schieramento russo si stavano concentrando decine di militanti, i quali avevano preso coraggio e minacciavano gli incursori federali. Questi, per evitare di cadere in un’imboscata continuarono a muoversi verso nord, spostandosi continuamente tra le montagne per evitare la cattura. Nel frattempo un secondo gruppo di forze speciali atterrò a poca distanza, riunendosi al primo e costituendo così una forza di una quarantina di unità. Il gruppo così rafforzato continuò a procedere verso nord, con l’intento di prendere la posizione originaria ed iniziare la azioni di disturbo e direzione del tiro. Tuttavia l’assenza di mappe aggiornate ed una certa confusione nella catena di comando resero difficile e laborioso lo svolgimento dell’azione: in particolare le unità speciali si ritrovarono a marciare su di una strada asfaltata coperta di neve, lasciando numerose impronte le quali furono prontamente notate dai residenti locali e dai miliziani separatisti. Lungo la strada i federali incontrarono alcuni uomini aderenti alle milizie anti – dudevite, i quali consigliarono ai russi di seguire un certo percorso che li avrebbe portati in una zona sotto il loro controllo nei pressi del villaggio di Goity. Tuttavia il comandante delle due unità raggruppate, Maggiore Ivanov, decise di procedere secondo i piani e confermò la direzione Nord, verso la periferia meridionale di Grozny.
Militari russi in pattuglia su un torrente in Cecenia
L’ACCERCHIAMENTO
Gli uomini viaggiavano con un notevole peso sulle spalle, trasportando sia la dotazione tradizionale che gli strumenti per le comunicazioni e gli esplosivi per le azioni di sabotaggio. La molta neve caduta in quei giorni rallentò ulteriormente i reparti federali, ed il riacutizzarsi di una vecchia ferita alla gamba del Maggiore Ivanov ridusse di molto la mobilità del reparto. La mattina del 7 Gennaio, constatato che ormai i gruppi militanti al seguito dei federali avevano raggiunto alcune centinaia di unità, Ivanov si decise ad ordinare l’evacuazione: i suoi uomini si sistemarono su di un’altura prospiciente un comodo punto di atterraggio ed attesero l’arrivo degli elicotteri. Nell’attesa fu ordinato di preparare la colazione, ed il fumo dei falò rese facilmente individuabili le truppe di Mosca. La scelta di trincerarsi su un’altura era mutuata dalla strategia di difesa classica impiegata dai militari russi in Afghanistan. Tuttavia, a differenza delle alture centroasiatiche, per lo più spoglie di vegetazione, le colline cecene erano coperte di vegetazione, il che non favoriva l’individuazione di eventuali unità attaccanti.
Le colline boscose sull’Aksai. La fitta vegetazione rendeva facile dissimulare il numero dei combattenti ai reparti separatisti impegnati nell’assedio.
I miliziani iniziarono quindi a sistemarsi ai piedi dell’altura, circondandola da tutti i lavi. Poi, non appena la nebbia iniziò ad alzarsi, questi iniziarono a risalire la china protetti dalla foschia, sbucarono di fronte alle posizioni avanzate russe ed iniziarono una fitta sparatoria, durante la quale due soldati federali rimasero uccisi. Il fuoco giungeva da tutti i lati, e gli uomini di Ivanov non riuscivano a stimare l’entità delle forze attaccanti, nascoste tra gli alberi e coperte dalla nebbia. Per contro i miliziani potevano tenere sotto controllo i federali con grande facilità, essendo le loro sagome ben visibili nel cielo chiaro di Gennaio. I militari russi poi erano stremati dopo aver trasportato a spalla pesanti apparecchiature, e non avevano alcuna preparazione militare al combattimento in montagna. Vistosi in difficoltà, Ivanov chiese urgentemente che i suoi uomini fossero evacuati per via aerea, ma il Comando russo respinse la richiesta, chiedendo alle unità sul campo di resistere fino a che le condizioni metereologiche avessero permesso di volare in sicurezza. Tuttavia le condizioni sul campo di battaglia sembravano insostenibili, ed Ivanov inviò Morozov a parlamentare coi separatisti, tentando di guadagnare tempo o di ottenere la loro autorizzazione a sganciarsi. I dudaeviti capirono presto che l’obiettivo di Morozov era quello di tenere aperti i negoziati fino all’arrivo delle forze aeree, ed ordinarono una resa immediata. Per convincere i federali ad abbassare le armi iniziarono a martellare l’altura con i mortai. Dopo alcune ore di martellamento Ivanov, convinto che un attacco dei separatisti avrebbe portato alla completa distruzione del suo reparto, ordinò la resa.
Pattuglia di soldati russi nella nebbia
LA PRIGIONIA E LA LIBERAZIONE
In totale caddero nelle mani dei miliziani tra i 42 e i 48 soldati federali. Questi furono trasferiti a piedi presso un centro di detenzione preventiva del Dipartimento di Sicurezza dello Stato, nel distretto di Shali, situato nel vecchio centro di detenzione temporanea regionale del Ministero degli Interni. Dell’interrogatorio si occupò il capo del Dipartimento in persona, Abusupyan Mosvaev. Durante il suo svolgimento alcuni dei militari furono picchiati, e lo stesso Maggiore Ivanov riportò una grave commozione cerebrale a seguito di un colpo inferto con una bottiglia. In generale, comunque, i prigionieri non riportarono segni di tortura, né danni fisici gravi. Questo atteggiamento particolarmente “morbido” nei confronti dei prigionieri fu spiegato con la presenza di Maskhadov presso Shali (egli era contrario all’utilizzo della tortura sui prigionieri, ed era intenzionato a mostrare al mondo la “regolarità” delle sue forze armate anche tramite il rispetto delle convenzioni internazionali sui prigionieri di guerra).
I ceceni fecero largo uso delle forze speciali catturate ai fini della propaganda. Maskhadov inviò a Shali i corrispondenti di molte agenzie di stampa, sia russe che occidentali, affinchè documentassero le condizioni di vita dei prigionieri. Inoltre autorizzò le madri dei militari catturati a recarsi a Shali per riprendere i propri figli, ottenendo una gigantesca eco mediatica. Il 19 Gennaio i soldati furono consegnati ai russi presso il villaggio di Gerzel – Aul, nel distretto di Gudermes.
Aslan Maskhadov fu Capo di Stato Maggiore dell’esercito ceceno dalla primavera del 1994 al Settembre del 1996, quando fu nominato capo del Governo Provvisorio post – bellico. Eletto Presidente della Repubblica nel Gennaio 1997, guidò la ChRI fino alla sua morte, nel 2005.
Durante la Prima Guerra Cecena fu l’ideatore delle strategie di difesa e di attacco per tutto il corso del conflitto: organizzò la difesa di Grozny nei primi mesi del ’95, la guerra di posizione fino al Maggio dello stesso anno, la guerra di movimento sulle montagne ed i due riusciti raid su Grozny, l’ultimo dei quali, passato alla storia come Operazione Jihad, condussero alla vittoria cecena ed agli Accordi di Khasavyurt.
Di seguito riportiamo un’intervista rilasciata da Maskhadov nel Giugno 1999 alla testata “Small Wars Journal”:
Aslan Maskhadov
IL FIASCO DI CAPODANNO
I russi non intrapresero una guerra correttamente, erano preparati soltanto a subire perdite enormi ed a distruggere tutto. Non valorizzavano i loro soldati, mentre noi consideravamo ognuno dei nostri uomini. Per esempio: la Battaglia di Grozny del 31 Dicembre 1994. C’erano rumorosi e vanagloriosi annunci del Ministro della Difesa russo, Pavel Grachev, secondo i quali la città avrebbe potuto essere presa con un reggimento di forze speciali. I russi entrarono in Cecenia con circa 3 – 4 divisioni. Erano posizionati nella valle di Dolinsky, a Tolstoy Yurt, ad Argun e ad Achkoy – Martan. Avevano truppe d’elite e commandos, reggimenti corazzati.
Il nostro primo problema fu quello di evitare la ritirata ed ingaggiare i russi in battaglia. La prima battaglia che combattemmo si svolse letteralmente alle porte del Palazzo Presidenziale. Il mio Quartier Generale era nel basamento del palazzo. La 131° Brigata Motorizzata, il 31° Reggimento Corazzato Samara ed altre unità furono in grado di entrare dentro Grozny senza opposizione. Non avevamo un esercito regolare che potesse opporsi alle forze russe, soltanto alcune piccole unità che cercavano di tenere varie posizioni nella città. I russi piombarono dentro Grozny sui loro APC e carri armati senza usare la fanteria, come fossero ad una parata. Circondarono il Palazzo Presidenziale, la città fu riempita di carri. Ero nel mio Quartier Generale, circondato dai carri russi. Decisi che avremmo dato battaglia. Detti il comando a tutte le piccole unità che avevamo in giro per la città di lasciare lo loro posizioni e di dirigersi al Palazzo Presidenziale. Loro non sapevano che ero circondato ma io sapevo che quando fossero arrivate avrebbero affrontato il nemico.
Video contenente filmati originali della Battaglia di Grozny. L’audio è in russo.
Le nostre unità iniziarono ad arrivare, videro le posizioni russe e la battaglia iniziò, i russi non se l’aspettavano. Erano seduti ai loro posti, molte delle loro truppe erano posizionate come in una parata intorno al Palazzo e sulla piazza di fronte alla stazione ferroviaria. I loro APC furono distrutti in meno di quattro ore. I russi fuggirono, cacciati, attraverso Grozny, inseguiti dalle nostre unità armate di lanciagranate, anche da ragazzi con bottiglie molotov. Questo durò per 3 giorni: tutte le apparecchiature russe, 400 tra carri e APC che entrarono a Grozny, furono distrutti. La città si riempì di cadaveri di soldati russi. Fu un tremendo successo.
LANCIAGRANATE CONTRO CARRI ARMATI
Una delle ragioni del nostro successo fu l’operazione del 26 Novembre, quando l’opposizione cecena attaccò la città con 50 veicoli corazzati. Gli ufficiali e gli equipaggi erano contractors russi. Raggiunsero il Palazzo Presidenziale, dove il primo carro fu distrutto. Dopo tre ore tutto l’equipaggiamento era in fiamme o catturato, inclusi 11 carri armati. Questa battaglia fu una sorta di prova. La gente perse il timore dei carri russi: erano semplici scatole di fiammiferi. Questo primo successo dette fiducia ai nostri uomini: il 31 Dicembre, quando vedevano un carro armato, consideravano un loro compito distruggerlo. In alcuni casi divenne una competizione: “lasciami questo carro, è mio”.
Quando tutti i mezzi russi furono distrutti intorno al Palazzo Presidenziale, la mia decisione successiva fu quella di difendere il Palazzo. Combattenti e volontari iniziarono arrivare dai quattro angoli della Cecenia. Li registrai e dissi loro “questa è una casa, avete 40 uomini, difendetela e non muovetevi da lì”. Così un poco alla volta venne organizzata la difesa intorno al Palazzo Presidenziale. La divisione commando del Generale Babichev, che stazionava nei pressi di Achkoy Martan si mosse lungo la cresta montuosa e si affacciò su Grozny, altre unità russe furono richiamate, la battaglia si accese intorno al Palazzo per ogni casa, ogni quartiere della città. Le nostre unità si comportarono bene, respinsero ogni attacco. I russi erano riluttanti ad usare la fanteria. Ebbi l’impressione che fossero impauriti, tutto quello che volevano era trincerarsi in posizione difensiva, nascondere i loro carri, ma era impossibile in queste condizioni: al contrario era più pericoloso. Così i carri e gli APC bruciarono ed i soldati perirono all’interno. Non ci fu nessun tentativo di difendere o coprire i carri, o di accompagnarli con la fanteria. Semplicemente loro avanzavano in massa, e come avanzavano venivano distrutti. Più tardi la battaglia si accese intorno all’edificio del Consiglio dei Ministri, all’Hotel Kavkaz, ed al vecchio Istituto Petrolifero, dove avevamo 12 combattenti. L’edificio fu circondato da carri armati, i quali iniziarono a sparare senza sosta. I miei uomini mi chiesero aiuto, ma non potevo provvedere a loro. “Allah vi aiuterà” dissi loro. Un’ora più tardi fecero fuori un carro, poi un altro. AI russi saltarono i nervi e si ritirarono. Fu così che combattemmo.
Miliziani combattono tra le carcasse di mezzi blindati russi messi fuori combattimento.
DAL PALAZZO PRESIDENZIALE A PIAZZA MINUTKA
Difendemmo il Palazzo per 18 giorni. Dopo un costante fuoco di mortaio rimase soltanto il guscio dell’edificio, tutti gli alberi di fronte al palazzo furono spazzati via. Vicino, nel quartiere dell’Archivio Nazionale, a 20 metri dal Palazzo, le unità Alfa e Beta tentarono di irrompere intorno al 5/6 Gennaio (1995). Occuparono l’edificio che si trovava all’angolo con il Palazzo Presidenziale. Mi aspettavo un attacco da quella direzione, e tenni le mie migliori unità su quel lato. Loro provarono molte volte ad irrompere ma non riuscirono a coordinare un attacco frontale completo. Poi intorno al 18 Gennaio l’aviazione russa lanciò bombe di profondità sul Palazzo Presidenziale. Tre bombe colpirono il basamento dove avevamo il nostro Quartier Generale – una colpì il corridoio, un altra l’infermeria, ed una porta sul retro. Fortunatamente il giorno precedente le donne ed i dottori erano stati evacuati, ed erano rimasti soltanto i soldati e la Guardia Presidenziale.
Rimanemmo con il cielo sopra le nostre teste e decidemmo di lasciare il Palazzo. Pianificai la ritirata nella notte, intorno alle 22. Tutti i nostri combattenti che erano circondati in città o che stazionavano più lontano in periferia dovettero ritirarsi per primi oltre il fiume Sunzha. Quelli che coprivano la ritirata e la Guardia Presidenziale furono gli ultimi ad andarsene, alle 23. Yandarbiev ed io ce ne andammo alle 22 in direzione del Sunzha. Avevamo 4 uomini con me. Basayev ci stava aspettando oltre il Sunzha, dove installammo un altro Quartier Generale. Tutti quelli che riuscirono a ritirarsi dalla città attraversarono il Sunzha: i russi ovviamente non se ne accorsero. Continuarono a bombardare il Palazzo Presidenziale per tre giorni, chiaramente non intenzionati ad avanzare le loro truppe.
Militari russi attraversano le rovine di Piazza Minutka
La decisione successiva fu quella di mettere tutte le truppe disponibili lungo una linea di difesa sul Sunzha. Mentre i russi ancora bombardavano il Palazzo, prendemmo rapidamente posizione e costruimmo difese su ogni ponte sul Sunzha che divide la città in due. Potevamo assegnare soltanto 5 o 10 uomini ad ogni ponte. Installai il mio Quartier Generale nell’ospedale cittadino numero 21. Rafforzammo le nostre posizioni con nuove truppe fresche appena arrivate. Riuscimmo a tenere la posizione per un altro mese, con attacchi e ritirate, attacchi e ritirate. Dall’altra parte del Sunzha i russi rasero al suolo ogni edificio, ma non portarono i loro carri oltre i ponti per via delle nostre difese. Alla fine riuscirono ad aprirsi una breccia alla stazione dei tram, attaccandoci da dietro. Eravamo virtualmente accerchiati. Fu in quel momento che decisi, contro ogni logica militare, di contrattaccare […] costringemmo i carri a ritirarsi. Come fu possibile? I nostri uomini non sapevano come scavare trincee, lo consideravano umiliante, ma non c’era scelta – le case erano troppo piccole e fragili, non avrebbero retto ad un attacco corazzato. Così costituimmo una linea tra il Sunzha e (Piazza) Minutka, scavammo trincee, e con circa 40/50 uomini avanzammo metro per metro, scavando ancora trincee finché non ci trascinavamo vicino ai carri e li bruciavamo. Li pressavamo finché non si ritiravano, poi scavavamo ancora e avanzavamo. Era una guerra di trincea altamente non convenzionale!
Nel frattempo nuovi sviluppi pericolosi stavano avvenendo nella direzione del Ponte Voykovo (un ponte sospeso). I carri lungo il fiume stavano coprendo la fanteria che tentava di passare il ponte. I russi avanzarono fino a 200 metri dal mio Quartier Generale. Lanciai tutte le forze disponibili contro di loro ma non riuscii a fermare l’offensiva. Avevano già raggiunto Piazza Minutka. Decidemmo di muovere il Quartier Generale indietro e di abbandonare le nostre posizioni sul Sunzha. La ritirata fu organizzata nella stessa maniera in cui era stata messa in atto la ritirata dal Palazzo Presidenzale – ogni unità sapeva in quale ordine ed a quale ora ritirarsi. La nostra retroguardia era nel 12° distretto, comandata da Shamil Basayev. Alle 18 ci eravamo tutti ritirati alla nostra terza linea di difesa nel 30° e nel 56° distretto lungo la cresta montuosa.
I resti del quartiere governativo di Grozny, Febbraio 1995
DA SHALI A VEDENO
Quanto tenevamo Grozny vivevamo una sensazione di euforia. Invece temevamo che se avessimo abbandonato la città saremmo stati vulnerabili nelle pianure. Non avevamo unità corazzate e non potevamo sopravvivere lì. Qualunque cosa fosse successo sarebbe stato più facile combattere in città, così combattemmo casa per casa. Tenemmo duro per circa due settimane. Ci lasciai Shamil Basayev e spostai il mio comando a Shali, posizionando le difese lungo il fiume Argun. Vi portammo tutto quello che avevamo, qualche carro e qualche cannone. Tenemmo ancora per un po’, poi dovemmo abbandonare Shali ed Argun, non volevamo combattere la come avevamo fatto a Grozny, avremmo condannato quelle città. Quando i russi attraversarono l’Argun ci ritirammo sulle montagne. Sapere che avevamo le montagne dietro di noi ci dette una certa sicurezza. Non difendemmo i villaggi tra Shali e le montagne per evitare distruzioni inutili. Le montagne erano la nostra ultima speranza. Organizzammo le nostre difese a Serzhen Yurt, Bamut, Agishty, lungo le gole delle montagne. Tenemmo duro per un paio di mesi perché i russi non erano intenzionati a muovere un’offensiva nel sud, anche se i bombardamenti aerei continuarono per tutto il tempo.
Nel Maggio 1995 dovemmo ritirarci da Vedeno. Fu lì che fummo traditi. Stavamo tenendo le cime sopra il Canyon Vashtary – è una gola così stretta che due uomini con i lanciagranate avrebbero potuto fermare un’intera divisione. Avevo cento uomini ed ero sicuro al cento per cento che i carri non sarebbero passati quando, improvvisamente, 400 carri mossero su Mekhketi alle nostre spalle. Questa fu la situazione più difficile che affrontammo durante la guerra. Non potevamo capire come questo potesse essere successo. Ancora non conosciamo com’è andata quel giorno. Fummo costretti ad abbandonare Vedeno.
Soldati delle forze armate della ChRI si sfidano in un torneo sportivo a Vedeno, poco prima che la città venga occupata dai russi. A fare da arbitro Shamil Basayev,
BUDENNOVSK E IL NUOVO CORSO DELLA GUERRA
Budennovsk fu seguita da negoziati per un cessate – il – fuoco che ci dette un po’ di respiro. L’accordo per il cessate – il – fuoco fu un moderato successo, anche se Dudaev non ne fu soddisfatto. I russi avevano tentato di marginalizzare la resistenza spingendola sulle montagne. Tuttavia insistei durante i negoziati affinché fosse istituita una forza di “autodifesa” di 20/30 uomini in ogni villaggio, città o insediamento in Cecenia. Il Generale Kulikov fu d’accordo. Tre mesi più tardi, quando divenne ovvio che il cessate – il – fuoco stava venendo violato, si lamentò con me: “non vi abbiamo disarmato, ma riarmato!”. Prima avevo cinque, seimila combattenti. Con le unità di autodifesa portai i membri delle nostre forze armate a dieci, dodicimila. Ma la cosa più importante era che ancora una volta eravamo padroni nelle nostre città e villaggi. I villaggi più piccoli fornivano compagnie, i più grandi battaglioni e reggimenti, ogni distretto aveva i suoi comandanti, i nostri numeri crescevano. Così tutto quello che i russi avevano precedentemente conquistato era andato perduto per loro.
Dopo l’attentato dinamitardo al Generale Romanov i combattimenti ripresero. I russi lanciarono un’offensiva politica con la pretesa di disarmare e pacificare i villaggi, e di installare un’amministrazione – fantoccio. Come ci riuscirono? Per esempio nel caso di Gerzel, circondarono il villaggio con 400 carri armati. Avevamo soltanto 30 combattenti nel villaggio. Il nostro ordine fu che questi non difendessero il villaggio ma vi si nascondessero dentro. Se i russi fossero entrati nel villaggio loro avrebbero dovuto distruggere quanti più carri ed APC avessero potuto, per poi ritirarsi. I russi dettero un ultimatum. Generalmente non si arrischiavano ad entrare nel villaggio quando sapevano che c’erano dei combattenti al suo interno, ma si mantenevano alla periferia. Poi uno o due dei loro uomini della milizia apparivano e facevano delle fotografie, fingendo che si stessero svolgendo negoziati per il disarmo del paese. Questi scenari vennero ripetuti in molti posti.
Aslan Maskhadov e Shamil Basayev
Decidemmo di contrattaccare a Novogroznensky nel Dicembre del 1995. Combattemmo la per una settimana. All’inizio la nostra tattica fu quella di ingaggiare i russi, poi ritirarsi e prendere posizione tra i villaggi e lungo le strade, colpirli lungo le vie di comunicazione, poi attaccare di nuovo le posizioni russe nelle città, e ancora ritirarci. Più tardi lanciammo operazioni di commando per tagliare le linee di comunicazione. Nella primavera del 1996 fummo ancora una volta spinti verso sud nelle montagne. I russi occuparono Dargo, Benoy, Shatoy, Bamut. Dovemmo ritirarci fino ad Itum Khale. Più tardi iniziarono i negoziati di Nazran, nei quali entrambe le parti si accordarono per interrompere le azioni militari. Tuttavia i russi non avevano intenzione di rispettare questi accordi. Quando tornai da Nazran con la mia delegazione, fummo attaccati tre volte sulla strada principale. Praticamente tutte le strade erano minate, fu un miracolo se riuscimmo a tornare indietro vivi.
Il 9 Giugno ci incontrammo nel Quartier Generale di Mechkey con un rappresentante di Lebed (Kharlamov). Dopo l’incontro ci furono pesanti attacchi aerei su tutte le mie basi. Unità di commando vennero trasportati via elicottero ed occuparono le creste montuose. Fu un ultimo disperato tentativo da parte dei russi di prendere l’iniziativa. Eravamo circondati, schiacciati contro le montagne sotto il fuoco dell’artiglieria e dell’aereonautica. Riuscii ad attraversare i passi di montagna a piedi ed a ritirarmi attraverso Uluskert. Shamil Basayev sfondò attraverso Sharoy. Attraversammo il fiume Argun, superammo Dasho Borzoy e raggiungemmo Nizhny Atagi. Sfuggimmo per miracolo. A quel punto fu chiaro che non ci sarebbe stata pace, che tutto stava ricominciando di nuovo. Fu allora che prendemmo la decisione di riprendere Grozny.
Maskhadov esorta i suoi sostenitori, Luglio 1995
OPERAZIONE JIHAD
Avevamo iniziato a preparare questa operazione sei mesi prima. Avevo sempre pensato che la guerra sarebbe finita con la riconquista di Grozny. Avevo pensato a questo continuamente, fatto alcune prove radio, provocando gli ufficiali russi. Studiavo sulle mappe la posizione di ogni unità russa, gli accessi, quali rotte avrebbero dovuto seguire i comandanti, eccetera. Avevo tutto pronto. Organizzammo un incontro con i nostri comandanti, i quali ci fecero i loro rapporti, condivisero le informazioni, e fecero ricognizioni lungo i percorsi. Conoscevamo le posizioni dei russi a Grozny, i loro numeri, dove si trovavano i blocchi stradali. Il 3 Agosto 1996 detti l’ordine di muovere sulla città. In quel momento i russi erano ovunque, anche a Dargo. Ci muovemmo attraverso le loro posizioni da tutte le direzioni, anche da oltre il Terek. Intendevamo entrare a Grozny il 5 Agosto. Incredibilmente quel giorno i media russi annunciarono che i ceceni sarebbero entrati a Grozny. Ero impensierito perché c’erano due aree nel 56° Distretto di Grozny dove era facile prendere in un’imboscata le nostre truppe, ma era troppo tardi per fermare l’attacco. 820 uomini presero parte all’operazione. Detti ordine che ogni comandante guidasse i suoi uomini, sia che avesse con sé 20 combattenti sia che ne avesse 200. Avrebbero dovuto essere in prima linea. Lo considerai la cosa più importante. Se fossero morti, saremmo morti tutti.
L’attacco iniziò alle 5 di mattina del 6 Agosto. Tutti i nostri obiettivi furono centrati. Fu un successo. I nostri uomini entrarono in città attraverso diverse rotte per raggiungere i loro obiettivi )presidi, basi, commissariati, la guarnigione di Khankala) e li presero di sorpresa, poi proseguirono tagliando le rotte e facendo si che nessuno le attraversasse, disponendo qualche cecchino ed un mitragliere. Ogni unità sapeva precisamente in quale sezione avrebbe dovuto operare. In pochissimo tempo tutte le strade furono bloccate fino all’aeroporto di Severny ed i russi furono immobilizzati. Quando le colonne russe tentarono di penetrare in città dall’esterno era troppo tardi. Tutte le basi erano state catturate o disarmate. Non riuscimmo a prendere il palazzo del governo e quello del Ministero degli Interni, e decidemmo di distruggerli. Il giorno successivo apparve Lebed, inaspettatamente, alle 2 di mattina, a Starye Atagi. Offrì l’apertura di un negoziato. […] Mi disse: “Se lasciate la città vi do la mia parola di ufficiale che presto non ci sarà un solo soldato russo sul suolo ceceno.” La mia risposta fu “non lascerò mai la città, è inutile, anche se volessi farlo non sarei autorizzato a farlo – parliamo in un altro modo”. Suggerii lui che i russi avrebbero potuto ritirare le loro truppe dalle montagne alle pianure. Per ogni reggimento che avessero ritirato io avrei ritirato una delle mie unità, ed avremmo potuto stabilire una commissione militare congiunta. Lui non poteva essere d’accordo: “Il presidente mi ha affidato un compito”. Ci lasciò, nel panico. A questo seguì l’ultimatum di Pulikovsky: avremmo dovuto ritirarci o lui avrebbe raso al suolo la città. Fu probabilmente un’iniziativa di Lebed. Poi mi incontrai con Pulikovsky (venne ad Atagi). Era in uno stato terribile, molto nervoso. “Che cosa avete fatto, ci sono donne e bambini a Grozny, come avete potuto fare una cosa così terribile?” Ci confrontammo per due ore. Gli dissi che era lui l’aggressore, che era entrato nella mia capitale con la sua armata, e che io la stavo liberando dai barbari russi. Questa discussione andò avanti per 30 minuti. Lui capì, alla fine. Gli ripetei che non ci saremmo mossi da Grozny. La conversazione era surreale: Pulikovsky era sconvolto dal fatto che non intendessi ubbidire agli ordini del Presidente russo. Io gli feci notare che se fossi stato disposto ad ubbidire agli ordini di Eltsin non ci sarebbe stata la guerra. Ci lasciammo senza aver raggiunto un accordo. Quando il termine dell’ultimatum scadde riapparve Lebed, dichiarando che “i ragazzi hanno fatto una dichiarazione avventata, senza essersi consultati con le alte autorità, ecc.” Pulikovskoy fu rimpiazzato da Tikhomirov. Lebed accondiscese alle nostre condizioni. Firmammo un cessate – il – fuoco. I russi iniziarono a ritirare le loro truppe dalle montagne, Shatoy, Benoy. Poi scegliemmo i distretti cittadini dai quali avrebbero dovuto ritirarsi. Istituimmo una commissione congiunta. Lebed commentò: “La città è vostra, se una commissione ha soltanto due ceceni, è sufficiente per essere nelle vostre mani”. Lo rassicurai: “Non preoccuparti, darò ordine ai miei uomini di non bullizzare i suoi soldati”.
Miliziani separatisti caricano le loro armi, Grozny, 1996
LEZIONI DI GUERRA
Lo spirito è il fattore più importante. Per esempio: come comandante delle unità di resistenza, dico ai miei uomini: “restate in questa casa e non muovetevi”. Loro considerano umiliante rimanere semplicemente seduti ad aspettare. Dopo due o tre giorni non rimarrebbero ancora a lungo, farebbero automaticamente una sortita, proverebbero a distruggere qualcosa. Successivamente mi spiegherebbero la loro tattica militare. Io risponderei: la Russia ha migliaia e migliaia di carri. Il fatto che avete bruciato 10 APC non farà alcuna impressione. Inoltre è l’unico esercito che non conta la sue vittime. Per questo vi prego, rimanete nelle vostre posizioni per tutto il tempo che vi ordino. Se ve ne andate almeno fatemelo sapere”. In ogni caso era difficile tenerli sulle loro posizioni per più di 3 giorni – erano iperattivi! Ogni ceceno è un generale, uno stratega ed un tattico, ognuno ha un piano per sconfiggere la Russia! Per questo dovevo lasciare una certa libertà di iniziativa. Questa fu la premessa del nostro successo. Fu grazie alla mentalità ed al carattere della nostra gente.
C’era anche il fattore religioso. Come militare conoscevo le capacità dell’esercito russo. Quando una colonna russa avanzava e non ti erano rimaste munizioni adeguate e stavi aspettando che si muovessero di 200 o 300 metri per distruggerli, e questo ti riusciva – questi erano miracoli. Fu in quel momento che il fattore religioso iniziò ad avere gioco. Cominciavi a credere che il destino fosse nelle mani di Dio. Ricordo di essermi sentito così a Vedeno, nel Maggio 1995, quando i bombardieri russi arrivavano come uno sciame di mosche. Anche ad Argun, dove avevo il mio Quartier Generale: alcuni anziani vennero per lamentarsi dei bombardamenti intorno ai loro villaggi. Ero furioso e mi rifiutai di riceverli nel mio Quartier Generale. Uscii fuori dal mio seminterrato, c’era una Zhiguli, aprii la portiera e due missili caddero a dieci metri di distanza. Gli uomini furono fatti a pezzi ma io non ricevetti nemmeno un graffio. Ci furono molte altre situazioni nelle quali sopravvissi miracolosamente, cacciato dagli aerei da caccia […].
Sostenitore dell’indipendenza sventola la bandiera della ChRI ad una manifestazione a favore del ritiro delle truppe federali. Grozny, primavera del 1996.
C’era un altro fattore. Gli analisti affermavano che avevamo cinquemila/diecimila combattenti, ma noi sapevamo che era importante mostrare che tutta la nazione stesse combattendo. Mancavamo di tutto, ma ogni casa era un rifugio. In ogni luogo eravamo rifocillati e potevamo riposarci. Ovviamente era pericoloso per le persone, ma nessuno si rifiutò di darci rifugio. Ogni proprietario di casa aveva della riserve. I ceceni sono ricchi perché hanno sempre riserve, non vivono alla giornata. Chiedemmo alle persone di tenere dimostrazioni, bloccare la strade, eccetera. Questa era la lotta di tutta la nazione.
Il resto era irrilevante. Sono stato spesso criticato e consigliato che avremmo dovuto passare alla guerra partigiana. Dudaev consigliò delle tattiche “afghane” “attacca e fuggi”. Queste erano le tattiche dei volontari stranieri. Ero contrario perché in un piccolo territorio come il nostro se avessimo usato tali tattiche saremmo stati spinti in profondità sulle montagne in meno di una settimana. Durante tutta la guerra tenemmo una linea di difesa, nella città come nelle montagne avevamo un territorio nel quale ritirarsi. All’inizio le nostre tattiche erano puramente difensive, poi passammo a manovre offensive, più tardi a tattiche di commando ed alla guerra sulle linee di comunicazione. Non sono mai stato entusiasta riguardo a raid come quelli su Budennovsk o Pervomaskoye (Klizyar, ndr). Dovevamo combattere con onore, per mostrare non soltanto il coraggio ma anche le qualità del nostro popolo. Le leggi di guerra dovevano essere seguite nonostante i nostri piccoli numeri
Volevo mostrare la superiorità del nostro codice d’onore al pari delle nostre abilità militari. Penso che ci riuscii. Non approvai operazioni come quella di Pervomaikoye (di nuovo, Klyziar, ndr) – sapevo che l vittoria sarebbe stata nostra in ogni caso. Budennovsk fu più importante: costrinse i russi al tavolo dei negoziati. Fu la prima volta che la gente in Russia si rese conto che c’era una guerra. Era molto importante psicologicamente – i russi non potevano credere che i civili potessero essere uccisi alla luce del giorno in “tempo di pace”. Che tipo di pace era questa? Loro non credevano che ci fosse la guerra. Era importante dimostrare che le persone potevano essere uccise anche in Russia. Budennovsk aprì gli occhi al russo medio.
A Vedeno giunse un gruppo di 30 madri, parlai con loro, le rassicurai quando un massiccio attacco aereo ci colpì. Ero arrabbiato, mentre ero gentile con queste donne che avevano mandato i loro figli ad uccidere i miei fratelli, questi barbari ci colpirono. Le madri capirono che ero furioso e se ne andarono. Fino ad allora non avevano preso sul serio la guerra, anche se volevano proteggere i loro figli.
Aslan Maskkhadov ed Alexander Lebed firmano i protocolli di Khasavyurt
EDUCAZIONE MILITARE
Come ufficiale ceceno, dovevo ri – regolare tutti i concetti, diventare professionale in un altro modo. Tutti gli uomini erano volontari, non potevo neanche dar loro un fucile mitragliatore o una pistola. Ognuno aveva la sua idea riguardo la tattica, come dicevo prima. Era impossibile dar loro ordini, era necessaria più diplomazia. Quando gli uomini mi spiegavano come combattere, dovevo ascoltarli diplomaticamente per 30 minuti, far loro i complimenti, poi imporre il mio volere. Era un approccio differente rispetto all’esercito russo.
Ti darò un esempio: un giorno Dzhokhar venne da me al Quartier Generale. I comandanti si raggrupparono e lo attaccarono: “che tipo di guerra è questa? Non abbiamo niente!” Lui li guardò e disse loro “Dunque, che cosa posso darvi se non abbiamo niente?” Mi sentii veramente dispiaciuto per lui. Lui si alzò e disse: “Vi ho ordinato di combattere? Siete venuti di vostra spontanea volontà. State combattendo per Allah” e se ne andò. Se avesse promesso qualcosa sarebbe stato più difficile. Sapevamo di non avere nulla, sapevamo che non potevamo aspettarci alcun aiuto nonostante il mondo esterno parlasse di mercenari stranieri, arabi, “tuniche bianche”, afghani. Ma ce n’erano così pochi di questi, qualche dozzina al massimo. Le armi che riuscivamo ad ottenere dall’esterno erano poche quasi nessuna. Le migliori risorse erano i magazzini di rifornimento russi.
I nostri uomini divennero ingegneri piuttosto esperti sapevano come costruire le loro difese. Il tiro dei GRAD non li impressionava più di tanto e la fanteria russa non aveva il morale per combattere. I Russi circondarono Pervomaiskoye con un triplo anello e pensavano che non ci fosse bisogno di un attacco di fanteria. Spostai il mio Quartier Generale a Novogroznensky e portai tutti i miei rifornimenti. Da lì facemmo una diversione in direzione di Sovenskoye per aiutare gli uomini a Pervomaiskoye, e richiamammo il fuoco dell’anello esterno su di noi. A quel punto aprimmo uno stretto corridoio dall’altra parte, lungo il Terek, dal lato del distretto di Shelkovsky, mentre i russi pensavano che avremmo tentato di salvarli da Sovetskoye. Loro si portarono dietro tutti gli ostaggi ed i prigionIeri. Se i miei uomini fossero stati russi avrebbero spinto i prigionieri in avanti sul campo minato, ma al contrario loro stavano guidando la sortita. Tre o quattro ostaggi perirono. Noi perdemmo 90 uomini. L’operazione fu un errore, loro furono ingannati muovendosi verso Pervomaiskoye. Avrebbero dovuto rimanere a Klizyar.
Aslan Maskhadov ad altri alti funzionari della ChRI (Abusupyan Mosvaev alla sua destra, Akhmed Zakayev dietro col cappello nero) pregano di fronte alle rovine del Palazzo Presidenziale