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DUDAEV IN AFGHANISTAN: VERITA’ O MENZOGNA?

IL MITO DI DUDAEV

Una delle storie più controverse riguardo i leader della Repubblica Cecena di Ichkeria riguarda il suo primo (e più celebre) presidente, Dzhokhar Dudaev. La sua figura è stata oggetto di attenzioni uguali e contrarie: i suoi oppositori lo demonizzarono, disegnandolo come un piccolo tiranno corrotto, privo di scrupoli morali e lontanissimo dai valori religiosi che dichiarava di possedere. Parimenti, i suoi sostenitori e nostalgici costruirono intorno a lui un mito, esaltandone la figura di campione dell’indipendenza e di paladino della libertà. Certamente Dudaev fu un personaggio eccentrico, dai forti tratti caratteriali, capace di suscitare la più grande ammirazione come la peggior antipatia. Al pari di molti leader nazionalpopolari la sua figura assunse talvolta tratti così peculiari da risultare grottesca, eppure ancora oggi migliaia di ceceni ( e sono solo) lo considerano un punto di riferimento, e in alcuni paesi come l’Estonia (dove prestò servizio militare) e la Turchia lo celebrano intitolandogli spazi pubblici o targhe commemorative.

Tra le tante storie che circolano riguardo a Dudaev, una in particolare ha destato l’attenzione dei giornalisti di allora e degli storici di oggi. Secondo quanto dichiarato nel 1994 dall’allora Ministro della Difesa russo, Pavel Grachev, egli avrebbe operato come Generale dell’Aviazione durante la Guerra in Afghanistan, distinguendosi per lo zelo con il quale avrebbe bombardato le posizioni dei mujahideen (ed i loro villaggi) almeno in due occasioni. Per parte sua, Dudaev negò sempre la sua presenza in Afghanistan, dichiarando che a quel tempo svolgeva i suoi compiti in Turkmenistan, lavorando alla formazione morale ed alla disciplina dei reparti.

Quale fosse il motivo per il quale Grachev rispolverò questa storia è evidente: l’Afghanistan è un paese islamico, e come stava per accadere alla Cecenia, anche l’Afghanistan era stato invaso dalle truppe di Mosca. Presentare Dudaev come un “massacratore di musulmani” era funzionale a indebolire la fiducia dei separatisti nel loro campione. Ma quanto di vero c’è nelle parole di Grachev? D’altra parte, per motivi ugualmente evidenti e di opposto interesse, anche Dudaev aveva i suoi motivi per negare ogni coinvolgimento. Cercheremo, per quanto possibile, di fare luce su questa storia.

Funerali di Dzhokhar Dudaev a Grozny, 25 Aprile 1996

LE PROVE

Gli articoli inerenti questa storia citano un documento ufficiale (che la redazione non è tuttavia riuscita a reperire)  che sarebbe un estratto del fascicolo militare di Dudaev. In questo estratto, corrispondente al periodo 1988 – 1989, sarebbero iscritte tre sortite di bombardamento sulle città afghane di Jalalabad, Ghazni e Gardez, durante le quali sarebbero state sganciate 1160 bombe FAB3000 e 56 bombe FAB1500. Il documento citerebbe anche il tentativo di Dudaev di ridurre al minimo i danni collaterali, onde evitare vittime civili. Una testimonianza indiretta del coinvolgimento del presidente ceceno in Afghanistan ci giunge anche dalla motivazione di uno dei due “Ordini della Stella Rossa” che avrebbe ricevuto durante il suo servizio. Il secondo, il particolare, datato 1989, citerebbe “per l’adempimento del servizio internazionale in Afghanistan”. Precisiamo che la redazione non è riuscita a trovare neanche questa seconda prova documentale).

A supporto della presenza di Dudaev in Afghanistan (oltre alle dichiarazioni di Grachev) c’è anche un’intervista del 2013, rilasciata da un comandante di campo mujahideen operante nella gola del Panshir, Jalaladdin Mokammal, il quale dichiarò in quel frangente che uno dei principali leader della resistenza sovietica, il leggendario Massoud, teneva contatti con alcuni alti esponenti dello stato sovietico, quali Eduard Shevardnadze e Dzhokhar Dudaev, allora in servizio tra le truppe di occupazione presso la base militare di Bagram (circostanza confermata dallo stesso Grachev, il quale avrebbe dichiarato di aver conosciuto proprio là il Generale ceceno). Secondo Mokammal, Dudaev avrebbe preavvisato Massoud dell’arrivo dei bombardieri, sabotando così l’azione di bombardamento che gli era stata ordinata. Se ciò fosse vero sarebbe sì confermata la presenza di Dudaev in Afghanistan, ma il suo ruolo nella vicenda sarebbe addirittura ribaltato. La moglie del Generale, Alla Dudaeva, nella sua agiografia “Million First” parla in un passo della “fiducia” che suo marito riponeva nella leadership afghana pre – talebana, proprio nella figura di Massoud, all’epoca Ministro della Difesa nel governo Rabbani.

Dzhokhar Dudaev nel 1987

Infine ci sono le parole degli storici militari. Una fonte, seppur secondaria, è rappresentata dalle parole dello storico Alexander Suprunov, il quale in uno dei suoi lavori afferma non soltanto che Dudaev avrebbe prestato servizio in Afghanistan, ma che si sarebbe prodigato in prima persona per effettuare i bombardamenti citati dal suo stato di servizio, “sviluppando personalmente una serie di approcci, forme e tecniche per distruggere il nemico dall’aria, usando i mezzi d’attacco dell’aviazione strategica”. La fonte citata sarebbe un documento depositato presso l’archivio dell’aereonautica nel quale si certifica che il Generale (all’epoca Colonnello) avrebbe preso parte attiva alle operazioni sviluppando originali tecniche di combattimento su terreno accidentato. Lo stesso documento (anche in questo caso irreperibile per la redazione) citerebbe circa 600 sortite da parte dell’unità di bombardieri pesanti comandata a quel tempo da Dzhokhar Dudaev.

CONVERGENZE E IPOTESI

Una possibile testimonianza convergente tra le dichiarazioni di Grachev e quelle di Dudaev potrebbe essere quella rilasciata da un sedicente ex sottoposto del Generale, che ora vive in Ucraina. Nell’intervista egli afferma che effettivamente Dudaev si trovava in Turkmenistan, presso la base militare di Mary, e che da qui la sua unità partisse per effettuare le missioni di bombardamento in Afghanistan. Secondo questa fonte Dudaev avrebbe compiuto ben più di tre sortite in territorio nemico, pilotando personalmente il suo velivolo d’attacco al suolo.

Dudaev da giovane in uniforme da pilota

Alla luce delle informazioni a noi pervenute non siamo in grado di stabilire se Dudaev abbia prestato servizio in Afghanistan, se abbia bombardato i mujahideen o se abbia segretamente collaborato con Massoud. Possiamo soltanto tracciare quella che ci sembra l’ipotesi più probabile, ovvero che Dudaev abbia effettivamente operato nello scacchiere afghano, magari da una base in Turkmenistan, che abbia partecipato alle azioni militari, magari limitando al massimo il suo coinvolgimento personale e cercando di evitare vittime tra la popolazione civile, dovendosi destreggiare tra la simpatia per gli afghani, islamici come lui, ed il senso del dovere verso l’Armata Rossa.

“LA MIA VITA CON DZHOHAR DUDAEV” – MEMORIE DI ALLA DUDAEVA (PARTE 2)

Alla Dudaeva accompagnò suo marito per tutta la durata della guerra fino a quando, il 21 Aprile 1996, i federali individuarono il suo segnale di chiamata e riuscirono ad ucciderlo con un bombardamento missilistico sulla posizione dalla quale stava avendo una conversazione telefonica. In questa seconda serie di citazioni riportiamo le memorie di Alla riguardo al periodo della guerra.

LA GUERRA

La guerra era inevitabile e Dzhokhar lo capiva meglio di chiunque altro. Parlando alla gente. Fu molto serio e concentrato: “Si, una guerra è imminente. Si, sarà molto difficile per noi, ma la nostra generazione la porterà a termine. Per secoli, ogni cinquant’anni la Russia ha distrutto il nostro popolo. Raccogliamo le nostre forze. Si, loro combatterono, ma non vinsero mai. Noi vinceremo! Anche se dovesse rimanere vivo soltanto il trenta percento di noi”. Vecchi uomini, guidati da Ilyas Arsanukaev vennero all’ufficio di Dzhokhar. Ilyas iniziò la conversazione: “Dzhokhar, non sei dispiaciuto per gli altri, non ti dispiace per te stesso…”. Dzhokhar, che non si è mai seduto di fronte e persone anziane, sentendo queste parole, si sedette ed ascoltò in silenzio il discorso di Ilyas. Poi, come al solito, come sempre quando era eccitato, strinse i pugni e disse con voce insolita per lui, calma, ma molto ferma: “Ilyas, non sono una persona così felice di morire in questa guerra. La nostra conversazione è finita.” Era una persona appassionata, una persona entusiasta per la quale un’idea è più importante della sua vita, delle vite dei suoi cari e di quelle di coloro che gli stanno intorno.”

I fratelli Abu e Iles Arsanukaev, militanti della prima ora del Comitato Esecutivo e molto vicini a Dzhokhar Dudaev

L’ASSALTO DI NOVEMBRE

(per approfondire, leggi il libro “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria” Acquistabile QUI)

Non volendo invadere direttamente la Cecenia, il governo federale russo tentò in un primo momento di mettere su un esercito di fiancheggiatori ceceni che rovesciasse Dudaev senza troppo clamore. L’opposizione antidudaevita, concentrata nel Nord del paese, fu armata ed affiancata da militari a contratto: dopo alcuni mesi di schermaglie questa forza, appoggiata dall’aereonautica federale e da un imponente dispiegamento corazzato, tentò di prendere Grozny il 26 Novembre 1994. Quella battaglia, terminata con la completa vittoria dei dudaeviti, costrinse i russi ad intervenire direttamente per “ripristinare l’ordine costituzionale”, dando il via alla Prima Guerra Cecena.

“Dalle 7 del mattino del 26 Novembre hanno iniziato a bombardare il centro di Grozny, il Palazzo Presidenziale e le strade adiacenti. Gli attacchi missilistici e i bombardamenti sono continuati per un’ora. Quindi i carri armati sono entrati in città da tre lati. Gli aereoplani ruggivano e ululavano, perforando i piani superiori degli edifici residenziali con raffiche di mitragliatrice. La prima colonna corazzata, accompagnata dalla fanteria, si è divisa ed è entrata in città attraverso l’autostrada di Petropavlovskoye ed il Microdistretto; la seconda colonna – attraverso la trentaseiesima sezione. I Gantamiroviti attraverso Chernorechye. 

Il primo attacco fu fermato dai combattenti di Ilyas Arsanukaev. Diversi carri armati fecero irruzione nel centro, dove furono accolti dalla Guardia Presidenziale. Le colonne dei carri furono divise in gruppi dalle unità di Shamil Basayev e Ruslan Gelayev ed iniziò il loro bombardamento. I carri armati bruciavano come fuochi nelle strade. Appollaiati sui tetti delle case, i cecchini russi sparavano sui coraggiosi volontari. 

Resti dei carri da battaglia in dotazione agli antidudaeviti carbonizzati davanti al Palazzo Presidenziale

[…] I veicoli corazzati erano in fiamme in tutta la città e i cadaveri carbonizzati dei soldati russi erano sparpagliati ovunque. Delle unità d’élite delle divisioni Kantemirovskaya e Taman sopravvissero soltanto pochi veicoli corazzati. La città odorava di bruciato. Giornalisti stranieri e media russi filmavano e mostrarono al mondo intero i volti dei primi prigionieri [russi, ndr.] catturati dopo la battaglia dei carri. Insieme ai banditi ceceni, agli “oppositori”, ce n’erano più di 100. Ma il comandante Pavel Grachev, insieme alla leadership politica e militare della Russia, abbandonò i soldati russi, dichiarando pubblicamente di non sapere nulla della partecipazione dell’esercito federale alla “azione anti – Dudaev”. La bugia era palese e ovvia e suscitò indignazione pubblica nella stessa Russia.

Il presidente Dzhokhar Dudaev disse: “Stiamo conducendo una guerra non con l’opposizione, ma con la Russia. La prova di ciò sono i settanta militari russi che abbiamo arrestato”. Quando i giornalisti gli hanno chiesto quale sarebbe stata la sorte dei prigionieri di guerra, egli rispose: “In questo caso, stiamo parlando di delinquenti. Poiché la Russia non riconosce queste persone come personale militare, dovremo giudicarle secondo le leggi del tempo di guerra, cioè come criminali. Solo se Mosca dichiara che sono soldai russi che eseguono un ordine, e ammette apertamente il fatto che si tratta di un intervento militare negli affari della Cecenia sovrana, essi, come prigionieri di guerra, saranno trasferiti in Russia di comune accordo. […] Se il Ministro della Difesa non sa dove sono i suoi militari come può guidare le forze armate del paese, come può conoscere la situazione operativa? Tali dichiarazioni da parte sua sono stupide e ingenue.”

L’ASSEDIO

Dopo la bruciante sconfitta delle milizie antidudaevite del 26 Novembre 1994, la Russia si decise ad intervenire direttamente, inviando un grosso contingente corazzato alla presa di Grozny. La città patì immense distruzioni, ma l’avanzata dei federali per le sue strade fu sanguinosa e per nulla facile. Alla Dudaeva racconta qui le sue impressioni:

“Un enorme armata di carri armati russi bruciò nel centro di Grozny in un inferno. L’Esercito di Grachev cadde nella trappola dei dudaeviti. Come stormi di corvi neri, aerei ed elicotteri russi sorvolavano la città, lanciando missili e bombe. Cannonate di artiglieria a lunga gittata e lanciarazzi Grad rombavano incessantemente. In Piazza della Libertà e in Piazza Sheikh Mansur le guardie presidenziali e le milizie, normali lavoratori di ieri: insegnanti, medici, muratori, combatterono e morirono in uno scontro terribile. Impararono le lezioni della guerra, sacrificando la loro cosa più preziosa: la loro vita. […] Lo spettacolo era così terribile che era difficile credere a i propri occhi. Era l’inferno sulla terra. Storditi dalla sorpresa, i federali confusi bombardavano le loro stesse unità chiedendo l’aiuto dell’aviazione!”

Carro armato dell’esercito regolare ceceno si dirige verso una postazione di combattimenti nei pressi del Palazzo Presidenziale

[…] Il Palazzo Presidenziale in Piazza della Libertà è diventato un simbolo delle battaglia dell’Ichkeria. Venne bombardato con tutti i tipi di armi, ma i falchi russi non riuscirono a distruggerlo. Una bomba di profondità di molte tonnellate, che perforò tutti e 9 i piani ed i soffitti di cemento, uccise contemporaneamente 40 persone nel seminterrato: prigionieri e feriti, insieme alle infermiere. Un’altra bomba esattamente uguale si incastrò, senza esplodere, in uno dei solai. I difensori del palazzo ed i giornalisti si recarono stupiti a vedere le sue enormi dimensioni.

Si decise di spostare la sede del Presidente in un luogo più sicuro. Dzhokhar rifiutò a lungo, ma i suoi seguaci insisterono sulla loro decisione: “Non puoi rischiare la causa della libertà. Cosa succederà alla Repubblica se moriremo tutti insieme?” Si trasferì solo dopo un lungo lavoro di persuasione. Amici e compagni fedeli rimasero al Palazzo: Aslan Maskhadov, Zelimkhan Yandarbiev, la Guardia Presidenziale e le milizie.

CRIMINI DEI “LIBERATORI”

Ardente sostenitrice degli ideali propugnati da suo marito, Alla Dudaeva fu sempre molto critica verso il comportamento delle truppe di occupazione russe:

“Il villaggio di Assinovskaya si era arreso dopo una consultazione preliminare dei residenti, senza combattere. Questo è un esempio di cosa accadde a coloro che si arresero. I soldati entrarono in ogni casa, cercarono e presero quello che volevano, quello che piaceva loro. […] Una ragazza di sedici anni fu portata via in un mezzo blindato, una vicina russa, uscita fuori per proteggerla urlando come stesse difendendo sé stessa, fu uccisa con una raffica di fucile automatico. La ragazza non è mai tornata. Due bambini di undici e nove anni, che avevano violato il coprifuoco per recuperare una mucca slegata, non tornarono a casa. Quando al mattino seguente la madre in lacrime implorò i soldati russi di raccontarle cosa fosse successo, ricevette come risposta: saltarono in aria su una mina. Ma nessuno aveva sentito l’esplosione nel villaggio. Furono ritrovato morti, e che aspetto [terribile] avevano! Un anziano, che stava esortando i compaesani a non far entrare nessun militare nel villaggio, è stato spogliato e linciato in un cerchio dai militari russi. Lo stesso fecero con sette adolescenti di quindici o sedici anni.

Cadaveri di civili ceceni uccisi nella strage di Shamaski

[…] Non molto tempo fa, nello stesso villaggio sono stati uccisi 27 civili che […] erano tornati alle loro case. Per gli occupanti tutti sono uguali. La paura ha occhi grandi: inizieranno improvvisamente una “guerra partigiana” nel villaggio?

[…] Chi ha visto gli enormi fossati di Grozny riempiti coi corpi delle persone uccise durante i bombardamenti? Se ne trovano durante lo smantellamento di edifici distrutti, vicino alle case, nel fiume o sepolti nelle fosse comuni. Diciottomila persone, di diverse nazionalità, credevano di non vere nulla da temere dall’esercito russo e quindi non se ne andarono in tempo […].

MANIFESTAZIONI DUDAEVITE A GROZNY

Con il passare dei mesi la durezza della vita sotto il regime di occupazione ed i continui successi della guerriglia dudaevita dettero il la ad una serie di manifestazioni di protesta, durante le quali gli intervenuti facevano sfoggio di ritratti del presidente e di bandiere della Repubblica Cecena di Ichkeria. Alla Dudaeva descrive l’atmosfera di quegli eventi.

“La Russia stava subendo un collasso, sia militare che morale, che politico. Annunciò l’intenzione di risolvere il problema delle relazioni russo – cecene con mezzi politici. Beato chi ci crede…

Incontro aperto a Grozny. Decine di migliaia di persone  – Anziani, donne e bambini – Rimangono nella neve con qualsiasi tempo. Vicino al Palazzo Presidenziale, bombardato e carbonizzato, sui resti della cui facciata sono appesi un ritratto del Presidente Dzhokhar Dudaev e la bandiera verde ribelle della Repubblica Cecena di Ichkeria, c’è un campo di tende. E’ stato chiamato “Duki – Yurt”, dal nome di infanzia di Dzhokhar [“Duki”, appunto, ndr] […]. Arrivano autobus da tutta la repubblica. Nelle fredde notti invernali la gente si riscalda davanti al fuoco con tè e con quello che a volte riesce a passare attraverso la fitta sicurezza del Ministero dell’Interno, il quale sta assediando una manifestazione di disobbedienza senza fine. Sulla neve sciolta, in ginocchio, una donna anziana e magra tiene con entrambe le mani il ritratto del Presidente Dudaev, stretta al petto infossato.

Separatisti ceceni manifestano tra le rovine del Palazzo Presidenziale, 4 Febbraio 1995

[…] L’8/9/10 Febbraio le truppe di occupazione, vestite con uniformi della polizia cecena, della polizia antisommossa e delle forze speciali, sparano su una manifestazione permanente in piazza Svoboda. Per ordine di Doku Zavgaev diverse tonnellate di dinamite vengono deposte di notte nelle fondamenta del Palazzo Presidenziale, orgoglioso simbolo della libertà di Ichkeria, e lo fanno saltare in aria. Queste scene furono trasmesse alla televisione russa per molto tempo. Questo è ciò che attende tutte le nazioni che si ribellano! Dopo due potenti esplosioni l’edificio monolitico si alza in aria, poi scende lentamente in una grande e densa nuvola di polvere. Bene, l’edificio può essere distrutto, ma lo spirito di libertà non può essere sconfitto!

GROZNY, MARZO 1996

Il primo segnale che la situazione militare stesse cambiando a favore dei separatisti fu il successo del Raid su Grozny organizzato da Dudaev nel Marzo 1996, poco più di un mese prima di morire: le forze separatiste riuscirono a penetrare nella capitale, metterla a soqquadro ed abbandonarla senza che i federali riuscissero a fermarle. In questo ultimo brano, Alla Dudaeva ne descrive gli eventi salienti.

Il 6 Marzo ha avuto luogo un’improvvisa cattura senza precedenti nella storia di Grozny, la città più fortificata al mondo, secondo gli esperti militari. Si basava su tattiche militari completamente nuove. Il nostro piccolo esercito non aveva aerei, carri armati, installazioni Grad, artiglieria pesante e leggera (allora non avevamo altro che fucili mitragliatori e un ardente, inesauribile desiderio di riscattare l’ingiustizia più crudele). Era possibile solo con la forza dello spirito […] Johar doveva trovare una via d’uscita, e la trovò!

Avendo precedentemente occupato tutti i passaggi e le “fessure” nella difesa di Grozny, i nostri militanti entrarono in città alle 5 del mattino e presero posizione. All’ora stabilita, iniziarono a prendere d’assalto i posti di blocco, gli uffici del comandante e le altre strutture militari. Le esplosioni scuotevano la terra. I residenti di Grozny di unirono agli attaccanti, portando via le armi ai soldati russi, sequestrando camion dei pompieri, li hanno riempiti di benzina ed hanno lanciato la benzina dai manicotti contro i veicoli blindati per incendiarli. Il torrente infuocato generò un ruggente muro di fuoco, dal quale saltarono fuori i soldati. I veicoli corazzati esplodevano, i proiettili esplosivi volavano in tutte le direzioni.

[…] L’assalto alla città continuò per tre giorni. Alla fine le munizioni terminarono, e lo scontro a fuoco ebbe termine. […] La cattura dimostrativa della capitale fu completata in tre giorni. Questa operazione mostrò al mondo intero la forza dell’esercito ceceno, ed il fatto che le nostre scorte erano state significativamente rifornite.

Vista di Grozny dal tetto dell’edificio sede dell’FSB in città, Agosto 1996

“LA MIA VITA CON DZHOHAR DUDAEV” – MEMORIE DI ALLA DUDAEVA (PARTE 1)

“MILLION FIRST”

Tra i numerosi libri di memorie pubblicate dai protagonisti della storia recente cecena, una in particolare è da menzionare per l’intensità dei racconti che contiene. Si tratta delle memorie di Alla Dudaeva (al secolo Alevtina Fedorovna Dudaeva) moglie del primo Presidente della ChRI Dzhokhar Dudaev. Alla accompagnò il marito per quasi tutto il corso della sua vita: di origini russe (era figlia di un alto ufficiale dell’Armata Rossa) dopo averlo sposato nel 1969 lo seguì nella sua parabola politica come leader della Repubblica Cecena di Ichkeria, gli stette accanto in ogni momento, fino alla sua morte. Nel periodo interbellico collaborò con il Ministero della Cultura, senza tuttavia occupare alcun ruolo politicamente rilevante, ed allo scoppio della Seconda Guerra Cecena scelse la via dell’esilio, trasferendosi in Azerbaijan, poi in Turchia, infine in Svezia, dove risiede tutt’ora. Non avendo mai rinnegato le posizioni politiche del marito, collabora con il cosiddetto “Governo Idigov”, ricoprendo la carica formale di “Presidente del Presidium del Governo della Repubblica Cecena”. All’attività politica affianca quella professionale: come scrittrice professionista ha lavorato alla pubblicazione di numerosi libri, mentre come pittrice tiene mostre dei suoi dipinti in molti paesi del mondo.

Il suo libro “Million First” (tradotto in francese col titolo: “Le loup tchécthène: ma vie avec Djokhar Dudaev” racconta la vita dell’amato marito, la storia della loro famiglia ed il corso avventuroso e terribile degli ultimi anni di vita di Dudaev visto dalla prospettiva di una moglie devota e innamorata. Sicuramente potrà mostrargli uno specchio della sua tenacia. In questo articolo riportiamo alcuni passi.

La copertina del libro di memorie di Alla Dudaeva, “Million First”

per approfondire gli argomenti citati e la figura stessa di Dzhokhar Dudaev leggi “Libertà o morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria”, Acquistabile QUI

L’ASCESA DI DZHOKHAR

Il primo tema di interesse storico è il punto di vista di Alla sugli eventi che portarono alla salita al potere del marito:

Nell’Ottobre 1990, su invito del comitato organizzatore, Dzhokhar arrivò a Grozny, facendo un viaggio di lavoro di diversi giorni, e partecipò al primo congresso nazionale del popolo ceceno, dove fu formato un comitato esecutivo. La dichiarazione sulla proclamazione dell’indipendenza della Repubblica Cecena di “Nochchiycho” fu adottata, la sua adozione provocò un generale giubilo di esclamazioni di “Allah Akhbar!” In chiusura ha risuonato il discorso infuocato di Dzhokhar Dudaev, che poche persone conoscevano prima, ma dopo il congresso l’intera repubblica ha iniziato a parlare di lui.

“Il suo discorso brillante, la risolutezza e l’intensità, la franchezza e la durezza delle affermazioni – un fuoco interiore, che era impossibile non sentire – tutto questo ha creato un’immagine attraente di una persona in grado di affrontare il caos del tempo dei guai. Era un mucchio di energia accumulata proprio per un momento del genere; una molla, momentaneamente compressa, ma pronta a drizzarsi al momento giusto, rilasciando l’energia cinetica accumulata per adempiere al nobile compito cui era destinato (Musa Geshaev).”

Quando è iniziato il confronto tra il popolo e il governo, Dzhokhar è arrivato con una delegazione del Comitato Nazionale ceceno da Doku Zavgaev, e gli ha suggerito: “Doku, sei un ceceno, con quale sfarzo è stata celebrata la tua elezione a Segretario del Comitato Regionale della Repubblica Socialista Sovietica Autonoma Ceceno – Inguscia, quanto eravamo felici io e tutto il popolo. Non restiamo nemici, guidiamo il movimento nazionale per l’indipendenza e tu sarai il Capo dello Stato. Ti do la mia parola che l’intero popolo ceceno ti sosterrà […]” Al che Doku disse “Ho bisogno di pensare, risponderò tra tre giorni” e non ripose. La gente quindi emise il verdetto: l’era del governo Zavgaev era finita.”

LA RIVOLUZIONE CECENA

Il culmine della cosiddetta “Rivoluzione Cecena”, cioè del sommovimento popolare che portò al rovesciamento dell’ordine costituzionale ed alla proclamazione di indipendenza, si ebbe il 27 Ottobre 1991 allorchè, al termine di una tornata elettorale organizzata dai separatisti, Dzhokhar Dudaev fu eletto Presidente della Repubblica Cecena indipendente. Alla Dudaeva descrive così quei momenti:

“La notte del risveglio dello Stato divenne magica. Fuochi d’artificio in piazza, balli e canti, preghiere degli anziani: tutto era mischiato in un inno generale di ringraziamento, un inno di gioia e speranza per una vita libera e dignitosa, per un futuro luminoso per figli e nipoti. Nessuno porterà mai più via ai ceceni la loro patria benedetta! Libertà o morte!

La piazza era agitata come un mare umano traboccante di fiati, pensieri e conversazioni. Sotto i raggi dei riflettori scintillanti, apparve la figura piccola e snella del Presidente in abito nero, che era poggiata con grazia su di esso. Dzhokhar salì sul podio, si raddrizzò, iniziò a parlare con entusiasmo: non si udì nulla, qualcuno aveva tirato il microfono. […] Gli appassionati iniziarono  cercare febbrilmente e dopo venti minuti salirono su di un auto su di un microfono altoparlante. Il discorso infuocato di Dzhokhar risuonò nella piazza. Centinaia, migliaia di occhi, illuminati dalla speranza, videro davanti a loro quanto sarebbe stata meravigliosa la libera terra cecena. “Il percorso è arduo, ma dobbiamo percorrerlo, non importa quanto difficile potrà essere. Andiamo! Io credo in voi, credo nella mia gente!”

[…] Poi sono iniziate le domande. Un vecchio con una lunga barba bianca, seduto in prima fila, ha chiesto: “Dzhokhar, cosa faremo se la Russia non ci riconosce, se l’America non ci riconosce?” Dzhokhar si appoggiò allo schienale e lo fissò. Il suo viso pallido brillava alla luce dei riflettori, i suoi occhi brillavano: “E cosa possiamo ottenere dal loro riconoscimento? Per migliaia di anni i nostri antenati hanno vissuto sulle montagne senza il loro riconoscimento! Persone libera su una terra libera! Tutt’intorno ci sono montagne, foreste e fiumi nativi! Hanno vissuto senza il loro riconoscimento, e noi ugualmente vivremo! Lascia che ci ringrazino se noi li riconosciamo!” E iniziò a ridere. La sua risata contagiosa si riversò nella piazza e la gente gli fece un eco felice. Perché, in effetti, avrebbero dovuto avere paura nella loro terra natia? Non avevano tolto nulla a nessuno.” Si sentì un’altra voce incerta: “Dzhokhar, e se moriamo tutti di fame?” “Ah ah ah!” Si rallegrò finalmente Dzhohar. “Su questa terra fertile, nessuno è mai morto di fame! Sono venuti da noi dalla Russia durante la carestia nella regione del Volga, i servi della gleba sono fuggiti da noi dai proprietari terrieri e ce n’era abbastanza per tutti! Se moriremo sarà solo per orgoglio!”

Articolo del giornale ceceno “Lavoratore di Grozny” sulla famiglia Dudaev

DZHOKHAR IL PRESIDENTE

Un altro momento che i memorialisti del separatismo ricordano concordemente con grande emozione fu l’investitura ufficiale di Dudaev alla carica di Presidente. Eccone il racconto di Alla Dudaeva:

“A Novembre l’inaugurazione del primo presidente è avvenuta nell’edificio del teatro drammatico ceceno. Avevamo paura delle provocazioni russe, ma l’edificio era comunque sovraffollato. Erano giunti molti giornalisti e ospiti stranieri. Dzhokhar era sul palco con indosso l’uniforme grigia cerimoniale da Generale, con un berretto blu in testa, sotto lo stendardo di stato della Repubblica Cecena. Il Corano sul quale doveva giurare, era tenuto dal Presidente del Mekhk – Khel (Consiglio degli Anziani). I viali Lenin e Pobeda, le strade e le piazze adiacenti erano gremite di gente. Alle 12 E’ iniziata l’inaugurazione. Quando finì e Dzhokhar se ne andò, l’aria fu sconvolta da raffiche di migliaia di fucili automatici e di mitragliatrici. Fu il saluto militare di tutto coloro che avevano preso parte al respingimento dell’introduzione dello stato di emergenza sul suolo ceceno, che suonò come una conferma del punteggio politico e militare: 1 a  0 in nostro favore! Il guanto è stato lanciato, si è svolto il primo duello e abbiamo vinto!

Dzhokhar ha tenuto un appassionato discorso sulla piazza davanti alla gente, come sempre è stato accolto con un applauso assordante e con le grida di “Allahu Akbar!”. Centinaia di migliaia di teste, come girasoli al sole, si voltarono verso di lui, i loro occhi lampeggiarono di fede e speranza. D’ora in poi egli fu la loro bandiera della libertà. Nel suo cuore il popolo ceceno era sempre l’unico e il più grande amore, nato in preda alla compassione e all’umiliazione, in esilio in Kazakhistan. Infinitamente tormentato dall’amore per il suo popolo, soffriva come un uccello che si era allontanato dallo stormo nella lontana Siberia, e ora era infiammato di orgoglio indomabile per tutti i ceceni, che si erano schierati unanimi come uno solo per difendere la libertà!

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IL COLPO DI STATO DEL 31 MARZO

La prima prova politica per Dudaev fu il tentativo attuato dall’opposizione anti – dudaevita di prendere il potere, messo in atto nella notte tra il 30 ed il 31 Marzo, alla vigilia della firma del nuovo Trattato Federativo tra i soggetti federali e il governo centrale di Mosca. I dudaeviti, con il supporto del Parlamento (allora fedele alla linea presidenziale) riuscirono a sgominare i ribelli ed a riprendere il controllo di Grozny, costringendo i leader della fronda alla fuga dalla Capitale.

“Una colonna di autobus con i “golpisti” arrivò dalla regione di Nadterechny e cercò di impadronirsi della sede della Televisione. Mosca, che aveva messo a punto questo tentativo, aveva già trasmesso la falsa notizia sulla prese del potere a Grozny da parte della “opposizione” e della prossima firma da parte di Doku Zavgaev del Trattato Federativo a nome della Repubblica Cecena.

Le guardia hanno rapidamente liberato l’edificio della Radio, i deputati del parlamento Isa Arsemikov, Y. Khantiev, Y. Soslambekov sono andati in televisione con una delegazione. Anche gli anziati che eseguivano lo zhikr si recarono lì. Risuonarono degli spari, cadde per primo un anziano, insanguinato, poi due giovani La gente indignata spazzò via gli “aspiranti golpisti” che erano apparsi in televisione, alcuni saltarono dalle finestre, altri corsero al fiume, gettando via le armi.

In una manifestazione di molte migliaia l’1 e il 2 Aprile in Piazza Svoboda, il popolo inviò un appello al Presidente e al Parlamento, chiedendo un’indagine sui crimini commessi contro il popolo ceceno dalle forze reazionaria, agenti dell’Impero russo e l’adozione di misure di emergenza per frenare il crimine dilagante. “Chiediamo la certificazione di tutti i funzionari, dove la nomina o e elezioni sono state preventivamente concordate con gli organi del partito, soprattutto negli organi giudiziari e investigativi”. L’appello esprimeva sostegno al Presidente e al Parlamento. E Manana [la moglie di Gamsakhurdia, ndr.], guardandomi con tristezza, ha detto che in Georgia “E’ iniziato allo stesso modo”.

Dzhokhar Dudaev vota alle elezioni popolari del 27 Ottobre 1991, dalle quali uscì eletto primo Presidente della Repubblica Cecena indipendente.

LE VISIONI DEL PRESIDENTE

Uno degli aspetti più interessanti del libro di Alla Dudaeva è l’umanizzazione del Presidente Dudaev. In quanto sua moglie, Alla condivise certamente con il leader della Rivoluzione Cecena sogni e speranze, che trasudano copiosamente dalle pagine del suo “Million First”. In questo paragrafo ella parla delle visioni di suo marito per una Cecenia libera, forte e proiettata nel futuro, sotto l’insegna della cooperazione e della modernità:

“[Dudaev, ndr.] sognava di costruire una nuova capitale ecologica della Repubblica Cecena, lontana dalle raffinerie di petrolio. Era stata trovata una bellissima zona pianeggiante vicino alle montagne, era stata controllata dai sismologi. Gli architetti hanno preparato un progetto per il futuro centro amministrativo e politico e anche Dzhokhar ha preso parte alla sua preparazione. La città sarebbe stata divisa in nove settori, che si sarebbero irradiati in tutte le direzioni come i raggi delle strade da una piazza rotonda, al centro della quale si ergeva un’alta torre rotonda con un orologio in cima ed un globo rotante. Il tempo dell’orologio avrebbe dovuto contare le ore, i minuti ed i secondi all’indietro, fino agli antenati dimenticati, cancellando tutti gli orrori della deportazione, quattrocento anni di guerra con la Russia. Avrebbe dovuto avvicinare i ceceni alla linea storica – il tempo in cui vivevano in pace ed armonia con il mondo intero. […] Ogni settore doveva essere costruito da un paese con il quale sarebbe stato concluso un accordo…si è ipotizzato che in uno stile nazionale proprio i paesi avrebbero costruito hotel, ristoranti, edifici pubblici e negozi. Inoltre, il contratto di costruzione sarebbe stato firmato con tre aziende leader mondiali. Questa meravigliosa città sarebbe diventata la capitale della Cecenia, una città di tutte le nazionalità, veramente, non una città utopica del Sole e della Pace! E’ possibile…

Dzhokhar ha anche prestato particolare attenzione alla creazione dell’Accademia delle Scienze della Repubblica Cecena, lavorando con enorme sforzo a questo progetto insieme a Ramzan Goytemirov (l’ex leader del Partito dei Verdi, uno dei primi a rispondere all’appello di Eltsin durante il Comitato d’Emergenza) e Isa Arsamikov.

Venne aperto un collegio militare. Dzhokhar prestò molta attenzione ai convitti ed alle scuole professionali. Vennero ristrutturati i vecchi ospedali, furono costruiti poliambulatori pediatrici, un grande edificio fu destinato ad un centro odontoiatrico.

Davanti al nuovo Gabinetto dei Ministri, Dzhokhar stabilì il compito di adottare un bilancio senza deficit, creando un sistema di tassazione e bilancio totalmente nuovo. Dzhokhar stava per trasferira l’industria della raffinazione del petrolio ad una nuova tecnologia. Grazie ai suoi sforzi è nato un progetto per lo sviluppo della produzione petrolifera in Sudan dei nostri specialisti, ma purtroppo è rimasto incompiuto. E’ stata sviluppata una nuova metodologia di insegnamento nelle scuole secondarie. La storia del popolo ceceno doveva essere riscritta di nuovo, secondo la verità storica. La scrittura cirillica non corrispondeva ad alcuni dei suoni gutturali della lingua cecena. Dopo un lungo dibattito scientifico, si è deciso di tradurre la lingua in latino. Il nuovo manuale di alfabeto latino fu preparato da Zulay Khamidova, consigliere del Presidente. Questo manuale non era solo un bel libro.

E’ stato aperto un liceo presidenziale per i ragazzi particolarmente dotati dall’età di sette anni. Una bella divisa grigia, aiguillettes dorate che cadevano dalle spalle, un passo di marcia rendeva irresistibili i piccoli studenti del liceo. Sembravano particolarmente belli in parata. Si è tenuto un concorso di selezione. I genitori hanno sbattuto le porte, chiedendo di far accettare i loro figli, ma il liceo non poteva semplicemente accogliere tutti quelli che lo volevano.

Grandi riparazioni furono fatte all’Hotel Kavkaz, situato in Viale Avtorkhanov, di fronte al Palazzo Presidenziale, dove di solito soggiornavano i nostri ospiti e giornalisti. Un complesso commemorativo per le vittime del genocidio del 1944 fu costruito in Via Pervomayskaya. Questo complesso fu concepito da Dzhokhar in Siberia, quando gli hanno raccontato di come le autorità sovietiche avessero costruito le pareti delle stalle e dei porcili, o avessero pavimentato le strade con le lapidi cecene. Le pietre bianche scolpite, decorate con fantasiose scritte arabe, sono le uniche cose che ai ceceni sono rimaste dei loro antenati. Quasi tutte le torri ancestrali erano state fatte saltare in aria durante il genocidio i cavalli purosangue erano stati sterminati, le armi artigianali, le brocche di rame erano state saccheggiate.

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