L’oro nero dell’Ichkeria: il petrolio ceceno

C’è un trait – d’union che lega la Repubblica Cecena di Ichkeria a molti stati “maledetti” dalla guerra: il petrolio, una risorsa tanto essenziale per l’economia moderna, eppure così pericolosa per i paesi che la posseggono. Quasi tutti gli stati nei quali si produce petrolio vivono in stato di guerra civile, di instabilità politica o sono governati da regimi autoritari. I politologi hanno scritto molto su questo: è stato rilevato che l’abbondanza di materie prime è uno dei principali motivi di instabilità all’interno di un paese. Perché una tale “benedizione” dovrebbe generale conflitti anziché ricchezza? Perchè per arricchirsi con essa non servono processi di produzione complessi, i quali richiedono stabilità ed ordine per funzionare: è sufficiente possedere qualche macchinario rudimentale, magari anche artigianale. Il caso della Cecenia è emblematico.

LE ORIGINI

La Cecenia è uno dei primi luoghi al mondo dove l’estrazione del petrolio ha assunto caratteri industriali: il primo pozzo petrolifero “moderno” del paese fu aperto poco lontano da Grozny nel 1893, e da quel momento il sottosuolo ceceno ha prodotto 420 milioni di tonnellate di oro nero. La scoperta di vasti giacimenti superficiali, facili da perforare e molto produttivi, attirò i grandi trivellatori europei (Shell in primis, ma anche aziende francesi, tedesche e olandesi) fin dai primi anni del ‘900. I proprietari dei terreni locali si accontentavano per lo più di percepire una rendita annua in cambio del diritto delle compagnie petrolifere di sfruttare i pozzi. Tuttavia dagli anni ’10 del ‘900 alcuni imprenditori locali iniziarono a lavorare in proprio, costruendosi delle discrete fortune. Uno di questi fu Tapa Chermoeff, ex militare zarista che fu per qualche tempo Presidente della Repubblica dei Popoli Montanari del Caucaso (per approfondire leggi “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria” Acquistabile QUI).  

Foto del 1910 – I campi petroliferi di Grozny

Con l’avvento dell’Unione Sovietica iniziò l’industrializzazione di stato. La Cecenia divenne il secondo polo estrattivo delll’URSS, giungendo nel 1971 a rappresentare il 7% dell’intera produzione sovietica, con un volume annuale di 21.3 milioni di tonnellate di petrolio estratto. Intorno all’industria estrattiva sorse una vivace industria di lavorazione: le prime fabbriche di cherosene (considerato il più redditizio prodotto petrolifero a quei tempi) furono impiantate nel 1910, mentre in era sovietica si aggiunsero le raffinerie di petrolio Sheripov (1939) Lenin (1958) e Anisimov (1959). L’apertura di questi grossi centri di raffinazione permise ai ceceni di processare non soltanto il loro petrolio, ma anche quello proveniente da altre regioni dell’URSS. Le raffinerie potevano lavorare fino a 24 milioni di tonnellate annue di petrolio, ragion per cui dagli immensi ma de – industrializzati campi petroliferi siberiani il petrolio giungeva fino a Grozny, per essere lavorato e spedito in tutta la Russia. Oltre ad impianti per la produzione di benzina sorsero fabbriche per la raffinazione di kerosene, oli combustibili e lubrificanti per aerei: prodotti per la cui realizzazione servivano macchinari di alta tecnologia e personale qualificato.  

LA RIVOLUZIONE DEL PETROLIO

L’impatto del petrolio sulla società e sull’economia fu enorme: il paese, fino ad allora popolato da agricoltori ed allevatori, divenne una realtà industriale. La sua capitale, Grozny, che nel 1897 contava appena 15.000 abitanti, nel 1979 raggiunse i 375.000 residenti, ed al crollo dell’URSS sarebbe stata la dimora di 480.000 persone, oltre un terzo di tutti gli abitanti della Cecenia. Per fornire manodopera alle grandi raffinerie ed alle industrie di lavorazione nacquero numerosi istituti scolastici, tra i quali il più importante divenne l’Istituto Petrolifero di Grozny, una vera e propria città universitaria deputata alla formazione dell’élite industriale. Il successo nell’industrializzazione del paese non portò soltanto benefici: man mano che la città cresceva e si arricchiva  il divario tra gli abitanti di Grozny, scolarizzati, professionalizzati e benestanti, e quelli delle campagne, semianalfabeti e poveri, divenne sempre più grande. Al conflitto sociale si sovrappose l’ostilità etnica con la minoranza russa, trasferita in Cecenia a seguito della deportazione dei ceceno – ingusci del 1944 e perlopiù inurbata nella capitale, dove occupava i posti più importanti e redditizi sia nell’amministrazione politica della repubblica che nella gestione degli impianti industriali. Il generale aumento del benessere prodottosi tra gli anni ’50 e gli anni ’70 alleggerì il peso di questi problemi, ma non li risolse: anzi, la dipendenza dell’economia dai proventi della produzione e raffinazione del petrolio divenne sempre più cronica, legando indissolubilmente i destini  della Cecenia all’andamento della filiera degli idrocarburi.

Agli inizi degli anni ‘80 i pozzi superficiali iniziarono ad esaurirsi: nel 1980 la produzione era già scesa a 7,4 milioni di tonnellate annue, e cinque anni dopo raggiunse le 5,3 tonnellate. Per rilanciare l’industria estrattiva sarebbero serviti importanti investimenti tecnologici, ma in quegli anni l’URSS sguazzava nell’insolvenza, ed il governo sovietico decise di non allocare risorse per la trivellazione di nuovi pozzi e per l’aggiornamento di quelli vecchi. Il calo della produzione di greggio ebbe effetti devastanti per l’economia locale: agli inizi degli anni ’60 quasi il 70% del bilancio della RSSA Ceceno – Inguscia era costituito dalle entrate derivanti dal petrolio, e con l’affievolirsi di questa entrata il tesoro ceceno dovette affrontare le prime crisi di liquidità. Il governo di Mosca intervenne sostituendo alle entrate petrolifere consistenti trasferimenti finanziari alle casse della Ceceno – Inguscezia: in questo modo il Cremlino evitò che una disastrosa crisi economica si abbattesse sulla repubblica, ma rese il paese dipendente dagli aiuti dello stato centrale. Questa politica assistenzialista impedì all’economia locale di riconvertirsi, magari investendo nel settore agricolo (la Cecenia può vantare una antica e pregiata attività di viticoltura) o nell’industria di lavorazione. Così, mentre la produzione petrolifera scendeva costantemente (nel 1990 furono estratti 4,2 milioni di tonnellate di greggio, nel 1991 4,1 tonnellate, nel 1992 3,6 e così via) gli altri settori economici rimanevano poco competitivi e incapaci di sostituirsi alle vecchie fonti di reddito.

Una raffineria di Grozny negli anni ’60

IL PETROLIO DELL’ICHKERIA

Quando Dudaev proclamò l’indipendenza del paese lo stato dell’economia era disastroso: dipendente com’era dalle iniezioni di capitale da Mosca, il governo si ritrovò presto con le casse vuote, impossibilitato a pagare stipendi e pensioni e senza risorse per affrontare la riconversione dell’economia. Dal Gennaio del 1992 Eltsin impose il blocco dei trasferimenti dal governo centrale, portando le finanze cecene alla paralisi. Di colpo il petrolio ed i suoi derivati tornarono ad essere l’unica fonte di finanziamento per lo stato. Dudaev tentò di governarne la produzione, ma soprattutto la raffinazione delegando il controllo del settore a Yaragi Mamodaev (direttore del Comitato per la Gestione Operativa dell’Economia Nazionale) con l’incarico di “fiscalizzarlo” e finanziare con essa l’attività dello Stato.

Mamodaev prese il controllo dell’intero settore, utilizzando “buoni benzina” per pagare gli stipendi in sostituzione del denaro (assente sia contabilmente che fisicamente a causa della gigantesca inflazione che stava investendo il rublo), ed attribuì “quote produzione” alle amministrazioni locali per finanziare la loro attività. Ad esempio Bislan Gantamirov, Sindaco di Grozny, ottenne una quota del 5% della produzione per sostenere il bilancio cittadino. I proventi dal commercio estero dell’oro nero finirono in una quantità di diversi conti correnti, alcuni dei quali anonimi e appoggiati su banche estere. La gestione delle entrate petrolifere cadde presto nel caos: il Parlamento tentò  a più riprese di mettere le mani sui flussi di cassa, e quando ci riuscì scoprì un ammanco di 300 milioni di dollari in materia prima esportata dei quali non si trovò traccia. Anche gli amministratori locali finirono col fare un uso piuttosto “allegro” e personale delle “quote” accordate dal governo: Gantamirov investì le consistenti risorse derivate dalla vendita del “suo” 5% (corrispondente a 200.000 tonnellate di carburante) nell’armamento della “Polizia Municipale), un corpo armato alle sue dipendenze che non aveva nulla  che vedere con i nostri vigili urbani, ma un vero e proprio esercito di qualità tale da far paura alle stesse forze armate regolari.

Nei primi mesi del 1993 sia Mamodaev che Gantemirov furono privati del diritto di gestire le entrate petrolifere. Questo provvedimento, insieme alla crisi politica che stava consumando la Repubblica, produsse il loro allontanamento dal governo ed il passaggio all’opposizione. Il 4 Giugno 1993 Dudaev organizzò un colpo di stato militare con il quale mise a tacere sia l’opposizione “politica” del Parlamento, sia quella “petrolifera” rappresentata da Mamodaev e da Gantamirov. Una volta disperse le strutture democratiche dello Stato il Generale ebbe mano libera nella gestione del commercio petrolifero, e per qualche mese sembrò che l’efficienza del sistema migliorasse: le entrate dello stato aumentarono considerevolmente, ed il cronico ritardo con il quale il governo provvedeva al pagamento di stipendi e pensioni iniziò a ridursi.

Non passò molto tempo, comunque, che la situazione tornò a complicarsi. Dopo il blocco fiscale decretato da Elstin nel Gennaio 1992, alla fine del 1993 arrivò il blocco petrolifero. Fino ad allora infatti le raffinerie e gli impianti di trasformazione di Grozny avevano processato milioni di tonnellate di petrolio siberiano e caspico (per un valore a prezzo di mercato di circa due miliardi e mezzo di dollari), il quale veniva pompato in grandi quantità per essere lavorato e reimmesso nel circuito russo, o esportato all’estero. In particolare gli impianti ceceni erano responsabili del 90% della produzione russa di lubrificanti per aerei, e per tutto il 1992 e buona parte del 1993 tale servizio era stato sistematicamente richiesto e pagato al tesoro ceceno.  La condizione giuridicamente “sospesa” della Repubblica Cecena di Ichkeria e l’assenza di sazi doganali imposti dal governo separatista aveva inoltre reso il paese una sorta di “paradiso fiscale petrolifero”: pompando petrolio in Cecenia ed esportandolo da lì verso l’estero i grandi magnati del petrolio russo eludevano le tasse statali sull’esportazione dei prodotti, arricchendosi a dismisura alle spalle del bilancio federale. In questo modo nel solo 1992, 4 milioni di tonnellate di petrolio, 1,6 milioni di tonnellate di benzina, 126.000 tonnellate di cherosene e 40.000 tonnellate di gasolio erano state illegalmente esportate all’estero senza pagare un solo rublo di tasse.  Con il blocco del pompaggio di petrolio “estero” le raffinerie cecene si fermarono, ed il fiorente mercato della lavorazione (e del commercio illegale di idrocarburi) si azzerò bruscamente. Di colpo la ChRI si ritrovò senza materie prime da estrarre e senza materie prime da lavorare. A questo si aggiunsero le attività dell’opposizione armata al governo Dudaev, la quale iniziò a portare audaci attacchi fin dentro la capitale, ed il dilagare del crimine. Il paese iniziò rapidamente a collassare, e nell’estate del 1994 esplose la guerra civile.

La raffineria Sheripov di Grozny prima della guerra. Duramente bombardata durante il primo conflitto, della sua struttura rimase soltanto la ciminiera bianca e rossa ben visibile al centro della foto.

Con l’economia al collasso, l’unica ricchezza del paese, seppur sempre più misera, rimase il petrolio estratto dai pochi giacimenti ancora in grado di farlo. Nel 1993 la produzione era scesa ulteriormente, da 3,6 a 2,5 milioni di tonnellate, e nel 1994, complice lo stato di guerra civile in atto, non raggiunse il milione di tonnellate estratte. Se questi numeri non potevano in alcun modo permettere allo stato di reggersi in piedi, erano comunque sufficienti a moltissime famiglie cecene a sbarcare il lunario. Tra il 1993 ed il 1994 la stragrande maggioranza del petrolio prodotto ed immesso negli oleodotti venne sistematicamente rubato tramite la perforazione delle condutture ed il furto su autocisterne improvvisate: il petrolio veniva portato oltre confine e venduto al 50 – 60% del suo valore alle compagnie “ufficiali”, le quali lo stoccavano nei loro magazzini come petrolio prodotto da altri stabilimenti, pagando in contanti i trafficanti.  Talvolta i più ingegnosi tra i ladri di petrolio riuscivano ad avviare piccole raffinerie artigianali, trasformando il greggio in benzina di bassa qualità e vendendola direttamente in strada, o trasportandola illegalmente fuori dai confini del paese.

IL PETROLIO E LA GUERRA

Nel Dicembre del 1994 scoppiò la Prima Guerra Cecena. A lungo si è dissertato su quanto il petrolio sia stato centrale tra le cause del conflitto. Alla luce di quanto raccontato nei paragrafi precedenti è abbastanza chiaro come lo scopo di Mosca non fosse quello di riprendere il controllo dei giacimenti ceceni, ormai ridotti all’ombra di quello che erano stati negli anni ‘70. Questo non significa che il petrolio non abbia avuto alcun peso nella decisione di Eltsin di rovesciare Dudaev. Certamente il fatto che il Generale ceceno avesse trasformato la piccola repubblica in una sorta di “duty – free” petrolifero ha avuto un peso importante. Basti pensare che attraverso questo “buco nero fiscale” fluirono tra il 1992 ed il 1994 circa 8 miliardi di dollari in prodotti petroliferi, tutti rigorosamente esentasse. Più importante ancora deve essere stato il fatto che attraverso la Cecenia passava l’unico oleodotto capace di trasportare il petrolio del Mar Caspio verso l’Europa. Il controllo di quell’oleodotto assicurava a Dudaev un’arma di ricatto per una Russia che aveva un disperato bisogno di soldi (la situazione economica della Federazione non era molto diversa da quella della Cecenia, nei primi anni ’90) e che non poteva permettersi il lusso che l’oro nero dell’Azerbaijian trovasse nuove vie di accesso ai mercati occidentali.

Riguardo al fatto che la Russia non fosse troppo interessata al petrolio ed alle raffinerie cecene l’esercito federale chiarì la questione bombardando fin dai primi giorni il distretto petrolifero di Grozny e lasciando bruciare per settimane le carcasse delle raffinerie, già dai primissimi giorni di guerra. Riguardo alla questione degli oleodotti, invece, alcune circostanze (o coincidenze) potrebbero avvalorare parecchio la tesi dell’intervento “interessato” al controllo della “pipeline” Baku – Novorossjisk, il principale oleodotto che trasporta il petrolio azero dal Caspio al Mar Nero e che attraversa, appunto, la Cecenia. Gli eventi in questione sono principalmente tre:

  • Nel Marzo del 1995, tre mesi e mezzo dopo l’inizio della guerra, l’esercito russo arrestò l’avanzata, ufficialmente per predisporre una tregua in vista delle celebrazioni di Maggio (Il cosiddetto “Giorno della Vittoria” che commemora la fine della Seconda Guerra Mondiale). Coincidenza: l’avanzata si interruppe non appena i reparti federali si furono assicurati il controllo del tratto di oleodotto in territorio ceceno (parallelo all’autostrada che taglia in due la Cecenia, la cosiddetta “Rostov – Baku”).
  • Il 14 Giugno del 1995 la Federazione Russa stipulò un accordo per il passaggio del petrolio azero dalla linea appena conquistata. Lo stesso giorno Shamil Basayev attaccò la cittadina di Budennovsk, snodo russo del medesimo oleodotto.
  • A seguito dell’attacco di Basayev e del deteriorarsi della situazione militare in Cecenia, il governo di Mosca dichiarò che avrebbe diversificato le rotte di passaggio del petrolio azero, predisponendo una nuova sezione dell’oleodotto che baipassa la Cecenia e si innesta nel vecchio tracciato all’altezza di Pervomaiskoye, in Daghestan. Coincidenza: il 9 Gennaio 1996 Salman Raduev, al comando di un nutrito reparto separatista mette a segno un’incursione armata a Klizyar, sulla falsariga di quanto fatto da Basayev l’anno precedente, e nel ripiegare in Cecenia si trova assediato a Pervomaiskoye, il quale viene completamente raso al suolo durante i combattimenti.

Queste tre coincidenze non possono di per sé rappresentare una prova, anzi: sia l’operazione di Basayev che quella di Raduev furono entrambe, secondo le ricostruzioni, dei “biani B”. Basayev infatti sembra che non volesse attaccare Budennovsk ma Mineralnye Vody, o addirittura Mosca, mentre Raduev aveva sì organizzato il raid a Klizyar, ma non si era immaginato di finire assediato a Pervomaiskoye. In entrambi i  casi si tratterebbe quindi di situazioni fortuite, e non del prodotto di un’azione politica volta a “convincere” i russi a negoziare un affare petrolifero con i ceceni.

IL PERIODO INTERBELLICO

Qualunque fosse il reale peso che il petrolio ebbe sullo scatenare la Prima Guerra Cecena, essa terminò con il ritiro delle truppe federali ed il riconoscimento dell’indipendenza de facto della ChRI. Ben presto, tuttavia, i separatisti si resero conto di aver conquistato una vittoria di Pirro: il paese era completamente devastato, e il governo di Grozny, già piegato dalle ristrettezze economiche prima della guerra, era più che mai ostaggio della miseria dilagante. A questo stato di cose contribuiva il governo russo, il quale non aveva alcuna intenzione di procedere con solerzia alla ricostruzione del paese, centellinava i trasferimenti al governo separatista e faceva di tutto per mantenere in un costante stato di prostrazione ed instabilità la Cecenia. Di petrolio siberiano pompato nelle raffinerie di Grozny non si parlava nemmeno. Fra l’altro queste erano state in buona parte distrutte, e non c’erano i soldi per ripristinarle. Quello che rimaneva erano una manciata di pozzi superficiali in grado di produrre un po’ meno di due milioni di tonnellate di petrolio all’anno e un oleodotto attraverso il quale il petrolio azero poteva raggiungere il terminal russo di Novorossijsk. Su queste due fonti di reddito si giocò tutta la partita politica in Cecenia tra il 1997 ed il 1999.

Salman Raduev (al centro nella foto) uno dei più riottosi tra i “Generali di Birgata” dell’Ichkeria postbellica. La sua milizia personale, chiamata “L’esercito di Dzhokhar Dudaev” non smobilitò al termine del conflitto, ma tenne in scacco il governo di Maskhadov alimentando l’instabilità della ChRI.

Aslan Maskhadov, salito al vertice dello stato separatista nel Febbraio 1997, tentò di mantenere il controllo dei pozzi petroliferi e di salvaguardare le condutture che trasportavano il greggio alle raffinerie semidistrutte ma ancora parzialmente funzionanti. Inoltre istituì un servizio di sorveglianza lungo il tratto di oleodotto di competenza cecena, impegnandosi con i russi e gli azeri a mantenerlo operativo ed a prevenire furti di petrolio. Purtroppo per lui e per il suo governo nessuna delle due operazioni riuscì. Dei due milioni di tonnellate di oro nero prodotte dai giacimenti ceceni la metà non giunse mai alle raffinerie, depredata lungo il percorso da centinaia di “rubinetti” abusivi aperti con il beneplacito (interessato) delle unità militari preposte alla sorveglianza. L’anno successivo, il 1998, vide il collasso generale di ciò che rimaneva del sistema petrolifero: vennero prodotte appena un milione e mezzo di tonnellate, la metà delle quali non raggiunse le raffinerie perché rubata. Alla fine dell’anno il comitato statistico statale stimò il furto di settecentomila tonnellate: nel solo Ottobre 1998, a fronte di 6276 tonnellate di pertrolio prodotto dall’unità di produzione di Oktyabrneft, l’80% non riuscì a raggiungere la vicina raffineria, distante dal pozzo meno di due chilometri: lungo la conduttura furono individuati più di 300 “rubinetti” attraverso i quali i saccheggiatori avevano pompato via la cifra incredibile di 5.000 tonnellate di greggio.

IL COLLASSO DEL SISTEMA

Com’era possibile che un saccheggio così indiscriminato non venisse fermato dalle autorità? Dopotutto la Cecenia è un paese grande quanto il Lazio, ed i giacimenti petroliferi sono concentrati in aree piuttosto circoscritte. La risposta è semplice quanto impietosa: perché il governo non aveva la forza sufficiente ad impedire che i pozzi petroliferi venissero assaltati dalle numerose bande armate operative in Cecenia. Alla fine del primo conflitto il 90% della popolazione era disoccupata, e Maskhadov non aveva le risorse per darle un lavoro. La stragrande maggioranza degli uomini in grado di combattere avevano servito sotto il suo esercito, comandati da capibanda senza scrupoli assurti, alla fine della guerra, all’illustre ruolo di “Generali di Brigata”. Pochi tra loro erano intenzionati a smobilitare le loro milizie, ben consapevoli che nella Cecenia postbellica il potere reale sarebbe rimasto ai “signori della guerra” che fossero riusciti a costituirsi un feudo personale e delle fonti di reddito costanti. Così leaders militari come Shamil Basayev, Salman Raduev, Arbi Baraev e perfino il Vicepresidente della Repubblica, Vakha Arsanov mantennero in armi i loro distaccamenti, e li finanziarono con il prelievo illegale di petrolio dai pozzi petroliferi che avevano occupato. Questi pozzi, alla fine del 1998, erano in grado di portare ai comandanti di campo un fatturato illegale di quasi 3 milioni di dollari al mese, con i quali mantenevano in armi migliaia di uomini, un esercito contro il quale la piccola e quasi disarmata Guardia Nazionale, l’esercito regolare ceceno, poteva poco e niente. Nel 1999 la produzione era talmente scemata (a causa della cattiva manutenzione degli impianti e dell’impossibilità di aggiornarli) che nei primi cinque mesi dell’anno si registrò una produzione di appena 96.000 tonnellate anziché le 530.000 previste. Si giunse all’assurdo che la Cecenia si trovò a dover importare petrolio dalla Russia anziché esportarlo. Anche la fornitura di energia elettrica e di acqua calda dovettero essere importate dalle centrali russe, aumentando il disavanzo finanziario dello stato e generando una montagna di debiti impossibili da pagare.

Video documentario sulla Cecenia nel 1996. Nel filmato si mostrano la produzione e la vendita della benzina illegale .

Anche la sorveglianza dell’oleodotto Baku – Novorossijsk fu talmente fallace che interi stock da centinaia di migliaia di tonnellate di petrolio azero sparirono senza lasciare traccia. Al pari dei pozzi petroliferi anche i settori dell’oleodotto furono “feudalizzati” dai signori della guerra, i quali ben volentieri accettarono che nei tracciati di loro competenza avvenissero “furti anonimi” di petrolio, o si dedicarono direttamente al suo prelievo e contrabbando oltreconfine. Ciò che non era venduto al mercato nero veniva raffinato “in casa” tramite processi artigianali di distillazione simili a quello utilizzato per produrre alcool: il risultato di questo processo era una benzina di scarsissima qualità, sufficiente comunque per mandare una utilitaria sgangherata e garantire ai ceceni disoccupati un po’ di denaro con il quale mettere insieme il pranzo con la cena. La raffinazione artigianale del petrolio ed il commercio di benzina illegale sottraeva all’erario qualcosa come duecentoquarantamila dollari al giorno.

Per conseguenza delle mancate consegne di petrolio da parte della Cecenia Mosca iniziò a non corrispondere al governo di Grozny i quasi 5 dollari a tonnellata concordati nell’Agosto del 1997, aggravando ulteriormente la già catastrofica situazione delle casse statali. L’involuzione della ChRI in un’anarchia totale era solo questione di tempo, e nell’estate del 1999 divenne realtà. Bande armate acquartierate ed addestrate in Cecenia invasero il Daghestan, scatenando la violenta reazione della Federazione Russa ed una nuova invasione del paese.

LA LEGITTIMITA’ DELLA REPUBBLICA CECENA DI ICHKERIA

IL PROBLEMA DELLA LEGITTIMITA’

Quando si parla di legittimità di uno Stato si apre un tema molto complesso. “Legittimità” significa essenzialmente “diritto di esistere”.  La natura di questo diritto ed il suo comportamento riguardo i sistemi istituzionali possono variare a seconda del punto di vista dal quale si considera e a seconda del fatto che lo si determini come un diritto dall’alto (che promana dalla decisione operata da un’istituzione che ha facoltà di costituirne altre) come un diritto dal basso (cioè che realizza le ambizioni politiche di un certo gruppo di persone)  o infine come un diritto restaurato (cioè che è reintrodotto dopo essere stato illegittimamente soppresso). Prima di addentrarci nel caso specifico della Cecenia è importante partire da un assunto di base.

Il “Principato di Sealand”, una delle prime “micronazioni” costituita da Paddy Roy Bates nel 1969

Il mondo è un’entità spaziale finita. Nel corso dei millenni tutta la sua superficie è stata esplorata e rivendicata, ed ogni metro quadrato di terra emersa è amministrata (o rivendicata) da uno Stato sovrano. Ad oggi è quasi impossibile che un nuovo Stato possa trovare un lembo di terra emersa che non sia parte integrante di un altro. Nel corso degli ultimi decenni si sono costituiti piccolissimi stati indipendenti, le cosiddette micronazioni come la Repubblica delle Rose (costituita su una piattaforma artificiale nel Mar Adriatico) o il Principato di Sealand (nato su una struttura simile al largo delle coste inglesi). Si tratta in questo caso di “stati” tra il serio e il faceto, sviluppatisi con l’intento di realizzare utopie umanistiche o di costituire porti franchi commerciali e finanziari. Niente a che vedere, in sostanza, con Stati veri e propri, come appunto la Repubblica Cecena di Ichkeria. Un nuovo stato nasce quasi sempre sul territorio occupato da un altro stato. Questo genera una serie di problemi la cui soluzione difficilmente rende soddisfatte tutte le parti in causa. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sono nati più di cento nuovi stati, e la formazione di nuove entità statuali è costantemente in atto. Basti pensare al processo disgregativo che ha trasformato la Jugoslavia in un mosaico di ben 7 repubbliche indipendenti nel giro di quindici anni, per rendersi conto dell’entità del fenomeno.

LEGITTIMITA’ GIURIDICA E LEGITTIMITA’ POLITICA

La premessa appena fatta già di per sé basterebbe a capire come mai la nascita di uno stato determina quasi sempre aspri conflitti. La realtà è ulteriormente complicata dal fatto che la legittimità giuridica si compenetra con almeno altri due tipi di legittimità: quella politica e quella storica. Un nuovo stato può costituirsi in assenza di legittimità giuridica qualora consistano premesse politiche determinanti, come il crollo di un regime ideologico, la caduta di una monarchia o la condotta di un governo giudicata illecita, persecutoria o semplicemente inefficace. Il primo caso può essere quello delle Tredici Colonie americane, le quali proclamarono la loro indipendenza dalla madrepatria inglese adducendo al comportamento tirannico della corona britannica, la quale imponeva tasse ai sudditi americani ma non riconosceva loro il diritto di essere rappresentati in Parlamento. Riguardo al secondo caso possiamo citare come esempio la nascita della Repubblica del Sudan Meridionale, costituita da una maggioranza cattolica oppressa dal governo centrale, espressione di una classe dirigente islamica. Riguardo al terzo caso possiamo citare infine l’autoproclamata Repubblica del Somaliland, costituita nel nord della Somalia come reazione all’anarchia dilagante nel resto del paese.

In verde scuro il territorio rivendicato dalla Repubblica del Somaliland, stato non riconosciuto indipendente de facto dal 1991. Colonia britannica fino al 1960, divenne parte della Repubblica di Somalia, ma alla caduta del dittatore Siad Barre proclamò l’indipendenza.

Parlando della legittimità storica, possiamo citare come esempio ideale lo Stato di Israele, costituito a seguito della Seconda Guerra Mondiale per volontà del movimento sionista in un momento nel quale in Palestina la quantità di ebrei residenti nella regione era grandemente inferiore rispetto alla componente palestinese. In quel caso non erano presenti né una legittimità giuridica né una legittimità politica, ma era ben chiara la volontà dei sionisti di restaurare uno Stato che era esistito molti secoli prima.

Quindi, ricapitolando, la legittimità di uno stato è affermata sulla base di tre principi: quello giuridico, quello politico e quello storico. La situazione contingente non permette quasi mai a questi tre piani di legittimità di coesistere contemporaneamente. E in ogni caso questa generica definizione di legittimità non è sufficiente a delineare una “roadmap” sicura nella gestione del problema, perché tutti e tre i piani di questo discorso sono soggetti al contesto nel quale andiamo ad analizzarli. Infatti, quando un nuovo stato va a costituirsi, esso non soltanto occuperà l’area geografica precedentemente amministrata da un altro stato, ma andrà ad imporre la sua autorità su una popolazione composita, della quale faranno parte non soltanto i sostenitori del “nuovo” stato, ma anche quelli dello stato “vecchio”. Come riconoscere quindi il diritto dei “nostalgici” a rimanere parte del “vecchio” stato senza ledere il diritto dei sostenitori del “nuovo” stato? E viceversa, come permettere la nascita di un “nuovo” stato senza ledere il diritto dei “nostalgici”? La questione aggiunge ulteriore complicazione ad un argomento già di per sé caotico, ed è bene chiarire fin da subito che ad oggi non è stata identificata nessuna procedura condivisa tra gli stati che permetta la risoluzione di simili problemi senza generare il rischio di una guerra. Pertanto, anche nel caso della Repubblica Cecena di Ichkeria, sarà bene tenere a mente che in assenza di reciproco riconoscimento tra stato vecchio e stato nuovo non può esserci alcuna legittimità oggettiva alla quale aggrapparsi.

LEGITTIMITA’ STORICA DI UNO STATO CECENO

La Repubblica Cecena di Ichkeria (ChRI) fu soltanto “uno” stato ceceno, cioè una formazione statale indipendente de facto (e secondo alcuni anche de jure) tra il 1991 ed il 1994 (come Repubblica Cecena di Nokhchi – cho) e poi tra il 1994 ed il 2000 (secondo gli esponenti del governo in esilio la ChRI esiste ancora, ed è l’unico vero stato ceceno). Il contesto nel quale questo stato nacque e si sviluppò rende peculiare la discussione intorno alla sua legittimità, per cui partiremo da un discorso più ampio, indagando prima sulla legittimità di uno stato ceceno in senso generale.

Iniziamo valutando la legittimità storica di uno Stato ceceno. Come abbiamo detto, uno stato è storicamente legittimato se restaura uno stato precedentemente abbattuto, o se va ad inentificarsi con il luogo ancestrale nel quale si è formato il popolo che questo intende rappresentare e governare. Partiamo dal principio della restaurazione: prima del 1991 non è mai esistito uno stato unitario ceceno, o uno stato che abbia preteso di essere ceceno. Nella loro storia i “Nokhchi” (come si chiamano tra di loro i ceceni) ed in generale i Vaynakh (la famiglia etno – linguistica che accomuna ceceni, ingusci e alcune popolazioni del Daghestan e della Georgia) non ebbero mai un regno, una repubblica o una confederazione politicamente compatta. Le uniche organizzazioni che possono avvicinarsi al concetto di Stato furono il Regno di Durdzukhezia ed il Principato di Simsir, due entità certamente popolate da ceceni, ma che non pretesero mai di essere “lo stato dei ceceni”. Successivamente alla loro scomparsa la popolazione sviluppò un peculiare sistema basato su clan (Teip) i quali talvolta costituivano confederazioni (Tukkhum). Questa organizzazione non può in alcun modo essere considerata un “pro – tostato” ma anzi, per certi versi ne è una negazione. I Tukkhum erano 9, i Teip più di centocinquanta. La frammentazione politica non portò mai alla costituzione di uno Stato nell’accezione moderna del termine. Anche quando i ceceni si riunirono in organizzazioni politiche unitarie, come l’Imamato del Caucaso (1829 – 1859) o la Repubblica dei Popoli della Montagna (1917 – 1921) le suddette formazioni statali ebbero un respiro più ampio rispetto alla nazione cecena, e rivendicarono la loro sovranità su tutto il Caucaso o, al minimo, su tutti i popoli islamici del Caucaso (Ingusci, Balcari, Cabardini, Karachay, Circassi ecc..). Ne consegue che, prima della Repubblica Cecena di Ichkeria, nessuna rivendicazione “restauratrice” può considerarsi legittima.

Bandiera della Repubblica dei Popoli della Montagna

Diverso è il caso di una rivendicazione di tipo “ancestrale”: è indubbio che la Cecenia è il luogo dove il popolo dei “Nokhchi” si è formato, dove ha costituito la propria unità etnoculturale, dove ha vissuto la propria evoluzione linguistica, economica e sociale. E’ il luogo dove si sono formati i Teip e i Tukkhum. Su questa base è legittimo che i Ceceni considerino quella regione come il luogo dove la loro nazione è nata, in centro di irraggiamento della loro storia, ed è legittimo anche che lo considerino come loro e soltanto loro. Nessun altro popolo infatti ha mai fatto della Cecenia la propria casa spirituale: i popoli che nei secoli hanno invaso, e talvolta sottomesso, le tribù cecene hanno il loro centro di gravità in altre zone. Nella vicina Ossezia, ad esempio, si trova il nucleo ancestrale della nazione Alana (dai quali gli osseti affermano di discendere), mentre i popoli di stirpe turco – mongola che conquistarono le pianure della Cecenia in epoca medievale hanno il loro centro di gravità nella Mongolia e in Turchia. Se accettiamo il principio per il quale un popolo può rivendicare l’indipendenza come realizzazione della sua storia, possiamo affermare che i ceceni hanno il diritto di considerarsi i legittimi “padroni” della terra che abitano da più di quattromila anni.

LEGITTIMITA’ POLITICA DI UNO STATO CECENO

Passando al tema della legittimità politica, dobbiamo cominciare ad inserire nel discorso la variabile dello “stato vecchio” dal quale i Ceceni potrebbero aver voluto prendere le distanze, costituendone uno tutto loro. Gli “stati vecchi” in questione sono l’Impero Russo e l’Unione Sovietica. Il primo, caduto nel 1922, governò sulla Cecenia fin dal diciassettesimo secolo, e lo fece prevalentemente sotto forma di dominio. Malgrado in epoca sovietica si sia introdotto il principio della “volontaria adesione” di alcuni popoli alla Russia, è ormai evidente che il Caucaso fu sottomesso militarmente, e più volte “riconquistato” dagli eserciti zaristi. I Ceceni, al pari di numerosi altri popoli caucasici si ribellarono a più riprese, provocando la reazione militare di Mosca e portando avanti logoranti campagne di guerriglia. I russi dal canto loro procedettero spesso alla distruzione dei villaggi indigeni, alla deportazione delle popolazioni ribelli ed allo sterminio delle classi dirigenti locali, secondo uno schema che non consente di definire come “volontario” l’ingresso di questi popoli nell’Impero russo.

La permanenza della Cecenia nell’Unione Sovietica non fu meno “involontaria” né meno incruenta. Dopo la fondazione dell’URSS, il 30 Dicembre 1922, la Cecenia fu annessa come provincia autonoma nella Repubblica Socialista Federata Sovietica Russa (RSFSR) per poi ottenere lo status di Repubblica Autonoma nel 1936. Nel 1944 Stalin impose la deportazione di massa di ceceni e ingusci in Asia Centrale: quasi tutta la popolazione indigena fu trasferita su vagoni piombati in Kazakhistan ed in Siberia, dove visse in esilio forzato fino al 1957. Si trattò di un vero e proprio tentativo di genocidio, volto a far sparire per sempre il popolo ceceno – inguscio, secondo l’approccio staliniano alla risoluzione dei problemi etnici. Alla morte di Stalin l’esilio forzato fu revocato, ed i ceceni poterono rientrare nelle loro terre, nel frattempo ripopolate da famiglie russe. La tragedia collettiva vissuta dai ceceni può facilmente essere addotta a motivo politico legittimo per una separazione dall’URSS. La mancanza di una “volontaria adesione” al “vecchio stato” ed il comportamento persecutorio di questo nei confronti dei ceceni può quindi a buona ragione legittimare il desiderio di questi ultimi di costituire uno stato proprio, nel quale vivere da uomini liberi senza il timore di essere fisicamente eliminati.

Veicoli militari dell’NKVD fanno la spola tra i villaggi d montagna della Cecenia e le stazioni di carico dei deportati durante l’Operazione Lentil (1944)

LEGITTIMITA’ GIURIDICA DI UNO STATO CECENO

Abbiamo visto come la Cecenia può vantare ragioni storiche e politiche per rivendicare la propria indipendenza. Quali ragioni poteva addurre dal punto di vista giuridico al crollo dell’URSS? L’Unione Sovietica si definiva come un’unione di stati governata secondo il principio del federalismo socialista. Nel corso della sua storia promulgò svariate costituzioni, ed in ognuna di esse confermò il rispetto del principio di volontarietà dei soggetti che la componevano. Ciò non significa che queste avevano il potere effettivo di secedere: i paesi del cosiddetto Blocco Sovietico furono costantemente sotto occupazione militare da parte dell’esercito del Patto di Varsavia, e qualsiasi tentativo di guadagnare l’indipendenza fu stroncato nel sangue, come nel caso dell’Ungheria e della Cecoslovacchia. Ma qui stiamo parlando di legittimità giuridica, e dal punto di vista della legittimità giuridica ogni soggetto dell’URSS, dalle “RSS” (Repubbliche Socialiste Sovietiche) alle “RSSA” (Repubbliche Socialiste Sovietiche Autonome, tra le quali vi era la RSSA Ceceno – Inguscia) tutte potevano dichiarare la secessione e costituirsi in stati indipendenti.

Il 3 Aprile 1990 Gorbachev varò una legge ancora più permissiva rispetto al tema della secessione, normando in maniera molto precisa il meccanismo da mettere in atto qualora un soggetto dell’Unione o della RSFSR avesse voluto uscire dall’URSS. Si tratta di una legge molto lunga e cavillosa, ma nella sostanza essa stabiliva che il Soviet Supremo locale avrebbe potuto organizzare un Referendum, e se questo avesse dato esito positivo si sarebbe potuto avviare il meccanismo di uscita. In particolare, con riferimento alle repubbliche autonome, la legge diceva: “una decisione di cambiare lo status e la secessione di una repubblica autonoma o di una regione autonoma dall’URSS è possibile solo mediante referendum“. Esisteva, quindi, un legittimo sistema previsto dallo “stato vecchio” per la formazione di uno “stato nuovo”, e questo sistema era disponibile anche per la Cecenia.

LA REPUBBLICA CECENA DI NOKHCHI – CHO

Nell’estate del 1990 cominciò a farsi largo sia tra i movimenti extraparlamentari, sia tra le correnti di opposizione del Soviet Supremo Ceceno – Inguscio la necessità di mettere sul piatto il tema dell’indipendenza. La maggior parte degli esponenti di questa nuova ondata nazionalista intendeva utilizzare il diritto alla secessione come elemento negoziale di un nuovo trattato dell’Unione, tirando la corda il più possibile per ottenere migliori concessioni dal governo centrale. Una frazione del movimento nazionalista, tuttavia, sosteneva la necessità di secedere per davvero, costituire una repubblica indipendente e separare la strada della Cecenia da quella della Russia. In questa sede non ci soffermeremo sulle dinamiche politiche che portarono alla Dichiarazione di Indipendenza ed alla nascita della Repubblica Cecena di Nokhchi – cho (come si definì la repubblica separatista fino al Gennaio 1994), ma ci concentreremo sulla legittimità di tale processo.

Come abbiamo visto, la Cecenia aveva in quel momento tutte le giustificazioni storiche, politiche e giuridiche per portare avanti la secessione. Conseguentemente a ciò, il 25 Novembre 1990 un organismo informale chiamato Congresso Nazionale Ceceno, convocato da tutte le anime della politica e della cultura nazionali, votò una Dichiarazione di Sovranità, nella quale si proclamava “la sovranità statale della Repubblica cecena, con la supremazia, indipendenza, pienezza ed indivisibilità della sua autorità statale all’interno dei confini esistenti della Repubblica Socialista Sovietica Autonoma Ceceno – Inguscia, ad eccezione del territorio dell’ex autonomia di Inguscezia[…].” Inoltre si dichiarava: “L’unica fonte del potere statale nella Repubblica Cecena è il popolo di questa repubblica, composto da tutti i cittadini della Repubblica Cecena.” Il Soviet Supremo Ceceno – Inguscio, allora comandato dal leader fresco di nomina Doku Zavgaev, recepì le indicazioni del Congresso e due giorni dopo varò una Dichiarazione di Sovranità con valore di legge, dai toni molto simili a quella del Congresso: “Il Soviet Supremo della Repubblica Ceceno – Inguscia, che esprime la volontà del popolo, consapevole della responsabilità storica per il destino della Cecenia e dell’Inguscezia e della loro sovranità nazionale, nel rispetto dei diritti e degli interessi di tutti i gruppi etnici che vivono nella Repubblica […] proclama solennemente la sovranità statale della Repubblica […] e dichiara la decisione di creare uno Stato di diritto democratico.” La Dichiarazione di Sovranità votata dal Soviet Supremo Ceceno – Inguscio garantì alla Cecenia le premesse per una corretta separazione dalla RSFSR e dall’URSS. Tuttavia Zavgaev, al pari di molti altri esponenti del Congresso Nazionale non aveva alcuna intenzione di secedere: anch’egli voleva negoziare migliori condizioni con l’Unione Sovietica sventolando lo spauracchio della secessione. Di diverso avviso erano i cosiddetti “radicali nazionali” i quali trovarono un eccezionale campione nel Generale Dzhokhar Dudaev, eletto Presidente del Comitato Esecutivo del Congresso nel Dicembre 1990.

il Generale Dzhokhar Dudaev tiene un discorso attorniato dai suoi seguaci

Il tentato colpo di stato dell’Agosto 1991 accelerò enormemente gli eventi, e dette ai radicali nazionali l’opportunità per forzare il meccanismo istituzionale di secessione. La leadership della Repubblica Autonoma, infatti, non prese chiaramente posizione contro i golpisti, facendo intendere alla maggioranza dei ceceni che Zavgaev ed i suoi uomini non fossero disposti a procedere oltre sulla strada dell’indipendenza. I nazionalisti ebbero gioco facile nel mobilitare le masse, e tra la fine di Agosto e la fine di Ottobre del 1991 rovesciarono il governo, occuparono gli edifici pubblici ed indissero elezioni politiche per la costituzione di un Parlamento e per la nomina di un Presidente della Repubblica nella persona del Generale Dudaev. Una volta svolte le elezioni Dudaev proclamò l’indipendenza della Cecenia. La Rivoluzione Cecena non rispettò neanche in parte il processo di separazione “legale” previsto dalla legge del 3 Aprile 1990: nessuno indisse un referendum, il Soviet Supremo non lo ratificò né lo discusse, il popolo non poté partecipare alle consultazioni nelle forme e nei modi previsti. Pertanto, da un punto di vista giuridico, la secessione della Cecenia fu illegittima.  Questo stato di cose fu immediatamente rilevato dal governo centrale, ma la situazione politica stava precipitando velocemente, e dopo un flebile tentativo di introdurre lo Stato d’Emergenza il Presidente della RSFSR, Boris Eltsin, decise di desistere e riprendere le negoziazioni con i ceceni una volta che la situazione si fosse calmata.

LA FINE DELL’URSS E LA NASCITA DELLA FEDERAZIONE RUSSA

Abbiamo visto come, a termine di diritto, la secessione della Cecenia fu messa in atto contrariamente alle procedure previste dalla Costituzione dell’URSS. A complicare non poco la situazione giunse, il 25 Dicembre del 1991, lo scioglimento dell’Unione Sovietica. Dalla mezzanotte di quel giorno l’URSS cessò di esistere come soggetto del diritto. Di conseguenza le sue leggi ed i suoi ordinamenti persero di qualsiasi validità. La Repubblica Cecena di Nokhchi – cho si ritrovò in uno stato giuridicamente sospeso: essa si era proclamata sovrana nel rispetto della legge, si era proclamata indipendente in violazione della stessa legge, e l’Unione dalla quale si era separata aveva cessato di esistere. Chi invece continuava ad esistere era la Repubblica Socialista Federale Sovietica Russa, della quale la Cecenia faceva ancora formalmente parte. Il suo Presidente, Boris Eltsin, ed il suo Parlamento consideravano il paese ancora parte dello stato, e non intendevano riconoscere come legittima la Dichiarazione di Indipendenza.  Ecco che nella disamina sulla legittimità della Repubblica Cecena di Nokhchi – cho si inserisce un nuovo interrogativo: è da considerarsi illegittima la secessione di una repubblica autonoma dal più vasto consesso di un’unione tra stati anche quando questa unione ha cessato di esistere? Il tema è estremamente complicato, ed è difficile dare una risposta precisa. Certo è che non esistendo più come soggetto giuridico, l’URSS non poté più avanzare pretese sulla Cecenia. Il discorso è diverso se si considera la questione dal punto di vista della RSFSR Russa: essa esistette ancora fino alla fine del 1993, e non riconobbe mai l’indipendenza della Repubblica Cecena di Nokhchi – cho. Da un punto di vista giuridico, di fatto, la Cecenia continuò a far parte della repubblica sovietica russa nonostante che l’Unione Sovietica avesse cessato di esistere, e che la definizione di “socialista” fosse ormai puramente formale, un “cadavere giuridico” in piena putrefazione, ma pur sempre consistente dal punto di vista legale.

Dal Gennaio del 1992 Eltsin iniziò a riformare la Federazione Russia in modo da spogliarla del suo passato sovietico senza perdere i pezzi che la componevano. Per questo motivo iniziò una fitta serie di negoziati “testa – testa” con i 92 soggetti che componevano la RSFSR, con l’obiettivo di farli aderire tutti ad un nuovo Trattato Federativo che ridisegnasse i rapporti politici tra centro e periferia. Un “nuovo trattato” significa una nuova negoziazione tra soggetti di pari diritto, i quali hanno facoltà di sottoscriverlo, ma anche di non farlo. Intorno a questo principio si articolò la posizione dei secessionisti: se la Cecenia era un soggetto dotato di piena capacità giuridica al punto da poter scegliere se sottoscrivere o meno un trattato federativo, era evidente che questa era uno stato indipendente, e che come tale poteva essere riconosciuto dalla Russia, ma anche da qualsiasi altro governo. Da questo punto di vista era evidente come la nascente Federazione Russa, pur non riconoscendo la Repubblica Cecena di Nokhchi – cho direttamente, lo faceva “indirettamente” riconoscendole i poteri tipici di uno Stato sovrano. Dudaev decise quindi di subordinare qualsiasi negoziazione con la Federazione Russa al riconoscimento ufficiale della repubblica cecena.

Forze armate della Repubblica Cecena di Ichkeria sfilano in parata

Questo atteggiamento provocò uno stallo nelle negoziazioni, perché i russi non erano affatto intenzionati a riconoscere “prima” l’indipendenza e “poi” l’adesione, ma a riconoscere l’indipendenza “contemporaneamente” all’adesione. In sostanza Mosca intendeva riconoscere la Cecenia indipendente soltanto quando questa avesse accettato di rinunciare all’indipendenza. Una differenza sottile ma molto sostanziale per i nazionalisti ceceni, i quali volevano sentirsi liberi di percorrere un binario parallelo con la Russia senza necessariamente divenire un vagone del suo treno. Su questo tema i negoziati tra Mosca e Grozny si impantanarono per 3 anni senza produrre alcun risultato tangibile. Tra la fine del 1992 e la primavera del 1993, tuttavia, il Parlamento secessionista iniziò ad oscillare verso una maggior accondiscendenza nei confronti della Russia, complici la devastante crisi economica che stava colpendo il paese ed il blocco economico e finanziario operato da Mosca come rappresaglia per la mancata adesione della Cecenia al Trattato Federativo. Il fronte nazionalista iniziò a frammentarsi, ed il 4 Giugno 1993 Dudaev forzò la situazione sciogliendo il Parlamento ed instaurando una dittatura personale. Questo evento portò la Cecenia alla guerra civile, e funse da casus belli per l’intervento armato della Russia. Alla fine del 1993 la “nuova” Federazione Russa varò la sua costituzione, nella quale la Cecenia era riconosciuta come parte integrante del nuovo stato. In reazione a questo gesto dal pesante valore politico, Dudaev decise di ribattezzare la Repubblica Cecena di Nokhchi – cho in “Repubblica Cecena di Ichkeria” (ChRI), in modo da rimarcare anche sul piano ufficiale la non – appartenenza dello Stato ceceno alla Federazione Russa.

LEGITTIMITA’ E RICONOSCIMENTO: RELAZIONI RUSSO – CECENE TRA IL 1995 E IL 2000

Prima di proseguire sulla questione dei rapporti Russia – Cecenia, fermiamoci a valutare uno degli effetti tipici della legittimità, ovvero il riconoscimento. Esso non può essere considerato come una prerogativa alla legittimità (un diritto esiste o non esiste a prescindere del fatto che questo sia riconosciuto da qualcuno) ma certamente né è uno degli effetti principali. Uno stato non riconosciuto da nessuno difficilmente potrà operare in maniera normale, perché le sue leggi, le due autorità ed i suoi titoli non saranno riconosciuti da nessuno. Il caso della Repubblica Cecena di Ichkeria è esattamente questo. Allo scoppio della Prima Guerra Cecena la ChRI era stata riconosciuta soltanto dal Presidente (decaduto) della Georgia, Zviad Gamsakhurdia. Si trattava di un riconoscimento simbolico e privo di effetti reali (In quel periodo Gamsakhurdia era stato deposto da un colpo di stato militare e si era rifugiato in esilio proprio in Cecenia). Nessun altro governo accettò di considerare la questione cecena come qualcosa di diverso da “un affare interno della Russia”. Emblematica in questo senso è la differenza nel comportamento dei governi occidentali nei confronti della Cecenia (la quale fu sostanzialmente ignorata) ed il Kosovo, altra piccola repubblica autoproclamata nel 1992, la quale a partire dai primi anni 2000 iniziò ad essere ufficialmente riconosciuta da molti paesi, compresi gli Stati Uniti (che lo riconobbero nel 2008).

Abbiamo detto che il riconoscimento non è una prerogativa de iure alla legittimità di uno stato, ma certamente uno dei suoi principali effetti de facto. Sulla base di questo ragionamento possiamo andare ad indagare sui rapporti intrattenuti tra la Federazione Russa e la Cecenia, cercando di capire se, in assenza di accordi formali, il comportamento tenuto da Mosca nei confronti di Grozny può lasciar intendere un riconoscimento pratico a fronte di un non – riconoscimento teorico. Il primo evento da tenere in considerazione è l’ingresso delle truppe russe in Cecenia nel Dicembre del 1994. Conformemente con la sua politica del “non riconoscimento” Eltsin autorizzò non già un’invasione, ma un’operazione volta a “ristabilire l’ordine costituzionale”, cioè un’azione avente come obiettivo il disarmo di “milizie armate illegali” resesi responsabili di usurpazione delle istituzioni legittime dello Stato. Non una guerra, quindi, ma un’operazione di disarmo. Niente guerra, niente Ichkeria.  La situazione cambiò quando fu chiaro che la “piccola guerra vittoriosa” progettata da Eltsin iniziò a rivelarsi per niente “piccola” e nemmeno “vittoriosa”: i russi si trovarono impantanati in una logorante guerra partigiana che sarebbe terminata nell’Agosto del 1996 la vittoria dei separatisti.

Boris Eltsin eZelimkhan Yandarbiev a Mosca per i negoziati sul cessate – il – fuoco durante la Prima Guerra Cecena, 1996

Già dal Giugno 1995 il governo russo iniziò a firmare accordi e protocolli di pace nei quali si riconoscevano di fatto le forze armate della ChRI, il suo governo e le sue strutture politiche. In un accordo militare firmato a Grozny il 30 Luglio 1995 il Governo della Federazione Russa riconosceva i suoi interlocutori come “Il Governo della Repubblica Cecena di Ichkeria”, manifestando gli effetti di un riconoscimento politico. In particolare si autorizzava l’apertura di un “ufficio di rappresentanza” della ChRI a Mosca, qualcosa di molto simile ad un consolato, o ad un’ambasciata. Da quella data il governo federale firmò almeno una decina di documenti nei quali erano presenti i riferimenti alla Repubblica Cecena di Ichkeria. Il più importante di questi fu certamente quello definito come “Accordi di Khasavyurt”, il cui punto 1 recita: “Il trattato che regola i fondamenti di base delle relazioni tra la Federazione Russa e la Repubblica Cecena, governata dai principi e dalle norme universalmente accettati dal diritto internazionale, dovrà essere raggiunto entro il 31 Dicembre 2001.” La frase non lascia alcun dubbio: il diritto internazionale regola i rapporti tra stati, e non i rapporti tra uno stato e una sua provincia. E se Russia e Cecenia hanno deciso di comune accordo di regolare i loro rapporti sulla base del diritto internazionale, ne consegue che si riconoscono a vicenda come soggetti di diritto internazionale, quindi stati sovrani.

Accordi di questo tenore si susseguirono per tutto il 1996 e la prima parte del 1997: il 23 Novembre 1996 il Primo Ministro della Federazione Russa, Viktor Chernomyrdin ed il Primo Ministro del governo ceceno, Aslan Maskhadov firmarono un accordo nel quale la Russia si impegnava a ripristinare i normali rapporti commerciali e politici con la Cecenia dal 1 Dicembre successivo, consegnando ai ceceni il controllo delle frontiere, degli aereoporti e delle vie d’accesso e di uscita dal paese, oltre alla piena disponibilità della infrastrutture. Il 3 Febbraio 1997, pochi giorni dopo lo svolgimento delle elezioni per il rinnovo del parlamento separatista e per la carica di Presidente della Repubblica, le autorità russe inviarono missive nelle quali si congratulavano con il neoeletto Capo dello Stato, Aslan Maskhadov: un atteggiamento non molto coerente con la politica di “Non riconoscimento” pubblicamente presentata dalle autorità federali. Il documento che tuttavia fa la differenza in tutta questa storia fu firmato il 12 Maggio 1997 a Mosca, e malgrado contenga termini molto generici a livello pratico, ha una chiarezza formale assoluta e inequivocabile.  Si tratta del “Trattato di Pace e Principi di Interrelazione tra la Federazione Russa e la Repubblica Cecena di Ichkeria.”.

IL TRATTATO DI PACE

Prima di addentrarci nel documento analizziamo il titolo. Un “Trattato di Pace” è un accordo basato sul diritto internazionale in base al quale due stati assumono una serie di obbligazioni, prima tra tutte il rifiuto della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie. I trattati di pace sono firmati da due stati che si riconoscono vicendevolmente come legittimi interlocutori. La locuzione “Tra la Federazione Russa e la Repubblica Cecena di Ichkeria” toglie ogni dubbio: uno stato chiamato “Ichkeria” non ha mai fatto parte della Federazione Russa, la sua denominazione non è inclusa tra quelle dei soggetti federati nella Costituzione del 1993. Si tratta evidentemente di un soggetto di diritto esterno alla Federazione, e pertanto il trattato di pace può essere interpretato come un gesto di “tacito riconoscimento”.

Mosca. Eltsin e Maskhadov firmano il Trattato di Pace del 12 Maggio 1997. Alexander Sentsov, Alexander Chumichev/TASS –осси€. 12 ма€ 1997 г. ¬

Procediamo con l’analisi del testo:

Le stimate parti dell’accordo, desiderose di porre fine al loro secolare antagonismo e sforzandosi di stabilire relazioni solide, uguali e reciprocamente vantaggiose, concordano:”

Anche in questo caso, malgrado la genericità della frase, si fa riferimento ad un accordo tra due soggetti che non soltanto sono separati, ma che si sono in qualche maniera “sentiti come altro da sé” per secoli. In questo senso la Federazione Russa sembra intenzionata a riconoscere anche la legittimità politica della secessione cecena.

Andiamo avanti con i primi 3 dei 5 articoli del trattato (il IV ed il V sono di natura circostanziale e di scarso interesse ai fini di questa trattazione):

“Art. 1 – Rifiutare per sempre l’uso della forza o la minaccia della forza per risolvere tutte le questioni di disputa”.

Il primo articolo del Trattato di Pace ricalca una formula espressa in centinaia di documenti simili, tutti sottoscritti da stati sovrani.

Art. 2 – Sviluppare le loro relazioni su principi e norme di diritto internazionale generalmente riconosciuti. Nel fare ciò le parti devono interagire sulla base di specifici accordi concreti”.

Di nuovo il richiamo al diritto internazionale come linguaggio di base nelle relazioni tra i due Stati presuppone la loro parità istituzionale.

“Art. 3 – Il presente trattato fungerà da base per la conclusione di ulteriori accordi e intese sull’intera gamma di relazioni

Non soltanto, in questo caso, si presuppone un rapporto paritetico tra Federazione Russa e Repubblica Cecena di Ichkeria, ma addirittura si condizionano tutti i futuri accordi tra i due paesi ai principi stabiliti in questo trattato.

Qualunque fossero i rapporti tra Russia e Cecenia prima del Trattato di Mosca del 12 Maggio 1997, dopo di esso non si può più affermare che la Federazione Russa non riconobbe la Repubblica Cecena di Ichkeria. In questo senso il testo del trattato è più che chiaro. Secondo lo scrivente, quindi, da questo momento in poi la Cecenia esiste a tutti gli effetti come Repubblica indipendente, ed è legittimata sia su base storica e politica, sia su base giuridica, perché dal 12 Maggio 1997 la Federazione Russa iniziò a rapportarsi con la Cecenia come ci si rapporta con uno stato estero.  L’11 Luglio successivo i governi ceceno e russo firmarono una serie di accordi volti ad integrare i rispettivi sistemi bancari e doganali. Nell’Agosto dello stesso anno i plenipotenziari Khozh Akhmed Yarikhanov ed Akhmed Zakayev firmarono un accordo tripartito con il Vice Primo Ministro russo, Boris Nemtsov ed il Vice Primo Ministro Azero, Abbas Abbasov riguardo la gestione congiunta del gasdotto che attraversava la Cecenia. In questo caso è interessante notare un aspetto procedurale: normalmente negli accordi tra la Federazione Russa e paesi esteri riguardanti questioni inerenti una delle repubbliche federate, il testo del documento finale reca la firma della repubblica federata, ma la procedura non prevede che i suoi rappresentanti possano partecipare autonomamente alle negoziazioni. In questo caso invece gli incontri preparatori bilaterali videro negoziati russo – ceceni e negoziati ceceno – azeri, come da prassi per accordi trilaterali tra stati sovrani. Su questa base potremmo spingerci a teorizzare che lo stesso Azerbaijian, firmando l’accordo sul gasdotto, abbia implicitamente riconosciuto la ChRI. La percezione che la Cecenia fosse uno stato indipendente a tutti gli effetti d’altro canto è rintracciabile nella dichiarazione di chiusura di Abbasov alla stampa: “Oggi, firmando un accordo trilaterale tra la Federazione Russa, la Repubblica Cecena di Ichkeria e L’Azerbaijian abbiamo rimosso anche l’ultimo ostacolo della repubblica nel fornire oro nero ai partner europei.

LA SECONDA GUERRA CECENA

Riepilogando brevemente possiamo dire che la Repubblica Cecena di Ichkeria, pur avendo forti motivazioni storiche e politiche per rivendicare l’indipendenza, ottenne la secessione tramite metodi illegittimi. Tuttavia il comportamento del governo della Federazione Russa tra il 1995 ed il 1996, ed ancor più l’atteggiamento avuto nei confronti del governo di Grozny dopo la fine della Prima Guerra Cecena fecero sì che tale secessione fosse, se non ratificata ufficialmente, quantomeno riconosciuta di fatto da Mosca, stabilendo uno stato di cose per le quali la ChRI potè operare come uno stato indipendente almeno fino al Dicembre 1999.  A tale scopo sono esemplari le parole di Vladimir Putin, successore di Eltsin alla presidenza federale, il quale il 13 Dicembre 2001 dichiarò: “Voglio solo ricordare che nel 1996 la Russia ha ritirato tutte le sue forze armate dalla Cecenia, avendo creato lì uno stato di fatto completamente indipendente. Non di diritto, ma di fatto. Per questo motivo nessuno può dirci che usiamo tutta la nostra forza per distruggere il desiderio del popolo ceceno di essere indipendente. Lo abbiamo fatto una volta, abbiamo dato loro tale indipendenza”.

Dalla fine del 1999 le truppe federali penetrarono nuovamente in Cecenia, e da allora fino al 2003 sottoposero il paese ad una occupazione militare. Nel 2003, infine, si tenne un referendum costituzionale volto a ricostituire l’unità federale tra la Cecenia e la Federazione Russa. La vittoria plebiscitaria del “SI” (95,97% dei voti espressi) per quanto viziata da diffuse irregolarità (non molto diverse, in effetti, da quelle registratesi alle elezioni dell’Ottobre 1991, quando furono eletti il Parlamento ed il Presidente secessionisti) sancì il reintegro della Cecenia nel sistema federale russo, delegittimando il governo della Repubblica Cecena di Ichkeria e rendendola un’organizzazione a tutti gli effetti illegale. I secessionisti bollarono il referendum come una farsa, e a tutt’oggi continuano a considerare la ChRI come l’unico governo legittimo di un paese sotto occupazione militare. Secondo quanto riportato in una disamina pubblicata su numerosi siti separatisti, la ChRI sarebbe equiparata ai governi occupati dalla Germania nazista durante la Seconda Guerra Mondiale:

“Ad esempio, durante la Seconda Guerra Mondiale, il re belga Leopoldo III costrinse l’esercito belga ad arrendersi e sebbene cercasse di formare un governo fantoccio guidato dal filo – nazista Henri De Mans, il governo in esilio, chiamato “Governo dei Quattro” continuò le sue attività a Londra dal 1940 al 1945. Allo stesso modo il governo polacco in esilio rimase in vigore dal 1939 al 1990, prima in Francia e poi in Inghilterra, e fu riconosciuto come il vero rappresentante del popolo polacco.”

Il governo polacco in esilio. Costituitosi a Londra dopo l’occupazione nazista della Polonia, non fu riconosciuto al termine della Seconda Guerra Mondiale, quando il paese entrò nel Blocco Sovietico, ma rimase formalmente in carica fino al 1990, passando i poteri al primo governo democraticamente eletto nel paese.

Il tema della legittimità dell’attuale governo della ChRI in esilio è ancora oggi oggetto di dibattito, prima di tutto tra gli stessi esponenti della diaspora separatista (ad oggi esistono almeno tre gruppi di ex funzionari della ChRI che si contendono la leadership della repubblica). Il governo stabilmente al potere in Cecenia, guidato da Ramzan Kadyrov non riconosce alcuna legittimità a nessuno degli esponenti della vecchia leadership, e si ritiene legittimo sulla base del referendum costituzionale del 2003. Anche la Federazione Russa ritiene legittimo il governo di Kadyrov, e nelle sue rappresentanze ufficiali la Repubblica Cecena federata con la Russia viene riconosciuta come istituzione ufficiale dalla maggior parte dei governi del mondo.

LEGITTIMITA’ POSTUMA DELLA ChRI

Ad oggi l’eventualità che la ChRI venga ricostituita o ottenga un qualche tipo di riconoscimento estero è piuttosto remota. Anche evitando diatribe politiche di attualità, e presupponendo che il separatismo abbia un seguito di qualche rilievo tra la popolazione cecena, il percorso per la ricostituzione della Repubblica Cecena di Ichkeria sarebbe comunque assai tortuoso. L’ultima manifestazione di volontà popolare in merito risale al 1997, e da allora le elezioni hanno sempre riconfermato alla guida del paese il fronte unionista. D’altra parte, lo stesso fronte unionista ha sistematicamente impedito che forze politiche contrarie al federalismo potessero liberamente esprimersi, ed i sostenitori di tale approccio vivono uno stato di semiclandestinità, essendo la ChRI considerata come un’organizzazione criminale, ed i suoi esponenti soggetti ad arresto.

Volendo fare un esercizio di teoria politica, la ChRI non ha mai cessato di esistere. Molti dei suoi funzionari ed esponenti politici nel corso degli anni sono passati al governo unionista di Kadyrov, assottigliando le file dei separatisti, e la costituzione dell’Emirato Islamico del Caucaso Settentrionale, avvenuta nell’Ottobre del 2007 ha privato la ChRI delle sue “forze armate” su suolo ceceno. Questo non ha comunque eroso, almeno in linea teorica, il legame delle strutture “ad interim” della repubblica in esilio con le istituzioni uscite dalle elezioni del 1997. L’eventualità di rivendicare nuovamente il diritto alla secessione della Cecenia dalla Federazione Russa sarebbe comunque ostacolata dall’esplicito divieto presente nella Costituzione della Federazione a qualsiasi azione volta a minare l’integrità territoriale dello Stato.

Sostenitori della Repubblica Cecena di Ichkeria manifestano a Ginevra, 2019

Una moneta per l’Ichkeria: Il “Nahar”

INTRODUZIONE

La moneta non è soltanto uno degli strumenti essenziali di ogni economia moderna, ma spesso è anche uno degli elementi distintivi di uno stato riconosciuto, oltre che un efficace strumento di propaganda fin dall’alba dei tempi. Gli imperatori romani, ad esempio, non appena venivano nominati ordinavano il conio di monete raffiguranti il loro nome ed il loro ritratto, in modo che tutti i sudditi dell’impero sapessero chi era il capo. Con l’avvento della cartamoneta ogni stato provvide a stamparne grandi quantità, disegnando su di esse i simboli della sua autorità. Ogni volta che un nuovo stato veniva a costituirsi una delle sue prime preoccupazioni era quella di istituire una propria moneta, così da rendersi riconoscibile dal popolo e celebrare così la sua esistenza.

Moneta da 500 rubli dell’Emirato del Caucaso Settentrionale

Anche i ceceni tentarono in più occasioni di introdurre valute nazionali che sancissero la loro indipendenza. Sappiamo che nell’Imamato Caucaso, durante il governo dell’Imam Shamil forme di autotassazione e di gestione della ricchezza locale furono introdotte al fine di centralizzare la spesa del governo, e furono organizzati veri e propri sistemi di riscossione territoriale per finanziare l’esercito che combatteva contro i russi. Alla fine della Prima Guerra Mondiale, quando i popoli del Caucaso Settentrionale si organizzarono nella Repubblica dei Popoli della Montagna e, successivamente, nell’Emirato del Caucaso Settentrionale vennero prodotte banconote cartacee in rubli dotate di propria numerazione e di peculiari simboli di riconoscimento.

(sotto: francobolli messi in circolazione dalla ChRI tra il 1993 ed il 1999)

LA MONETA DELLA RIVOLUZIONE

Allo scoppio della Rivoluzione Cecena, nell’Agosto del 1991, il Comitato Esecutivo costituì una “Commissione fiscale” che elaborasse un progetto di moneta nazionale cecena. Lo scoppio dei disordini fece passare in secondo piano la questione, ma essa fu prontamente ripresa del Parlamento eletto nell’Ottobre dello stesso anno, e posta tra le principali priorità del nuovo Stato indipendente. Alla promulgazione della Costituzione, il 12 Marzo 1992, il Parlamento previde il passaggio dal sistema monetario russo, basato sul rublo, ad un sistema nazionale fondato su una nuova moneta totalmente cecena. In uno dei decreti attuativi della carta fondamentale fu deciso che la Repubblica Cecena di Nokhchi – cho  (denominazione del nuovo Stato dal Novembre 1991 al Gennaio 1994) sarebbe rimasta agganciata alla moneta russa “fino alla creazione del proprio sistema monetario creditizio o alla sua unificazione con sistemi di altri stati”. Tra il 1992 ed il 1993 si ebbe un ampio dibattito sul tema, furono prodotti molti schizzi della nuova moneta e furono aperti contatti con aziende europee capaci di produrre banconote a prova di contraffazione. Nell’autunno del 1992 Dudaev inviò Ruslan Utsiev in Inghilterra per portarne a termine la produzione. Utsiev individuò nella società francese TDLR (Thomas De La Rue) l’azienda che avrebbe prodotto il tutto, ma il suo omicidio, avvenuto pochi mesi dopo in circostanze misteriose, bloccò gli effetti del contratto, e la TDLR interruppe i lavori.

Nella foto: il contratto con la fiduciaria francese “Oberthur” mostrato in un film – documentario sulla ChRI ed alcuni schizzi preparatori della nuova moneta nazionale.

Il problema di “chi” dovesse stampare le banconote e di come dovesse riuscire a farle arrivare in Cecenia era, tuttavia, un problema piuttosto secondario rispetto a “quanto valore intrinseco” questa moneta potesse avere. Dudaev desiderava mettere in circolazione le nuove monete per motivi principalmente propagandistici: la nuova repubblica non era ancora stata riconosciuta da nessuno stato sovrano, ed era importante che almeno all’interno dei suoi confini i cittadini ne riconoscessero la “forma” avendone tra le mani i simboli statuali e passandoseli di mano in mano ogni giorno. Minor attenzione era posta sul fatto che, se questa fossa stata priva di copertura in ricchezza reale, essa non avrebbe avuto alcun valore.  In questo senso la problematica principale che il nuovo stato ceceno doveva affrontare era l’apprezzabilità che la nuova moneta avrebbe potuto avere in quel momento: senza adeguate riserve nella Banca Nazionale Cecena, infatti, la valuta si sarebbe presto trasformata in carta straccia. Di questo era convinto l’allora Ministro dell’Economia e delle Finanze, Taymaz Abubakarov, il quale riteneva finanziariamente suicida l’idea di stampare e distribuire senza adeguata copertura monete aventi corso legale solo in Cecenia.

La discussione languì fino al Giugno del 1993, quando Dudaev portò a termine un colpo di stato militare, disperse le istituzioni democratiche della Repubblica ed assunse i pieni poteri. Essendosi assicurato il pieno controllo delle istituzioni, egli nominò l’ex direttore del Comitato per la Riforma Legale, Usman Imaev a capo della Banca Nazionale Cecena, istituto che fino ad allora era esistito quasi solo sulla carta e che Dudaev voleva far diventare la centrale finanziaria del nuovo stato indipendente. Dudaev ordinò di portare a compimento il progetto di dotare la Cecenia di una propria sovranità monetaria in qualsiasi modo. Abubakarov, rimasto in sella dopo il colpo di stato, manteneva le sue forti riserve sul progetto, e chiese che quantomeno l’emissione della moneta fosse garantita da un’equivalente provvista di valuta pregiata nei caveau della Banca. Se così fosse stato fatto, la moneta nazionale cecena avrebbe avuto un tasso di cambio forte ed una certa credibilità nel circuito finanziario internazionale.

IL NAHAR

Imaev ordinò la fabbricazione dei primi lotti di banconote, da introdurre progressivamente nel 1995 prima in affiancamento, poi in sostituzione del rublo russo. Il nome della nuova moneta sarebbe stato “Nahar”, un termine tradizionale della cultura caucasica identificante il concetto di “denaro” e allo stesso tempo toponimo di alcune cime montuose caucasiche. Vennero stampati i primi dagli da 1, 3 e 5 “Naharov” (una sorta di diminutivo per le monete di piccolo taglio) a questi si aggiunsero i tagli più grandi da 10,20,50,100,500 e 1000 Nahar. Un primo contratto per la fabbricazione delle banconote fu firmato con la fiduciaria francese Oberthur, per un costo complessivo di circa 35.000 dollari (20.640.000 franchi francesi). Il contratto poi non andò in porto, ed il governo della ChRI concluse un nuovo accordo con l’azienda tedesca Giesecke & Devrient GmbH, la quale a quanto pare riuscì a stampare 100 tonnellate di banconote di piccolo taglio ed a fare in modo che una parte di queste raggiungesse la Cecenia alla fine del 1994. Lo scoppio della Prima Guerra Cecena e l’occupazione dal paese da parte delle truppe federali impose uno stop al progetto di sovranità monetaria. I magazzini dove si trovavano le nuove monete furono bombardati e distrutti, e quel poco che rimase fu razziato dalle truppe federali e fatto sparire.

(sotto: immagini delle banconote stampate ed inviate in Cecenia nel 1994)

Il progetto riprese soltanto nel 1997, a guerra finita. Nel Settembre di quell’anno venne rimessa in attività la Banca Nazionale Cecena. Condizione di base per la fattibilità del progetto rimaneva tuttavia la presenza di una grossa riserva di valuta pregiata presso la Banca Nazionale, ma tra il Maggio 1997 ed il Febbraio 1998 la Banca Nazionale Cecena registrò trasferimenti da Mosca per “appena” 424 milioni di rubli, mentre 27 – 30 milioni di rubli entravano nei conti dell’istituto dalla raccolta fiscale. Queste risorse non erano neanche lontanamente sufficienti a garantire la messa in circolazione di una moneta nazionale, per la quale era stato previsto un tasso di cambio di 1 a 1 tra Nahar e Dollaro. Inoltre, lasciare quel poco che entrava nelle casse dello stato dentro i caveau della Banca Nazionale era impossibile: il governo era costantemente in arretrato coi pagamenti degli stipendi e delle pensioni, non aveva risorse per finanziare l’economia reale, e non poteva permettersi il “lusso” di trattenere neanche una piccola frazione del denaro in entrata per costituire una riserva a garanzia dei titoli emessi. Così dalla primavera del 1998 il progetto di introdurre il Nahar fu accantonato, ed il governo stabilì che la ChRI sarebbe rimasta agganciata al sistema rublo.  

SOGNI INFRANTI

Nell’estate del 1999 la scarsità di denaro circolante fece riprendere nuovamente in mano al governo l’idea di introdurre il Nahar. Sul momento, vista la tragica situazione economica della repubblica e l’impossibilità di risolvere l’annoso problema della riserva a garanzia, si decise di cominciare ad introdurre obbligazioni di stato nominali in rubli, privi di copertura reale, con i quali tuttavia si sperava di costituirne una ed avviare una campagna di sottoscrizioni pubbliche. Si trattava di titoli registrati validi dieci anni, cedibili solo tramite autorizzazione della banca stessa. L’emissione fu annunciata pubblicamente alla stampa, dopodiché della cosa non si sentì più parlare. Nei mesi seguenti alcuni alti ufficiali della ChRI dichiararono di possedere tali obbligazioni o di essere interessati ad acquistarne, ma ad oggi non ci è pervenuto nessun esemplare di questo prodotto finanziario. La seconda invasione russa nel 1999, la conquista di Grozny e la distruzione (o il saccheggio) dei depositi della Banca Nazionale Cecena fecero tramontare per sempre il sogno separatista di una moneta nazionale dell’Ichkeria. Ad oggi circolano varie banconote attribuite alla ChRI, alcune di queste certamente false, altre probabilmente provenienti dal lotto stampato nel 1993, e sono oggetto di spasmodica ricerca da parte dei collezionisti.

Video in russo dove vengono mostrate banconote ad altri segni identificativi della ChRI

09/11/1991 – LA PRIMA “IMPRESA” DI BASAYEV: IL DIROTTAMENTO DI ANKARA

Shamil Basayev è noto in tutto il mondo per aver pianificato o fiancheggiato la realizzazione di drammatici sequestri, come quello dell’ospedale di Budennovsk nel 1995 o quello della scuola di Beslan nel 2004. Tuttavia la lunga lista di operazioni terroristiche da questi ordite o messe in atto ebbe origine molti anni prima dei suoi più tristemente noti colpi di mano, e precisamente il 9 Novembre 1991.

La cosiddetta “Rivoluzione Cecena” era appena scoppiata, il 27 Ottobre si erano svolte le elezioni popolari ed il Generale Dzhokhar Dudaev era stato eletto Presidente della Repubblica indipendente. Eltsin era intenzionato a porre fine quanto prima a questa situazione, ed il 7 Novembre aveva decretato lo Stato di Emergenza, mobilitando le unità del Ministero dell’Interno e predisponendo un piano per soffocare l’insurrezione dei ceceni. Mentre la popolazione si radunava in massa nelle piazze di Grozny e Dudaev arringava le folle, esortando i suoi concittadini ad armarsi per difendere l’indipendenza, un piccolo drappello di volontari costituì il primo nucleo combattente della repubblica, la Guardia Nazionale. Tra questi c’era Shamil Basayev, appena rientrato da Mosca (dove aveva preso parte alla difesa della Casa Bianca) e pronto ad entrare in azione.

(di sopra le foto di Basayev, Chachayev e Satuyev (quest’ultima successiva agli eventi)

Mentre i ceceni si mobilitavano, a Mosca la “questione cecena” sollevava un gran polverone politico, perché a fronte della volontà di Eltsin di intervenire subito e porre fine alla secessione, numerosi esponenti del governo e lo stesso Presidente Gorbachev si schieravano contro un’azione di forza dell’esercito. La situazione era estremamente tesa, il rischio di una guerra era sempre più concreto, ed in questa circostanza i secessionisti tentarono di giocarsi tutte le carte a loro disposizione: Dudaev cercava di saldare il fronte interno mobilitando le piazze, il Presidente del neoeletto Parlamento, Hussein Akhmadov, tentava di trovare sponde tra i politici russi. Basayev decise di giocare un ruolo meno politico e più congeniale al suo carattere. Fu in questo contesto che egli decise di mettere a segno il sequestro di un aereo civile.

SEQUESTRO MEDIATICO

L’idea non era né originale né inedita: tra il 1990 ed il Novembre 1991 in Russia erano stati tentati ben 45 dirottamenti, alcuni dei quali riusciti. Il primo sequestro a sfondo politico si era svolto il 18 Aprile 1990, quando un cittadino russo aveva preso il controllo di un aereo civile Tu – 134 in volo da Mosca a Leningrado, sequestrando 76 passeggeri e l’equipaggio e costringendo il pilota ad atterrare a Vilnius, dove intendeva “attirare l’attenzione della comunità mondiale sugli eventi politici in Lituania”. Il 7 Giugno successivo si era avuto il primo dirottamento ad opera di ceceni: un passeggero a bordo di un Tu – 154 dell’Aeroflot (la compagnia di bandiera sovietica) aveva minacciato di farsi esplodere se il jet non avesse abbandonato la rotta per Mosca e non si fosse diretto in Turchia. Giunto a destinazione era stato eliminato dalle forze speciali. Nei mesi seguenti molti cittadini dell’Unione Sovietica avevano portato a termine con successo parecchi dirottamenti a scopo politico, dirigendo gli aerei verso i paesi scandinavi con l’obiettivo di ottenere asilo contro il regime totalitario dell’URSS. Il fenomeno aveva assunto tali proporzioni che un giornalista svedese, commentando gli eventi, era giunto a scrivere: “Gli aerei sovietici, sotto la minaccia di dirottatori iniziano a riversarsi come grandine dal cielo negli aereoporti dei paesi vicini […]”. Man mano che l’impero sovietico collassava era sempre più chiaro che il dirottamento di aerei civili come strumento di pressione politica era diventato non soltanto piuttosto facile, ma anche efficace.

Il velivolo dell’aeroflot sequestrato da Basayev, Satuyev e Chachayev ad Ankara

Abbiamo detto che l’idea di mettere a segno un sequestro eclatante fu di Basayev. In realtà egli non fu che uno dei tre componenti del commando che lo portarono a termine: il regista dell’operazione fu Said – Ali Satuyev, ex pilota civile e ardente sostenitore dell’indipendenza cecena. Ai due si unì Lom Alì Chachayev, un altro giovane ribelle che avrebbe accompagnato Basayev a Budennovsk nel 1995 e sarebbe morto durante le Prima Guerra Cecena. Il 9 Novembre, mentre Dudaev prestava giuramento come Presidente della Repubblica e proclamava la mobilitazione generale, i tre uomini salirono su un Tu – 154 in partenza da Mineralnye Vody e diretto ad Ekaterinburg. I precedenti sequestri avevano visto i terroristi sistemarsi con calma e compostezza nei posti assegnati e poi comunicare con il comandante dell’aereo tramite “pizzini” lasciati alle hostess, in modo che nel velivolo non si scatenasse il panico e che la maggior parte dei civili non si rendesse neanche conto di essere stata sequestrata. Basayev, Satuyev e Chachayev decisero invece di dare un taglio drammatico alla loro azione: penetrarono nel velivolo armi in pugno e costrinsero l’equipaggio a decollare direttamente verso Ankara, cercando di generare quanto più clamore possibile. D’altra parte l’obiettivo era quello di farsi notare.

UN DRAMMATICO SUCCESSO

Uvolta giunti ad Ankara Basayev pretese un salvacondotto per Grozny e la possibilità di tenere una conferenza stampa internazionale, in cambio del rilascio di tutti gli ostaggi. Durante la conferenza stampa affermò di aver dirottato l’aereo in segno di protesta contro lo Stato di Emergenza in Cecenia – Inguscezia introdotto da Eltsin, e di voler “attirare l’attenzione della comunità mondiale sulle azioni imperialiste della Russia” contro la sua piccola patria. Dopo la conferenza stampa i dirottatori risalirono sull’aereo e fecero rotta verso Grozny insieme agli ostaggi. I giornali di tutto il mondo parlarono ampiamente del sequestro, e per la prima volta la Cecenia giunse sulle prime pagine dei principali quoditiani. Il mondo occidentale conobbe per la prima volta quel piccolo angolo di pianeta, quella periferia dell’impero sovietico del quale quasi tutti ignoravano l’esistenza.

(di seguito uno slideshow con le pagine dei giornali occidentali riportanti la notizia del sequestro e presentando gli eventi in corso in Cecenia)

Una volta al sicuro Basayev fece evacuare gli ostaggi su di un altro aereo di linea, diretto (per davvero) ad Ekaterinburg. I ceceni gli tributarono i favori di un eroe. Nel frattempo a Mosca il decreto di Eltsin sull’introduzione dello Stato di Emergenza era saltato: Gorbachev si era rifiutato di autorizzare l’intervento dell’esercito, molti esponenti dello stesso governo si erano opposti all’intervento, ed il mondo iniziava a guardare con apprensione verso il nuovo Presidente della Russia, sperando di non trovare un nuovo Stalin. Eltsin non poteva permettersi un bagno di sangue, e dovette temporaneamente congelare la questione cecena, tornando ad occuparsi dello smantellamento dell’URSS, ormai inevitabile.

Il gesto di Basayev, per quanto pericoloso e moralmente infame, aveva attirato l’attenzione della stampa mondiale sul “problema ceceno” ed aveva certamente contribuito ad ammorbidire la posizione di Eltsin (peraltro già in difficoltà per molte altre ragioni delle quali non parleremo in questo articolo), il quale accondiscese a ritirare lo Stato di Emergenza. Al ritorno dalla sua “Impresa” Basayev fu accolto da un bagno di folla, ed iniziò a salire l’olimpo del separatismo ceceno. Ma soprattutto imparò che per coinvolgere il mondo nella battaglia per l’indipendenza era necessario mettere a segno colpi eclatanti. Incruenti, se possibile, ma senza preoccuparsi troppo riguardo la sorte dei civili. Il sequestro di Mineralnye Vody fu il primo di una lunga serie di attentati terroristici che sarebbero culminati con le infami stragi di Beslan e del Teatro Dubrovka, rendendo Basayev un vero e proprio “principe del terrore”.

LA PRIMA GUERRA CECENA RACCONTATA DA ILYAS AKHMADOV

(raccolta dalla rivista Small Wars Journal nel Giugno 1999)

NOTA: Ilyas Akhmadov è nato nel 1960 in Kazakhistan. Dopo essersi laureato in Scienze Politiche all’università di Rostov nel 1991 si trasferì in Cecenia, trovando un impiego presso il Ministero degli Esteri. Nel 1994 prese parte ai combattimenti contro l’opposizione armata di Ruslan Labazanov ad Argun, rimanendo ferito. Durante la Prima Guerra Cecena servì come addetto alle pubbliche relazioni del Quartier Generale, direttamente a contatto con Aslan Maskhadov. Al termine della guerra si ritirò a vita privata, ma il 27 Giugno 1999 fu richiamato da Maskhadov, nel frattempo divenuto Presidente della Repubblica, a dirigere il Ministero degli Esteri, dopo le dimissioni di Akhyad Idigov. Allo scoppio della Seconda Guerra Cecena fu inviato in Europa con l’obiettivo di sponsorizzare l’apertura di negoziati politici tra Russia e Cecenia. Akhmadov operò in veste di Ministro degli Esteri fino alla morte di Maskhadov, nel Marzo 2005. Il 23 Agosto il successore del defunto Presidente, Abdul Khalim Sadulayev, lo sostituì con un altro esule ed ex ministro della Repubblica, Usman Ferzauli. La presente intervista fu rilasciata all’indomani della sua nomina a Ministro degli Esteri, nel Giugno del 1999

Ilyas Akhmadov

La prima azione militare

Ho visto l’azione militare come membro del Battaglione di Shamil Basayev durante le operazioni contro Ruslan Labazanov nell’Agosto 1994. Sono stato ferito ad una gamba ad Argun, e non ho potuto camminare per quattro mesi.  Ho lasciato la Cecenia per motivi medici e sono riuscito a tornare soltanto nel pomeriggio del 30 Dicembre. Ho preso parte alla difesa di Grozny come volontario il 31 Dicembre . Successivamente mi sono unito al Quartier Generale. In qualità di combattente ordinario, era difficile per me avere il quadro completo di ciò che stava succedendo. Posso soltanto parlare di ciò a cui ho assistito.

La Battaglia per Grozny

L’artiglieria russa era posizionata sul “Sunzha Ridge” che domina Grozny. La battaglia iniziò con il bombardamento di Howitzers “152 mm” e non si fermò mai fino al 23 Febbraio. L’aviazione di prima linea combatteva anche in condizioni di nebbia fitta. Nonostante lo scarso effetto dell’artiglieria e del fuoco aereo sulle nostre unità armate, loro non si fermarono mai per più di 20 minuti, anche quando le posizioni russe e cecene furono a 50 metri le une dalle altre. In questo modo infliggevano tanto danno alle loro truppe quanto danno alle nostre.

Ho combattuto nel sobborgo cittadino di Staropromyslovsky. C’erano due tipi di unità nel distretto – i gruppi di resistenza che si erano formati spontaneamente tra gli abitanti dello stesso villaggio o quartiere cittadino e gruppi delle nostre forze armato esistenti – principalmente i battaglioni di Gelayev e Basayev. Questi battaglioni occupavano posizioni chiave su Viale Staropromislovsky, nei pressi della fabbrica “Elektropribor”.  La mia prima impressione una volta arrivato a Grozny il 31 Dicembre fu che il nostro Alto Comando avesse portato tutte le nostre forze dentro Grozny.  Non avevamo abbastanza risorse umane e forza per fermare l’avanzata dei russi fuori dalla città. Quello che mi ha colpito fin dall’inizio fu che i carri armati e gli APC (Armored personnel carrier – Trasporto truppe corazzato, ndr.) russi non avanzavano neanche in ordine di battaglia. Essi marciavano come in un campo da parata ad una distanza di 5 o 6 metri tra un APC e l’altro. Non erano capaci di manovrare, o di tornare indietro se necessario. Questa era una manovra suicida per gli APC. Inoltre la fanteria avanzava in completo disordine intorno agli APC.

Ho assistito ad una breve battaglia vicino all’Elektropribor nella quale 11 APC furono distrutti in 15 minuti: alle 18:00 i russi avevano raggiunto l’Elektropribor. C’era uno spacio aperto tra la fabbrica ed il 2° Sovkhoz. Loro dovevano attraversare circa un chilometro  e mezzo di spazio aperto  e superare uno stretto canalone di duecento metri prima di raggiungere Viale Staropromislovsky. Marciarono attraverso il campo aperto senza prendere precauzioni, probabilmente sperando nella velocità di marcia nel raggiungere la città.  Avevamo 30 uomini posizionati nel canalone. Lasciammo entrare la colonna russa. Il primo APC entrato nel canalone e l’ultimo furono distrutti, gli altri 11 presero fuoco e bruciarono come scatole di fiammiferi. La battaglia durò non più di 15 minuti.

Militante separatista attraversa una strada di Grozny. Sullo sfondo un APC distrutto dell’esercito federale.

Lo stesso giorno, i russi hanno tentato esattamente la stessa manovra in terreni simili nel Distretto di Beriozka, con lo stesso disastroso risultato. All’incrocio Karpinski un pezzo di artiglieria da 152 mm e diversi APC furono distrutti. Le stesse operazioni furono ripetute in tutte le strate usate dalle colonne russe per raggiungere il centro di Grozny. Oggi possiamo avere un quadro generale della Battaglia per Grozny, usando le informazioni fornite dagli ufficiali russi. I russi si spostarono su Grozny da 3 direzioni: la colonna del Generale Rokhlin si stava spostando da Nord, il Generale Babishev da Sud – Ovest lungo la catena montuosa “Gruzinsky”, e un’altra colonna si stava muovendo da Est in direzione di Khankala, avendo scavalcano Argun. Il loro obiettivo era quello di entrare dentro Grozny e prendere posizione intorno al Palazzo Presidenziale. I prigionieri di guerra russi ci dissero che non avevano istruzioni dettagliate so come attaccare Grozny. Gli ufficiali di medio rango si sono lamentati con noi del fatto che non avevano mappe della città. Circa il 60% dei prigioneri di guerra russi era ubriaco, e non capivano dove fossero e cosa stesse succedendo. Era stato detto loro che dovevano guidare attraverso la città e circondare il Palazzo Presidenziale, dove 100 partigiani di Dudaev stavano resistendo. Erano stati rassicurati sul fatto che Dudaev ed i suoi partigiani sarebbero scappati alla viste dell’armamento pesante dell’esercito russo. L’operazione non avrebbe dovuto presentare serie difficoltà. Questo fu il più grande errore dei russi.

La colonna del Generale Babishev fu fermata nei pressi di Karpinski e, per quanto ricordo, non tentò di entrare a Grozny quel giorno. La colonna di Rokhlin fu intercettata dalle nostre unità in Via Pervomaiskaia. La colonna proveniente da Khankala fu bloccata per un certo periodo dal battaglione di Tadashaev, ma questi terminò le munizioni ed il suo battaglione fu spazzato via. Le nostre tattiche erano semplici ma efficaci: lasciavamo che le colonne russe entrassero nella città, attirando in strade nelle quali APC e carri armati non potevano manovrare. Quando una colonna veniva fatta entrare in una via stretta colpivamo l’APC di testa e quello in coda alla colonna. I Russi erano “anatre sedute”.  Quando i combattimenti e le sparatorie iniziarono, molte formazioni corazzate tentarono di fuggire sulle vie laterali che non erano difese, cercando di ritirarsi dalla città. Ma quando loro capirono che erano più vulnerabili in movimento, si fermarono, cercarono di catturare posizioni dalla quale impostare una difesa. Fu allora che iniziammo a soffrire perdite più elevate: era facile inseguire obiettivi in fuga, diverso era attaccare posizioni ben trincerate.

Dopo il 3 Gennaio 1995 i russi riuscirono ed occupare posizioni in determinati punti (nel distretto della stazione ferroviaria, vicino alla fabbrica di scatolame alimentare) ed il 7 Gennaio lanciarono una nuova offensiva per prendere la città. I bombardamenti di artiglieria ed aerei furono particolarmente intensi quel giorno. I russi stessi lo hanno ammesso in seguito. La mia unità era posizionata nel cortile di un edificio dal quale vedevamo i razzi esplodere intorno a noi in 3 o 4 direzioni contemporaneamente. L’aviazione di prima linea era ugualmente in azione.  Durante la settimana tra il 31 Dicembre ed il 7 Gennaio i russi riuscirono ad avanzare con unità corazzate pesanti da Serverny (l’aereoporto settentrionale della città, ndr.) e dalla parte orientale di Grozny, ma al costo di enormi perdite. Tuttavia, il 7 Gennaio, la situazione è cambiata. Le nostre perdite sono aumentate, principalmente a causa del fuoco di mortaio. I sistemi GRAD e URAGAN che i russi avevano usato in precedenza si erano rivelati inefficaci in un ambiente urbano.  Il secondo assalto su Grozny il 7 Gennaio fu più massiccio del primo. Dopo il 12 Gennaio, le colonne di Rokhlin e Babishev riuscirono a sfondare per incontrarsi nel distretto vicino a “Dom Pechati”. Le nostre unit a difesa dell’area furono circondate e dovettero ritirarsi attraverso le linee russe.

1995. Soldati delle truppe interne per le strade di Grozny. Gennady Khamelyanin / TAS Newsreel / TASS Newsreel

I problemi affrontati dalle forze cecene durante la battaglia

Il nostro problema principale all’epoca era la mancanza di coordinamenti. Oltre alle nostre forze armate regolari, la quali stavano cercando di coordinare le loro operazioni, molti gruppi volontari non erano stati incorporati nella struttura di comando. Esse non avevano tattiche e si dirigevano nelle aree dove sentivano l’azione. Spesso questi gruppi volontari difendevano una posizione in un distretto ed unità regolari in un distretto confinante presumevano di avere il fianco coperto. Tuttavia, poiché i volontari non erano sotto il comando dello Stato Maggiore, questi potevano decidere in qualsiasi momento di tornare a casa senza preavviso, lasciando le unità regolari non coperte. Questo ha creato il caos quanto un’operazione militare non coordinata.  Pertanto i volontari erano più un ostacolo che un aiuto per le nostre unità regolari che avevano specifici ordini e compiti da eseguire. Abbiamo avuto molte vittime in quel momento tra la gente, che non sapeva dove stava andando e dove fossero le posizioni russe.

La situazione a Grozny fu il caos assoluto durante le prime due settimane di Gennaio del 1995. A volte le nostre unità erano posizionate al primo piano di una costruzione mentre i russi stavano nel cortile e nei piani superiori. Uno poteva andare via per cinque minuti e tornare, e trovare i russi nelle posizioni che aveva abbandonato. Abbiamo avuto anche casi di perdite per fuoco amico. Questi eventi erano più frequenti tra i russi perché avevano più truppe di noi, ma questo successe anche tra noi, specialmente la notte. Ma nel caso dei russi, questo raggiunse proporzioni critiche. Due battaglioni potevano ingaggiarsi in combattimento per molte ore, chiamando la stessa artiglieria ed aviazione in loro supporto!  Il nostro problema principale in quel momento era la mancanza di comunicazione e la mancanza di un comando unito. I gruppi volontari hanno “confuso la mappa” nonostante il fatto che alcuni di loro combatterono con grande coraggio. Questo ha sconvolto le tattiche dello Stato Maggiore e dei comandanti in carica nella difesa di aree specifiche. Dopo il 19 Gennaio, quando abbiamo evacuato il Palazzo residenziale e ci siamo trasferiti sull’altra sponda del Sunzha, Maskhadov ha guadagnato un po’ di tempo per preparare nuove posizioni difensive. Il fronte di battaglia divenne più chiaramente definito ed il coordinamento fu implementato. Grazie a questo fummo in grado di evacuare la città il 23 Febbraio in modo organizzato.

Combattenti ceceni armati di lanciagranate prima di dirigersi verso la zona di combattimento, 13 dicembre 1994 – Misha Japaridze / AP

Dopo la caduta di Grozny

Durante la battaglia per Grozny Shamil Basaev era il comandante della guarnigione di Grozny. Andò personalmente a raccogliere tutte le unità rimanenti che ancora difendevano Grozny e le ha portate fuori dalla città in direzione di Goity, dove furono divise. Una parte andò a sud – ovest a formare il Fronte Sud – Occidentale, l’altra si diresse verso Argun. In quel momento accesi combattimenti si stavano svolgendo sia dentro che intorno ad Argun. Oggi le persone spesso dimenticano che lo stesso tipo di combattimenti di svolgeva ad Argun durante la maggior parte della Battaglia per Grozny. Lo Stato Maggiore si spostò nella fabbrica “Krasnyi Molot”. Non riuscii a capire come mai il più alto edificio della Cecenia fu selezionato come Quartier Generale.

Le diverse fasi della guerra

  1. Guerra di posizione

Dalla fine di Febbraio ad approssimativamente il 10 Maggio 1995 si svolse una fase di guerra convenzionale di posizione. Durante questo periodo affrontammo nuove difficoltà: per varie ragioni le nostre forze stazionavano approssimativamente ad un chilometro dalle città, dai villaggi e dalle aree popolate. I russi hanno deliberatamente bombardato oltre le posizioni delle nostre forze direttamente sui villaggi. Pertanto la popolazione dei villaggi vedeva la presenza delle nostre forze come una minaccia alla loro sicurezza ed esercitava pressioni affinché queste se ne andassero. I russi usavano questa tattica al massimo, sebbene questa non portasse effetti in ogni occasione. Più tardi i comandanti divennero più decisi nei confronti dei civili, i quali temettero maggiormente di opporsi a loro.

Dal Marzo del 1995 all’inizio di Maggio i russi non si impegnarono in combattimenti di linea. Eravamo sottoposti ad un costante bombardamento di artiglieria. I loro carri armati erano sparpagliati di fronte alle nostre linee, li vedevamo chiaramente, ed ogni giorno, sempre alla stessa ora, iniziavano a sparare. Dovemmo scavare trincee. Talvolta in una scarica di artiglieria potevamo perdere tra gli 8 ed i 12 uomini. Queste erano perdite terribilmente pesanti per noi.  La situazione era la stessa sul Fronte Centrale e sul Fronte Sud – Occidentale. Ma la presenza delle nostre forze tuttavia rallentava l’avanzata russa.  A causa della mancanza di combattimenti ravvicinati, soffrimmo più perdite durante quel periodo che in qualsiasi altro momento della guerra.

  • Combattimenti nelle montagne – Vedeno

La fase successiva ha visto i combattimenti nelle zone di media montagna. Due settimane prima di ritirarci da Vedeno, i russi iniziarono a ripulire la catena montuosa boscosa usando l’aviazione e l’artiglieria a lungo raggio. Io ero diretto a Vedeno ed in una settimana vedemmo i russi catturare tre importanti villaggi: Nozhay – Yurt, Vedeno e Shatoy.  In precedenza, avevo sempre pensato che Vedeno potesse essere facilmente difesa per dieci anni. La gola stretta, che conduce a Vedeno, rendeva ardua l’avanzata dei carri armati. Shamil Basayev aveva organizzato un’efficace difesa sulle alture sopra la gola. “Difesa efficace” può sembrare pomposo – ciò significava che avevamo qualche bocca da fuoco calibro 12,7 o 14,5 con 4 o 5 nastri di munizioni. Ma a volta erano sufficienti a spaventare l’aereonautica russa.

Artiglieria federale bombarda posizioni separatiste durante la Prima Guerra Cecena

Ciò che è successo dopo fu questo: quando la strada tra Shali e Shatoy fu tagliata usammo un percorso tra Shatoy e Vedeno, che costeggiava un alveo, passava il villaggio di Selmentausen fino ad Ulus Kert. Era lunga all’incirca 8 chilometri. Era sufficiente sistemare 2 o 3 lanciagranate lungo quella strada per fermare i russi. Ma in qualche modo durante i due o tre mesi di guerra di posizione il nostro Comando dimenticò di proteggere quella strada. Anche il fronte di Agishty ed il Fronte Sud – Occidentale lasciarono l’area incustodita. I russi erano posizionati dentro il cimitero di Duba Yurt. Con l’aiuto di collaboratori di Duba Yurt sono riusciti ad avanzare fino a Selmentausen e Makhkety. Maskhadov lanciò tutte le forze che avevamo disponibili nel tentativo di fermare l’offensiva russa su Selmentausen, incluso il Battaglione di Naursk, che era dislocato sul Fronte di Nozhai – Yurt. Ma l’offensiva era troppo forte, con il supporto dell’aviazione e dell’artiglieria a lungo raggio ed il fronte di Vedeno troppo debole. Ci fu un’ulteriore difficoltà: la fanteria Russa si era dispersa nella foresta ed è praticamente impossibile combattere un nemico in una foresta. Quando ci ritirammo da Vedeno i russi erano riusciti a portare la loro artiglieria a lungo raggio ad Elistanzhi ed i loro carri armati erano sparpagliati sulla catena montuosa sopra Tsa – Vedeno. Stavano sparando sopra le nostre teste in direzione di Kharachoy.

Il vantaggio dei russi durante questa offensiva era dovuto al fatto che loro possedevano buone mappe, mentre noi non ne avevamo praticamente nessuna a parte quelle prese agli ufficiali russi catturati, e che usavano i servizi dei traditori ceceni che li guidavano su piccoli sentieri di montagna poco conosciuti. Dopo che avemmo abbandonato Vedeno, i combattimenti continuarono per quattro giorni a Serzhen Yurt.  I comandanti a Serzhen Yurt erano uomini di  Shamil Basayev. Tra il 10 Maggio ed il 4 Giugno respinsero una media di 5 o 6 attacchi russi al giorno. Erano pochi contro il Reggimento Totsky ed il 56° Reggimento. Il solo 25 Maggio contai che l’aviazione russa aveva portato a termine 425 missioni su Serzhen Yurt. Conosci gli eventi dopo che lasciammo Vedeno – il raid di Shamil Basayev seguito dal periodo di negoziazione durante il quale le nostre unità riuscirono a raggrupparsi e ad infiltrarsi dietro al nemico. Quando i negoziati fallirono le nostre unità erano pronte a combattere di nuovo.

L’aviazione

Talvolta avevamo l’impressione che i piloti russi agissero attenendosi rigorosamente agli ordini. Gli aerei volavano, trovavano un luogo conveniente sul quale rovesciare le loro bombe ed i loro missili, e continuavano a bombardare lo stesso posto per tutto il giorno con il risultato che noi potevamo muoverci in sicurezza aggirando quella particolare area. Tuttavia, quando i russi hanno avuto il sopravvento, quando noi ci stavamo ritirando circondati da colonne di rifugiati civili, i piloti divennero più audaci e pericolosi.  Cominciarono a cacciare, inseguendo auto, autobus e motociclette. Rispetto agli elicotteri: durante il periodo della guerra di posizione, i nostri uomini erano spesso in grado di muoversi di notte con i DShKh o altro equipaggiamento di calibro 12,7 o 14,5 nella terra di nessuno tra le due linee del fronte. Queste armi erano efficaci contro gli elicotteri. Così siamo stati in grado di abbattere gli elicotteri praticamente dalle posizioni russe. Tuttavia queste erano occasioni rare. I piloti di elicotteri erano abbastanza audaci all’inizio della guerra, ma dopo che i nostri uomini ebbero avuto qualche successo con loro, essi iniziarono a cedere al panico ed a sparare in tutte le direzioni, incluse le loro stesse posizioni.

Un elicottero da combattimento russo sorvola i resti della flotta aerea civile cecena, distrutta al suolo durante le prime fasi dell’invasione.

Pattuglie

I russi non potevano permettersi di pattugliare nel modo in cui intendete in Occidente. Di norma, la notte, loro potevano soltanto proteggere sé stessi o il loro accampamento. Durante il giorno loro provavano a sminare varie aree, condurre operazioni di pulizia (zachistka) ed il controllo dei passaporti, sempre con il supporto degli APC. Di norma i loro raid erano diretti contro la popolazione civile e non la resistenza. Di notte loro tornavano alle loro basi e non poteva fregar loro di meno riguardo quello che succedeva oltre i preimetri del loro campo. Durante l’offensiva contro Grozny il 6 Marzo 1996, le unità russe non giunsero in soccorso l’una dell’altra neanche quanto potevano vedere cosa stava succedendo vicino a loro. Unità dell’MVD (milizia armata del Ministero degli Interni, ndr.) e del Ministero della Difesa non si aiutavano a vicenda per questione di principio.

Relazioni russo – cecene

Le nostre relazioni con i russi erano strane. I nostri operatori radio parlavano frequentemente con le loro controparti russe. A volte correvano rapporti amichevoli con operatori russi, i quali ci hanno preavvisato dell’imminenza di attacchi aerei o di artiglieria. Ho parlato spesso alla radio con operatori e funzionari russi, nella mia veste di addetto alle relazioni di Maskhadov ed ho avuto l’impressione che loro non capissero perché erano stati mandati in Cecenia. Loro non avevano idea di cosa rappresentasse la Cecenia, di chi fossero i ceceni, di quali tradizioni avessero, di cosa volessero i ceceni. Un uomo con cui ho parlato mi ha detto che era venuto a combattere in Cecenia per impedire alla Cina di attaccare la Russia.

Durante il periodo dei negoziati i soldati russi volevano delle foto con i luogotenenti di Maskhadov. CI fermarono con Hussein (Iskhanov, ndr.). Li lasciammo fare le fotografie e chiacchierammo con il loro ufficiale che aveva studiato nel mio stesso istituto. Avevamo avuto gli stessi insegnanti, le stesse conoscenze. Tuttavia i semi crudeli di una guerra etnica erano lì – per 70 anni siamo stati costretti ad abbracciare i russi nel nome dell’amore fraterno internazionalista. Il risultato di tale coazione era l’odio. Ora avevamo un’opportunità per rimediare, conoscendo le debolezze dell’altra parte. Fu allora che la guerra divenne crudele. Sebbene i russi non capissero le nostre motivazioni, loro sapevano come ferirci maggiormente, ad esempio quando costringevano la nostra gente a comprare i corpi dei nostri morti. Purtroppo oggi molti ceceni si sono dimostrati essi stessi degni allievi dei russi. I russi erano all’origine di fenomeni come la “tratta degli schiavi” ed i rapimenti per riscatto.

La maggioranza della popolazione russa di Grozny era felice dell’arrivo dell’esercito russo. Il periodo tra il 1991 ed il 1994 fu duro per loro. Dal giorno alla notte avevano perso lo status di nazione favorita e dominante. Loro credevano che i generali russi si sarebbero presi cura di loro ed avrebbero distribuito cibo. Ma quando le truppe russe giunsero queste erano di solito ubriache e non si fregavano molto del fatto che le persone che uccidevano fossero russi o ceceni.  Quando la barbarie del contingente russo divenne evidente, loro (i russi di Grozny, ndr) divennero disillusi. Alcuni russi combatterono dalla nostra parte, ma la maggioranza fu pronta a cooperare con le forze d’invasione.Le forze russe non tentarono di usare la popolazione russa per il lavoro di intelligence e di informazione. Loro sapevano che i russi locali non potevano permettersi di sollevare i sospetti dei ceceni. Hanno preferito usare i ceceni. Lo hanno fatto piuttosto bene, almeno all’inizio della guerra. Più tardi le persone divennero più sospettose verso i traditori, talvolta eccessivamente – certe persone potevano essere erroneamente accusate al minimo dubbio.

Militari russi festeggiano davanti alle rovine del Palazzo Presidenziale

Lezioni di guerra

La guerra fu intensa e dinamica. Se uno confrontasse i mezzi e le risorse russi– munizioni, armi, trasporti, rifornimenti medici e via dicendo, rispetto alle nostre, i nostri rifornimento ammonterebbero a quelli di un reggimento motorizzato russo (motostrelkovyi). Eravamo degli straccioni rispetto ai russi. Immagina un battaglione russo supportato da 5 o 6 carri ed APC, artiglieria ed un paio di elicotteri. Anche quando posizionato su un terreno aperto poteva impedirci di avvicinarci a meno di 1,5 km. Di notte avevano sistemi di illuminazione intorno alle loro posizioni ed attrezzature per la visione notturna. Le nostre armi più potenti, i lanciagranate, avevano una portata di 400 metri. Quella era la principale forza dei russi. La lezione che ho acquisito fu che era più facile combattere i russi quando questi erano in movimento o quando stavano avanzando. Non appena iniziavano a trincerarsi era molto più difficile attaccarli e batterli.

Nelle aree urbane era molto più facile affrontare i russi. La loro mancanza di coordinamento, dovuta a due sistemi di comando, quello del Ministero degli Interni e quello del Ministero della Difesa e la loro reciproca avversione giovavano in nostro favore. Avevamo un altro vantaggio: per tutti i ceceni che avevano prestato servizio nell’esercito sovietico i russi erano totalmente prevedibili. Con testardaggine il comando russo ha provato ad applicare le regole di combattimento delle forze di terra convenzionali. In questa guerra, queste tattiche non furono applicate. Come ha specificato Mumadi Saidaev, il fronte e la linea del fronte non significavano niente per noi. Il nostro obiettivo era semplice: avevamo un nemico; esso doveva essere trovato, inseguito e ucciso. Ecco perché le colonne russe in marcia erano particolarmente vulnerabili anche quando avevano supporto aereo. Un altro fattore ha contribuito alla scarsa performance delle truppe russe – il fatto che con alcune eccezioni come la Brigata Maikop ed il Reggimento Samarski, la maggior parte delle unità erano di nuova formazione (svodnye chasti) per il servizio in Cecenia. AI reggimenti in giro per le Federazione Russa fu chiesto di fornire soldati per il servizio in Cecenia. Naturalmente questi reggimenti hanno cercato di sbarazzarsi dei loro elementi peggiori. In alcuni casi le nuove formazioni non avevano neanche nomi e numeri proprio. I prigionieri di guerra avevano spesso documenti riguardanti le unità lasciate prima dell’11 Dicembre 1994, ma nessuna menzione riguardo alle nuove unità cui si erano uniti. Questo fu un modo per i russi di nascondere le loro vittime. Quando un soldato lasciava la sua unità, semplicemente “scompariva” dal punto di vista della contabilità dell’esercito russo – non è stata tenuta traccia di dove fosse andato.

I resti di un APC distrutto durante i combattimenti. A terra giacciono i cadaveri dei militari che lo occupavano.

KGB CECENO– IL DIPARTIMENTO DI SICUREZZA DELLO STATO

Il Dipartimento di Sicurezza dello Stato fu il reparto anticrimine, di controspionaggio e di polizia politica della Repubblica Cecena di Ichkeria. Esso fu istituito nel Novembre 1991 dal Parlamento con il nome di “Servizio di Sicurezza Nazionale” e fu posto sotto il comando del deputato (nonché Colonnello dell’esercito sovietico) Ibragim Suleimenov.

Miliziani della Guardia Nazionale passano in rassegna delle armi catturate nell’edificio del KGB. Il palazzo fu la sede del Servizio di Sicurezza Nazionale tra il 1991 ed il 1994

Il Servizio di Sicurezza Nazionale aveva accesso a fascicoli, dossier e informazioni su tutti gli abitanti della repubblica, avendo ereditato gli archivi del KGB. Questa posizione dava un grosso vantaggio politico a chi controllava l’organizzazione, e fin dai primi mesi di indipendenza Dudaev ed il Parlamento si contesero il suo patrocinio. Alla fine del 1991 il Presidente nominò al vertice dell’organizzazione l’ex Ministro degli Interni Sultan Albakov, baipassando la procedura di verifica ed approvazione da parte dell’assemblea legislativa. Questa considerò inefficace il provvedimento, mantenendo Suleimenov nella sua posizione. Dudaev non si fece intimidire, e costituì per decreto un “Servizio di Sicurezza Nazionale sotto la Presidenza della Repubblica”, un vero e proprio clone direttamente alle sue dipendenze. Fu l’inizio di una lunga serie di “sdoppiamenti” che portarono il paese all’anarchia politica.

ERA KHASIMIKOV

Lo scontro sulla nomina del direttore dell’SSN parve risolto quando le parti si accordarono per nominare Salman Khasimikov, un wrestler di fama mondiale che aveva fama di essere uomo corretto e disinteressato. Questo suo atteggiamento neutrale nei confronti della autorità lo mise in rotta di collisione con Dudaev allorchè, nella primavera del 1993, la crisi istituzionale giunse al suo capolinea ed il Presidente iniziò a predisporre le manovre necessarie ad assicurarsi il pieno controllo delle strutture di potere. Khasimikov si rifiutò di supportare una delle due parti, venendo destituito nel Maggio 1993. Il Servizio di Sicurezza Nazionale venne così smantellato, ed al suo posto Dudaev istituì il Dipartimento di Sicurezza dello Stato, che affidò all’ex capo della Direzione Affari Interni di Gudermes, Sultan Geliskhanov.

Sultan Geliskhanov tiene un intervento in veste di Direttore del Dipartimento di Sicurezza dello Stato. Ex Colonnello della polizia stradale, Geliskhanov si fece strada forte dell’amicizia con Salman Raduev, genero di Dudaev e Prefetto di Grozny. Nominato capo della Sicurezza di Stato dopo il golpe del 4 Giugno 1993, diresse il dipartimento fino allo scoppio della Prima Guerra Cecena.

ERA GELISKHANOV

Sultan Geliskhanov era un Colonnello della polizia stradale di stanza a Gudermes, seconda città del paese e feudo personale del genero di Dudaev, il Prefetto Salman Raduev. Dopo aver corso (e perso) le elezioni municipali, nel 1992, fu richiamato a Grozny da Dudaev, il quala lo nominò a capo del neonato Dipartimento di Sicurezza dello Stato. In questa veste Geliskhanov sostenne le azioni volte ad annichilire le strutture democratiche della Repubblica, facendo leva sul comportamento sedizioso di alcuni oppositori politici, come il noto criminale (ed ex guardia del corpo di Dudaev) Ruslan Labazanov. Il 4 Giugno 1993 le unità di Geliskhanov parteciparono alle azioni di sgombero e persecuzione del partito parlamentarista, nonché all’attacco contro l’edificio dell’Amministrazione Municipale di Grozny, guidata dal Sindaco Bislan Gantamirov (anch’egli fedele a Dudaev fino agli inizi del 1993). Con il montare della tensione interna il Dipartimento di Sicurezza dello Stato divenne sempre più centrale nell’esercizio dell’autorità governativa: gli uomini di Geliskhanov organizzarono retate contro i sostenitori dell’opposizione, accusati di voler portare a termine un colpo di stato, ed arrestarono numerosi militanti del fronte antidudaevita.

Con l’accrescersi della sua figura Geliskhanov iniziò a tenere un comportamento ambiguo: pubblicamente accusava l’FSK (i servizi segreti federali) di portare avanti azioni di sabotaggio e disturbo impiegando somme “per un miliardo di dollari”, dall’altra pare che tenesse una fitta corrispondenza con gli ufficiali di Mosca, dicendosi disposto a rovesciare Dudaev in cambio di una consistente contropartita. Per evitare che il Dipartimento di Sicurezza dello Stato sfuggisse al suo controllo il 19 Dicembre 1993 Dudaev varò un decreto nel quale si condannava ad una pena tra i 15 anni e la morte (e la confisca dei beni) qualsiasi azione diretta contro lo Stato da parte di funzionari del Dipartimento.

Dal 1994, con l’acuirsi della crisi politica tra governo ed opposizione e l’avviarsi di una guerra civile strisciante, il Dipartimento di Sicurezza Nazionale divenne uno dei principali centri di potere della Repubblica. Il 6 Gennaio 1994, dopo che il vecchio Presidente del Servizio di Sicurezza Nazionale Ibragim Suleimenov (passato all’opposizione armata dopo il colpo di stato del 4 Giugno 1993) aveva tentato di prendere Grozny con la forza e rovesciare il governo, Dudaev impose a tutti i cittadini l’obbligo di collaborazione con gli agenti del Dipartimento, pena una multa equivalente a 20 salari minimi e l’arresto fino a 15 giorni. Tale provvedimento impose in Cecenia una vero e proprio stato di polizia. Per tutto il 1994 Geliskhanov, che operava con la stessa libertà di un Ministro della Repubblica (ed in quanto tale sedeva nel Gabinetto dei Ministri) portò avanti una campagna di contrasto e di intelligence contro i movimenti dell’opposizione armata, basata nell’Alto Terek, nel distretto di Urus – Martan e nei dintorni di Vedeno.

Prigionieri di Guerra russi nel “Centro di Detenzione Temporanea” di Shali, Dipartimento di Sicurezza dello Stato

LA PRIMA GUERRA CECENA

Allo scoppio della guerra le unità dipendenti dal Dipartimento di Sicurezza dello Stato passarono sotto il controllo dello Stato Maggiore dell’Esercito. Sultan Geliskhanov divenne un comandante di campo, e le sue unità furono posizionate a difesa di uno dei ponti sul Sunzha, nel settore meridionale della città. A seguito della caduta del Palazzo Presidenziale il Quartier Generale delle forze armate della ChRI fu ritirato nell’edificio dell’ospedale n°2, sulla sponda destra del Sunzha. Geliskhanov ed i suoi uomini erano di guardia al ponte, a difesa della via principale verso l’ospedale. La posizione dei suoi uomini era fondamentale alla tenuta dello schieramento, ma alla fine di Gennaio, dopo un violento bombardamento di artiglieria sulle sue posizioni, Geliskhanov ordinò l’evacuazione delle posizioni difensive senza comunicare lo sganciamento al Comandante in Capo delle forze armate, Aslan Maskhadov. Questo costrinse il comando separatista ad una rovinosa ritirata, permettendo ai federali di penetrare oltre la sponda destra del fiume e dirigersi verso il centro di gravità della difesa, Piazza Minutka. Dopo la caduta di Grozny Geliskhanov ed i suoi uomini si ritirarono a Gudermes, dove costituirono postazioni fortificate. Nel frattempo, tuttavia, questi chiese a più riprese l’avvio di negoziati per la sua resa in cambio di un’amnistia. Le autorità federali inizialmente lasciarono intendere la loro disponibilità ad un accordo, ma il 14 Marzo il Procuratore Federale e mise un mandato di cattura nei suoi confronti, cosicchè Geliskhanov dovette darsi alla macchia e continuare a combattere a fianco dei separatisti.

OPERAZIONI CLANDESTINE

Nel Febbraio del 1995 Dudaev emanò un decreto (il numero 2 – 1995) nel quale si dichiarava che “al fine di garantire la centralizzazione del comando ed il controllo delle forze di difesa […] per il periodo di guerra le forze ed i mezzi del Servizio di Sicurezza dello Stato devono essere subordinate al Capo dello Stato Maggiore del Comando Supremo. Il direttore del Servizio dirige le attività sulla base del “Regolamento sulle attività del Dipartimento di Sicurezza dello Stato in periodo di guerra”. Geliskhanov, considerato un “borderline” in odore di tradimento venne sostituito dal Colonnello Abusupyan Mosvaev, già capo del Dipartimento Investigativo Penale del Distretto di Shali e capo della sicurezza personale di Dudaev.

Abusupyan Mosvaev

Le unità del Dipartimento svolsero inizialmente funzioni militari, partecipando alle ostilità come truppe al fronte e ad azioni terroristiche eclatanti. Mosvaev partecipò insieme ad alcuni dei suoi uomini al sequestro dell’ospedale di Budennovsk, tra il 14 ed il 19 Giugno 1995, durante il quale il governo russo accettò di aprire trattative politiche per il ritiro delle truppe dalla Cecenia. Durante la tregua successiva a quegli eventi, Mosvaev ristrutturo il Dipartimento in modo tale che fungesse da “polizia politica” del governo clandestino contro ufficiali federali e collaborazionisti. Tale inquadramento fu formalizzato da Dudaev il 4 Ottobre 1995 con il decreto n° 394, in base al quale si riconosceva ai suoi uomini il “diritto di autorizzare portare a termine ricerche, detenzioni, arresti di persone colpevoli di crimini contro lo stato particolarmente odiosi e pericolosi […] sia sul territorio della Repubblica Cecena di Ichkeria, sia fuori […]”. Il Dipartimento di Sicurezza dello Stato divenne quindi l’organo di controspionaggio della Repubblica, ed in quella veste gestì i “centri detentivi” clandestini della repubblica (seminterrati nei quali i prigionieri “politici” del governo vennero sequestrati, torturati e spesso uccisi).

Toppa del Servizio di Sicurezza Nazionale

IL PERIODO INTERBELLICO

Alla fine delle ostilità il Dipartimento di Sicurezza di Stato rimase operativo nella ricerca e nella cattura di elementi che si erano macchiati di intesa col nemico durante l’occupazione russa. La sua struttura fu notevolmente ampliata e distribuita su tutto il territorio nazionale: vennero costituite numerose direzioni compartimentali (il Quartier Generale, L’Unità Segreta, la Direzione Controspionaggio ecc..) ed i loro funzionari furono dislocati in 8 dipartimenti regionali (Shali, Gudermes, Achkoy – Martan, Urus – Martan, Shelkovsky, Shatoy, Nozhay – Yurt e Narsk). Mosvaev fu confermato al comando dell’unità, ma molti dei funzionari alle sue dipendenze presero ad assecondare il volere dei loro diretti superiori, i quali durante la guerra erano stati comandanti di campo e faticavano a reinserirsi nella vita civile.

Tra il 1997 ed il 1999 il Dipartimento affrontò una radicale riforma disciplinare: nel tentativo di frenare la diffusa arbitrarietà nel comportamento dei suoi sottoposti Mosvaev impose protocolli rigidi riguardo gli spostamenti all’estero, l’utilizzo di materiale e mezzi di proprietà del DSN ed il ricorso a una costante verifica delle attività dei sotto – dipartimenti. Nonostante i numerosi interventi, tuttavia, il diffuso senso di impunità e la scarsa disciplina dei quadri dirigenti trasformò il Servizio di Sicurezza dello Stato in una sorta di anarchia criminale: nepotismo e clientelismo divennero endemici, e numerose nuove reclute divennero alti ufficiali nel giro di poche settimane, facendo leva sulle amicizie o sulle affinità militari con i superiori. Anche il settore amministrativo mostrò gravi carenze: la gestione economica del corpo fu quantomeno torbida, ed il pagamento delle spettanze avvenne spesso in valuta straniera non tracciabile, reperita presumibilmente tramite estorsioni, contrabbando ed attività criminali.  

ERA KHULTIGOV

Lecha Khultygov nel suo ufficio presso il Servizio di Sicurezza Nazionale, Grozny

Il 13 Febbraio del 1998 il Parlamento varò una “legge sulla lustrazione” in virtù della quale tutti i candidati a posizioni di rilievo nella pubblica amministrazione avrebbero dovuto dimostrare di non aver collaborato con le forze occupanti durante la guerra. Il SSN fu incaricato di sovrintendere all’attuazione della legge, verificando “l’affidabilità” dei soggetti interessati. Oltre a ciò il Servizio ebbe il compito di sovrintendere alla sicurezza personale del Presidente e di predisporre piani di pronto intervento in caso di disordini. Queste specifiche mansioni furono affidate al numero 2 dell’organizzazione, Apti Batalov, ed al suo collega, Lecha Khultygov.  

Nel corso della prima metà del 1997 Mosvaev si allineò su posizioni politiche radicali, allontanandosi progressivamente dal nuovo Presidente della Repubblica, Aslan Maskhadov, e facendo dell’SSN un vero e proprio contropotere: per questo motivo, nell’Agosto del 1997 Mosvaev fu sostituito da Batalov, mentre la gestione operativa del corpo fu affidata a Khultygov. Per quella data il rapporto tra il Servizio di Sicurezza e la Procura della Repubblica era gravemente compromesso: come riportato dai numerosi appelli inviati a Maskhadov dal Procuratore Generale, Kh. Serbiev, la Sicurezza di Stato si macchiava costantemente di violazione delle leggi e della Costituzione, di corruzione e di condotta criminale.

Lecha Khultygov dichiara in un video: “L’ordine del Presidente non può essere discusso!”

Il 30 Dicembre la direzione del servizio fu affidata a Lecha Khultygov, l’unico tra i tre sopra citati che avesse un’alta concezione della sua missione. Era un funzionario competente e determinato a porre fine all’illegalità dilagante nella repubblica, iniziando dallo smantellamento delle milizie irregolari rimaste al seguito dei comandanti di campo al termine della guerra e mai veramente smobilitate, e da una lotta senza quartiere al crimine. Il cambio di regime fu sanzionato dalla ridenominazione del dipartimento in Servizio di Sicurezza Nazionale. Su iniziativa congiunta di Maskhadov e Khultygov il dipartimento fu ridotto ad un organico di 150 funzionari, con un rigoroso blocco delle assunzioni. L’accesso ad esso fu ristretto a tutti coloro che non si fossero macchiati di crimini (neanche quelli amnistiati) e fu varato un rigido codice disciplinare.

Poi Khultygov iniziò a “ripulire” gli uffici dai corrotti e dai delinquenti. Nel Febbraio 1998 due capi di dipartimento su 10 furono licenziati, ed altri 20 membri del reparto operativo furono allontanati per motivi disciplinari. Questo atteggiamento “domenicano” di Khultigov (sotto la sua amministrazione si svolsero svariate esecuzioni pubbliche di criminali per le vie di Grozny) produsse grosso malcontento tra gli ex combattenti, abituati a gestire il potere politico come avevano fatto durante la guerra, quando ognuno di loro era il “feudatario” di una piccola porzione del territorio ceceno, o di una specifica attività lucrativa. Il 21 giugno 1998, Khultygov sequestrò alcune apparecchiature radiotelevisive alla milizia privata del Comandante di Campo Salman Raduev. Poche ore dopo, uomini armati penetrarono nell’edificio del Comitato di Stato per la Radio e la TV, dove queste erano state sistemate.  Ne seguì una sparatoria, nella quale Khultygov rimase ucciso.

La morte di Khultygov pose fine al periodo di “riforma morale” della Sicurezza di Stato. Il suo successore fu suo fratello, Maggiore Ibragim Khultygov, uomo di tutt’altra pasta. L’SSN si dedicò principalmente all’attuazione della Legge sulla Lustrazione ed alla creazione di un database di “nemici della nazione”, alimentando una continua caccia alle streghe e creando ulteriore caos e scompiglio nella vita sociale della repubblica.  Sovente i funzionari della Sicurezza di Stato sfruttavano i loro dossier per estorcere denaro agli indagati, sotto forma di “risarcimento”. Una relazione pubblicata dall’allora Procuratore Generale, Tagirov, riferì di arresti arbitrari privi di autorizzazione da parte dell’autorità giudiziaria, ricorso alla tortura ed all’intimidazione, evasione delle procedure legali.

STATO ISLAMICO CECENO

Con l’introduzione della Legge Islamica sul territorio della Repubblica Cecena di Ichkeria il Servizio di Sicurezza Nazionale venne assorbito, insieme a tutte le altre strutture deputate alla sicurezza pubblica, nel Ministero della Sicurezza dello Stato (MGB), sotto l’autorità del Ministro e Vicepresidente del Gabinetto Turpal – Ali Atgeriev, fedelissimo di Maskhadov e leader del partito governativo “Stato Islamico Ceceno”. Il piano di accentramento delle autorità di polizia era volto prima di tutto a porre un freno alla proliferazione di “agenzie di sicurezza” statali e private, le quali in sostanza altro non erano che milizie armate illegali camuffate da forze dell’ordine. Atgeriev non si fidava né di Ibrahim Khultygov né dei suoi sottoposti, ed impose lo scioglimento di tutte le strutture investigative e la loro ricostituzione sotto la sua diretta supervisione. Di fronte a questa azione così radicale Khultygov chiese l’intervento del Parlamento, dichiarando non legittimo il provvedimento. Il Parlamento, che in quel momento era ai ferri corti con Maskhadov per via del suo decreto sull’istituzione della Legge Islamica (il quale privava contestualmente il Parlamento dei poteri legislativi) appoggiò Khultygov, annullando il decreto che determinava l’unificazione della Sicurezza di Stato sotto il Ministero di Atgeriev. La situazione di generale disgregazione dello stato, la lottizzazione delle funzioni pubbliche da parte dei comandanti di campo e la corruzione dei funzionari rimasero un problema endemico, ed impedirono che una qualsiasi forma di stato di diritto, foss’anche di diritto religioso prendesse concretamente piede in quella anarchia armata che era la ChRI del dopoguerra.

Ibrahim Khultygov in una foto recente, funzionario della Repubblica Autonoma Cecena federata con la Russia

LA FINE

L’invasione del Daghestan da parte della Brigata Islamica per il Mantenimento della Pace e la conseguente rappresaglia russa innescarono la Seconda Guerra Cecena. Le forze federali invasero nuovamente il paese, e per i funzionari della Sicurezza di Stato ancora fedeli alla leadership separatista si riaprì la stagione della guerriglia partigiana. Del centinaio di uomini che ne facevano parte la maggioranza rimase al suo posto, rinunciando a combattere e seguendo il suo direttore, Ibragim Khultygov, il quale negoziò il suo passaggio al governo filo -russo (presso il quale ha ricoperto numerosi incarichi governativi, venendo eletto deputato nel 2008). Alcuni invece si integrarono tra le bande armate della resistenza. Maskhadov non nominò altri direttori del Servizio di Sicurezza Nazionale fino al 05/07/2004, quando il corpo fu virtualmente ricostituito come polizia politica clandestina ed affidato al futuro Presidente della Repubblica, Doku Umarov. Questi ne resse le sorti fino alla sua nomina in qualità di successore del Presidente Sadulayev (a sua volta successore di Maskhadov, deceduto nel 2005) il 17/06/2006. Il 10/10/2007 Umarov proclamò lo nascita dell’Emirato Islamico del Caucaso Settentrionale, ed ordinò che tutte le residue strutture statali della ChRI venissero assorbite dallo Stato Islamico. La rappresentanza della ChRI in esilio, per lo più rifugiata in Europa, tentò di riorganizzare un governo di testimonianza, affidandone la guida ad Akhmed Zakayev. Da allora il governo in esilio ha nominato nuovi direttori “formali” della Sicurezza di Stato, privi tuttavia di qualsiasi potere

12/12/1994 – LA BATTAGLIA DI DOLINSKY

Il campo di battaglia di Dolinsky

La Battaglia di Dolinsky fu il primo scontro in campo aperto della Prima Guerra Cecena. Esso occorse tra il 12 ed il 22 Dicembre 1994, e vide contrapposte le forze avanzanti dell’esercito federale (elementi della 106a Divisione e della 56a Brigata d’Assalto aviotrasportate) ed i reparti del Fronte Nord – Occidentale della ChRI. Lo scontro si risolse in una vittoria tattica delle forze cecene, le quali costrinsero i nemici ad interrompere l’avanzata ed a schierarsi in posizione difensiva, interrompendo l’avanzata verso Grozny ed impegnandosi in una distruttiva battaglia di logoramento di dieci giorni, permettendo allo Stato Maggiore ceceno di predisporre un’efficace difesa di Grozny.

RALLENTARE IL NEMICO

Dopo il fallimento dell’Assalto di Novembre (26/11/1994) e la dissoluzione delle milizie cecene antidudaevite, il Presidente russo Boris Eltsin ordinò l’intervento armato diretto contro il regime di Dudaev. Il 1 Dicembre 1994 l’aereonautica federale portò a termine la distruzione al suolo dell’aereonautica cecena, e dall’11 Dicembre i reparti armati del Raggruppamento delle Forze Unite (il corpo di spedizione federale) iniziarono a penetrare in territorio ceceno, con l’obiettivo di raggiungere Grozny in 48 ore. Lo Stato Maggiore ceceno, impegnato fino alla fine di Novembre contro le milizie antigovernative, non aveva ancora finito di predisporre un efficace dispositivo di difesa dentro Grozny, che con ogni evidenza sarebbe stato il centro di gravità dell’azione bellica. Per guadagnare tempo prezioso e completare la disposizione delle unità dentro la capitale, Maskhadov costituì una linea difensiva esterna alla città lungo il cosiddetto “Terek Ridge”, la cresta di colline che sovrasta Grozny da Nord e che separa la Cecenia centrale dai distretti settentrionali del paese. Cardini della linea difensiva furono i villaggi di Petropavlovskaya ad Est e Dolinsky ad Ovest. Il comando della parte occidentale del fronte fu affidato all’ex Capitano di Polizia e Deputato del Parlamento separatista Vakha Arsanov, promosso Generale di Brigata per assolvere al compito. Per sostenere le azioni di disturbo e rallentamento necessarie, Arsanov fu fornito di alcuni mezzi corazzati T – 72 del Reggimento Corazzato Shali ed almeno 4 sistemi lanciarazzi BM – 21 “Grad”, conosciuti nella cultura popolare con il nomignolo di “Organi di Stalin”. Si trattava di dispositivi mobili capaci di lanciare salve di 40 razzi esplosivi in contemporanea, capaci di distruggere intere colonne motorizzate con un singolo attacco. Al ritiro dell’esercito sovietico nel  Giugno del 1992 l’esercito ceceno era riuscito a mettere le mani su 16 di questi, e su almeno un migliaio di proiettili. Questi sarebbero stati poco utili in un combattimento urbano, ma certamente potevano svolgere un eccellente servizio nelle pianure settentrionali del paese, se opportunamente manovrate. Arsanov sistemò i suoi mezzi nei pressi della prigione del villaggio di Dolinsky, ed organizzò una linea di difesa elastica lungo le alture sovrastanti. Poi inviò alcuni suoi uomini in abiti civili lungo le direttrici di avanzata delle truppe federali, in modo che gli riferissero i loro movimenti e gli permettessero di agire al momento opportuno.

Sistema lanciamissili “Grad”

L’IMBOSCATA

La sera dell’11 Dicembre uno degli scout di Arsanov riferì che elementi della 106a Divisione e della 56a Brigata d’Assalto aviotrasportate dell’esercito federale erano in arrivo dal villaggio di Kalaus, e che avrebbero raggiunto Dolinsky nella giornata successiva. Arsanov dispose le sue batterie dentro il perimetro di una grande raffineria a nord del villaggio. Si trattava di un intricato sistema di edifici, oleodotti e condutture metalliche all’interno del quale un mezzo come il BM – 21 “Grad” avrebbe potuto facilmente mimetizzarsi. Inoltre la raffineria era situata su di un’altura sovrastante il percorso che i russi avrebbero dovuto seguire per raggiungere le porte del villaggio.  Quando la colonna nemica raggiunse il punto prestabilito Arsanov ordinò di far fuoco su di essa. Una salva di quattro razzi investì in pieno la colonna, e solo il fatto che questa fosse molto allungata fece sì che l’imboscata non si trasformasse in una tragedia. L’attacco produsse comunque la distruzione di svariati mezzi blindati e da trasporto, ed il danneggiamento di numerosi altri. Perirono 6 militari russi, ed altri 13 furono ricoverati con ferite gravi.  Le truppe federali, trovatesi improvvisamente sotto il tiro dell’artiglieria nemica, chiesero il pronto intervento dell’aereonautica per individuare le batterie cecene e metterle a tacere, ma quando fu chiaro che queste sparavano dalla raffineria il comando ordinò che questa non intervenisse, giudicando l’azione contraria alle regole di ingaggio previste. L’intervento federale, infatti, era considerato sostanzialmente un’operazione di polizia, e non si prevedeva l’utilizzo di armamenti pesanti contro obiettivi industriali e civili. Per questo motivo i ceceni poterono continuare a bersagliare la colonna russa con altre due salve, danneggiando altri veicoli e costringendola ad assumere una posizione difensiva. I coscritti che componevano il reparto avanzante ebbero così un primo assaggio di cosa questa operazione fosse in realtà: non un’operazione di polizia contro bande di briganti semi – disarmati, ma una vera e propria battaglia campale contro un esercito armato di artiglieria pesante e mezzi corazzati. Il filmato dei “Grad” ceceni che tormentano le avanguardie russe, girato da un corrispondente dell’emittente NTV e mandato in onda nei giorni successivi scioccò l’opinione pubblica russa: Eltsin aveva parlato di “qualche centinaio di estremisti disperati”, ed il Ministro della Difesa Pavel Grachev aveva assicurato che il “ripristino dell’ordine costituzionale” avrebbe richiesto l’impiego di qualche brigata di paracadutisti in una breve operazione militare.

La mappa mostra il movimento della colonna avanzante (rosso) e la linea di difesa approntata da Arsanov (verde). Il punto nel quale si interrompe la prima linea di avanzata ed inizia la seconda è dove la colonna fu investita dalle salve dei “Grad” ceceni. La raffineria dalla quale questi lanciarono i loro attacchi è raffigurata subito all’interno della linea verde, dove questa piega ad angolo.
Su google map è possibile individuare il luogo della battaglia. Il villaggio di Dolinsky è stato completamente restaurato nel 2015, ma della raffineria restano soltanto alcune rovine, il cui profilo (segnalato quì con una stella verde) è identificabile dal satellite.

LA BATTAGLIA DI DOLINSKY

Anche i due carri T – 72 a disposizione di Arsanov entrarono presto in azione, impegnando i federali in una estenuante battaglia e tenendo a distanza gli elicotteri giunti in soccorso con le loro mitragliatrici di bordo. Le forze di Arsanov continuarono ad attaccare le truppe federali per quattro giorni poi assunsero una posizione difensiva, subendo il contrattacco federale e resistendo fino al 22 Dicembre tra le rovine di Dolinsky. Al termine dello scontro il comando delle Forze Unite dichiarò di aver eliminato 60 “militanti” e di aver distrutto tutti i mezzi a loro disposizione (2 carri armati, 3 lanciamissili “grad” ed un veicolo blindato per il trasporto della fanteria) affermando di aver perduto 6 soldati. La versione del comando ceceno fu molto diversa, ed in un’intervista successiva il comandante del reparto agli ordini di Arsanov, Colonnello Hussein Iskhanov, dichiarò che le perdite russe tra morti e feriti sfiorarono le duecento unità. La caparbia difesa di Dolinsky da parte delle forze cecene imbarazzò i comandi militari russi, ed il Ministro Grachev si affrettò a rimuovere il comandante sul campo, Generale Mityukhin, sostituendolo dapprima con il Colonnello Generale Voroybov, il quale tuttavia si rifiutò di accettare l’incarico, poi con il Tenente Generale Anatoly Kvashnin il quale riprese prontamente le azioni militari ed iniziò a comprimere la difesa cecena, costringendola ad arroccarsi nel villaggio di Pervomayskaya, alle porte di Grozny.

Carro da battaglia equipaggiato dall’esercito ceceno. La maggior parte dei mezzi corazzati in dotazione alle forze armate della ChRI fu distrutta durante le prime fasi del conflitto e durante la Battaglia di Grozny.

Grozny, 26/11/1994: L’ASSALTO DI NOVEMBRE

DUDAEVITI ED ANTIDUDAEVITI

La cronaca degli eventi bellici che hanno coinvolto la Repubblica Cecena di Ichkeria si è soffermata prevalentemente sulle due devastanti guerre russo cecene. Tuttavia durante la sua travagliata esistenza la ChRI ha dovuto sopportare il peso di altre due guerre, stavolta civili, entrambe addotte come casus belli per l’intervento delle truppe federali. Quella di cui parliamo in questo articolo è la prima guerra civile cecena, combattuta a fasi alterne dalla primavera al Dicembre del 1994 le cui conseguenze produssero l’inizio della Prima Guerra Cecena. Senza soffermarci troppo sui prodromi di questo conflitto, riportiamo brevemente come i ceceni iniziarono a spararsi tra di loro.

Truppe regolari della ChRI sfilano in parata

Il 4 Giugno 1993, dopo un anno di attriti con l’opposizione parlamentare ed extraparlamentare, il Presidente Dzhokhar Dudaev mise in atto un golpe militare, sciolse le istituzioni democratiche ed istituì una dittatura personale. Oppositori storici di Dudaev, come Umar Avturkhanov e Ruslan Khasbulatov, e nuovi avversari del Presidente, come i suoi ex alleati Bislan Gantamirov e Ruslan Labazanov si coalizzarono costituendo un Consiglio Provvisorio e contrattando con le autorità federali supporto militare, economico e di intelligence. Nella tarda primavera del 1994 si ebbero i primi scontri tra gli uomini di Labazanov, mentre nell’Agosto seguente i due fronti presero ad armarsi in vista di un confronto armato diretto.

La guerra civile iniziò ad infuriare in Settembre, e vide l’impiego di armi pesanti, aerei ed elicotteri da guerra e pezzi d’artiglieria. Lealisti e ribelli si combatterono in vere e proprie battaglie campali, ma nessuna delle due fazioni sembrava avere la forza militare e politica per imporsi sull’altra. Nell’Ottobre del 1994 un piccolo esercito antidudaevita riuscì a penetrare dentro Grozny, ma dopo alcune ore fu richiamato indietro. Agli inizi di Novembre del 1994 La Cecenia era divisa in un’area settentrionale controllata da Avturkhanov e dalla sua milizia, il Distretto di Urus – Martan sotto il controllo di Gantamirov, ed il resto del paese nelle mani dei dudaeviti. Questi tuttavia apparivano privi della carica sufficiente per imporsi, ed il sostanziale stallo della situazione militare lasciava immaginare che con un colpo ben assestato il regime sarebbe collassato su sé stesso.

Umar Avturkhanov, leader dell’opposizione antidudaevita dal 1991 e uno dei principali organizzatori dell’Assalto di Novembre
Bislan Gantamirov, ex Sindaco di Grozny sotto Dudaev, passato all’opposizione nel Giugno del 1993 ed alla lotta armata dal 1994, leader delle milizie del Consiglio Provvisorio.

LA PREPARAZIONE DELL’ATTACCO

Per questo motivo i ribelli, d’accordo con l’intelligence federale, decisero di mettere in atto un’operazione militare su larga scala volta a prendere Grozny, disperdere i dudaeviti ed assicurare il dittatore alla giustizia. Il piano prevedeva la partecipazione di mercenari reclutati presso le divisioni russe di stanza nel Caucaso Settentrionale: un’ottantina di ragazzi in grado di manovrare un T – 72 avrebbero composto il nerbo dell’armata dietro la quale avrebbero avanzato i fanti dell’opposizione. Per dissimulare quanto più possibile l’intervento di Mosca in questa faccenda i mercenari furono inviati alle loro basi in abiti civili, senza documenti né segni di riconoscimento. A loro fu detto avrebbero dovuto “guidare da un punto A ad un punto B” e sostanzialmente sfilare davanti al Palazzo Presidenziale, provocando il crollo del regime con la sola vista dei loro carri armati.

Gli attaccanti avrebbero dovuto convergere sul quartiere governativo di Grozny da tre direzioni: il principale gruppo d’assalto sarebbe partito da Tolstoy Yurt (Nord) sotto il comando di Avturkhanov, a sua volta “coordinato” da altri ufficiali russi. Il secondo, composto dai resti della milizia di Labazanov, si sarebbe mosso da Argun (Est). Il terzo, costituito dalle milizie fedeli a Gantamirov avrebbe proceduto da Urus – Martan (Sud – Ovest). Una volta preso il controllo degli uffici governativi si sarebbe installato un governo provvisorio, il quale avrebbe ufficialmente richiesto l’intervento dell’esercito federale per riportare “l’ordine costituzionale”. La forza d’urto sarebbe stata composta in totale da 150 veicoli tra carri armati e mezzi blindati, coperti dal tiro di 20 obici semoventi e da 40 elicotteri da combattimento. Dietro di loro erano inquadrati circa 1200 uomini, per lo più miliziani del Consiglio Provvisorio ma anche contractors russi arruolati in cambio di una (relativamente) corposa cifra e della garanzia di dover soltanto “mostrare i muscoli”. 

Miliziani dudaeviti. Sullo sfondo il Palazzo Presidenziale

Due giorni prima che l’invasione avesse luogo l’aereonautica federale bombardò gli aereoporti Sheikh Manur (ex Severny) e l’aereoporto militare di Khankala. Aerei privi di insegne nazionali sorvolarono Grozny, colpendo alcuni edifici residenziali. Nel frattempo i gruppi d’attacco si avvicinavano alla periferia della capitale, prendendo posizione nei sobborghi.

IL 26 NOVEMBRE

La mattina del 26 Novembre 1994 i tre gruppi d’attacco iniziarono la penetrazione verso il centro di Grozny. La colonna settentrionale incontrò una certa resistenza subito fuori da Tolstoy – Yurt, dove un drappello di lealisti impegnò la sua avanguardia corazzata mettendo fuori combattimento due carri armati. Altri tre veicoli furono messi fuori combattimento, ed I loro equipaggi si arresero senza combattere ai miliziani dudaeviti. Nel complesso, tuttavia, le forze avanzanti raggiunsero i loro obiettivi senza intoppi, posizionandosi nei punti di arrivo e trovandoli praticamente indifesi. Per le 11:00 la colonna settentrionale aveva occupato gli edifici del Ministero degli Interni, del Servizio di Sicurezza Nazionale, della TV di Stato e di numerosi altri complessi amministrativi, e stazionava davanti ad un deserto Palazzo Presidenziale.

Sembrava che il regime si fosse dissolto alla semplice vista dei reparti corazzati dell’opposizione, ma la realtà era ben diversa. Dudaev ed i suoi uomini erano ben informati delle intenzioni dei ribelli, sia a causa dei loro massicci movimenti nei dintorni di Grozny, sia perché Ruslan Khasbulatov, oppositore del regime ma desideroso di giungere ed una conclusione pacifica del conflitto, aveva avvisato i comandi lealisti dell’imminenza dell’attacco, ed esortato i civili ad abbandonare la città. La notte precedente l’attacco i dudaeviti si erano sistemati sui tetti e nei seminterrati dei palazzi residenziali del centro cittadino, strutture in cemento armato molto alte, dalle quali si potevano colpire i mezzi corazzati nemici rimanendo fuori dall’alzo dei loro cannoni. La scelta, moralmente cinica, era giustificata dal fatto che in quel contesto urbano la superiorità tecnologica degli attaccanti sarebbe venuta meno, così come la copertura offerta dai velivoli da combattimento, i quali avrebbero potuto operare soltanto caricandosi la responsabilità di bombardare edifici civili, peraltro per lo più abitati da russi (il centro cittadino era casa di cinquantamila russi etnici residenti in Cecenia fin dagli anni ’40 del ‘900). Squadre di cecchini erano posizionati negli edifici adiacenti agli obiettivi degli attaccanti, mentre piccole pattuglie controcarro armate di RPG erano asserragliate negli scantinati. La forza mobile dei difensori era asserragliata nel quartiere di Oktabrisky, il settore meridionale della città.

Pochi minuti dopo le 11:00 i reparti lealisti si attivarono tutti insieme contemporaneamente. I lanciagranate incendiarono i veicoli di testa e di coda delle colonne avanzanti, bloccandole e generando il panico. La milizia dell’opposizione finì sotto il tiro dei cecchini, disperdendosi in preda al terrore. Molti miliziani, una volta raggiunti gli obiettivi si erano abbandonati al saccheggio dei negozi e delle abitazioni civili, ed allo scoppio delle prime sparatorie caricarono in tutta fretta il loro bottino e sparirono dalla circolazione. I contractors russi, i quali non avevano ulteriori disposizioni cui adempiere una volta raggiunto il centro cittadino, si trovarono sottoposti al fuoco dei cecchini, cui in breve si aggiunsero le prime armi pesanti. I carri armati attaccanti iniziarono uno ad uno ad incendiarsi, mentre gli equipaggi cercavano scampo dietro le carcasse dei veicoli bruciati. Soltanto un reparto scelto di militi dell’opposizione, addestrato dai russi nelle settimane precedenti l’assalto, riuscì a mantenere le posizioni nell’edificio del KGB conquistato ad inizio mattinata. Tuttavia, esaurite le munizioni e privo di rinforzi anche questo reparto dovette abbandonare le difese e ritirarsi dalla città.

Torrette di carri armati dei ribelli giacciono sul selciato il giorno dopo la battaglia.

Nel giro di sette ore tutti i reparti antidudaeviti erano stati distrutti, dispersi o costretti alla fuga. Secondo quanto dichiarato dallo Stato Maggiore della ChRI furono distrutti 32 carri armati, 5 veicoli blindati 4 elicotteri da combattimento ed un cacciabombardiere, mentre altri 12 mezzi corazzati furono catturati. I dudaeviti catturarono 200 prigionieri ceceni e 68 contractors russi, tra i quali un Maggiore, e rivendicarono la morte di 300 ribelli. Dudaev impose che i prigionieri provenienti dall’esercito federale sfilassero davanti alle telecamere, minacciando di fucilarli se il Ministro della Difesa di Mosca, Pavel Grachev, non li avesse riconosciuti come suoi agenti. Man mano che la notizia del coinvolgimento russo nell’assalto a Grozny diventava sempre più evidente numerosi sostenitori del Consiglio Provvisorio e molti dei suoi miliziani armati passarono dalla parte dei dudaeviti, i quali adesso potevano rivendicare di essere l’unico argine della nazione cecena di fronte alla Russia ed al suo imperialismo.

Breve video sui resti del corpo corazzato ribelle distrutto a Grozny il 26 Novembre 1994

DALLA GUERRA CIVILE ALLA “GUERRA CECENA”

Ciò che rimaneva dell’opposizione si frantumò in fazioni più di quanto non lo fosse stato fino ad allora. Avturkhanov accusò Khasbulatov di aver indebolito la ribellione cercando gloria personale ed interponendosi tra il Consiglio Provvisorio e Dudaev per evitare lo scontro militare e quindi il rovesciamento del regime. Per parte sua Khasbulatov rispose di aver agito in modo da evitare una catastrofe umanitaria e dare alla Federazione Russa un casus belli per intervenire in forze. Con il precipitare degli eventi l’opposizione antidudaevita perse mordente, ed alla fine di Novembre Gantamirov dichiarò che i suoi uomini non avrebbero preso parte a nessun’altra azione militare contro Dudaev. Il 29 Novembre il Presidente della Federazione Russa, Boris Elstin, emise un ultimatum al governo separatista intimando la smobilitazione dei suoi gruppi armati e minacciando un intervento militare diretto entro pochi giorni qualora il regime non si fosse autonomamente dissolto.

uNITà ARMATE DELLA ChRI: LA GUARDIA PRESIDENZIALE

1993: Dzhokhar Dudaev posa insieme alla Guardia Presidenziale

LE ORIGINI

La Guardia Presidenziale fu una delle prime unità armate della Repubblica Cecena di Ichkeria. All’indomani della dichiarazione di indipendenza, mentre il Parlamento istituiva la Guardia Nazionale, il Generale Dudaev, appena eletto Presidente della Repubblica, istituì per decreto un’unità di “pretoriani” che proteggesse la sua persona, la sua famiglia ed i suoi funzionari. Nell’idea del nuovo Capo dello Stato la Guardia Presidenziale avrebbe dovuto rappresentare l’élite non soltanto militare, ma anche politica della nuova Cecenia. Per questo motivo ordinò che ogni villaggio del paese inviasse il suo miglior soldato, scelto appositamente dal consiglio degli anziani locale. La forza armata avrebbe avuto la consistenza di 200 uomini, ed avrebbe seguito il Presidente in ogni suo spostamento, oltre a difendere il Palazzo Presidenziale e la sua residenza privata. A capo dell’unità Dudaev pose Movlad Dzhabrailov, cintura nera di karate e maestro di arti marziali personale del Presidente.

Al momento della sua istituzione la Guardia Presidenziale constava di appena 7 uomini. Un mese più tardi questi erano già 14, e potevano alterarsi su tre turni di otto ore. Erano alloggiati nell’Hotel Kavkaz, una costruzione destinata originariamente all’alloggio degli ospiti del Soviet Supremo Ceceno Inguscio e diventata il luogo di soggiorno degli alti funzionari della nuova repubblica. Ai primi di Marzo del 1992 l’organico fu completato, ed i 200 uomini della Guardia furono alloggiati in una ex scuola di polizia, in Via Zhukovsky. Quì iniziarono un intenso corso di addestramento, volto a formare le nuove reclute non soltanto nell’uso delle armi, ma anche nelle arti marziali. Una squadra di 30 uomini venne inviata in Pakistan per sottoporsi ad un addestramento orientato alla guerriglia ed alla controguerriglia.

La forza armata appena costituita mancava di tutto: non esistevano divise, equipaggiamento ed armamento comuni. Nei dintorni di Grozny, tuttavia, vi erano numerosi depositi militari dell’esercito sovietico abbondanti di ogni sorta di equipaggiamento. Nella primavera del 1992 la Guardia Presidenziale iniziò a muoversi per prendere il controllo di questi depositi e potersi armare di tutto punto. Il primo deposito a cadere nelle sue mani fu la seconda città militare, una base sovietica al cui interno si trovavano armi leggere, munizioni ed uniformi in gran quantità. L’esercito russo non vedeva l’ora di abbandonare la Cecenia, e bastò che i soldati di Dudaev minacciassero di prendere la città militare con la forza perché i militari di Mosca abbandonassero in fretta e furia la posizione. Stessa operazione fu messa a segno alcuni giorni dopo su un altra base sovietica, la prima città militare. Con il bottino delle prime due “imprese” la Guardia Presidenziale potè proseguire indisturbata nella confisca dei depositi situati nei pressi della città.

Uomini della Guardia Presidenziale montano la guardia davanti al Palazzo Presidenziale allo scoppio della Prima Guerra Cecena

LA GUARDIA IN AZIONE

La prima azione di una certa importanza nella quale si trovò coinvolta la Guardia Presidenziale occorse il 31 Marzo 1992, quando l’opposizione tentò di rovesciare Dudaev con un colpo di stato. Gli insorti riuscirono a prendere il controllo della TV di Stato ed a portare in piazza parecchie centinaia di persone: in quell’occasione la Guardi fu l’unico reparto a schierarsi senza se e senza ma dalla parte del Presidente, mentre le altre unità dell’esercito e la milizia del Ministero degli Interni tergiversavano, restando in attesa di capire chi avrebbe prevalso tra il Generale ed i suoi oppositori. L’intervento dei pretoriani di Dudaev fu determinante a disperdere la milizia armata dei golpisti, e nel giro di 24 ore riconquistò il centro televisivo e disperse gli insorti.

Un’altra azione di una certa importanza occorse nell’estate del 1992, quando l’opposizione antidudaevita mise in atto un attentato alla vita di Dudaev. Il convoglio presidenziale si trovava presso il villaggio di Dolinsky, quando un potente ordigno esplose al lato della colonna. L’esplosione non coinvolse l’auto del Presidente, ma prese in pieno una delle auto di scorta, ferendo una delle guardie. Fu il primo ferito nella storia della Guardia Presidenziale. Tra il 1992 ed il 1994 l’aumentare della tensione politica rese sempre più impegnativo il lavoro del reparto, il quale in più di un’occasione si trovò sotto il fuoco dell’opposizione armata. Nel Dicembre del 1993 Dzhabrailov, coinvolto in un omicidio di natura familiare, fu arrestato a Makhachkala, in Daghestan e condannato al carcere. Al suo posto Dudaev nominò comandante della Guardia Abu Arsanukaev. La nuova nomina creò parecchia confusione del corpo, e parecchi militari lo abbandonarono, considerano Arsanukaev un carrierista che nulla aveva a che condividere con loro. Così allo scoppio della Prima Guerra Cecena l’organico contava appena 98 persone su 200. Il reparto era piccolo, ma estremamente agguerrito e totalmente fedele al Presidente. Con l’inizio delle ostilità

LA GUARDIA IN GUERRA

Con l’avvio dell’invasione russa la Guardia si mobilitò in servizio permanente. Il Vicecomandante del reparto, Masud Bamatgiriev ideò un’azione simbolica e spettacolare: un reparto di ventitrè guardie avrebbe portato a termine un raid nella base militare russa di Mozdok, uno dei luoghi di partenza delle forze d’invasione. L’azione fu autorizzata, ed ebbe successo. Secondo quanto riportato dai protagonisti dell’attacco furono distrutti dieci velivoli, ed un magazzino di munizioni fu fatto saltare in aria. Durante il raid, tuttavia, Bamatgiriev ed altri due uomini rimasero uccisi.

Rovine di Grozny al termine dell’offensiva federale. Sullo sfondo i ruderi del Palazzo Presidenziale, sventrato dai bombardamenti. Un distaccamento della Guardia difese l’edificio per 18 giorni, respingendo numerosi assalti dell’esercito russo.

Quando le forze federali iniziarono l’attacco a Grozny la Guardia Presidenziale fu divisa in reparti ed assegnata a zone diverse del fronte, dove avrebbe potuto costituire la punta di lancia di reparti meno addestrati ed organizzati. Abu Arsanukaev rimase il comandante formale dell’unità, ma ne perse fin da subito il controllo effettivo. Il primo scontro di una certa entità fu combattuto proprio nei pressi del Palazzo Presidenziale. Un reparto costituito da una ventina di uomini della guardia e da numerosi miliziani di supporto, al comando del Comandante di Compagnia Akhmed Aslambekov intercettò un reparto federale e si lanciò all’attacco, distruggendo 2 carri armati, 2 veicoli blindati per il trasporto truppe e danneggiò altri 17 mezzi di supporto alla fanteria. Il giorno successivo, in un nuovo attacco tra le rovine della capitale il reparto di Aslambekov distrusse 1 carro armato e 6 veicoli blindati. Nei giorni successivi, asserragliata dentro il Palazzo Presidenziale, la Compagnia Aslambekov resistette a numerosi attacchi dell’esercito russo. Un altro distaccamento, schierato nei dintorni della stazione ferroviaria si fece valere partecipando all’annientamento della 136a Brigata dell’esercito federale durante l’Assalto di Capodanno.

Tra il 7 e l’9 Gennaio i federali tentarono nuovamente di prendere il centro di Grozny. La Guardia Presidenziale, schierata in vari punti della città riuscì a respingere gli attaccanti, dichiarando la distruzione di altri 3 mezzi corazzati, 4 veicoli da combattimento e decine di fanti nemici. L’attacco fu fermato, ma il 14 Gennaio fu rinnovato, e stavolta le difese cecene iniziarono a cedere. Tra il 16 ed il 18 Gennaio l’aereonautica iniziò il bombardamento a tappeto del Palazzo Presidenziale, riuscendo a far penetrare al suo interno due bombe di grandi dimensioni, una delle quali detonò uccidendo decine di persone. La notte del 18 Gennaio i sopravvissuti fuoriuscirono dall’edificio, scortando gli uomini dello Stato Maggiore dell’Esercito che vi si trovavano asserragliati, tra i quali il Comandante in Capo Aslan Maskhadov.

Dzhokhar Dudaev passa in rassegna della Guardia Presidenziale in alta uniforme

Tra il Febbraio ed il Marzo del 1995 La Guardia fu la punta di lancia dello schieramento ceceno, partecipando a tutte le battaglie difensive ed assicurando il progressivo ripiegamento delle unità ancora in grado di combattere verso il sud montagnoso della Cecenia. Alla caduta di Grozny, nel Marzo del 1995, la Guardia era ridotta ad un reparto di una venticinquina di uomini. Questi seguirono lo Stato Maggiore dell’Esercito nella sua progressiva ritirata a Sud (prima a Shali, poi a Vedeno, infine a Dargo), svolgendo sia attività militare che compiti di polizia e di controspionaggio. Pattuglie della Guardia combatterono a Serzhen – Yurt tra il 12 Aprile ed il 30 Maggio, infliggendo pesanti perdite ai federali, mentre ad Elistanzhi riuscirono a distruggere un ponte essenziale all’avanzata dei russi, i quali dovettero fermarsi, permettendo ai separatisti di ricostituire le loro linee. Tuttavia alla fine di Maggio del 1995 gli uomini della Guardia rimasti in vita o in grado di operare non erano più di 15. Vennero quindi assegnati alla protezione del Presidente e delle delegazioni che, dal Giugno 1995, iniziarono a negoziare la conclusione del conflitto. Il reparto rimase operativo fino alla fine della guerra, partecipando al raid su Grozny del Marzo 1996 ed all’Operazione Jihad dell’Agosto 1996. Al termine del conflitto, conteggiando i feriti che erano tornati in campo ed alcuni nuovi reclutamenti la Guardia Presidenziale contava 31 uomini e 19 cadetti in addestramento.

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