Dzhokhar Dudaev pronincia il suo giuramento come Presidente della Repubblica Cecena durante la cerimonia di investitura. Grozny, 9 Novembre 1991
Il 12 Dicembre la giornalista italiana Maddalena Tulanti intervistò il Generale Dudaev nel Palazzo Presidenziale. La cosiddetta “operazione per il ripristino dei diritti costituzionali” era appena iniziata, ed il Raggruppamento delle Forze Unite dell’esercito federale era appena entrato in Cecenia con l’obiettivo di rovesciare il governo separatista e riannettere la Cecenia. Di seguito riportiamo il testo integrale di quell’intervista.
Grozny, 12 Dicembre 1994
Mentre i tank russi sono a due passi da Grozny entriamo nello studio dell’uomo che ha sfidato mosca “per restituire la terra ai ceceni”. “Noi non siamo russi – dice – e non vogliamo vivere sotto i russi. Siamo pronti a difenderci”. Entriamo nel palazzo presidenziale alle 17:30. La piazza è completamente al buio, s’intravedono solo le sagome delle decine di uomini armati che pattugliano da ogni lato. Il portavoce del presidente, Movladi Ugudov ci conduce dal quarto piano dove lo incontriamo al nono attraverso una scala nascosta. Anche qui non ci sono luci. Questione di sicurezza capire. Si capiamo ma fa un certo effetto scontrarsi con un mitragliatore che scende di corsa dalla parte opposta. Poi penetriamo in un’altra ala del palazzo e questa è illuminata. Ci sono quattro uomini armati fino ai denti che alzano appena gli occhi per salutare. La stanza dove lavora Dzhokhar Dudaev il ribelle è quella adiacente. E’ la stanza più sicura del palazzo. Anche se bombardano non la colpiranno mai, continua nelle spiegazioni Movladi. Diciamo solo “meno male” ma non gli chiediamo perché. Dudaev entra dopo pochi minuti. Veste come al solito la tuta mimetica. E’ pallidissimo e i suoi baffetti sembrano ancora più neri. Ha cinquant’anni e qualche anno fa era ritenuto molto affascinante del fascino della gente del Sud, sguardo morbido e sorriso accattivante. Ma provare a fare la guerra alla Russia non è facile, e sicuramente non ringiovanisce. Pilota di bombardieri nucleari e cintura nera di karate, conosce sei lingue oltre al ceceno materno: il russo, il kazako, l’estone, l’ucraino, l’uzbeko e l’inglese. Viene considerato una persona dura, energica, comunicativa, con una grande forza di volontà. Dicono anche che si ritiene un inviato, un messia per restituire ai ceceni la terra sottratta loro dai russi. Non sappiamo se è la sua prima o la sua ultima intervista ad un giornale italiano, perché i russi sono a due passi da Grozny e si attendono da un momento all’altro. Probabilmente non lo sa nemmeno lui.
Dudaev tiene una conferenza stampa
Preferisce essere chiamato Generale o Presidente?
Io faccio sempre scegliere alle signore. Decida lei.
Allora la chiamerò Presidente. Ho più dimestichezza con i civili. Signor Presidente, perché ha staccato la Cecenia dalla Russia?
E perché gli altri paesi si sono staccati?
La sua è dunque una lotta per l’indipendenza?
L’indipendenza non è uno scopo in sé. Ci sono principi che non consentono ad un intero popolo di vivere secondo l’immagine e la somiglianza di un altro. I ceceni sono preparati a vivere secondo le propria immagine e somiglianza e non quella dei russi.
E tuttavia i russi dicono che questa è terra loro.
Possono dire quello che vogliono. Anche l’Italia è territorio russo, potrebbero dire. Gli appetiti di Mosca sono notevoli. Dicono che possono arrivare fino all’Oceano Indiano, al Bosforo e alla Manica. E allora bisogna lasciarli fare? Cominceranno dalla Cecenia e arriveranno fino alla Manica e al Bosforo. Se non c’è un meccanismo internazionale di controllo delle aggressioni esse entreranno in ogni casa.
Lei pensa che entreranno sul serio a Grozny?
Sono già entrati. E più di una volta. Il 26 Novembre è stata la quarta. Erano già venuti nel ’91 mentre ancora c’erano in cecenia settantamila loro soldati, nel ’92 hanno occupato parte del territorio con i blindati, nel 093 hanno organizzato un golpe armato dell’opposizione, infine l’aggressione aperta di questi giorni. In Cecenia è possibile entrare solo con la armi in pugno, e da noi è in corso una guerra, anche se non dichiarata.
Della Cecenia si parla malissimo. Che è un covo di banditi che nascoste la mafia…
Anch’io ho letto tante cose cattive sull’Italia, eppure so che non è così. Quello della mafia cecena è un mito inventato di sana pianta per discriminare il mio popolo. Agli usurpatori serve sempre un fattore su cui speculare. Dopo la mafia hanno inventato il fondamentalismo islamico, cosa avranno in comune Dio solo lo sa. Quando si è sciolta l’URSS mentre in Russia non nasceva nessun potere legittimo in Cecenia si metteva su invece uno Stato di diritto. Oggi si vede distruggere questo stato. Il 26 Novembre la città è stata invasa da oltre 170 unità corazzate, da cinquemila mercenari, da aviazione d’urto che hanno colpito con bombe e missili. E’ un precedente. I russi vogliono far sapere che faranno così in qualunque altra parte dell’impero.
Dudaev attorniato dai suoi seguaci durante le prime fasi della Rivoluzione Cecena
Tutti i ceceni sono con lei? E l’opposizione?
In ogni popolo ci sono elementi criminali ma li sistemeremo. E poi anche se volessi non potrei più indietreggiare. I ceceni non me lo permetteranno. L’indipendenza è un diritto vitale.
Quale strada per la pace?
L’unica strada pacifica. Le strade militari non portano da nessuna parte, né tantomeno alla pace. La Russia è un pericolo per il mondo. I massimi dirigenti politici russi chiedono ai militari la soluzione politica per un conflitto che è squisitamente militare. E quando si chiedono soluzioni ai militari si è già al collasso.
Quanto durerà tutto ciò?
La Russia è imprevedibile. Non esiste analisi, prognosi, diplomazia, legalità attendibile. Non si può credere a nulla. Avanzano come tori contro la pezza rossa, hanno costantemente bisogno di problemi esterni perché hanno paura di confrontarsi con quelli interni. Questo popolo è profondamente malato di russismo. Il mondo deve curare la Russia, ma nessuno vuole farlo.
Come bisognerebbe curarla?
Costringendola a rispettare il diritto internazionale da un lato e quello di Dio dall’altro. Il Vaticano potrebbe svolgere un ruolo importante.
E’ una richiesta ufficiale?
Ci siamo già rivolti al Papa perché della Chiesa ortodossa non ci fidiamo, serve troppo gli interessi del Cremlino.
Perché si è rivolto a Gorbaciov?
Lo considero un riformatore straordinario. Ha avviato una causa importante e io sono convinto che ha ancora un futuro e che è l’unico in grado di guidare la Russia di oggi.
Ma i russi non la pensano così…
Nell’85 e nell’87 lo accoglievano con le lacrime agli occhi. Può cambiare di nuovo. Non faccio pronostici ma per me il suo ritorno curerebbe molti mali cronici della Russia. Al potere ora sta gente di strada. Eltsin ha goduto dell’onda d’urto di Gorbaciov e poi ha scaricato lui e tutti i veri democratici. Oggi è attorniato da avanzi di galera. Le dico una cosa: in Russia arriveranno al potere forze terribili armate di soldi e armi. E sarà una tragedia.
Lei ha rimpianto per l’URSS?
Si poteva e si doveva fare diversamente, con graduali riforme democratiche. Sarebbe stato meglio per tutti. L’URSS è andata a rotoli e il tentativo di tenerla insieme ha generato violenze lungo tutto il perimetro dell’impero.
Qual è la Cecenia che sogna?
Libera.
Libera nella CSI?
Dovrà decidere il popolo.
Mi dica della guerra: ci sarà sul serio?
E’ una domanda difficile. Se dipendesse da me pur di non farla mi brucerei sulla piazza pubblica. Ma non dipende da me. Ho detto che se non vado a genio alla Russia o al mondo che si riconosca il diritto di esistere della Repubblica cecena e io andrò a coltivare i fiori. Io non sono un politico. Come soldato sono capace di dire solo quello che vedo. E dopo tanti anni non si possono cambiare le proprie abitudini.
Ho letto che viene definito il nuovo Shamil…
Non bestemmiamo. Shamil fu un uomo geniale, mise in ginocchio i russi per 20 anni, costruì il primo grande stato caucasico, io mi sono occupato solo della piccola Cecenia.
STORIA DELLA “STIGL”, LA COMPAGNIA DI BANDIERA DI DUDAEV
Tra le istituzioni, strutture e compagnie commerciali istituite dalla ChRI nel corso della sua storia, una menzione merita la “Stigl” (in ceceno “Cielo”), l’aereonautica civile della Cecenia indipendente. Costituita all’indomani della Dichiarazione di Indipendenza per volere e diretto interessamento di Dudaev, ebbe un ruolo cruciale tra il 1992 ed il 1994, quando la Russia impose un blocco economico alla Cecenia e l’Aereoporto civile di Grozny divenne l’unico collegamento con il mondo esterno. La piccola flotta civile dell’Ichkeria volò per ventiquattro mesi, garantendo ai funzionari della ChRI la possibilità di svolgere le loro visite diplomatiche, e l’aeroporto accolse migliaia di voli commerciali “non autorizzati” grazie ai quali l’economia cecena poté mantenersi a galla. Lo scoppio della Prima Guerra Cecena e la distruzione al suolo degli aerei della Stigl decretarono per sempre la scomparsa dell’aviazione civile dell’Ichkeria.
Aereo della compagnia di bandiera Stigl
LA CECENIA IN VOLO
I primi aerei civili giunsero in Cecenia nei primi anni ’20 del secolo scorso. All’epoca il Caucaso era uno dei “granai” dell’Unione Sovietica, e la meccanizzazione dell’agricoltura permise l’utilizzo dell’aviazione a scopo agricolo. Nel 1925 una piccola flotta aerea di velivoli per la disinfestazione era già operativa nel Caucaso, e dal 1930 iniziarono i lavori per la costruzione di un aeroporto a Grozny. I primi voli civili, condotti su piccoli biplani R – 5 e Po – 2 iniziarono dal 1938. Tra il 1954 ed il 1964 fiorì lo sviluppo dell’aviazione civile, con l’introduzione delle prime rotte regionali ed il ricambio del parco veicoli con nuovi mezzi d’avanguardia sia nel trasporto passeggeri che nel servizio agricolo. Il traffico aereo rimase piuttosto contenuto e geograficamente limitato fino al 1977, quando le autorità della RSSA Ceceno – Inguscia ordinarono la realizzazione di un moderno aeroporto a Nord di Grozny, che chiamarono “Severny” (letteralmente “Settentrionale”). La nuova pista poteva permettere il decollo degli aerei Tupolev 134, capaci di raggiungere i 2000 km di volo. Grozny poté così essere collegata a 33 grandi città russe, e diventare uno dei principali hub passeggeri del Caucaso Settentrionale.
LA NASCITA DI STIGL
Allo scoppio della Rivoluzione Cecena l’aeroporto Severny ospitava sei Tupolev 134 di proprietà della compagnia di volo civile di Grozny. Uno dei primi interventi di Dudaev fu l’occupazione dell’aeroporto ed il sequestro degli aerei. Era evidente che la Russia si sarebbe opposta alla dichiarazione di indipendenza, e che il primo passo per interrompere la secessione sarebbe stato imporre un blocco economico ed “affamare” il paese. La Cecenia confinava con la Russia su tre lati, e l’unico confine libero dal blocco era quello con la Georgia. Esso, tuttavia, era attraversato da ripide montagne, e non c’era alcuna strada percorribile da autocarri ed autotreni, ma solo una piccola mulattiera che da Itum – Khale raggiungeva il remoto villaggio georgiano d Shatili. L’unico modo per eludere il blocco economico russo era l’aeroporto di Severny, attraverso il quale sarebbe stato possibile raggiungere i confini georgiano, azero e turco in poche ore di volo.
Dudaev, che oltre ad essere un militare era anche un esperto pilota, si dedicò personalmente alla nascita dell’aeronautica civile della Repubblica. Nacque così la Stigl, compagnia di bandiera a capitale pubblico, la quale rilevò sia i velivoli della vecchia compagnia aerea di Grozny, sia la gestione dell’aeroporto civile, che venne ribattezzato Sheikh Mansour in onore dell’eroe nazionale ceceno (per approfondimenti leggi: “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria” acquistabile QUI). Negli hangar della Stigl finirono così 6 Tupolev 134, cui in seguito se ne aggiunsero altri due: un altro Tupolev 134 (da tempo dismesso ma schierato ugualmente sulle piste per impressionare i media russi) ed un Tupolev 154, rimasto fermo all’aeroporto il 25 Dicembre 1993 a causa di un guasto al carrello di atterraggio e lasciato sulle piste a scopo propagandistico e come riserva di parti di ricambio per gli altri veicoli.
L’autorità aereonautica civile di Mosca non riconosceva Stigl come una compagna autorizzata ad operare negli aeroporti russi, così come il governo di Mosca non riconosceva la Cecenia indipendente. Senza riconoscimento ufficiale gli aerei della Stigl erano passibili di abbattimento non appena si fossero alzati in volo. Dudaev decise di risolvere la cosa a modo suo e, fatto preparare uno dei sei Tupolev, si mise personalmente ai comandi del velivolo e lo fece decollare. Alle minacce dei russi di abbattere l’aereo il Generale rispose che tutti i velivoli russi che in quel momento erano in scalo all’aereoporto di Grozny (c’erano due grossi aerei di linea civili in quel momento allo Sheikh Mansur) sarebbero stati fatti saltare in aria. L’azzardo riuscì, ed i russi non impedirono a Dudaev ed al suo aereo di librarsi in volo e dirigersi in Georgia. Nei giorni seguenti il Presidente ceceno volò personalmente in molti paesi mediorientali, molti dei quali lo accolsero con fraterna amicizia.
Disegno di un velivolo Stigl e delle coccarde disegnate sulla sua fusoliera
IL “BUCO NERO” CECENO
L’impresa aerea di Dudaev rese chiaro che i ceceni potevano violare impunemente il blocco aereo imposto dai russi, e rifornire la Cecenia tramite il suo principale aeroporto. Non solo: l’assenza di dazi doganali in ingresso avrebbe attratto i contrabbandieri di tutto il mondo, permettendo alla Cecenia di inondare il mercato russo dall’interno di merci a basso costo non gravati da tassazione. Gli storici Gall e De Waal hanno descritto il sistema di import – export illegale, basato sui cosiddetti “shuttle – tours”: Un gruppo di individui costituiva una “compagnia turistica” ed affittava un aereo, spesso dall’Ucraina o dall’Azerbaijan. Le “navette” si occupavano poi di fungere da piccoli trasporti volando continuamente da e verso l’aeroporto di Grozny. Per aggirare il blocco dei voli ogni “compagnia” pagava fino a 20.000 dollari al mese a funzionari dell’aeroporto. Il volume di mercato generato, totalmente esentasse permetteva ai commercianti di vendere le loro merci con un 20 – 30% di sconto rispetto ai prezzi medi russi. Il contrabbando era talmente pervasivo che, a quanto pare, quasi un ceceno su due ne era a vario titolo coinvolto. Ovviamente non c’erano solo beni di consumo, ma anche e soprattutto beni illegali nel portafoglio del mercato nero. In particolare, nel settore delle armi la Cecenia era sia un crocevia sia un acquirente diretto. Per quanto riguarda le droghe, queste erano smerciate più che dentro la Cecenia, attraverso di essa. Nelle sue memorie l’autore Anatol Lieven, che visitò la Cecenia alla fine del 1992, racconta: “Rispetto ai grandi bazar del passato, questo non era forse niente di straordinario: niente grandiosità architettonica, niente spezie o tappeti esotici, solo una tipica strada sovietica di uffici e condomini rivestiti da bancarelle rozzamente costruite, in un mare di fango e di rifiuti. La quantità di articoli in vendita era enorme, ma la gamma non era molto ampia. La maggior parte erano merci standard del Caucaso e della Russia Meridionale: grandi mucchi di frutta e di verdura locale, salsicce e polli affumicati, salse di frutta e carote in salamoia. E una massa di merci importate a buon mercato, principalmente dal Medio Oriente, birra e jeans turchi, profumi, peluche dal Pakistan, un’offerta praticamente infinita di dopobarba maschile a buon mercato ed alcol e liquori dall’aspetto dubbio, tra cui uno Scotch Whisky terrificante di nome “Black Willie”. Di notte i lampioni erano spenti, il bazar era illuminato da cumuli di spazzatura bruciata. […] Il mercato era così grande perché sotto Dudaev l’aeroporto di Grozny funzionava come porto di accesso libero in Russia, senza dogana o guardie di frontiera. Per qualche motivo, fino al novembre del 1994 la Russia non prese provvedimenti per chiudere l’aeroporto, mentre la corruzione dell’esercito e della polizia permetteva, dietro il pagamento di “tasse non ufficiali”, il libero fluire delle merci in Russia., e da questa al Bazar di Grozny. […]. Su Via Rosa Luxembourg […] si ergeva l’unico mercato di armi interamente pubblico sul territorio dell’Ex Unione Sovietica. Su questo marciapiede, accanto all’ufficio postale principale, era in mostra di tutto: dalle semplici granate ai sofisticati fucili da cecchino, tutti di origine sovietica, la maggior parte proveniente dagli arsenali dell’esercito russo, molti dei quali destinati ad uccidere soldati russi. Erano stesi semplicemente sui tavoli in strada: se avesse piovuto, sarebbero stati coperti con sacchi di plastica.”
LA GUERRA
Tra le varie cause che portarono allo scoppio della Prima Guerra Cecena ci fu senz’altro l’utilizzo dell’aeroporto di Grozny come valvola commerciale per il contrabbando ed il mercato nero di prodotti di ogni tipo, tramite la quale gruppi criminali ed imprenditori senza scrupoli si arricchivano alle spalle del fisco e della legge. Senza contare il mercato dei titoli contraffatti e del trasporto illegale di capitali, che con la trasformazione della Cecenia in una “backdoor” della Federazione Russa trovò nel Paese una vera e propria corsia preferenziale priva di controlli. D’altra parte, di fronte all’assedio economico di Mosca, ai separatisti non rimaneva altra strada se non quella eluderlo in qualsiasi maniera possibile. Ad ogni modo, il 1 Dicembre 1994, dieci giorni prima che le truppe federali varcassero il confine e puntassero sul Palazzo Presidenziale di Grozny, uno stormo di cacciabombardieri russi attaccò lo Sheikh Mansour, distruggendo al suolo quasi tutto il parco velivoli della Stigl. Soltanto due Tupolev 134 riuscirono a salvarsi dalla distruzione: il primo, che era stato venduto ad una aerolinea sudanese, non era più parte della flotta Stigl al momento del bombardamento. Il secondo, miracolosamente sopravvissuto, volò in circostanze misteriose da Grozny al Cairo, dove fu rimorchiato e messo in deposito dopo aver tratto in salvo i suoi sconosciuti passeggeri. Le carcasse dei velivoli semidistrutti vennero rimorchiate dai russi ai lati della pista di decollo, e lì abbandonati dopo essere stati cannibalizzati di tutte le parti utili e commerciabili.
Carcasse degli aerei di linea della Stigl dopo il bombardamento dell’aereoporto Sheikh Mansour
DOPO LA GUERRA
Alla fine della Prima Guerra Cecena il governo della ChRI non aveva né le risorse né il personale per portare avanti la ricostituzione di una compagnia aerea di bandiera. L’aeroporto di Grozny, ridenominato durante l’occupazione “Serverny”, venne nuovamente ribattezzato Sheikh Mansour, ma oltre a questo molto poco fu fatto per riportarlo all’operatività. Le trattative per permettere ai velivoli di utilizzarlo per lo scarico delle merci cozzarono contro il rifiuto, da parte delle autorità federali, di accordare qualsiasi “zona fiscale privilegiata” allo scalo: in sostanza, se i separatisti avessero voluto usare l’aereoporto avrebbero dovuto farlo alle stesse regole degli altri aeroporti russi. Formalmente la Stigl continuò ad esistere come società di gestione dell’aereoporto, affidata alla direzione di Khusein Khamidov.
La situazione si complicò ulteriormente man mano che il governo Maskhadov iniziò a perdere il controllo di intere regioni del paese. Agli inizi del 1999 la situazione era talmente deteriorata che le bande criminali operavano impunemente fin dentro Grozny, sotto la protezione di alti esponenti dello stato. L’aeroporto Sheikh Mansur, ancora semi – distrutto e quasi in disuso (fatta eccezione per i pochi voli umanitari e qualche missione diplomatica russa) divenne terreno di caccia dei sequestratori per riscatto. Il 5 Marzo 1999 il Rappresentante del Ministero degli Interni russo in Cecenia, Generale Gennady Shpigun venne rapito pochi istanti prima che l’aereo che lo trasportava decollasse. Shpigun fu detenuto fino allo scoppio della Seconda Guerra Cecena. Il suo corpo fu infine trovato nei pressi di Itum – Khale il 31 Marzo 2000. A seguito del rapimento di Shpigun Maskhadov impose la chiusura dell’aereoporto, non potendo garantire la sicurezza ai suoi pur rari visitatori.
Secondo alcune fonti questo sarebbe il Tu – 134 sopravvissuto alla distruzione dell’aereonautica civile della ChRI. Attualmente sarebbe parcheggiato in un deposito di Kharthoum, Repubblica del Sudan.
Allo scoppio della Seconda Guerra Cecena l’aereoporto fu immediatamente bombardato e reso inutilizzabile, per quanto ormai fosse per lo più in disuso. La seconda occupazione russa della Cecenia rese impossibile qualsiasi attività nel campo dell’aeronautica civile al governo separatista, il quale si ritirò sulle montagne portando avanti la guerriglia partigiana. La Stigl non operò mai più: al suo posto, dal 2007, venne istituita la Grozny Avia, la quale operò dall’aereoporto Sheikh Mansur, ribattezzato con il doppio identificativo di Serverny e di Solzha – Ghalin dudenayukara airport (Solzha – Ghala è il nome tradizionale ceceno per Grozny). L’aereoporto, completamente ristrutturato nello stesso 2007, è tutt’ora completamente operativo ed è riconosciuto aeroporto internazionale dal 2009.
Ciò che rimane di un velivolo della Stigl all’aereoporto di Severny, 1995.
Aslan Maskhadov fu Capo di Stato Maggiore dell’esercito ceceno dalla primavera del 1994 al Settembre del 1996, quando fu nominato capo del Governo Provvisorio post – bellico. Eletto Presidente della Repubblica nel Gennaio 1997, guidò la ChRI fino alla sua morte, nel 2005.
Durante la Prima Guerra Cecena fu l’ideatore delle strategie di difesa e di attacco per tutto il corso del conflitto: organizzò la difesa di Grozny nei primi mesi del ’95, la guerra di posizione fino al Maggio dello stesso anno, la guerra di movimento sulle montagne ed i due riusciti raid su Grozny, l’ultimo dei quali, passato alla storia come Operazione Jihad, condussero alla vittoria cecena ed agli Accordi di Khasavyurt.
Di seguito riportiamo un’intervista rilasciata da Maskhadov nel Giugno 1999 alla testata “Small Wars Journal”:
Aslan Maskhadov
IL FIASCO DI CAPODANNO
I russi non intrapresero una guerra correttamente, erano preparati soltanto a subire perdite enormi ed a distruggere tutto. Non valorizzavano i loro soldati, mentre noi consideravamo ognuno dei nostri uomini. Per esempio: la Battaglia di Grozny del 31 Dicembre 1994. C’erano rumorosi e vanagloriosi annunci del Ministro della Difesa russo, Pavel Grachev, secondo i quali la città avrebbe potuto essere presa con un reggimento di forze speciali. I russi entrarono in Cecenia con circa 3 – 4 divisioni. Erano posizionati nella valle di Dolinsky, a Tolstoy Yurt, ad Argun e ad Achkoy – Martan. Avevano truppe d’elite e commandos, reggimenti corazzati.
Il nostro primo problema fu quello di evitare la ritirata ed ingaggiare i russi in battaglia. La prima battaglia che combattemmo si svolse letteralmente alle porte del Palazzo Presidenziale. Il mio Quartier Generale era nel basamento del palazzo. La 131° Brigata Motorizzata, il 31° Reggimento Corazzato Samara ed altre unità furono in grado di entrare dentro Grozny senza opposizione. Non avevamo un esercito regolare che potesse opporsi alle forze russe, soltanto alcune piccole unità che cercavano di tenere varie posizioni nella città. I russi piombarono dentro Grozny sui loro APC e carri armati senza usare la fanteria, come fossero ad una parata. Circondarono il Palazzo Presidenziale, la città fu riempita di carri. Ero nel mio Quartier Generale, circondato dai carri russi. Decisi che avremmo dato battaglia. Detti il comando a tutte le piccole unità che avevamo in giro per la città di lasciare lo loro posizioni e di dirigersi al Palazzo Presidenziale. Loro non sapevano che ero circondato ma io sapevo che quando fossero arrivate avrebbero affrontato il nemico.
Video contenente filmati originali della Battaglia di Grozny. L’audio è in russo.
Le nostre unità iniziarono ad arrivare, videro le posizioni russe e la battaglia iniziò, i russi non se l’aspettavano. Erano seduti ai loro posti, molte delle loro truppe erano posizionate come in una parata intorno al Palazzo e sulla piazza di fronte alla stazione ferroviaria. I loro APC furono distrutti in meno di quattro ore. I russi fuggirono, cacciati, attraverso Grozny, inseguiti dalle nostre unità armate di lanciagranate, anche da ragazzi con bottiglie molotov. Questo durò per 3 giorni: tutte le apparecchiature russe, 400 tra carri e APC che entrarono a Grozny, furono distrutti. La città si riempì di cadaveri di soldati russi. Fu un tremendo successo.
LANCIAGRANATE CONTRO CARRI ARMATI
Una delle ragioni del nostro successo fu l’operazione del 26 Novembre, quando l’opposizione cecena attaccò la città con 50 veicoli corazzati. Gli ufficiali e gli equipaggi erano contractors russi. Raggiunsero il Palazzo Presidenziale, dove il primo carro fu distrutto. Dopo tre ore tutto l’equipaggiamento era in fiamme o catturato, inclusi 11 carri armati. Questa battaglia fu una sorta di prova. La gente perse il timore dei carri russi: erano semplici scatole di fiammiferi. Questo primo successo dette fiducia ai nostri uomini: il 31 Dicembre, quando vedevano un carro armato, consideravano un loro compito distruggerlo. In alcuni casi divenne una competizione: “lasciami questo carro, è mio”.
Quando tutti i mezzi russi furono distrutti intorno al Palazzo Presidenziale, la mia decisione successiva fu quella di difendere il Palazzo. Combattenti e volontari iniziarono arrivare dai quattro angoli della Cecenia. Li registrai e dissi loro “questa è una casa, avete 40 uomini, difendetela e non muovetevi da lì”. Così un poco alla volta venne organizzata la difesa intorno al Palazzo Presidenziale. La divisione commando del Generale Babichev, che stazionava nei pressi di Achkoy Martan si mosse lungo la cresta montuosa e si affacciò su Grozny, altre unità russe furono richiamate, la battaglia si accese intorno al Palazzo per ogni casa, ogni quartiere della città. Le nostre unità si comportarono bene, respinsero ogni attacco. I russi erano riluttanti ad usare la fanteria. Ebbi l’impressione che fossero impauriti, tutto quello che volevano era trincerarsi in posizione difensiva, nascondere i loro carri, ma era impossibile in queste condizioni: al contrario era più pericoloso. Così i carri e gli APC bruciarono ed i soldati perirono all’interno. Non ci fu nessun tentativo di difendere o coprire i carri, o di accompagnarli con la fanteria. Semplicemente loro avanzavano in massa, e come avanzavano venivano distrutti. Più tardi la battaglia si accese intorno all’edificio del Consiglio dei Ministri, all’Hotel Kavkaz, ed al vecchio Istituto Petrolifero, dove avevamo 12 combattenti. L’edificio fu circondato da carri armati, i quali iniziarono a sparare senza sosta. I miei uomini mi chiesero aiuto, ma non potevo provvedere a loro. “Allah vi aiuterà” dissi loro. Un’ora più tardi fecero fuori un carro, poi un altro. AI russi saltarono i nervi e si ritirarono. Fu così che combattemmo.
Miliziani combattono tra le carcasse di mezzi blindati russi messi fuori combattimento.
DAL PALAZZO PRESIDENZIALE A PIAZZA MINUTKA
Difendemmo il Palazzo per 18 giorni. Dopo un costante fuoco di mortaio rimase soltanto il guscio dell’edificio, tutti gli alberi di fronte al palazzo furono spazzati via. Vicino, nel quartiere dell’Archivio Nazionale, a 20 metri dal Palazzo, le unità Alfa e Beta tentarono di irrompere intorno al 5/6 Gennaio (1995). Occuparono l’edificio che si trovava all’angolo con il Palazzo Presidenziale. Mi aspettavo un attacco da quella direzione, e tenni le mie migliori unità su quel lato. Loro provarono molte volte ad irrompere ma non riuscirono a coordinare un attacco frontale completo. Poi intorno al 18 Gennaio l’aviazione russa lanciò bombe di profondità sul Palazzo Presidenziale. Tre bombe colpirono il basamento dove avevamo il nostro Quartier Generale – una colpì il corridoio, un altra l’infermeria, ed una porta sul retro. Fortunatamente il giorno precedente le donne ed i dottori erano stati evacuati, ed erano rimasti soltanto i soldati e la Guardia Presidenziale.
Rimanemmo con il cielo sopra le nostre teste e decidemmo di lasciare il Palazzo. Pianificai la ritirata nella notte, intorno alle 22. Tutti i nostri combattenti che erano circondati in città o che stazionavano più lontano in periferia dovettero ritirarsi per primi oltre il fiume Sunzha. Quelli che coprivano la ritirata e la Guardia Presidenziale furono gli ultimi ad andarsene, alle 23. Yandarbiev ed io ce ne andammo alle 22 in direzione del Sunzha. Avevamo 4 uomini con me. Basayev ci stava aspettando oltre il Sunzha, dove installammo un altro Quartier Generale. Tutti quelli che riuscirono a ritirarsi dalla città attraversarono il Sunzha: i russi ovviamente non se ne accorsero. Continuarono a bombardare il Palazzo Presidenziale per tre giorni, chiaramente non intenzionati ad avanzare le loro truppe.
Militari russi attraversano le rovine di Piazza Minutka
La decisione successiva fu quella di mettere tutte le truppe disponibili lungo una linea di difesa sul Sunzha. Mentre i russi ancora bombardavano il Palazzo, prendemmo rapidamente posizione e costruimmo difese su ogni ponte sul Sunzha che divide la città in due. Potevamo assegnare soltanto 5 o 10 uomini ad ogni ponte. Installai il mio Quartier Generale nell’ospedale cittadino numero 21. Rafforzammo le nostre posizioni con nuove truppe fresche appena arrivate. Riuscimmo a tenere la posizione per un altro mese, con attacchi e ritirate, attacchi e ritirate. Dall’altra parte del Sunzha i russi rasero al suolo ogni edificio, ma non portarono i loro carri oltre i ponti per via delle nostre difese. Alla fine riuscirono ad aprirsi una breccia alla stazione dei tram, attaccandoci da dietro. Eravamo virtualmente accerchiati. Fu in quel momento che decisi, contro ogni logica militare, di contrattaccare […] costringemmo i carri a ritirarsi. Come fu possibile? I nostri uomini non sapevano come scavare trincee, lo consideravano umiliante, ma non c’era scelta – le case erano troppo piccole e fragili, non avrebbero retto ad un attacco corazzato. Così costituimmo una linea tra il Sunzha e (Piazza) Minutka, scavammo trincee, e con circa 40/50 uomini avanzammo metro per metro, scavando ancora trincee finché non ci trascinavamo vicino ai carri e li bruciavamo. Li pressavamo finché non si ritiravano, poi scavavamo ancora e avanzavamo. Era una guerra di trincea altamente non convenzionale!
Nel frattempo nuovi sviluppi pericolosi stavano avvenendo nella direzione del Ponte Voykovo (un ponte sospeso). I carri lungo il fiume stavano coprendo la fanteria che tentava di passare il ponte. I russi avanzarono fino a 200 metri dal mio Quartier Generale. Lanciai tutte le forze disponibili contro di loro ma non riuscii a fermare l’offensiva. Avevano già raggiunto Piazza Minutka. Decidemmo di muovere il Quartier Generale indietro e di abbandonare le nostre posizioni sul Sunzha. La ritirata fu organizzata nella stessa maniera in cui era stata messa in atto la ritirata dal Palazzo Presidenzale – ogni unità sapeva in quale ordine ed a quale ora ritirarsi. La nostra retroguardia era nel 12° distretto, comandata da Shamil Basayev. Alle 18 ci eravamo tutti ritirati alla nostra terza linea di difesa nel 30° e nel 56° distretto lungo la cresta montuosa.
I resti del quartiere governativo di Grozny, Febbraio 1995
DA SHALI A VEDENO
Quanto tenevamo Grozny vivevamo una sensazione di euforia. Invece temevamo che se avessimo abbandonato la città saremmo stati vulnerabili nelle pianure. Non avevamo unità corazzate e non potevamo sopravvivere lì. Qualunque cosa fosse successo sarebbe stato più facile combattere in città, così combattemmo casa per casa. Tenemmo duro per circa due settimane. Ci lasciai Shamil Basayev e spostai il mio comando a Shali, posizionando le difese lungo il fiume Argun. Vi portammo tutto quello che avevamo, qualche carro e qualche cannone. Tenemmo ancora per un po’, poi dovemmo abbandonare Shali ed Argun, non volevamo combattere la come avevamo fatto a Grozny, avremmo condannato quelle città. Quando i russi attraversarono l’Argun ci ritirammo sulle montagne. Sapere che avevamo le montagne dietro di noi ci dette una certa sicurezza. Non difendemmo i villaggi tra Shali e le montagne per evitare distruzioni inutili. Le montagne erano la nostra ultima speranza. Organizzammo le nostre difese a Serzhen Yurt, Bamut, Agishty, lungo le gole delle montagne. Tenemmo duro per un paio di mesi perché i russi non erano intenzionati a muovere un’offensiva nel sud, anche se i bombardamenti aerei continuarono per tutto il tempo.
Nel Maggio 1995 dovemmo ritirarci da Vedeno. Fu lì che fummo traditi. Stavamo tenendo le cime sopra il Canyon Vashtary – è una gola così stretta che due uomini con i lanciagranate avrebbero potuto fermare un’intera divisione. Avevo cento uomini ed ero sicuro al cento per cento che i carri non sarebbero passati quando, improvvisamente, 400 carri mossero su Mekhketi alle nostre spalle. Questa fu la situazione più difficile che affrontammo durante la guerra. Non potevamo capire come questo potesse essere successo. Ancora non conosciamo com’è andata quel giorno. Fummo costretti ad abbandonare Vedeno.
Soldati delle forze armate della ChRI si sfidano in un torneo sportivo a Vedeno, poco prima che la città venga occupata dai russi. A fare da arbitro Shamil Basayev,
BUDENNOVSK E IL NUOVO CORSO DELLA GUERRA
Budennovsk fu seguita da negoziati per un cessate – il – fuoco che ci dette un po’ di respiro. L’accordo per il cessate – il – fuoco fu un moderato successo, anche se Dudaev non ne fu soddisfatto. I russi avevano tentato di marginalizzare la resistenza spingendola sulle montagne. Tuttavia insistei durante i negoziati affinché fosse istituita una forza di “autodifesa” di 20/30 uomini in ogni villaggio, città o insediamento in Cecenia. Il Generale Kulikov fu d’accordo. Tre mesi più tardi, quando divenne ovvio che il cessate – il – fuoco stava venendo violato, si lamentò con me: “non vi abbiamo disarmato, ma riarmato!”. Prima avevo cinque, seimila combattenti. Con le unità di autodifesa portai i membri delle nostre forze armate a dieci, dodicimila. Ma la cosa più importante era che ancora una volta eravamo padroni nelle nostre città e villaggi. I villaggi più piccoli fornivano compagnie, i più grandi battaglioni e reggimenti, ogni distretto aveva i suoi comandanti, i nostri numeri crescevano. Così tutto quello che i russi avevano precedentemente conquistato era andato perduto per loro.
Dopo l’attentato dinamitardo al Generale Romanov i combattimenti ripresero. I russi lanciarono un’offensiva politica con la pretesa di disarmare e pacificare i villaggi, e di installare un’amministrazione – fantoccio. Come ci riuscirono? Per esempio nel caso di Gerzel, circondarono il villaggio con 400 carri armati. Avevamo soltanto 30 combattenti nel villaggio. Il nostro ordine fu che questi non difendessero il villaggio ma vi si nascondessero dentro. Se i russi fossero entrati nel villaggio loro avrebbero dovuto distruggere quanti più carri ed APC avessero potuto, per poi ritirarsi. I russi dettero un ultimatum. Generalmente non si arrischiavano ad entrare nel villaggio quando sapevano che c’erano dei combattenti al suo interno, ma si mantenevano alla periferia. Poi uno o due dei loro uomini della milizia apparivano e facevano delle fotografie, fingendo che si stessero svolgendo negoziati per il disarmo del paese. Questi scenari vennero ripetuti in molti posti.
Aslan Maskhadov e Shamil Basayev
Decidemmo di contrattaccare a Novogroznensky nel Dicembre del 1995. Combattemmo la per una settimana. All’inizio la nostra tattica fu quella di ingaggiare i russi, poi ritirarsi e prendere posizione tra i villaggi e lungo le strade, colpirli lungo le vie di comunicazione, poi attaccare di nuovo le posizioni russe nelle città, e ancora ritirarci. Più tardi lanciammo operazioni di commando per tagliare le linee di comunicazione. Nella primavera del 1996 fummo ancora una volta spinti verso sud nelle montagne. I russi occuparono Dargo, Benoy, Shatoy, Bamut. Dovemmo ritirarci fino ad Itum Khale. Più tardi iniziarono i negoziati di Nazran, nei quali entrambe le parti si accordarono per interrompere le azioni militari. Tuttavia i russi non avevano intenzione di rispettare questi accordi. Quando tornai da Nazran con la mia delegazione, fummo attaccati tre volte sulla strada principale. Praticamente tutte le strade erano minate, fu un miracolo se riuscimmo a tornare indietro vivi.
Il 9 Giugno ci incontrammo nel Quartier Generale di Mechkey con un rappresentante di Lebed (Kharlamov). Dopo l’incontro ci furono pesanti attacchi aerei su tutte le mie basi. Unità di commando vennero trasportati via elicottero ed occuparono le creste montuose. Fu un ultimo disperato tentativo da parte dei russi di prendere l’iniziativa. Eravamo circondati, schiacciati contro le montagne sotto il fuoco dell’artiglieria e dell’aereonautica. Riuscii ad attraversare i passi di montagna a piedi ed a ritirarmi attraverso Uluskert. Shamil Basayev sfondò attraverso Sharoy. Attraversammo il fiume Argun, superammo Dasho Borzoy e raggiungemmo Nizhny Atagi. Sfuggimmo per miracolo. A quel punto fu chiaro che non ci sarebbe stata pace, che tutto stava ricominciando di nuovo. Fu allora che prendemmo la decisione di riprendere Grozny.
Maskhadov esorta i suoi sostenitori, Luglio 1995
OPERAZIONE JIHAD
Avevamo iniziato a preparare questa operazione sei mesi prima. Avevo sempre pensato che la guerra sarebbe finita con la riconquista di Grozny. Avevo pensato a questo continuamente, fatto alcune prove radio, provocando gli ufficiali russi. Studiavo sulle mappe la posizione di ogni unità russa, gli accessi, quali rotte avrebbero dovuto seguire i comandanti, eccetera. Avevo tutto pronto. Organizzammo un incontro con i nostri comandanti, i quali ci fecero i loro rapporti, condivisero le informazioni, e fecero ricognizioni lungo i percorsi. Conoscevamo le posizioni dei russi a Grozny, i loro numeri, dove si trovavano i blocchi stradali. Il 3 Agosto 1996 detti l’ordine di muovere sulla città. In quel momento i russi erano ovunque, anche a Dargo. Ci muovemmo attraverso le loro posizioni da tutte le direzioni, anche da oltre il Terek. Intendevamo entrare a Grozny il 5 Agosto. Incredibilmente quel giorno i media russi annunciarono che i ceceni sarebbero entrati a Grozny. Ero impensierito perché c’erano due aree nel 56° Distretto di Grozny dove era facile prendere in un’imboscata le nostre truppe, ma era troppo tardi per fermare l’attacco. 820 uomini presero parte all’operazione. Detti ordine che ogni comandante guidasse i suoi uomini, sia che avesse con sé 20 combattenti sia che ne avesse 200. Avrebbero dovuto essere in prima linea. Lo considerai la cosa più importante. Se fossero morti, saremmo morti tutti.
L’attacco iniziò alle 5 di mattina del 6 Agosto. Tutti i nostri obiettivi furono centrati. Fu un successo. I nostri uomini entrarono in città attraverso diverse rotte per raggiungere i loro obiettivi )presidi, basi, commissariati, la guarnigione di Khankala) e li presero di sorpresa, poi proseguirono tagliando le rotte e facendo si che nessuno le attraversasse, disponendo qualche cecchino ed un mitragliere. Ogni unità sapeva precisamente in quale sezione avrebbe dovuto operare. In pochissimo tempo tutte le strade furono bloccate fino all’aeroporto di Severny ed i russi furono immobilizzati. Quando le colonne russe tentarono di penetrare in città dall’esterno era troppo tardi. Tutte le basi erano state catturate o disarmate. Non riuscimmo a prendere il palazzo del governo e quello del Ministero degli Interni, e decidemmo di distruggerli. Il giorno successivo apparve Lebed, inaspettatamente, alle 2 di mattina, a Starye Atagi. Offrì l’apertura di un negoziato. […] Mi disse: “Se lasciate la città vi do la mia parola di ufficiale che presto non ci sarà un solo soldato russo sul suolo ceceno.” La mia risposta fu “non lascerò mai la città, è inutile, anche se volessi farlo non sarei autorizzato a farlo – parliamo in un altro modo”. Suggerii lui che i russi avrebbero potuto ritirare le loro truppe dalle montagne alle pianure. Per ogni reggimento che avessero ritirato io avrei ritirato una delle mie unità, ed avremmo potuto stabilire una commissione militare congiunta. Lui non poteva essere d’accordo: “Il presidente mi ha affidato un compito”. Ci lasciò, nel panico. A questo seguì l’ultimatum di Pulikovsky: avremmo dovuto ritirarci o lui avrebbe raso al suolo la città. Fu probabilmente un’iniziativa di Lebed. Poi mi incontrai con Pulikovsky (venne ad Atagi). Era in uno stato terribile, molto nervoso. “Che cosa avete fatto, ci sono donne e bambini a Grozny, come avete potuto fare una cosa così terribile?” Ci confrontammo per due ore. Gli dissi che era lui l’aggressore, che era entrato nella mia capitale con la sua armata, e che io la stavo liberando dai barbari russi. Questa discussione andò avanti per 30 minuti. Lui capì, alla fine. Gli ripetei che non ci saremmo mossi da Grozny. La conversazione era surreale: Pulikovsky era sconvolto dal fatto che non intendessi ubbidire agli ordini del Presidente russo. Io gli feci notare che se fossi stato disposto ad ubbidire agli ordini di Eltsin non ci sarebbe stata la guerra. Ci lasciammo senza aver raggiunto un accordo. Quando il termine dell’ultimatum scadde riapparve Lebed, dichiarando che “i ragazzi hanno fatto una dichiarazione avventata, senza essersi consultati con le alte autorità, ecc.” Pulikovskoy fu rimpiazzato da Tikhomirov. Lebed accondiscese alle nostre condizioni. Firmammo un cessate – il – fuoco. I russi iniziarono a ritirare le loro truppe dalle montagne, Shatoy, Benoy. Poi scegliemmo i distretti cittadini dai quali avrebbero dovuto ritirarsi. Istituimmo una commissione congiunta. Lebed commentò: “La città è vostra, se una commissione ha soltanto due ceceni, è sufficiente per essere nelle vostre mani”. Lo rassicurai: “Non preoccuparti, darò ordine ai miei uomini di non bullizzare i suoi soldati”.
Miliziani separatisti caricano le loro armi, Grozny, 1996
LEZIONI DI GUERRA
Lo spirito è il fattore più importante. Per esempio: come comandante delle unità di resistenza, dico ai miei uomini: “restate in questa casa e non muovetevi”. Loro considerano umiliante rimanere semplicemente seduti ad aspettare. Dopo due o tre giorni non rimarrebbero ancora a lungo, farebbero automaticamente una sortita, proverebbero a distruggere qualcosa. Successivamente mi spiegherebbero la loro tattica militare. Io risponderei: la Russia ha migliaia e migliaia di carri. Il fatto che avete bruciato 10 APC non farà alcuna impressione. Inoltre è l’unico esercito che non conta la sue vittime. Per questo vi prego, rimanete nelle vostre posizioni per tutto il tempo che vi ordino. Se ve ne andate almeno fatemelo sapere”. In ogni caso era difficile tenerli sulle loro posizioni per più di 3 giorni – erano iperattivi! Ogni ceceno è un generale, uno stratega ed un tattico, ognuno ha un piano per sconfiggere la Russia! Per questo dovevo lasciare una certa libertà di iniziativa. Questa fu la premessa del nostro successo. Fu grazie alla mentalità ed al carattere della nostra gente.
C’era anche il fattore religioso. Come militare conoscevo le capacità dell’esercito russo. Quando una colonna russa avanzava e non ti erano rimaste munizioni adeguate e stavi aspettando che si muovessero di 200 o 300 metri per distruggerli, e questo ti riusciva – questi erano miracoli. Fu in quel momento che il fattore religioso iniziò ad avere gioco. Cominciavi a credere che il destino fosse nelle mani di Dio. Ricordo di essermi sentito così a Vedeno, nel Maggio 1995, quando i bombardieri russi arrivavano come uno sciame di mosche. Anche ad Argun, dove avevo il mio Quartier Generale: alcuni anziani vennero per lamentarsi dei bombardamenti intorno ai loro villaggi. Ero furioso e mi rifiutai di riceverli nel mio Quartier Generale. Uscii fuori dal mio seminterrato, c’era una Zhiguli, aprii la portiera e due missili caddero a dieci metri di distanza. Gli uomini furono fatti a pezzi ma io non ricevetti nemmeno un graffio. Ci furono molte altre situazioni nelle quali sopravvissi miracolosamente, cacciato dagli aerei da caccia […].
Sostenitore dell’indipendenza sventola la bandiera della ChRI ad una manifestazione a favore del ritiro delle truppe federali. Grozny, primavera del 1996.
C’era un altro fattore. Gli analisti affermavano che avevamo cinquemila/diecimila combattenti, ma noi sapevamo che era importante mostrare che tutta la nazione stesse combattendo. Mancavamo di tutto, ma ogni casa era un rifugio. In ogni luogo eravamo rifocillati e potevamo riposarci. Ovviamente era pericoloso per le persone, ma nessuno si rifiutò di darci rifugio. Ogni proprietario di casa aveva della riserve. I ceceni sono ricchi perché hanno sempre riserve, non vivono alla giornata. Chiedemmo alle persone di tenere dimostrazioni, bloccare la strade, eccetera. Questa era la lotta di tutta la nazione.
Il resto era irrilevante. Sono stato spesso criticato e consigliato che avremmo dovuto passare alla guerra partigiana. Dudaev consigliò delle tattiche “afghane” “attacca e fuggi”. Queste erano le tattiche dei volontari stranieri. Ero contrario perché in un piccolo territorio come il nostro se avessimo usato tali tattiche saremmo stati spinti in profondità sulle montagne in meno di una settimana. Durante tutta la guerra tenemmo una linea di difesa, nella città come nelle montagne avevamo un territorio nel quale ritirarsi. All’inizio le nostre tattiche erano puramente difensive, poi passammo a manovre offensive, più tardi a tattiche di commando ed alla guerra sulle linee di comunicazione. Non sono mai stato entusiasta riguardo a raid come quelli su Budennovsk o Pervomaskoye (Klizyar, ndr). Dovevamo combattere con onore, per mostrare non soltanto il coraggio ma anche le qualità del nostro popolo. Le leggi di guerra dovevano essere seguite nonostante i nostri piccoli numeri
Volevo mostrare la superiorità del nostro codice d’onore al pari delle nostre abilità militari. Penso che ci riuscii. Non approvai operazioni come quella di Pervomaikoye (di nuovo, Klyziar, ndr) – sapevo che l vittoria sarebbe stata nostra in ogni caso. Budennovsk fu più importante: costrinse i russi al tavolo dei negoziati. Fu la prima volta che la gente in Russia si rese conto che c’era una guerra. Era molto importante psicologicamente – i russi non potevano credere che i civili potessero essere uccisi alla luce del giorno in “tempo di pace”. Che tipo di pace era questa? Loro non credevano che ci fosse la guerra. Era importante dimostrare che le persone potevano essere uccise anche in Russia. Budennovsk aprì gli occhi al russo medio.
A Vedeno giunse un gruppo di 30 madri, parlai con loro, le rassicurai quando un massiccio attacco aereo ci colpì. Ero arrabbiato, mentre ero gentile con queste donne che avevano mandato i loro figli ad uccidere i miei fratelli, questi barbari ci colpirono. Le madri capirono che ero furioso e se ne andarono. Fino ad allora non avevano preso sul serio la guerra, anche se volevano proteggere i loro figli.
Aslan Maskkhadov ed Alexander Lebed firmano i protocolli di Khasavyurt
EDUCAZIONE MILITARE
Come ufficiale ceceno, dovevo ri – regolare tutti i concetti, diventare professionale in un altro modo. Tutti gli uomini erano volontari, non potevo neanche dar loro un fucile mitragliatore o una pistola. Ognuno aveva la sua idea riguardo la tattica, come dicevo prima. Era impossibile dar loro ordini, era necessaria più diplomazia. Quando gli uomini mi spiegavano come combattere, dovevo ascoltarli diplomaticamente per 30 minuti, far loro i complimenti, poi imporre il mio volere. Era un approccio differente rispetto all’esercito russo.
Ti darò un esempio: un giorno Dzhokhar venne da me al Quartier Generale. I comandanti si raggrupparono e lo attaccarono: “che tipo di guerra è questa? Non abbiamo niente!” Lui li guardò e disse loro “Dunque, che cosa posso darvi se non abbiamo niente?” Mi sentii veramente dispiaciuto per lui. Lui si alzò e disse: “Vi ho ordinato di combattere? Siete venuti di vostra spontanea volontà. State combattendo per Allah” e se ne andò. Se avesse promesso qualcosa sarebbe stato più difficile. Sapevamo di non avere nulla, sapevamo che non potevamo aspettarci alcun aiuto nonostante il mondo esterno parlasse di mercenari stranieri, arabi, “tuniche bianche”, afghani. Ma ce n’erano così pochi di questi, qualche dozzina al massimo. Le armi che riuscivamo ad ottenere dall’esterno erano poche quasi nessuna. Le migliori risorse erano i magazzini di rifornimento russi.
I nostri uomini divennero ingegneri piuttosto esperti sapevano come costruire le loro difese. Il tiro dei GRAD non li impressionava più di tanto e la fanteria russa non aveva il morale per combattere. I Russi circondarono Pervomaiskoye con un triplo anello e pensavano che non ci fosse bisogno di un attacco di fanteria. Spostai il mio Quartier Generale a Novogroznensky e portai tutti i miei rifornimenti. Da lì facemmo una diversione in direzione di Sovenskoye per aiutare gli uomini a Pervomaiskoye, e richiamammo il fuoco dell’anello esterno su di noi. A quel punto aprimmo uno stretto corridoio dall’altra parte, lungo il Terek, dal lato del distretto di Shelkovsky, mentre i russi pensavano che avremmo tentato di salvarli da Sovetskoye. Loro si portarono dietro tutti gli ostaggi ed i prigionIeri. Se i miei uomini fossero stati russi avrebbero spinto i prigionieri in avanti sul campo minato, ma al contrario loro stavano guidando la sortita. Tre o quattro ostaggi perirono. Noi perdemmo 90 uomini. L’operazione fu un errore, loro furono ingannati muovendosi verso Pervomaiskoye. Avrebbero dovuto rimanere a Klizyar.
Aslan Maskhadov ad altri alti funzionari della ChRI (Abusupyan Mosvaev alla sua destra, Akhmed Zakayev dietro col cappello nero) pregano di fronte alle rovine del Palazzo Presidenziale
Costruito per ospitare le alte gerarchie del Partito Comunista, l’imponente edificio divenne il cuore pulsante del separatismo ceceno ed il suo principale simbolo politico. Nelle sue stanze si affaccendarono i funzionari della giovane repubblica indipendente, i ministri dei governi presieduti da Dudaev e gli ufficiali dello Stato Maggiore dell’esercito, durante i terribili giorni dell’Assalto di Capodanno. Per conquistarlo l’esercito russo impiegò tutte le sue forze, nella convinzione che se questo fosse caduto i separatisti avrebbero perso ogni speranza. La sua conquista richiese diciannove giorni di combattimenti casa per casa. Devastato e saccheggiato durante la Prima Guerra Cecena, fu demolito nel 1996 e mai più ricostruito.
IL RESKOM
Con il ritorno dei ceceni e degli ingusci dalla deportazione del 1944, i nuovi leaders della Ceceno – Inguscezia vararono un ambizioso piano urbanistico nella città di Grozny, per accogliere le centinaia di migliaia di ex – esiliati che stavano rientrando nel paese. Il fulcro di questo progetto edilizio fu il Palazzo del Partito Comunista, chiamato in acronimo Reskom: per realizzarlo venne reclutato un ream di architetti ed ingegneri moldavi. Agli inizi degli anni ’80 l’edificio venne portato a termine: si trattava di una gigantesca struttura di 11 piani (9 fuori terra e 2 interrati) atti ad ospitare uffici, comitati, assemblee direttive ma anche centri di controllo, stazioni per la telecomunicazione e magazzini. Il Palazzo fu pensato per essere non soltanto un monumento al Socialismo, ma anche come una “fortezza di cemento” in grado di resistere a terremoti ed altre sollecitazioni naturali, e perfino a bombardamenti aerei e di artiglieria.
Il Reskom in una foto di fine anni ’80
Il Reskom sorse alla convergenza delle due principali arterie cittadine, il Viale della Vittoria, che proveniva da Nord (oggi Viale Putin), e il Viale Lenin, che dai sobborghi meridionali della città raggiungeva il Sunzha (oggi Viale Kadyrov). Due linee rette che, incontrandosi proprio davanti alla grande fontana del Palazzo, tagliavano in due la capitale ceceno – inguscia. Il Palazzo del PCUS avrebbe rappresentato quindi sia il fulcro politico che il centro geografico della città e, considerato che Grozny si trova pressappoco al centro della Cecenia, il Reskom sarebbe diventato il centro dell’intero Paese. Intorno ad esso si sviluppava tutto il quartiere governativo: nei pressi dell’imponente edificio trovavano posto il Sovmin (la sede del Consiglio dei Ministri sovietico), l’edificio del KGB, l’Hotel Kavkaz (deputato ad ospitare le alte personalità che si trovavano a soggiornare nel paese) l’Istituto Petrolifero di Grozny (la principale istituzione professionale della Cecenia) ma anche la sede della Radio TV di Stato, il Ministero della Stampa, la Casa della Cultura e via dicendo.
(lo Slideshow mostra alcuni degli edifici pubblici del quartiere governativo di Grozny: la Casa dei Pionieri in Piazza Lenin (1) l’Hotel Kavkaz (2) il Palazzo del KGB (3) il Ministero della Stampa (4) ed il Sovmin, divenuto sede del Parlamento dal Novembre 1991 (5)
IL PALAZZO PRESIDENZIALE
Quando i secessionisti presero il potere nel Novembre 1991 il Reskom fu ribattezzato “Palazzo Presidenziale”. Dudaev prese posto in un grande ufficio all’ottavo piano della struttura, mentre il Gabinetto dei Ministri fu sistemato al secondo piano. Al posto della bandiera della Repubblica Socialista fu fatto sventolare un grande drappo verde con lo stemma “Lupo – cerchiato” della Cecenia indipendente. Tra il 1992 ed il 1994 questo palazzo fu il centro del potere politico della ChRI, ed il simbolo stesso dell’indipendenza cecena: lungo il largo viale davanti al Palazzo Dudaev organizzò numerose manifestazioni pubbliche, tra le quali le celebri parate militari per l’anniversario dell’indipendenza e le sfilate del 23 febbraio, anniversario della deportazione del 1944. Un disegno del palazzo finì addirittura sul fronte della banconota da 50 Nahar, la moneta nazionale predisposta alla fine del 1994 e mai entrata in circolazione a causa dello scoppio della guerra.
Non è un caso, quindi, che sia gli oppositori di Dudaev sia i russi identificassero il Palazzo Presidenziale come il cuore del potere in Cecenia. Durante la guerra civile dell’Estate 1994 i piani di attacco delle forze del Consiglio Provvisorio si concentrarono sull’unico fondamentale obiettivo di far convergere quante più truppe possibile sul Palazzo Presidenziale, occuparlo ed installarvi un governo di salvezza nazionale che riportasse la Cecenia nella Federazione Russa. Quando il 26 Novembre 1994 Gantamirov, Avturkhanov e Labazanov tentarono di prendere Grozny e di rovesciare Dudaev col supporto della Russia, il piano che elaborarono rispecchiò questa convinzione: tutti i reparti avrebbero dovuto dirigersi verso il Palazzo Presidenziale e limitarsi a sorvegliare le vie d’uscita dalla città: una volta che questo fosse caduto per i dudaeviti non ci sarebbe stato scampo. In questo approccio c’era tutta l’ingenuità dell’opposizione antidudaevita, convinta di stare lottando contro un regime impopolare arroccato dentro i palazzi del potere. Dudaev rispose con efficacia a questa falsa idea, lasciando che i ribelli arrivassero quasi indisturbati al Palazzo per poi ingaggiarli da tutte le direzioni, mobilitando centinaia di volontari e costringendo le forze del Consiglio Provvisorio ad una precipitosa fuga.
Miliziani dudaeviti pregano prima della battaglia. Sullo sfondo il Palazzo Presidenziale ancora intatto
ASSALTO AL PALAZZO
Stessa errata valutazione fu compiuta dai Russi subito dopo la disfatta di Novembre: anche gli alti comandi federali pensarono a torto che una “spallata” al Palazzo Presidenziale sarebbe bastata a far crollare il governo separatista, considerato ormai impopolare. Il piano russo previde un “blitz” convergente sull’edificio, senza un adeguato piano di avanzata che coprisse le colonne d’attacco e senza attendere che le forze federali completassero l’accerchiamento della città. Di questo si approfittò Dudaev, ben conscio del fatto che un’invasione russa avrebbe velocemente ricompattato i ceceni intorno alla sua figura a difesa dell’indipendenza. Il Generale abbandonò molto presto il Palazzo Presidenziale, sistemando il governo nella cittadina di Shali, a Sudest della capitale. A guidare la difesa di Grozny rimase il suo Capo di Stato Maggiore, Aslan Maskhadov, il quale si sistemò nei piani interrati dell’edificio. I reparti russi, convinti di stare portando a termine niente di più che una manovra militare, si ritrovarono accerchiati in una gigantesca imboscata, nella quale si contarono centinaia di morti e feriti. Fu l’inizio di una devastante battaglia casa per casa durata due mesi, durante i quali le forze federali si aprirono la strada verso il Palazzo Presidenziale radendo al suolo quasi per intero il centro della città, per poi varcare la sponda destra del Sunzha e respingere i separatisti fino ai sobborghi meridionali. Come il Reichstag per il Terzo Reich, il Palazzo Presidenziale divenne il perno della difesa cecena, il premio simbolico dell’avanzata russa ed il simbolo della più devastante azione di guerra in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi.
Rovine di Grozny dopo la battaglia. Sullo sfondo le rovine del Palazzo Presidenziale
Una volta giunti nei pressi della struttura e messi al sicuro i fianchi, i russi iniziarono a bombardare a tappeto il Palazzo e gli edifici circostanti: il palazzo del consiglio dei ministri di epoca sovietica, il cosiddetto Sovmin, l’Hotel Kavkaz situato dall’altra parte del viale, ed alcuni alti edifici residenziali utilizzati dai separatisti come ricoveri e postazioni di tiro dei cecchini. All’interno del Palazzo Maskhadov aveva istituito il suo comando, un ospedale da campo ed un magazzino dal quale era possibile rifornire i reparti che difendevano palmo a palmo il quartiere governativo dall’avanzata dei russi. I bombardamenti federali raggiunsero il ritmo di un colpo di granata al secondo, ma non riuscirono a fiaccare la resistenza dei difensori, né a minare la poderosa struttura in cemento armato del quale era costituito. I tiri di artiglieria riuscirono a provocare vasti incendi ai piani superiori, ma non a scalfire quelli inferiori, al di sotto dei quali si trovavano i quartieri operativi. La stessa sala del Gabinetto dei Ministri, situata al secondo piano, rimase pressoché intatta, tanto che le sue suppellettili furono saccheggiate dai soldati russi quando questi riuscirono a conquistarlo.
Foto di Grozny dopo la battaglia: una delle vie principali della città (1) una panoramica con il Palazzo Presidenziale sulla destra (2) i dintorni di Piazza Minutka (3) la Chiesa dell’Arcangelo Michele (4) l’Istituto Petrolifero di Grozny (5) il Ministero della Stampa e dell’Informazione (6) Mezzi blindati russi si dirigono verso il Palazzo Presidenziale (7) Il quartiere governativo distrutto con il Palazzo Presidenziale sulla sinistra (8) foto aerea delle rovine del Palazzo Presidenziale, lato tergale (9) istantanea della spianata davanti al Palazzo Presidenziale (10) Il Palazzo Presidenziale da dietro l’Hotel Kavkaz (11) I ruderi del Palazzo Presidenziale (12) i ruderi del Parlamento (13)
LA CADUTA
Maskhadov ed i suoi si decisero ad abbandonare il Palazzo Presidenziale soltanto il 19 Gennaio, venti giorni dopo l’inizio dell’attacco, quando ormai gli edifici adiacenti alla struttura erano caduti nelle mani dei russi nonostante i rabbiosi contrattacchi delle unità di Shamil Basayev. Nel corso dei giorni precedenti il palazzo era stato colpito incessantemente dall’artiglieria e dall’aereonautica, e due potenti bombe a detonazione ritardata erano penetrate fin nei sotterranei dell’edificio sventrando il palazzo.Il giorno successivo le forze federali occuparono il palazzo quasi senza combattere, ed innalzarono sul pennone la bandiera russa. La presa del Palazzo Presidenziale fu tuttavia poco più che un successo politico. L’attesa dissoluzione delle forze separatiste non avvenne, ed i combattimenti per Grozny sarebbero durati ancora per un mese, per poi proseguire fino al Maggio successivo nelle campagne e sui monti della Cecenia.
Bandiere russe sventolano dalle rovine del Palazzo Presidenziale appena conquistato
Durante l’occupazione militare il palazzo, totalmente inagibile e spogliato di qualsiasi cosa avesse un valore, divenne il monumento all’indipendentismo ceceno: i movimenti contro la guerra ed i partiti che fiancheggiavano Dudaev tennero manifestazioni imponenti all’ombra delle sue rovine. La milizia del governo collaborazionista, nel tentativo di reprimerle, finì per sparare contro la folla il 24 ottobre, uccidendo un dimostrante e ferendone altri quattro. Ma il più grave fatto di sangue occorse l’8 Gennaio 1996, quando un’imponente presidio venne disperso dai collaborazionisti a colpi di lanciagranate. Morirono tre persone, e altre sette rimasero ferite. Il 10 febbraio un’esplosione, sembra accidentale, provocò la morte di una madre e di suo figlio, scatenando l’ennesima ondata di manifestazioni a seguito delle quali le autorità di occupazione decisero di demolire definitivamente l’edificio. Neppure la demolizione, tuttavia, andò per il verso giusto: i genieri militari minarono maldestramente il Palazzo, e la mattina del 15 febbraio, quando le cariche esplosero, ne venne giù soltanto un pezzo.
Manifestanti indipendentisti presidiano le rovine del Palazzo Presidenziale il 9 Febbraio 1996.
LE ROVINE
Quando i separatisti ebbero riconquistato Grozny, nell’Agosto del 1996, si trovarono padroni di una città in rovina. I resti del Palazzo Presidenziale erano talmente deteriorati che un suo ripristino era impossibile. Del resto la carenza di risorse economiche avrebbe comunque reso inattuabile la ricostruzione di un edificio così imponente. Le macerie rimasero così ammassate sul posto, ed il grande spiazzo dove un tempo sorgeva il rigoglioso giardino di rappresentanza divenne un pantano fangoso. Il degrado e la sporcizia si accumularono progressivamente, man mano che la stessa Repubblica Cecena di Ichkeria sprofondava nella corruzione e nell’anarchia. Nel Settembre del 1999 le truppe federali rientrarono in Cecenia, e Grozny tornò ad essere un campo di battaglia. Tra le vie del disastrato quartiere governativo si combatterono feroci battaglie, ma alla metà di Febbraio i reparti di Mosca riuscirono ad assicurarsi le sue rovine, e dalla fine del mese i combattimenti si spostarono nella parte meridionale della città. I resti del palazzo caddero definitivamente nelle mani dei russi, e furono presto sgomberati.
Con la fine delle operazioni militari in città e l’avvento del governo di Akhmat Kadyrov iniziarono i lavori di ricostruzione del quartiere. Di ricostruire un Palazzo Presidenziale non si parlò mai, e certamente non di ricostruire quel palazzo. Dopo la morte di Akhmat Kadyrov e la successione al potere di suo figlio Ramzan il piano di restauro del quartiere prese il via a pieno regime. Ad oggi l’area è quasi irriconoscibile rispetto a com’era prima della guerra. Al posto del Palazzo Presidenziale sorge un grande parco, al centro del quale è stato eretto un monumento ai poliziotti caduti nella guerra contro il terrorismo. Insieme a “Palazzo Dudaev” vennero sgombrati anche molti altri edifici, ed al loro posto è stato eretto il quartiere islamico della città, con una gigantesca moschea chiamata “Cuore della Cecenia”, un centro islamico ed un gigantesco giardino. La residenza del Presidente della Repubblica è stata costruita nella grande ansa sul Sunzha posta ad est del quartiere governativo.
La Battaglia di Khankala fu l’unica manovra di contrattacco in campo aperto dell’esercito della ChRI durante la Prima Guerra Cecena. Le unità cecene, al comando di Umalt Dashaev tentarono di ricacciare indietro i reparti del 129° Reggimento Motorizzato Guardie e del 45° Reggimento di Fanteria, penetrati in profondità sul fianco orientale della difesa di Grozny e giunte nei pressi della base militare di Khankala. Respinti, i separatisti si trincerarono all’interno della base, contrastando un violento contrattacco federale ed arrestando temporaneamente l’avanza delle truppe di Mosca
La mappa mostra le direttrici dell’attacco lanciato l’11 Dicembre delle forze federali. Il piano prevedeva che il Gruppo Est prendesse la Base di Khankala e da lì si spingesse fino a Piazza Minutka, centro nevralgico del settore meridionale della città.
ANTEFATTI
L’11 Dicembre 1994 i reparti del Raggruppamento delle Forze Unificate entrarono in Cecenia da tre direzioni: da nord – ovest (Mozdok) da nord – est (Klizyar) e da sud – ovest (Vladikavkaz). Per contrastare l’avanzata russa Maskhadov aveva predisposto una linea difensiva lungo il cosiddetto “Terek Ridge”, una catena di colline che protegge Grozny da Nord. La linea difensiva si incardinava sui villaggi di Dolinsky ad ovest (lungo la strada per la capitale cecena) e di Petropavlovskaya ad Est (poco a Nord della città). Le forze di Mosca tentarono di forzare la difesa cecena in questi due punti. I primi accaniti combattimenti si ebbero a Dolinsky, dove le unità di Vakha Arsanov riuscirono a reggere l’urto dei federali ed a tenerli inchiodati sulle loro posizioni fino al 21 Dicembre (VEDI: Battaglia di Dolinsky). Mentre Arsanov teneva la posizione ed i suoi reparti impegnavano le forze russe lungo tutta la dorsale del Terek Ridge, un consistente raggruppamento federale riuscì a forzare Petropavlovskaya il 17 Dicembre, prendendo il villaggio, ma soprattutto il ponte che avrebbe permesso loro di attraversare in sicurezza il Sunzha e piombare alle spalle della difesa cecena all’altezza del villaggio di Khankala, dove aveva sede la principale base militare del paese.
La presa di Petropavlovskaya permise ai federali di raggiungere in breve tempo i villaggi di Berkat – Yurt, Tsentora – Yurt e Primykaniye, alle porte della città di Argun, e ad un tiro di schioppo dalla base. Da quella posizione i russi avrebbero potuto facilmente bloccare l’autostrada Rostov – Baku, unico asse viario di una certa importanza che collegasse l’Est e l’Ovest del Paese: in questo modo Grozny sarebbe stata isolata dalle altre due grandi città della Cecenia (Argun e Gudermes) e l’esercito di Eltsin avrebbe consolidato il braccio sinistro di una gigantesca tenaglia che, con l’arrivo delle forze provenienti da Vladikavkaz a formarne quello sinistro, si sarebbe chiusa all’altezza di Gikalovsky, dando il via all’assedio di Grozny. Per evitare che ciò avvenisse Maskhadov inviò uno dei suoi più valenti uomini, Umalt Dashayev, ed uno dei suoi più efficienti reggimenti, il Battaglione Speciale Separato “Borz” (per approfondimenti vedi la pagina sulle Forze Armate della ChRI), a fermare l’avanzata russa verso Khankala.
L’ATTACCO CECENO
Nel Dicembre del 1994 Umalt Dashaev poteva essere considerato, insieme a Shamil Basayev ed a Ruslan Gelayev, uno dei migliori combattenti di tutto il Caucaso. Veterano della Guardia Nazionale (in effetti uno dei suoi comandanti fin dalla fine del 1991) e della Guerra in Abkhazia (aveva guidato una delle brigate internazionali della Confederazione dei Popoli del Caucaso, perdendo un occhio nei combattimenti) aveva fama di essere un coraggioso soldato ed un ottimo comandante. La sua unità, costituita come sottogruppo del Reggimento “Borz” (“Lupo”) di Ruslan Gelayev, era composta per lo più di veterani dell’Abkhazia, ed era schierata a difesa di Grozny. Maskhadov fornì a Dashayev alcuni mezzi blindati ed un paio di carri armati, e lo inviò presso la base di Khankala, dove avrebbe dovuto costituire un raggruppamento d’attacco e lanciarsi contro le posizioni occupate dai russi prima che questi riuscissero a trincerarsi ed a porsi sotto la copertura dell’aereonautica. Dashayev tentò di camuffare al meglio i suoi movimenti in campo aperto, ma già il 19 dicembre, quando ancora le truppe di Mosca stavano raggiungendo i loro obiettivi, i suoi mezzi furono intercettati dai caccia federali e bersagliati severamente. Ciononostante il 21 Dicembre il comandante ceceno guidò il reggimento all’assalto delle posizioni tenute dal 129° Reggimento Motorizzato Guardie e dal 45° Reggimento di Fanteria, sostenuti da mezzi corazzati del 133° Battaglione Carri. L’assalto si risolse in un nulla di fatto, con i federali ancora padroni dei villaggi di Berkat – Yurt, Tsentora – Yurt e Primykaniye ed i ceceni costretti a tornare sulle posizioni di partenza.
Umalt Dashaev, terzo da destra nella foto. Alla sua destra Shamil Basayev. Alla sua sinistra Khunkarpasha Israpilov.
LA CONTROFFENSIVA RUSSA
Dopo aver consolidato le loro posizioni i reparti federali presero ad avanzare verso il villaggio di Khankala e la base militare adiacente, ma i reparti di Dashaev tornarono presto all’attacco. Nella notte tra il 25 ed il 26 Dicembre ciò che rimaneva delle unità corazzate cecene (un carro T- 72 ed alcuni blindati) si lanciarono contro i reparti nemici, riuscendo a distruggere alcuni veicoli ed a interrompere l’avanzata dei russi. Durante lo scontro, tuttavia, i separatisti accusarono forti perdite e lasciarono sul campo tutti i mezzi in dotazione, bersagliati dall’aereonautica o messi fuori combattimento dai carri armati del 133°. Per tutta la giornata del 27 Dicembre i ceceni tentarono di impedire ai russi di mettersi in posizione offensiva, bersagliando le loro posizioni con colpi di mortaio e ferendo alcuni di loro. La mattina del 28, tuttavia, la difesa sembrò iniziare a cedere, ed i reparti di Mosca presero ad avanzare lungo due direttrici: da nord, lungo la ferrovia Gudermes – Grozny, e dal centro, lungo il campo di aviazione della base verso gli acquartieramenti militari.
I federali avanzarono piuttosto speditamente fino alle 11:30, incontrando scarsa resistenza e convincendosi di aver definitivamente sloggiato i difensori, ma quando giunsero all’altezza delle caserme della base, posizionate ad ovest del complesso, furono investiti dal fuoco di numerose mitragliatrici pesanti, oltre che dal tiro di almeno 5 carri T – 72 ed un T – 62. Dashaev aveva predisposto le unità in modo da mascherarle all’azione dell’aereonautica e poter sfruttare la massima potenza di fuoco laddove aveva la miglior copertura offerta dagli edifici della base. La battaglia infuriò per tutta la giornata, ed i federali accusarono gravi perdite, tra le quali almeno due T- 80. Nonostante l’agguerrita reazione dei federali, i separatisti rimasero barricati nelle baracche, costringendo gli attaccanti ad arrestare l’azione ed a porsi in posizione difensiva fuori dal raggio degli RPG. Durante l’azione di ripiegamento Umalt Dashayev, già ferito tre volte durante gli scontri, fu centrato mentre tentava di assaltare un veicolo nemico armato di lanciagranate.
Mezzo blindato dell’esercito regolare della ChRI nel 1994, poco prima dello scoppio della Prima Guerra Cecena
ESITI DELLA BATTAGLIA
Da un punto di vista strategico la battaglia si risolse con una vittoria russa. Le deboli unità corazzate della ChRI non riuscirono ad arrestare l’avanzata federale, dimostrandosi incapaci di impegnare seriamente il nemico in campo aperto, senza adeguata copertura aerea. La difesa approntata da Dashaev presso la base di Khankala rallentò i progressi russi, ma non impedì che il braccio sinistro della tenaglia predisposta dai comandi di Mosca si allungasse fino a coprire tutto l’arco necessario a chiudere l’accerchiamento. Tuttavia è importante notare che la fiera resistenza offerta dai separatisti fu tra le ragioni che portarono, alcuni giorni dopo, il Ministro della Difesa russo Pavel Grachev ad abbandonare l’idea di un lungo e difficile assedio in favore di un attacco diretto al centro cittadino, decisione che avrebbe portato al tragico “Assalto di Capodanno”, rivelatosi un fiasco.
La morte di Umalt Dashaev privò Maskhadov di uno dei più valenti e rispettati comandanti separatisti, ma produsse anche il primo “martire” della guerra contro i russi: Dzhokhar Dudaev insignì il defunto Dashaev del titolo “Qoman Turpal” (“Eroe della Nazione”) facendone il primo campione dell’indipendenza del Paese. Al termine della Prima Guerra Cecena Maskhadov gli avrebbe dedicato uno dei battaglioni della ricostituita Guardia Nazionale.
Tra le forze armate che servirono la Repubblica Cecena di Ichkeria, l’Aereonautica Militare della ChRI fu quella più celebre, nonostante il fatto che a causa degli eventi che descriveremo in seguito, non entrò quasi mai in battaglia. Il motivo di tanta fama è dovuto al modo in cui nacque, ed all’uso propagandistico che Dudaev seppe farne tra il 1992 ed il 1994.
IL GENERALE E LA SUA AVIAZIONE
Quando DzhokharDudaev fu eletto Presidente, egli si era da poco congedato dall’Armata Rossa, nella quale serviva come Maggior Generale dell’Aviazione. La sua fama come pilota e come militare precedevano di gran lunga il suo nome di politico, e l’alta considerazione come comandante e come addestratore della quale godeva presso gli alti comandi sovietici condizionarono l’agire del governo russo. Quando l’esercito russo si ritirò dalla Cecenia nel Giugno del 1992, gran parte dei suoi arsenali militari rimasero in mano cecena. Dudaev potè così mettere le mani su centinaia di velivoli, buona parte dei quali in condizione di volare. Questi erano alloggiati in due aereoporti: la base militare di Khankala, alla periferia orientale di Grozny e la base di addestramento di Kalinovskaya, nel nord del Paese. A Khankala i russi avevano abbandonato 72 aerei L – 39, L – 69 ed L – 29 “Delfin” (aerei da addestramento in grado di operare anche in azioni di guerra), mentre a Kalinovskaya avevano lasciato 80 L – 29, 39 L . 30 “Albatros” (versioni più aggiornate del “Dolfin”) 3 aerei da combattimento MIG – 17 e 2 MIG -15 (velivoli datati ma ancora temibili), 6 An – 2 (aerei degli anni ’40 ormai utilizzati per scopi civili o come aerei da addestramento) e 2 elicotteri MI – 8 da trasporto. In totale si trattava di una flotta aerea di 265 aerei da guerra, una forza che sulla carta poteva tenere testa alle aereonautiche di molti grandi paesi del mondo.
Aereo militare sovietico rimarchiato con le insegne della Repubblica Cecena di Ichkeria
Il Generale sfruttò fin da subito la forza propagandistica di questi numeri, dichiarando già nel Dicembre del 1991 che la Cecenia avrebbe costituito una aeronautica di altissimo livello, facendo leva sulle sue esperienze personali e su quelle dei più alti ufficiali del nascente esercito nazionale. Non a caso ai vertici delle forze armate il nuovo presidente nominò due colonnelli dell’aviazione: Viskhan Shakhabov e Musa Merzhuyev, anche loro appena fuoriusciti dall’esercito sovietico e pronti a mettersi al servizio della Cecenia indipendente. Il governo di Mosca minimizzò il peso delle dichiarazioni di Dudaev, sostenendo che soltanto il 40% dei velivoli lasciati in Cecenia fosse funzionante. Tuttavia, anche tenendo in considerazione questo dato, ciò significava che i ceceni avevano a disposizione almeno 100 aerei da guerra in grado di operare, una forza di tutto rispetto per una nazione di poco più di un milione di abitanti.
PROPAGANDA E REALTA’
Nella complessa partita negoziale con Mosca, Dudaev affidò un grosso ruolo alla minaccia teorica di un bombardamento aereo a tappeto delle città meridionali della Russia. Dal Gennaio del 1992 venne costituito il 1° stormo dell’Aereonautica nazionale, e dalla primavera dello stesso anno venne attivata una scuola di volo militare alla quale si iscrissero 41 cadetti. Il Presidente dichiarò alla stampa che un centinaio di nuove reclute erano in addestramento in Turchia e che queste forze si stavano addestrando all’eventualità di una guerra con la Russia. Sulla stampa iniziarono a circolare voci allarmanti riguardo ad un fantomatico “Piano Lazo” allo studio presso gli alti comandi di Grozny, secondo il quale allo scoppio delle ostilità una flotta di bombardieri avrebbe raso al suolo Stavropol, Rostov e Volgograd. A sostegno di tale ipotesi vennero rilevati lavori sia alla pista di addestramento militare di Kalinovskaya, sia sui rettilinei dell’autostrada Rostov – Baku, lasciando intendere che Dudaev stesse cercando di diversificare le basi aeree proprio in vista di un attacco multiplo contro il Sud della Federazione Russa. Il presidente ceceno cercò in ogni modo di alimentare le voci riguardo il potenziamento della sua aereonautica. Sulle tv russe iniziarono a circolare filmati e fotografie dei velivoli militari rimarchiate con la “Green Wolf Star”, la stella verde sovrastata dal lupo ceceno, simbolo ufficiale dell’aereonautica della ChRI. Il nuovo identificativo era realizzato dipingendo di verde la stella rossa sovietica e sovrapponendovi lo stemma della repubblica.
Disegni di velivoli dell’aviazione cecena
Il Piano Lazo, in ogni caso, era pura fantasia: non esiste alcuna prova documentale di un simile progetto, ma anche se ci fosse stato l’aereonautica cecena non avrebbe avuto alcuna possibilità di attuarlo. La consistenza effettiva dell’aviazione di Dudaev era infatti molto inferiore rispetto ai numeri ufficiali della propaganda: la totalità dei messi aerei a disposizione della ChRI aveva ormai almeno venticinque anni di anzianità, e buona parte di essi era ridotta a rottame. Gli unici caccia che potessero essere un minimo competitivi con l’aereonautica federale erano i MIG – 17 ed i MIG – 15, comunque ritirati dal servizio attivo dalla metà degli anni ’70. Allo scoppio della guerra civile, nell’estate del 1994, l’esercito governativo poteva schierare a stento una quarantina di velivoli in grado di tenere il cielo, ma non era in grado di armarli a causa della quasi totale assenza di munizioni. La dotazione di missili era quasi assente, così come quella delle bombe a caduta. Nei magazzini militari si trovavano alcuni vecchi ordigni da 250 kg, ma la maggior parte di questi erano da addestramento, quindi non – esplosivi. Situazione simile si rilevava riguardo le munizioni per mitragliatrice, il che impediva un efficace utilizzo della forza aerea come forza di attacco al suolo. Alla luce di tutto questo è chiaro che l’aviazione cecena era in grado al massimo di svolgere compiti di osservazione, o limitatissime azioni di disturbo contro unità terrestri. Anche la situazione del personale era critica: al di là delle pompose dichiarazioni di Dudaev, al Giugno del 1994 risultavano addestrati appena 15 piloti. Le loro qualifiche erano decisamente basse a causa delle pochissime ore di volo che avevano potuto effettuare, ed erano considerati “non adatti” ad effettuare missioni di combattimento, tanto che nell’unica dimostrazione aerea dell’aviazione della ChRI, avvenuta il 6 Settembre 1994 in occasione del triennale dell’indipendenza, la squadra di Albatross che si esibì era guidata da piloti stranieri reclutati come mercenari. Dudaev era ben cosciente che la sua aviazione fosse poco più che una trovata propagandistica, se è vero che in ciò che rimane degli archivi della ChRI non si trova traccia di alcun piano di utilizzo dell’arma aerea. Allo scoppio della Prima Guerra Cecena non esisteva alcun ordine di battaglia per l’aereonautica, né un comandante in capo dell’aviazione che si occupasse di metterlo a regime.
In questa foto di propaganda un aereo dell’aviazione cecena sorvola una manifestazione separatista. La foto è molto probabilmente un falso, montato ad arte utilizzando l’immagine di un aereo sovraimpressa su un’altra foto. In questo modo Dudaev voleva mostrare alla Russia di possedere un’efficiente aereonautica da guerra.
Se la situazione delle forze aeree era catastrofica, quella della difesa aerea poteva dirsi un po’ meno difficile. La forza antiaerea della ChRI poteva contare su 10 sistemi missilistici Strela – 10, 7 sistemi missilistici Igla ed altri 23 sistemi di artiglieria non missilistici, prevalentemente ZSU – 23 – 4 “Shilka”. Gli altri erano “riconversioni” di veicoli sui quali erano state montate mitragliatrici più o meno pesanti: si trattava di armamenti piuttosto artigianali e spesso poco efficienti (gli Strela – 10 erano in buona parte sprovvisti di radar) ma sufficienti a costituire un pericolo per l’aeronautica federale. Tali risorse avrebbero dovuto essere implementate con uno stock di MANPADS acquistato dall’Azerbaijian, ma il velivolo che lo trasportava fu abbattuto dall’aereonautica federale il 1 Dicembre 1994, ed 8 sistemi missilistici andarono perduti. Per quanto negli anni di guerra fu confermato il possesso da parte dei guerriglieri di alcuni MANPADS (sistemi portatili) Stinger di fabbricazione americana, pare che allo scoppio della Prima Guerra Cecena tali dispositivi non fossero presenti nell’arsenale di Dudaev.
Mezzi blindati da trasporto modificati artigianalmente per ospitare mitragliatrici. Veicoli di questo genere costituirono il grosso della difesa antiaerea della ChRI.
LA GUERRA
I primi impieghi dell’aviazione cecena si ebbero nell’estate del 1994. I pochi piloti addestrati al volo effettuarono tra le 20 e le 30 sortite per individuare le posizioni dell’opposizione filorussa. Durante due di queste missioni, il 21 Settembre un An – 2 venne colpito e si schiantò al suolo, ed il 4 Ottobre 1994 un L – 39 Albatros fu abbattuto dai ribelli, i quali erano ben riforniti di sistemi missilistici MANPAD forniti dalla Russia. Da Settembre iniziarono a comparire nei celi ceceni i primi “velivoli non identificati” (quindi russi) a sostegno dell’opposizione: cacciabombardieri effettuarono numerose sortite contro la base militare di Khankala, distruggendo al suolo svariati veicoli (per lo più inutilizzabili da tempo) e craterizzando la pista. Dudaev si decise quindi a trasferire gli aerei in grado di volare alla pista di Kalinovskaya, che essendo costituita di terra battuta era più facilmente riparabile con l’utilizzo di materiale di risulta. Il 10 Ottobre uno stormo aereo del Consiglio Provvisorio (l’organizzazione che raccoglieva l’opposizione al regime) bombardò i depositi del Reggimento Corazzato Shali (la più importante unità dell’esercito regolare) danneggiando numerose strutture e una ventina di veicoli, oltre a provocare circa 200 morti, per poi rientrare alla base senza essere stato intercettato dalla caccia governativa. Durante l’Assalto di Novembre, infine, le “Green Wolf Stars” furono pressoché inattive, mentre la difesa antiaerea respinse con successo i tentativi di avvicinamento degli elicotteri da combattimento federali inviati in supporto alle unità avanzanti.
Un sistema antiaereo semovente “Strela”. Esso era armato con 4 missili radioguidati capaci di distruggere o danneggiare gravemente anche i velivoli più moderni in dotazione all’esercito russo, ma la mancanza di munizioni rese gli Strela in dotazione ai dudaeviti quasi inefficaci contro l’aereonautica di Mosca.
La vittoria dudaevita del 26 Novembre rese chiaro alla Russia che senza un intervento diretto contro il regime di Dudaev la Cecenia non sarebbe mai tornata sui suoi passi. Così fin dal 28 successivo la caccia federale iniziò a sorvolare il paese, e le truppe di terra furono schierate ai confini in vista di un’invasione militare. Nonostante l’aviazione cecena non avesse quasi operato durante tutto il 1994, i comandi militari di Mosca continuavano a temere un colpo di coda del Generale dell’Aviazione diventato Presidente dell’Ichkeria. Il timore che il “Piano Lazo” fosse stato effettivamente predisposto, quantomeno sotto forma di “pioggia kamikaze” sulle città della Russia Meridionale convinse lo Stato Maggiore ad intervenire tempestivamente per garantirsi l’assoluto controllo dei cieli. Oltre ai motivi strategici vi era un’altra ragione per la quale Eltsin voleva ridurre in cenere l’aereonautica cecena: il Presidente russo temeva che Dudaev avrebbe potuto usare uno degli aerei di linea parcheggiati all’aeroporto di Grozny (o pure un aereo da guerra, che il Generale sapeva pilotare con grande maestria) per fuggire dal Paese e riparare in Azerbaijian, o in Turchia, e da lì guidare in sicurezza una logorante guerriglia contro le forze del Cremlino. Così la mattina del 1 Dicembre 1994, dieci giorni prima che le truppe federali iniziassero l’avanzata via terra, uno stormo di cacciabombardieri Su – 25 bombardò gli hangar delle basi di Kalinovskaya e di Khankala. La difesa antiaerea, colta di sorpresa, non si attivò neanche, cosìcché gli aerei russi poterono allontanarsi indisturbati dopo aver completamente distrutto l’aviazione da guerra della ChRI.
Carcasse degli aerei ceceni a margine della pista di Khankala. I relitti semidistrutti furono smontati e le parti di pregio stoccate in attesa di essere vendute sul mercato dei pezzi di ricambio.
Rientrati alla base i Su – 25 fecero rifornimento e tornarono in volo verso l’aereoporto civile di Grozny. Stavolta ad accoglierli c’era una nutrita difesa a terra, la quale ingaggiò i velivoli federali e li costrinse più volte ad allontanarsi dall’obiettivo. Al termine dell’azione, tuttavia, i russi avevano distrutto tutti gli aerei in grado di decollare, tra i quali 12 An – 2, sei aerei civili Tu – 134 (tra i quali l’aereo presidenziale) ed un ereo civile Tu – 154. Alla fine della giornata si contarono dai 130 ai 170 velivoli distrutti al suolo. Delle “Green Wolf Stars” non era rimasto più nulla. Quella sera Dudaev inviò un messaggio ai russi:
“Mi congratulo con il comando dell’aereonautica russa per aver raggiunto il dominio nel cielo dell’Ickeria. Ci vediamo a terra.”
Un elicottero da combattimento russo sorvola gli aerei di linea ceceni distrutti al suolo il 1 Dicembre 1994.
Dalkhan Abdulazizovich Khozhaev è una figura molto particolare nel novero della classe dirigente della Repubblica Cecena di Ichkeria. Nato il 18 Aprile 1961 a Grozny, i suoi genitori erano nativi di Novye Atagi. Laureatosi nel 1983 presso la facoltà di storia dell’Università Statale Ceceno – Inguscia, fu tra i promotori del Congresso Nazionale Ceceno, entrando a far parte del Comitato Esecutivo fin dall’Agosto del 1990 (secondo alcuni testimoni lui stesso avrebbe disegnato la bandiera ufficiale del Congresso, dalla quale sarebbe scaturita la bandiera nazionale della ChRI). La sua produzione letteraria fu interamente dedicata alla storia del popolo ceceno. Fu compilatore della raccolta “Living Memory” sulle vittime delle repressioni staliniste nella RSSA Ceceno – Inguscia (pubblicata a Grozny nel 1991) autore di numerosi articoli sui popoli del Caucaso ed autore del popolare lavoro scientifico “I ceceni nella Guerra Russo – Caucasica” (pubblicato a Grozny nel 1998). Tra il 1991 ed il 1994 sovrintese alla cura ed allo sviluppo degli Archivi di Stato, giungendo ad occupare una posizione stabile nel Gabinetto del Consiglio dei Ministri di Dudaev. Allo scoppio della Prima Guerra Cecena si arruolò al seguito di Ruslan Gelayev, guidando un distaccamento armato inquadrato nel Fronte Sud – Occidentale agli ordini di Akhmed Zakayev, guadagnandosi il “Qoman Siy” (“Onore della Nazione”) uno dei più alti riconoscimenti al merito militare della ChRI.
Dalkhan Khozaev
Tornato alla vita civile alla fine della guerra, sovrintese alla ricostruzione dell’Archivio di Stato, pesantemente danneggiato durante la guerra, sotto i governi Maskhadov e Basayev. Allo scoppio della Seconda Guerra Cecena tornò al comando della sua unità sotto Gelayev. Combatté tutte le principali battaglie della guerra, compresa quella di Komsomolskoye, durante la quale la brigata di Gelayev venne quasi completamente distrutta. Dopo il ritiro di Gelayev dal servizio attivo Gelayev si ritirò presso il villaggio di Valerik, dove il 26 Luglio 2000 un cecchino lo centrò mentre riposava in un’abitazione privata. La sua morte non fu rivendicata dai Servizi di Sicurezza Federali, i quali accusarono uomini al Comandante di Campo Arbi Baraev, da tempo in conflitto con Gelayev.
L’intervista che segue è apparsa nel Giugno 1999 sul “Small Wars Journal”.
LA PRIMA BATTAGLIA PER GROZNY – 26 NOVEMBRE 1994
Sono stato coinvolto per la prima volta nei combattimenti contro l’opposizione a Dudaev, in particolare contro Ruslan Labazanov. Gli scontri iniziarono il 12 Giugno 1994, Giorno dell’Indipendenza Russa, ed il 13 Giugno ci scontrammo con le sue unità. Non ero aggregato a nessuna struttura militare ma le azioni di Labazanov mi fecero infuriare. Quando gli scontri iniziarono mi unii ad un gruppo di amici per dare una mano. Non presi parte ai successivi scontri a Gekhi, ma i miei amici furono coinvolti. Dopo gli scontri negoziammo con Labazanov e con l’opposizione. Loro avevano promesso che non sarebbero entrati a Grozny, ma sapevamo che l’attacco fosse imminente. Il 26 Novembre il nemico giunse con 42 carri armati ed 8 APC da due direzioni – Alto Terek ed Urus – Martan. Il gruppo di Labazanov attaccò da Petropavlovskaya (Alto Terek). Era una vera e propria forza di intervento, con più di 3000 uomini. C’erano equipaggi russi nei carri armati. Vedemmo due aerei volare sopra di loro ed (alcuni) elicotteri. Gli elicotteri non volarono sopra la città, rimasero nei sobborghi. Andai a lavorare quella mattina ignare di qualsiasi problema, vidi le sparatorie, controllai chi stesse combattendo ed andai a casa a prendere le mie armi ed un gruppo di amici. Arrivammo al Palazzo Presidenziale. Un carro armato stava bruciando davanti al Palazzo. Apprendemmo che i russi erano coinvolti perché erano stati presi prigionieri. La presenza dei russi ci infiammò – eravamo ansiosi di combatterli. I combattimenti nei pressi del Palazzo Presidenziale si placarono, ma si accesero vicino al palazzo della Sicurezza di Stato. Ci arrivammo intorno a mezzogiorno. Uno dei nostri carri stazionava da quelle parti, sparava e tentava di distruggere un carro nemico.
Il video mostra scene di vita quotidiana a Grozny nell’Ottobre 1994, un mese e mezzo prima che la città fosse ridotta in macerie
L’INCONTRO CON I T – 72
La situazione era totalmente caotica. Nessuno sapeva cosa fare. I nostri volontari e partigiani non avevano mai combattuto prima. Dissi loro di prendere posizione all’altezza di varie strade e di difenderle. Facemmo lo stesso, con il mio gruppo di amici. C’era un piccolo magazzino di proiettili alla Sicurezza di Stato: 2 AGS (?) che lasciammo là perché nessuno sapeva come usarli. C’erano dei lanciagranate ma molti tra di noi li vedevano allora per la prima volta. Chiesi a Magomed Khambiev quale fosse il raggio di tiro dei lanciagranate ma neanche lui lo sapeva! In quel momento i carri armati iniziarono ad avanzare da tutte le direzioni. Se ricordo bene ero in Via Cecenia quando vidi due carri avanzare verso di noi. Avevo 2 granate anticarro. Ne avevo data una ad un altro tizio. Avevamo armi da fuoco automatiche. Lyoma Arsimikov aveva un lanciagranate ma lo aveva prestato a qualcuno che andava in un’altra direzione, con la promessa di riportarlo indietro. Aveva preso due missili. Mi raccomandai con lui che avevamo bisogno del suo lanciagranate perché due carri stavano avanzando verso di noi. Lyoma era un tipo allegro. Rispose: “Non importa, ci occuperemo comunque di loro!”
I carri stavano avanzando in colonna molto lentamente, come se i loro equipaggi fossero spaventati. Il carro di testa ruotava la torretta sparando alle case su entrambi i lati della strada. Mi misi di fronte al carro armato e gridai a Lyoma: “Lancia la tua granata sul primo, io mirerò al secondo!”. Avevamo mandato un altro amico alla ricerca del nostro lanciagranate. La gente camminava ancora per le strade tranquillamente ma potevi vedere i proiettili traccianti ed udire le esplosioni dei missili. Alcuni uomini erano già feriti. Quando il carro giunse più vicino, puntai tutte le mie armi davanti a me, pronte all’uso. Davanti a noi c’era un incrocio. Il carro era evidentemente timoroso di venire colpito dalla via laterale e lo attraversò molto velocemente. In qualche secondo fu davanti a noi. Lyoma lanciò la sua granata ma questa esplose davanti al carro. Quello cambiò rotta e si spostò un poco su un fianco. Poi diresse le sue armi contro di noi. Lyoma urlò: “lancia la tua granata, veloce!” Lanciai la mia granata e colpii il bersaglio. Ma i carri non bruciano velocemente, le fiamme iniziarono a estendersi due o tre minuti più tardi. Un carrista uscì fuori, aveva un giubbotto antiproiettile ma lo uccisi subito. Altri due uscirono fuori e si nascosero dietro al carro. Quando il carro di testa iniziò a bruciare, il secondo carro fece marcia indietro e si ritirò. Se ci avesse attaccato saremmo stati in pericolo. Iniziammo ad urlare ai due uomini di arrendersi. Un altro carro stava imboccando l’incrocio dalla direzione del mercato. Qualcuno era arrivato con un lanciagranate e sparò al carro. Il carro non soffrì danni perché il lanciagranate era troppo vicino – servono almeno 18 metri di spazio per lanciare una granata. Non sapevamo a quel tempo che i lanciagranate fossero inefficaci sulle brevi distanze. Lo capii soltanto due mesi più tardi, quando cominciai ad imparare ed a studiare le armi seriamente. Molti degli uomini quel giorno non lo sapevano. Sparavano coi lanciagranate a brevi distanze e non capivano come mai le granate non attraversassero i carri.
Miliziani separatisti osservano la carcassa di un T – 72 distrutto durante l’Assalto di Novembre
Lyoma corse attraverso la strada con i suo lanciagranate, ingiunse ai 2 russi che si stavano nascondendo “strisciate, vermi!”. Ridemmo. Trascinammo uno dei russi in un cortile. La faccia del russo era lievemente bruciata, puzzava di alcohol. Lyoma lo perquisì, prese la sua pistola, poi gli disse di consegnare il suo coltello. Il russo era terrorizzato, pensando che stessimo per tagliargli la gola. Piagnucolava: “Non fatelo, vi dirò tutto!”. Il nostro gusto nell’acquisire armi come trofei si stava risvegliando tra noi. Corremmo dall’altro soldato per prendere le sue armi. Il soldato stava morendo. Lyoma portò il prigioniero al Quartier Generale. I combattimenti stavano divampando sulla tangenziale, alla stazione ferroviaria, in una strada dopo l’altra. L’opposizione ci sparava addosso da Via Rabochaia. Accorremmo là, e loro si ritirarono. I carri stavano diventando più prudenti nel tentativo di evitarci ma sparavano sulle case circostanti. Un altro carro ci stava di fronte mentre correvamo nella zona di battaglia. Non c’era nessuno dentro, ma noi non lo sapevamo. Non avevamo più granate anticarro. Uno di quelli che non aveva armi mi disse: “dammi una bomba a mano, farò saltare quel carro”. Gli detti una granata, lui si avvicinò al carro, guardò dentro, e solo allora realizzò che non c’era nessuno all’interno.
LA VITTORIA
Ci muovemmo. L’opposizione si era ritirata, lasciando indietro un ferito. Si stava facendo buio. Dissi a Magomed Khambiev che se non avessimo controllato tutte le strade adesso sarebbe stato più difficile di notte. Dovevamo buttarli fuori da tutte le parti prima di notte. Cinque di noi andarono in Via Rabochaia. Un civile venne da noi chiedendo “C’è qualcuno coraggioso tra di voi?” risposi che ce n’erano. “C’è un carro armato due isolati più avanti, dev’essere controllato”. Dal momento che era già buio, non potevamo vedere se fosse presidiato. Ci avvicinammo con i nostri limonki (bombe a mano) e ci parve che l’equipaggio avesse abbandonato il carro. Un uomo entrò all’interno, gli dicemmo di sparare se c’era qualcuno nascosto dentro. Quello accese un fiammifero e vide che era vuoto. Il carro era pieno di munizioni. Lo portammo al Quartier Generale. Più tardi un ragazzo, giocando con i bottoni dentro al carro fece fuoco per errore, facendo un buco nell’edificio del Ministero dell’Interno. Catturammo anche un’auto ufficiali (una Nissan) e trovammo una lista di membri dell’opposizione coinvolti nell’operazione. Catturammo un altro veicolo con una scorta di missili (TURS – “faggot” e “Strela”) ed un missile antiaereo. Portammo i nostri trofei al Quartier Generale ed andammo a casa.
Molti dei prigionieri di guerra russi furono portati al Parco Kirov. I russi erano circondati dal fiume, e non avevano modo di fuggire. Si erano arresi senza combattere agli uomini di Shamil Basayev. Ma intorno alla stazione ferroviaria ed all’edificio del Servizio di Sicurezza i combattimenti erano accesi contro l’opposizione proveniente da Urus – Martan. I nostri avversari ceceni erano più agguerriti e aggressivi dei russi. Molti combattenti non avevano armi quel giorno, e noi non avevamo così tanti uomini. All’edificio della Sicurezza di Stato c’erano circa 20 o 30 uomini. Alcune stime parlano di non più di 100 uomini che combattevano contemporaneamente contro le forze d’intervento. Erano le 4 del pomeriggio quando altri uomini arrivarono dai villaggi per dare supporto. L’esperienza di quel giorno lasciò un’impressione duratura. Essa ci dette una tremenda confidenza con la conoscenza del modo di fermare un carro armato con una granata. Precedentemente i russi avevano fatto circolare voci secondo le quali i T – 72 erano invincibili. Quando le persone videro quanto fosse facile distruggerli, la paura se ne andò. Molte persone rimpiansero di non aver preso parte alla battaglia. Spesso osservai in seguito che se la tua prima battaglia aveva avuto successo, avresti continuato ad avere successo. Quella vittoria incoraggiò l’intera nazione e forgiò la sua determinazione. Tutto quel giorno ebbe una bizzarra qualità – immagina le persone camminare tranquillamente su strade disseminate di carri armati in fiamme! – Il numero dei carri completamente distrutti era sorprendente. Capìì il perché più tardi. La nostra gente non sapeva che quando un carro è messo fuori combattimento, questo non brucia immediatamente. Loro cercavano di danneggiarli finché non esplodevano. Per questo motivo i carri esplodevano con tutte le loro munizioni, le quali andavano perdute. Ma riuscimmo comunque a catturare 4 o 5 carri intatti, e li usammo successivamente.
LA GUERRA
Dopo il 26 Novembre tutti seppero che la guerra stava arrivando, Molte persone iniziarono ad armarsi da sole. Con un gruppo di amici armammo un’unità. La minaccia unì molte persone e l’opposizione perse molti partigiani. Molti uomini si erano uniti all’opposizione sulla promessa di incentivi economici. Quando realizzarono che la Russia stava per invaderci si unirono alle nostre file. Vidi molti uomini nelle nostre unità che precedentemente aveva combattuto contro le nostre forze regolari. Ci furono alcune pesanti battaglie. All’inizio della guerra avevamo pochi militari d’esperienza ed i partigiani volontari non erano disciplinati. Un’unità ben armata poteva arrivare a prendere il controllo di una posizione, ma tenerla era difficile. L’inverno era molto freddo, e dovevi stare appostato nella neve. I ceceni amavano il loro comfort, molti si rifiutavano di tenere la posizione in condizioni disagevoli. Si rifiutavano di scavare trincee. Come risultato molte persone soffrirono. Ma tutto sommato le nostre perdite non furono così pesanti rispetto a quelle patite dai russi. Facemmo uno studio dopo la guerra – tra l’11 Dicembre 1994 ed il Febbraio 1995 perdemmo 800 combattenti.
Miliziani ceceni pregano nel bosco
Le uniche unità veterane erano quelle di Basayev, Gelayev e di Magomed Khambiev. C’era anche un’efficiente unità proveniente da Gudermes. Avevamo un battaglione OMON, ma gli uomini non erano addestrati al combattimento. Per tutta a durata della battaglia di Grozny soltanto 200 o 300 uomini poterono essere definiti veterani su circa 2000 uomini che presero parte ai combattimenti. Queste erano le forze su cui Maskhadov dovette fare affidamento nella Battaglia di Grozny. I comandanti erano responsabili di fronte a Maskhadov della difesa delle loro posizioni. Ma voglio ripetere ancora che nel caso dei partigiani volontari, loro potevano accorrere a difesa di una posizione nel pomeriggio ed andarsene a casa la sera per mangiare.
I RUSSI A GROZNY
I russi ci osservarono per circa un mese mentre la situazione rimaneva allarmante. Ma la loro intelligence era al lavoro. Loro sapevano che la notte la gente abbandonava le posizioni di battaglia; durante la notte loro si muovevano passo passo per occupare posizioni vuote, o attaccavano le posizioni che loro sapevano essere poco difese. Più tardi la loro tattica divenne quella di bersagliare a distanza le posizioni con ogni tipo di arma a disposizione, e di attaccare soltanto quando pochi partigiani erano rimasti. Così iniziarono ad avanzare verso il centro di Grozny. All’inizio il contingente russo contava 10.000 uomini. Fu aumentato a 40.000. Le truppe di Rokhlin si muovevano davanti alle altre formazioni attraverso Petropavlovskaya. Babishev avanzava da Ermolovka. Marciò lungo la cresta di montagne baipassando i villaggi dove la gente occupava la strada principale per impedire il passaggio delle colonne. Riprese la strada principale ad Ermolovka e cominciò ad avanzare verso la stazione dei bus (avtovazkal). So che Babishev è stato descritto come un grande umanista per non essersi aperto la strada sparando attraverso i villaggi. Questo è un non senso – per lui i ceceni erano nemici, inclusi i civili. Sapeva in ogni caso che se si fosse aperto la strada ed avesse distrutto un villaggio, l’altro lo avrebbe combattuto.
COLLABORAZIONE E NEUTRALITA’
Stephasin in qualità di capo dell’FSK fece un buon lavoro in Cecenia! Dopo la guerra individuammo coloro tra l’opposizione che avevano servito i russi come guide, cecchini o posamine. Sultan Satuev di Urus – Martan, per esempio, ricevette l’Ordine del Coraggio della Russia per “aver salvato molte vite russe” durante le battaglie di Gennaio 1995. In quei giorni la gente non era sospettosa – semplicemente andava in giro tra le nostre unità con una radio, informando i russi riguardo le nostre posizioni. Collaborazionismo e neutralità erano manifestate anche e specialmente dagli anziani. Loro usavano argomenti come “dobbiamo evitare la resistenza per proteggere i civili, le donne ed i bambini”. Altri sostenevano che i russi erano venuti a “liberarci dal regime di Dudaev”, che non avrebbero ferito i civili neutrali, e così via. Questi argomenti ebbero un certo impatto. Porterò l’esempio di Starye Atagi: il villaggio si trova sulla strada tra Grozny e Shatoy. I russi avrebbero potuto distruggerlo facilmente ma preferirono fare i prepotenti con la popolazione in modo che questa controllasse la strada per loro. Tutti i rifornimenti per Shatoy e le montagne meridionali venivano controllati dagli abitanti del villaggio. Quanto tentavamo di minare la strada, gli abitanti obiettavano dicendo che avevano un accordo con i russi di non spararsi a vicenda. Questo avvenne in molte occasioni e non soltanto in Starye Atagi.
Era impossibile costringere un villaggio a combattere se non voleva farlo. La resistenza locale influenzava le decisioni del villaggio, e non quella proveniente da fuori. Normalmente andava così: il villaggio teneva un’assemblea per decidere se avrebbe combattuto o no. I russi attivavano i loro agenti per spostare la decisione in favore dell’espulsione dei combattenti, e della costituzione di un’unità di autodifesa che avrebbe raggiunto un cessate – il – fuoco con l’esercito russo. Se i combattenti locali erano popolari, se il loro comandante godeva di autorità e rispetto, la decisione poteva volgere in favore della resistenza. Alla fine era il 3 – 5% della popolazione a decidere. Il resto seguiva.
La tragedia di Samashki fu un punto di svolta psicologico. Rese tutto più chiaro. I russi avevano convinto gli anziani di Samashki a spingere i combattenti a lasciare il villaggio. Quando questi lo fecero, il massacro ebbe inizio. Dopo Samashki molti villaggi iniziarono ad armarsi ed a difendersi. Ma l’autorità degli anziani che predicavano la pacificazione era già in declino prima di Samashki. La gente che aveva combattuto sapeva che stavano combattendo per la loro patria. Non ascoltavano nessuno e sapevano cosa facevano. Devo aggiungere che la nautralità (o la neutralità apparente) di certi villaggi serviva alla resistenza. Se i russi avessero svolto pressione militare ovunque nello stesso momento la nostra situazione avrebbe potuto essere molto più difficoltosa. In questi villaggi i nostri uomini potevano riposare 5 o 10 km lontani dalle operazioni militari.
RECLUTAMENTO E LOGISTICA
Per tutta la durata della guerra fummo a corto di munizioni. Nei primi giorni eravamo a corto di armi. Se avessimo avuto adeguate scorte di armi penso che molte più persone avrebbero combattuto. Non avevamo supporto logistico. I combattenti portavano il loro cibo da casa, ed alcune persone portavano il cibo alle prime linee. In ogni caso era impossibile tenere fermi gli uomini in un posto per molto tempo. Anche dopo un anno di guerra, quando questi ebbero guadagnato esperienza e mantenevano una disciplina di ferro, il problema logistico permase. Man mano che la guerra continuava sempre più volontari si unirono ai nostri reparti. Questi volontari erano sempre più giovani. Gli uomini più anziani erano smesso debilitati, malati di polmonite o di mal di schiena. Gli uomini oltre i 35 anni restavano a casa. Chiedevano di assisterci per le operazioni speciali ma non potevano sedere nelle trincee per molto tempo. Una generazione più giovane venne a rimpiazzarli. Spesso giovani ragazzi provenienti da un villaggio andavano ad unirsi ad un’unità in un altro villaggio per evitare attriti nella loro comunità se questa aveva deciso di non combattere.
Soldati federali posano davanti alle macerie di un’abitazione distrutta
BATTAGLIE E TATTICHE
In questo tipo di battaglia (la battaglia di posizione, ndr.) i due fronti, quello russo e quello ceceno, si fronteggiavano ad una distanza approssimativa di un chilometro. I russi normalmente disponevano le loro forze fuori dal raggio di tiro, non più vicino di 800 metri. Loro sapevano che avevamo soltanto lanciagranate e fucili automatici. Loro usavano artiglieria pesante, lanciamissili GRAD e URAGAN, mortai, e anche carri armati e postazioni antiaeree ogni giorno, giorno e notte. Per un singolo colpo loro rispondevano con tutta la loro potenza di fuoco. Sperimentavano e si addestravano, ma allo stesso tempo addestravano noi. Nei primi giorni di guerra scegliemmo posizioni su terreno aperto e scavammo trincee nei pressi della vegetazione e delle zone boschive. Ma presto capimmo che era un errore, perché questo aiutava i russi a calcolare con accuratezza le distanze tra di noi. Ci volle del tempo prima che capissimo quale fosse il miglior modo per progettare le trincee. Normalmente avevamo circa 25 uomini, talvolta soltanto 10, talvolta 50 di fronte ad un reggimento o ad un battaglione russo. L’iniziativa offensiva era loro. La nostra parte aspettava l’attacco russo.
METODI DI GUERRA
Usammo ogni possibile metodo e tattica di guerra: combattimenti difensivi e convenzionali, raid offensivi in stile commando, imboscate, guerra partigiana e così via. I russi non ci lasciavano altra scelta. Oggi i russi dicono che ci stavamo nascondendo da loro. In alcuni casi lo facemmo, in altri attaccammo. Ci furono combattimenti urbani e battaglie in aree rurali, nelle pianure aperte e nelle montagne. Hai visto Goyskoe, è un piccolo villaggo di pianure. Per due mesi combattemmo dalle trincee che avevamo difeso. I russi circondarono il villaggio, lasciando soltanto una via d’uscita verso Urus – Martan, nella speranza che le nostre unità fuoriuscissero. Adottarono questa tattica dopo Samaskhi. Samashki fu distrutta per instillare la paura, il terrore non ci impressionò, così i russi iniziarono a lasciare aperto un corridoio affinchè le persone abbandonassero i villaggi assediati. La tattica funzionò talvolta, perché i nostri combattenti dipendevano sempre da rifornimenti esterni.
Dalkhan KHozhaev in uniforme. Sul petto “L’Onore della Nazione”
All’inizio della guerra i nostri combattenti erano abituati a ritirarsi poco prima di essere circondati. Ma dopo il primo anno di guerra gli uomini non si curarono più molto del fatto che fossero o meno circondati. Sapevano che era sempre possibile fuggire. Gli attacchi aerei erano particolarmente terrificanti per la popolazione civile, non così per i combattenti. Loro sapevano che gli attacchi aerei non duravano molto. Temevamo di più il tiro dei mortai perché non c’era protezione contro di quelli. Era pericoloso ed efficace, anche sotto la copertura delle trincee. Molte delle nostre perdite furono inflitte dal fuoco di mortaio. I bombardieri, gli elicotteri ed i carri armati non erano pericolosi.
C’è un trait – d’union che lega la Repubblica Cecena di Ichkeria a molti stati “maledetti” dalla guerra: il petrolio, una risorsa tanto essenziale per l’economia moderna, eppure così pericolosa per i paesi che la posseggono. Quasi tutti gli stati nei quali si produce petrolio vivono in stato di guerra civile, di instabilità politica o sono governati da regimi autoritari. I politologi hanno scritto molto su questo: è stato rilevato che l’abbondanza di materie prime è uno dei principali motivi di instabilità all’interno di un paese. Perché una tale “benedizione” dovrebbe generale conflitti anziché ricchezza? Perchè per arricchirsi con essa non servono processi di produzione complessi, i quali richiedono stabilità ed ordine per funzionare: è sufficiente possedere qualche macchinario rudimentale, magari anche artigianale. Il caso della Cecenia è emblematico.
LE ORIGINI
La Cecenia è uno dei primi luoghi al mondo dove l’estrazione del petrolio ha assunto caratteri industriali: il primo pozzo petrolifero “moderno” del paese fu aperto poco lontano da Grozny nel 1893, e da quel momento il sottosuolo ceceno ha prodotto 420 milioni di tonnellate di oro nero. La scoperta di vasti giacimenti superficiali, facili da perforare e molto produttivi, attirò i grandi trivellatori europei (Shell in primis, ma anche aziende francesi, tedesche e olandesi) fin dai primi anni del ‘900. I proprietari dei terreni locali si accontentavano per lo più di percepire una rendita annua in cambio del diritto delle compagnie petrolifere di sfruttare i pozzi. Tuttavia dagli anni ’10 del ‘900 alcuni imprenditori locali iniziarono a lavorare in proprio, costruendosi delle discrete fortune. Uno di questi fu Tapa Chermoeff, ex militare zarista che fu per qualche tempo Presidente della Repubblica dei Popoli Montanari del Caucaso (per approfondire leggi “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria” Acquistabile QUI).
Foto del 1910 – I campi petroliferi di Grozny
Con l’avvento dell’Unione Sovietica iniziò l’industrializzazione di stato. La Cecenia divenne il secondo polo estrattivo delll’URSS, giungendo nel 1971 a rappresentare il 7% dell’intera produzione sovietica, con un volume annuale di 21.3 milioni di tonnellate di petrolio estratto. Intorno all’industria estrattiva sorse una vivace industria di lavorazione: le prime fabbriche di cherosene (considerato il più redditizio prodotto petrolifero a quei tempi) furono impiantate nel 1910, mentre in era sovietica si aggiunsero le raffinerie di petrolio Sheripov (1939) Lenin (1958) e Anisimov (1959). L’apertura di questi grossi centri di raffinazione permise ai ceceni di processare non soltanto il loro petrolio, ma anche quello proveniente da altre regioni dell’URSS. Le raffinerie potevano lavorare fino a 24 milioni di tonnellate annue di petrolio, ragion per cui dagli immensi ma de – industrializzati campi petroliferi siberiani il petrolio giungeva fino a Grozny, per essere lavorato e spedito in tutta la Russia. Oltre ad impianti per la produzione di benzina sorsero fabbriche per la raffinazione di kerosene, oli combustibili e lubrificanti per aerei: prodotti per la cui realizzazione servivano macchinari di alta tecnologia e personale qualificato.
LA RIVOLUZIONE DEL PETROLIO
L’impatto del petrolio sulla società e sull’economia fu enorme: il paese, fino ad allora popolato da agricoltori ed allevatori, divenne una realtà industriale. La sua capitale, Grozny, che nel 1897 contava appena 15.000 abitanti, nel 1979 raggiunse i 375.000 residenti, ed al crollo dell’URSS sarebbe stata la dimora di 480.000 persone, oltre un terzo di tutti gli abitanti della Cecenia. Per fornire manodopera alle grandi raffinerie ed alle industrie di lavorazione nacquero numerosi istituti scolastici, tra i quali il più importante divenne l’Istituto Petrolifero di Grozny, una vera e propria città universitaria deputata alla formazione dell’élite industriale. Il successo nell’industrializzazione del paese non portò soltanto benefici: man mano che la città cresceva e si arricchiva il divario tra gli abitanti di Grozny, scolarizzati, professionalizzati e benestanti, e quelli delle campagne, semianalfabeti e poveri, divenne sempre più grande. Al conflitto sociale si sovrappose l’ostilità etnica con la minoranza russa, trasferita in Cecenia a seguito della deportazione dei ceceno – ingusci del 1944 e perlopiù inurbata nella capitale, dove occupava i posti più importanti e redditizi sia nell’amministrazione politica della repubblica che nella gestione degli impianti industriali. Il generale aumento del benessere prodottosi tra gli anni ’50 e gli anni ’70 alleggerì il peso di questi problemi, ma non li risolse: anzi, la dipendenza dell’economia dai proventi della produzione e raffinazione del petrolio divenne sempre più cronica, legando indissolubilmente i destini della Cecenia all’andamento della filiera degli idrocarburi.
Agli inizi degli anni ‘80 i pozzi superficiali iniziarono ad esaurirsi: nel 1980 la produzione era già scesa a 7,4 milioni di tonnellate annue, e cinque anni dopo raggiunse le 5,3 tonnellate. Per rilanciare l’industria estrattiva sarebbero serviti importanti investimenti tecnologici, ma in quegli anni l’URSS sguazzava nell’insolvenza, ed il governo sovietico decise di non allocare risorse per la trivellazione di nuovi pozzi e per l’aggiornamento di quelli vecchi. Il calo della produzione di greggio ebbe effetti devastanti per l’economia locale: agli inizi degli anni ’60 quasi il 70% del bilancio della RSSA Ceceno – Inguscia era costituito dalle entrate derivanti dal petrolio, e con l’affievolirsi di questa entrata il tesoro ceceno dovette affrontare le prime crisi di liquidità. Il governo di Mosca intervenne sostituendo alle entrate petrolifere consistenti trasferimenti finanziari alle casse della Ceceno – Inguscezia: in questo modo il Cremlino evitò che una disastrosa crisi economica si abbattesse sulla repubblica, ma rese il paese dipendente dagli aiuti dello stato centrale. Questa politica assistenzialista impedì all’economia locale di riconvertirsi, magari investendo nel settore agricolo (la Cecenia può vantare una antica e pregiata attività di viticoltura) o nell’industria di lavorazione. Così, mentre la produzione petrolifera scendeva costantemente (nel 1990 furono estratti 4,2 milioni di tonnellate di greggio, nel 1991 4,1 tonnellate, nel 1992 3,6 e così via) gli altri settori economici rimanevano poco competitivi e incapaci di sostituirsi alle vecchie fonti di reddito.
Una raffineria di Grozny negli anni ’60
IL PETROLIO DELL’ICHKERIA
Quando Dudaev proclamò l’indipendenza del paese lo stato dell’economia era disastroso: dipendente com’era dalle iniezioni di capitale da Mosca, il governo si ritrovò presto con le casse vuote, impossibilitato a pagare stipendi e pensioni e senza risorse per affrontare la riconversione dell’economia. Dal Gennaio del 1992 Eltsin impose il blocco dei trasferimenti dal governo centrale, portando le finanze cecene alla paralisi. Di colpo il petrolio ed i suoi derivati tornarono ad essere l’unica fonte di finanziamento per lo stato. Dudaev tentò di governarne la produzione, ma soprattutto la raffinazione delegando il controllo del settore a Yaragi Mamodaev (direttore del Comitato per la Gestione Operativa dell’Economia Nazionale) con l’incarico di “fiscalizzarlo” e finanziare con essa l’attività dello Stato.
Mamodaev prese il controllo dell’intero settore, utilizzando “buoni benzina” per pagare gli stipendi in sostituzione del denaro (assente sia contabilmente che fisicamente a causa della gigantesca inflazione che stava investendo il rublo), ed attribuì “quote produzione” alle amministrazioni locali per finanziare la loro attività. Ad esempio Bislan Gantamirov, Sindaco di Grozny, ottenne una quota del 5% della produzione per sostenere il bilancio cittadino. I proventi dal commercio estero dell’oro nero finirono in una quantità di diversi conti correnti, alcuni dei quali anonimi e appoggiati su banche estere. La gestione delle entrate petrolifere cadde presto nel caos: il Parlamento tentò a più riprese di mettere le mani sui flussi di cassa, e quando ci riuscì scoprì un ammanco di 300 milioni di dollari in materia prima esportata dei quali non si trovò traccia. Anche gli amministratori locali finirono col fare un uso piuttosto “allegro” e personale delle “quote” accordate dal governo: Gantamirov investì le consistenti risorse derivate dalla vendita del “suo” 5% (corrispondente a 200.000 tonnellate di carburante) nell’armamento della “Polizia Municipale), un corpo armato alle sue dipendenze che non aveva nulla che vedere con i nostri vigili urbani, ma un vero e proprio esercito di qualità tale da far paura alle stesse forze armate regolari.
Nei primi mesi del 1993 sia Mamodaev che Gantemirov furono privati del diritto di gestire le entrate petrolifere. Questo provvedimento, insieme alla crisi politica che stava consumando la Repubblica, produsse il loro allontanamento dal governo ed il passaggio all’opposizione. Il 4 Giugno 1993 Dudaev organizzò un colpo di stato militare con il quale mise a tacere sia l’opposizione “politica” del Parlamento, sia quella “petrolifera” rappresentata da Mamodaev e da Gantamirov. Una volta disperse le strutture democratiche dello Stato il Generale ebbe mano libera nella gestione del commercio petrolifero, e per qualche mese sembrò che l’efficienza del sistema migliorasse: le entrate dello stato aumentarono considerevolmente, ed il cronico ritardo con il quale il governo provvedeva al pagamento di stipendi e pensioni iniziò a ridursi.
Non passò molto tempo, comunque, che la situazione tornò a complicarsi. Dopo il blocco fiscale decretato da Elstin nel Gennaio 1992, alla fine del 1993 arrivò il blocco petrolifero. Fino ad allora infatti le raffinerie e gli impianti di trasformazione di Grozny avevano processato milioni di tonnellate di petrolio siberiano e caspico (per un valore a prezzo di mercato di circa due miliardi e mezzo di dollari), il quale veniva pompato in grandi quantità per essere lavorato e reimmesso nel circuito russo, o esportato all’estero. In particolare gli impianti ceceni erano responsabili del 90% della produzione russa di lubrificanti per aerei, e per tutto il 1992 e buona parte del 1993 tale servizio era stato sistematicamente richiesto e pagato al tesoro ceceno. La condizione giuridicamente “sospesa” della Repubblica Cecena di Ichkeria e l’assenza di sazi doganali imposti dal governo separatista aveva inoltre reso il paese una sorta di “paradiso fiscale petrolifero”: pompando petrolio in Cecenia ed esportandolo da lì verso l’estero i grandi magnati del petrolio russo eludevano le tasse statali sull’esportazione dei prodotti, arricchendosi a dismisura alle spalle del bilancio federale. In questo modo nel solo 1992, 4 milioni di tonnellate di petrolio, 1,6 milioni di tonnellate di benzina, 126.000 tonnellate di cherosene e 40.000 tonnellate di gasolio erano state illegalmente esportate all’estero senza pagare un solo rublo di tasse. Con il blocco del pompaggio di petrolio “estero” le raffinerie cecene si fermarono, ed il fiorente mercato della lavorazione (e del commercio illegale di idrocarburi) si azzerò bruscamente. Di colpo la ChRI si ritrovò senza materie prime da estrarre e senza materie prime da lavorare. A questo si aggiunsero le attività dell’opposizione armata al governo Dudaev, la quale iniziò a portare audaci attacchi fin dentro la capitale, ed il dilagare del crimine. Il paese iniziò rapidamente a collassare, e nell’estate del 1994 esplose la guerra civile.
La raffineria Sheripov di Grozny prima della guerra. Duramente bombardata durante il primo conflitto, della sua struttura rimase soltanto la ciminiera bianca e rossa ben visibile al centro della foto.
Con l’economia al collasso, l’unica ricchezza del paese, seppur sempre più misera, rimase il petrolio estratto dai pochi giacimenti ancora in grado di farlo. Nel 1993 la produzione era scesa ulteriormente, da 3,6 a 2,5 milioni di tonnellate, e nel 1994, complice lo stato di guerra civile in atto, non raggiunse il milione di tonnellate estratte. Se questi numeri non potevano in alcun modo permettere allo stato di reggersi in piedi, erano comunque sufficienti a moltissime famiglie cecene a sbarcare il lunario. Tra il 1993 ed il 1994 la stragrande maggioranza del petrolio prodotto ed immesso negli oleodotti venne sistematicamente rubato tramite la perforazione delle condutture ed il furto su autocisterne improvvisate: il petrolio veniva portato oltre confine e venduto al 50 – 60% del suo valore alle compagnie “ufficiali”, le quali lo stoccavano nei loro magazzini come petrolio prodotto da altri stabilimenti, pagando in contanti i trafficanti. Talvolta i più ingegnosi tra i ladri di petrolio riuscivano ad avviare piccole raffinerie artigianali, trasformando il greggio in benzina di bassa qualità e vendendola direttamente in strada, o trasportandola illegalmente fuori dai confini del paese.
IL PETROLIO E LA GUERRA
Nel Dicembre del 1994 scoppiò la Prima Guerra Cecena. A lungo si è dissertato su quanto il petrolio sia stato centrale tra le cause del conflitto. Alla luce di quanto raccontato nei paragrafi precedenti è abbastanza chiaro come lo scopo di Mosca non fosse quello di riprendere il controllo dei giacimenti ceceni, ormai ridotti all’ombra di quello che erano stati negli anni ‘70. Questo non significa che il petrolio non abbia avuto alcun peso nella decisione di Eltsin di rovesciare Dudaev. Certamente il fatto che il Generale ceceno avesse trasformato la piccola repubblica in una sorta di “duty – free” petrolifero ha avuto un peso importante. Basti pensare che attraverso questo “buco nero fiscale” fluirono tra il 1992 ed il 1994 circa 8 miliardi di dollari in prodotti petroliferi, tutti rigorosamente esentasse. Più importante ancora deve essere stato il fatto che attraverso la Cecenia passava l’unico oleodotto capace di trasportare il petrolio del Mar Caspio verso l’Europa. Il controllo di quell’oleodotto assicurava a Dudaev un’arma di ricatto per una Russia che aveva un disperato bisogno di soldi (la situazione economica della Federazione non era molto diversa da quella della Cecenia, nei primi anni ’90) e che non poteva permettersi il lusso che l’oro nero dell’Azerbaijian trovasse nuove vie di accesso ai mercati occidentali.
Riguardo al fatto che la Russia non fosse troppo interessata al petrolio ed alle raffinerie cecene l’esercito federale chiarì la questione bombardando fin dai primi giorni il distretto petrolifero di Grozny e lasciando bruciare per settimane le carcasse delle raffinerie, già dai primissimi giorni di guerra. Riguardo alla questione degli oleodotti, invece, alcune circostanze (o coincidenze) potrebbero avvalorare parecchio la tesi dell’intervento “interessato” al controllo della “pipeline” Baku – Novorossjisk, il principale oleodotto che trasporta il petrolio azero dal Caspio al Mar Nero e che attraversa, appunto, la Cecenia. Gli eventi in questione sono principalmente tre:
Nel Marzo del 1995, tre mesi e mezzo dopo l’inizio della guerra, l’esercito russo arrestò l’avanzata, ufficialmente per predisporre una tregua in vista delle celebrazioni di Maggio (Il cosiddetto “Giorno della Vittoria” che commemora la fine della Seconda Guerra Mondiale). Coincidenza: l’avanzata si interruppe non appena i reparti federali si furono assicurati il controllo del tratto di oleodotto in territorio ceceno (parallelo all’autostrada che taglia in due la Cecenia, la cosiddetta “Rostov – Baku”).
Il 14 Giugno del 1995 la Federazione Russa stipulò un accordo per il passaggio del petrolio azero dalla linea appena conquistata. Lo stesso giorno Shamil Basayev attaccò la cittadina di Budennovsk, snodo russo del medesimo oleodotto.
A seguito dell’attacco di Basayev e del deteriorarsi della situazione militare in Cecenia, il governo di Mosca dichiarò che avrebbe diversificato le rotte di passaggio del petrolio azero, predisponendo una nuova sezione dell’oleodotto che baipassa la Cecenia e si innesta nel vecchio tracciato all’altezza di Pervomaiskoye, in Daghestan. Coincidenza: il 9 Gennaio 1996 Salman Raduev, al comando di un nutrito reparto separatista mette a segno un’incursione armata a Klizyar, sulla falsariga di quanto fatto da Basayev l’anno precedente, e nel ripiegare in Cecenia si trova assediato a Pervomaiskoye, il quale viene completamente raso al suolo durante i combattimenti.
Queste tre coincidenze non possono di per sé rappresentare una prova, anzi: sia l’operazione di Basayev che quella di Raduev furono entrambe, secondo le ricostruzioni, dei “biani B”. Basayev infatti sembra che non volesse attaccare Budennovsk ma Mineralnye Vody, o addirittura Mosca, mentre Raduev aveva sì organizzato il raid a Klizyar, ma non si era immaginato di finire assediato a Pervomaiskoye. In entrambi i casi si tratterebbe quindi di situazioni fortuite, e non del prodotto di un’azione politica volta a “convincere” i russi a negoziare un affare petrolifero con i ceceni.
IL PERIODO INTERBELLICO
Qualunque fosse il reale peso che il petrolio ebbe sullo scatenare la Prima Guerra Cecena, essa terminò con il ritiro delle truppe federali ed il riconoscimento dell’indipendenza de facto della ChRI. Ben presto, tuttavia, i separatisti si resero conto di aver conquistato una vittoria di Pirro: il paese era completamente devastato, e il governo di Grozny, già piegato dalle ristrettezze economiche prima della guerra, era più che mai ostaggio della miseria dilagante. A questo stato di cose contribuiva il governo russo, il quale non aveva alcuna intenzione di procedere con solerzia alla ricostruzione del paese, centellinava i trasferimenti al governo separatista e faceva di tutto per mantenere in un costante stato di prostrazione ed instabilità la Cecenia. Di petrolio siberiano pompato nelle raffinerie di Grozny non si parlava nemmeno. Fra l’altro queste erano state in buona parte distrutte, e non c’erano i soldi per ripristinarle. Quello che rimaneva erano una manciata di pozzi superficiali in grado di produrre un po’ meno di due milioni di tonnellate di petrolio all’anno e un oleodotto attraverso il quale il petrolio azero poteva raggiungere il terminal russo di Novorossijsk. Su queste due fonti di reddito si giocò tutta la partita politica in Cecenia tra il 1997 ed il 1999.
Salman Raduev (al centro nella foto) uno dei più riottosi tra i “Generali di Birgata” dell’Ichkeria postbellica. La sua milizia personale, chiamata “L’esercito di Dzhokhar Dudaev” non smobilitò al termine del conflitto, ma tenne in scacco il governo di Maskhadov alimentando l’instabilità della ChRI.
Aslan Maskhadov, salito al vertice dello stato separatista nel Febbraio 1997, tentò di mantenere il controllo dei pozzi petroliferi e di salvaguardare le condutture che trasportavano il greggio alle raffinerie semidistrutte ma ancora parzialmente funzionanti. Inoltre istituì un servizio di sorveglianza lungo il tratto di oleodotto di competenza cecena, impegnandosi con i russi e gli azeri a mantenerlo operativo ed a prevenire furti di petrolio. Purtroppo per lui e per il suo governo nessuna delle due operazioni riuscì. Dei due milioni di tonnellate di oro nero prodotte dai giacimenti ceceni la metà non giunse mai alle raffinerie, depredata lungo il percorso da centinaia di “rubinetti” abusivi aperti con il beneplacito (interessato) delle unità militari preposte alla sorveglianza. L’anno successivo, il 1998, vide il collasso generale di ciò che rimaneva del sistema petrolifero: vennero prodotte appena un milione e mezzo di tonnellate, la metà delle quali non raggiunse le raffinerie perché rubata. Alla fine dell’anno il comitato statistico statale stimò il furto di settecentomila tonnellate: nel solo Ottobre 1998, a fronte di 6276 tonnellate di pertrolio prodotto dall’unità di produzione di Oktyabrneft, l’80% non riuscì a raggiungere la vicina raffineria, distante dal pozzo meno di due chilometri: lungo la conduttura furono individuati più di 300 “rubinetti” attraverso i quali i saccheggiatori avevano pompato via la cifra incredibile di 5.000 tonnellate di greggio.
IL COLLASSO DEL SISTEMA
Com’era possibile che un saccheggio così indiscriminato non venisse fermato dalle autorità? Dopotutto la Cecenia è un paese grande quanto il Lazio, ed i giacimenti petroliferi sono concentrati in aree piuttosto circoscritte. La risposta è semplice quanto impietosa: perché il governo non aveva la forza sufficiente ad impedire che i pozzi petroliferi venissero assaltati dalle numerose bande armate operative in Cecenia. Alla fine del primo conflitto il 90% della popolazione era disoccupata, e Maskhadov non aveva le risorse per darle un lavoro. La stragrande maggioranza degli uomini in grado di combattere avevano servito sotto il suo esercito, comandati da capibanda senza scrupoli assurti, alla fine della guerra, all’illustre ruolo di “Generali di Brigata”. Pochi tra loro erano intenzionati a smobilitare le loro milizie, ben consapevoli che nella Cecenia postbellica il potere reale sarebbe rimasto ai “signori della guerra” che fossero riusciti a costituirsi un feudo personale e delle fonti di reddito costanti. Così leaders militari come Shamil Basayev, Salman Raduev, Arbi Baraev e perfino il Vicepresidente della Repubblica, Vakha Arsanov mantennero in armi i loro distaccamenti, e li finanziarono con il prelievo illegale di petrolio dai pozzi petroliferi che avevano occupato. Questi pozzi, alla fine del 1998, erano in grado di portare ai comandanti di campo un fatturato illegale di quasi 3 milioni di dollari al mese, con i quali mantenevano in armi migliaia di uomini, un esercito contro il quale la piccola e quasi disarmata Guardia Nazionale, l’esercito regolare ceceno, poteva poco e niente. Nel 1999 la produzione era talmente scemata (a causa della cattiva manutenzione degli impianti e dell’impossibilità di aggiornarli) che nei primi cinque mesi dell’anno si registrò una produzione di appena 96.000 tonnellate anziché le 530.000 previste. Si giunse all’assurdo che la Cecenia si trovò a dover importare petrolio dalla Russia anziché esportarlo. Anche la fornitura di energia elettrica e di acqua calda dovettero essere importate dalle centrali russe, aumentando il disavanzo finanziario dello stato e generando una montagna di debiti impossibili da pagare.
Video documentario sulla Cecenia nel 1996. Nel filmato si mostrano la produzione e la vendita della benzina illegale .
Anche la sorveglianza dell’oleodotto Baku – Novorossijsk fu talmente fallace che interi stock da centinaia di migliaia di tonnellate di petrolio azero sparirono senza lasciare traccia. Al pari dei pozzi petroliferi anche i settori dell’oleodotto furono “feudalizzati” dai signori della guerra, i quali ben volentieri accettarono che nei tracciati di loro competenza avvenissero “furti anonimi” di petrolio, o si dedicarono direttamente al suo prelievo e contrabbando oltreconfine. Ciò che non era venduto al mercato nero veniva raffinato “in casa” tramite processi artigianali di distillazione simili a quello utilizzato per produrre alcool: il risultato di questo processo era una benzina di scarsissima qualità, sufficiente comunque per mandare una utilitaria sgangherata e garantire ai ceceni disoccupati un po’ di denaro con il quale mettere insieme il pranzo con la cena. La raffinazione artigianale del petrolio ed il commercio di benzina illegale sottraeva all’erario qualcosa come duecentoquarantamila dollari al giorno.
Per conseguenza delle mancate consegne di petrolio da parte della Cecenia Mosca iniziò a non corrispondere al governo di Grozny i quasi 5 dollari a tonnellata concordati nell’Agosto del 1997, aggravando ulteriormente la già catastrofica situazione delle casse statali. L’involuzione della ChRI in un’anarchia totale era solo questione di tempo, e nell’estate del 1999 divenne realtà. Bande armate acquartierate ed addestrate in Cecenia invasero il Daghestan, scatenando la violenta reazione della Federazione Russa ed una nuova invasione del paese.
Quando si parla di legittimità di uno Stato si apre un tema molto complesso. “Legittimità” significa essenzialmente “diritto di esistere”. La natura di questo diritto ed il suo comportamento riguardo i sistemi istituzionali possono variare a seconda del punto di vista dal quale si considera e a seconda del fatto che lo si determini come un diritto dall’alto (che promana dalla decisione operata da un’istituzione che ha facoltà di costituirne altre) come un diritto dal basso (cioè che realizza le ambizioni politiche di un certo gruppo di persone) o infine come un diritto restaurato (cioè che è reintrodotto dopo essere stato illegittimamente soppresso). Prima di addentrarci nel caso specifico della Cecenia è importante partire da un assunto di base.
Il “Principato di Sealand”, una delle prime “micronazioni” costituita da Paddy Roy Bates nel 1969
Il mondo è un’entità spaziale finita. Nel corso dei millenni tutta la sua superficie è stata esplorata e rivendicata, ed ogni metro quadrato di terra emersa è amministrata (o rivendicata) da uno Stato sovrano. Ad oggi è quasi impossibile che un nuovo Stato possa trovare un lembo di terra emersa che non sia parte integrante di un altro. Nel corso degli ultimi decenni si sono costituiti piccolissimi stati indipendenti, le cosiddette micronazioni come la Repubblica delle Rose (costituita su una piattaforma artificiale nel Mar Adriatico) o il Principato di Sealand (nato su una struttura simile al largo delle coste inglesi). Si tratta in questo caso di “stati” tra il serio e il faceto, sviluppatisi con l’intento di realizzare utopie umanistiche o di costituire porti franchi commerciali e finanziari. Niente a che vedere, in sostanza, con Stati veri e propri, come appunto la Repubblica Cecena di Ichkeria. Un nuovo stato nasce quasi sempre sul territorio occupato da un altro stato. Questo genera una serie di problemi la cui soluzione difficilmente rende soddisfatte tutte le parti in causa. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sono nati più di cento nuovi stati, e la formazione di nuove entità statuali è costantemente in atto. Basti pensare al processo disgregativo che ha trasformato la Jugoslavia in un mosaico di ben 7 repubbliche indipendenti nel giro di quindici anni, per rendersi conto dell’entità del fenomeno.
LEGITTIMITA’ GIURIDICA E LEGITTIMITA’ POLITICA
La premessa appena fatta già di per sé basterebbe a capire come mai la nascita di uno stato determina quasi sempre aspri conflitti. La realtà è ulteriormente complicata dal fatto che la legittimità giuridica si compenetra con almeno altri due tipi di legittimità: quella politica e quella storica. Un nuovo stato può costituirsi in assenza di legittimità giuridica qualora consistano premesse politiche determinanti, come il crollo di un regime ideologico, la caduta di una monarchia o la condotta di un governo giudicata illecita, persecutoria o semplicemente inefficace. Il primo caso può essere quello delle Tredici Colonie americane, le quali proclamarono la loro indipendenza dalla madrepatria inglese adducendo al comportamento tirannico della corona britannica, la quale imponeva tasse ai sudditi americani ma non riconosceva loro il diritto di essere rappresentati in Parlamento. Riguardo al secondo caso possiamo citare come esempio la nascita della Repubblica del Sudan Meridionale, costituita da una maggioranza cattolica oppressa dal governo centrale, espressione di una classe dirigente islamica. Riguardo al terzo caso possiamo citare infine l’autoproclamata Repubblica del Somaliland, costituita nel nord della Somalia come reazione all’anarchia dilagante nel resto del paese.
In verde scuro il territorio rivendicato dalla Repubblica del Somaliland, stato non riconosciuto indipendente de facto dal 1991. Colonia britannica fino al 1960, divenne parte della Repubblica di Somalia, ma alla caduta del dittatore Siad Barre proclamò l’indipendenza.
Parlando della legittimità storica, possiamo citare come esempio ideale lo Stato di Israele, costituito a seguito della Seconda Guerra Mondiale per volontà del movimento sionista in un momento nel quale in Palestina la quantità di ebrei residenti nella regione era grandemente inferiore rispetto alla componente palestinese. In quel caso non erano presenti né una legittimità giuridica né una legittimità politica, ma era ben chiara la volontà dei sionisti di restaurare uno Stato che era esistito molti secoli prima.
Quindi, ricapitolando, la legittimità di uno stato è affermata sulla base di tre principi: quello giuridico, quello politico e quello storico. La situazione contingente non permette quasi mai a questi tre piani di legittimità di coesistere contemporaneamente. E in ogni caso questa generica definizione di legittimità non è sufficiente a delineare una “roadmap” sicura nella gestione del problema, perché tutti e tre i piani di questo discorso sono soggetti al contesto nel quale andiamo ad analizzarli. Infatti, quando un nuovo stato va a costituirsi, esso non soltanto occuperà l’area geografica precedentemente amministrata da un altro stato, ma andrà ad imporre la sua autorità su una popolazione composita, della quale faranno parte non soltanto i sostenitori del “nuovo” stato, ma anche quelli dello stato “vecchio”. Come riconoscere quindi il diritto dei “nostalgici” a rimanere parte del “vecchio” stato senza ledere il diritto dei sostenitori del “nuovo” stato? E viceversa, come permettere la nascita di un “nuovo” stato senza ledere il diritto dei “nostalgici”? La questione aggiunge ulteriore complicazione ad un argomento già di per sé caotico, ed è bene chiarire fin da subito che ad oggi non è stata identificata nessuna procedura condivisa tra gli stati che permetta la risoluzione di simili problemi senza generare il rischio di una guerra. Pertanto, anche nel caso della Repubblica Cecena di Ichkeria, sarà bene tenere a mente che in assenza di reciproco riconoscimento tra stato vecchio e stato nuovo non può esserci alcuna legittimità oggettiva alla quale aggrapparsi.
LEGITTIMITA’ STORICA DI UNO STATO CECENO
La Repubblica Cecena di Ichkeria (ChRI) fu soltanto “uno” stato ceceno, cioè una formazione statale indipendente de facto (e secondo alcuni anche de jure) tra il 1991 ed il 1994 (come Repubblica Cecena di Nokhchi – cho) e poi tra il 1994 ed il 2000 (secondo gli esponenti del governo in esilio la ChRI esiste ancora, ed è l’unico vero stato ceceno). Il contesto nel quale questo stato nacque e si sviluppò rende peculiare la discussione intorno alla sua legittimità, per cui partiremo da un discorso più ampio, indagando prima sulla legittimità di uno stato ceceno in senso generale.
Iniziamo valutando la legittimità storica di uno Stato ceceno. Come abbiamo detto, uno stato è storicamente legittimato se restaura uno stato precedentemente abbattuto, o se va ad inentificarsi con il luogo ancestrale nel quale si è formato il popolo che questo intende rappresentare e governare. Partiamo dal principio della restaurazione: prima del 1991 non è mai esistito uno stato unitario ceceno, o uno stato che abbia preteso di essere ceceno. Nella loro storia i “Nokhchi” (come si chiamano tra di loro i ceceni) ed in generale i Vaynakh (la famiglia etno – linguistica che accomuna ceceni, ingusci e alcune popolazioni del Daghestan e della Georgia) non ebbero mai un regno, una repubblica o una confederazione politicamente compatta. Le uniche organizzazioni che possono avvicinarsi al concetto di Stato furono il Regno di Durdzukhezia ed il Principato di Simsir, due entità certamente popolate da ceceni, ma che non pretesero mai di essere “lo stato dei ceceni”. Successivamente alla loro scomparsa la popolazione sviluppò un peculiare sistema basato su clan (Teip) i quali talvolta costituivano confederazioni (Tukkhum). Questa organizzazione non può in alcun modo essere considerata un “pro – tostato” ma anzi, per certi versi ne è una negazione. I Tukkhum erano 9, i Teip più di centocinquanta. La frammentazione politica non portò mai alla costituzione di uno Stato nell’accezione moderna del termine. Anche quando i ceceni si riunirono in organizzazioni politiche unitarie, come l’Imamato del Caucaso (1829 – 1859) o la Repubblica dei Popoli della Montagna (1917 – 1921) le suddette formazioni statali ebbero un respiro più ampio rispetto alla nazione cecena, e rivendicarono la loro sovranità su tutto il Caucaso o, al minimo, su tutti i popoli islamici del Caucaso (Ingusci, Balcari, Cabardini, Karachay, Circassi ecc..). Ne consegue che, prima della Repubblica Cecena di Ichkeria, nessuna rivendicazione “restauratrice” può considerarsi legittima.
Bandiera della Repubblica dei Popoli della Montagna
Diverso è il caso di una rivendicazione di tipo “ancestrale”: è indubbio che la Cecenia è il luogo dove il popolo dei “Nokhchi” si è formato, dove ha costituito la propria unità etnoculturale, dove ha vissuto la propria evoluzione linguistica, economica e sociale. E’ il luogo dove si sono formati i Teip e i Tukkhum. Su questa base è legittimo che i Ceceni considerino quella regione come il luogo dove la loro nazione è nata, in centro di irraggiamento della loro storia, ed è legittimo anche che lo considerino come loro e soltanto loro. Nessun altro popolo infatti ha mai fatto della Cecenia la propria casa spirituale: i popoli che nei secoli hanno invaso, e talvolta sottomesso, le tribù cecene hanno il loro centro di gravità in altre zone. Nella vicina Ossezia, ad esempio, si trova il nucleo ancestrale della nazione Alana (dai quali gli osseti affermano di discendere), mentre i popoli di stirpe turco – mongola che conquistarono le pianure della Cecenia in epoca medievale hanno il loro centro di gravità nella Mongolia e in Turchia. Se accettiamo il principio per il quale un popolo può rivendicare l’indipendenza come realizzazione della sua storia, possiamo affermare che i ceceni hanno il diritto di considerarsi i legittimi “padroni” della terra che abitano da più di quattromila anni.
LEGITTIMITA’ POLITICA DI UNO STATO CECENO
Passando al tema della legittimità politica, dobbiamo cominciare ad inserire nel discorso la variabile dello “stato vecchio” dal quale i Ceceni potrebbero aver voluto prendere le distanze, costituendone uno tutto loro. Gli “stati vecchi” in questione sono l’Impero Russo e l’Unione Sovietica. Il primo, caduto nel 1922, governò sulla Cecenia fin dal diciassettesimo secolo, e lo fece prevalentemente sotto forma di dominio. Malgrado in epoca sovietica si sia introdotto il principio della “volontaria adesione” di alcuni popoli alla Russia, è ormai evidente che il Caucaso fu sottomesso militarmente, e più volte “riconquistato” dagli eserciti zaristi. I Ceceni, al pari di numerosi altri popoli caucasici si ribellarono a più riprese, provocando la reazione militare di Mosca e portando avanti logoranti campagne di guerriglia. I russi dal canto loro procedettero spesso alla distruzione dei villaggi indigeni, alla deportazione delle popolazioni ribelli ed allo sterminio delle classi dirigenti locali, secondo uno schema che non consente di definire come “volontario” l’ingresso di questi popoli nell’Impero russo.
La permanenza della Cecenia nell’Unione Sovietica non fu meno “involontaria” né meno incruenta. Dopo la fondazione dell’URSS, il 30 Dicembre 1922, la Cecenia fu annessa come provincia autonoma nella Repubblica Socialista Federata Sovietica Russa (RSFSR) per poi ottenere lo status di Repubblica Autonoma nel 1936. Nel 1944 Stalin impose la deportazione di massa di ceceni e ingusci in Asia Centrale: quasi tutta la popolazione indigena fu trasferita su vagoni piombati in Kazakhistan ed in Siberia, dove visse in esilio forzato fino al 1957. Si trattò di un vero e proprio tentativo di genocidio, volto a far sparire per sempre il popolo ceceno – inguscio, secondo l’approccio staliniano alla risoluzione dei problemi etnici. Alla morte di Stalin l’esilio forzato fu revocato, ed i ceceni poterono rientrare nelle loro terre, nel frattempo ripopolate da famiglie russe. La tragedia collettiva vissuta dai ceceni può facilmente essere addotta a motivo politico legittimo per una separazione dall’URSS. La mancanza di una “volontaria adesione” al “vecchio stato” ed il comportamento persecutorio di questo nei confronti dei ceceni può quindi a buona ragione legittimare il desiderio di questi ultimi di costituire uno stato proprio, nel quale vivere da uomini liberi senza il timore di essere fisicamente eliminati.
Veicoli militari dell’NKVD fanno la spola tra i villaggi d montagna della Cecenia e le stazioni di carico dei deportati durante l’Operazione Lentil (1944)
LEGITTIMITA’ GIURIDICA DI UNO STATO CECENO
Abbiamo visto come la Cecenia può vantare ragioni storiche e politiche per rivendicare la propria indipendenza. Quali ragioni poteva addurre dal punto di vista giuridico al crollo dell’URSS? L’Unione Sovietica si definiva come un’unione di stati governata secondo il principio del federalismo socialista. Nel corso della sua storia promulgò svariate costituzioni, ed in ognuna di esse confermò il rispetto del principio di volontarietà dei soggetti che la componevano. Ciò non significa che queste avevano il potere effettivo di secedere: i paesi del cosiddetto Blocco Sovietico furono costantemente sotto occupazione militare da parte dell’esercito del Patto di Varsavia, e qualsiasi tentativo di guadagnare l’indipendenza fu stroncato nel sangue, come nel caso dell’Ungheria e della Cecoslovacchia. Ma qui stiamo parlando di legittimità giuridica, e dal punto di vista della legittimità giuridica ogni soggetto dell’URSS, dalle “RSS” (Repubbliche Socialiste Sovietiche) alle “RSSA” (Repubbliche Socialiste Sovietiche Autonome, tra le quali vi era la RSSA Ceceno – Inguscia) tutte potevano dichiarare la secessione e costituirsi in stati indipendenti.
Il 3 Aprile 1990 Gorbachev varò una legge ancora più permissiva rispetto al tema della secessione, normando in maniera molto precisa il meccanismo da mettere in atto qualora un soggetto dell’Unione o della RSFSR avesse voluto uscire dall’URSS. Si tratta di una legge molto lunga e cavillosa, ma nella sostanza essa stabiliva che il Soviet Supremo locale avrebbe potuto organizzare un Referendum, e se questo avesse dato esito positivo si sarebbe potuto avviare il meccanismo di uscita. In particolare, con riferimento alle repubbliche autonome, la legge diceva: “una decisione di cambiare lo status e la secessione di una repubblica autonoma o di una regione autonoma dall’URSS è possibile solo mediante referendum“. Esisteva, quindi, un legittimo sistema previsto dallo “stato vecchio” per la formazione di uno “stato nuovo”, e questo sistema era disponibile anche per la Cecenia.
LA REPUBBLICA CECENA DI NOKHCHI – CHO
Nell’estate del 1990 cominciò a farsi largo sia tra i movimenti extraparlamentari, sia tra le correnti di opposizione del Soviet Supremo Ceceno – Inguscio la necessità di mettere sul piatto il tema dell’indipendenza. La maggior parte degli esponenti di questa nuova ondata nazionalista intendeva utilizzare il diritto alla secessione come elemento negoziale di un nuovo trattato dell’Unione, tirando la corda il più possibile per ottenere migliori concessioni dal governo centrale. Una frazione del movimento nazionalista, tuttavia, sosteneva la necessità di secedere per davvero, costituire una repubblica indipendente e separare la strada della Cecenia da quella della Russia. In questa sede non ci soffermeremo sulle dinamiche politiche che portarono alla Dichiarazione di Indipendenza ed alla nascita della Repubblica Cecena di Nokhchi – cho (come si definì la repubblica separatista fino al Gennaio 1994), ma ci concentreremo sulla legittimità di tale processo.
Come abbiamo visto, la Cecenia aveva in quel momento tutte le giustificazioni storiche, politiche e giuridiche per portare avanti la secessione. Conseguentemente a ciò, il 25 Novembre 1990 un organismo informale chiamato Congresso Nazionale Ceceno, convocato da tutte le anime della politica e della cultura nazionali, votò una Dichiarazione di Sovranità, nella quale si proclamava “la sovranità statale della Repubblica cecena, con la supremazia, indipendenza, pienezza ed indivisibilità della sua autorità statale all’interno dei confini esistenti della Repubblica Socialista Sovietica Autonoma Ceceno – Inguscia, ad eccezione del territorio dell’ex autonomia di Inguscezia[…].” Inoltre si dichiarava: “L’unica fonte del potere statale nella Repubblica Cecena è il popolo di questa repubblica, composto da tutti i cittadini della Repubblica Cecena.” Il Soviet Supremo Ceceno – Inguscio, allora comandato dal leader fresco di nomina Doku Zavgaev, recepì le indicazioni del Congresso e due giorni dopo varò una Dichiarazione di Sovranità con valore di legge, dai toni molto simili a quella del Congresso: “Il Soviet Supremo della Repubblica Ceceno – Inguscia, che esprime la volontà del popolo, consapevole della responsabilità storica per il destino della Cecenia e dell’Inguscezia e della loro sovranità nazionale, nel rispetto dei diritti e degli interessi di tutti i gruppi etnici che vivono nella Repubblica […] proclama solennemente la sovranità statale della Repubblica […] e dichiara la decisione di creare uno Stato di diritto democratico.” La Dichiarazione di Sovranità votata dal Soviet Supremo Ceceno – Inguscio garantì alla Cecenia le premesse per una corretta separazione dalla RSFSR e dall’URSS. Tuttavia Zavgaev, al pari di molti altri esponenti del Congresso Nazionale non aveva alcuna intenzione di secedere: anch’egli voleva negoziare migliori condizioni con l’Unione Sovietica sventolando lo spauracchio della secessione. Di diverso avviso erano i cosiddetti “radicali nazionali” i quali trovarono un eccezionale campione nel Generale Dzhokhar Dudaev, eletto Presidente del Comitato Esecutivo del Congresso nel Dicembre 1990.
il Generale Dzhokhar Dudaev tiene un discorso attorniato dai suoi seguaci
Il tentato colpo di stato dell’Agosto 1991 accelerò enormemente gli eventi, e dette ai radicali nazionali l’opportunità per forzare il meccanismo istituzionale di secessione. La leadership della Repubblica Autonoma, infatti, non prese chiaramente posizione contro i golpisti, facendo intendere alla maggioranza dei ceceni che Zavgaev ed i suoi uomini non fossero disposti a procedere oltre sulla strada dell’indipendenza. I nazionalisti ebbero gioco facile nel mobilitare le masse, e tra la fine di Agosto e la fine di Ottobre del 1991 rovesciarono il governo, occuparono gli edifici pubblici ed indissero elezioni politiche per la costituzione di un Parlamento e per la nomina di un Presidente della Repubblica nella persona del Generale Dudaev. Una volta svolte le elezioni Dudaev proclamò l’indipendenza della Cecenia. La Rivoluzione Cecena non rispettò neanche in parte il processo di separazione “legale” previsto dalla legge del 3 Aprile 1990: nessuno indisse un referendum, il Soviet Supremo non lo ratificò né lo discusse, il popolo non poté partecipare alle consultazioni nelle forme e nei modi previsti. Pertanto, da un punto di vista giuridico, la secessione della Cecenia fu illegittima. Questo stato di cose fu immediatamente rilevato dal governo centrale, ma la situazione politica stava precipitando velocemente, e dopo un flebile tentativo di introdurre lo Stato d’Emergenza il Presidente della RSFSR, Boris Eltsin, decise di desistere e riprendere le negoziazioni con i ceceni una volta che la situazione si fosse calmata.
LA FINE DELL’URSS E LA NASCITA DELLA FEDERAZIONE RUSSA
Abbiamo visto come, a termine di diritto, la secessione della Cecenia fu messa in atto contrariamente alle procedure previste dalla Costituzione dell’URSS. A complicare non poco la situazione giunse, il 25 Dicembre del 1991, lo scioglimento dell’Unione Sovietica. Dalla mezzanotte di quel giorno l’URSS cessò di esistere come soggetto del diritto. Di conseguenza le sue leggi ed i suoi ordinamenti persero di qualsiasi validità. La Repubblica Cecena di Nokhchi – cho si ritrovò in uno stato giuridicamente sospeso: essa si era proclamata sovrana nel rispetto della legge, si era proclamata indipendente in violazione della stessa legge, e l’Unione dalla quale si era separata aveva cessato di esistere. Chi invece continuava ad esistere era la Repubblica Socialista Federale Sovietica Russa, della quale la Cecenia faceva ancora formalmente parte. Il suo Presidente, Boris Eltsin, ed il suo Parlamento consideravano il paese ancora parte dello stato, e non intendevano riconoscere come legittima la Dichiarazione di Indipendenza. Ecco che nella disamina sulla legittimità della Repubblica Cecena di Nokhchi – cho si inserisce un nuovo interrogativo: è da considerarsi illegittima la secessione di una repubblica autonoma dal più vasto consesso di un’unione tra stati anche quando questa unione ha cessato di esistere? Il tema è estremamente complicato, ed è difficile dare una risposta precisa. Certo è che non esistendo più come soggetto giuridico, l’URSS non poté più avanzare pretese sulla Cecenia. Il discorso è diverso se si considera la questione dal punto di vista della RSFSR Russa: essa esistette ancora fino alla fine del 1993, e non riconobbe mai l’indipendenza della Repubblica Cecena di Nokhchi – cho. Da un punto di vista giuridico, di fatto, la Cecenia continuò a far parte della repubblica sovietica russa nonostante che l’Unione Sovietica avesse cessato di esistere, e che la definizione di “socialista” fosse ormai puramente formale, un “cadavere giuridico” in piena putrefazione, ma pur sempre consistente dal punto di vista legale.
Dal Gennaio del 1992 Eltsin iniziò a riformare la Federazione Russia in modo da spogliarla del suo passato sovietico senza perdere i pezzi che la componevano. Per questo motivo iniziò una fitta serie di negoziati “testa – testa” con i 92 soggetti che componevano la RSFSR, con l’obiettivo di farli aderire tutti ad un nuovo Trattato Federativo che ridisegnasse i rapporti politici tra centro e periferia. Un “nuovo trattato” significa una nuova negoziazione tra soggetti di pari diritto, i quali hanno facoltà di sottoscriverlo, ma anche di non farlo. Intorno a questo principio si articolò la posizione dei secessionisti: se la Cecenia era un soggetto dotato di piena capacità giuridica al punto da poter scegliere se sottoscrivere o meno un trattato federativo, era evidente che questa era uno stato indipendente, e che come tale poteva essere riconosciuto dalla Russia, ma anche da qualsiasi altro governo. Da questo punto di vista era evidente come la nascente Federazione Russa, pur non riconoscendo la Repubblica Cecena di Nokhchi – cho direttamente, lo faceva “indirettamente” riconoscendole i poteri tipici di uno Stato sovrano. Dudaev decise quindi di subordinare qualsiasi negoziazione con la Federazione Russa al riconoscimento ufficiale della repubblica cecena.
Forze armate della Repubblica Cecena di Ichkeria sfilano in parata
Questo atteggiamento provocò uno stallo nelle negoziazioni, perché i russi non erano affatto intenzionati a riconoscere “prima” l’indipendenza e “poi” l’adesione, ma a riconoscere l’indipendenza “contemporaneamente” all’adesione. In sostanza Mosca intendeva riconoscere la Cecenia indipendente soltanto quando questa avesse accettato di rinunciare all’indipendenza. Una differenza sottile ma molto sostanziale per i nazionalisti ceceni, i quali volevano sentirsi liberi di percorrere un binario parallelo con la Russia senza necessariamente divenire un vagone del suo treno. Su questo tema i negoziati tra Mosca e Grozny si impantanarono per 3 anni senza produrre alcun risultato tangibile. Tra la fine del 1992 e la primavera del 1993, tuttavia, il Parlamento secessionista iniziò ad oscillare verso una maggior accondiscendenza nei confronti della Russia, complici la devastante crisi economica che stava colpendo il paese ed il blocco economico e finanziario operato da Mosca come rappresaglia per la mancata adesione della Cecenia al Trattato Federativo. Il fronte nazionalista iniziò a frammentarsi, ed il 4 Giugno 1993 Dudaev forzò la situazione sciogliendo il Parlamento ed instaurando una dittatura personale. Questo evento portò la Cecenia alla guerra civile, e funse da casus belli per l’intervento armato della Russia. Alla fine del 1993 la “nuova” Federazione Russa varò la sua costituzione, nella quale la Cecenia era riconosciuta come parte integrante del nuovo stato. In reazione a questo gesto dal pesante valore politico, Dudaev decise di ribattezzare la Repubblica Cecena di Nokhchi – cho in “Repubblica Cecena di Ichkeria” (ChRI), in modo da rimarcare anche sul piano ufficiale la non – appartenenza dello Stato ceceno alla Federazione Russa.
LEGITTIMITA’ E RICONOSCIMENTO: RELAZIONI RUSSO – CECENE TRA IL 1995 E IL 2000
Prima di proseguire sulla questione dei rapporti Russia – Cecenia, fermiamoci a valutare uno degli effetti tipici della legittimità, ovvero il riconoscimento. Esso non può essere considerato come una prerogativa alla legittimità (un diritto esiste o non esiste a prescindere del fatto che questo sia riconosciuto da qualcuno) ma certamente né è uno degli effetti principali. Uno stato non riconosciuto da nessuno difficilmente potrà operare in maniera normale, perché le sue leggi, le due autorità ed i suoi titoli non saranno riconosciuti da nessuno. Il caso della Repubblica Cecena di Ichkeria è esattamente questo. Allo scoppio della Prima Guerra Cecena la ChRI era stata riconosciuta soltanto dal Presidente (decaduto) della Georgia, Zviad Gamsakhurdia. Si trattava di un riconoscimento simbolico e privo di effetti reali (In quel periodo Gamsakhurdia era stato deposto da un colpo di stato militare e si era rifugiato in esilio proprio in Cecenia). Nessun altro governo accettò di considerare la questione cecena come qualcosa di diverso da “un affare interno della Russia”. Emblematica in questo senso è la differenza nel comportamento dei governi occidentali nei confronti della Cecenia (la quale fu sostanzialmente ignorata) ed il Kosovo, altra piccola repubblica autoproclamata nel 1992, la quale a partire dai primi anni 2000 iniziò ad essere ufficialmente riconosciuta da molti paesi, compresi gli Stati Uniti (che lo riconobbero nel 2008).
Abbiamo detto che il riconoscimento non è una prerogativa de iure alla legittimità di uno stato, ma certamente uno dei suoi principali effetti de facto. Sulla base di questo ragionamento possiamo andare ad indagare sui rapporti intrattenuti tra la Federazione Russa e la Cecenia, cercando di capire se, in assenza di accordi formali, il comportamento tenuto da Mosca nei confronti di Grozny può lasciar intendere un riconoscimento pratico a fronte di un non – riconoscimento teorico. Il primo evento da tenere in considerazione è l’ingresso delle truppe russe in Cecenia nel Dicembre del 1994. Conformemente con la sua politica del “non riconoscimento” Eltsin autorizzò non già un’invasione, ma un’operazione volta a “ristabilire l’ordine costituzionale”, cioè un’azione avente come obiettivo il disarmo di “milizie armate illegali” resesi responsabili di usurpazione delle istituzioni legittime dello Stato. Non una guerra, quindi, ma un’operazione di disarmo. Niente guerra, niente Ichkeria. La situazione cambiò quando fu chiaro che la “piccola guerra vittoriosa” progettata da Eltsin iniziò a rivelarsi per niente “piccola” e nemmeno “vittoriosa”: i russi si trovarono impantanati in una logorante guerra partigiana che sarebbe terminata nell’Agosto del 1996 la vittoria dei separatisti.
Boris Eltsin eZelimkhan Yandarbiev a Mosca per i negoziati sul cessate – il – fuoco durante la Prima Guerra Cecena, 1996
Già dal Giugno 1995 il governo russo iniziò a firmare accordi e protocolli di pace nei quali si riconoscevano di fatto le forze armate della ChRI, il suo governo e le sue strutture politiche. In un accordo militare firmato a Grozny il 30 Luglio 1995 il Governo della Federazione Russa riconosceva i suoi interlocutori come “Il Governo della Repubblica Cecena di Ichkeria”, manifestando gli effetti di un riconoscimento politico. In particolare si autorizzava l’apertura di un “ufficio di rappresentanza” della ChRI a Mosca, qualcosa di molto simile ad un consolato, o ad un’ambasciata. Da quella data il governo federale firmò almeno una decina di documenti nei quali erano presenti i riferimenti alla Repubblica Cecena di Ichkeria. Il più importante di questi fu certamente quello definito come “Accordi di Khasavyurt”, il cui punto 1 recita: “Il trattato che regola i fondamenti di base delle relazioni tra la Federazione Russa e la Repubblica Cecena, governata dai principi e dalle norme universalmente accettati dal diritto internazionale, dovrà essere raggiunto entro il 31 Dicembre 2001.” La frase non lascia alcun dubbio: il diritto internazionale regola i rapporti tra stati, e non i rapporti tra uno stato e una sua provincia. E se Russia e Cecenia hanno deciso di comune accordo di regolare i loro rapporti sulla base del diritto internazionale, ne consegue che si riconoscono a vicenda come soggetti di diritto internazionale, quindi stati sovrani.
Accordi di questo tenore si susseguirono per tutto il 1996 e la prima parte del 1997: il 23 Novembre 1996 il Primo Ministro della Federazione Russa, Viktor Chernomyrdin ed il Primo Ministro del governo ceceno, Aslan Maskhadov firmarono un accordo nel quale la Russia si impegnava a ripristinare i normali rapporti commerciali e politici con la Cecenia dal 1 Dicembre successivo, consegnando ai ceceni il controllo delle frontiere, degli aereoporti e delle vie d’accesso e di uscita dal paese, oltre alla piena disponibilità della infrastrutture. Il 3 Febbraio 1997, pochi giorni dopo lo svolgimento delle elezioni per il rinnovo del parlamento separatista e per la carica di Presidente della Repubblica, le autorità russe inviarono missive nelle quali si congratulavano con il neoeletto Capo dello Stato, Aslan Maskhadov: un atteggiamento non molto coerente con la politica di “Non riconoscimento” pubblicamente presentata dalle autorità federali. Il documento che tuttavia fa la differenza in tutta questa storia fu firmato il 12 Maggio 1997 a Mosca, e malgrado contenga termini molto generici a livello pratico, ha una chiarezza formale assoluta e inequivocabile. Si tratta del “Trattato di Pace e Principi di Interrelazione tra la Federazione Russa e la Repubblica Cecena di Ichkeria.”.
IL TRATTATO DI PACE
Prima di addentrarci nel documento analizziamo il titolo. Un “Trattato di Pace” è un accordo basato sul diritto internazionale in base al quale due stati assumono una serie di obbligazioni, prima tra tutte il rifiuto della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie. I trattati di pace sono firmati da due stati che si riconoscono vicendevolmente come legittimi interlocutori. La locuzione “Tra la Federazione Russa e la Repubblica Cecena di Ichkeria” toglie ogni dubbio: uno stato chiamato “Ichkeria” non ha mai fatto parte della Federazione Russa, la sua denominazione non è inclusa tra quelle dei soggetti federati nella Costituzione del 1993. Si tratta evidentemente di un soggetto di diritto esterno alla Federazione, e pertanto il trattato di pace può essere interpretato come un gesto di “tacito riconoscimento”.
Mosca. Eltsin e Maskhadov firmano il Trattato di Pace del 12 Maggio 1997. Alexander Sentsov, Alexander Chumichev/TASS –осси€. 12 ма€ 1997 г. ¬
Procediamo con l’analisi del testo:
“Le stimate parti dell’accordo, desiderose di porre fine al loro secolare antagonismo e sforzandosi di stabilire relazioni solide, uguali e reciprocamente vantaggiose, concordano:”
Anche in questo caso, malgrado la genericità della frase, si fa riferimento ad un accordo tra due soggetti che non soltanto sono separati, ma che si sono in qualche maniera “sentiti come altro da sé” per secoli. In questo senso la Federazione Russa sembra intenzionata a riconoscere anche la legittimità politica della secessione cecena.
Andiamo avanti con i primi 3 dei 5 articoli del trattato (il IV ed il V sono di natura circostanziale e di scarso interesse ai fini di questa trattazione):
“Art. 1 – Rifiutare per sempre l’uso della forza o la minaccia della forza per risolvere tutte le questioni di disputa”.
Il primo articolo del Trattato di Pace ricalca una formula espressa in centinaia di documenti simili, tutti sottoscritti da stati sovrani.
“Art. 2 – Sviluppare le loro relazioni su principi e norme di diritto internazionale generalmente riconosciuti. Nel fare ciò le parti devono interagire sulla base di specifici accordi concreti”.
Di nuovo il richiamo al diritto internazionale come linguaggio di base nelle relazioni tra i due Stati presuppone la loro parità istituzionale.
“Art. 3 – Il presente trattato fungerà da base per la conclusione di ulteriori accordi e intese sull’intera gamma di relazioni”
Non soltanto, in questo caso, si presuppone un rapporto paritetico tra Federazione Russa e Repubblica Cecena di Ichkeria, ma addirittura si condizionano tutti i futuri accordi tra i due paesi ai principi stabiliti in questo trattato.
Qualunque fossero i rapporti tra Russia e Cecenia prima del Trattato di Mosca del 12 Maggio 1997, dopo di esso non si può più affermare che la Federazione Russa non riconobbe la Repubblica Cecena di Ichkeria. In questo senso il testo del trattato è più che chiaro. Secondo lo scrivente, quindi, da questo momento in poi la Cecenia esiste a tutti gli effetti come Repubblica indipendente, ed è legittimata sia su base storica e politica, sia su base giuridica, perché dal 12 Maggio 1997 la Federazione Russa iniziò a rapportarsi con la Cecenia come ci si rapporta con uno stato estero. L’11 Luglio successivo i governi ceceno e russo firmarono una serie di accordi volti ad integrare i rispettivi sistemi bancari e doganali. Nell’Agosto dello stesso anno i plenipotenziari Khozh Akhmed Yarikhanov ed Akhmed Zakayev firmarono un accordo tripartito con il Vice Primo Ministro russo, Boris Nemtsov ed il Vice Primo Ministro Azero, Abbas Abbasov riguardo la gestione congiunta del gasdotto che attraversava la Cecenia. In questo caso è interessante notare un aspetto procedurale: normalmente negli accordi tra la Federazione Russa e paesi esteri riguardanti questioni inerenti una delle repubbliche federate, il testo del documento finale reca la firma della repubblica federata, ma la procedura non prevede che i suoi rappresentanti possano partecipare autonomamente alle negoziazioni. In questo caso invece gli incontri preparatori bilaterali videro negoziati russo – ceceni e negoziati ceceno – azeri, come da prassi per accordi trilaterali tra stati sovrani. Su questa base potremmo spingerci a teorizzare che lo stesso Azerbaijian, firmando l’accordo sul gasdotto, abbia implicitamente riconosciuto la ChRI. La percezione che la Cecenia fosse uno stato indipendente a tutti gli effetti d’altro canto è rintracciabile nella dichiarazione di chiusura di Abbasov alla stampa: “Oggi, firmando un accordo trilaterale tra la Federazione Russa, la Repubblica Cecena di Ichkeria e L’Azerbaijian abbiamo rimosso anche l’ultimo ostacolo della repubblica nel fornire oro nero ai partner europei.”
LA SECONDA GUERRA CECENA
Riepilogando brevemente possiamo dire che la Repubblica Cecena di Ichkeria, pur avendo forti motivazioni storiche e politiche per rivendicare l’indipendenza, ottenne la secessione tramite metodi illegittimi. Tuttavia il comportamento del governo della Federazione Russa tra il 1995 ed il 1996, ed ancor più l’atteggiamento avuto nei confronti del governo di Grozny dopo la fine della Prima Guerra Cecena fecero sì che tale secessione fosse, se non ratificata ufficialmente, quantomeno riconosciuta di fatto da Mosca, stabilendo uno stato di cose per le quali la ChRI potè operare come uno stato indipendente almeno fino al Dicembre 1999. A tale scopo sono esemplari le parole di Vladimir Putin, successore di Eltsin alla presidenza federale, il quale il 13 Dicembre 2001 dichiarò: “Voglio solo ricordare che nel 1996 la Russia ha ritirato tutte le sue forze armate dalla Cecenia, avendo creato lì uno stato di fatto completamente indipendente. Non di diritto, ma di fatto. Per questo motivo nessuno può dirci che usiamo tutta la nostra forza per distruggere il desiderio del popolo ceceno di essere indipendente. Lo abbiamo fatto una volta, abbiamo dato loro tale indipendenza”.
Dalla fine del 1999 le truppe federali penetrarono nuovamente in Cecenia, e da allora fino al 2003 sottoposero il paese ad una occupazione militare. Nel 2003, infine, si tenne un referendum costituzionale volto a ricostituire l’unità federale tra la Cecenia e la Federazione Russa. La vittoria plebiscitaria del “SI” (95,97% dei voti espressi) per quanto viziata da diffuse irregolarità (non molto diverse, in effetti, da quelle registratesi alle elezioni dell’Ottobre 1991, quando furono eletti il Parlamento ed il Presidente secessionisti) sancì il reintegro della Cecenia nel sistema federale russo, delegittimando il governo della Repubblica Cecena di Ichkeria e rendendola un’organizzazione a tutti gli effetti illegale. I secessionisti bollarono il referendum come una farsa, e a tutt’oggi continuano a considerare la ChRI come l’unico governo legittimo di un paese sotto occupazione militare. Secondo quanto riportato in una disamina pubblicata su numerosi siti separatisti, la ChRI sarebbe equiparata ai governi occupati dalla Germania nazista durante la Seconda Guerra Mondiale:
“Ad esempio, durante la Seconda Guerra Mondiale, il re belga Leopoldo III costrinse l’esercito belga ad arrendersi e sebbene cercasse di formare un governo fantoccio guidato dal filo – nazista Henri De Mans, il governo in esilio, chiamato “Governo dei Quattro” continuò le sue attività a Londra dal 1940 al 1945. Allo stesso modo il governo polacco in esilio rimase in vigore dal 1939 al 1990, prima in Francia e poi in Inghilterra, e fu riconosciuto come il vero rappresentante del popolo polacco.”
Il governo polacco in esilio. Costituitosi a Londra dopo l’occupazione nazista della Polonia, non fu riconosciuto al termine della Seconda Guerra Mondiale, quando il paese entrò nel Blocco Sovietico, ma rimase formalmente in carica fino al 1990, passando i poteri al primo governo democraticamente eletto nel paese.
Il tema della legittimità dell’attuale governo della ChRI in esilio è ancora oggi oggetto di dibattito, prima di tutto tra gli stessi esponenti della diaspora separatista (ad oggi esistono almeno tre gruppi di ex funzionari della ChRI che si contendono la leadership della repubblica). Il governo stabilmente al potere in Cecenia, guidato da Ramzan Kadyrov non riconosce alcuna legittimità a nessuno degli esponenti della vecchia leadership, e si ritiene legittimo sulla base del referendum costituzionale del 2003. Anche la Federazione Russa ritiene legittimo il governo di Kadyrov, e nelle sue rappresentanze ufficiali la Repubblica Cecena federata con la Russia viene riconosciuta come istituzione ufficiale dalla maggior parte dei governi del mondo.
LEGITTIMITA’ POSTUMA DELLA ChRI
Ad oggi l’eventualità che la ChRI venga ricostituita o ottenga un qualche tipo di riconoscimento estero è piuttosto remota. Anche evitando diatribe politiche di attualità, e presupponendo che il separatismo abbia un seguito di qualche rilievo tra la popolazione cecena, il percorso per la ricostituzione della Repubblica Cecena di Ichkeria sarebbe comunque assai tortuoso. L’ultima manifestazione di volontà popolare in merito risale al 1997, e da allora le elezioni hanno sempre riconfermato alla guida del paese il fronte unionista. D’altra parte, lo stesso fronte unionista ha sistematicamente impedito che forze politiche contrarie al federalismo potessero liberamente esprimersi, ed i sostenitori di tale approccio vivono uno stato di semiclandestinità, essendo la ChRI considerata come un’organizzazione criminale, ed i suoi esponenti soggetti ad arresto.
Volendo fare un esercizio di teoria politica, la ChRI non ha mai cessato di esistere. Molti dei suoi funzionari ed esponenti politici nel corso degli anni sono passati al governo unionista di Kadyrov, assottigliando le file dei separatisti, e la costituzione dell’Emirato Islamico del Caucaso Settentrionale, avvenuta nell’Ottobre del 2007 ha privato la ChRI delle sue “forze armate” su suolo ceceno. Questo non ha comunque eroso, almeno in linea teorica, il legame delle strutture “ad interim” della repubblica in esilio con le istituzioni uscite dalle elezioni del 1997. L’eventualità di rivendicare nuovamente il diritto alla secessione della Cecenia dalla Federazione Russa sarebbe comunque ostacolata dall’esplicito divieto presente nella Costituzione della Federazione a qualsiasi azione volta a minare l’integrità territoriale dello Stato.
Sostenitori della Repubblica Cecena di Ichkeria manifestano a Ginevra, 2019
La moneta non è soltanto uno degli strumenti essenziali di ogni economia moderna, ma spesso è anche uno degli elementi distintivi di uno stato riconosciuto, oltre che un efficace strumento di propaganda fin dall’alba dei tempi. Gli imperatori romani, ad esempio, non appena venivano nominati ordinavano il conio di monete raffiguranti il loro nome ed il loro ritratto, in modo che tutti i sudditi dell’impero sapessero chi era il capo. Con l’avvento della cartamoneta ogni stato provvide a stamparne grandi quantità, disegnando su di esse i simboli della sua autorità. Ogni volta che un nuovo stato veniva a costituirsi una delle sue prime preoccupazioni era quella di istituire una propria moneta, così da rendersi riconoscibile dal popolo e celebrare così la sua esistenza.
Moneta da 500 rubli dell’Emirato del Caucaso Settentrionale
Anche i ceceni tentarono in più occasioni di introdurre valute nazionali che sancissero la loro indipendenza. Sappiamo che nell’Imamato Caucaso, durante il governo dell’Imam Shamil forme di autotassazione e di gestione della ricchezza locale furono introdotte al fine di centralizzare la spesa del governo, e furono organizzati veri e propri sistemi di riscossione territoriale per finanziare l’esercito che combatteva contro i russi. Alla fine della Prima Guerra Mondiale, quando i popoli del Caucaso Settentrionale si organizzarono nella Repubblica dei Popoli della Montagna e, successivamente, nell’Emirato del Caucaso Settentrionale vennero prodotte banconote cartacee in rubli dotate di propria numerazione e di peculiari simboli di riconoscimento.
(sotto: francobolli messi in circolazione dalla ChRI tra il 1993 ed il 1999)
LA MONETA DELLA RIVOLUZIONE
Allo scoppio della Rivoluzione Cecena, nell’Agosto del 1991, il Comitato Esecutivo costituì una “Commissione fiscale” che elaborasse un progetto di moneta nazionale cecena. Lo scoppio dei disordini fece passare in secondo piano la questione, ma essa fu prontamente ripresa del Parlamento eletto nell’Ottobre dello stesso anno, e posta tra le principali priorità del nuovo Stato indipendente. Alla promulgazione della Costituzione, il 12 Marzo 1992, il Parlamento previde il passaggio dal sistema monetario russo, basato sul rublo, ad un sistema nazionale fondato su una nuova moneta totalmente cecena. In uno dei decreti attuativi della carta fondamentale fu deciso che la Repubblica Cecena di Nokhchi – cho (denominazione del nuovo Stato dal Novembre 1991 al Gennaio 1994) sarebbe rimasta agganciata alla moneta russa “fino alla creazione del proprio sistema monetario creditizio o alla sua unificazione con sistemi di altri stati”. Tra il 1992 ed il 1993 si ebbe un ampio dibattito sul tema, furono prodotti molti schizzi della nuova moneta e furono aperti contatti con aziende europee capaci di produrre banconote a prova di contraffazione. Nell’autunno del 1992 Dudaev inviò Ruslan Utsiev in Inghilterra per portarne a termine la produzione. Utsiev individuò nella società francese TDLR (Thomas De La Rue) l’azienda che avrebbe prodotto il tutto, ma il suo omicidio, avvenuto pochi mesi dopo in circostanze misteriose, bloccò gli effetti del contratto, e la TDLR interruppe i lavori.
Nella foto: il contratto con la fiduciaria francese “Oberthur” mostrato in un film – documentario sulla ChRI ed alcuni schizzi preparatori della nuova moneta nazionale.
Il problema di “chi” dovesse stampare le banconote e di come dovesse riuscire a farle arrivare in Cecenia era, tuttavia, un problema piuttosto secondario rispetto a “quanto valore intrinseco” questa moneta potesse avere. Dudaev desiderava mettere in circolazione le nuove monete per motivi principalmente propagandistici: la nuova repubblica non era ancora stata riconosciuta da nessuno stato sovrano, ed era importante che almeno all’interno dei suoi confini i cittadini ne riconoscessero la “forma” avendone tra le mani i simboli statuali e passandoseli di mano in mano ogni giorno. Minor attenzione era posta sul fatto che, se questa fossa stata priva di copertura in ricchezza reale, essa non avrebbe avuto alcun valore. In questo senso la problematica principale che il nuovo stato ceceno doveva affrontare era l’apprezzabilità che la nuova moneta avrebbe potuto avere in quel momento: senza adeguate riserve nella Banca Nazionale Cecena, infatti, la valuta si sarebbe presto trasformata in carta straccia. Di questo era convinto l’allora Ministro dell’Economia e delle Finanze, Taymaz Abubakarov, il quale riteneva finanziariamente suicida l’idea di stampare e distribuire senza adeguata copertura monete aventi corso legale solo in Cecenia.
La discussione languì fino al Giugno del 1993, quando Dudaev portò a termine un colpo di stato militare, disperse le istituzioni democratiche della Repubblica ed assunse i pieni poteri. Essendosi assicurato il pieno controllo delle istituzioni, egli nominò l’ex direttore del Comitato per la Riforma Legale, Usman Imaev a capo della Banca Nazionale Cecena, istituto che fino ad allora era esistito quasi solo sulla carta e che Dudaev voleva far diventare la centrale finanziaria del nuovo stato indipendente. Dudaev ordinò di portare a compimento il progetto di dotare la Cecenia di una propria sovranità monetaria in qualsiasi modo. Abubakarov, rimasto in sella dopo il colpo di stato, manteneva le sue forti riserve sul progetto, e chiese che quantomeno l’emissione della moneta fosse garantita da un’equivalente provvista di valuta pregiata nei caveau della Banca. Se così fosse stato fatto, la moneta nazionale cecena avrebbe avuto un tasso di cambio forte ed una certa credibilità nel circuito finanziario internazionale.
IL NAHAR
Imaev ordinò la fabbricazione dei primi lotti di banconote, da introdurre progressivamente nel 1995 prima in affiancamento, poi in sostituzione del rublo russo. Il nome della nuova moneta sarebbe stato “Nahar”, un termine tradizionale della cultura caucasica identificante il concetto di “denaro” e allo stesso tempo toponimo di alcune cime montuose caucasiche. Vennero stampati i primi dagli da 1, 3 e 5 “Naharov” (una sorta di diminutivo per le monete di piccolo taglio) a questi si aggiunsero i tagli più grandi da 10,20,50,100,500 e 1000 Nahar. Un primo contratto per la fabbricazione delle banconote fu firmato con la fiduciaria francese Oberthur, per un costo complessivo di circa 35.000 dollari (20.640.000 franchi francesi). Il contratto poi non andò in porto, ed il governo della ChRI concluse un nuovo accordo con l’azienda tedesca Giesecke & Devrient GmbH, la quale a quanto pare riuscì a stampare 100 tonnellate di banconote di piccolo taglio ed a fare in modo che una parte di queste raggiungesse la Cecenia alla fine del 1994. Lo scoppio della Prima Guerra Cecena e l’occupazione dal paese da parte delle truppe federali impose uno stop al progetto di sovranità monetaria. I magazzini dove si trovavano le nuove monete furono bombardati e distrutti, e quel poco che rimase fu razziato dalle truppe federali e fatto sparire.
(sotto: immagini delle banconote stampate ed inviate in Cecenia nel 1994)
Il progetto riprese soltanto nel 1997, a guerra finita. Nel Settembre di quell’anno venne rimessa in attività la Banca Nazionale Cecena. Condizione di base per la fattibilità del progetto rimaneva tuttavia la presenza di una grossa riserva di valuta pregiata presso la Banca Nazionale, ma tra il Maggio 1997 ed il Febbraio 1998 la Banca Nazionale Cecena registrò trasferimenti da Mosca per “appena” 424 milioni di rubli, mentre 27 – 30 milioni di rubli entravano nei conti dell’istituto dalla raccolta fiscale. Queste risorse non erano neanche lontanamente sufficienti a garantire la messa in circolazione di una moneta nazionale, per la quale era stato previsto un tasso di cambio di 1 a 1 tra Nahar e Dollaro. Inoltre, lasciare quel poco che entrava nelle casse dello stato dentro i caveau della Banca Nazionale era impossibile: il governo era costantemente in arretrato coi pagamenti degli stipendi e delle pensioni, non aveva risorse per finanziare l’economia reale, e non poteva permettersi il “lusso” di trattenere neanche una piccola frazione del denaro in entrata per costituire una riserva a garanzia dei titoli emessi. Così dalla primavera del 1998 il progetto di introdurre il Nahar fu accantonato, ed il governo stabilì che la ChRI sarebbe rimasta agganciata al sistema rublo.
SOGNI INFRANTI
Nell’estate del 1999 la scarsità di denaro circolante fece riprendere nuovamente in mano al governo l’idea di introdurre il Nahar. Sul momento, vista la tragica situazione economica della repubblica e l’impossibilità di risolvere l’annoso problema della riserva a garanzia, si decise di cominciare ad introdurre obbligazioni di stato nominali in rubli, privi di copertura reale, con i quali tuttavia si sperava di costituirne una ed avviare una campagna di sottoscrizioni pubbliche. Si trattava di titoli registrati validi dieci anni, cedibili solo tramite autorizzazione della banca stessa. L’emissione fu annunciata pubblicamente alla stampa, dopodiché della cosa non si sentì più parlare. Nei mesi seguenti alcuni alti ufficiali della ChRI dichiararono di possedere tali obbligazioni o di essere interessati ad acquistarne, ma ad oggi non ci è pervenuto nessun esemplare di questo prodotto finanziario. La seconda invasione russa nel 1999, la conquista di Grozny e la distruzione (o il saccheggio) dei depositi della Banca Nazionale Cecena fecero tramontare per sempre il sogno separatista di una moneta nazionale dell’Ichkeria. Ad oggi circolano varie banconote attribuite alla ChRI, alcune di queste certamente false, altre probabilmente provenienti dal lotto stampato nel 1993, e sono oggetto di spasmodica ricerca da parte dei collezionisti.