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GLI AMBASCIATORI DI ICHKERIA – TERZA PARTE

ASLAN MASKHADOV

LA RICERCA DISPERATA DELLA PACE

Aslan Maskhadov ereditò dal suo predecessore Yandarbiev un paese al collasso, eppure ancora ubriacato dalla vittoria militare conseguita l’anno precedente. Il nuovo Presidente dovette così destreggiarsi tra la necessità di ricostruire rapporti decenti con la Russia, unico possibile partner nella ricostruzione del Paese, e il revanscismo dei comandanti di campo, i quali premevano perché i rapporti tra Grozny e Mosca non si ricucissero troppo. I margini di manovra erano così stretti da essere quasi impraticabili: Mosca infatti non era interessata a riconoscere ufficialmente l’indipendenza della Cecenia, ed al Cremlino vi era una corrente interventista che premeva affinché la Cecenia fosse isolata e sprofondasse nell’anarchia, giustificando così un secondo intervento militare che lavasse il prestigio della Russia. I governi occidentali, per parte loro, non sembravano interessati a rivalutare la loro opinione riguardo la cosiddetta “questione cecena”, preferendo continuare a considerarla un “affare interno” alla Federazione Russa. In patria, infine, l’ala nazionalista radicale, rappresentata da Shamil Basayev, Salman Raduev, Ruslan Gelayev e perfino dall’ex Presidente Yandarbiev osservava con disappunto gli ammiccamenti di Maskhadov verso la Russia, temendo che il nuovo leader “tradisse” la Rivoluzione Cecena.

I primi mesi del governo Maskhadov furono quindi impiegati per lo più nella costituzione di una piattaforma negoziale con la Russia che permettesse al Presidente ceceno di guadagnare tempo, mentre il Paese iniziava la ricostruzione, nella speranza di ammorbidire le posizioni dei nazionalisti radicali e di allacciare rapporti diplomatici con il Cremlino. Atto fondamentale di questo processo fu il Trattato di Mosca del 12 Maggio 1997.

RUSSIA. May 12, 1997. Meeting of Boris Yeltsin and Aslan Maskhadov. Russian President Boris Yeltsin (R) and the President of the Chechen Republic of Ichkeria Aslan Maskhadov after signing of the Russia-Chechen Peace Treaty. Alexander Sentsov, Alexander Chumichev/TASS –осси€. 12 ма€ 1997 г. ¬стреча Ѕ. ≈льцина и ј. ћасхадова. ѕрезидент –оссии Ѕорис ≈льцин (справа) и глава „ечни јслан ћасхадов после подписани€ в  ремле договора о мире и принципах взаимоотношений между –оссийской ‘едерацией и „еченской –еспубликой »чкерией. —енцов јлександр, „умичев јлександр/‘отохроника “ј——

IL TRATTATO DI MOSCA

Il 12 maggio la delegazione cecena, composta da Maskhadov, Ugudov e Zakayev raggiunse Mosca, dove procedette alla firma solenne del Trattato di Pace tra la Federazione Russa e la Repubblica Cecena di Ichkeria. Fu un evento epocale: per la prima volta in quattrocento anni di guerre e tensioni il governo di Mosca e quello di Grozny si promettevano ufficialmente la pace. Vennero firmati due documenti: il primo si intitolava “Trattato di Pace e Principi di Relazione tra la Federazione Russa e la Repubblica Cecena di Ichkeria”, il secondo si chiamava “Accordo tra il governo della Federazione Russa e il governo della Repubblica Cecena di Ichkeria sulla cooperazione economica reciprocamente vantaggiosa e la preparazione delle condizioni per la conclusione di un trattato su vasta scala tra la Federazione Russa e la Repubblica Cecena di Ichkeria”. I due documenti, dagli altisonanti titoli, avrebbero dovuto essere la base giuridica sulla quale si sarebbero costruiti i rapporti tra Russia e Cecenia. Il trattato iniziava con un epico preambolo riguardo la reciproca volontà di “[…] Porre fine al confronto secolare, cercando di stabilire relazioni forti, uguali e reciprocamente vantaggiose […]”. Un iniziò di tutto rispetto, dal quale ci si aspetterebbe un lungo ed articolato documento. E invece niente di questo. Il testo si costituiva di cinque articoli, e soltanto tre contenevano qualcosa di politicamente rilevante. In essi Russia e Cecenia si impegnavano:

A rinunciare in modo permanente all’uso ed alla minaccia dell’uso della forza come forma di risoluzione di eventuali controversie;

A Costruire le loro relazioni conformemente ai principi ed alle norme generalmente riconosciuti dal diritto internazionale, e ad interagire in aree definite da accordi specifici;

A considerare il Trattato come base per la conclusione di qualsiasi altra negoziazione.

Di per sé le tre affermazioni possono essere considerate solide basi, ma a ben guardare si prestano a molteplici interpretazioni, come tutti gli altri “documenti”, “dichiarazioni” e “protocolli” firmati fino ad allora. In particolare Maskhadov considerò il Trattato come il riconoscimento di fatto dell’indipendenza cecena, dichiarando che la sua sottoscrizione apriva “Una nuova era politica per la Russia, il Caucaso e l’intero mondo musulmano”. Uno dei funzionari della politica estera cecena, delegato in Danimarca per conto della Repubblica Cecena di Ichkeria, Usman Ferzauli, quando venne inviato da Maskhadov a firmare le Convenzioni di Ginevra, dichiarò: “[…] La Russia, firmando nel maggio 1997 il Trattato di Pace con la Repubblica Cecena di Ichkeria di fatto ha riconosciuto la Repubblica. Abbiamo il diritto di considerarci un soggetto di diritto internazionale. […].”.

TRATTATO DI MOSCA (12/02/1997) – Scarica il Pdf

Anche alcuni ricercatori internazionali, come Francis A. Boyle, professore presso il College Law dell’Università dell’Illinois, produssero ricerche giuridiche sul Trattato. Nella discussione di Boyle si legge: “L’elemento più importante del trattato è il suo titolo: “Trattato sulla pace e i principi delle interrelazioni tra la Federazione russa e l’Ichkeria della Repubblica cecena”. Secondo i principi di base del diritto internazionale, un “trattato” è concluso tra due stati nazionali indipendenti. In altre parole, il CRI viene trattato dalla Federazione Russa come se fosse uno stato nazionale indipendente ai sensi del diritto e delle prassi internazionali. […] Allo stesso modo, l’uso del linguaggio “Trattato sui … principi di interrelazione” indica che la Russia sta trattando la CRI come uno stato nazionale indipendente anziché come un’unità componente della Federazione Russa. Normalmente, “i principi delle interrelazioni” tra uno stato federale come la Federazione Russa e un’unità componente sono determinati dalla Costituzione dello stato federale. Questo documento non dice nulla della Costituzione della Federazione Russa.  […]Certamente l’elemento più importante del titolo del Trattato è l’uso del termine “Repubblica Cecena di Ichkeria”. Questo è il nome preciso che il popolo ceceno e il governo ceceno hanno deciso di dare al loro stato nazionale indipendente. In altre parole, ancora una volta, la Federazione Russa ha fornito ai Ceceni il riconoscimento di fatto (anche se non ancora di diritto) come stato nazionale indipendente alle loro condizioni. […] L’articolo 1 del trattato è sostanzialmente in linea con il requisito dell’articolo 2, paragrafo 4 della Carta delle Nazioni Unite secondo cui gli Stati membri “si astengono dalle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza …” Allo stesso modo, la Carta delle Nazioni Unite Articolo 2, paragrafo 3, impone agli Stati membri di “risolvere le loro controversie internazionali con mezzi pacifici ….” Quindi, con questo Trattato, la Federazione Russa ha formalmente riconosciuto il suo obbligo di trattare la CRI in conformità con questi due requisiti fondamentali della Carta delle Nazioni Unite. […] Il secondo articolo dell’accordo è estremamente importante: “Costruire le nostre relazioni corrispondenti ai principi e alle norme generalmente accettati del diritto internazionale …” Secondo la mia opinione professionale, l’unico modo in cui l’articolo 2 del presente trattato può essere correttamente letto alla luce di tutto ciò che è stato detto in precedenza nel suo testo è che la Federazione russa sta trattando l’IRC come se fosse di fatto (anche se non ancora de jure) stato nazionale indipendente ai sensi del diritto e delle prassi internazionali, con una propria personalità giuridica internazionale. Solo gli stati nazionali indipendenti sono soggetti ai “principi e norme generalmente accettati del diritto internazionale”.  […].” Il governo Russo negò questa interpretazione, considerando l’assenza di qualsiasi affermazione chiara in merito.

Salman Raduev (al centro) uno dei principali esponenti dell’ala nazionalista radicale, fu sempre contrario alla firma di un trattato di pace con la Federazione Russa, dichiarando la sua volontà di proseguire la guerra fino alla completa “liberazione” del Caucaso dal controllo russo.

Rispetto a questo, negli anni successivi sarebbe sorto un lungo dibattito. In una sua trattazione del tema, il ricercatore russo Andrei Babitski scrisse: “L’essenza di questo documento è semplice. È solo un documento sulla cessazione delle operazioni militari. […] Non menziona la capitolazione da parte di nessuna delle parti, non proclama nessuno vincitore e non formula principi chiari per governare le relazioni tra Russia e Cecenia. La risposta a queste domande è stata rinviata. La cosa più importante era terminare la guerra.”. Silvia Serravo, ricercatrice esperta in questioni caucasiche, specificò in un’intervista: “Il documento contiene la possibilità di interpretazioni diverse. […] L’indipendenza della Cecenia non è stata riconosciuta. Tuttavia, il documento ha reso possibile, almeno per la parte cecena, interpretarlo come il riconoscimento da parte della Russia dell’indipendenza cecena. […] Il trattato può certamente essere considerato un risultato. […] Tuttavia si può sempre speculare sulla misura in cui le parti erano sincere quando fu firmato questo documento e se la conclusione del Trattato si basava su alcuni motivi fraudolenti.”

L’ALLEGATO AL TRATTATO

Il secondo documento, collaterale al primo, conteneva un’altra generica serie di intese difficilmente realizzabili. In esso si definiva l’attuazione dei contenuti degli Accordi di Khasavyurt in fatto di ripristino dei servizi vitali per la popolazione civile, il regolare pagamento delle pensioni e degli stupendi pubblici da parte della Federazione Russa,  il pagamento di un risarcimento alle vittime dei combattimenti, la “piena attuazione del programma di ripristino del complesso socioeconomico” del paese, il rilascio di ostaggi e prigionieri, e lo scioglimento della Commissione Governativa congiunta riguardo alla gestione del periodo interbellico, contemporaneamente all’entrata in vigore del Governo uscito dalle Elezioni del Gennaio precedente. Se il primo documento, come abbiamo visto, poteva lasciar pensare che la Russia volesse trattare la Cecenia come uno Stato indipendente de facto, anche se ancora non de jure, il secondo assomigliava molto ad un accordo interfederale tra una repubblica autonoma bisognosa di aiuto ed un governo centrale che intendeva corrisponderglielo. Particolarmente evidente era l’impegno, da parte di Mosca, di erogare gli stipendi pubblici dell’amministrazione cecena. Questo passo è fondamentale, Perchè accettandolo Maskhadov riconobbe implicitamente l’autorità di Mosca di mantenere la struttura amministrativa della Cecenia esattamente come faceva ai tempi dell’Unione Sovietica.

Aslan Maskhadov (allora Capo di Stato Maggiore dell’Esercito) e Alexander Lebed (rappresentante della parte russa ai negoziati per la tregua) firmano gli Accordi di Khasavyurt, con i quali la ChRI e la Federazione Russa concordarono un cessate -il -fuoco a tempo indeterminato. Secondo alcuni storici sarebbe proprio questo il documento con il quale la Federazione Russa riconobbe (implicitamente) l’indipendenza della Cecenia.

Non un solo accenno era previsto riguardo al riconoscimento, anche formale, all’indipendenza del paese, ed il trattato aveva in calce non già la firma di Eltsin e di Maskhadov (in qualità di presidenti) ma quelle di Chernomyrdin e Maskhadov in qualità di Primi Ministri. Ed i primi ministri, né nella Costituzione russa, né in quella cecena, avevano autorità di negoziare trattati internazionali. Il Trattato di Pace firmato da Maskhadov fu un documento utile ad accreditare lui presso l’opinione pubblica ma fallì nel rappresentare uno strumento diplomatico utile a risolvere alcunché. Certamente pose ufficialmente fine alla guerra e ad ogni ingerenza del governo federale sulla politica interna del paese, ma niente oltre a questo. Il Trattato si limitò a stabilire gli strumenti tramite i quali i due stati avrebbero comunicato tra loro. Dette ampia libertà di interpretazione sia al governo ceceno, che vide in quelle poche righe un implicito riconoscimento da parte di Mosca, che al governo russo, che ci riconobbe esclusivamente l’impegno assunto a riportare su binari politici il conflitto. Sul momento comunque sia Maskhadov che Eltsin poterono dirsi soddisfatti: il primo tornava in patria con un trattato di pace tra le mani, qualcosa che i Ceceni non avevano mai visto in tutta la loro storia. Il secondo tirava un sospiro di sollievo e metteva un temporaneo tampone a quella emorragia di consensi che era stata la Prima Guerra Cecena. Rientrato a Grozny, Maskhadov incassò l’entusiastico consenso delle forze moderate, che al termina della sua relazione al Parlamento lo salutarono con uno scrociante applauso.

GLI AMBASCIATORI DI ICHKERIA – Seconda Parte

SECONDA PARTE: DAL 1993 AL 1996

Proseguiamo la nostra rassegna sulla politica estera della Repubblica Cecena di Ichkeria (QUI LA PRIMA PARTE). Come abbiamo visto, tra il 1991 ed il 1992 il principale attore nella politica estera repubblicana fu il Presidente Dudaev. Egli intese fin da subito il suo ruolo come centrale nell’azione di difesa dell’indipendenza cecena. Questo atteggiamento “protagonista” si tradusse in azioni politiche spesso al di là dei suoi limiti “di protocollo istituzionale” alienandogli il favore sia del primo Ministro degli Esteri della Repubblica, Shamil Beno (il quale si dimise, in polemica con il Presidente, nel Settembre 1992) sia del Parlamento, il quale intendeva portare avanti una politica meno provocatoria nei confronti di Mosca e più orientata ai “piccoli passi”, evitando di alzare la tensione tramite sterili visite ufficiali che non avrebbero certamente portato al riconoscimento della ChRI, ma che invece avrebbero messo in imbarazzo Mosca, allontanando la prospettiva di una secessione “negoziata” con la Russia.

OGNUNO PER SE’, DUDAEV PER TUTTI

Mentre Dudaev svolgeva il suo “gran tour” nei paesi mediorientali ed occidentali, una delegazione parlamentare guidata dal Vicepresidente dell’Assemblea, Magomed Gushakayev, intesseva fitti rapporti con i paesi baltici, ed in particolare con la Lituania. Qui il Presidente del Consiglio Supremo, Vyautas Landsbergis, si era dimostrato molto sensibile alle istanze dei ceceni, ed accolse con entusiasmo una rappresentanza del parlamento nell’Ottobre 1992. I deputati di Grozny parlarono all’assemblea parlamentare lituana, auspicando ad un riconoscimento ufficiale da parte di questa. In quell’occasione Gushakayev garantì che la stragrande maggioranza dei ceceni era favorevole all’indipendenza, e che le discussioni politiche non vertevano sul “cosa” fare, ma sul “come” farlo:

“[…] non c’è, e non esiste, una sola organizzazione socio – politica [in Cecenia, ndr.] che non sostenga l’indipendenza della Cecenia. La discrepanza è solo nella tattica per raggiungere questo obiettivo. L’esperienza lituana nel raggiungimento dell’indipendenza statale è molto importante per noi. E’ stato per questo che siamo venuti a Vilnius. La Lituania è stata e rimane un faro per la Cecenia sulla via dell’indipendenza dello Stato.”

Le tre principali autorità del Parlamento di Prima Convocazione della ChRI. Da sinistra a destra: Bektimar Mezhidov, Hussein Akhmadov, Magomed Gushakayev

IL TOUR DIPLOMATICO DEL 1993

L’atteggiamento moderato e prudente del Parlamento cozzava con quello ardimentoso e radicale di Dudaev, il quale, non appena rientrato dal suo giro di visite diplomatiche, ne organizzò subito un altro per i primi mesi del 1993. Il 29 Gennaio egli volò in Lettonia, proprio dove si erano recati i parlamentari pochi mesi prima. Accolto dal solito Landsbergis, Dudaev tenne un colloquio con il Presidente della piccola repubblica baltica, Seimas Cheslovas Yurshenas. I due parlarono di come impostare un rapporto di partnership economica e culturale, di come realizzare un programma di scambio universitario e di come sostenere vicendevolmente le rispettive economie utilizzando la Lituania come “porta per l’occidente” della Cecenia, e la Cecenia come “petroliera” della Lituania. L’incontro rimase, tuttavia, soltanto un’esperienza informale, e la Lituania non procedette a riconoscere ufficialmente la secessione cecena.

Dopo un altro giro di visite “locali” in Azerbaijan ed Armenia, teso a consolidare i rapporti tra il suo governo (ormai sul punto di diventare un vero e proprio regime dittatoriale) e gli stati più vicini, Dudave partì per la Francia, dove svolse una visita a metà tra l’ufficiale ed il privato tra il 13 ed il 16 Giugno 1993. Secondo Eduard Khachukaev, all’epoca Capo del Dipartimento per il Commercio Estero (il quale accompagnò il Presidente in quasi tutti i suoi viaggi) L’invito era giunto da rappresentanti del Ministero della Difesa francese, i quali si occuparono di organizzare l’arrivo del presidente ceceno all’aereoporto di Beauvais e di organizzare un incontro volto a concludere un contratto di consulenza militare relativamente alla difesa terrestre della repubblica.  Secondo quanto riferito da Khachukaev i funzionari francesi, sapendo che Dudaev era un pilota, lo invitarono alla basa aerea di Orange e gli presentarono il loro nuovo caccia Mirage 2000, permettendogli addirittura di guidarne uno. Non si sa molto altro di questo viaggio, na certamente le prospettive auspicate da Dudaev riguardo una collaborazione militare tra Francia e Cecenia non si concretizzarono mai.

AMBASCIATORI NON AUTORIZZATI

L’approccio disinvolto e pragmatico di Dudaev alla politica estera si concretizzava anche nel frequente ricorso a “testimonial internazionali” alla causa cecena. Impegnato nella costante ricerca di un riconoscimento politico per il suo paese, e disposto a qualsiasi cosa pur di farsi conoscere dall’opinione pubblica mondiale, il presidente non si risparmiò il ricorso alla nomina di “ambasciatori” non riconosciuti dai paesi nei quali avrebbero dovuto operare. Fu il caso ad esempio di Berkan Yashar, nominato Viceministro degli Esteri nel 1992 e poi “Ambasciatore in Turchia” (nonostante la Turchia non avesse riconosciuto la Cecenia). Berkan era un personaggio torbido, quasi sicuramente un agente reclutato dalla CIA, e a quanto pare curò più di un affare sporco per conto di Dudaev (secondo quanto dichiarò molti anni dopo, giunse perfino ad incontrare il terrorista internazionale Osama Bin Laden in un appartamento a Grozny – ma di questo parleremo in un articolo ad hoc dedicato alle “covert operations” della ChRI – ). Nello stesso modo l’americano David Christian, giunto in visita a Grozny nel 1993, fu nominato “Ambasciatore negli Stati Uniti” pur non avendò né la cittadinanza cecena, né il riconoscimento in tale ruolo da parte delle autorità statunitensi.

Dzhokhar Dudaev discute con David Christian durante la sua visita a Grozny nel 1993

Certamente la pratica di nominare “rappresentanti della repubblica” e “consoli onorari” di origine straniera ovunque ci fosse qualcuno disposto a fregiarsi di questo titolo divenne una delle principali attività diplomatiche dei presidenti della “ChRI”, pratica in vigore ancora oggi presso il governo separatista in esilio. Ad oggi abbiamo raccolto un elenco di 77 “rappresentanti” nominati tra il 1991 ed il 2020 in numerosi paesi, così come presso alcune importanti organizzazioni internazionali.

DIPLOMAZIA DI GUERRA

Lo scoppio della Prima Guerra Cecena impedì alla ChRI di portare avanti una politica estera ufficiale. Costretti ad operare in clandestinità, i secessionisti (e Dudaev in particolare) cercarono di sfruttare i canali aperti tra il 1992 ed il 1994 per garantire il costante approvvigionamento di risorse economiche, volontari ed armamenti necessari a sostenere la resistenza armata. Non ci soffermeremo su questo punto in questa sede: l’argomento richiede una trattazione molto lunga e dettagliata, e rimandiamo la questione ad articoli successivi. Chi volesse approfondire il tema della politica estera della ChRI durante la Prima Guerra Cecena può trovare informazioni utili nel libro “Libertà o morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria”, acquistabile QUI.

L’ERA YANDARBIEV

Il 21 Aprile 1996, pochi mesi prima che la guerra avesse fine con la vittoria tattica dei separatisti e gli accordi di Khasavyurt, il Presidente Dudaev morì ucciso da un missile teleguidato russo. Gli successe il suo amico, ideologo e vicepresidente, Zelimkhan Yandarbiev. A differenza di Dudaev, Yandarbiev era ben disposto all’idea di aprire contatti concreti con i movimenti islamici radicali, dei quali apprezzava la dedizione, lo spirito combattivo e non ultimo le importanti disponibilità economiche necessarie, secondo lui, a consolidare le conquiste della Rivoluzione Cecena ed a far ripartire la sgangherata economia del Paese. Tali contatti, tuttavia, avrebbero certamente alienato alla Cecenia le simpatie del mondo occidentale, e gettato sul movimento separatista il turpe alone del fondamentalismo. Per questo motivo contatti ufficiali tra la ChRI ed i movimenti jihadisti non furono mai portati avanti, neanche sotto la presidenza Yandarbiev, fino allo scoppio della Seconda Guerra Cecena.

Zelimkhan Yandarbiev discute con Boris Eltsin durante i negoziati del 1996 a Mosca

In campo internazionale l’impegno del nuovo presidente fu monopolizzato dalla gestione dei negoziati con la Federazione Russa, con la quale era necessario giungere ad un’intesa per la smilitarizzazione del Paese e la sua ricostruzione post – bellica. Fu Yandarbiev a portare avanti i negoziati che portarono al ritiro delle truppe federali entro il 31/12/1996, supportato in questo dall’autorevole Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Aslan Maskhadov, destinato a succedergli nel Febbraio 1997 alla Presidenza della Repubblica.

GLI AMBASCIATORI DI ICHKERIA – prima parte

LA POLITICA ESTERA DELLA CHRI TRA IL 1991 ED IL 1999

PRIMA PARTE: DAL 1991 AL 1993

La Repubblica Cecena di Ichkeria non fu mai riconosciuta da nessun governo del mondo, fatta eccezione, per l’Emirato Islamico dell’Afghanistan. Tuttavia i suoi presidenti, ministri degli esteri e rappresentanti affrontarono spesso visite, viaggi privati e relazioni epistolari con i rappresentanti di molti Stati, nel tentativo di ottenere riconoscimento, appoggi politici, finanziari e militari. Quello che segue è un resoconto delle attività diplomatiche “ufficiali” portate avanti dalla ChRI tra il 1991 ed il 1999.  

Zviad Gamsakhurdia partecipa ad una riunione del Parlamento della Repubblica Cecena nel 1992. Da destra: Hussein Akhmadov, Presidente del Parlamento, Bektimar Mezhidov, Vicepresidente, Dzhokhar Dudaev, Presidente della Repubblica, Yusup Soslambekov, Presidente della Commissione Parlamentare Affari Esteri, ed il già citato Gamsakhurdia.

LA “CASA CAUCASICA”

All’indomani della Dichiarazione di Indipendenza, il governo provvisorio del Generale Dudaev stilò una lista di obiettivi programmatici, all’interno della quale erano ben presenti gli obiettivi di politica estera della nuova Repubblica:

Politica estera: Rafforzare i diritti sovrani di una repubblica cecena libera, indipendente e democratica. Sviluppo dei processi di integrazione nell’economia con la Russia e le altre repubbliche sulla base di una cooperazione reciprocamente vantaggiosa. Rafforzare l’amicizia, la pace ed il buon vicinato con i popoli delle repubbliche vicine. Stabilire la neutralità, la non partecipazione a blocchi militari, le alleanze dirette con tutti i paesi, ad eccezione degli stati governati da regimi antipopolari.

L’idea era quella di presentare la secessione cecena come un fatto geopoliticamente non pericoloso per la Russia. A ribadire questo concetto nel Gennaio 1992 Dudaev emise una dichiarazione congiunta con il Parlamento nella quale si diceva:

“Dichiariamo la nostra disponibilità ad aderire a qualsiasi Commonwealth regionale o espressione dell’intera ex Unione Sovietica a parità di condizione, e la nostra determinazione a promuovere processi di integrazione basati su di essi. […] La Repubblica cecena non parteciperà a nessuna alleanza militare ed accordo di natura aggressiva, ma si riserva il diritto di utilizzare tutti i mezzi riconosciuti dal diritto internazionale per proteggere la propria sovranità ed integrità territoriale. […] La Repubblica non ricorrerà all’uso della forza o alla minaccia del suo uso contro altri stati. […] invita tutti gli Stati e le repubbliche dell’ex Unione a riconoscere la sovranità della Repubblica Cecena […] dichiara di riconoscere la sovranità statale di tutte le repubbliche in conformità con le norme del diritto internazionale.”

Tale impostazione fu ribadita nel Febbraio del 1992, alla promulgazione della Costituzione della Repubblica, pur con alcune, interessanti, differenze. L’articolo 6 citava testualmente:

Nella sua politica estera la Repubblica Cecena, pur rispettando i diritti e la libertà dei popoli, è guidata dai principi e dalle norme del diritto internazionale generalmente riconosciuti. Si sforza per un mondo universale e giusto basato sui valori umani universali; per una cooperazione stretta, professionale e reciprocamente vantaggiosa con tutti i paesi […] La Repubblica Cecena può entrare in organizzazioni internazionali, sistemi di sicurezza collettiva, formazioni interstatali.

Rispetto alle proposte programmatiche di Dudaev, sottoscritte in un contesto nel quale era essenziale ribadire la non pericolosità della secessione cecena rispetto alla nascente Federazione Russa, la Costituzione sanciva il diritto della Repubblica Cecena a portare avanti una politica estera autonoma e, se necessario, indipendente dalle scelte della Russia. Tale differenza non si allineava soltanto alle prerogative dello Stato indipendente immaginato dal Parlamento, ma anche al progetto politico di Dudaev di allontanare il più possibile dalla Russia non soltanto la Cecenia, ma tutto il Caucaso.

Dudaev credeva fortemente in un Caucaso indipendente, e voleva che l’indipendenza cecena innescasse una reazione a catena tale da costringere Mosca alla trattativa. In questo senso aveva sostenuto con passione il nazionalismo georgiano, ed aveva stretto un’alleanza personale con Zviad Gamsakhurdia, primo leader della Georgia indipendente. Dello stesso avviso, a vario titolo, erano molti altri pensatori politici del Caucaso, che fin dal 1989 avevano impostato una piattaforma politica che portasse avanti l’idea di una Confederazione dei Popoli del Caucaso. Il loro riferimento principale era alla Repubblica della Montagna, istituita nel 1918 all’indomani della Rivoluzione Bolscevica. In un’intervista rilasciata al quotidiano turco Zaman, Dudaev confidò:

“Il mio piano prevede la creazione di un’unione dei paesi del Caucaso diretta contro l’imperialismo russo, il che significa un Caucaso unito. Il nostro obiettivo principale è quello di ottenere l’indipendenza e la liberazione, agendo insieme con le altre repubbliche del Caucaso che sono state oppresse dalla Russia nel corso di trecento anni.”

Tra il 1992 ed il 1994 Dudaev tentò di concretizzare questa ambizione, la quale tuttavia fu sempre frustrata dallo strisciante attrito interetnico che caratterizzava il Cuacaso post – sovietico. In quei due anni, infatti, si consumarono numerosi conflitti politici, talvolta sfociati in vere e proprie guerre, tra molti dei popoli della regione (la Guerra di Secessione dell’Abkhazia, la Guerra del Nagorno  – Karabakh in Azerbaijan e la Guerra Osseto  – Inguscia, solo per citare i conflitti più caldi). L’unico vero “supporter” della visione di Dudaev, Gamsakhurdia, fu rovesciato da un colpo di Stato alla fine del 1991 e costretto all’esilio proprio in Cecenia. In quel frangente Dudaev mise a disposizione del decaduto presidente georgiano il suo aereo personale, andandolo a recuperare in Armenia ed ospitandolo nella sua abitazione fino al 1993.

Ziad Gamsakhurdia e Dzhokhar Dudaev posano insieme

Naufragato il proposito di costituire un’alleanza informale con Georgia ed Azerbaijan (entrambe, come abbiamo visto, alle prese con sanguinosi conflitti interni) Dudaev si rivolse alle repubbliche autonome del Caucaso Settentrionale (Daghestan, Cabardino – Balcaria, Circassia, Adygea) all’interno delle quali esisteva una forte componente nazionalista che mal tollerava la sudditanza a Mosca. Nel Luglio 1992 il presidente ceceno percorse il Caucaso Settentrionale in lungo e in largo, concludendo il suo ciclo di apparizioni al Congresso Nazionale del Popolo Karachai, al quale promise “tutta l’assistenza necessaria” nella lotta “per la tanto attesa libertà”. Anche il giro propagandistico in Nord Caucaso, comunque, non produsse risultati tangibili. I nazionalisti locali si riunirono effettivamente in un’associazione pancaucasica (La Confederazione dei Popoli della Montagna del Caucaso) ma non riuscirono a tradurre i loro propositi in un’azione politica sufficiente a provocare una secessione delle loro repubbliche dalla Russia. Fu così che anche questo secondo progetto geopolitico di Dudaev finì per dissolversi lentamente.  

IL GRAN TOUR DI DUDAEV

Mentre tentava di compattare un fronte pan  – caucasico in funzione antirussa, Dudaev cercava sponde anche dai governi occidentali, tradizionalmente antisovietici (e quindi, per estensione, diffidenti verso la Russia) e dai paesi mediorientali, islamici come la Cecenia. Nell’Agosto del 1992 il Presidente ceceno iniziò quindi un “gran tour” di visite internazionali, a cominciare da Kuwait ed Arabia Saudita. I Sovrani di questi due paesi (il re saudita Fahd e l’Emiro kuwaitiano Jaber – Al – Sabah) avevano espresso il loro desidero di incontrare Dudaev, e questi prese la palla al balzo, volando a Riadh e ad Al Kuwait accompagnato dal suo Ministro degli Etseri, Shamsouddin Youssef. La visita fu un successo propagandistico: Dudaev fu accompagnato da Re Fahd a La Mecca, visitò il Santuario della Kaaba e si intrattenne in lunghi colloqui, durante i quali potè interloquire anche con il Presidente della Repubblica Albanese, Sali Berisha, e con il Ministro degli Affari Esteri della Bosnia Herzegovina, Haris Silajdic. Anche in Kuwait Dudaev fu accolto con tutti gli onori: per lui venne organizzato un ricco ricevimento alla presenza di oltre settanta ambasciatori stranieri, durante il quale potè intrattenersi con molti di questi. Il Presidente ceceno abbozzò anche la proposta di un riconoscimento ufficiale da parte dei due paesi del Golfo, ma i due sovrani risposero di non essere pronti a scatenare un “affaire” internazionale che danneggiasse i loro rapporti con la Russia, e rimandarono la questione ad un “non lontano futuro”.

Dzhokhar Dudaev stringe la mano agli ambasciatori stranieri in occasione del Gala organizzato dall’Emiro del Kuwait nell’Agosto del 1992

Dal Kuwait il Capo dello Stato ceceno si diresse in Turchia, e da qui visitò un altro stato “de facto”, la Repubblica di Cipro del Nord. Da qui si diresse in Siria, poi in Giordania e infine, raccolto l’invito del Ministro degli Esteri Bosniaco, conosciuto in Arabia Saudita poche settimane prima, giunse a Sarajevo.

Qui Dudaev rischiò seriamente di essere arrestato. Atterrato all’aereoporto cittadino su un aereo carico di funzionari armati, il Presidente venne trattenuto dai Caschi Blu dell’ONU che presidiavano la struttura, i quali non avevano ricevuto alcuna comunicazione dal governo russo e sospettavano che il presidente di quella repubblica non riconosciuta da nessuno stesse in realtà contrabbandando armi illegalmente. Secondo quanto riportato da alcuni funzionari russi anni più tardi, fu una telefonata dello stesso presidente russo, Boris Eltsin, a risolvere l’impasse ed a permettere a Dudaev di completare in sicurezza la sua visita a Sarajevo. Rientrato in patria, il leader separatista fece tappa in Azerbaijian, dove da pochi mesi si era insediato il presidente Abulfaz Elchibey. L’accoglienza nel paese azero, da sempre vicino alla Cecenia per ragioni principalmente religiose, fu ottima e calorosa. Elchibey si spese per cercare di costruire una rete di contatti con la nascenti forze armate, oltre che perorare la causa pancaucasica di Dudaev presso il nuovo presidente georgiano succeduto a Gamsakhurdia, Eduard Shevardnadze. I rapporti amichevoli tra Dudaev ed Elchibey sarebbero stati cruciali per garantire supporto economico e militare ai secessionisti ceceni durante l’invasione russa del 1994 – 1996.

Eduard Khachukayev, Sir Gerrard Neale, Berkan Yashar, Dzhokhar Dudayev, MP Den Dover, Shamsuddin Yousef sulla terrazza della House of Commons a Londra, ottobre 1992

© Gall C. & Waal T. de. 
Cecenia. 
Una piccola guerra vittoriosa. 
Londra: libri Pan, 1997

Nell’Ottobre del 1992 Dudaev decise di intraprendere un secondo giro di visite, stavolta in Occidente. A metà del mese giunse negli Stati Uniti accompagnato dal Vicepresidente del Gabinetto dei Ministri Mayrbek Mugadaev, e dal Sindaco di Grozny Bislan Gantamirov, riuscendo a tenere colloqui con l’allora candidato democratico alla Presidenza, Bill Clinton, e con il Segretario delle Nazioni Unite, Boutros Ghali. Al rientro dagli USA la delegazione cecena si fermò a Londra, dove intrattenne colloqui con alcuni deputati della Camera dei Comuni. Anche questo mini – tour anglosassone, pur fruttando a Dudaev un discreto successo mediatico, non produsse il tanto sperato riconoscimento della Cecenia da parte delle potenze occidentali. Il paese rimase una repubblica “de facto” priva di riconoscimento internazionale, politicamente isolata e in costante rischio di essere dissolta d’imperio dalla Russia.

SALMAN RADUEV: STORIA DEL “TERRORISTA NUMERO 2”

La storia di Salman Baturovich Raduev, per gli amici “Titanic” è quella di un vero e proprio “rivoluzionario intransigente”. Personaggio di spicco nel regime di Dudaev, comandante di campo tra i più “illustri” (tanto da guadagnarsi il titolo di “Terrorista Numero 2” dopo Shamil Basayev) eppure incapace di capitalizzare la sua fama e il suo potere, rimanendo ai margini del sistema politico della Repubblica Cecena di Ickeria, per poi finire i suoi giorni in una prigione di massima sicurezza subito dopo l’inizio della Seconda Guerra Cecena.

Salman Raduev (al centro) ad un raduno dei suoi miliziani alla fine della Prima Guerra Cecena

IL GIOVANE SALMAN

Salman Raduev nacque il 12 Febbraio 1967 a Gudermes da una famiglia di modesta posizione sociale. Dopo essersi diplomato alla scuola locale ed aver lavorato in una ditta di costruzioni, fu richiamato alle armi nell’esercito sovietico ed inviato in Bielorussia, dove prestò servizio in un reparto di artiglieria missilistica. Fu nell’esercito che Raduev si fece riconoscere per la prima volta: dopo aver aderito al Partito Comunista, nel 1987, divenne vice segretario del Komsomol (l’organizzazione giovanile del Partito) presso la sua unità. Una volta rientrato dal servizio militare, Salman entrò un una scuola di saldatura professionale, ma non abbandonò l’impegno politico, continuando a prestare la sua opera nell’organizzazione delle attività del movimento giovanile, in particolare nelle cosiddette “brigate di costruzione studentesca” (collettivi di lavoro che partecipavano alla realizzazione dei grandi progetti edilizi pubblici). In quella sede giunse ad occupare il ruolo di segretario (cioè di capo della sezione locale). Il suo impegno gli valse, nel Novembre del 1988, la nomina a istruttore di dipartimento nel Comitato Repubblicano del Komsomol, diventando a tutti gli effetti uno dei principali esponenti dell’ala giovanile del PCUS. Con l’avvento della Perestrojka, al pari di molti altri cittadini sovietici, Raduev tentò la strada dell’imprenditoria privata. Nel 1990 aveva ventitrè anni, e per quanto dichiarasse di essere ad un passo dall’ottenimento di una laurea in economia, nella realtà aveva poche competenze che potessero fruttargli denaro. La sua posizione di piccolo funzionario politico gli permise tuttavia di avere accesso ai nulla osta necessari per avviare una piccola attività di produzione e commercio di componenti per l’industria leggera, il “Centro delle Associazioni per il Lavoro Volontario”.

PREFETTO DI GUDERMES

L’avvento del Generale Dudaev fu per Raduev un evento epocale. Conquistato dal carisma del leader rivoluzionario, il giovane funzionario del Komsomol si mise a disposizione del Congresso Nazionale del Popolo Ceceno, l’organizzazione favorevole alla rimozione di Doku Zavgaev dalla guida della Repubblica Ceceno – Inguscia e all’istituzione di uno Stato sovrano e democratico. Essendo uno dei più attivi militanti del Congresso presso Gudermes, Raduev riuscì a farsi notare da Dudaev il quale, dopo gli eventi della Rivoluzione Cecena, decise di appuntarlo “Prefetto” della città nel Giugno del 1992. La Costituzione varata appena tre mesi prima non istituiva una simile carica, ma demandava alla popolazione locale il diritto di eleggere propri rappresentanti. La nomina di Raduev da parte di Dudaev fu quindi vista da molti cittadini come un’aperta violazione della legge. Ed in effetti lo era, anche se inserita in un più ampio quadro di conflittualità tra il Presidente della Repubblica ed il Parlamento (del quale abbiamo ampiamente parlato nel libro “Libertà o Morte!” Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria, acquistabile QUI).

Raduev si trovò, in sostanza, ad assumere un incarico politico non previsto dalla Costituzione e sovrapposto all’amministrazione locale. L’unico modo per poter prevalere fu quello di reclutare un nutrito reparto armato ed inquadrarlo nell’organico dell’esercito regolare, in modo da poter “istituzionalizzare” la sua posizione. Nacquero quindi i “Berretti Presidenziali”, una formazione paramilitare all’ombra della quale operavano veri e propri elementi criminali dediti all’estorsione, al racket e al saccheggio dei treni. La loro presenza divenne talmente fastidiosa che nell’Estate del 1994 la popolazione chiese a gran voce la sua destituzione a Dudaev, il quale dovette accordarla, richiamando Raduev a Grozny. A quel momento i rapporti tra i due erano ancora più consolidati, avendo Raduev sposato nel 1993 una delle nipoti del Presidente, Elizaveta (detta Lydia). A livello Mediatico l’ormai ex – Prefetto di Gudermes aveva iniziato a farsi notare quando, nel Settembre del 1992, l’esercito russo aveva pericolosamente avanzato alcuni reparti al confine tra la Cecenia e il Daghestan. In quell’occasione una folla di daghestani arrabbiati, supportati dai loro dirimpettai ceceni aveva impedito che il reparto federale penetrasse in Cecenia, provocando una crisi politica. Raduev si era posto alla guida della delegazione che aveva parlamentato coi militari russi, guadagnandosi le prime pagine dei giornali.

COMANDANTE DI CAMPO

Salman Raduev rilascia un’intervista

La vera svolta nella sua vita Raduev la ebbe con lo scoppio della Prima Guerra Cecena. Nominato da Dudaev Comandante in Capo del Fronte Nord – Orientale (con il centro strategico nella città di Gudermes) il giovane separatista si impegno dapprima nella difesa del capoluogo, poi nel danneggiamento della linea ferroviaria, infine si ritirò verso Vedeno con un piccolo gruppo di fedelissimi, mettendosi agli ordini di Shamil Basayev. La sua prima azione in grande stile fu il “Raid su Gudermes” (14 – 23 Dicembre 1995). Lo scopo dell’operazione era occupare simbolicamente la seconda città del paese proprio mentre il governo filorusso di occupazione, alla testa del quale era da poco tornato Doku Zavgaev, svolgeva le prime elezioni popolari volte a delegittimare il governo separatista di Dudaev. Dopo essersi radunati a sud – est ed aver inviato un’avanguardia nel centro abitato, il 13 dicembre le unità di Raduev entrarono in azione: una quarantina di miliziani occuparono l’ospedale, barricandovisi dentro, mentre altre unità assediavano la stazione bloccando circa centocinquanta tra poliziotti OMON e militari, ed altri circondavano il Quartier Generale cittadino. Alle prime luci dell’alba i miliziani iniziarono a sparare contro il comando russo, che immediatamente chiamò i rinforzi da fuori città. Raduev aveva previsto la mossa, e le unità giunte in soccorso finirono in un’imboscata. Morirono 18 soldati federali, ed altri 28 rimasero feriti. La colonna di soccorso dovette fare dietrofront lasciando sul campo tre mezzi corazzati ed un veicolo da trasporto. La guarnigione cittadina, bloccata nel Quartier Generale ed alla stazione ferroviaria, rimase senza soccorsi. Nel frattempo i miliziani facevano strage dei funzionari del governo collaborazionista, mentre i poliziotti appena arruolati dal governo filorusso passavano in massa dalla parte dei separatisti. L’alto comando inviò allora rinforzi supplementari supportati da artiglieria ed elicotteri, che iniziarono un fitto bombardamento della città, tentando di scacciare i ribelli e costringerli a ritirarsi fuori dal centro abitato.

Combattimenti durante il raid separatista su Gudermes del Dicembre 1995

Si trattò di un violento bombardamento, portato contro un’intera città senza un preciso obiettivo. Centinaia di proiettili caddero indistintamente sui quartieri residenziali, mietendo decine di vittime civili. Il 18, tuttavia, i comandi federali si resero conto che anziché ritirarsi, i guerriglieri continuavano ad affluire in città. Questo costrinse i russi ad intensificare il bombardamento, attaccando con largo dispendio di artiglieria ed aereonautica. Il 23 dicembre, finalmente, Raduev e la sua milizia abbandonarono Gudermes, lasciando a terra circa centocinquanta tra morti e feriti. I russi lasciarono sul campo 70 morti, 150 feriti, quaranta veicoli ed un elicottero. I bombardamenti e gli scontri a fuoco provocarono la morte di centinaia di civili, e la distruzione di gran parte del centro abitato. La battaglia di Gudermes dimostrò alla Russia ed al mondo che l’esercito separatista non soltanto non era finito, ma anzi si era rafforzato al punto da poter organizzare azioni di vasta portata, e di poter costringere i russi a combattere battaglie decisive nel cuore del paese.

KIZLYAR

Se il Raid su Gudermes fu il primo “palcoscenico” militare di Raduev, l’azione che lo fece ascendere all’Olimpo dei comandanti di campo separatisti fu il successivo Raid su Kizlyar. La cittadina daghestana ospitava una base militare federale dalla quale, un anno prima, si era mosso uno dei contingenti di invasione dell’esercito russo. L’obiettivo di Raduev era quello di seguire l’esempio tracciato da Shamil Basayev nel Giugno del 1995, quando al comando di duecento miliziani era riuscito ad occupare la cittadina, occupare l’ospedale locale e tenere in ostaggio più di mille civili, costringendo il governo russo a negoziare una tregua. Il 9 Gennaio 1996 i reparto d’assalto reclutato dal giovane ex prefetto di Gudermes si mise in moto. Oltre a lui erano al comando Khunkharpasha Israpilov, militare dell’ex esercito sovietico veterano dell’Abkhazia e del Nagorno – Karabakh, nominato da poco comandante in capo del settore sudorientale e Turpal Ali Atgeriev, anch’egli veterano dell’Abkhazia e uomo di fiducia di Basayev. Giunto di prima mattina al limitare della città il commando composto da circa duecentocinquanta miliziani attaccò l’aeroporto, la stazione ferroviaria e le caserme della Milizia del Ministero dell’Interno. Lo scopo ufficiale del raid era la distruzione di uno stormo di elicotteri militari che stazionavano all’aeroporto, due dei quali vennero effettivamente danneggiati insieme ad un velivolo da trasporto. Il gruppo più consistente, tuttavia si diresse all’ospedale cittadino, dove prese in ostaggio 314 pazienti, 51 membri dello staff medico e centinaia di abitanti rastrellati in giro per la città. A metà mattinata nell’ospedale erano tenute in ostaggio circa duemila persone. 34 civili e due militari russi erano morti.

Salman Raduev parla al telefono durante la crisi degli ostaggi a Kizlyar

Nel pomeriggio giunsero sul luogo dell’attacco il Presidente del Parlamento del Daghestan, Magomedov, ed il Primo Ministro, Mirzobekov. Raduev non fece richieste di natura politica, ma chiese 11 bus e 2 camion Kamaz dove sistemare i suoi uomini ed un corposo quantitativo di ostaggi da portare con sé per poi rilasciarli al confine daghestano.  Mirzobekov acconsentì a soddisfare le sue richieste, e Raduev rilasciò la maggior parte degli ostaggi. Il mattino seguente i ceceni salirono sul convoglio portando con loro 128 civili e sette ministri del governo daghestano, che si offrirono volontari per accompagnare i sequestratori. Raduev promise di rilasciarli tutti una volta raggiunto il villaggio di Pervomayskoje, a poche centinaia di metri dal confine. Raggiunta la destinazione, tuttavia, Raduev cambiò le sue disposizioni ed ordinò che gli ostaggi rimanessero sugli autobus. Durante il viaggio, infatti, il comportamento delle unità federali aveva reso chiaro che i russi stessero programmando di distruggere il distaccamento separatista non appena passato il confine. Era chiaro, in questo senso, il perché le trattative erano state portate avanti dalle autorità daghestane: una volta superato il confine, le assicurazioni ufficiali di Mirzobekov non avrebbero avuto più valore, essendo la Cecenia sotto l’autorità diretta del governo russo, il quale non solo non aveva partecipato ai negoziati, ma era intenzionato ad infliggere una punizione esemplare i sequestratori. Subito dopo Pervomaiskoje iniziava un rettilineo di sei chilometri, chiuso a nord dal corso del Terek.

LA BATTAGLIA DI PERVOMAISKOYE

Il campo di battaglia al limitare del centro abitato di Pervomaiskoje

Secondo i piani russi due cacciabombardieri avrebbero colpito la colonna, e quando questa si fosse arrestata due compagnie della 7a Divisione Paracadutisti, appoggiate da elicotteri da combattimento avrebbero assaltato i bus, eliminando o catturando i terroristi. I reparti federali tuttavia non vennero informati tempestivamente che Raduev non aveva rilasciato gli ostaggi. Così non appena il convoglio ceceno attraversò il confine i comandi federali, che non potevano più interrompere l’operazione, ordinarono ai paracadutisti di attaccare il convoglio senza attendere l’intervento dei cacciabombardieri. I paracadutisti però non avevano ancora avuto il tempo di occupare le posizioni stabilite, cosicché quando gli elicotteri in loro copertura cominciarono a mitragliare il convoglio non c’era ancora alcun reparto in grado di effettuare l’attacco. Raduev ordinò immediatamente un dietrofront e si barricò con i suoi uomini a Pervomaiskoje. La piccola guarnigione federale di stanza nel villaggio non oppose alcuna resistenza quando i terroristi penetrarono in città, ma anzi si arrese e consegnò le armi, venendo a sua volta presa in ostaggio. Mentre gli abitanti del villaggio fuggivano in tutte le direzioni, unità OMON e forze speciali russe bloccavano la cittadina, chiudendo in una sacca anche tutti i civili che non erano riusciti a mettersi in salvo. Se l’azione dei federali fosse stata immediata, probabilmente i ribelli ceceni non avrebbero avuto modo di organizzarsi. Ma il comando federale impiegò altre ventiquattr’ore per dispiegare unità sufficienti ad effettuare un assalto militare, dando a Raduev ed ai suoi il tempo di fortificarlo. La mattina del 10 gennaio i rappresentanti del governo daghestano giunsero nuovamente al cospetto di Raduev, chiedendogli di rilasciare gli ostaggi come promesso. Il comandante ceceno replicò che dati i cambiamenti occorsi nel frattempo avrebbe acconsentito a rilasciare soltanto donne e bambini, mentre avrebbe portato con sé gli uomini fino a quando il suo commando non fosse stato in salvo in Cecenia. Inoltre pretese che autorità russe autorizzate da Chernomyrdin partecipassero ai negoziati. Per tutta risposta le autorità federali inviarono un ultimatum ai ceceni, ordinando il rilascio degli ostaggi entro il 14 gennaio e la fuoriuscita sotto bandiera bianca dei terroristi. Raduev rispose che avrebbe iniziato a giustiziare gli ostaggi se i federali si fossero avvicinati a meno di cento metri dalle sue posizioni. Nel frattempo 2500 militari federali prendevano posizione intorno alla città, armati con 22 carri armati, 54 mezzi blindati e una venticinquina di pezzi d’artiglieria. Il grosso delle formazioni russe venne tuttavia dispiegato ad est di Pervomaiskoje, come ad evitare che i ceceni fuggissero verso il Daghestan, mentre era abbastanza evidente la loro volontà di aprirsi la strada ad ovest verso la Cecenia. In quel settore c’erano i paracadutisti che avevano provato ad entrare in azione il 9 gennaio e qualche altro piccolo reparto scarsamente armato.

L’abitato di Pervomaiskoje dopo la battaglia

Il 15 gennaio, scaduto l’ultimatum, i federali passarono all’attacco. Elicotteri da guerra ed artiglieria spazzarono il villaggio. Dopo circa un’ora la fanteria iniziò ad avanzare. Per una serie di clamorosi errori organizzativi, tuttavia, l’artiglieria riprese a bombardare mentre i fanti avanzavano verso le difese cecene, costringendoli a rientrare frettolosamente nelle posizioni di partenza. Nei giorni seguenti i federali tentarono di conquistare Pervomaiskoje ben ventidue volte, non riuscendo a penetrare le buone difese messe a punto da Raduev. Soltanto il 17 gennaio, dopo che i russi, ritenendo che nessun ostaggio fosse rimasto in vita, avevano iniziato a radere al suolo il villaggio con i lanciamissili Grad, i Ceceni organizzarono una sortita per uscire dalla sacca. Il Generale Maskhadov, comandante delle forze armate separatiste, si mise in azione dall’esterno per supportare l’azione di Raduev: radunato un contingente fuori dalla sacca, provvide a lanciare attacchi alla periferia dell’anello di accerchiamento, distruggendo un reparto della Milizia del Ministero degli Interni a Sovetskoye, mentre Raduev concentrava tutte le sue forze nell’aprirsi un varco oltre le linee nemiche. Solo un piccolo reparto di “martiri” rimase di stanza nel villaggio, con l’obiettivo di ritardarne il più possibile la conquista da parte russa. Il 18 gennaio l’accerchiamento venne rotto, e Raduev poté uscire dalla sacca lasciando sul campo un centinaio di morti. I federali da parte loro ebbero 37 perdite e 148 feriti, oltre a 4 mezzi corazzati e 7 elicotteri. Il villaggio subì distruzioni tali che dopo la guerra fu ricostruito in un’altra ubicazione. Il destino degli ostaggi rimase per sempre poco chiaro: una trentina morirono nei combattimenti, un’ottantina riuscì a salvarsi. Altri ancora, credendo di avere qualche chance in più seguendo Raduev anziché attendere la fine dei bombardamenti fuggirono insieme ai loro sequestratori. Si trattò di un vero e proprio disastro per le autorità russe, reso ancor più colossale dalle assicurazioni che Eltsin aveva fatto alla stampa, nelle quali aveva promesso di consegnare i criminali alla giustizia e di recuperare gli ostaggi. 

Miliziani di Raduev su uno dei bus in viaggio verso la Cecenia, di ritorno da Kizlyar

L’ATTENTATO DI MARZO

Il Raid su Klizyar e la sortita da Pervomaiskoje dettero a Raduev notorietà mondiale: il governo russo incorse in un secondo, drammatico fiasco nel tentativo di impedire che la guerra in Cecenia tracimasse oltre i confini della piccola repubblica, e tra i cittadini della federazione il malcontento già diffuso prima dello scoppio delle ostilità si trasformò in una vera e propria ondata di dissenso. Dudaev appuntò sul petto di Raduev i due più importanti premi statali della Repubblica, l’Ordine dell’Onore della Nazione e l’Ordine dell’Eroe della Nazione, e lo nominò Generale di Brigata. Da quel momento l’astro nascente della guerriglia venne inserito, assieme a Dudaev e Basayev, tra i “top” target dei servizi di intelligence russi, con l’obiettivo di eliminarlo ad ogni costo. Sui giornali di tutto il mondo egli divenne il “Terrorista numero 2”. Con la notorietà arrivarono anche le prime invidie ed i primi dissidi tra gli uomini del suo stesso campo: i suoi metodi autoritari ed il pugno di ferro con il quale comandava la sue milizie inimicarono a Raduev più di un comandante di campo, e quando l’FSB iniziò a cercare sicari per farlo fuori furono parecchie le mani che si alzarono per svolgere lo sporco lavoro. Un primo tentativo di eliminare il Generale di Brigata fu svolto poco dopo il Raid su Klizyar, quando un potente ordigno esplosivo fece saltare in aria la sua abitazione di famiglia, a Gudermes. Il fato volle che Raduev non fosse in casa, cosicché l’attentato non ebbe buon esito, anche se nell’esplosione rimasero uccisi alcuni dei suoi familiari. Il 3 Marzo 1996 una nuova banda di sicari (secondo i media collegata ai familiari delle vittime di Pervomaiskoje) tentò di ucciderlo e, in un primo momento, sembrò riuscirci: mentre viaggiava da Starye Atagi ad Urus – Martan, il “Terrorista numero 2” fu colpito da un proiettile di cecchino in pieno volto. Il colpo fu talmente violento che buona parte della sua faccia esplose letteralmente, ma il proiettile non trapassò il cranio, lasciandolo gravemente ferito ma pur sempre vivo.

I suoi miliziani lo trasportarono d’urgenza ad Alkhan Khala, dove operava il Dottor Khasan Baiev, chirurgo presso l’ospedale locale. Baiev rattoppò il cranio di Raduev come potè, salvandogli la vita (il racconto dell’evento è trascritto nel suo libro di memorie “A surgeon under fire” acquistabile QUI) dopodichè il Generale di Brigata venne fatto espatriare dapprima in Azerbaijan, poi in Turchia, infine di Germania, dove avrebbe affrontato una lunga serie di interventi maxillo – facciali ed estetici per ricostruire il suo volto sfigurato. Nel frattempo sui media russi circolava la voce che fosse morto. La notizia fu presa talmente sul serio che il 7 Marzo 63 deputati del Parlamento Estone firmarono un documento indirizzato a Dudaev nel quale esprimevano “profonda simpatia per il popolo ceceno” e cordoglio per “il mostruoso assassinio di un eccezionale combattente per la libertà”.  Raduev rimase in silenzio per tre mesi, e lo stesso fecero i separatisti. Anche perché nel frattempo un altro illustre “top target”, il Presidente Dudaev, era stato ucciso dall’intelligence federale (il racconto dell’episodio è reperibile nel libro “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria” Acquistabile QUI).  Fu soltanto nel Giugno del 1996 che Raduev tornò a farsi vivo (nel senso letterale del termine) tenendo una conferenza stampa nel pieno centro di Grozny. La città era teoricamente occupata dall’esercito federale, ma il morale delle forze di Mosca era a terra e in periferia scorrazzavano bande di separatisti intente a preparare un nuovo assalto alla città. Raduev si presentò in divisa da ufficiale, il volto nascosto da un cappello a tesa, un paio di occhiali da sole molto larghi ed una folta barba, e dichiarò che l’attentato alla sua vita era stato organizzato dai servizi speciali russi, e di essersi sottoposto ad una lunga serie di interventi di ricostruzione facciale durante la quale una parte del suo cranio era stata sostituita da una placca di titanio. La nuova protesi metallica gli valse da quel giorno l’appellativo informale di “Titanic”.

Il volto sfigurato di Raduev nascosto dietro una folta barba rossa ed un paio di occhiali scuri

IL DOPOGUERRA

Rimessosi al comando delle sue milizie, ora inquadrate nell’altisonante “Esercito di Dzhokhar Dudaev”, partecipò alla vittoriosa Battaglia per Grozny dell’Agosto 1996, a seguito della quale il governo russo dovette accettare di ritirarsi e di riconoscere l’indipendenza de facto della Repubblica Cecena di Ichkeria. I separatisti, ora guidati dal Presidente facente funzioni Zelimkhan Yandarbiev rimasero padroni del campo, ma in un paese completamente distrutto dominato dai comandanti di campo e dalle loro milizie. Anche Raduev mantenne in armi i suoi uomini, dichiarando che la guerra non fosse ancora finita, e che nessuna pace sarebbe stata possibile prima della completa accettazione da parte della Russia dell’indipendenza cecena. Nel frattempo il testimone della leadership stava passando nelle mani del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Aslan Maskhadov, di orientamento moderato e favorevole alla continuazione dei negoziati di compromesso con la Federazione Russa.

Raduev, da radicale quale era e quale era sempre stato condannò le iniziative di Maskhadov, bollandole come “tradimento” e tentò di raccogliere il dissenso dei veterani di guerra, che adesso si trovavano senza lavoro e senza risorse, e vedevano negli ammiccamenti di Maskhadov la vanificazione dei loro sforzi e delle loro sofferenze. Raduev amplificava la loro frustrazione, giungendo a dichiarare che Dudaev fosse ancora vivo, e che attendesse il ritorno al potere dei “veri figli di Ichkeria”. Durante i raduni pubblici dei veterani di guerra esortò i combattenti a riprendere le ostilità contro la Russia, e dichiarò che lui stesso stava organizzando una serie di attentati coordinati per l’anniversario della morte del Presidente Dudaev. Giunse perfino a minacciare di scatenare una “guerra chimica” contro la Russia, e si assunse la paternità di tutti gli attentati, i disordini e perfino gli incidenti che occorsero in Russia tra il 1997 ed il 1998. In realtà soltanto due di questi (entrambi attentati dinamitardi occorsi nelle cittadine di Armavil e Pytiagorsk) furono direttamente collegati a lui, e l’esosità delle sue dichiarazioni lo portarono ben presto a perdere di ogni credibilità sia nei confronti dei suoi “colleghi” comandanti di campo, sia nei confronti della società civile. Al suo seguito rimasero comunque molti veterani di guerra, e la sia figura continuò a riscuotere la simpatia degli strati più bassi della popolazione e delle vedove di guerra, le quali vedevano nella politica di appeasement di Maskhadov un insulto alla morte dei loro cari. Posta la sua base operativa nella città natale di Gudermes, tornò a spadroneggiare avvalendosi di elementi criminali operanti sotto l’ombrello del reducismo di guerra: l’Esercito di Dzhokhar Dudaev, al pari di molte milizie armate, si riciclò ben presto in una rete di bande dedite al saccheggio dei prodotti petroliferi, alla ricettazione ed addirittura al sequestro di persona, pratica che divenne endemica nella Cecenia postbellica. Il radicalismo politico ed il fiancheggiamento alle attività criminali gli crearono non pochi nemici, tanto che nel solo 1997 Raduev scampò a ben 3 attentati alla sua vita, riportando sovente gravi ferite.

Salman Raduev in divisa da ufficiale, con indosso L’Onore della Nazione (sul suo petto alla sua destra)

RADUEV, L’IRRIDUCIBILE

Nell’estate del 1997 il nuovo Presidente Maskhadov tentò di disarmare le numerose milizie ancora in armi in Cecenia, in parte trasformandole in unità dell’esercito regolare, in parte ordinandone lo scioglimento ed il disarmo. Riguardo la milizia di Raduev, Maskhadov giudicò troppo pericolosa la sua esistenza, e ne ordinò lo scioglimento. Il Generale di Brigata rispose trasformandola in una associazione politica chiamata “La Via di Johar”. Il nuovo partito si collocava nel network di organizzazioni, riviste e partiti “Confederazione Caucasica”, i cui esponenti erano favorevoli alla “esportazione della rivoluzione cecena” in tutto il Caucaso Settentrionale, al fine di estendere l’insurrezione antirussa a tutta la regione e favorire la nascita di un unico Stato confederato dal Mar Nero al Mar Caspio.

La retorica incendiaria di Raduev, il rifiuto di riconoscere la pace siglata da Maskhadov con Eltsin il 12 Maggio 1997 (circostanza che gli valse un deferimento alla Corte della Sharia) e l’istigazione al compiere nuove azioni terroristiche contro i cittadini della Federazione Russa portarono il Generale di Brigata in rotta di collisione con il governo, che infine si risolse ad oscurare l’emittente del suo partito, sequestrando le attrezzature televisive e chiudendole nell’edificio della TV di Stato a Grozny. La cosa non andò giù a Raduev, il quale decise di occupare l’edificio e recuperare l’attrezzatura. Il 21 giugno 1998 le milizie di Raduev, agli ordini del Colonnello Vakha Jafarov, dudaevita di vecchia data, tentarono di assaltare la TV di Stato. nell’edificio si trovava il capo del Servizio di Sicurezza Nazionale governativo, Khultygov, il quale stava portando avanti una campagna molto aggressiva verso le milizie illegali, i wahabiti ed il crimine organizzato, cui appartenevano molti sodali di Raduev. Nello scontro Khultygov rimase ucciso insieme a Jafarov e ad altri due militanti radueviti.

Salman Raduev tiene un comizio di fronte ai veterani di guerra

Il giorno seguente Maskhadov proclamò lo Stato di Emergenza nella Repubblica, imponendo il coprifuoco a Grozny. Raduev si dissociò pubblicamente dall’azione di Jafarov, ma Maskhadov non intese ragioni, si assunse direttamente le deleghe per il Servizio di Sicurezza Nazionale e per tutti gli altri dipartimenti della sicurezza dello Stato, nonché per il Comitato Statale per le trasmissioni televisive e radiofoniche, prendendo così il controllo diretto di tutte le strutture armate dello Stato e stabilendo la sua autorità sulla gestione delle comunicazioni tv e radio pubbliche. Nel suo libro di memorie, Ilyas Akhmadov racconta l’evento partendo dalle premesse dell’assalto fino alla sua partecipazione personale, insieme a Basayev, alla fine di quell’evento. È interessante per capire lo stato di totale caos nel quale viveva la Cecenia in quei giorni, e della troppo bassa qualità umana delle persone che intendevano rappresentarla:

“Raduev aveva la sua stazione televisiva, Marsho, e la usava per diffondere il suo messaggio. Era un oratore di talento e i suoi discorsi erano appassionati e lunghi. Per lo più si lamentava, e non riuscivo mai a capire esattamente cosa volesse. Oltre a lanciare invettive contro il governo, non ha offerto alcun programma politico positivo. Aveva alcuni temi dominanti: il primo era come tutto fosse terribile (almeno questo era vero, e tutti lo sapevano). Il secondo era che con Maskhadov avevamo fatto troppi compromessi, che non dovevamo assolutamente avere relazioni con la Russia e che non avremmo dovuto riconoscere nessuno degli accordi che avevamo stipulato col governo di Eltsin. L’unica proposta positiva, se così si può chiamare, era un progetto amorfo sull’unità del Caucaso, una Confederazione delle nazioni del Caucaso. […] Raduev aveva gente fuori per strada nel centro della città […] che manifestò contro il governo per quasi un anno. […] Le persone che si radunavano erano i segmenti più poveri e disperati della popolazione, comprese le vedove di guerra ed altri che erano profondamente delusi dalle loro vite. C’erano personaggi strani tra loro, come l’esotica figura religiosa Dati, che a me sembrava uno sciamano, avvolto in talismani e amuleti e pronunciando incantesimi. […] Sotto la sua guida i manifestanti iniziarono a costruire una torre d’argilla, un bizzarro memoriale agli eroi della guerra santa. Era chiamato “Arco di Gazotan”, la torre in onore della Gazawat. […] Il governo aveva ripetuto molte volte che la manifestazione non era autorizzata, ma non aveva preso nessuna misura per scioglierla. Nel giugno del 1998 Maskhadov si stufò dei raduni e chiese ad uno dei suoi comandanti, Lecha Khultygov, Presidente del Servizio di Sicurezza Nazionale, di risolvere il problema. […] Khultygov ha preso i suoi uomini, ha distrutto la torre ed ha cacciato i manifestanti fuori dalla piazza. […] Quindi Khultygov andò alla stazione televisiva di Raduev, Marsho, espropriando tutte le attrezzature e spegnendo la stazione. […] Il 21 Giugno 1998, un giorno o due dopo […] gli uomini di Raduev hanno sequestrato la stazione televisiva del governo  […]. Qualcun deve aver chiamato Khultygov, che non ha perso tempo a raggiungere la stazione televisiva con i suoi uomini. Hanno fatto irruzione, e secondo i testimoni, Khultygov ha urlato: “Siete tutti in arresto, faccia a terra!”[…] Jafarov [Il Capo di Stato Maggiore di Raduev, ndr] sparò ed uccise Khultygov. Poi una delle guardie di Khultigov sparò ed uccise Jafarov. E infine, una delle guardie di Jafarov sparò alla guardia di Khultygov. […] Era surreale, andare da una stanza all’altra, e ovunque c’erano combattenti con le armi in pugno. In un corridoio ho visto persone in lutto che iniziavano a cantare e ad esibirsi nello Zykr, la danza circolare cecena. […] Nello studio c’erano Raduev, alcuni dei suoi e Vakha Arsanov. […]Raduev era sconvolto, urlava che il suo capo di stato maggiore era stato ucciso e cercava di raccontare la storia dall’inizio. Arsanov stava cercando di calmarlo, dicendo che questo problema doveva essere risolto in tribunale. […] Ma Shamil [Basayev, ndr] non permise a Raduev di cogliere l’occasione per incendiare ulteriormente la situazione. Interruppe Raduev duramente, dicendo: “Tutto questo deve essere deciso in tribunale. Se ci provi qui ed ora, provocherai un macello e tutte le nostre vite saranno sulla tua coscienza. Hai sequestrato la stazione televisiva, che è un crimine e questo andrà alla Corte della Sharia. Quello che stai facendo in questo momento costituisce un tentativo di colpo di stato. Devi condurre i tuoi uomini via da qui immediatamente. […].” Raduev […] ha detto: “Sono disposto ad andare al tribunale della Sharia, ma dichiaro che la faida per Jafarov è su di me! […] Raduev radunò i suoi uomini intorno a lui. “Stiamo partendo, ma questo non significa che i problemi rimarranno irrisolti. La vendetta del sangue per il mio capo di stato maggiore, Vakha Jafarov, è inziata. Siamo venuti alla stazione solo per riavere la nostra apparecchiatura ed andremo alla Corte della Sharia per risolvere questo problema.”

Il racconto è lungo, e di per sé non aggiunge niente. Ma ritaglia uno scorcio chiaro di quale fosse la drammatica situazione di un popolo ostaggio di personaggi come Raduev, il quale in un mondo normale sarebbe stato relegato ai margini della società, e che invece nella Cecenia del 1997 si poteva permettere il lusso di guidare una milizia armata fin nel cuore della capitale del suo Stato, occupare la stazione televisiva pubblica, eliminare il comandante in capo di un’agenzia di sicurezza nazionale e ritirarsi impunito, circondato dai suoi uomini armati, minacciando una faida di sangue.

FUORI DAI GIOCHI

L’Assalto alla TV di Stato fu interpretato dalle autorità governative come un tentativo di colpo di Stato, e come tale sottoposto al giudizio del tribunale allora in vigore in Cecenia, la Corte della Sharia. Questa lo riconobbe colpevole, lo privò di tutti i titoli pubblici e dei premi statali conferitigli a seguito del Raid di Klizyar e gli comminò una condanna a 4 anni di reclusione, ma Raduev non passò in carcere neanche un giorno: forte del supporto dei suoi seguaci (molti dei quali ancora armati) e dell’amicizia di Basayev (il quale lo protesse adducendo alle sue precarie condizioni di salute) Raduev riuscì ad evitare l’arresto, per poi sparire dalla circolazione. Secondo alcune fonti si ritirò in Pakistan, dove il suo principale protettore politico, l’ex Presidente Yandarbiev, aveva intessuto una buona rete di contatti. Certamente non ebbe più un peso effettivo sulla vita politica della Repubblica.

Quando, nell’Agosto del 1999, le forze leali a Basayev ed a Khattab lanciarono un’offensiva nei distretti montani del Daghestan, nel tentativo di istigare un’insurrezione islamica nella vicina repubblica, sembrò che i propositi da sempre sostenuti da Raduev, cioè quelli di riprendere la guerra fino ad una completa resa della Russia, si stessero avverando. Egli, tuttavia, rimase in ombra, non prese parte all’azione e scomparve dalla scena pubblica, riemergendo soltanto quando, a seguito della sconfitta degli islamisti, l’esercito federale penetrò nuovamente in Cecenia, dando il via alla seconda invasione del paese. Quando fu chiaro che la Russia, ora guidata dall’energico Primo Ministro Vladimir Putin, non si sarebbe accontentata di una fugace “spedizione punitiva”, Raduev fece una nuova apparizione pubblica, proponendo un piano di pace secondo il quale la Cecenia sarebbe stata divisa in una regione settentrionale, annessa al Territorio russo di Stavropol e sottoposta al governo federale, ed una regione meridionale indipendente sotto il governo della ChRI. Le sue proposte caddero nel vuoto, e furono in ogni caso superate dallo scoppio delle ostilità.

Con l’inizio delle ostilità in territorio ceceno Raduev radunò i suoi uomini e ricostituì la sua formazione armata, la organizzò in piccole bande da 10/15 uomini ciascuna e tentò di portare avanti una campagna di guerriglia partigiana nel nordest del paese. Tuttavia la caduta di Gudermes nelle mani dei federali a seguito della resa di Akhmat Kadyrov e dei fratelli Yamadaev (per approfondire la questione leggi “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria” Acquistabile QUI) lasciarono il comandante di campo privo degli appoggi logistici necessari a continuare un’efficace resistenza. Da quel momento la sia formazione armata iniziò a disintegrarsi. Molti dei suoi uomini morirono negli scontri a fuoco con le preponderanti forze federali, altri si arresero o tornarono alle loro case senza combattere. Raduev, con un pugno di seguaci si nascose nel villaggio di Oyskhara, da dove tentò di negoziare una resa per se’ e per i suoi uomini, ma il 12 Marzo venne individuato grazie alle delazioni di alcuni abitanti del villaggio e catturato.

Raduev ricoverato in ospedale dopo uno degli attentati ai quali scampò nel 1997. Pur riportando numerose ferite ed ustioni, il Generale di Brigata riuscì sempre a sfuggire alla morte.

IL PROCESSO

La prima reazione dei russi alla notizia che Raduev era stato arrestato fu poco convinta. Sovente i comandi militari avevano diffuso voci riguardo all’eliminazione o all’arresto di questo o quel comandante di campo, finendo per ritrattare pochi giorni dopo. Anche in questo caso le immagini che la stampa diffuse di Raduev, magrissimo, rasato e tremolante, furono accolte con diffidenza dall’opinione pubblica. Fu soltanto quando i suoi familiari dichiararono di aver nominato i suoi avvocati difensori che la notizia fu ritenuta attendibile e confermata. Il comandante dell’ “Esercito di Dudaev” fu trasferito alla prigione di Makhachkala, in Dagestan, dove sostenne l’esame psichiatrico che lo riconobbe sano di mente, dopodichè, dal 15 Novembre 2001 iniziarono le udienze per il suo processo. Raduev fu accusato di terrorismo, rapimento e presa di ostaggi, omicidio con aggravante della crudeltà, organizzazione di un gruppo armato illegale e banditismo. Insieme a lui furono processati l’ex numero due del governo Maskhadov, Turpal Ali Atgeriev, Aslanbek Alkhazurov e Khusein Gaisumov, tutti partecipanti al Raid di Klizyar ed alla successiva Battaglia di Pervomaiskoje.

Le udienze si svolsero in due aule separate, comunicanti tra loto tramite un collegamento in videoconferenza: in una di queste si trovavano l’accusa, la difesa e gli imputati, nell’altra le vittime, i testimoni e la stampa. Si trattò di un processo pubblico di dimensioni enormi: sul banco dei testimoni sfilarono un centinaio di persone, ed altre tremila furono citati dall’accusa, pur senza presentarsi. Regista del processo fu il Procuratore Generale della Federazione Russa, Vladimir Ustinov, a rimarcare la centralità del procedimento nell’azione di “ripristino della legalità” promossa da Putin come fondamento ideologico dell’intervento armato in Cecenia. Per capire l’importanza di una tale scelta, basti ricordare che l’ultima apparizione di un Procuratore Generale in un processo pubblico era stata nel 1960, in occasione del Processo a Gary Powers durante la cosiddetta “Crisi degli U – 2”.

Raduev rilascia un’intervista in carcere

Raduev non rinnegò le sue azioni, ma le descrisse come parte dei suoi “doveri istituzionali” in quanto Prefetto di Gudermes e Generale di Brigata: “Ho lavorato come prefetto del Distretto di Gudermes, e questa posizione non prevede la possibilità di creare bande”, osservò. “Queste, casomai, sono state istituite da Dudaev.” Riguardo alla costituzione di queste formazioni armate, poi, l’imputato osservò come questa fosse stata esplicitamente incoraggiata dalla “Direttiva 92” con la quale l’esercito federale aveva accettato di trasferire decine di migliaia di armi leggere alla “Parte cecena” e di aver lasciato incustodite numerose armi pesanti, tra le quali carri armati da battaglia, obici e persino armi chimiche. “Perché ci avete dato queste armi?” Chiese. “Se non ci fossero state armi,  non ci sarebbe stata la tentazione di opporre una resistenza armata. E mi accusate di aver acquistato illegalmente delle armi?” Riguardo al Raid su Klizyar, Raduev dichiarò di essere stato incaricato da Dudaev di dare il suo supporto ad un’azione militare in territorio russo, rispetto alla quale egli avrebbe dovuto rappresentare la “parte politica”. Lo scopo dell’azione, secondo lui, era quello di distruggere alcuni elicotteri con il divieto assoluto “di catturare civili” e se possibile “di non uccidere nessuno, dal momento che il Daghestan è la repubblica più amichevole con la Cecenia”. Un’azione di rilievo principalmente politico, quindi, sfortunatamente degenerata a causa dell’intervento dell’esercito federale. Infine, riguardo gli attentati terroristici messi a segno tra il 1997 ed il 1998, e in particolare rispetto all’attacco alla stazione di Pytiagorsk, Il Generale dichiarò di essersene addossato la responsabilità unicamente per “rendermi popolare” ed accreditarsi presso i nazionalisti radicali come un leader capace di guidare l’insurrezione antirussa in tutto il Caucaso.

Il 25 Dicembre 2001 la Corte Suprema del Daghestan dichiarò Raduev colpevole di tutte le accuse a suo carico, fatta eccezione per quella di aver costituito un gruppo armato illegale. Le richieste di Ustinov furono soddisfatte e l’imputato fu condannato all’ergastolo, da scontare nella colonia correttiva di regime speciale “Cigno Bianco”. Raduev si limitò a dichiararsi innocente, pur riconoscendosi “piacevolmente sorpreso dall’equità del processo”. Turpal Ali Atgeriev venne condannato a quindici anni di reclusione, Alkhazurov a dieci e Gaisumov ad otto, poi ridotti per intervento del tribunale. Tutti gli imputati fecero ricorso in cassazione, ottenendo soltanto una riduzione del risarcimento da 268 milioni di rubli a 222.000 (una cifra considerata più realisticamente esigibile da tribunale rispetto a quella esosa precedentemente sancita).

Raduev in cella mostra una foto di se’ stesso quando era in libertà , durante il periodo interbellico

LA PRIGIONIA E LA MORTE

Trasferito al “Cigno Bianco”, al secolo “Colonia Correzionale di Solikamsk”, trascorse la sua prigionia adeguandosi piuttosto in fretta alla disciplina carceraria, almeno secondo i giornalisti che si occuparono di lui. Avrebbe dovuto scontare il carcere a vita, ma rimase convinto che presto tra Russia e Cecenia sarebbe tornata la pace, e che sarebbe tornato a far parte della vita politica della Repubblica Cecena di Ichkeria una volta che anche la seconda invasione russa fosse fallita. Morì il 14 Dicembre 2002, dopo appena un anno di prigionia, ufficialmente per “emorragia interna”. I rapporti sulla sua morte non furono mai confermati con chiarezza, e la richiesta avanzata da Amnesty International riguardo alle circostanze della sua fine caddero nel vuoto. Al pari di altri “morti illustri” del separatismo ceceno, sulla sua dipartita aleggia il sospetto di un “omicidio di Stato”.

LEZIONI DI GUERRA – Intervista a Magomed Khambiev

Nato a Benoy nel 1962, Magomed Khambiev pose le basi della sua carriera nella Repubblica Cecena di Ichkeria alla guida di un battaglione del Servizio di Sicurezza Nazionale mobilitato nel Dicembre del 1994. Dopo aver combattuto alla testa del suo reparto fino al 1996 (guadagnandosi le più alte onorificenze militari) alla fine della guerra venne nominato da Maskhadov Comandante in Capo della Guardia Nazionale, per poi ottenere, nel Luglio del 1998, il dicastero della Difesa. Entrato in clandestinità allo scoppio della Seconda Guerra Cecena, nel 2004 decise di arrendersi, entrando a far parte dell’establishment del governo di Ramzan Kadyrov e venendo eletto deputato al parlamento nelle file dell’Unione delle Forze di Destra (SPS). Questa intervista, rilasciata alla rivista “Small Wars Journal” apparve in rete nel Giugno del 1999, poco prima che scoppiasse la Seconda Guerra Cecena.

IL BATTAGLIONE BAYSANGUR

Nel 1992 ero comandante del Battaglione “Baysangur”, circa 150 uomini, Nel 1994 sono stato decorato ed ho ricevuto una spada d’onore. Successivamente il Capo di Stato Maggiore, Aslan Maskhadov, mi ha nominato comandante del Distretto di Nozhai – Yurt.

Avevamo più possibilità nel 1994 che nell’Agosto 1996. Nel Dicembre 1994 il mio compito era più facile. Avevo 150 uomini, avevamo più attrezzature e mezzi di trasporto rispetto al 1996. Avevo veicoli per spostare le armi da un luogo all’altro. Maskhadov ordinò al mio battaglione di tenere Pervomaiskoye, quando i carri armati russi avanzarono. Non ci disse quali posizioni occupare, soltanto di andare lì ed intercettare i carri armati. Quando raggiungemmo Pervomaisoye trovammo un APC ed un catto armato, e li distruggemmo. Eravamo contenti, pensavamo che i russi fossero scappati. Non ci eravamo resi conto che erano l’avanguardia di un’enorme coonna. Quando attraversammo il ponte, che è vicino alla fabbrica, abbiamo visto una doppia colonna di carri. Mi sono ritrovato con 8 uomini. Abbiamo colpito un carro con un lanciagranate. Allora avevo poca esperienza in questi combattimenti. Pensavo che con tre lanciagranate avremmo potuto gestirla, attaccando la parte anteriore e la parte posteriore della colonna, per poi fuggire. Abbiamo colpito l’equipaggio di un catto armato, ma questo non ha fermato l’avanzata dei russi su Pervomaiskoye.

Magomed Khambiev da giovane, durante la Prima Guerra Cecena

Poi ho pensato di ritirarmi facendo una deviazione in fondo alla colonna. Rimanemmo fino alla sera nascosti in una casa accanto a quella in cui i russi avevano stabilito il loro quartier generale. Potevamo vederli attraverso le finestre.  Ho aspettato e mi aspettavo che controllassero la nostra casa in qualsiasi momento. Avevamo messo tutte le nostre armi e munizioni in Pensavamo che fosse la fine. I combattimenti erano in corso a Grozny, non avevamo notizie di Maskhadov. Abbiamo aspettato 2 o 3 ore aspettandoci di combattere la nostra ultima battaglia. Eravamo calmi. Poi ci siamo innervositi. Alcuni di noi decisero di andare a dormire mentre altri facevano la guardia. Alle 18 o alle 19 abbiamo sentito spari e grida. Corsi fuori, aspettandomi di essere catturato, ma mi ritrovai circondato da ceceni. Hanno iniziato a minacciarci. All’inizio ho pensato che fossero gente dell’opposizione ma non lo erano. Ci avevano notato in casa e pensavano che fossimo predoni. Per fortuna qualcuno mi ha riconosciuto. Per quanto riguarda i Russi, erano partiti per Grozny mentre stavamo dormendo. Il giorno successivo ci siamo riuniti al resto dell’unità ed abbiamo lasciato Grozny per Berdikel e Mesker Yurt, dove rimanemmo per quindici giorni a guardia di un ponte sulla linea ferroviaria nei pressi di Barguny. Poi mi ordinò di dirigermi a Gudermes.

A Gudermes non potemmo attaccare i russi, perché questi non si avvicinavano ed usavano soltanto elicotteri, bombardieri ed artiglieria a lungo raggio. A quel tempo si tenevano a distanza, evitando di attaccare da Khasvyurt, in Daghestan. Non so perché, forse avevano paura di mettersi contro gli Akkins ceceni (Ceceni del Daghestan, ndr.). Sparavano da Barguny e da Mairtup, che avevano occupato. Ad Aprile ci siamo ritirati da Gudermes al Distretto di Nozhai – Yurt, dove abbiamo assunto posizioni difensive scavando trincee. Maskhadov mi aveva nominato comandante di quel distretto. Dopo che i russi ebbero occupato Gudermes iniziarono a far avanzare le loro truppe da Khasavyurt verso Nozhai Yurt. Era un territorio molto difficile da difendere, soprattutto i campi e le aree pianeggianti, le colline nude e senza foreste. Siamo stai salvati dal fatto che i russi non sapevano dove eravamo trincerati. Conoscevamo il territorio, fummo capaci di trovare luoghi dove nasconderci e di minarne altri. Abbiamo difeso il distretto fino alla fine di Maggio del 1995, poi ci siamo ritirati a Sayasan, verso Benoy. Questo succedeva prima di Budennovsk, ci stavamo ritirando da tutte le parti, da Vedeno e da Shatoi. Per due o tre mesi abbiamo combattuto nel territorio del Daghestan. Prendemmo posto sull’altro lato del confine, che non era abitato.

Dopo la tregua di Budennovsk i russi iniziarono ad attaccare di nuovo nell’inverno del 1995. Non ci aspettavamo che avrebbero contrattaccato così velocemente. Iniziarono ad attaccare Benoy, ma dopo che prendemmo Gudermes nel Dicembre del 1995 tutto cambiò: fummo noi a prendere l’iniziativa.

LA “TREGUA” DI BUDENNOVSK

Durante il periodo di tregua che seguì Budennovsk avremmo dovuto costituire Unità di “autodifesa” russo-cecene congiunte. Ricordo un colonnello russo che era la mia controparte. Parlava con me della sua famiglia, mi diceva dove viveva, quella sua la figlia era malata. Fu una tregua di breve durata e più tardi durante la guerra lo incontrai ancora. Abalaev mi ha avvertito che i russi stavano progettando di stabilire una base a Zandak nonostante gli accordi che avevamo raggiunto dopo Budennovsk. Sono stato mandato a negoziare e ritrovai lo stesso colonnello. Fingeva di non essere responsabile della decisione, diceva che quegli ordini provenivano dall’alto. Ho detto “va bene, ma voglio parlarti da solo, senza testimoni”. Gli ho chiesto “tua figlia è ancora malata?”,  “La tua famiglia vive ancora a questo indirizzo?” Ha risposto “sì”; forse si era dimenticato di lui mi aveva dato quell’informazione. Gli ho detto “se non smantelli questa base da Zandak, la situazione della tua famiglia peggiorerà ulteriormente. Ti do mezz’ora per uscire di qui”. È uscito per dare gli ordini e 15 minuti dopo non c’erano più.

Aslanbek Abdulkhadzhiev (a sinistra) Shamil Basayev (al centro) ed Aslanbek Ismailov (a destra) tengono una conferenza stampa durante il sequestro dell’ospedale di Bunenovsk.

Tra marzo e agosto 1996, la situazione a Nozhay Yurt rimase tranquilla. Non c’erano azioni militari, solo attività di ricognizione e intelligence. I comandanti russi ci hanno contattato più volte durante quel periodo implorandoci di non avviare alcuna azione perché i negoziati erano imminenti. I russi non volevano morire, e nemmeno noi. Loro sono rimasti nelle loro basi e hanno aspettato. Avevano tutto: aviazione, GRAD, ma comunque è stato molto difficile per loro. I nostri piccoli numeri ci hanno aiutato, se avessimo avuto enormi concentrazioni di truppe come i russi, sarebbe stato più facile combatterci. Ma noi avevamo solo piccoli gruppi di 10, 20 o 30 uomini che erano ovunque e da nessuna parte. I russi avevano un’enorme concentrazione di forze: non potevamo affrontare una base con 500 carri armati e APC o più, ma sapevamo tutto e vedevamo tutto. Abbiamo cambiato tattica costantemente, a volte abbiamo tenuto posizioni difensive, a volte no. I russi non riuscivano a capire che tipo di esercito fossimo.

OPERAZIONE JIHAD

Nel Gennaio 1996 non mi aspettavo che avremmo vinto la guerra così rapidamente. Sapevamo in quale stato fosse il nostro esercito e anche se i russi erano talmente codardi che non volevano combattere, avevano comunque occupato quasi tutto il nostro paese. Non avevamo praticamente più alcun posto dove nascondersi, la nostra Repubblica è così piccola. Eravamo incoraggiati dal fatto che tutti i villaggi ci accoglievano volentieri. Questo ci dava la speranza che saremmo stati in grado di sostenere la lotta per molto tempo. Ma sapevamo che era molto difficile per la nostra popolazione, sapevamo che la popolazione aveva sofferto a causa nostra, che la Milizia del Ministero dell’Interno (russo, ndr) stava uccidendo i civili. Non pensavamo che avremmo vinto subito, ma che saremmo stati in grado di farlo. C’era ancora una piccola speranza.

Dopo il Marzo 1996, tutto è cambiato. Abbiamo capito che potevamo riconquistare la capitale o qualsiasi altro distretto della Repubblica in qualsiasi momento, ed abbiamo scelto. Maskhadov ci ha sempre detto: “Abbiamo Grozny in riserva come ultima risorsa”: Maskhadov ha dato l’ordine ai comandanti di prepararsi ad un assalto a Grozny ad inizio Giugno. Questa informazione era tenuta segreta, soltanto i comandanti lo sapevano. Avevamo diviso i comandanti settore per settore. Il mio settore era Pervomaiskoye. Avevo una mappa del distretto. Ho mandato degli uomini a controllare il percorso, per capire cosa avremmo dovuto affrontare – per esempio il campo di filtraggio russo a Pervomaiskoye. Questo può provare un grosso problema, che i russi usavano i prigionieri come ostaggi. Ho dovuto liberarli prima che potessimo avanzare su Grozny. Sapevo che era difficile perché il campo era estremamente ben difeso e protetto. Personalmente ero stanco, speravo che mi mandassero ovunque, ma non a Grozny. Sapevo che Grozny significava vittoria o morte. Non ci sarebbe stato modo di tornare indietro. Le truppe russe erano ovunque e sapevo che se le cose fossero andate storte non avrei avuto modo di fuggire da Pervomaiskoye. Avrei avuto difficoltà anche ad evacuare i feriti. Volevo restare a Benoy e combattere e morire piuttosto che andare a Grozny. Conoscevo il mio Distretto di Nozhai Yurt. Temevo che sulla strada per Grozny potessimo finire in un’imboscata, morendo inutilmente. Ma gli ordini erano ordini.

Tuttavia, due o tre giorni dopo l’inizio delle operazioni militari cominciai a cambiare idea ed a rendermi conto che forse ce l’avremmo fatta. Ho capito allora che i russi non volevano più combatterci. Ma ho dubitato finchè non è stato ovvio che stavamo vincendo. Anche se sapevo che combattere a Grozny sarebbe stato più facile, per inclinazione volevo combattere nel mio territorio. Sono sicuro che molti uomini la pensassero così.

Carro armate dell’esercito federale catturato dai separatisti durante l’Operazione Jihad

Pervomaisoye era la porta per Grozny e per l’aereoporto. E’ stato a Pervomaisjoye che i combattimenti furono più feroci. Dopo che i russi ci dettero un ultimatum di 48 ore, trasferirono più di 1000 tra carri e APC dall’edificio della Doikar – Oil all’aereoporto, che ne ospitava approssimativamente altrettanti. Aspettammo la scadenza dell’ultimatum, quando questa armata si sarebbe mossa contro di noi. Avevamo preparato barili con benzina, granate, mine ad ogni occasione. I carri armati avevano una protezione anti – granata. Abbiamo raccolto i proiettili dei carri armati e ne abbiamo ricavato delle bombe. Eravamo 80 uomini e abbiamo aspettato. Avevamo 12 lanciagranate, con 3 o 4 colpi.  Avevo uno Shmel. Dotazioni da considerarsi straordinarie! Nessuno aveva sollevato la questione di cosa potesse accaderci.

Ho ricevuto i miei ordini da Maskhadov il 5 Agosto. I russi avevano occupato il Distretto di Nozhai Yurt. Sono partito subito con i miei uomini. Abbiamo guidato da Benoy a Dzhalka. A partire da Dzhalka siamo scesi ed abbiamo proseguito a piedi. Trasportavamo tutta la nostra attrezzatura. Io trasportavo 65 kg di armi e munizioni. Verso le 8 del mattino abbiamo raggiunto i nostri obiettivi – Pervomaiskoye. La strada principale e la fabbrica di latta, sulla strada per l’aereoporto, tra i grattacieli. L’ordine era di essere in posizione tra le 5 e le 6 del mattino, ma eravamo stati ritardati da diverse imboscate lungo il percorso. Basaev era al mercato centrale. Una volta trovata una posizione comoda negli edifici più alti, con acqua e cibo, talvolta riuscimmo anche a farci qualche bagno durante la notte! Ci furono pesanti combattimenti tra il 7 ed il 12 Agosto e rimanemmo a corto di munizioni, perché i nostri rifornimenti non erano riusciti ad arrivare. Fortunatamente riuscimmo a trovare le munizioni nei carri armati che distruggevamo: 37 in tutto per il mio gruppo. Controllavamo l’unica via d’uscita da Grozny per i carri armati russi. Combattemmo nel distretto per 12 giorni. 3 dei miei uomini rimasero uccisi e 3 feriti. Ascoltavamo le comunicazioni radio russe in cui si diceva che avevano perso 200 uomini in un posto, tanti dispersi senza notizie in un altro. In questo modo potevamo capire quali obiettivi stessimo conquistando.

LINEE DI COMUNICAZIONE

Non è stato facile interrompere le linee di comunicazione dei russi. Ad esempio: loro avevano un quartiere generale a Nozhay Yurt ed una base a Sayasan. Il quartier generale doveva provvedere alla logistica di Sayasan: noi mandavamo due o tre uomini a scavare nel guado sul fiume che porta a Sayasan. Loro avevano molta paura delle mine, davanti ai loro carri armati e APC mandavano sempre dei genieri. Noi non abbiamo mai avuto molta difficoltà a comunicare tra di noi. Potevamo muoverci liberamente, io potevo facilmente raggiungere a piedi Vedeno da Nozhai Yurt, se necessario. L’ho fatto diverse volte attraverso strade secondarie. La prova più eclatante di questo fatto fu il nostro ingresso a Grozny nonostante gli elicotteri, gli aerei da caccia ed i posti di blocco: non fu un problema.

CECCHINI

I russi chiamavano “cecchino” qualsiasi uomo con la mitragliatrice. Ma non avevamo cecchini appositamente addestrati. Chiaramente mi vantavo di avere granatieri, cecchini, genieri, anche “carristi”. Ma in realtà i ruoli erano intercambiabili. Tutti i combattenti ceceni sapevano come usare armi diverse. Ciò era legato al nostro naturale interesse per le armi, e alla necessità. Avremmo usato qualsiasi arma sulla quale saremmo riusciti a mettere le mani. Non dicevamo ai nostri uomini “tu sei un cecchino, questa è la tua posizione, rimani lì”. Piuttosto gli uomini venivano da noi e ci dicevano: “Ho un fucile da cecchino, voglio usarlo, posso aiutare?”

GLI “SHMEL”

Ricordo un episodio divertente: avevamo uno Shmel (lanciarazzi portatile per la fanteria, ndr.) che portavo ovunque, perché era la migliore arma del mio battaglione. C’era un carro armato di fronte all’edificio in cui ci trovavamo. Era facile fallire perché non avevamo un posto dove nasconderci e la visibilità era scarsa. Uno dei miei uomini gridò: “sbrigati, spara!”. Il cannone era già rivolto verso di noi. La casa era piccola, io ero in cucina. C’era un balcone ma se fossi uscito sarei stato ucciso. Mi sono guardato intorno. Il soffitto era basso, c’era un tavolo, sono saltato sul tavolo ed ho sparato senza pensare, senza mirare correttamente. Non ricordo esattamente cosa successe dopo, sono caduto dal tavolo, mi sono bruciato. Pensavo che fosse stato il carro a sparare. Sono corso fuori dalla casa urlando che stavo andando a fuoco. Ma era il calore del mio Shmel –  stavo sparando troppo a ridosso del muro. Il carro armato era stato distrutto.

Gli unici Shmel che avevamo erano quelli che avevamo preso o comprato ai russi. Tutte le unità russe, sia della Milizia che del Ministero della Difesa, erano dotate di Shmels. Le unità della Milizia avevano molti contractors: era più difficile acquistare armi da loro. Anche loro vendevano le armi, ma era più facile comprarle da giovani coscritti.

Magomed Khambiev nel Febbraio 1997 , Comandante della Guardia Nazionale

MISSILI ANTIAEREI

Avevo un missile a ricerca di calore a Nozhai Yurt, con il quale riuscimmo ad abbattere un elicottero. Questo è stato l’unico caso al quale ho assistito durante la guerra. L’uomo che lo ha abbattuto ha ricevuto una decorazione. Successivamente abbiamo usato le mitragliatrici contro gli elicotteri, ma senza risultato. Potevi vedere le scintille sprizzare dalla lamiera degli elicotteri, ma questo era tutto. Quando inizi a sparare su un elicottero, questo vira sul lato placcato in titanio, esponendolo al fuoco.

ARMI “TROFEO”

Ricordo come Isa Ayubov, vice capo della logistica, fu assediato in una casa vicino al cinema “Jubilee” nel centro di Grozny. Quando siamo venuti in suo aiuto c’erano così tanti cadaveri, era spaventoso. Circa 100, forse 200 morti giacevano in un mucchio. I russi continuavano ad avanzare nell’edificio di Ayubov, e mentre avanzavano venivano uccisi. Come avanzavano, venivano uccisi. Non si rendevano conto di dove stavano andando. Non capivano da dove gli stessimo sparando. Si muovevano come un’onda umana senza avere il tempo di sparare. L’assedio finì quando si fece buio. Uscimmo dall’edificio, raccogliemmo tutte le armi – c’era di tutto, lanciagranate, fucili da cecchino e automatici. C’era l’imbarazzo della scelta. Molte persone non avevano le armi. Ci seguivano e cercavano di prenderle. E noi abbiamo sempre distribuito loro le armi. A volte le le persone cercavano armi semplicemente per rivenderle. Li vendevano ad altri ceceni sottocosto o li barattavano con farina, zucchero ecc. In alcuni casi interi battaglioni furono armati con armi  -trofeo. Di solito combattevamo con armi russe. Non avevamo una nostra produzione né forniture estere.

I RUSSI

La propaganda russa affermava che tutti i ceceni erano uomini d’affari che erano interessati soltanto al benessere, che Dudaev aveva 100 uomini, non di più, i quali sarebbero fuggiti davanti all’esercito russo. Nonostante le rassicurazioni di Pavel Grachev che la Cecenia sarebbe stata conquistata in una settimana, gli ufficiali russi hanno capito subito che non sarebbe stato così. Quando hanno attraversato il confine con l’Inguscezia verso la Cecenia, hanno visto che non c’era nessuno che stesse scappando via. Già a quel punto iniziarono ad essere riluttanti a marciare. Mi ricordo come gli elicotteri russi stessero sparando alle spalle delle loro truppe per farle avanzare durante l’invasione.

Non ho notato alcuna differenza di prestazione tra le formazioni militari russe. Forse i russi ebbero i loro eroi durante la guerra, ma i loro commando e le truppe della milizia non si comportarono essenzialmente meglio di quelle ordinarie. Non avevano strategia organiche; non sapevano come combattere; il loro servizio di intelligence era scarso e di solito sbagliava; non facevano alcuna ricognizione prima di una sortita; non avevano tattiche offensive contro i nostri gruppi; non sapevano niente ed erano sempre spaventati. Ad esempio, quando noi avevamo un gruppo di 5 uomini posizionato da qualche parte, la loro intelligence ne individuava 200. Di conseguenza i nostri piccoli gruppi potevano mantenere le posizioni senza problemi, riposarsi e sparare di tanto in tanto per tenere i russi sulle spine. Che tipo di valutazioni si possono dare sulle truppe russe in queste condizioni? Sapevano di aver perso l’iniziativa. Quando un soldato ha paura non può pensare alla strategia, o alla tattica. Le truppe del Ministero della Difesa erano ragionevolmente dignitose nei confronti della popolazione civile. Penso che fosse perché sapevano che trattavamo i nostri prigionieri di guerra russi con equità. Stavano servendo e dovevano ubbidire agli ordini, come noi. Ce lo dicevano i prigionieri di guerra che erano stati costretti ad eseguire gli ordini, altrimenti avrebbero perduto i loro appartamenti, la loro pensione, qualunque cosa. Ci dissero che sapevano che quello che stavano facendo era sbagliato, ma che non avevano scelta. Ovviamente i prigionieri avrebbero detto queste cose in ogni caso. Ma c’erano vere pressioni e tanto bullismo, perché era chiaro che loro non volevano combattere.

Aydamir Abalaev (a sinistra) Aslan Maskhadov (al centro) e Magomed Khambiev (a destra) nel Febbraio 1997

Per noi era diverso, questa è la nostra terra, stavamo difendendo la nostra patria, le nostre famiglie, i nostri amici, non avevamo via d’uscita. Quando abbiamo avuto la notizia che i russi avrebbero occupato un distretto o un villaggio, avvertivamo i civili e li aiutavamo ad evacuare. Questo era l’unico modo in cui potevamo proteggere la popolazione. Tuttavia se i russi avessero saputo che c’erano dei combattenti nei paraggi, sarebbero stati più cauti. Sui blocchi stradali, o quando sapevano che non potevamo toccarli, erano più audaci e insolenti. La milizia del Ministero dell’Interno era un’altra cosa. Loro non facevano differenze tra combattenti e civili. Potevano addirittura uccidere i loro stessi soldati, impunemente. Quando catturavamo i soldati dell’MVD li trattavamo diversamente da quelli del Ministero della Difesa. Era l’MVD che conduceva le cosiddette “Zachistki”, le operazioni di polizia. Tiravano già gli uomini dagli autobus, li costringevano a spogliarsi davanti alle donne – una vergogna terribile per gli uomini ceceni – controllavano i calli sul loro corpo per capire se avessero portato armi, ma i ceceni lavorano sodo, tutti avevano calli da duro lavoro fisico. Qualsiasi uomo con un livido o una ferita veniva arrestata come boievik (bandito ndr), spesso scomparendo senza lasciare traccia.

Non c’erano schemi negli attacchi aerei e nei pattugliamenti dei russi. Non pattugliavano di notte. I nostri uomini, al contrario, sfruttarono al meglio la notte per la sorveglianza, mappando i campi minati, ad esempio. I russi durante la notte sparavano a caso.

PERSONALITA’

Dzhokhar Dudaev era molto divertente. Gli piaceva scherzare, anche quando le cose andavano molto male. Durante gli infiniti bombardamenti aerei ci diceva che questo era l’ultimo, e che i russi avevano esaurito le scorte. Gli credevamo, e mantenevamo la calma. Siamo stati fortunati per il fatto che lo stratega fosse Maskhadov. Molto può dipendere da un uomo. Maskhadov era un comandante molto bravo, ed un capo organizzato. Ha tenuto conto di ogni dettaglio. Gli piaceva che gli ordini venissero eseguiti puntualmente. Naturalmente non ti avrebbe punito se avessi fallito, ma tu ti saresti vergognato di fronte a lui se non avessi eseguito gli ordini correttamente. Questo sistema è stato molto efficace.

LEZIONI DI GUERRA

Era molto più facile combattere a Grozny che a Nozhai Yurt. Il Distretto di Nozhai Yurt era un territorio aperto, dove si doveva aspettare che i carri armati si avvicinassero entro i 500 metri per colpirli. Questa era la distanza dei nostri lanciagranate. I russi lo sapevano e non si avvicinavano mai così tanto. Avemmo molte vittime dovute al fatto che chiunque ad un certo momento doveva improvvisarsi geniere senza avere la formazione necessaria. Abbiamo imparato dalla pratica, insegnandoci a vicenda. Il risultato, tutto considerato, non fu cattivo. Cogliemmo dei brillanti successi.

La disciplina era eccellente, ma tutti prendevano iniziative personali. Prendevamo tutti le direttive dal Presidente Dudaev e dal Capo di Stato Maggiore, Aslan Maskhadov. Ad esempio, quando ci veniva detto di mantenere una posizione la mantenevamo, ma combattendo a proprio modo. Noi facevamo quello di cui c’era bisogno ma senza che ci fosse il bisogno di dirci come questo dovesse essere fatto. Nessuno si aspettava delle istruzioni specifiche. Gli uomini sapevano che cosa dovevano fare senza che glie lo dicessero. Ho capito che la nostra nazione era invincibile. Fin dall’infanzia mi è stato raccontato dei nostri antenati che combattevano con i russi. Quando era giovane avrei sempre voluto emularli. Ma non ho mai creduto o capito veramente come le persone potessero combattere per anni. Adesso lo so, e so che la nostra nazione è capace di resistere a qualsiasi prova. Questa per me è stata una lezione della guerra davvero straordinaria. Ancora oggi mi chiedo come abbiamo potuto compiere un simile miracolo. I comandanti erano uniti. Ho visto la dedizione e l’impegno che hanno motivato le persone che hanno combattuto. Naturalmente c’erano anche quelli che combattevano per mettersi in mostra, quelli che erano pronti a negoziare coi russi, ma erano l’eccezione.

Magomed Khambiev (sinistra) posa con Ramzan Kadyrov (destra) alzando il pollice in segno di complicità.

Si potrebbe dire che ogni operazione militare che abbiamo intrapreso sia stata eroica. Quando siamo andati a combattere ogni singolo uomo su 50 o 80 voleva ottenere qualcosa. Qualcuno a combattuto a modo suo. Quando nel dopoguerra mi fu chiesto di scegliere gli uomini da decorare non riuscii a farlo, perché per me erano tutti eroi. Non conoscevano la paura. Una volta a Grozny uno dei miei uomini stava cercando di colpire un carro armato con un “mukha” ma non ci riusciva. Mi ha chiedo aiuto gridandomi. Io ho sparato due volte dal balcone ed ho colpito il carro armato. Sapevamo tuti che era pericoloso sparare più volte dalla stessa finestra perché i russi se ne sarebbero accorti, ma quell’idiota saltò giù dal balcone urlando “Allah U Akbar!!!” senza alcuna preoccupazione per la sparatoria che stava infuriando. Ho afferrato quello sciocco e l’ho trascinato di nuovo dentro la stanza.  Potrei passare giorni a raccontare le gesta dei miei uomini, erano tutti coraggiosi.

Altri comandanti affermarono di avere 500 uomini, anche 1000, ma io non ne ho mai avuti più di 150. Era l’inizio della guerra. Successivamente il nostro numero variava tra i 50, gli 80 e i 100. Il numero più basso lo raggiungemmo durante il nostro ritiro a Benoy, quando ne rimasero solo 40. Ma fu più facile operare con un piccolo gruppo. Conoscevo tutti i miei uomini, sapevo di cose fosse capace ognuno di loro. Sapevo di potermi fidare di loro. Abbiamo vinto insieme. Pervomaiskoye, durante l’assalto a Grozny dell’Agosto 1996 fu il nostro coronamento.

FRANCESCO BIGAZZI – DIARIO DEL RAPIMENTO DI MAURO GALLIGANI

Il 23 Febbraio 1997 il fotoreporter Mario Galligani, veterano del giornalismo di guerra, venne sequestrato da un commando di uomini armati poche ore dopo essere atterrato a Grozny per effettuare un reportage sulla “normalizzazione” della Cecenia. Con lui si trovava il giornalista e amico Francesco Bigazzi, il quale si rifiutò di lasciare il paese fino alla liberazione di Galligani, avvenuta il 14 Aprile successivo. Bigazzi mobilitò tutte le sue conoscenze personali e collaborò con le autorità della Repubblica Cecena di Ichkeria affinchè i rapitori fossero individuati ed arrestati, ed il suo amico fosse rilasciato senza il pagamento dell’esorbitante riscatto di un milione di dollari, richiesto dai criminali.

Durante il suo periodo di permanenza in Cecenia Bigazzi tenne un accurato diario giornaliero che oggi, a distanza di ventitrè anni da quegli eventi, viene pubblicato integralmente da Mauro Pagliai Editore. E’ un documento di enorme importanza storica, sia per quanto riguarda la storia di quel fatto criminale, sia per quanto riguarda la storia del periodo interbellico della Repubblica Cecena di Ichkeria. Pochi, infatti, sono i resoconti di “vita quotidiana” di quel periodo raccontati da un punto di vista neutrale, ed in questo senso Bigazzi mostra una grande onestà intellettuale riportando il suo punto di vista e confrontandolo con quello dei suoi amici collaboratori, offrendo in questo modo al lettore diverse chiavi interpretative degli eventi che si susseguono.

Khukarpasha Israpilov, Generale di Brigata e Direttore del Centro Antiterrorismo nel periodo interbellico

Il diario di Bigazzi è un documento essenziale anche per approfondire l’odioso fenomeno criminale dei rapimenti nella Cecenia post bellica, vera e propria piaga che più di ogni altra gettò sulla giovane repubblica separatista il turpe alone del fallimento, contribuendo a permettere che la seconda invasione del paese fosse moralmente accettata dalla maggioranza dell’opinione pubblica. Nel racconto si fanno i nomi di numerosi personaggi che, per convenienza o per necessità, si trovarono a prendere parte al sequestro di Galligani in qualità di esecutori, di mediatori o di doppiogiochisti: imprenditori, ex ministri, giovani combattenti intenti a costruire il nuovo stato indipendente, disgraziati senza soldi pronti a vendersi al miglior offerente, e così via.

Riportiamo un breve passo del libro a titolo di “preview”

“La sede dello stato maggiore dell’antiterrorismo è senza dubbio la più protetta di Grozny. Situata in quello che doveva essere uno dei quartieri residenziali più belli di Grozny, tutti gli edifici sono stati ristrutturati e le villette che ospitano i vari dipartimenti hanno tutte le finestre oscurate per “rendere più difficile il lavoro dei satelliti spia”. Khunkarpasha [Israpilov, ndr] ci accoglie in una di queste villette dopo averci fatto cambiare più volte il tragitto. Personalità dotata di un forte carisma, è molto comunicativo e non fa niente per tenere a freno la sua straordinaria energia. Insieme a Shamil Basayev rappresenta il nuovo della Repubblica Cecena di Ichkeria, anche se entrambi si sono formati nell’ex Armata Rossa. […] Khunkarpasha ci fa entrare in uno studio dove l’oscurità è rotta solamente da sottili raggi di luce. Quando l’occhio si abitua al buio è possibile vedere che i raggi di sole filtrano dai fori provocati nelle imposte dai colpi di mitra o da altre armi pesanti. D’improvviso, dopo che gli occhi si sono abituati all’oscurità, scorgo un obice, di dimensioni notevoli, conficcato per metà nella parete. E’ difficile fare finta di niente. Khunkarpasha, forse per tranquillizzarmi, mi dice: “Vedi come funzionano male le armi russe? Sono già sfuggito ad almeno sette attentati e questo oggetto mi porta fortuna”.

IL COLPO DI STATO DEL 31 MARZO 1992

Mentre Dudaev consolidava il suo potere e lo Stato indipendente ceceno iniziava a prendere forma, l’opposizione ai separatisti si radunava intorno alla figura di Umar Avturkhanov, ex funzionario del Ministero degli Interni, eletto da poco Governatore del Distretto dell’Alto Terek e apertamente ostile al nuovo governo. Vicino a lui si erano raccolti sia i nazionalisti moderati, sia gli esponenti della vecchia classe dirigente sovietica. Si trattava di una trentina di notabili, tra i quali spiccavano il già citato Hadjiev, che aveva snobbato l’invito di Dudaev a fargli da vice, l’ormai apparentemente emarginato Zavgaev ed il leader di Daimokhk, Lecha Umkhaev.. Il Movimento aveva il supporto manifesto di Mosca, che intendeva usare l’opposizione come grimaldello per scardinare il fronte dudaevita. Con l’avvicinarsi del 31 marzo, data nella quale tutti i soggetti federati avrebbero dovuto firmare il nuovo Trattato Federativo, l’opposizione iniziò a manifestare la volontà di intervenire affinché la Cecenia interrompesse il suo percorso secessionista. Il 6 marzo, mentre i negoziati di Sochi erano in atto, Avturkhanov pubblicò un comunicato nel quale si appellava a tutti i cittadini della repubblica cecena, invitandoli a non riconoscere né Dudaev né il Parlamento. Lo stesso giorno, il governatore dichiarò lo Stato d’Emergenza nell’Alto Terek ed attivò un Quartier Generale, dal quale distribuì armi alla popolazione e mobilitò l’Unione per la Difesa dei Cittadini della Repubblica Ceceno – Inguscia, una milizia volontaria antidudaevita e filorussa. Secondo quanto riportato dai suoi stessi esponenti, da Mosca giunsero 50 milioni di rubli per finanziare l’attività dei dissidenti, mentre dalla vicina base militare russa di Modzok affluirono armi leggere. L’opposizione si era data anche un nome: Movimento per il Ripristino dell’Ordine Costituzionale nella Repubblica Ceceno – Inguscia.

Umar Avturkhanov, governatore dell’Alto Terek e principale oppositore di Dudaev tra il 1992 ed il 1994.

Il 17 marzo un primo volantino firmato dagli esponenti del movimento iniziò a circolare a Grozny. In esso si chiedevano le dimissioni di Dudaev, accusato di essere la causa della situazione drammatica nella quale stava precipitando il paese. Nei giorni seguenti distaccamenti armati dell’Unione per la Difesa dei Cittadini presero posizione nei distretti di Sunzha, di Achkoy – Martan, di Shali e di Grozny. Dudaev tentava di evitare uno scontro diretto con queste formazioni armate, un po’ perché sperava di ricondurre i loro leaders ad un’alleanza politica col suo governo, un po’ perché non era sicuro che la sua Guardia Nazionale fosse in grado di resistere ad un attacco ben coordinato[1]. La debolezza delle truppe regolari era ben chiara dall’opposizione, ed Avturkhanov si convinse che un assalto ben orchestrato a Grozny sarebbe bastato a far cadere il Generale. Così i leaders del Movimento per il Ripristino dell’Ordine Costituzionale organizzarono il loro colpo di mano. La sera del 30 marzo i leaders golpisti si riunirono in un’abitazione a Grozny, nei pressi di Kirov Park, poco lontano dalla stazione TV, e organizzarono in un Comitato d’Emergenza. La mattina del 31 marzo, intorno alle 7:00 un commando armato penetrò all’interno della TV di stato e disarmò le poche guardie che sorvegliavano l’edificio. Pattuglie armate occuparono il principale asse viario di Grozny, quello che da Nord – Ovest della città raggiunge i sobborghi meridionali. Nessun reparto della Guardia Nazionale intervenne. Ancora alle 9 e mezzo, più di due ore dopo il blitz, nessuna forza lealista aveva reagito all’attacco, mentre una folla piuttosto nutrita di civili, per lo più sostenitori dell’opposizione, si era radunata a Kirov Park, scandendo slogan di supporto al Comitato d’Emergenza. Nel frattempo un secondo distaccamento di golpisti aveva raggiunto l’avanguardia che aveva lanciato l’attacco: ora i ribelli contavano cento – centocinquanta uomini armati. Le unità dipendenti dal Ministero degli Interni, richiamate da Dudaev ad intervenire, rimasero chiuse nei loro acquartieramenti per ordine esplicito del Ministro, il quale dichiarò che non avrebbe permesso la partecipazione delle sue unità, impegnandosi soltanto a garantire “per quanto possibile il mantenimento dell’ordine pubblico”. Con questo atteggiamento, il Ministero degli Interni passava di fatto dalla parte degli insorti. Tutto era pronto per l’arrivo dei leader del Comitato d’Emergenza ed il rovesciamento di Dudaev.

Bandiera del Consiglio Provvisorio della Repubblica Cecena, il principale raggruppamento anti – dudaevita sorto nel 1992 intorno ad Avturkhanov. Nel corso del 1993 ad esso si unirono personaggi che avevano aderito al fronte secessionista, come il Sindaco di Grozny Bislan Gantamirov ed il Deputato Ibragim Suleimenov.

Ma nessuno si fece vivo. Che era successo ai capi della rivolta? Semplicemente si erano messi a litigare, si erano spartiti i fondi russi e se ne erano tornati da dove erano venuti. Era successo che durante la notte i componenti del Comitato d’Emergenza si erano affrontati per decidere chi avrebbe dovuto essere il capo di quell’accozzaglia di post – comunisti ed anti – dudaeviti così eterogenea e contraddittoria. Ne era venuto fuori che tutti volevano fare il Presidente, ma che nessuno aveva intenzione di guidare le operazioni militari. Dopo un acceso alterco la direzione del colpo di stato era stata abbandonata al suo destino. Così, alle 11 del mattino del 31 marzo, nonostante i ribelli avessero preso il controllo della piazza, non c’era nessuno in grado di ordinare la prosecuzione delle operazioni.  Rimasto senza una regia, il golpe si trasformò in una farsa. Le forze lealiste, giunte nei pressi della TV di stato soltanto verso le 11, si trovarono ad affrontare un centinaio di miliziani privi di una catena di comando, circondati da un cordone di manifestanti disarmati e disorientati. Verso mezzogiorno dal Parlamento riunito in seduta plenaria giunse la condanna al colpo di stato. Akhmadov fece votare l’introduzione dello Stato di Emergenza in tutto il paese, dichiarando le azioni prodotte dal Comitato d’Emergenza “un tentativo di colpo di Stato”. Quando cominciò a circolare la voce che i ribelli erano finanziati ed armati dal Cremlino, la reazione popolare non si fece attendere: una folla di persone si radunò davanti al Palazzo Presidenziale, ed anche i sostenitori del colpo di stato, saputo che questo era orchestrato da Mosca, cambiarono bandiera e si unirono ai lealisti. Il silenzio degli esponenti del Comitato di Emergenza fece il resto, ed alle 18:35 un trionfante Dudaev, ormai tornato padrone della situazione, si rivolse ai cittadini, invitandoli a sollevarsi in difesa del sacro diritto del popolo alla libertà, all’indipendenza ed alla dignità nazionale, contro i circoli reazionari della Russia e i loro burattini locali. Nel giro di poche ore una folla di ceceni lealisti si raccolse intorno alla TV di Stato, l’ultimo edificio ancora in mano ai golpisti, mentre i reparti della Guardia Repubblicana si preparavano ad irrompervi. Alle 19:20, scaduti gli ultimatum, iniziò l’assalto.

Una folla di manifestanti fedeli a Dudaev si dirige verso il centro televisivo di stato per contrastare il golpe degli anti – dudaeviti.

La sparatoria durò alcuni minuti, dopodiché la Guardia Nazionale riuscì a penetrare nella stazione TV, sloggiando i ribelli e catturandone una dozzina. Morirono una quindicina di persone. Coloro che non se ne erano già andati approfittarono della calca per sgattaiolare fuori da Grozny, mentre i reparti ribelli che non erano stati ingaggiati dalla Guardia Repubblicana si ritirarono dalla città verso le basi di partenza. Alle 10 di sera il colpo di stato poteva dirsi ufficialmente fallito, e la TV riprese a trasmettere dal canale governativo. Yandarbiev parlò al paese, accusando i golpisti di essere una forza distruttiva al soldo della Russia. Nei giorni successivi il VDP e gli altri movimenti lealisti organizzarono una grande manifestazione di piazza a sostegno dell’indipendenza, alla quale parteciparono migliaia di persone. Il Governo ed il Parlamento emisero un appello generale nel quale si diceva:

“Noi, rappresentanti di tutti i villaggi ed i distretti della Repubblica Cecena, riuniti in una manifestazione di molte migliaia il 1 e il 2 Aprile 1992, esprimiamo il nostro sostegno al Parlamento eletto ed al Presidente della Repubblica Cecena, esprimiamo la nostra collera contro gli autori del raid all’emittente pubblica ed al tentativo di colpo di stato da parte delle forze reazionarie della cosiddetta opposizione, agenti dell’impero russo. Chiediamo con forza al Parlamento, al Presidente del Consiglio dei ministri di adottare misure di emergenza per frenare le azioni anticostituzionali delle forze di opposizione e la criminalità dilagante. Al fine di stabilizzare la situazione, proponiamo di introdurre la pena di morte in pubblico per reati gravi contro lo stato, nonché per i crimini contro la vita dei cittadini della nostra repubblica. […] Esortiamo i cittadini della repubblica ad essere vigili, a non soccombere al panico […].”

Avturkhanov e gli altri ribelli di ritirarono nell’Alto Terek e, tentando di salvare la faccia, dichiararono che quella del 31 marzo era stata soltanto una “azione dimostrativa” e non un colpo di stato. Qualunque fosse lo scopo dell’attacco, il risultato fu quello di mobilitare le piazze a sostegno di Dudaev, rendendolo ancora di più padrone della scena politica.

Bektimar Mezhidov, Hussein Akhmadov e Magomed Gushakayev, i tre leaders del Parlamento di prima convocazione. Il Parlamento si espresse compattamente contro il colpo di Stato, isolando i golpisti.

[1] A quel tempo essa era composta da qualche centinaio di volontari, pochi ed in perenne conflitto tra loro: una parte sosteneva Gantemirov, un’altra Basayev. Nel febbraio del 1992 le frizioni tra le due squadre erano giunte all’apice quando si era scoperto che le armi del principale magazzino militare in mani cecene, quello rinvenuto all’interno dell’edificio del KGB a seguito dell’assalto al palazzo, erano quasi tutte sparite. Basayev accusò Gantemirov (che ne aveva la custodia) di averle sottratte per armare la sua “fazione”. Gantemirov negò ogni accusa, ma non fornì alcuna spiegazione plausibile per la loro scomparsa. Se si escludono queste forze, a Dudaev rimaneva un piccolo nucleo di combattenti, che aveva inquadrato nella Guardia Presidenziale, il cui compito era quello di difendere la sua persona, i suoi familiari ed i principali edifici governativi. Ma si trattava di una trentina scarsa di persone, troppo poche per potersi opporre ad un attacco diretto da parte di un esercito organizzato.

MEMORIE DI UN PRESIDENTE – INTERVISTA A ZELIMKHAN YANDARBIEV (17/12/2001)

Zelimkhan Abdulmuslimovich Yandarbiev nacque il 12 Settembre 1952 in esilio, nel villaggio Kazako di Vydriha, all’estremo nordest della Repubblica Sovietica Kazaka. Rientrato in Cecenia a seguito del “perdono” del governo sovietico, si trasferì con la sua famiglia a Starye Atagi, il villaggio dal quale i suoi genitori erano stati prelevati con la forza il 23 Febbraio 1944. Fondatore dell’associazione “Bart” (“Unità”), fu organizzatore e presidente del Partito Democratico Vaynakh (VDP) di orientamento nazionalista radicale. Su suo invito il Generale Dzhokhar Dudaev rientrò in patria dall’Estonia, dando un contributo determinante alla Rivoluzione Cecena. Eletto deputato al Parlamento di prima convocazione, assunse la presidenza della Commissione per i Media e l’Editoria, e fece parte della delegazione cecena nei negoziati con la Russia, partecipando agli incontri di Sochi e di Dagomys. Schierato su posizioni di pieno appoggio alla politica presidenziale, fu tra i più accaniti difensori di Dudaev nella lotta tra partito presidenziale e partito parlamentare, sostenne la proposta di emendare la costituzione in senso autoritario ed appoggiò il colpo di stato del 5 Giugno 1993, venendo in quell’occasione nominato Vicepresidente della Repubblica “ad interim”.

Yandarbiev (Sinistra) Dudaev (Centro) e Maskhadov (Destra) pregano al funerale di Zviad Gamsakhurdia

Allo scoppio della Prima Guerra Cecena combattè dalla parte dei separatisti, pur non avendo alcuna qualifica di tipo militare. Coordinò l’azione politica della resistenza all’occupazione russa, e tenne i contatti con tutti i movimenti filo – dudaeviti che dal Marzo del 1995 ricominciarono ad operare nei territori occupati. Il 21 Aprile, alla morte di Dudaev, venne riconosciuto Presidente della Repubblica “ad interim”, con l’incarico di guidare il movimento separatista e, una volta finita la guerra, organizzare elezioni democratiche. Alla fine dell’estate del 1996, quando ormai i separatisti avevano riconquistato Grozny ed i russi avevano accettato di ritirarsi dal Paese, Yandarbiev costituì un governo provvisorio, affidandone il comando al Generale Aslan Maskhadov, Capo di Stato Maggiore dell’esercito e uno dei principali artefici della vittoria cecena. Yandarbiev affrontò il mandato presidenziale con un paese in ginocchio, quasi privo di un’economia organizzata e senza le risorse per reintegrare le migliaia di miliziani che avevano combattuto per la causa secessionista. Con l’obiettivo di riportare quanto prima l’ordine in Cecenia introdusse una serie di provvedimenti che portarono la repubblica a sterzare fortemente verso un sistema confessionale: i tribunali ordinari vennero progressivamente sostituiti dalle corti religiose, ed in generale il peso delle autorità religiose si accrebbe fortemente, in particolare quelle di matrice radicale , tramite le quali affluivano in Cecenia risorse economiche essenziali per il sostentamento della popolazione.

Candidatosi alla Presidenza della Repubblica nelle elezioni di Gennaio 1997, ottenne circa il 10% dei voti, piazzandosi al terzo posto dopo Maskhadov, che ottenne più del 60%, e Shamil Basayev. Passato all’opposizione, si unì alla corrente radicale del nazionalismo ceceno, e contestò duramente Maskhadov a causa della sua politica “morbida” nei confronti della Russia. Allo scoppio della Seconda Guerra Cecena Yandarbiev ottenne l’incarico di Rappresentante della ChRI nei paesi arabi, e fuoriuscì dal paese. Nei tre anni successivi si mosse tra Pakistan, Asghanistan, Arabia Saudita ed Emirati Arabi, tessendo una rete di alleanze politiche e sponsorizzando la causa cecena presso gli istituti islamici, con lo scopo di arruolare volontari e finanziare la resistenza. Dopo essersi stabilito nel Qatar il qualità di “ospite personale dell’Emiro, rifugiato senza diritto di attività politica” prese dimora a Doha, continuando ad esortare gli islamici di tutto il mondo alla Ghazavat e pubblicando opere di memoria ed analisi politica. Il 13 Febbraio 2004 una bomba piazzata sotto il suo SUV esplose mentre rientrava dalla preghiera del venerdì. Yandarbiev e due delle sue guardie del corpo morirono, mentre suo figlio tredicenne, Daud, rimase gravemente ferito. Due funzionari dei servizi segreti federali furono riconosciuti colpevoli dell’assassinio e condannati all’ergastolo.

Akhmat Kadyrov (Sinistra) Zelimkhan Yandarbiev (Centro) e Dzhokhar Dudaev (Destra) conferiscono medaglie ai combattenti, 1995

La presente intervista fu rilasciata da Yandarbiev alla giornalista del “Vremya Novostey” Elena Suponina. Il colloquio si svolse a Doha il 17 Dicembre 2001, quando ormai l’esercito russo controllava la maggior parte della Cecenia ed i separatisti sembravano aver perduto l’iniziativa militare.

Quando hai parlato l’ultima volta con Aslan Maskhadov?

Molto tempo fa. Un anno fa, per telefono. Egli ha approvato molto il nostro accordo con i talebani. Mi ha chiesto di proseguire. Poi mi ha liberato dalle consegne con le quali ero partito. Non ha accettato quello che sto facendo all’estero. Non ha detto questo, ma ha compiuto azioni non necessarie che ho considerato offensive ed ho smesso di parlare a suo nome. Diciamo che non siamo d’accordo.

Cosa non ti è piaciuto di lui?

Yandarbiev spegne il dittafono e fa un commento, anche se non molto offensivo.

Puo’ essere riportato a verbale?

Non puoi. Per cosa, per giocare su questo? I poteri legali di Maskhadov come Presidente eletto della Repubblica Cecena scadono il 27 Gennaio 2002. Ma abbiamo la legge marziale e i poteri possono essere estesi per mille anni. Questo non è in discussione. Il Parlamento estenderà i suoi poteri.

Quale parlamento? Dove si incontrerà?

Perché incontrarsi? Questo può essere fatto tramite consultazioni. Legge marziale!

Voteresti per Maskhadov?

Certo! Personalmente sono molto critico nei suoi confronti. Ma questo non cambia il mio atteggiamento nei confronti della situazione.

Quindi Maskhadov non controlla la situazione in Cecenia?

E chi di voi ha incontrato i nostri comandanti per confermarlo? Khattab è un combattente disciplinato. Un mujahideen di livello mondiale e fondamentalmente un bravo ragazzo. Sta facendo la Jihad, e non è un terrorista. Ho creato il campo di addestramento di Khattab alla fine della prima guerra attraverso lo Stato Maggiore guidato da Maskhadov. Khattab non farà inutile opposizione. Come Basayev, è il comandante di un nutrito gruppo di unità. Ogni guida ha obiettivi diversi. Ma la visione mia e degli altri non va oltre la linea generale. La nostra unità non dipende dalla debolezza o dalla forza del leader. L’unificazione è dettata dalla situazione.

Yandarbiev alla vigilia delle elezioni del 1997 presso il suo villaggio natale di Starye Atagi

A proposito, di quale nazionalità è Khattab?

E’ saudita, anche se per qualche motivo lo chiamano ora ceceno giordano, ora qualcos’altro…

E se Maskhadov fosse d’accordo con Mosca sulla resa? Ha provato a negoziare tramite Zakayev?

Ciò significherà che è un traditore. Maskhadov non può accettare di mantenere la Cecenia come una parte della Russia, perché secondo la nostra Costituzione la questione dell’indipendenza non è oggetto di trattativa. Maskhadov può negoziare solo il ritiro della truppe russe e, successivamente, riguardo gli interessi comuni con la Russia. Il fatto che attivi contatti, che cerchi una via d’uscita è normale, questo è il suo dovere secondo la sua posizione. Ma non c’è da aspettarsi il tradimento.

Il Muftì Akhmad Kadyrov ha combattuto con te. Ora è il capo dell’amministrazione cecena, un alleato di Mosca.

Ci sono traditori in un milione di ceceni. Qualcuno si sta arrendendo adesso. Kadyrov collabora con il KGB dal 1981, quando in Cecenia era proibito pregare! Lo abbiamo saputo nel 1996, quando la brigata di Shamil conquistò Gronzy e gli archivi del KGB, ma non lo capimmo immediatamente. Anche se anche allora pensavo: dev’esserci un motivo se solleva questioni sul pericolo dei wahabiti. Poi l’ho maledetto e minacciato.

Quindi aveva ragione! Perché hai accettato mercenari stranieri, estremisti?

Il fondamentalismo islamico è al sicuro. Questa è una partenrship. Relazioni internazionali. Non pensi che sia un errore che gli investitori occidentali girino per la Russia, giusto? Gli aiuti non sono suddivisi in aiuti dai wahabiti ed aiuti da altre fonti.

Raccogli soldi anche qui?

Sono in politica. Solo che adesso lo faccio non per conto di Maskhadov, ma come ex Presidente e rappresentante dei mujahidee. Abbiamo altre persone per raccogliere donazioni. Alcuni ci forniscono aiuto tramite me, anche finanziario, ma non raccolgo denaro. Facciamo tutto il possibile. E stiamo conducendo una guerra quasi solo a nostre spese. Gli arabi non sprecano denaro invano, lo tengono nelle banche occidentali.

Dopo tutto, in Cecenia ci sono distaccamenti di mercenari stranieri, diverse centinaia di persone. Dicono che Osama bin Laden abbia mandato loro dei soldi.

Non ci sono più di 50 persone dall’estero in Cecenia. I confini sono chiusi. E non abbiamo problemi con le reclute. E Bin Laden non ci ha dato i soldi. Ci sono state donazioni da musulmani che hanno raccolto briciole per noi in nome di Allah. I vostri giornali hanno scritto che vivevo in Afghanistan – una bugia! Ci sono stato solo due volte! Un totale di 10 giorni. La prima volta è stata nel novembre 1999. E nel secondo, dopo i negoziati in Pakistan, sono arrivato in Afghanistan nel gennaio 2000. Poi i talebani e io abbiamo firmato un accordo sul riconoscimento reciproco, aperto un’ambasciata a Kabul e un consolato a Kandahar. L’ambasciatore non fece in tempo ad arrivare e il console rimase lì fino all’autunno, quando andò a Baku da sua moglie, ma non poté tornare. Tutti i documenti hanno la mia firma e la firma del ministro degli esteri afghano Ahmad Mutawakkil. Non ho incontrato bin Laden, non poteva accettarmi, perché andavo di fretta in Iran e Pakistan. Ho incontrato il resto della leadership dell’Afghanistan, due volte con il Mullah Omar. Adesso in Afghanistan vengono catturati alcuni ceceni. Non ci sono! Bin Laden non aveva legami con i ceceni! Non abbiamo tempo per l’Afghanistan. Abbiamo il nostro fronte.

Che impressione ti ha fatto il Mullah Omar?

Grande. L’uomo più puro. Timorato di Dio. E riguardo a ciò di cui è accusato, non ci sono prove. A Mosca, anche i ceceni sono accusati di case fatte saltare in aria. Dov’è la prova? Coloro che hanno fatto tutte queste sciocchezze a New York – pensa dalla bella vita? Sono stati costretti a farlo dalla politica dell’Occidente, della Russia e di altri mostri che impediscono alle persone di vivere rettamente. Sebbene gli Stati Uniti sostengano l’indipendenza della Cecenia, portano il male solo con i guanti. E qual è la differenza come far marcire il mondo, con o senza guanti? I talebani sono persone meravigliose.

Zelimkhan Yandarbiev con il plenipotenziario russo Alexander Lebed conducono i negoziati per la tregua militare a Starye Atagi, 1996



Ma hanno vietato la televisione, la radio?

Ci sono periodi nella storia in cui è necessario limitare qualcosa. Anche qui Bush limita la libertà con il pretesto di combattere il terrorismo. Come la vedete, signori democratici? I talebani hanno stabilito un ordine brillante in Afghanistan. Sai cosa è successo sotto Rabbani? Illegalità! Masud, Dostum: tutti hanno combattuto per il potere, tutti hanno marciato con le armi. Quando sono arrivati ​​i talebani, l’uomo comune ha smesso di avere paura. Ora non ci sarà ordine, vedrai. I nuovi leader non hanno un’idea comune. Si sono mobilitati solo durante la guerra contro le truppe sovietiche. La guerra continuerà. Sia in Cecenia che in Afghanistan.

Ti sei fatto crescere questa barba dopo aver visitato l’Afghanistan? Cinque anni fa non ne avevi uno, ma ora sembra proprio quella dei talebani!

Non tutti i talebani hanno la barba lunga. Il nostro Ruslan Gelayev, ad esempio, generalmente appartiene a un movimento speciale in Pakistan che promuove l’Islam, e la sua barba è più lunga della mia. La coltivo dal 1992, dal primo pellegrinaggio alla Mecca. Là avevo un’intenzione: in nome di Allah, non radermi la barba. All’inizio l’ho tagliata un po’, ma dopo la guerra mi sono fermato. Il mondo è in una situazione tragica che sto cercando di risolvere. Sono sempre stato un credente. Se non fossi stato così, non avrei introdotto la Sharia in Cecenia durante i nove mesi in cui sono stato presidente. Sebbene quasi tutta la dirigenza non volesse che introducessi la Sharia così frettolosamente.

E perché l’hai fatto? Perché non lasciare che la Cecenia rimanesse laica?

La Cecenia non è mai stata laica. I ceceni hanno sempre combattuto sotto la bandiera verde del gazavat. Gli sceicchi Mansur e Shamil hanno governato nel secolo scorso come imam, il che significa potere sia secolare che spirituale secondo le leggi di Allah.

Perché sei accettato dal Qatar e dagli Emirati Arabi? Non hai paura che la situazione cambi e che si discuta della tua estradizione a Mosca?

La terra di Allah è vasta. Sono in Qatar da circa un anno. Prima di allora ero negli Emirati, e in altri posti. L’emiro del Qatar è un musulmano onesto e coraggioso. In generale, in questi paesi, tutti credono che la Cecenia abbia diritto all’indipendenza. Ho incontrato qualcuno in Arabia Saudita, non dirò chi. Ma quando fai un lavoro che a uno Stato così grande come la Russia non piace, non puoi fermarti in un posto. Il vostro ministero degli Esteri ha fatto così tante proteste in Qatar quando ho incontrato l’emiro un anno fa, in Pakistan, dove ho incontrato il presidente Musharraf, e in Turchia! In alcuni luoghi avevano inziaito a sorgere problemi con i visti. L’emiro del Qatar ha paura solo di Dio, mentre i leader di altri stati a volte hanno paura della Russia. Questo non va bene. Dove il leader non si sente come il capo, possono sorgere problemi.

Non posso fare a meno di chiederti una cosa. Dzhokhar Dudayev è morto il 21 aprile 1996? Raduev afferma che sia ancora vivo…

– Ma come potrebbe un uomo come Dudayev nascondersi da qualche parte? Dudayev è morto sul colpo. Anche se fosse stato incosciente, ma avesse ancora respirato, non avrei osato nasconderlo alla gente per cinque minuti.

Yandarbiev, Presidente ad interim della Repubblica Cecena di Ichkeria, costringe Eltsin ad alzarsi dal capotavola dei negoziati ed a prendere posizione come parte in causa sul versante dei rappresentanti russi. 1996


C’è un’opinione secondo cui Dudayev ad un certo punto ha iniziato a interferire con il te?

Questa è una terribile bugia.

Ma chi lo ha segnalato? Perché le guardie sono state così negligenti?


È stato un attacco di missili superficie-superficie e aria-terra. Avevano puntato il telefono satellitare. In precedenza, Dudayev è stato bombardato tre volte quando si è messo in contatto nell’area di Salazhi. La prima volta hanno bombardato una parte del villaggio. Si udì un altro rumore che diceva che un pacifico villaggio veniva bombardato. Nessuno sapeva perché. Ed è stato Dudayev che si è messo in contatto. La terza volta ha parlato al telefono alla periferia del villaggio, e di nuovo i russi lo hanno bombardato, fu ferito con una scheggia al braccio. Da allora, ha smesso di comunicare vicino al villaggio in modo che i residenti non ne soffrissero. E nel villaggio c’erano molte fonti di energia, i televisori funzionavano, questo creava interferenze e il segnale andava spesso perso. Ciò mi ha salvato quando volevano uccidermi, ed ha salvato anche Dudaev. A causa delle interferenze il missile ha colpito un’altra casa a circa 30 metri di distanza.

Con Dudaev i russi si erano premuniti. Le luci erano spente, a chiunque era vietato usare la connessione. Avevamo solo due o tre telefoni, a casa di Dudaev ed a casa mia. Ha avuto il telefono da me. Ha parlato con Kostantin Borov e con Radio Liberty. Poi Alla Dudaeva, sua moglie, ha letto alcune poesie. Sia Alla che i loro figli si erano sistemati ad una decina di metri di distanza. Solo quattro uomini erano vicini al telefono. Dudaev chiese ad Alla di aspettare finché non avesse finito, poi si avvicinò. Poi questa cosa è apparsa nell’aria. Immediatamente si è sentito un ronzio come “oo-oo-oo”. Le guardie, che si erano allontanate dall’auto, hanno detto che Dudaev aveva già spento il telefono. Poi lo ha di nuovo acceso, e quella cosa è apparsa di nuovo. Lui, per qualche motivo, si è rifiutato di chiudere la conversazione. Ha scherzato, guardando gli altri: “Siete spaventati?” Poi ci furono le esplosioni. E ancora, altri aerei volando alti provocarono un forte bombardamento. Ero a 2 – 3 chilometri di distanza. Pensavamo che avessero individuato i nostri ragazzi, ma non sapevamo ancora che fosse Dudayev. Lo abbiamo scoperto la mattina dopo.

Un mese dopo la morte di Dudayev, sei andato a Mosca per i negoziati …

Sono stato chiamato al Cremlino. Avevano firmato un documento sulla cessazione delle ostilità, prima delle elezioni di Eltsin. Eltsin suggerì di proseguire i negoziati sul ritiro delle truppe. Andammo alla sua dacia. Eltsin promise che il giorno dopo l’intero governo sarebbe venuto con Chernomyrdin. Aspettammo. Apparvero Mikhailov (allora Ministro delle Nazionalità. – Ed. ), Kvashnin (allora comandante del distretto militare del Caucaso settentrionale. – Ed.). E all’improvviso: “E Eltsin è a Grozny!” — “Non può essere!” – “Accendi la radio!” Maria Bazilyuk mi chiama dall’Ucraina: “Siete ostaggi?” Probabilmente no! Eltsin è andato a Grozny per un viaggio pre-elettorale. Se mi avesse detto: “Sig. Yandarbiev, abbiamo sbagliato, voliamo insieme e vediamo “. Lo avrei accompagnato! Non ci sarebbe stato nulla di cui aver paura! E così, nei negoziati tutto sarebbe andato al top. Ma nessuno di loro aveva lo spirito o il cervello per parlare di un simile viaggio. Rendi Zelimkhan un ostaggio! Peccato per la Russia!

Quale politico russo ti ha fatto la migliore impressione?

Stepashin (allora capo del dipartimento amministrativo dell’apparato governativo. – Ed.). Come Capo dello Stato ceceno, sono venuto dal capo della Russia su richiesta di Mosca. Ma qualcuno ha consigliato ad Eltsin di parlare con me come fosse il mio capo. Dovette alzarsi dalla sedia sulla quale si era seduto. Dovette sedersi dove gli indicavo io. E tutto questo nel suo ufficio, al Cremlino! Stepashin, quando siamo ripartiti, mi ha detto: “Mi scuso con te per quello che è successo qui”.  Questo è un uomo con un granello di coscienza e onore.

Yandarbiev (Sinistra) e Lebed (Destra) posano a seguito dei colloqui di pace. Dietro Lebed si vedono Movladi Ugudov (a destra, con il copricapo) ed Akhmed Zakayev (a sinistra, vestito di rosso)



Come ti senti riguardo al processo a Raduev?

E una commedia. Raduev è un combattente dell’esercito ceceno, che adempie al suo dovere.

Anche la tragedia di Budennovsk, nell’ospedale di maternità, è un dovere?

Budennovsk è stata una brillante operazione militare. Non era un ospedale per la maternità, ma un ospedale. I nostri hanno portato lì i feriti, e poi i russi hanno cominciato a circondarli. Pertanto, ci siamo chiusi lì, non era previsto. Non credo che Budennovsk sia un errore.

MASKHADOV “IL PRESIDENTE”: INTERVISTA DEL 28/01/1997

Il 27 Gennaio 1997 si tennero in Cecenia le elezioni per il rinnovo del Parlamento e per la carica di Presidente della Repubblica. Fu una sfida elettorale molto agguerrita, la quale vide contrapposto il fronte moderato, guidato dall’ex Capo di Stato Maggiore dell’esercito Aslan Maskhadov, ed il fronte radicale, fedele alla linea della “guerra continua” propugnata dal suo più formidabile combattente, Shamil Basayev. Le elezioni videro la vittoria a larga maggioranza di Maskhadov, ma provocarono anche un pericoloso “scisma” tra le due anime del separatismo ceceno, che avrebbe condizionato la politica del paese nei quasi tre anni di periodo interbellico, trascinando la Repubblica Cecena di Ichkeria in una guerra civile strisciante e provocandone, infine, la caduta. Il 28/01/1997, quando ancora la commissione elettorale non aveva diffuso i risultati definitivi, era già chiaro che Maskhadov avrebbe stravinto. Una inviata del Giornale “L’Unità” intervistò il favorito. Quella che segue è una delle poche interviste rilasciate da Maskhadov ad un giornalista italiano.

Aslan Maskhadov tiene una conferenza stampa al termine dello spoglio elettorale. Alla sua sinistra siede il candidato alla vicepresidenza Vakha Arsanov, sostenuto dal Partito dell’Indipendenza Nazionale

GROZNY – Aslan Maskhadov, forse da stamattina secondo presidente della repubblica cecena “Ichkeria” ha un tic, una piccola tosse, che soprattutto in pubblico non lo abbandona mai. Dicono che l’abbia presa durante la guerra, per lo stress. Questo generale ceceno di 46 anni, apprezzato e stimato perfino dai russi, non ha barba, ha smesso la divisa il giorno dopo gli accordi di pace e non ama portare le armi. Quando è venuto a Mosca per incontrare Cernomyrdin era addirittura in giacca e cravatta. Forse è per tutte queste cose messe insieme che non a tutti i ceceni piace: dicono che sono cattive abitudini prese durante il servizio nell’esercito russo quando ancora c’era l’URSS. Aslan Maskhadov dopo aver vinto la guerra vuole vincere la pace. Prima di incontrare noi, nella casa della sorella, nel villaggio di Staniza, ha a lungo discusso con gli anziani, il fondamento della società caucasica, per convincerli che è li l’uomo del futuro.

Signor Maskhadov, lei pensa di vincere al primo turno?

Lo vorrei sul serio. Perché il secondo turno è indesiderabile non soltanto per me, ma in generale per tutto il popolo, perché il popolo è stanco e vuole solo la pace. E poi anche perché le forze della provocazione avrebbero più probabilità di agire nel secondo turno.

La repubblica è un mucchio di macerie: a chi chiederete aiuti, alla Russia o ad altri paesi?

Non pregheremo la Russia di prestarci soldi. Le chiederemo, invece, di risarcire il danno arrecato dalla guerra. La Russia porta la responsabilità diretta per la distruzione dell’economia nazionale, delle città, dei centri abitati, è giusto che paghi. Quanto all’assistenza degli altri paesi, non la rifiuteremo da chi avrà il desiderio di darci una mano. Ma a condizioni di reciproco vantaggio, non vogliamo chiedere l’elemosina a nessuno.

Molti elettori non vogliono aspettare l’indipendenza per cinque anni, la vogliono subito. Che cosa risponde loro?

Anche noi non vogliamo che questo obiettivo si ponga solo tra cinque anni, oppure tra dieci. Penso che, fatte le elezioni, oneste democratiche e libere, tutto il mondo, compresa la Russia, sarà costretto a riconoscere che il Presidente eletto da tutto il popolo è legittimo. Ci metteremo così subito con Mosca al tavolo delle trattative per continuare quello che è cominciato a Khasavyurt. Non supplichiamo nessuno né per uno status né per l’altro ma vogliamo che ci riconoscano come Stato sovrano. Preciserei ancora che dovremo definire con la Russia solo i principi dei rapporti reciproci perché lo status è stato già stabilito nel 1991. Noi vogliamo il riconoscimento internazionale della nostra indipendenza, e cercheremo di averlo.

Un miliziano separatista ed un bambino in divisa mimetica posano davanti ad un manifesto elettorale di Aslan Maskhadov.

Molti parlano oggi dell’Ordine Islamico. Qual è il suo programma sul punto della religione? Quale ordine cerca lei, moderato all’egiziana o più rigoroso all’iraniana?

Si dice “ordine islamico”, “repubblica islamica”. Ma c’è il Corano. E’ la Costituzione, la legge di Allah, là c’è scritto tutto, non bisogna inventare nulla. Solo che in Arabia Saudita lo interpretano in un modo, in un altro paese diversamente. Ma il Corano è uguale per tutti. Bisogna prenderlo, conoscere il suo contenuto e fare come questo prescrive. E basta.

Nel corso della campagna elettorale Basaev ed altri candidati hanno mosso critiche nei suoi confronti. Ciò non potrebbe provocare una scissione nelle file dei sostenitori dell’indipendenza della Cecenia?

Penso che sia il problema ed il guaio di Basaev. Quando gli ho parlato, a quattrocchi, una decina di giorni fa, gli ho fatto la stessa domanda: “Shamil, perché ti abbassi a tanto, perché diffondi voci e dici bugie in tv?” Egli mi ha risposto: “E cosa devo fare? Voi state bene al potere, vi conoscono, a me che resta da fare? Sono i metodi della mia battaglia politica. Ciascuno combatte come può.”

Basaev entrerà nel governo che lei formerà da Presidente?

Si.

In caso di sua vittoria si aspetta difficoltà provenienti da Basaev e dai suoi sostenitori?

Mi aspettavo sì difficoltà, ma le legavo ai servizi segreti russi, cioè difficoltà prima delle elezioni, provocazioni e cose del genere. Abbiamo affrontato quella ipotesi molto realisticamente ed abbiamo prevenuto molto. Io personalmente sono andato a parlare con i cosacchi nel distretto di Naursk, aizzati dai russi. Però tutto è andato bene e nel “salvadanaio” dei nostri avversari non è rimasto più niente, a quanto pare. Dopo le elezioni penso che non avremo nessun problema, ne sono certo. Ho riunito apposta tutti i comandanti, in pratica dall’80 al 90 percento di tutti i capi delle formazioni. Con loro si è stabilito: ci sarà il presidente eletto dal popolo e tutti dovranno eseguire rigorosamente tutti i suoi ordini, i decreti e le disposizioni. Non ci può essere nessun dubbio su questo. La variante afghana o tagica che qualcuno si aspetta da noi non ci sarà. Anche se Shamil sarà consigliato male i suoi uomini non mi dichiareranno mai guerra, ne sono sicurissimo.

Shamil Basayev tiene un comizio elettorale nei giorni immediatamente precedenti alle elezioni. Lo “Scisma” tra Basayev e Maskhadov sarà all’origine dell’instabilità politica della repubblica.

Ma parlando con “L’Unità” Basaev ha detto che in caso di un non riconoscimento dell’Ichkeria lui potrebbe andare all’estero a far esplodere una bomba nucleare. Si possono prendere sul serio certe dichiarazioni?

Credo che sia la passione preelettorale, delirio ed immaginazione malsana. Nessuno andrà a far scoppiare centrali atomiche, lui compreso. Se noi vinceremo queste elezioni, raccoglieremo tutti i nostri sostenitori, tutti i compagni d’armi per riflettere insieme, e ci sarà anche Shamil Basaev, su come costruire il nostro Stato, su come farlo in un’unica squadra aiutandoci a vicenda. Nessuno sarà escluso da questo consiglio, e meno che mai Basaev.

Perché crede di essere migliore di altri candidati?

Non sono mai stato presuntuoso, affronto tutto con realismo. Non mi stupire se ci fossero falsificazioni a queste elezioni, quindi ci sono preparato. Ma in una battaglia onesta io ho più chances degli altri. Non dico di essere migliore, però è un dato di fatto che la base da cui si parte è a guerra ed è toccato a me essere tra i primi a condurla ed a guidare il processo postbellico. Tutti i documenti per finire la guerra sono stati firmati da me o in mia presenza. Perciò il popolo stanco di questa guerra spera che io porterò la pace nella terra cecena. Queste promesse sono legate al mio nome e inoltre il mondo si è accordo che sono uno promesso a compromessi accettabili, un uomo di parola.

Quanto può il business petrolifero influire sul benessere della repubblica?

Si, il petrolio è la ricchezza principale della Cecenia, la sua materia prima strategica e per la rinascita dell’economia faremo leva su questo, ma siamo anche ricchi della nostra agricoltura e del sottosuolo. Voglio dire che il petrolio non è l’unica fonte della nostra sopravvivenza.

Maskhadov presta giuramento come Presidente della Repubblica. Alla sua destra presenzia Akhmat Kadyrov, a quel tempo Muftì della ChRI.

Quale nome è stato scelto per la capitale: Grozny o Dzhokhar – Gala?

Lo ha deciso il Presidente Yandarbiev: Dzhokhar – Gala, cioè, “Città di Dzhokhar” in onore di Dudaev. Io penso che se lo sia meritato e tutto quello che facciamo si richiama a Dudaev. Perciò forse si chiamerà davvero così.

Come risolverà il problema delle troppe armi in giro per la repubblica?

I Ceceni hanno sempre portato le armi, in tutti i tempi, non è mai stato un problema, Ma oggi faremo tutto il possibile perché le porti solo chi ha il diritto di farlo e a chi spetta. Tutte le armi saranno registrate, tutte le formazioni armate troveranno il loro posto nell’esercito regolare, nelle forze dell’ordine, le armi portate illegalmente saranno sequestrate, ma sarà anche possibile l’acquisto di queste armi da parte dello Stato. Ci sono tante ipotesi, le abbiamo esaminate tutte. Quando lo spoglio delle Schede sarà finite ci metteremo al lavoro.

Servizio dell’emittente russa NTV sull’elezione di Aslan Maskhadov alla Presidenza della Repubblica

L’ULTIMA INTERVISTA DI ABDUL – KHALIM SADULAYEV

BIOGRAFIA

Abdul – Halim Abusalamvic Sadulayev nacque ad Argun, in Cecenia, dopo che la sua famiglia era già tornata dall’esilio in Kazakistan. Fin da ragazzo si dedicò allo studio dell’Islam, imparando l’arabo e frequentando le massime autorità religiose della Cecenia. Allo scoppio della Rivoluzione Cecena si mise a disposizione del Comitato Esecutivo, e dal 1992 fu nominato parte della Commissione di Controllo del Municipio di Argun.

Allo scoppio della Prima Guerra Cecena si arruolò volontario nella milizia di Argun, Dal 1995 guidò la Squadra Investigativa Speciale sotto lo Stato Maggiore dell’esercito, diventando uomo fidato di Maskhadov. Dopo la guerra tornò a dedicarsi alla teologia, venendo nominato Vicedirettore della TV di Stato con delega agli affari religiosi. In questa veste tenne spesso sermoni serali molto apprezzati dalla popolazione. La sua fama di uomo equilibrato, anche allineato su posizioni rigorose, lo rese uno dei pochi leader della Repubblica apprezzati sia dai radicali che dai moderati. Nel 1999 Maskhadov lo nominò membro della Commissione responsabile della redazione di una nuova Costituzione islamica.

Abdul – Khalim Sadulayev

Allo scoppio della Seconda Guerra Cecena fu nominato Vice – Muftì, si arruolò nuovamente nella milizia di Argun e combattè in difesa della città. Quando questa cadde si trasferì con i resti del suo reparto sulle montagne, mettendosi a disposizione di Maskhadov. Agli inizi del 2002 questi lo nominò suo successore in caso di morte. Quando ciò avvenne, l’8 Marzo 2005, Sadulayev fu immediatamente riconsciuto da tutti i gruppi armati della resistenza come nuovo Presidente. Egli tuttavia già da tempo maturava l’idea di estendere la ribellione cecena a tutto il Caucaso, trasformando la resistenza in un’insurrezione islamica generale. Questa sua politica lo portò a costituire il Fronte Caucasico, una sorta di sovrastruttura militare nella quale inserire anche i numerosi gruppi armati islamici che operavano fuori dal paese, non in favore del nazionalismo ceceno ma certamente contro l’imperialismo russo. Per effetto di questo l’asse politica della ChRI, già da tempo fortemente orientata verso il radicalismo islamico, si spostò talmente tanto verso l’insurrezionalismo fondamentalista da perdere sostanzialmente di consistenza. Sadulalyev si oppose per tutta la durata del suo mandato allo svolgimento di azioni terroristiche, ed effettivamente sotto la sua presidenza nessuna azione contro civili fu intrapresa dalle forze armate della ChRI.

Il 17 Giugno 2006 Sadulayev fu intercettato alla periferia di Argun dai servizi federali, su delazione di uno dei suoi conoscenti. Coinvolto in uno scontro a fuoco, rimase ucciso nella sparatoria. Suo successore fu Dokku Umarov, già comandante sul campo delle principali formazioni combattenti della ChRI, nominato Naib nel 2005. La presente intervista, pubblicata dalla rivista “Caucaso Settentrionale”, fu rilasciata alla Jamestown Foundation nel 2006. Sadulayev ricevette le domande per iscritto e registrò un video di risposta, pubblicato on line ed ancora disponibile in lingua originale.

L’INTERVISTA

Salutiamo tutti i nostri amici, tutte le persone che si preoccupano per la libertà e l’indipendenza del popolo ceceno, tutti coloro che vedono oggettivamente e correttamente l’immagine della nostra repubblica, intorno a noi; che riconoscono il diritto del popolo ceceno all’autodeterminazione ed all’indipendenza. In questo tentativo di rispondere ad alcune domande cercheremo di spiegare e mostrare chiaramente la nostra posizione. Le domande che abbiamo ricevuto dai nostri amici sono:

Come valuta la situazione in Cecenia dopo la morte di Aslan Maskhadov? La morte di Maskhadov ha influenzato la resistenza cecena, le sue tattiche politiche e militari?

Abbiamo adottato la tattica di allargare la Jihad nel 2002 al grande Majilis  – ul – Shura [il consiglio di guerra costituito allo scoppio del secondo conflitto con la Russia, ndr.] ed oggi stiamo ancora lavorando a quel piano. Tale piano, presentato dal Comitato Militare del Makilis – ul – Shura della ChRI, dovrebbe durare fino al 2010. La politica ha subito piccoli cambiamenti. Il piano da cui siamo guidati oggi deriva da quei progetti e da quelle decisioni adottate dal Majilin – ul – Shura, il quale era diretto dal nostro Presidente, Aslan Maskhadov (un martire, la pace sia su di lui).

Aslan Maskhadov ha ripetutamente dimostrato la sua adesione all’idea di negoziati con la parte russa. In particolare, il Presidente deceduto dichiarò che una conversazione di 30 minuti con Putin sarebbe stata sufficiente per porre fine alla guerra. Insisterete ora sul ritiro delle truppe dalla Cecenia come condizione essenziale per l’avvio dei negoziati?

Per fermare la guerra i nostri avversari hanno bisogno di forte volontà e coraggio, e di pensare in modo strategico. Purtroppo non vediamo queste qualità nella leadership russa. Certo, non è possibile fermare la guerra in 30 minuti; è possibile interrompere la fase attiva delle operazioni militari. Potremmo riuscirci. Sebbene la presenza delle loro truppe nella nostra repubblica non sia un fattore positivo, l’avvio di qualsiasi negoziato con la parte russa non rappresenta un grande ostacolo. Per parafrasare Yaroslav Gashek, i negoziati con un cappio al collo non possono essere definiti veri e propri negoziati. Tuttavia, la presenza di truppe non è un grande ostacolo perché tutto ciò può essere stipulato nel processo di negoziazione. Proveremo a non renderlo un punto critico.

Sadulayev (sinistra) seduto al fianco di Maskhadov (destra)

Considera l’operazione dei mujahideen a Nalchik, il 13 Ottobre 2005, un successo? Ha informazioni precise sui risultati (perdite da entrambi i lati, quanti civili innocenti sono stati uccisi, quante armi sono state catturate)? Coloro che attaccarono gli edifici delle strutture di potere quel giorno, nella Capitale della Cabardino – Balcaria, agirono seguendo i tuoi ordini? I combattenti ceceni erano presenti? Verranno ripetute sortite simili? Quanto è giustificabile la morte di civili innocenti durante tali attacchi su larga scala?

Prima di tutto, vorrei evitare tale terminologia della propaganda russa, parole come “sortite” e simili. L’operazione a Nalchik è stata un’operazione di sabotaggio classica, e nonostante vi furono perdite tra i mujahideen e, sfortunatamente, tra la popolazione civile, ed i principali obiettivi non furono raggiunti, l’operazione fu considerata riuscita.

Non era necessario impartire ordini speciali ai mujahideen. Il piano è stato presentato, l’ho approvato ed autorizzato. Non è stato necessario inviare i nostri combattenti dalla Repubblica Cecena di Ichkeria, dal Daghestan, dall’Inguscezia o dagli altri settori dei nostri fronti. Naturalmente l’Emiro militare Shamil Basayev ha preso parte allo sviluppo ed alla preparazione dell’operazione, ma non abbiamo distolto combattenti dagli altri settori.

Le perdite militari tra i nostri mijahideen ammontarono a 37 persone. Il resto di coloro che furono uccisi dagli attaccanti e dagli occupanti russi erano principalmente civili. Lo vediamo anche dalle scarse fonti russe. Secondo i genitori – padri e madri – un giovane ha lasciato la casa mezz’ora prima e poi è stato ritrovato morto tra “gli uomini armati”. Un altro giovane uscì dal cortile di casa e non tornò, fu ritrovato tra i morti. Non abbiamo questo tipo di mujahideen, che vanno a combattere per mezz’ora e poi tornano. Ci sono professionisti ben addestrati ed altamente qualificati, e uomini più giovani sotto la guida dei mijahideen esperti.

Un numero enorme di persone è stato ucciso tra la popolazione civile della Cabardino – Balaria: migliaia di persone, comprese donne incinte, sono state perseguitate dagli aggressori russi. Naturalmente non è possibile accettare le perdite tra civili innocenti, indipendentemente dall’operazione. E le nostre operazioni sono sempre messe a punto prendendo in considerazione il fatto che la popolazione civile non dovrebbe soffrire, anche se l’aggressore pone sempre le sue basi e installazioni solo all’interno dei confini dei centri abitati e nelle aree più densamente popolate. Si proteggono in questo modo. Comprendiamo perfettamente perché lo anno.

Sadulayev (destra) seduto a fianco di Shamil Basayev (sinistra). Sullo sfondo la bandiera di combattimento della ChRI ai tempi della presidenza di Sadulayev.

Quali sono i tuoi rapporti con Shamil Basayev? Alcuni credono che lui, e non tu, controlli tutte le unità della resistenza. Qual è il meccanismo per la formazione ed il coordinamento delle unità militari che operano al di fuori dei confini della Cecenia?

I media ci pongono sempre domande del genere, sulle nostre relazioni con Shamil Basayev e con persone illustri come Dokku Umarov. Abbiamo relazioni normali e buone. Il fatto che sorga una domanda del genere, tuttavia, non ci sorprende, perché queste persone hanno un’enorme autorità sia in Cecenia che nel Caucaso Settentrionale. Queste persone sono veramente leader della loro causa. Se qualcuno sta cercando di scoprire se questo ostacola il nostro lavoro – la nostra lotta per liberare la nostra terra – allora, la risposta è il contrario: ciascuno dei mijahideen, ciascuno degli emici, conosce il suo dovere, la sua posizione. Shamil Basayev ricopre la posizione di Emiro militare del Majilis – ul – Shura e, naturalmente, tutte le nostre unità sono subordinate a lui. E, naturalmente, egli è subordinato al comandante in capo, cioè a me.

Per quanto riguarda le nostre unità, esse sono sottoposte tutte direttamente al Comitato Militare, al Ministero della Difesa ed allo staff congiunto. Non ci sono grandi differenze tra le unità di mijahidee che operano all’interno della Cecenia e quelle che operano all’esterno. Siamo tutti parte di un meccanismo unificato ed i nostri mihajideen sono divisi in fronti e settori. Ogni settore e ciascun fronte conosce il suo Emiro diretto. Ognuno conosce i propri obiettivi. Gli Emiri dei settori e dei fronti sono spesso incaricati di risolvere molti compiti. Effettuiamo anche operazioni militari su larga scala, sebbene solo con l’autorizzazione del comandante in capo e del Comitato Militare.

Quando Maskhadov era vivo la leadership di Ichkeria ha ripetutamente condannato qualsiasi metodo terroristico di condurre la guerra. Qual è il tuo atteggiamento nei confronti di questo problema come presidente della ChRI?

Consideriamo inaccettabili i metodi terroristici, e questo è dimostrato dal fatto che da un anno e mezzo siamo riusciti ad osservare gli accordi raggiunti su insistenza di Maskhadov per un rifiuto unilaterale di atti terroristici. Questi vengono attualmente osservati. Tuttavia, nonostante questo gesto di buona volontà e gli sforzi della leadership della ChRI e del Comitato Militare del Mijilis – ul – Shura, non vediamo azioni corrispondenti da parte degli aggressori russi. L’omicidio dei nostri innocenti continua; i rapimenti, le uccisioni extragiudiziali e le torture continuano. Ad oggi è in funzione un sistema di prigioni clandestine che si è sviluppato non solo in Cecenia ma in tutto il Caucaso Settentrionale. Le persone in queste prigioni vengono torturate, violentate ed uccise.

Sadulayev (sinistra) con Rappani Khalilov (centro, leader dei miliziani islamisti daghestani) ed Abu Hafs al Urdani (referente di Al Quaeda nel Caucaso)

Nel tuo primo appello da Presidente hai osservato che “la leadership cecena continuerà a mantenere stretti contatti e amicizia con tutto il mondo civile, ma nel fare ciò la base ideologica dovrebbe prendere in considerazione la visione del mondo del popolo musulmano della Cecenia”. Potresti spiegare se questo significa che dopo la guerra la Cecenia creerà uno Stato confessionale basato sulla Sharia e non uno Stato laico basato sulla Costituzione adottata nel 1992? Oppure pensi che sia possibile un compromesso tra queste due opzioni, combinando leggi religiose e secolari?

Durante la guerra continueremo a creare lo Stato che avevamo pianificato dall’inizio sulla base della Costituzione adottata nel 1992. Il punto è che questa Costituzione, secondo la decisione presa non solo dagli organi esecutivi e legislativi del potere della ChRI, ma anche dal Comitato Militare del Majilis – ul – Shura, da tutti i Comitati che ne fanno parte ed anche per volontà di una vasta parte della popolazione dovrebbero riflettere l’essenza islamica del popolo ceceno. Né un singolo regime, neppure quello sovietico, con tutto il suo totalitarismo, con tutta la sua politica misantropica, potrebbe costringere i ceceni o i popoli vicini ad abbandonare la pratica di risolvere i loro problemi attraverso i tribunali della Sharia. Naturalmente questi non potevano funzionare a pieno regime.

Io stesso sono stato testimone di come in Russia, nell’Ex Unione Sovietica, tre costituzioni si sostituirono in breve tempo e poi arrivarono la Perestroika, lo sviluppo della democrazia, e successivamente il regime revanchista che ancora una volta sta trascinando la Russia in guerre e conflitti: un regime che ha cominciato a combattere per la “Grande Russia” non è collegato né alla libertà né ai diritti umani. La “Grande Russia” significa guerra senza fine, morte e menzogna per milioni di persone. Pertanto non vogliamo approvare delle leggi che dovrebbero essere modificate ogni 10 – 15 – 20 anni. Leggi che sarebbero buone soltanto per un leader, calcolate per una sorta di periodo temporaneo. Tutte le leggi dovrebbero basarsi sui principi fondamentali dell’umanità che si trovano nella religione: nel Corano, nei Vangeli, nella Torah. I principi di base sono espressi dai libri sacri, inviati dall’Onnipotente Allah, e l’umanità non dovrebbe ignorarli. Quando qualcuno cerca di sfuggire a questo e introduce altri valori che contraddicono la natura umana, questo genera conflitto, locale o generale.

L’Islam ha tre nemici. Il primo è l’ateo militante. L’ateo è un pericolo per qualsiasi paese, per qualsiasi nazione, perché è una persona senza valori. Voglio essere compreso correttamente qui: quando i musulmani usano la parola “infedele” intendono persone che non hanno accettato l’Islam, ma che non sono Cristiani, Ebrei o rappresentanti di altre religioni. Cioè persone che hanno una propria scala di valori. Le persone che hanno tali valori, tali regole, possono trovare un linguaggio comune.

Il secondo nemico dell’Islam è il fanatismo, il fanatismo del teologo che interpreta erroneamente l’Islam. Questo è ciò che stiamo vedendo anche oggi in molti paesi islamici in cui le persone soffrono sotto regimi totalitari dittatoriali invece di godere dei diritti umani e delle libertà, che sono valori che dovrebbero essere protetti per ogni persona. Ciò non è in alcun modo conforme all’Islam.

Il terzo nemico è l’ignorante fanatico. Queste persone sono un pericolo per qualsiasi società. Per quanto riguarda il mio primo appello, ho semplicemente detto che nessuno dovrebbe interferire negli affari interni di uno Stato sovrano.

Quale, secondo te, dovrebbe essere la politica della comunità mondiale e, in particolare, dei governi dei paesi musulmani, che potrebbe avere un impatto reale e fermare la guerra in Cecenia? Pensi che sia possibile che i mediatori internazionali possano prendere parte ai negoziati tra Russia e ChRI? Qual è il tuo atteggiamento nei confronti del piano di [Ilyas] Akhmadov, il quale propone un mandato internazionale temporaneo sotto la Nazioni Unite?

La politica della comunità mondiale non dovrebbe discostarsi dai valori di base che possono essere presi dal Corano, dai Vangeli o dalla Torah. La partecipazione dei mediatori internazionali è possibile, ma non è obbligatoria. Al piano di Akhmadov è stato dato il via libera da diversi assi, ma sfortunatamente non ha funzionato. Non perché il piano fosse negativo, ma perché i nostri avversari non erano pronti per una soluzione pacifica del problema. Oggi il piano non si adatta alla realtà attuale. Abbiamo resistito e ci siamo rafforzati. Non abbiamo più bisogno di questo piano e ci sono altre proposte e soluzioni a questo problema. Ma la cosa principale è che il Cremlino dovrebbe separarsi dal suo militarismo e diventare più pragmatico, corretto e rispettoso del diritto, il diritto internazionale.

Ilyas Alhamdov, autore di un piano di pace che prevedeva la trasformazione della Cecenia in un mandato fiduciario delle Nazioni Unite. Il piano non fu mai seriamente discusso nè dalla Russia, nè dalla dirigenza della ChRI.

Accetteresti personalmente trattative dirette con la leadership filo – russa della Cecena – Alu Alkhanov e Ramzan Kadyrov – e, in tal caso, quale forma, secondo te, dovrebbero assumere?

Vorrei usare un esempio comprensibile a tutti. Immaginiamo di essere attaccati da un branco di cani appartenenti al tuo vicino. Dovresti parlare col proprietario dei cani, giusto? Non avrebbe senso parlare con gli animali, con i cani. Loro svolgono un ruolo disonorevole e non dignitoso di semplici burattini. Se riponessimo le nostre speranze su di loro danneggeremmo non solo l’onore e la dignità dei martiri caduti ma anche l’onore dell’intera nazione cecena. Cosa possono fare questi pupazzi? Quale problema possono risolvere? Tutto ciò che fanno lo fanno con il permesso del Cremlino e dei servizi speciali russi. Non hanno mai preso una decisione da soli. Non hanno mai deciso nulla da soli e non lo faranno mai. Quindi questa domanda dev’essere compresa correttamente. Non è una questione della nostra riluttanza a fermare le operazioni militari. Semplicemente non ha senso condurre negoziati con quella gente.

In caso di trattative tra la ChRI e la Federazione Russa, quale ruolo potrebbero svolgere gli emiri delle comunità delle altre repubbliche del Caucaso Settentrionale? Qual è lo scopo finale della lotta portata avanti da queste Jamaat? In che modo la loro lotta è correlata alla guerra combattuta dai ceceni per la loro indipendenza? Vedi la prospettiva di diventare il leader politico dell’intero Caucaso Settentrionale?

Certamente, se inizieranno i negoziati tra la ChRI e la Russia, tutte le questioni saranno risolte tra di noi in modo consultivo, osservando i principi della Shura. Non solo gli emiri delle Jamaat prenderanno parte alle discussioni, ma anche i mijahideen ordinari prenderanno parte alla pari. Tutti abbiamo un obiettivo comune: la liberazione dalla schiavitù coloniale ed il raggiungimento della libertà e dell’indipendenza. Come il popolo ceceno, tutti i popoli intorno a noi si sono sollevati e vogliono libertà e indipendenza. Ci sono Jammat sul territorio della Russia, alcune costituite da russi etnici, molti dei quali hanno prestato giuramento di fedeltà come emiri del Majilis – ul – Shura e si sono subordinati direttamente a noi. Esistono gruppi del genere ma sono i ceceni che in passato non hanno mai avuto il desiderio di rimanere nella Russia e non hanno un tale desiderio neanche oggi. Ci sono anche nazioni vicine che condividono la nostra richiesta di indipendenza. Tutte queste domande saranno affrontate in modo consultivo, collegiale e di comune accordo.

Sono un leader non perché voglio esserlo, ma perché è un fatto universalmente riconosciuto nel Caucaso Settentrionale. Il Majilis – ul – Shura è l’organismo legale di tutti i musulmani del Caucaso Settentrionale e, come è già stato detto, anche all’interno della Russia, dove ci sono molte Jamaat che hanno prestato giuramento di fedeltà a noi. Questo è un dato di fatto, ma non è come se noi stessi avessimo cercato in modo specifico di realizzarlo.

Fotogramma di un programma di divulgazione religiosa mandato in onda sulla TV di stato durante il periodo interbellico. Gli interventi televisivi di Sadulayev erano molto apprezzati e seguiti dalla popolazione.

Quale posizione è più importante per te: essere uno Sceicco e un Emiro del Majilis – ul – Shura o essere il Presidente della ChRI?

Secondo l’Islam, la parola “Sceicco” esprime un atteggiamento rispettoso nei confronti di uno studioso o di un anziano appartenente alla famiglia. E’ vicino al significato della parola inglese “Sir”. L’Emiro del Majilis – ul – Shura e il Presidente hanno la stessa funzione e lo stesso ruolo. L’unica differenza è che l’Emiro del Majilis – ul  – Shura ha più diritti e più doveri. Naturalmente il popolo ceceno si è sempre comportato secondo la Costituzione, in cui è assegnata la posizione di Presidente della ChRI. “Sceicco”, come è già stato detto, è soltanto una forma di rispetto.

Cerchiamo di sondare il tuo atteggiamento nei confronti dei paesi occidentali. Consideri gli Stati Uniti come un potenziale nemico della ChRI o consideri l’America un nemico, come al Russia?

Penso che possiamo fare amicizia non soltanto con gli Stati Uniti, ma anche con la Russia. Nonostante questa guerra omicida, sporca e barbare che la Russia ha intrapreso contro di noi, non abbiamo mai respinto le relazioni di buon vicinato ed amichevoli con la Russia. Sfortunatamente, questo ha sempre colpito un muro di incomprensioni, arroganza ed ambizioni imperiali. Tuttavia non siamo persone che possono essere trasformate in schiavi. E’ meglio averci come amici. Se una nazione, in particolare una superpotenza mondiale come gli Stati Uniti, è pronta a dialogare con noi, siamo sempre aperti e saremo sempre disponibili a questo. Se siamo pronti ad essere buoni vicini con la Russia, non possiamo avere problemi con l’America.

Aslan Maskhadov ha avuto qualche influenza sulla formazione delle tue opinioni?

Indubbiamente. Aslan Maskhadov è sempre stato un enorme esempio per tutti i nostri mujahideen e per l’intera popolazione. Maskhadov è stato un grande leader e con il suo martirio è diventato ancora più grande perché ha mostrato come un leader dovrebbe andarsene, come dovrebbe andarsene un emiro. Quei cani russi che danzavano intorno al suo cadavere dovrebbero vergognarsi. Anche da morto, Maskhadov è stato grandioso, mentre la Russia si è disonorata agli occhi di tutte le persone oneste e rispettabili del mondo. Come dice il proverbio, un leone morto può essere cacciato anche da un coniglio. Anche dopo la sua morte, Maskhadov rimane un grande leader ed un esempio per me.

Potresti fornire alcuni fatti della tua storia personale? Ci sono molte notizie contraddittorie sulla stampa. Sei nato davvero ad Argun? Hai preso parte alle operazioni contro l’esercito russo? La stampa russa ti ha descritto come un ardente wahabita. Fai parte di una particolare scuola dell’Islam?

Vengo davvero dalla città di Argun. Se Allah lo permetterà, avrò presto 40 anni. Sono nato ad Argun nel 1966.  La scuola di pensiero islamica che ho studiato e seguito l’ho appresa dagli insegnamenti dell’Imam Shafi’i, sebbene conosca anche le altre opere degli altri tre grandi Imam e gli insegnamenti delle quattro scuole islamiche di base, i quattro Madhabs. Ho anche cercato di attingere all’Hanbali Maskhab, ma i ceceni sono sempre stati seguaci dell’Imam Shati’i; questa è la ragione per la quale l’ho studiato a fondo. Per quanto riguarda il wahabismo […] esso non ha nulla a che fare né con la nostra religione né con le nostre credenze.

Spero di essere stato in grado, nel mio breve discorso, di rispondere ad alcune delle domande dei nostri amici e di aver chiarito la situazione in cui ci troviamo. Ogni paese ed ogni nazione che sostiene il popolo ceceno non sostiene soltanto noi, ma anche sé stesso, perché se neghi la libertà a qualcuno, neghi la libertà alla tua stessa gente. Il fatto che i nostri amici in America facciano queste domande serve alla causa della pace ed avvicina i nostri popoli. Vi ringrazio per la vostra simpatia e per i vostri sforzi di capire la situazione nella nostra repubblica. Ringrazio tutti voi.

Allah Akhbar!