Tra il 10 ed il 19 Gennaio 1995 nel pieno della Battaglia per Grozny, le truppe federali lanciarono un violento assalto all’edificio dell’ex Consiglio dei Ministri dell’era sovietica, a quel tempo sede del Parlamento le forze separatiste difesero l’edificio per 9 giorni, combattendo piano per piano, stanza per stanza. La presa del “Sovmin” fu la prima vera “vittoria” dell’esercito federale, e portò al ritiro dei dudaeviti sulla sponda destra del Sunzha. Quì la battaglia sarebbe durata altri due mesi, prima che le unità agli ordini di Maskhadov si ritirasssero definitivamente dalla capitale.
IL SOVMIN
Costruito agli inizi del XX Secolo per ospitare il Grand Hotel della capitale, il SOVMIN era un elegante edificio di quattro piani che si ergeva nel pieno centro di Grozny. Dopo aver ospitato l’illustre struttura ricettiva, allo scoppio della Rivoluzione d’Ottobre fu occupato dai bolscevichi, i quali vi installarono il loro quartier generale. Da qui il comando locale dell’Armata Rossa diresse la difesa della città dagli assalti dell’Esercito Cosacco del Terek, tra l’Agosto e il Novembre 1918 (la cosiddetta “Battaglia dei cento giorni”. Con la vittoria dei rivoluzionari sulle armate bianche il palazzo fu trasformato nella sede del potere esecutivo locale, il Consiglio dei Ministri della neonata Repubblica Socialista Sovietica Autonoma Ceceno . Inguscia, assumendo il nome comune di “SovMin”.
Il SOVMIN in una foto del 1952
Nel Novembre del 1991, allo scoppio della Rivoluzione Cecena, il Parlamento appena uscito dalle elezioni popolari del 27 Ottobre si installò nella struttura, designandola come la sede permanente dell’assemblea. A quel tempo il quartiere amministrativo della città di era espanso, con la costruzione di numerosi edifici ministeriali e di polizia, oltre che del celebre “Palazzo Presidenziale” (in origine sede del Comitato Regionale del PCUS, il cosiddetto “Reskom”), ed il Parlamento si trovò così a pochi passi dal Palazzo dove aveva preso residenza il Presidente della Repubblica, Dzhokhar Dudaev.
L’ASSALTO A GROZNY
Il 11 Dicembre 1991 l’esercito federale entrò in Cecenia per porre fine all’indipendenza della repubblica, considerata un’organizzazione illegittima governata da bande armate illegali. L’esercito russo penetrò con difficoltà nel territorio ceceno, ed approcciò un attacco alla capitale secondo uno schema militare poco efficace, nella convinzione che il semplice “mostrare i muscoli” sarebbe stato sufficiente a far arrendere i secessionisti. L’attacco, svoltosi tra il 31 Dicembre 1991 ed il 1 Gennaio 1992 (il cosiddetto “Assalto di Capodanno”) fu un totale fiasco, e le forze federali dovettero procedere ad occupare la città combattendo casa per casa.
Uno dei cardini della difesa cecena nel quartiere centrale era proprio il Sovmin, che con la sua imponente struttura e la sua posizione a pochi passi dal Palazzo Presidenziale (fulcro del sistema difensivo separatista) era una posizione chiave per qualsiasi attacco che volesse respingere i separatisti oltre la riva destra del Sunzha. Le unità di Maskhadov (reparti della Guardia Presidenziale oltre ad elementi militarizzati del Servizio di Sicurezza di Stato ed altre milizie volontarie) erano asserragliate all’ultimo piano dell’edificio e nel seminterrato. Da queste due posizioni potevano agevolmente controllare l’avanzata dei reparti russi, tenere a distanza la fanteria e colpire i mezzi blindati che si avvicinavano alla piazza antistante l’edificio. I rifornimenti erano assicurati dal vicinissimo Quartier Generale dell’esercito separatista, situato nel seminterrato del Palazzo Presidenziale.
A sinistra il SOVMIN. Dietro a questo l’Istituto Petrolifero, dalla cui vetta era possibile tenere sotto tiro la sede del Parlamento.
I primi tentativi dell’esercito federale di raggiungere il Sovmin furono frustrati dalla rabbiosa reazione dei difensori, i quali riuscirono a tenere a distanza i reparti d’assalto russi fino dal 1° al 12 Gennaio. Nella notte tra il 12 ed il 13 un reparto di paracadutisti della 98a Divisione Aviostrasportata riuscì a raggiungere la base dell’edificio, dopo che l’artiglieria aveva martellato il piazzale antistante per tutta la giornata precedente, impedendo l’arrivo di rinforzi e munizioni alla guarnigione assediata. Alle 5:30 del mattino i paracadutisti riuscirono a penetrare nell’edificio, ma i separatisti reagirono con prontezza, riuscendo a bloccare l’assalto ed a procurare numerose perdite agli attaccanti, tra morti e feriti. Contemporaneamente i ceceni chiamavano a raccolta tutte le unità disponibili a difesa della posizione.
Dalla tarda mattinata del 13 Gennaio iniziarono ad affluire consistenti reparti corazzati a supporto dell’azione della fanteria, nel frattempo sostenuta dall’arrivo di reparti di fanteria di marina del 33° Reggimento. Le unità separatiste accorse in supporto ai difensori lanciarono violenti contrattacchi per tutto il giorno, e per buona parte di quello successivo, distruggendo numerosi veicoli blindati e martoriando le unità di fanteria con un costante tiro di mortaio. Gli scontri continuarono fino al 19 Gennaio, con i paracadutisti ed i fanti di marina russi asserragliati ai piani bassi dell’edificio ed i dudaeviti che ne controllavano i piani alti, mentre tutto introno i difensori tentavano di respingere gli attaccanti combattendo casa per casa. Lo scontro raggiunse livelli di violenza tali che a molti coscritti russi saltarono i nervi. Nel suo rapporto il Tenente Colonnello Victor Pavlov, vicecomandante del 33° Reggimento di fanti di marina scrive:
“… Il personale del gruppo d’assalto, che teneva la difesa al Consiglio dei ministri, dopo il raid della nostra aviazione e le perdite subite dalla nostra aviazione, si è rivolto al comandante del gruppo, il maggiore Cherevashenko, chiedendo di lasciare la posizione […]. Con enormi sforzi il maggiore Cherevashenko riuscì a impedirlo … I soldati giacevano negli scantinati del Consiglio dei ministri, non mangiavano né bevevano, si rifiutavano persino di portare fuori i loro compagni feriti. Ci sono stati casi di esaurimenti psicologici e capricci tra i soldati. Quindi, il soldato G … ha dichiarato che non poteva più tollerare una situazione del genere e ha minacciato di sparare a tutti. […].”
LA PRESA DEL PALAZZO
Anche nel campo ceceno, tuttavia, la situazione iniziava a degenerare, e gli imponenti bombardamenti di artiglieria federali, accompagnati ora da un preciso tiro con armi a corto raggio installate nei palazzi vicini ormai caduti nelle mani dei federali (l’Hotel Kavkaz, adiacente al Sovmin, l’Edificio dell’Istituto Petrolifero, la cui vetta dominava la piazza antistante il palazzo, e l’Ispettorato di Polizia Fiscale, sul lato est).
La foto mostra il centro di Grozny subito fopo la fine della battaglia. La freccia a sinistra indica il Palazzo Presidenziale, quella a destra le rovine del Sovmin.
Il 16 gennaio alle 5.20, quando il Consiglio dei Ministri era quasi completamente occupato dalle unità del raggruppamento del generale Rokhlin, Ruslan Gelayev (nominativo di chiamata Angel-1) parlò a Maskhadov (indicativo di chiamata Cyclone):
5.20 Angel-1 – Ciclone: “Ci sono dei codardi. Non sono andati alla Camera del Parlamento. Devono essere fucilati. “
Alle 5.45 Ciclone – Pantera: “Questa è la nostra prima battaglia persa” .
La sera del 18 Gennaio, quando ormai anche il Palazzo Presidenziale era in procinto di cadere e Maskhadov ne aveva già ordinato l’evacuazione, il grosso dei difensori si ritirò dai ruderi della struttura, ormai ridotta ad un cumulo di macerie. Una piccola retroguardia abbandonò l’edificio la mattina seguente, lasciando i mano russa un campo di battaglia crivellato di proiettili.
Hussein Iskhanov è forse uno degli ultimi esponenti della Repubblica Cecena di Ichkeria ancora in vita che sostiene attivamente la restaurazione dello Stato separatista. Unitosi ai dudaeviti nel 1992, partecipò alla guerra civile del 1994 dalla parte dei lealisti. Nel 1995 fece parte dello Stato Maggiore della difesa di Grozny, alle dirette dipendenze di Aslan Maskhadov in qualità di suo Aiutante di Campo, guadagnandosi il grado di Colonnello. Eletto deputato al Parlamento della seconda legislatura nel Gennaio del 1997 fece parte del raggruppamento leale a Maskhadov, nel frattempo divenuto Presidente della Repubblica. Dopo lo scoppio della Seconda Guerra Cecena Iskhanov fuggì in Polonia, e da lì in Austria, dove risiede tutt’ora ed anima l’associazione politico – culturale Kultulverein Ichkeria. I passi pubblicati sono estratti da una lunga intervista rilasciata alla testata giornalistica online Small Wars Journal nel Giugno del 1999.
Hussein Iskhanov oggi
LA GUERRA CIVILE
Sono diventato aiutante di campo di Maskhadov all’inizio della guerra, ed ho ricevuto il grado di Colonnello alla fine. Prima della guerra avevo maturato qualche esperienza combattendo contro le unità di Bislan Gantemirov durante l’operazione del 26 Novembre 1994. […] L’opposizione cecena supportata da 50 carri armati guidati da ufficiali russi della Divisione Taman e da contractors russi entrò a Grozny. In meno di un giorno i carri furono distrutti e 25 ufficiali russi vennero presi prigionieri. Fu l’inizio della guerra. […] L’esercito russo si mosse su Grozny da 3 direzioni. Non avevamo un’aviazione che difendesse i nostri confini. Il primo scontro si ebbe nel villaggio di Lomaz Yurt, nel distretto dell’Alto Terek, dove avevamo installato alcune difese per proteggere la frontiera. Riuscimmo a ritardare l’avanzata dei russi per qualche giorno. I nostri uomini colpirono 2 APC, ma a causa della mancanza di munizioni dovettero ritirarsi. […] Il nostro “esercito” era uno scherzo rispetto all’armata degli invasori. Decidemmo di combattere a Grozny, avevamo già l’esperienza del 26 Novembre ed i loro carri armati non ci spaventavano più. Il morale era alto a quel tempo, grazie agli stessi russi. Ricordo come il 26 Novembre uomini armati di lanciagranate e mukhas, dentro delle Zhiguli avevano fatto a pezzi i carri russi. […] Dopo Lomaz Yurt un’altra battaglia ebbe luogo a Dolinsky: Maskhadov, ex ufficiale di artiglieria, decise di usare i GRAD direttamente contro le colonne russe. Era un metodo inedito di usare i GRAD. Nessuno prima di Maskhadov aveva pensato di usarli in quel modo. Più tardi, quando iniziammo i negoziati nel 1995, i russi ammisero di aver perduto più di duecento uomini a Dolinsky.
Unità dell’esercito regolare ceceno di guardia ad una postazione antiaerea davanti al Palazzo Presidenziale di Gozny, poco prima dell’inizio della Prima Guerra Cecena
La terza battaglia ebbe luogo ad Ermolovka. Là perdemmo alcune apparecchiature. All’inizio della guerra avevamo 18 APC e carri armati T – 76, ma erano vecchi modelli e non avevamo sufficienti munizioni. Avevamo anche qualche howitzer, ma capimmo presto che erano di poca utilità. Il loro effetto era minimo a causa del fatto che le nostre posizioni venivano bombardate dal cielo e noi non avevamo armi antiaeree. I nostri artiglieri non erano addestrati per una simile situazione: una cosa è usare l’artiglieria quando sei posizionato a 10 o 20 km dal tuo obiettivo, un’altra è affrontare una colonna di carri armati da vicino. Era difficile trasportare l’artiglieria sotto il fuoco aereo. Non avevamo abbastanza trattori e motrici. Gli uomini erano occupati ad evacuare le loro famiglie ed a metterle in salvo. Molti dei mezzi di trasporto erano usati per l’evacuazione perché il governo non aveva dichiarato la mobilitazione generale. Avevamo trascurato il fatto che avremmo avuto bisogno di mezzi per trasportare la nostra attrezzatura, e adesso non ne avevamo a disposizione. Abbandonammo il nostro equipaggiamento, tenemmo i mortai montati su ruote perché erano facili da muovere, così come qualche pezzo d’artiglieria. Non furono perdite gravi, giacchè non avevamo munizioni per i pezzi che lasciammo indietro.
Avevamo un’acuta penuria di munizioni fin dall’inizio della guerra. Mancavamo anche di munizioni per i lanciagranate, per gli RPG, per i calibri da 7.62 e per i 5.45 degli AK 74. Ricordo di quando io e Maskhadov eravamo nel seminterrato del Quartier Generale nel Palazzo Presidenziale prima dell’assalto dei russi a Grozny del 31 Dicembre 1994: avevamo due letti e una scrivania, con poca luce fornita da un piccolo motore a diesel. Questo fu distrutto poco dopo durante il bombardamento e così passammo ad un piccolo motore elettrico trasportabile alimentato da petrolio o diesel. Lo usavamo per alimentare le batterie della radio e per l’illuminazione. Quel giorno avevamo 34 proiettili per RPG sotto i nostri letti. Ci sentivamo alla grande, ma c’erano momenti nei quali avevamo appena 3 o 4 proiettili. I combattenti accorrevano continuamente in cerca di munizioni. Siamo stati fortunati, qualcuno è sempre accorso portando munizioni quando ne avevamo più bisogno.
Dopo Ermolovka le nostre unità si ritirarono dentro Grozny. La pressione era molto forte e molti dei combattenti erano volontari inesperti. Avevamo pochi comandanti e ufficiali. Maskhadov decise di richiamare tutte le unità disponibili ed i volontari nel centro della città per usare al meglio l’esperienza del 26 Novembre. Non vedevamo altro modo per mettere su una difesa. Gli edifici avrebbero fornito copertura al fuoco del nemico e noi saremmo stati meglio protetti dal fuoco costante di artiglieria. Costruimmo alcune barriere di cemento su Via Staropromyslovsky, nei pressi della fabbrica Electropribor. Erano primitivi ma speravamo che avrebbero rallentato i carri, sapevamo che non saremmo riusciti a fermarli. Aspettammo che i russi muovessero avanti da Staropromislovsky. Li aspettammo, sperando che passassero di lì, perché quello era uno stretto corridoio circondato da colline e da edifici di cinque piani. Sarebbe stato facile colpirli là dentro. Ma ovviamente loro temevano di finire in un’imboscata e aspettavano a muovere i carri dentro la città. Ricordavano l’esperienza del 26 Novembre. Anziché penetrare subito in città la accerchiarono e usarono l’artiglieria a lungo raggio. Nel frattempo le nostre unità usavano tattiche “attacca e fuggi” e raid notturni.
APC russo distrutto dopo l’Assalto di Capodanno, foto AP
Ovunque i russi si trovassero al calar del buio, immediatamente si trinceravano ed interravano i loro cannoni ed i loro carri. Quello era il miglior momento per attaccarli. Usavamo la nostra conoscenza del territorio e la nostra esperienza durante il servizio militare contro i russi. Sapevano come i russi preparavano le loro difese. Conoscevamo le abitudini dei russi ed il loro linguaggio. I raid causavano grande panico ma la reazione dei russi era interessante: loro si rifiutavano di ingaggiare le nostre unità. Anziché respingere gli attaccanti puntavano le loro armi contro Grozny o Argun e spazzavano i quartieri residenziali. Ovviamente lo facevano nella speranza che la popolazione si rivoltasse contro di noi. Molte delle vittime civili furono dovute a questi bombardamenti indiscriminati.
L’ASSALTO A GROZNY
Poi iniziò l’assalto a Grozny. I russi si mossero lentamente verso il centro della città. Non avevamo forze sufficienti a fermare la loro armata. Secondo i nostri dati preliminari loro avevano schierato 600 tra carri armati ed APC e un grosso contingente di fanteria. La 131° Brigata fu la prima a muovere. Sfondò all’altezza della stazione ferroviaria, circa 500 metri dal Palazzo Presidenziale. I russi pensavano che una volta preso il Palazzo la nostra resistenza avrebbe avuto fine e ci saremmo ritirati. Ho controllato il diario che tenevamo nel 1995: secondo i nostri dati, avevamo 350 uomini a difesa di Grozny, all’inizio del 1995. Questo è il numero di coloro che erano registrati al Quartier Generale. Aggiungerei altri 150 uomini che non si erano registrati da noi o dai comandanti, uomini che erano venuti a sparare per un paio d’ore e poi erano tornati a casa. Avevamo non più di 500 persone a difesa di Grozny.
Come ho detto prima, usammo la nostra conoscenza dei russi. Avevamo anche lo stesso sistema di comunicazione radio. Il nostro capo delle comunicazioni, Colonnello Taimaskhanov [ucciso poco dopo l’inizio della guerra] aveva servito come ufficiale addetto alle comunicazioni nell’esercito sovietico. Conosceva perfettamente il suo lavoro. Il Generale Babichev minacciò di impiccare Taimaskhanov al primo lampione non appena lo avesse preso. Avevamo una stanza speciale per i radio operatori nel Palazzo Presidenziale. Ogni volta che avevamo un momento andavamo a “parlare” con i russi. Ascoltavamo le loro chiamate, aspettavamo il momento in cui passavano gli ordini e, una volta compreso chi fosse in comando e chi il subordinato, intervenivamo, dando ordini differenti con un approccio amichevole, fornendo false informazioni e così via. Come risultato i russi patirono più perdite all’inizio della guerra a causa del fuoco amico che a causa del nostro[…].
Vista del centro di Grozny da Piazza MInutka. Sulla sinistra il Palazzo Presidenziale svetta in mezzo alle macerie, gravemente danneggiato.
La 131a Brigata Maikop era sotto il comando dello sfortunato Babichev. Egli è l’ufficiale responsabile di aver mandato a morte gli uomini della Maikop. Praticamente tutta la brigata fu distrutta in una notte tra il 31 Dicembre 1994 ed il 1 Gennaio 1995, anche se alcuni combattimenti continuarono fino al 2 di Gennaio. I russi dichiararono che 100 uomini sopravvissero ma io non ci credo perché noi stessi catturammo l’equipaggio dell’ultimo APC della brigata. Il comandante della Brigata fu ucciso ed il suo secondo in comando fu catturato con l’ultimo APC ed il suo equipaggio, 10 o 12 uomini in tutto. […] Più avanti durante i negoziati con il Generale Romanov a Khankala, il Tenente Generale Shumov (dell’MVD) mi chiese quanti uomini avessimo perso in guerra. I risposti “circa 2000”. Erano le mie stime per le nostre perdite dall’inizio della guerra fino ai negoziati del 1996. Gli chiesi delle loro perdite. Egli rispose che secondo le stime ufficiali preliminari loto avevano perduto 1800 uomini. Gli chiesi allora: “Dove avete nascosto la Brigata Maikop e l’81esimo Samarski?” Lui rise ma non aggiunse altro. I russi hanno sempre dissimulato le loro perdite. […].
I COMBATTIMENTI PER GROZNY NEL 1995
Le battaglie campali ebbero luogo dall’inizio di Gennaio del 1995. I russi continuavano ad avanzare verso il Palazzo Presidenziale dall’aereoporto lungo Via Pervomaiskaia. Lasciammo che i russi penetrassero, poi distruggemmo il primo APC della colonna, l’ultimo ed un paio nel mezzo. I russi furono schiacciati perché era difficile manovrare i carri armati e gli APC in città, la visibilità era pessima, gli autisti non riuscivano a vedere dove stavano andando. Li circondammo e distruggemmo quasi un intero reggimento. Prendemmo anche dei prigionieri. Fu allora che l’81° Reggimento Samarski venne distrutto. Secondo le nostre stime loro persero tra i 4000 ed i 5000 uomini tra la Brigata Maikop ed il Reggimento Samarski. I russi persistevano con un attacco diretto sul Palazzo Presidenziale. Nello stesso momento bombardavano gli ospedali e le strutture educative, le scuole, i centri culturali, le biblioteche e così via. Piano piano giunsero in prossimità del Palazzo. Il loro successo costò loro caro. Intorno alla metà di Gennaio i combattimenti infuriavano a 100 – 200 metri dal Palazzo. I russi occuparono un palazzo di cinque piani davanti al Palazzo e l’edificio dell’Archivio Nazionale dall’altra parte della strada. Questa era la situazione al 18 Gennaio.
Nelle prime due settimane di Gennaio usammo prevalentemente cecchini. A causa della carenza di munizioni, ordinammo di usare i fucili automatici come fucili a colpo singolo. Ricordo la distribuzione delle munizioni: fornivo 3 proiettili di 7 – 62 o 5 caricatori di munizioni con trenta proiettili ciascuno per ogni AK 74. Con questo i nostri uomini avrebbero dovuto affrontare l’esercito russo. Avevamo anche un altro handicap: gli uomini erano riluttanti all’inizio ad usare proiettili traccianti perché temevano di rivelare la loro posizione. Li esortai ad immaginare la paura del soldato russo: lui vedeva il proiettile e sapeva che lo avrebbe colpito. Gradualmente i nostri uomini iniziarono ad abituarsi all’idea. Quando i russi sentivano colpi singoli, credevano che fossero colpi di cecchino. Avevamo fucili da cecchino ma erano davvero pochi, li avevamo presi dagli APC e dai carri armati che avevamo colpito. Avevamo anche trasformato le armi ausiliarie dei carri russi in modo che potessimo usarle a mano. La maggior parte delle munizioni che ottenemmo le conquistammo sul campo durante le operazioni. Nello stesso modo prendemmo molte delle armi automatiche. Non ce n’erano così tante in giro prima di Dicembre 1994. Una volta armammo un’unità con 12 lanciagranate. Per i nostri standard quella era da considerarsi un’unità veramente potente. Di norma un gruppo di dieci uomini aveva un solo lanciagranate. La nostra unità standard era composta da 10 – 20 persone. Non potevamo armare unità più grandi perché il Quartier Generale non era nella posizione di rifornirle e di nutrirle. In ogni caso sarebbe stato difficile per grossi gruppi muoversi agilmente in città.
Il Sovmin, sede del Consiglio dei Ministri in epoca sovietica e poi sede del Parlamento indipendentista, completamente distrutto dopo la presa della città da parte delle truppe federali.
18 GENNAIO 1995
La situazione non era facile al Palazzo Presidenziale. Il 5 o il 6 Gennaio il quarto ed il quinto piano del Palazzo presero fuoco. […] Il 18 Gennaio il Palazzo patì un massiccio bombardamento aereo e d’artiglieria. Contammo che il palazzo venne colpito al ritmo di un colpo al secondo. Era un bersaglio facile, perché spiccava bene tra gli edifici circostanti. Alla fine il Palazzo fu colpito da una bomba di profondità, la quale attraversò 11 piani e distrusse il soffitto dell’ospedale da campo, situato nelle cantine. Fortunatamente non c’era nessuno nell’ospedale in quel momento. A causa dei danni non riuscimmo a capire quante persone rimasero uccise. Era una bomba di precisione, esplose a venti metri dal Quartier Generale di Maskhadov. I russi avrebbero potuto avere informazioni precise riguardo la posizione del Quartier Generale da chiunque – c’erano molte persone nel Palazzo in quel momento, lasciavamo entrare giornalisti, deputati della Duma, madri dei prigionieri di guerra russi. Una compagnia esplorativa aveva occupato un hotel vicino alla stazione ferroviaria. I nostri uomini li assediarono all’ultimo piano, il dodicesimo. La situazione era in stallo ed iniziammo a negoziare con loro. L’ufficiale comandante, un capitano, fu portato al Palazzo. Era stupido, ma la gente allora era davvero naïve. Lui andò alla radio e contattò Babichev dal Palazzo. Babichev e Maskhadov si incontrarono all’hotel.
Ormai non avevamo niente di utilizzabile intorno al Palazzo, non avevamo veicoli corazzati o da trasporto, tutto era stato distrutto, anche se l’unità di Shamil Basayev, oltre il Sunzha, possedeva ancora armamenti pesanti. I russi inviarono un APC per prenderci e portarci ai negoziati. Discutemmo la questione dei 65 prigionieri di guerra che tenevamo nel Palazzo. Accettammo di rilasciarli ma di tenerci le loro armi. Maskhadov invitò i russi a riprendere i corpi dei loro caduti, loro offrirono un cessate – il – fuoco di 2 o 3 ore. Noi avevamo il timore delle epidemie, non potevi muoverti senza pestare un cadavere. Ogni APC colpito aveva una media di 10 – 11 cadaveri. Questi giacevano intorno alla carcassa mezzi bruciati o mangiati dai cani. Ma al comando russo non fregava niente. Maskhadov provò ad appellarsi ai loro sentimenti più nobili, chiedendo loro come avrebbero potuto guardare in faccia le madri dei soldati se non avessero seppellito i loro figli. Ma questo non funzionò, i generali furono inamovibili. Babichev se ne andò, noi rilasciammo i prigionieri di guerra come avevamo promesso, così come il capitano degli scout che si trovava al Quartier Generale. Fu lui che probabilmente dette la posizione del Quartier Generale, anche se c’era una gran quantità di spie nel Palazzo.
Riguardo alle due bombe di profondità di cui parlavo prima, per la verità ne esplosero due. Ero sulla piattaforma del primo piano quando successe, in contatto radio con le unità arroccate nel Sovmin e nell’Hotel Kavkaz dall’altra parte della piazza (non potevamo comunicare dal basamento perché la nostra antenna sul tetto del Palazzo era stata distrutta. Senza un trasmettitore i Motorola avevano un raggio di appena 500 – 600 metri). Vidi un aereo scendere in picchiata e mi aspettai un missile, non una bomba. L’uomo che era con me era appena rientrato dentro. Ci fu una grossa esplosione. La gente urlava in cerca di aiuto. Mi precipitai di sotto per controllare il Quartier Generale. Era buio. Non riuscivo a vedere niente. Mettemmo fazzoletti sulle nostre facce per respirare normalmente. In serata prendemmo la decisione di andarcene. Era diventato troppo pericoloso: un altro attacco del genere e saremmo stati tutti uccisi. Lasciammo il Palazzo nella notte in piccoli gruppi. I giornalisti scrissero che eravamo fuggiti attraverso dei tunnel, che il Palazzo era costruito come un bunker militare. Credimi, ho esplorato tutto il palazzo e non c’erano tunnel. Il Palazzo non era costruito come un Bunker. Il tetto era composto da lastre di cemento ordinarie.
Hussein Iskhanov parla alla folla radunata in Piazza MInutka, reclutando volontari per difendere il fronte. Fotogramma dal film “war” di Alexei Balabanov
L’INIZIO DELLA RITIRATA DA GROZNY
La nostra linea di difesa successiva era oltre il fiume Sunzha. Tentammo di distruggere i ponti come potevamo ma non riuscimmo a buttare giù quello principale, perché non avevamo sufficiente esplosivo. La linea del fronte fu posta lungo il Sunzha. Passammo quasi un mese confrontandoci sul fiume. Controllavamo la sponda destra, mentre i russi tenevano la sinistra. Non c’erano combattimenti ravvicinati, usavamo principalmente fucili da cecchino. Il Sunzha forniva una buona protezione perché i russi avevano paura di attraversare il fiume con i loro APC. Per qualche tempo le loro forze rimasero concentrate intorno al Palazzo Presidenziale, dove loro celebravano la loro vittoria. Per inciso, osarono entrare nel Palazzo soltanto 3 o 4 giorni dopo che lo avevamo abbandonato. Erano posizionati a cento metri davanti al Palazzo ma non avevano realizzato che ce n’eravamo andati.
Non tutti gli uomini armati combattevano. Molti erano nascosti nel distretto di Minutka. Forse davano sicurezza agli abitanti di Minutka, ma a noi non erano utili. Erano una seccatura perché passando per combattenti, su di loro erano deviati i rifornimenti di cibo e munizioni. […] Molti per vari motivi non raggiunsero mai la linea del fronte. Passarono una settimana o due nei seminterrati e poi tornarono a casa raccontando alle loro mogli di quanto erano stati coraggiosi. C’erano anche persone di questo tipo, non tutta la nazione stava combattendo. Ti darò un esempio: all’inizio di Gennaio del 1995 Maskhadov mi inviò a Minutka per raccogliere volontari. Quando arrivai lì, radunai le persone, tenni un discorso, inviai un gruppo a Salamov in aiuto al Presidente Dudaev. Loro percorsero la ferrovia, attraversarono il ponte Belikovski perché era pericoloso attraversare il ponte principale, i russi avevano appena raggiunto l’Istituto Petrolifero e c’erano combattimenti sul ponte principale. Dopo averli inviati, raccolsi un altro gruppo di 70 uomini. Li guidai verso il Palazzo Presidenziale attraverso il ponte principale. Quando raggiungemmo il ponte iniziò un fitto bombardamento di mortai. Dissi agli uomini che dovevamo aspettare 15 minuti che il fuoco calasse di intensità e poi passare il ponte in gruppi di 4 o 5. Dopo 20 minuti ero rimasto con un solo uomo. Tutti questi coraggiosi combattenti della resistenza se ne erano andati. Rimandai l’uomo a Minutka ma non riuscì a riportare indietro nessuno. Tornai al Palazzo Presidenziale da solo.
I COMBATTIMENTI AL TRAMPARK
Dopo esserci ritirati dal Palazzo, muovemmo il Quartier Generale al cinema “Gioventù” vicino al tunnel di Viale Lenin. Rimanemmo la per 3 giorni ma il tiro dei mortai russi ed il fuoco dell’artiglieria era così pesante che rimanere la divenne pericoloso. Per evitare perdite ci muovemmo più lontano dal centro verso Minutka. Ero responsabile di scegliere l’edificio per il Quartier Generale e decisi per l’Ospedale Cittadino numero 2. La mia scelta fu determinata dal fatto che l’edificio aveva un piano interrato dove potevamo vivere e proteggere gli accessi. L’ospedale era un grande edificio circondato da case di un piano. Era in rovina, ma la cantina era utilizzabile. Per la prima volta dopo un mese di combattimenti la fanteria mosse dal centro cittadino all’Università, a 60 metri da Viale Lenin. Se la fanteria fosse riuscita a raggiungere il viale le nostre unità rimaste sull’altra riva del fiume vicino al Palazzo sarebbero state circondate. Immediatamente inviammo rinforzi al Trampark (il parco dei tram). Per la prima volta dall’inizio della guerra riuscimmo a respingere il nemico spingendolo oltre il cerchio stradale esterno, nel Microraion. Devo confessare che non avevamo armi anticarro, non avevamo artiglieria, soltanto lanciagranate, mortai ed armi leggere. Fu la nostra prima offensiva. Questo ci dette coraggio e sicurezza.
I ruderi dell’Istituto Petrolifero dopo la conquista di Grozny da parte delle truppe federali
Sfortunatamente accadde l’ovvio: un’unità di osservazione cecena che stazionava sul Sunzha se ne andò senza avvisare il Quartier Generale. I russi riuscirono ad attraversare il Sunzha, e penetrarono nel distretto senza essere notati, seguendo la riva de fiume. I russi osservavano attentamente i movimenti ceceni ed immediatamente occuparono le posizioni che le nostre unità avevano abbandonato. La carenza di professionalità e disciplina fu un grosso handicap all’inizio della guerra. C’erano circa 100 APC al Trampark. Il combattimento fu pesante. I russi usarono fuoco di mortaio, da 80 e da 122 mm. Le nostre posizioni sulla riva destra si allungavano fino al ponte ferroviario. Era conveniente, perché oltre quello non c’erano altri ponti. Dovevamo difendere quel ponte perché avevamo fallito nel distruggerlo completamente (un lato era collassato ma un APC poteva ancora attraversarlo). Una divisione del DGB (il Dipartimento di Sicurezza dello Stato) comandato da Geliskhanov stava a guardia del ponte di Voikov, vicino alla Casa della Cultura Krupskaya. Dopo essere stata bombardata, la divisione di Geliskhanov se ne andò senza avvisare il Quartier Generale. La fanteria russa fu in grado di attraversare il fiume e di entrare in Via Saikhanov, avvicinandosi alla nostra posizione. Realizzammo quanto era successo soltanto quando la fanteria russa era a 200/300 metri dal Quartier Generale. Cercammo di respingerla richiamando molte unità in soccorso. La prima ad arrivare fu la Guardia Presidenziale, che era rimasta con Dudaev. Ma presto perdemmo i contatti. Provai a chiamarli per tutta la notte ma non riuscii a prendere contatto radio. In mattinata giunsero la notizia che erano stati circondati o catturati. L’informazione era falsa. Inviammo altre unità in soccorso ed i combattimenti si accesero in Via Saikhanov. Sapemmo più tardi che la Guardia Presidenziale si era persa da qualche parte nei pressi della Stazione dei Bus. Gli Okhrana (guardie del corpo) dello Stato Maggiore, che avevano combattuto bene nel Novembre del 1994, vennero schierati successivamente. Anche loro si persero. Maskhadov mi mandò da Basaev per raccogliere rinforzi ed andò egli stesso a Minutka a cercare volontari. Raccogliemmo tutti gli uomini che potemmo per rafforzare la linea del fronte. La battaglia fu feroce. Mumadi Saidaev fu lasciato a capo della difesa. Fece del suo meglio per organizzare la linea del fronte. Sostituì il Tenente Colonnello Isa Ayubov come vicecomandante in capo. Ayubov era morto, fatto a pezzi da una granata mentre proteggeva un’infermiera con il suo corpo.
Ottenemmo alcuni successi moderati – in alcuni punti i russi si ritirarono, Avevano raggiunto la scuola di Via Saikhanov. Per poterli sloggiare da lì dovevamo usare i carri armati. Avevamo ancora 3 carri ma c’era un problema: i nostri equipaggi temevano di venire colpiti dalle nostre stesse unità[…] Durante la battaglia muovemmo il Quartier Generale in un altro ospedale vicino, lasciando i feriti con una squadra medica ed un’unità a protezione. L’unità era sotto il comando di un uomo di nome Andi, di Novogroznensky. Per qualche ragione egli abbandonò i suoi uomini e tornò a casa. Gli uomini non organizzarono il servizio di vedetta. Al calare del sole gli informatori ceceni portarono i russi all’ospedale. Questi occuparono il piano terra. Il personale medico ed i feriti erano nel seminterrato. Due uomini uscirono per fumare e si trovarono faccia a faccia con i russi. Ne venne fuori una sparatoria. Un uomo morì, l’altro rimase ferito. Un’unità di 10/20 uomini che passava da quelle parti sentì gli spari e corse in aiuto, sloggiò i russi e portò feriti e medici al Quartier Generale.
Carri armati del Reggimento Corazzato “Shali”, l’unica unità blindata dell’esercito regolare ceceno. I mezzi corazzati della ChRI vennero distrutti nelle prime fasi della guerra.
I combattimenti continuavano lungo Via Saikhanov. Secondo me avevamo rafforzato le nostre posizioni abbastanza per contrattaccare e costringere i russi a ritirarsi sulle loro vecchie posizioni oltre il Sunzha. C’era un forte reparto di 40 uomini ben armati vicino al ponte non lontano dalla posizione di Basaev. Chiesi loro di rinforzarla ma loro si rifiutarono, dichiarando che il loro comandante era assente e che avevano bisogno del suo consenso. Se ne andarono, ed i sempre vigili russi mossero i loro carri attraverso il ponte per supportare la fanteria su Via Saikhanov. Divenne difficile difendere l’area. Se avessimo fallito nel fermare l’attacco russo avremmo rischiato di rimanere tagliati fuori. I russi avevano sfondato attraverso il villaggio di Gikalo e nel Microraion. C’erano combattimenti nei sobborghi. La strata per Atagi da Gikalo era stata tagliata, così come l’autostrada Rostov – Baku. L’unica via d’uscita da Grozny era attraverso Chernorechie lungo Via Pavel Musor, nel 12° Distretto. Prendemmo la decisione di abbandonare la difesa del Trampark e di ritirare le nostre forze, circa 400 uomini. Passammo due o tre giorni nel 12° Distretto ma era impossibile costruire delle difese perché le case erano troppo piccole. I russi occuparono la maggior parte della città. Non aveva senso continuare a combattere a Grozny ora che il centro era stato catturato. Basayev fu lasciato a Chernorechie a proteggere la ritirata. Il Quartier Generale fu spostato ad Argun.
L’EVACUAZIONE
Basaev si ritirò una settimana più tardi. Evacuammo chiunque fosse in grado di farlo. I feriti furono inviati ad Atagi, dove installammo un ospedale da campo, i prigionieri a Shali. Maskhadov se ne andò a fare rapporto a Dudaev. Io e Saidaev evacuammo il Quartier Generale attraverso Starie Atagi. Avevamo un piccolo APC per caricare tutte le poche riserve che avevamo. Maskhadov ci disse che Zelimkhan Yandarbiev ci avrebbe aiutato ad evacuare, essendo Starie Atagi il suo villaggio natale. […] Arrivammo a notte fonda. Mi aspettavo che accorresse ad accoglierci. Dopo tutto avevamo combattuto per due mesi! Quando arrivammo il villaggio era meravigliosamente quieto, avevamo dimenticato cosa fossero la pace ed il silenzio. Eravamo affamati e stanchi. Chiesi di Yandarbiev. Lui venne e ci incontrammo per strada. Promise di inviare un camion per portarci ad Argun. Aspettammo seduti tutta la notte in un capannone con un solo pezzo di pane che avevamo trovato da qualche parte. Nessuno ci invitò a casa sua. Il giorno seguente aspettai fino all’ora di pranzo, poi inviai delle persone da Yandarbiev affinché gli comunicassero di arrivare quanto prima. Ma erano promesse ma nient’altro. Inviati uno dei nostri combattenti a fermare un camion Kamaz. Il primo che si fermò trasportava patate. L’autista acconsentì ad aiutarci con grande convinzione. Caricammo tutto sul camion, montammo un mortaio da 122mm e partimmo per Argun.
Hussein Iskhanov posa con “L’Onore della Nazione” una delle più alte onorificenze riconosciute dal governo separatista ai suoi combattenti
ARGUN
Argun era rimasta relativamente tranquilla durante la Battaglia per Grozny. […] Avevamo predisposto le nostre difese ad Argun mentre combattevamo per Grozny. Le trincee erano già scavate. Il fiume Argun era una barriera naturale. Il letto del fiume era facilmente attraversabile, ma una sponda è più ripida dell’altra. I russi non avrebbero potuto attraversare il fiume senza essere scoperti e non avrebbero potuto lanciare attacchi di sorpresa.Trovai un posto per il Quartier Generale dopo una giornata di ricerche. Il Quartier Generale doveva essere sufficientemente vicino alla linea del fronte, se fosse stato troppo lontano il panico avrebbe prodotto voci secondo le quali lo Stato Maggiore fosse scappato, ma neanche troppo vicino da finire sotto il fuoco di artiglieria. Scelsi la fabbrica “Krasnyi Molot”. Era ben rinforzata contro gli attacchi aerei e in una posizione comoda ai margini della città. Io e Maskhadov riuscimmo a uscire vivi da Argun per pura fortuna. Era il 3 di marzo, il giorno di Uraza. Ci erano rimasti 3 carri. Quegli idioti dell’equipaggio, probabilmente su di giri, sparavano sui russi dal Quartier Generale. I russi individuarono la nostra posizione ed iniziarono un bombardamento di artiglieria. […] Maskhadov stava andando da qualche parte. Eravamo in un’auto con una guardia del corpo. Io ero alla guida. Maskhadov mi ordinò di rimanere al Quartier Generale e di inviargli un altro autista. Mentre aspettava, un missile esplose a sei metri da noi. Fu un miracolo che non rimanessimo feriti. Corremmo dentro l’edificio mentre un altro missile colpiva direttamente l’auto. Un uomo rimase ucciso e molti feriti. Rimanemmo ad Argun, se ricordo bene, fino alla fine di Marzo del 1995. Ci difendemmo bene. I comandanti erano Khunkarpasha Israpilov ed il suo vice, Aslanbek Ismailov. […]
Quando i russi sfondarono le difese di Argun, successe come sempre a causa della nostra scarsa attenzione. Un’unità posizionata nel 5° Sovkhoz se ne andò senza avvisare, permettendo ai russi di muovere i loro APC all’interno del nostro dispositivo. Dovemmo ritirarci a Shali. La ritirata da Argun fu effettuata in buon ordine. Il Quartier Generale fu spostato prima a Shali, poi a Serzhen Yurt. Non rimanemmo a lungo a Shali. Ciò era dovuto al nostro campanilismo. Fino ad allora i russi avevano diretto i loro attacchi sul nostro Quartier Generale. Le truppe russe stazionanti in Inguscezia e ad Achkhoy Martan non erano ancora state impegnate in operazione. Era prima che scoppiassero i combattimenti a Bamut e Samashki. In quei giorni la gente combatteva soltanto per difendere il proprio villaggio o città. Grozny era un’eccezione, era la capitale, apparteneva a tutti noi. Ognuno voleva essere parte dell’azione. Successivamente i comandanti furono riluttanti a organizzare posizioni difensive nei loro villaggi, a causa delle pressioni familiari. Preferivano combattere lontani dai loro villaggi. Shali fu accerchiata senza combattere nonostante da lì provenissero molti dei comandanti che si sarebbero fatti un nome nel proseguo della.
SULLE MONTAGNE
Fummo costretti a ritirarci nelle montagne. La linea del fronte era rotta. Combattevamo nei canyon delle montagne: a Serzhen Yurt il “Fronte Centrale” era comandato da Shamil Basaev, ad Agishty da Alikhadzhiev. Il distretto di Nozhai Yurt era quieto. Gudermes fu circondata senza combattere, Salman Raduev era incapace di organizzare una difesa a causa dei politici locali. Con il fronte diviso in due sezioni dopo la nostra ritirata da Shali, i russi iniziarono una massiccia offensiva su due fronti. I combattimenti iniziarono a Bamut. Le unità di Gelayev erano posizionate sulla strada principale per Shatoy (il comando del Fronte Sudoccidentale era organizzato da Mumadi Saidaev perché Gelayev era stato ferito più volte ed aveva dovuto smettere di combattere. Il collegamento tra il Sudest ed il Sudovest era interrotto. Per tutta la guerra i collegamenti con il Sudovest rimasero difficili. Quando ci ritirammo da Serzhen Yurt a Vedeno inviammo un operatore, Kurgan Tagir, al Fronte Sudoccidentale. Lui raggiunse Shatoy per installare una trasmittente proprio quando Shatoy fu presa. Poi giunse la ritirata da Vedeno. Occorse un fraintendimento: le unità di Gelayev avrebbero dovuto proteggere il canyon del fiume nella direzione di Shatoy da Duba Yurt mentre Alikhandzhiev avrebbe dovuto proteggere l’altro lato, da Selmenthausen. Ma loro non si trovavano nelle loro posizioni. I russi con l’aiuto di una guida locale riuscirono ad attraversare quella stretta gola, la quale non era minata perché la usavamo frequentemente. Era il collegamento principale tra il Quartier Generale ed il Fronte Sudoccidentale. Era utile perché potevano guidare jeeps, camion ed addirittura bus lungo il letto del fiume.
Shamil Basayev nell’ospedale di Budennovsk tiene una conferenza stampa, affiancato dai suoi aiutanti di campo.
Dopo che i russi entrarono nel Canyon le nostre unità si ritirarono. L’offensiva russa su Vedeno, superata Elistanzhi, acquisì slancio. Cercammo di fermarli, inviando il battaglione di Batalov da Nozhai Yurt, ma fallimmo nel chiudere la breccia, schiacciati dal numero di carri armati ed elicotteri. Nonostante avessimo combattuto una guerra di posizione per quasi sei mesi, non eravamo preparati a combattere in quelle condizioni in quel preciso momento. Richiamammo le unità che difendevano Agishty e Serzhen Yurt e ci ritirammo a Dargo. Nel 1995 durante i negoziati con i russi, Maskhadov parlò con il generale che aveva comandato l’offensiva sul canyon di Agishty. Il generale si lamentava riguardo alla carenza di equipaggiamento ed alle difficili condizioni durante le operazioni. Egli chiese a Maskhadov: “dimmi, quanti uomini avevate là?” Maskhadov rispose: “non ricordo il numero esatto, avevamo 30 o 40 uomini”. Dopo aver lasciato Agishty, il loro ultimo rifugio fu la foresta.
L’ultimo ad abbandonare Vedeno fu Shamil Basaev. Era il suo territorio. Minò le strade per evitare che i russi lo inseguissero. Ma era poco probabile che lo facessero, perché la strada tagliava attraverso le montagne e le foreste, con poco spazio di manovra per i carri armati. In ogni caso gli elicotteri ci inseguirono durante la ritirata. Da Dargo, Maskhadov ordinò che il Quartier Generale fosse spostato a Benoy. Dargo era la casa di alcuni membri dell’opposizione antidudaevita, tra i quali Khadzhiev. La gente era divisa e spaventata, non voleva operazioni militari nel proprio villaggio. Un famoso bandito, Allaudi Khamzatov (che fu ucciso più tardi) era con noi. (aveva connessioni con Ruslan Labazanov prima, ma si mostrò valoroso fin dall’inizio della guerra). Allaudi aveva una brutta reputazione, poteva uccidere un uomo senza alcuna provocazione. Egli disse alla popolazione locale “Se non siete soddisfatti riguardo la presenza di unità militari, prenderò 3 uomini uno dalla periferia del villaggio, uno dal centro un altro dall’altra parte del villaggio, e li ucciderò. Ed ucciderò tutti coloro che oseranno squittire. Puntò il cannone di uno dei due carri armati che eravamo riusciti a ritirare da Vedeno contro la casa di un membro dell’opposizione molto conosciuto. Nessuno disse una parola. Dargo è molto bella, forse gli abitanti volevano preservare quella bellezza. Ma rimasi sorpreso: Dargo aveva una tradizione eroica e gloriosa, quella tradizione avrebbe dovuto ispirare la popolazione. In questa guerra Dargo non ha niente di cui andare fiera. Quando Basayev installò la sua base qui, nel 1996, la popolazione non osò opporsi. La maggior parte della popolazione ci era fedele. In ogni caso quando fummo sospinti sulle montagne dopo Vedeno e Dargo, iniziammo ad avere problemi a Benoy ed a Nozhai Yurt. La gente pensò che avevamo fallito, che la guerra era perduta. L’attitudine della popolazione divenne ambigua. La gente iniziò a guardarci con sospetto, tentava di spiarci. Iniziarono a dire che stavamo creando un problema alla nazione che avremmo dovuto perire o ritirarci sulle montagne, e lasciarli vivere le loro vite indisturbati. Fu un periodo difficile. Tutto cambiò quando Basaev prese la decisione di marciare su Budennovsk.
Aslan Maskhadov ed il Generale Romanov portano avanti negoziati dopo il Raid di Budennovsk, 16 Giugno 1995
DOPO BUDENNOVSK
Fino a Budennovsk avevamo le schiene alle montagne, non c’erano più villaggi oltre. Il nemico era vicino 5 o 6 km. I russi sparavano con i GRAD da Vedeno su Benoy. Il raid di Basayev cambiò il corso della guerra. Guadagnammo tempo. Durante molti mesi di negoziati a Grozny la nostra sicurezza crebbe. L’approccio della popolazione cambiò, ancora una volta venimmo accolti ovunque. Quando ci dirigemmo per la prima volta a Grozny con Maskhadov una grossa folla ci circondò per congratularsi con noi a Novogroznensky, tutti volevano toccarci, neanche fossimo santi! Secondo me i russi fecero un errore quando insisterono per svolgere a Grozny i negoziati, anziché in un territorio neutrale, come Argun o Urus – Martan. Arrivammo a Grozny come un’orda di Mongoli. All’inizio Maskhadov ebbe autorizzazione a varcare i checkpoint con 12 guardie del corpo in 5 auto, ed il reparto avrebbe dovuto essere armato secondo uno specifico protocollo. All’inizio rispettammo queste condizioni, ma presto le cose cambiarono. Iniziammo a conoscere i militari nei posti di blocco lungo la strada. I nostri combattenti iniziarono a mostrare il loro disprezzo per loro. Entravano nei posti di guardia, scattavano fotografie. Presti iniziarono a superare i posti di blocco senza fermarsi. A Grozny incontrai l’Aiutante di Campo del Generale Romanov. Diventammo amici. Mi dava spesso dei lasciapassare in bianco. (penso che fu ucciso più tardi, fu un peccato, era un bravo ragazzo). Ordinai attraverso amici a Mosca una copia del sigillo dell’Alto Comando russo, lo usavamo talvolta per portare i nostri uomini dentro Grozny, ma più spesso utilizzavamo i nostri contatti personali con i russi. Le nostre unità iniziarono ad infiltrarsi dentro Grozny da tutte le direzioni. Grozny era piena di nostri uomini.
Nella notte tra il 22 ed il 23 febbraio 1944 ebbe il via la cosiddetta Operazione Lentil, passata alla storia con il termine russo di Chechevitza e nella memoria cecena come Ardakhar: nel giro di una giornata tre quarti dell’intero popolo ceceno – inguscio venne ammassato nelle stazioni, caricato su treni merci e spedito in Asia Centrale. Nei giorni seguenti lo stesso destino toccò all’ultimo quarto, che a causa delle forte nevicate non era stato raggiunto il primo giorno. Chiunque non fosse in grado di muoversi o opponesse resistenza venne giustiziato sul posto. Schierati in file di 4, i deportati vennero caricati sui camion destinati al raccolto del grano e portati alle più vicine stazioni, dove li aspettavano convogli merci pronti per trasportarli, in condizioni disumane, verso l’Asia Centrale. Le guardie di origine cecena, dopo essere state costrette a scortare i loro connazionali fino alle stazioni, vennero a loro volta disarmate e caricate sui treni. Qualsiasi resistenza fu inutile. I villaggi nei quali si verificarono resistenze vennero dati alle fiamme, ed i loro abitanti trucidati sul posto. Tra il 10 ed il 20% dei deportati morì durante la traversata. I sopravvissuti vennero scaricati alla rinfusa e costretti a costruirsi da soli ripari e capanne ai margini di aziende agricole collettive nelle quali sarebbero diventati la più bassa forma di manodopera. Il governo sovietico impose loro la permanenza coatta. Ogni mese i deportati dovevano presentarsi alle autorità e dichiarare la loro presenza, pena una condanna a 20 anni di lavori forzati. Della Ceceno – Inguscezia non rimase più nulla: la repubblica venne sciolta, i suoi distretti vennero annessi alle repubbliche vicine o trasformati in Oblast, province senza identità. Tutto il patrimonio culturale dei Ceceni venne fatto a pezzi: le moschee ed i centri islamici vennero distrutti, e le loro pietre divennero materiale da costruzione. Le stesse steli che adornavano i cimiteri vennero usate come materiale edile con il quale vennero erette case, edifici governativi, perfino stalle e porcili. I Tyaptari, le cronache dei Teip scritte su pergamena e conservate dagli anziani, vennero bruciate o trasferite negli archivi di Mosca. La Ceceno – Inguscezia, spopolata, fu riempita di profughi di guerra. Dalle regioni maggiormente distrutte centinaia di migliaia di cittadini sovietici vennero sistemati in una Grozny divenuta una città fantasma.
Veicoli del Ministero degli Interni sovietico caricano i deportati sui vagoni piombati nel Febbraio del 1944
IL MEMORIALE
Esattamente cinquant’anni dopo il Presidente della Repubblica Dzhokhar Dudaev inaugurò il primo monumento alla memoria di quei terribili giorni. Il progetto, realizzato dallo scultore Darchi Khasakhanov, venne realizzato lungo Via Ali Mitaev, nel pieno centro della città, utilizzando le stesse steli a suo tempo abbattute dai sovietici ed utilizzate come materiale di risulta. I cittadini ceceni si occuparono di reperirle riesumandole dalle costruzioni civili dove queste erano state utilizzate come mattoni. In mezzo a queste, si ergeva una mano che sollevava al cielo un pugnale caucasico e di fronte ad essa era sistemato un Corano aperto. Sullo sfondo vi era scritto a grandi lettere: “Duhur dats! Dolhur dats! Dits diyr dats!” (“Non ci spezzeremo! Non piangeremo! Non dimenticheremo!”).
il memoriale appena inaugurato, il 23 Febbraio 1944
Pe la maggior parte dei ceceni il monumento divenne presto non soltanto un memoriale della deportazione, ma un vero e proprio simbolo di rinascita nazionale, un tributo all’indipendenza appena conquistata. Tra il 1994 ed il 1996, e poi ancora dal 1997 al 1999 (dopo essere stato ricostruito a seguito dei danni subiti durante i bombardamenti) il monumento fu il teatro di imponenti manifestazioni, il 23 Febbraio di ogni anno, durante le quali i leaders della repubblica si riunivano per commemorare la tragedia della deportazione e, dopo la Prima Guerra Cecena, per ricordarne i caduti. Qui, infine, le nuove reclute dell’esercito regolare prestavano giuramento alla Repubblica.
LA DEMOLIZIONE
Resti del Memoriale dopo la Seconda Guerra Cecena
Con la seconda invasione di Grozny nell’inverno 1999 il memoriale fu nuovamente danneggiato dai bombardamenti. L’iscrizione sulla parete della struttura fu spazzata via dalle bombe, ma il grosso della struttura rimase in piedi fino al 2008, quando l’autorità civile di Grozny ne decise lo smantellamento “per postare il memoriale in un posto migliore”. La decisione non piacque ai ceceni, che continuarono a raccogliersi davanti al monumento ogni 23 febbraio, nonostante non vi si tenessero più manifestazioni pubbliche. L’attivista per i diritti umani Natasha Estemirova si spese in prima persona in difesa del memoriale, riuscendo a mantenere alta l’attenzione sui progetti di risistemazione e scongiurando la demolizione fino alla sua morte, avvenuta l’anno seguente. Nel 2014, su ordine di Ramzan Kadyrov, i resti della struttura furono smantellati e le lapidi, sbarbate dalle loro sedi, furono risistemate intorno al nuovo Monumento alle le Vittime del Terrorismo, destinato a commemorare i funzionari di polizia caduti contro il movimento insurrezionale islamista dalla la fine della Seconda Guerra Cecena.
Tra il 7 e l’8 Aprile 1995 le forze armate del Ministero degli Interni russo portarono a termine un drammatico “rastrellamento” nel villaggio di Samahki, una quarantina di chilometri ad Ovest di Grozny. L’evento provocò la morte di almeno un centinaio di civili di ogni sesso ed età. Si tratto di un vero e proprio crimine di guerra, mascherato da operazione di polizia. Una triste riedizione del Massacro di Lidice, durante il quale i nazisti punirono i cecoslovacchi per la morte di Reinhard Heydrich.
Un cartello crivellato di proiettili indica la direzione per Samashki
Dopo aver preso il villaggio, i russi blindarono il centro abitato, impedendo ai giornalisti di entrarvi. La cosa destò i sospetti degli inviati, che cominciarono a domandarsi cosa stesse succedendo in quel paesino: si trattava di un villaggio che era già stato evacuato dalla guarnigione dudaevita su insistenza del consiglio degli anziani locale. Quando finalmente i primi reporters riuscirono ad entrare a Samashki, si trovarono davanti un cumulo di rovine fumanti: i russi avevano sistematicamente distrutto centinaia di abitazioni, massacrato centocinquanta civili e deportato tutti i maschi tra i 15 ed i 75 anni. Secondo quanto ricostruito successivamente, dopo aver bloccato il paese la sera del 6 aprile, le avanguardie corazzate russe avevano subito un’imboscata nella quale erano saltati in aria in aria un carro armato e due veicoli blindati, scatenando la reazione dell’artiglieria, che aveva preso a martellare il villaggio. Poi era sopraggiunta l’aeronautica, che aveva bombardato a tappeto il paese, prima che l’ultimatum inviato alla cittadinanza all’arrivo delle truppe federali fosse scaduto.
Al termine del bombardamento 350 soldati russi erano penetrati nel villaggio facendosi largo a colpi di granata. 371 abitazioni erano state rase al suolo. I civili che erano riusciti a scappare nella foresta erano stati inseguiti dagli elicotteri che avevano bombardato il bosco, uccidendone decine. Le testimonianze raccolte dopo la tragedia raccontarono di soldati ubriachi e fuori di sé che lanciavano granate nei seminterrati affollati di civili, o che si scatenavano coi lanciafiamme sui feriti in cerca di soccorso. Quando finalmente alla Croce Rossa fu permesso di accedere al villaggio devastato, la scena che i sanitari si trovarono davanti fu terribile. Il medico volontario Khassan Baiev, nel suo libro di memorie The Oath: A Surgeon Under Fire la descrisse così: “Dozzine di cadaveri carbonizzati di donne e bambini giacevano nel cortile della moschea, che era stata distrutta. La prima cosa su cui cadde il mio occhio fu il corpo bruciato di un bambino che giaceva in posizione fetale […] Una donna dagli occhi selvaggi emerse dalla sua casa bruciata con in braccio un bambino morto, camion carichi di morti ammassati avanzavano verso la strada per il cimitero. Mentre curavo i feriti ho sentito storie di giovani uomini – imbavagliati e incatenati – trascinati dietro i blindati da trasporto. Ho sentito di aviatori russi che hanno lanciato prigionieri ceceni urlanti dai loro elicotteri. Furono compiuti stupri, ma era difficile sapere quanti perché le donne si vergognavano troppo per denunciarli. Una ragazza venne violentata di fronte a suo padre. Ho sentito di un caso in cui un mercenario ha afferrato un neonato, lo ha lanciato in aria come una palla e gli ha sparato. Lasciando il villaggio per l’ospedale di Grozny passai davanti ad un carro armato russo con la scritta SAMASHKI a grandi lettere. Ho guardato nello specchietto retrovisore e con mio orrore ho visto un teschio umano appoggiato sul cruscotto. Le ossa erano bianche: qualcuno doveva aver fatto bollire il cranio per rimuovere la carne.”
I resti di alcuni dei civili uccisi nel rastrellamento
La notizia della strage fece il giro del mondo: Eltsin venne pubblicamente accusato dal Presidente americano Bill Clinton e dal Primo Ministro britannico John Mayor. Aspre critiche giunsero dall’Unione Europea e dall’opposizione parlamentare alla Duma di Stato. Uno dei deputati, Anatoly Shabad, riuscì ad entrare a Samaskhy nascosto da un gruppo di donne cecene. Nel suo resoconto paragonò il comportamento dei soldati federali a quello delle squadre di sterminio naziste: “Quello che è successo” dichiarò “E’ stata una operazione punitiva su larga scala volta a distruggere la popolazione. Non c’era alcuna resistenza organizzata a Samashki”. Il Professor Sergei Arutinov, capo del dipartimento di studi caucasici dell’Accademia delle Scienze russa, dopo aver visitato il villaggio distrutto paragonò il massacro a quello operato dai nazisti a Lidice durante la Seconda Guerra Mondiale. In un editoriale uscito su The Moskow News, si leggeva: “Quello che i russi hanno fatto a Samashki è quello che i tedeschi ci hanno fatto per tutta la guerra, ma i russi hanno fatto questo al loro popolo. E questo è imperdonabile. Quello che è successo a Samashki in quei giorni ha una sola definizione: genocidio.” Il comandante dell’unità che si era resa responsabile di questo crimine, il Colonnello russo Anatolij Romanov, addossò la colpa ai ceceni, dichiarando che era in corso una sparatoria nel villaggio e che i miliziani stavano giustiziando degli anziani che avevano chiesto loro di deporre le armi. Romanov sostenne anche che il villaggio fosse una roccaforte separatista, ma indagini successive dimostrarono come le numerose postazioni di difesa presenti fossero state abbandonate da tempo.
Una residente piange davanti alle carcasse del suo bestiame, sterminato e abbandonato per la strada
Perchè dunque questa azione punitiva russa? Prima di tutto perché chi operava erano le forze dipendenti dal Ministero degli Interni, reparti di polizia militare (la famigerata OMON) male addestrata, impiegata in una campagna di controguerriglia nella quale i militari russi morivano come mosche. Basti pensare che dall’11 dicembre agli inizi di marzo del 1995 più di 30 soldati erano stati uccisi nei pressi di Samashki, e nessun federale era riuscito a penetrare nel villaggio o a rimanerci abbastanza da poterlo raccontare. La guerra si stava brutalizzando e la popolazione civile iniziava a pagarne un conseguente tributo di sangue. Ad ogni imboscata dei separatisti seguivano rappresaglie più o meno violente delle truppe di occupazione. Episodi come quello di Samashki si sarebbero tristemente ripetuti per tutto il corso del conflitto, e la stessa Samashki avrebbe subito una seconda distruzione un anno dopo, il 16 marzo 1996, quando l’aereonautica russa avrebbe raso al suolo quello che rimaneva del villaggio in un’azione punitiva di inaudita ferocia.
Abdul “Tapa” Tchermoeff, al centro nella foto in abito scuro.
Abdul “Tapa” Madjid Bey Orsta Tchermoeff, meglio noto come Tapa Chermoyev, fu il primo Presidente della Repubblica dei Montanari del Caucaso Settentrionale. Figlio di un ufficiale dell’esercito, aveva seguito le orme del padre fino ad entrare a far parte della guardia personale dello Zar. Grazie ai ruoli ricoperti dal padre e da lui stesso, la sua famiglia possedeva ampi terreni nei dintorni di Grozny, dove i prospettori trovarono grandi riserve di petrolio. Tapa Chermoyev colse al volo l’opportunità di impiantare nella regione un’industria estrattiva, e divenne uno dei pionieri del settore. Arruolato nella “Divisione Selvaggia” (Un reparto di cavalleria interamente composto da volontari caucasici) nella Prima Guerra Mondiale, allo scoppio della Rivoluzione d’Ottobre rientrò in patria, dove cercò di unificare i popoli caucasici in uno Stato capace di opporsi attivamente al dilagare del bolscevismo. La Repubblica dei Montanari del Nord Caucaso nacque dal suo energico impegno, ma non riuscì ad ottenere il riconoscimento internazionale alla Conferenza di pace di Versailles. Privo di supporto internazionale, la repubblica cadde pochi anni dopo nelle mani dell’Armata Rossa, che la trasformò in una repubblica sovietica federata all’URSS.
Bislan Gantamirov fu uno dei protagonisti della Rivoluzione Cecena. Tra l’Agosto e il Settembre del 1991 armò i primi reparti della Guardia Nazionale, e dopo il rovesciamento del governo Zavgaev fu nominato Sindaco di Grozny. Nel 1993, entrato in contrasto con Dudaev, passò all’opposizione, portando con sé la sua milizia personale, la “Polizia Municipale” (a differenza della denominazione “civile” un vero e proprio corpo militare) ad Urus – Martan ed unendosi al Consiglio Provvisorio nell’intento di rovesciare il Presidente. Dopo aver tentato inutilmente di prendere Grozny il 26 Novembre 1994, si mise al servizio del governo di occupazione russo, amministrando la Capitale in rovina fino alla primavera del 1996, quando fu arrestato per appropriazione indebita di fondi federali. Graziato da Eltsin alla vigilia della Seconda Guerra Cecena, tornò a far parte dell’amministrazione provvisoria durante i primi anni di occupazione, per poi essere marginalizzato da Akhmat Kadyrov e ritirarsi a vita privata. Questa intervista è stata rilasciata alla rivista “Spark” nel 1998, quando ancora era sotto processo con l’accusa di essersi appropriato di 25 miliardi di rubli destinati alla ricostruzione del paese. Ne pubblichiamo alcuni estratti.
Bislan, sei uno dei pochi a sapere tutto sulla guerra cecena e sui suoi segreti finanziari. Quando sono arrivati i primi soldi per sostenere l’opposizione anti – Dudaev? In quale quantità?
Chiunque, probabilmente, capisce che la guerra è prima di tutto denaro. Uno scontro di un giorno, anche sulla scala della piccola Cecenia, costa almeno 200 – 300 mila dollari. I combattimenti in Cecenia iniziarono molto prima dell’introduzione delle truppe federali – in Cecenia, a quel tempo, vi fu una feroce guerra civile. Inoltre, il denaro proveniente dalla Russia era già destinato ad entrambi i partiti combattenti, sia al regime di Dudaev che all’opposizione. Inoltre l’opposizione ha iniziato a ricevere sostegno finanziario molto più tardi del regime di Dudaev. La Russia non ha notato l’opposizione per molto tempo, non ha voluto sostenerla.
Sono stato nominato comandante delle forze armate dell’opposizione nel Giugno del 1994 al Congresso del Popolo Ceceno nel distretto di Nadterechny. Ma effettivamente ho comandato il gruppo militante dell’opposizione dall’inizio del 1993. Certo, non potevo mantenere un gruppo militare di mille persone con il mio stipendio di un milione e mezzo di rubli. Avevo veicoli blindati, aerei. Per inciso, l’assistenza riguardo gli armamenti non è arrivata soltanto dalla Russia ma anche da Turchia, Giordania e Stati Uniti. Si tratta, ovviamente, della diaspora cecena in questi paesi.
Quali armi venivano dall’estero?
Quasi tutto, tranne le armi pesanti.
Come arrivavano?
Tramite canali consolidati, attraverso Azerbaijian e Daghestan. Per inciso, questi canali sono stati utilizzati anche da Dudaev. E l’FSB ne era ben consapevole.
Carri armati dell’opposizione giacciono distrutti per le strade di Grozny, Novembre 1994
E’ noto che l’FSB ha assunto personale militare pagando da 2 a 5 milioni di rubli per partecipare all’Assalto di Novembre a Grozny. Quanto hai pagato i mercenari russi? O si sono arruolati soltanto grazie agli incentivi dell’FSB?
No, abbiamo pagato anche noi per l’assalto, da 2 a 10 milioni a seconda delle qualifiche, dei gradi e delle specialità del mercenario. Ma non ce n’erano tanti quanto si pensa. La nostra squadra di elicotteri composta da 11 velivoli, ad esempio, era composta interamente da mercenari. E su 42 equipaggi di carri armati, soltanto 9 erano composte da militari russi. Abbiamo adempiuto a tutti i nostri obblighi nei confronti dei creditori. Le famiglie delle vittime hanno ricevuto da noi importi abbastanza significativi. I parenti delle vittime, ad esempio, hanno ricevuto 250 milioni di rubli. Ma ovviamente non puoi compensare la perdita di un caro con dei soldi.
Perché l’assalto a Grozny del Novembre 1994 è fallito?
Voglio ricordarti che prima dell’Assalto di Novembre c’era stato un altro assalto: il 15 Ottobre. Ad Ottobre abbiamo occupato la città senza grossi scontri. Settecentocinquanta dei miei combattenti entrarono a Grozny. Di questi ne ho persi solo due. Ma fui costretto a ritirare le truppe, perché apprendemmo che i dudaeviti avevano piazzato circa 80 tonnellate di TNT per far esplodere la città se avessero dovuto abbandonarla. Per quanto riguarda l’Assalto di Novembre, non posso dire molto al riguardo. Perché appena prima dell’inizio dell’assalto sono stato rimosso dalla direzione dell’operazione. Poche persone ancora sanno questa cosa. Il gruppo di Nadterechny era già riuscito a catturare il Distretto di Staropromislovsky, quando improvvisamente l’esercito russo si chiuse in una riunione in cui mi fu chiesto di abbandonare il comando ed il controllo. Dissi al gruppo militare di Urus – Martan che non gestivo più l’operazione, in modo che prendessero tutte le misure per preservare gli uomini e l’equipaggiamento. E la sera l’aviazione russa bombardò. Questo è quello che è realmente accaduto. Nonostante ciò le truppe a me fedeli non hanno lasciato la città il 26 Novembre, ma il 28 Novembre. Nel frattempo i media russi hanno riferito che la sera del 26 Novembre i dudaeviti avevano il controllo della città.
Perché sei stato rimosso dal comando?
Non vorrei parlare dei motivi, nonché del generale russo che si è occupato della cosa.
Gantamirob in mimetica tiene un’intervista televisiva
A seguito dell’Assalto di Novembre è seguito l’Assalto di Capodanno, con perdite ancora più gravi. Perché tu e i militari russi non avete imparato alcuna lezione dal fallimento di Novembre?
Non ho partecipato all’Assalto di Capodanno, ero a Urus – Martan. Le ragioni del suo fallimento sono che ogni generale si immaginava di essere un grande comandante, ognuno badava soltanto a sé stesso.
In Russia non cessano i discorsi riguardo le armi lasciate dall’esercito russo in Cecenia nel 1992. Yandarbiev, ex Vice Presidente della Cecenia, le stima in quarantamila unità. “Nella sola guarnigione militare di Grozny” scrive nelle sue memorie, “Sono rimaste trentasettemila mitragliatrici”. Forse qualcuno dei funzionari russi ha avuto una tangente per questo?
All’epoca ero Presidente della Commissione Militare, praticamente il Ministro della Difesa della Cecenia, e non ero responsabile nei confronti di nessuno, né del Congresso né del Presidium, ma solo di Dudaev. I problemi con le armi sono stati risolti con la mia partecipazione personale. Le armi in Cecenia non furono lasciate senza l’aiuto di Barbulis e di Pavel Grachev. Quali motivi li hanno mossi, non lo so. Ma affinchè le armi rimanessero in Cecenia in quantità così significative ho fatto molti sforzi, compresi quelli materiali.
Dove sono andate queste armi allora? Dicono che venivano commerciate al mercato nero in Cecenia.
Alcune delle armi sono state trasferite in Abkhazia su voli civili. Non so dove sono andate da lì. E anche molte munizioni. L’arsenale delle nostre unità militari ha ricevuto una parte molto piccola di ciò che era rimasto. E non c’erano così tante armi come si pensa, al mercato nero. Fondamentalmente sono state cedute.
Vendute?
Non voglio mentire…ho solo gli incarichi di Dudaev riguardo a chi consegnare le armi, non so se le ha vendute o donate.
Eri una persona vicina a Dudaev. Si è sentito dire che hai litigato per i soldi.
Ci siamo separati per ragioni completamente diverse, puramente ideologiche. All’inizio degli anni ’90 la gente con le mie stesse idee era fanatica, ingenua, non aveva nemmeno la minima esperienza politica. Siamo stati guidati da idee puramente nazionaliste, non lo nascondo. Ma poi, quando finalmente arrivò la tanto attesa libertà, gradualmente rimanemmo delusi. I nostri sogni erano nettamente divergenti dalla realtà. Abbiamo visto che i leader della rivoluzione cecena stavano seguendo una rotta opposta rispetto a quanto promesso. Eravamo indignati per il fatto che avevano inviato distaccamenti di combattimento ceceni a combattere in Abkhazia, e per molto altro.
Quando hai sostenuto il tuo primo combattimento tra i ranghi dell’opposizione?
4 Giugno 1993, quando la Guardia di Dudaev circondò la Polizia Municipale di Grozny e l’Assemblea Comunale della città, che allora dirigevo. Siamo stati colpiti dall’artiglieria. Ricordava molto quello che accadde a Mosca poco dopo, nell’Ottobre del 1993, alla Casa Bianca. Nel sanguinoso massacro organizzato da Dudaev morirono diverse centinaia di persone. Sono riusciti a portarmi fuori da Grozny tra i feriti.
soldati della Guardia Preisdenziale
Un’altra domanda sul passato prebellico. Per favore, raccontaci del destino dei vecchi rubli russi consegnati in Cecenia per via aerea dall’Estonia. Ce n’erano 18 tonnellate. Dove sono andati?
Sono stati gestiti dal Ministro della Giustizia della Cecenia, Imaev – in seguito Presidente della nostra banca centrale e Procuratore Generale della Cecenia. Lo abbiamo catturato in uno dei combattimenti. Tre giorni dopo, su richiesta dell’FSB sono stato costretto a rilasciarlo. L’ho consegnato in elicottero a Modzok e lo lasciato a specialisti russi. Dopo 11 giorni era di nuovo con Dudaev, in Cecenia. Era una persona del genere ad essere responsabile dei vecchi rubli russi. Non potrei assolutamente dire dove sono finiti. E’ chiaro: sono stati impiegati. Nessuno li ha bruciati in un falò.
A giudicare dalla storia che hai raccontato su Imaev, l’FSB ha avuto un ruolo di primo piano negli eventi ceceni.
Quando Stephasin e Sevostyanov erano impegnati in Cecenia, l’influenza dell’FSB sul corso degli eventi nella Repubblica era significativa. Ma quando l’FSB fu diretto da Barsukov, l’agenzia perse di influenza e autorità.
I leader militari russi erano collegati con uomini d’affari in Cecenia?
Per non dare adito a nuovi casi penali vorrei rispondere alla tua domanda in questo modo: senza un “tetto” militare nessuna singola struttura commerciale potrebbe arrivare in Cecenia. Si, anche per arrivarci, per non parlare della sua esistenza lì, per la conduzione dell’attività.
Perché le truppe di Dudaev erano meglio equipaggiate di quelle federali? Da dove ha attinto risorse Dudaev?
Da qui, da Mosca. Abbiamo ripetutamente attenzionato il Ministro degli Interni ed i servizi speciali, indicato le fonti ed i canali di ricezione specifici. Ma tutto inutilmente.
Se possibile, cita fatti specifici.
Ricordiamo gli eventi di Budennovsk. In precedenza avevamo notificato ai servizi di sicurezza le imminenti azioni. Conoscevamo perfino le persone che avrebbero dovuto accompagnare i dudaeviti nel raid. Il Ministro degli Interni della Cecenia è stato informato di questo. Tutto invano. Molte persone sapevano che il raid era in fase di preparazione, compresi anche i residenti di Budennovsk: è arrivata la voce. Alcuni cittadini hanno persino lasciato la città pochi giorni prima dell’attacco. Se Mosca non ha reagito a questo, allora cosa possiamo dire della reazione alle segnalazioni secondo le quali Dudaev riceveva, ad esempio, dieci fucili d’assalto?
Potresti fare dei parallelismo? Gli eventi di Budennovsk mostrano semplice negligenza, niente di più.
Ti stai sbagliando. La negligenza ed il tradimento sono secondari qui. Gli eventi di Budennovsk sono la prova della lotta per il potere. In partiolare, la lotta per la presidenza del Ministero degli Interni. Era necessario “sostituire” Erin con Kulikov.
Torniamo alle armi di Dudaev, Trasmetti tutto a Mosca, ma leggo nel tuo diario le due parole indignate sul tuo compagno d’armi Avturkhanov, che ha venduto quattro mezzi blindati ai dudaeviti. Si scopre che la tua gente ha aiutato Dudaev ad armarsi?
E’ triste, ma si. Quando mi sono imbattuto in tali fatti mi ha fatto infuriare così tanto che ho alzato un polverone. Ho addosso tanti di quei peccati che forse non mi riabiliterò fino alla fine della vita. Ma non riesco proprio a capire come puoi vendere le armi alla parte avversaria, con le quali tu stesso potresti essere ucciso domani. Se fossero state “spinte” verso alcuni mafiosi cabardino – balcari avrei capito e perdonato. Ma quando le armi vengono vendute al nemico, non lo capisco. A differenza dei federali il mio esercito era formato esclusivamente da volontari, persone libere, che potevano mandare all’inferno. Quindi è successo tutto, ma ho notato: solo quelli che non erano associati alla faida (contro Dudaev, ndr.) vendevano armi ai dudaeviti.
Quanto era sviluppato il commercio di armi tra i federali?
Era un fatto comune di tutti i giorni.
A quanto venivano vendute le armi? Quanto costava, ad esempio, un fucile automatico?
Tutto dipendeva dalla situazione, dal contesto, dalla necessità. Era possibile comprare un fucile per centomila rubli come per un milione.
Quanto costava un carro armato?
Il carro armato era costoso. Dieci, quindici, ventimila dollari, anche se il suo presso reale è molto più alto. Ma in combattimento è stato così per molto tempo. Il commercio di cui sto parlando era al livello dei blocchi stradali, cioè un livello poco profondo. L’obiettivo era quello di sopravvivere, non congelare, non morire di fame. Chi commerciava a livello generale voleva diventare ricco. Ecco altri giochi più seri. Potrebbe, ad esempio vendere e comprare complessi antiaerei. Le cose a volte hanno raggiunto l’assurdo. Dopo l’introduzione delle truppe federali non ci furono date ufficialmente le armi, perché ci eravamo sciolti. Sono stato costretto ad acquistare armi ai federali tramite uomini di Dudaev!
Dudaev passa in rassegna della Polizia Municipale di Gantamirov, 1992
I testimoni oculari hanno detto che le proprietà private saccheggiate sono state portate via con le automobili. E’ un’esagerazione?
Non solo in automobile, ma addirittura con gli aereoplani. Io stesso sono stato testimone quando sono volato a Krasnodar con un aereo da trasporto militare, quando due “Zighuli” espropriati ai ceceni sono stati portati in Russia. Il saccheggio ha raggiunto proporzioni tali che sono stato costretto il 1 Marzo 1996 a radunare i fedeli dipendenti della Polizia Municipale ed istruirli a sparare ai saccheggiatori sul posto, indipendentemente da chi fossero, residenti locali o militari. E questo ordine è stato eseguito. Tutti saccheggiavano, sia i federali che i dudaeviti. Come durante la guerra civile nel 1918. Arrivavano quelli rossi e prendevano tutto, arrivavano quelli bianchi e lo facevano anche loro. In una parola, il caos. Anche il mondo criminale era impegnato nel saccheggio. Chiunque tu arrestassi, ti facevano arrivare i documenti che chiedevi sotto il naso. Sia federali, sia zavgaeviti, l’inferno sa chi. Appena messo in prigione iniziavano a chiamare. Una chiamata, un’altra, una terza chiamata. Quindi inziava lo scambio. Vi diamo i vostri e voi date i nostri a noi. Alla fine ero stanco di tutto questo. Ho dato il mio ordine: sparare sul posto senza processo. Ho parlato ufficialmente contro il saccheggio, ho registrato il mio ordine su una videocassetta – è stato riprodotto in televisione. Ho deciso di fare un elenco di criminali di guerra e di coinvolgere tutti coloro che violano le leggi della guerra. Così finii tra due fuochi, incontrando l’ostilità sia de predoni di Dudaev che dei predoni federali.
In che modo i generali hanno tratto profitto dal bottino? Com’è successo?
Non pensi che ci siamo concentrati abbastanza sui furti dei generali? A proposito, io stesso sono accusato di appropriazione indebita. Te ne sei dimenticato? (ride). Ma comunque darò degli esempi, poiché insisti. Il gruppo di forze federali doveva ricevere benzina, olio, gasolio, cherosene. Posso dirti, come ex sindaco di Grozny, che i federali riempivano carri armati, mezzi corazzati, aerei e veicoli dai depositi ceceni, senza alcun rapporto. Sono centinaia di migliaia di tonnellate di carburante! E ufficialmente il combustibile proveniente da Mozdok era impiegato per le unità militari. Ma queste sono briciole! Qualcun ha riferito di aver cancellato il carburante non utilizzato. Sai come ho formato il mio reggimento di Polizia Municipale? Secondo i rapporti ufficiali Kulikov ha vestito questo reggimento, gli ha dato le scarpe, lo ha saziato. In effetti ho fatto tutto con i miei soldi. Chiedi al comandante del reggimento se non ci credi. Interroga i combattenti, vedrai che confermeranno.
Secondo te che parte dei fondi stanziati per il ripristino della Cecenia sono andati rubati? Un terzo? La metà?
Non parlerò di “rubati”, parlerò di “sperperati”: circa il 90%.
Le ruberie erano più sotto il governo di Hadjiev o sotto quello di Zavgaev?
Sotto Hadjiev il furto era probabilmente al livello di unità di base. Sotto Zavgaev i soldi non facevano neanche in tempo a raggiungere questo livello, venivano saccheggiati prima ancora di entrare in Cecenia.
Chi era all’origine di questo fiume di soldi?
Barsukov, Korzhakov, Kulikov, Grachev. Erano i principali, ma non i soli e questo non è stato detto da nessuna parte. L’intero meccanismo finanziario è stato diretto verso di loro. Prima di tutto, ovviamente, tutto dipendeva da Korzhakov. In qualche modo mi ha persino mandato un suo uomo per evitare che ficcassi il naso nella sfera finanziaria. Questi fu catturato dallo stesso Kulikov.
E’ cambiato qualcosa quando Zavgaev è salito al potere?
Non appena Zavgaev salì al potere cambiarono il Procuratore della Cecenia Prima di questo era Procuratore un mio compagni. Lo invitai da me e gli dissi: sai, la tua posizione è stata venduta per 200.000 dollari. Tra due settimane ci sarà un nuovo Procuratore in Cecenia. Lui risponde: lo so. In due settimane abbiamo avuto un nuovo procuratore, per la cui nomina hanno pagato duecentomila dollari.
Come ha reagito Zavgaev al tuo racconto?
Dietro di me c’era un’enorme forza armata. Non poteva chiudermi la bocca. Ma ha fatto tutto a modo suo. Non soltanto il Procuratore, ma anche il nuovo Ministro degli Interni della Cecenia è stato nominato per denaro. Tutti lo sapevano, indicando il cognome di un moscovita di alto rango, cui furono dati duecentomila dollari per l’approvazione del candidato desiderato.
Perché se l’unico che è finito in prigione con accuse così gravi?
Ho già iniziato a rispondere a questa domanda, dicendo che ero tra due fuochi. Andai contro Zavgaev. Andai i televisione e invitai i ceceni a votare contro Eltsin nelle imminenti elezioni presidenziali. Il mio slogan era “Cecenia senza Dudaev ed Eltsin”. Questo ha giocato contro di me.
Dopo la caduta di Grozny le forze separatiste si attestarono sulle montagne nel sud del Paese. Porta d’accesso alla difesa cecena era l’imbocco della gola del fiume Argun, chiamata dai locali “Porta del Lupo”: un accesso stretto e frastagliato per attraversare il quale le forze federali avrebbero dovuto fare a meno della loro superiorità tecnologica, ed affrontare i dudaeviti tra le foreste ed i sentieri di montagna. Il cardine della difesa era il villaggio di Chiri – Yurt, a due passi dall’imbocco della gola, sulla sponda orientale dell’Argun. Ad est del villaggio si trovava un grande impianto per la produzione di cemento, il quale sovrastava la cittadina massiccio e imponente, come una fortezza medievale. Qui i separatisti si erano trincerati, trasformando la cementeria in una piazzaforte. Tra il Marzo ed il Maggio del 1995 i federali combatterono una sanguinosa battaglia per il controllo di quella posizione strategica, riuscendo ad espugnarla soltanto dopo violenti combattimenti.
CHIRI YURT E LA CEMENTERIA
Chiri – Yurt è un villaggio di alcune migliaia di persone (nei primi anni ’90 la popolazione si aggirava intorno ai 5000 abitanti) situato proprio all’ingresso della gola dell’Argun, chiamata dai ceceni “Porta del Lupo” perché separa i bassopiani del centro – nord dalla regione impervia e montagnosa del sud. Nel 1974 le autorità ordinarono la costruzione di un grosso impianto industriale per la produzione di cemento. Allo scoppio della Rivoluzione Cecena questo impianto era in grado di produrre 1,2 milioni di tonnellate di prodotto, il che lo rendeva il principale cementificio di tutto il Caucaso. I suoi cinque forni e le strutture atte a contenere e lavorare il materiale coprivano una gigantesca area ad est del villaggio. Molti degli abitanti di Chiri – Yurt lavoravano alla cementeria, ed il benessere portato dalla piena occupazione dei cittadini si rifletteva nella vitalità economica e culturale della cittadina. Lo scoppio della Rivoluzione e i successivi, turbolenti anni del regime di Dudaev avevano incrinato questo equilibrio di lavoro e benessere, anche a causa del fatto che molti degli specialisti che lavoravano alla fabbrica, di origine russa, se ne erano andati temendo l’acceso nazionalismo del regime.
L’ARRIVO DEI FEDERALI
Il 12 Dicembre 1994 l’esercito federale invase la Cecenia. Dopo essere rimasto impantanato nella battaglia casa per casa per la conquista di Grozny, dai primi di Marzo del 1995 l’esercito di Mosca aveva iniziato a prendere posizione all’imbocco delle gole del sud, preparando i piani per la “guerra sulle montagne”. Affinchè l’azione fosse portata a termine con un certo coordinamento, e approfittando dell’imminente avvento dei festeggiamenti di Maggio (anniversario della vittoria russa nella Seconda Guerra Mondiale) i comandi federali concordarono con Eltsin una tregua di qualche settimana. Questo permise agli attaccanti di riorganizzare le forze, e parimenti concesse ai dudaeviti il tempo per predisporre una linea difensiva lungo le gole per reggere l’urto della seconda offensiva russa. Dudaev ordinò che la principale porta d’accesso al cuore dell’Ichkeria fosse sigillata. Fu così che alcune centinaia di miliziani furono inviati a Chiri – Yurt dove si installarono nella cementeria ed iniziarono a fortificarla. Tra Marzo e Aprile si erano registrati i primi scontri per il controllo del villaggio, ma le forze attaccanti erano state respinte dopo aver subito numerose perdita.
La mappa mostra la posizione della cementeria (l’insediamento a destra) rispetto al villaggio di Chiri – Yurt (a sinistra) Il fiume che scorre ad ovest del villaggio è l’Argun. La freccia indica l’imbocco della “Porta del Lupo”
Il 12 Maggio 1995 la tregua proclamata da Eltsin ebbe termine, e l’esercito federale riprese ad avanzare. I primi reparti attaccanti raggiunsero la Porta dei Lupi poco più tardi, trovandosi di fronte il cementificio all’interno dei quali si erano trincerati i separatisti. La gigantesca struttura, sovrastante il villaggio di Chiri – Yurt, era protetta da profondi campi minati, oltre i quali si trovavano casematte in cemento armato nelle quali erano alloggiati almeno una sessantina di miliziani supportati dal fuoco di almeno 6 veicoli corazzati e una decina di mortai. I punti fuoco montavano mitragliatrici pesanti ed un gran numero di armi anticarro, oltre ad alcuni dispositivi antiaerei. Alle spalle della fortezza si muovevano piccoli gruppi di supporto pronti a rinforzare i settori che eventualmente fossero stati soverchiati dall’attacco federale. Il villaggio era tenuto da una milizia locale armata alla leggera, sufficiente comunque ad impensierire i federali, ma soprattutto utile a monitorare i movimenti dei mezzi pesanti, in modo da avvisare in tempo i difensori della fortezza nel caso di attacco.
Mortaio russo spara in direzione della cementeria
L’ATTACCO
Il 18 Maggio le avanguardie federali della 166a Brigata giunsero nei pressi della cementeria, dove furono accolte da un fitto tiro di mortaio che provocò le prime vittime tra gli attaccanti. Mentre si susseguivano sterili negoziati per la risoluzione pacifica dello scontro, nuovi reparti si ammassarono sulla linea del fronte, fornendo supporto corazzato e di artiglieria alle formazioni paracadutiste avanzanti. La sera del 19 Maggio iniziò il bombardamento di Chiri Yurt, presidiato da alcune decine di residenti armati. Per 48 ore i russi portarono avanti un incessante bombardamento con l’artiglieria e l’aereonautica, distruggendo il villaggio e trasformando la cementeria in un cumulo di rovine. Nel frattempo altre unità si disponevano sui lati scoperti dell’edificio, completando l’accerchiamento per la tarda serata del 20 Maggio. Protetti dal tiro dell’artiglieria, intanto, reparti sminatori provvedevano ad aprire un varco nei campi minati.
Militare russo tra le rovine del cementificio
Non appena il varco fu sufficientemente largo e sicuro per garantire un assalto in forze, una cinquantina di veicoli blindati da trasporto si lanciarono a grande velocità verso la fabbrica, aggirando Chiri – Yurt e dirigendosi a tutta forza verso le posizioni tenute dai ceceni. L’attacco si sviluppò in piena notte, col favore delle tenebre, mentre la maggior parte dei miliziani a difesa del villaggio dormivano. Nessuno quindi avvisò i difensori del cementificio dell’imminente attacco, e questi furono colti completamente di sorpresa: i reparti a difesa del villaggio non entrarono in azione, e si trovarono ben presto tagliati fuori dal teatro di operazioni. I militanti a difesa del cementificio furono preso sovrastati dal nemico, numericamente superiore, e predisposero una precipitosa azione di copertura per sganciarsi e ritirarsi all’interno della gola dell’Argun. Iniziò così una battaglia di quattro ore, durante la quale i paracadutisti russi, al comando del Generale Shamanov, presero il cementificio un edificio alla volta. Secondo i resoconti ufficiali nessun soldato federale rimase ucciso, ed anche le perdite tra i miliziani furono contenute (le cifre oscillando tra i 6 e le alcune decine di morti).
La caduta del cementificio aprì la strada alle truppe federali, che iniziarono a penetrare nella gola dell’Argun in direzione Shatoy, l’ultimo grande centro abitato nelle mani dei dudaeviti. La sconfitta mostrò ai separatisti che in una battaglia di tipo convenzionale l’esercito russo avrebbe sempre avuto la meglio, sia per la preponderante superiorità numerica e tecnologica, sia per l’incapacità dei reparti ceceni di mantenere una “disciplina di battaglia” sufficiente a contrastare iniziative ben coordinate del nemico. Dopo la presa di Chiri – Yurt il comandante dello Stato Maggiore separatista, Aslan Maskhadov, iniziò a maturare una diversa strategia operativa, non più volta a costituire fronti difensivi rigidi, nella difesa dei quali le unità regolari dell’esercito ceceno erano state sistematicamente impegnate e distrutte, quando ad individuare delle “regioni attive” nelle quali muovere con efficacia piccoli gruppi di fuoco coordinati tra loro, dando il via ad una guerra di movimento di tipo partigiano.
L’accerchiamento di Aksai fu una manovra occorsa il 7 Gennaio 1995 tra reparti della 22° Brigata per Scopi Speciali dell’Esercito Federale ed un raggruppamento di miliziani separatisti nei pressi del fiume Aksai, nel sud montagnoso della Cecenia. L’azione portò alla cattura di più di 40 militari russi ed alla loro consegna davanti alle telecamere, sancendo una vittoria militare e politica dei dudaeviti.
Le forze federali prigioniere dei separatisti a Shali
IL DISPIEGAMENTO DELLE FORZE
Con l’avvio della campagna militare di terra il comando federale predispose una serie di azioni di sabotaggio e disturbo oltre quelle che si pensava sarebbero state le linee difensive cecene, una volta che il grosso dell’esercito federale avesse conquistato Grozny. Alcune unità elitrasportate avrebbero dovuto prendere posizione ai piedi delle montagne e da lì dirigere il tiro dell’artiglieria e dell’aviazione sulle formazioni militanti in fuga. Il 29 Dicembre, poche ore prima che iniziasse l’attacco alla capitale, due squadre speciali furono inviate su tre elicotteri da trasporto scortati da due elicotteri d’assalto alla periferia meridionale di Grozny. Giunti al sito di atterraggio i piloti si trovarono davanti ad una fitta coltre di fumo nero, sprigionata da pozzi petroliferi in fiamme. Impossibilitati ad atterrare, gli elicotteri si diressero a sud, dove trovarono un comodo spiazzo dove posarsi. Il luogo era tuttavia presidiato ad alcune persone, la cui affiliazione era indefinibile a causa del fatto che indossavano abiti civili. Il comandante della spedizione, Maggiore Morozov, ordinò di effettuare alcuni falsi atterraggi per confonderli nel caso si trattasse di dudaeviti, poi predispose l’atterraggio dei suoi uomini. Dopo essersi disposti sul terreno i militari russi iniziarono a dirigersi verso Nord, in modo da raggiungere il punto di partenza dell’operazione, ma ben presto si accorsero di essere sotto osservazione da parte di un piccolo gruppo di armati.
Morozov tentò di ingaggiare i separatisti, ma questi si dispersero efficacemente. A quel punto l’effetto sorpresa, garanzia di successo dell’operazione, era ormai compromesso, e Morozov chiese di evacuare i suoi uomini, ma dal Comando giunse l’imperativo di proseguire la missione. Nel frattempo sul retro dello schieramento russo si stavano concentrando decine di militanti, i quali avevano preso coraggio e minacciavano gli incursori federali. Questi, per evitare di cadere in un’imboscata continuarono a muoversi verso nord, spostandosi continuamente tra le montagne per evitare la cattura. Nel frattempo un secondo gruppo di forze speciali atterrò a poca distanza, riunendosi al primo e costituendo così una forza di una quarantina di unità. Il gruppo così rafforzato continuò a procedere verso nord, con l’intento di prendere la posizione originaria ed iniziare la azioni di disturbo e direzione del tiro. Tuttavia l’assenza di mappe aggiornate ed una certa confusione nella catena di comando resero difficile e laborioso lo svolgimento dell’azione: in particolare le unità speciali si ritrovarono a marciare su di una strada asfaltata coperta di neve, lasciando numerose impronte le quali furono prontamente notate dai residenti locali e dai miliziani separatisti. Lungo la strada i federali incontrarono alcuni uomini aderenti alle milizie anti – dudevite, i quali consigliarono ai russi di seguire un certo percorso che li avrebbe portati in una zona sotto il loro controllo nei pressi del villaggio di Goity. Tuttavia il comandante delle due unità raggruppate, Maggiore Ivanov, decise di procedere secondo i piani e confermò la direzione Nord, verso la periferia meridionale di Grozny.
Militari russi in pattuglia su un torrente in Cecenia
L’ACCERCHIAMENTO
Gli uomini viaggiavano con un notevole peso sulle spalle, trasportando sia la dotazione tradizionale che gli strumenti per le comunicazioni e gli esplosivi per le azioni di sabotaggio. La molta neve caduta in quei giorni rallentò ulteriormente i reparti federali, ed il riacutizzarsi di una vecchia ferita alla gamba del Maggiore Ivanov ridusse di molto la mobilità del reparto. La mattina del 7 Gennaio, constatato che ormai i gruppi militanti al seguito dei federali avevano raggiunto alcune centinaia di unità, Ivanov si decise ad ordinare l’evacuazione: i suoi uomini si sistemarono su di un’altura prospiciente un comodo punto di atterraggio ed attesero l’arrivo degli elicotteri. Nell’attesa fu ordinato di preparare la colazione, ed il fumo dei falò rese facilmente individuabili le truppe di Mosca. La scelta di trincerarsi su un’altura era mutuata dalla strategia di difesa classica impiegata dai militari russi in Afghanistan. Tuttavia, a differenza delle alture centroasiatiche, per lo più spoglie di vegetazione, le colline cecene erano coperte di vegetazione, il che non favoriva l’individuazione di eventuali unità attaccanti.
Le colline boscose sull’Aksai. La fitta vegetazione rendeva facile dissimulare il numero dei combattenti ai reparti separatisti impegnati nell’assedio.
I miliziani iniziarono quindi a sistemarsi ai piedi dell’altura, circondandola da tutti i lavi. Poi, non appena la nebbia iniziò ad alzarsi, questi iniziarono a risalire la china protetti dalla foschia, sbucarono di fronte alle posizioni avanzate russe ed iniziarono una fitta sparatoria, durante la quale due soldati federali rimasero uccisi. Il fuoco giungeva da tutti i lati, e gli uomini di Ivanov non riuscivano a stimare l’entità delle forze attaccanti, nascoste tra gli alberi e coperte dalla nebbia. Per contro i miliziani potevano tenere sotto controllo i federali con grande facilità, essendo le loro sagome ben visibili nel cielo chiaro di Gennaio. I militari russi poi erano stremati dopo aver trasportato a spalla pesanti apparecchiature, e non avevano alcuna preparazione militare al combattimento in montagna. Vistosi in difficoltà, Ivanov chiese urgentemente che i suoi uomini fossero evacuati per via aerea, ma il Comando russo respinse la richiesta, chiedendo alle unità sul campo di resistere fino a che le condizioni metereologiche avessero permesso di volare in sicurezza. Tuttavia le condizioni sul campo di battaglia sembravano insostenibili, ed Ivanov inviò Morozov a parlamentare coi separatisti, tentando di guadagnare tempo o di ottenere la loro autorizzazione a sganciarsi. I dudaeviti capirono presto che l’obiettivo di Morozov era quello di tenere aperti i negoziati fino all’arrivo delle forze aeree, ed ordinarono una resa immediata. Per convincere i federali ad abbassare le armi iniziarono a martellare l’altura con i mortai. Dopo alcune ore di martellamento Ivanov, convinto che un attacco dei separatisti avrebbe portato alla completa distruzione del suo reparto, ordinò la resa.
Pattuglia di soldati russi nella nebbia
LA PRIGIONIA E LA LIBERAZIONE
In totale caddero nelle mani dei miliziani tra i 42 e i 48 soldati federali. Questi furono trasferiti a piedi presso un centro di detenzione preventiva del Dipartimento di Sicurezza dello Stato, nel distretto di Shali, situato nel vecchio centro di detenzione temporanea regionale del Ministero degli Interni. Dell’interrogatorio si occupò il capo del Dipartimento in persona, Abusupyan Mosvaev. Durante il suo svolgimento alcuni dei militari furono picchiati, e lo stesso Maggiore Ivanov riportò una grave commozione cerebrale a seguito di un colpo inferto con una bottiglia. In generale, comunque, i prigionieri non riportarono segni di tortura, né danni fisici gravi. Questo atteggiamento particolarmente “morbido” nei confronti dei prigionieri fu spiegato con la presenza di Maskhadov presso Shali (egli era contrario all’utilizzo della tortura sui prigionieri, ed era intenzionato a mostrare al mondo la “regolarità” delle sue forze armate anche tramite il rispetto delle convenzioni internazionali sui prigionieri di guerra).
I ceceni fecero largo uso delle forze speciali catturate ai fini della propaganda. Maskhadov inviò a Shali i corrispondenti di molte agenzie di stampa, sia russe che occidentali, affinchè documentassero le condizioni di vita dei prigionieri. Inoltre autorizzò le madri dei militari catturati a recarsi a Shali per riprendere i propri figli, ottenendo una gigantesca eco mediatica. Il 19 Gennaio i soldati furono consegnati ai russi presso il villaggio di Gerzel – Aul, nel distretto di Gudermes.
Uno degli argomenti più in voga tra gli studiosi della Repubblica Cecena di Ichkeria è certamente quello dell’armamento a disposizione del suo esercito. Nel libro “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria (Acquistabile QUI) un intero paragrafo è dedicato alla cattura degli arsenali sovietici da parte dei separatisti ed alla dotazione che questi riuscirono a catturare. Si tratta di armi da guerra di alto profilo tecnologico (carri armati, lanciamissili, perfino aerei da guerra). L’impressione che si potrebbe avere, quindi, è che fin dal 1992 l’esercito della ChRI fosse numeroso e ben armato: niente di più lontano dalla realtà, come sapranno i lettori di questo blog e del libro sopra citato. In effetti la maggior parte dei mezzi pesanti in dotazione ai separatisti era ridotto a rottame, o non possedeva munizioni sufficienti ad essere utilizzata efficacemente.
La situazione riguardo le armi leggere era certamente migliore, ma comunque non ottimale: erano sì disponibili svariate migliaia di fucili da combattimento, ma molti di questi furono veduti al mercato nero o saccheggiati dai magazzini e tolti dalla disponibilità del governo ben prima che scoppiasse la Prima Guerra Cecena. Per questo motivo, allo scoppio delle ostilità lo Stato Maggiore ceceno si trovò in gravi difficoltà a rifornire la marea di volontari che accorrevano da tutta la Cecenia per difendere Grozny. Inoltre, dopo i primi mesi si guerra, anche le limitate riserve dell’esercito iniziarono ad esaurirsi, ed equipaggiare i miliziani divenne sempre più difficile. In soccorso a Maskhadov giunse un manufatto di fabbricazione “autarchica”, la cosiddetta mitragliatrice “Borz”.
Miliziano ceceno con una “Borz”
La mitragliatrice “Borz” (in ceceno “Lupo”) fece la sua comparsa in Cecenia nel Gennaio del 1992. Il progetto originale fu presentato dalla fabbrica Krasny Molot di Grozny. Costruita artigianalmente partendo da elementi tra i più svariati reperibili sul mercato o realizzati da armaioli esperti, fu presentata alla stampa come “la via cecena all’UZI” (la mitragliatrice tascabile prodotta dagli israeliani fin dagli anni ‘50). Il suo primo impiego documentato risale all’Aprile del 1995: quel giorno un giovane miliziano separatista, nascosto tra le bancarelle del mercato centrale di Grozny, avvicinò due ufficiali e li freddò con una raffica a bruciapelo. Come questi si furono accasciati al suolo il militante si lanciò sui loro corpi, li depredò di quanto fosse a portata di mano e sparì nella calca, lasciando sul luogo dell’assassinio la sua pistola mitragliatrice artigianale. Le forze di sicurezza sopraggiunte sul luogo dell’agguato trovarono l’arma, una 9 mm piccola e compatta, leggera e maneggevole, facilmente occultabile dentro un giubbotto, in grado di sparare cartucce di pistola. Un’arma ideale per sicari e guerriglieri, i quali dopo l’attacco potevano disfarsene (dato il suo costo di fabbricazione inferiore ai 100 dollari) magari sostituendola con l’arma rubata alla vittima, normalmente un militare russo o un ufficiale. Durante l’occupazione di Grozny da parte dell’esercito federale il Borz divenne l’arma preferita per i militanti che operavano dietro le linee.
Il fatto che potesse essere facilmente smontato permetteva il trasporto dell’arma praticamente ovunque. A tale scopo artigiani armaioli produssero versioni ulteriormente ridotte nelle dimensioni, rendendo il “Borz” un’arma tascabile. Trattandosi di una produzione artigianale, non c’era un modello unico di riferimento, quanto piuttosto un “principio” di funzionamento al quale tutti gli armaioli si adeguavano, in modo da fornire un prodotto in qualche modo “standardizzato” che potesse passare di mano in mano senza risultare inutilizzabile: tutti i Borz avevano in comune il fatto di poter sparare proiettili da 9 millimetri, di essere impugnabili come una pistola e di possedere estensioni (calcio metallico, caricatore ecc..) ripiegabili, in modo da poter nascondere l’arma in una borsa o sotto un giubbotto.
“Borz” rinvenuto dalle forze federali sul campo di battaglia
Dopo la fine della Prima Guerra Cecena il Borz divenne un’arma popolarissima tra i cittadini di Grozny, costretti a difendersi da soli dal crimine dilagante e dall’arroganza dei signori della guerra. La piccola mitragliatrice cominciò quindi a comparire in tutte le case cecene, contribuendo a garantire un minimo di sicurezza in un paese letteralmente infestato dal crimine e dall’illegalità. Allo scoppio della Seconda Guerra Cecena la carenza cronica di armi professionali, la maggior parte delle quali erano nelle mani dei comandanti di campo e delle loro milizie fu sopperita dal massiccio ricorso al Borz, il quale venne realizzato in numerose varianti: cominciarono a comparire perfino versioni dotate di silenziatore, di caricatori aggiuntivi, di calci metallici ripiegabili e via dicendo. La conquista di Grozny e la chiusura dei laboratori artigianali dove il Borz veniva prodotto portarono alla fine della produzione artigianale dell’arma, che col tempo divenne per lo più un oggetto da collezione nelle mani di privati e di musei militari. Di seguito riportiamo uno slideshow con le immagini di vari “Borz” e le caratteristiche tecniche del prodotto di base:
Calibro: 9 mm
Munizioni standard: 9 × 18 mm PM
Peso senza munizioni: circa 1,9-2,0 kg (a seconda del campione)
Lunghezza della canna dell’arma: 150 mm
Lunghezza totale dell’arma: 370 mm (calcio piegato); 700 mm (stock esteso)
Velocità effettiva di fuoco: fino a 1000 colpi/ minuto
Velocità del proiettile proiettile: 286-347 m / s (a seconda del campione)
Capacità del caricatore: 17 colpi; 25 colpi; 30 colpi
La Cecenia è una regione incuneata all’interno della Federazione Russa: essa infatti confina a Nord con il Kraj di Stavropol, ad Est con il Daghestan e ad Ovest con L’Inguscezia, tutti e tre soggetti federati con la Russia. L’unico confine internazionale del paese è quello meridionale, che la separa dalla Georgia. Si tratta di un confine molto difficile da attraversare, perché è costituito dalla catena montuosa del Caucaso, che all’altezza della frontiera tra Cecenia e Georgia raggiunge la ragguardevole altitudine di 4493 metri. In quella regione l’attraversamento è assicurato a stento da qualche mulattiera praticabile soltanto in estate, a causa dell’abbondante coltre di neve e ghiaccio che copre i sentieri durante la stagione invernale.
Il villaggio di Shatili, capolinea previsto della strada ceceno – georgiana
Quando i nazionalisti dichiararono l’indipendenza, il problema di come uscire da questo “assedio geografico” della Russia si pose quasi subito. Per la dirigenza separatista la questione divenne presto di cruciale importanza: il 29 Gennaio 1992, infatti, la Federazione Russa impose un blocco economico sulla Cecenia, iniziando un assedio strisciante con l’obiettivo di costringere Dudaev ad arrendersi. Malgrado il blocco fosse ampiamente eluso (sia grazie all’utilizzo dell’aeroporto di Grozny come “porto franco”, sia grazie alle connivenze di molti funzionari russi) il tema di come riuscire ad apire un varco sul confine georgiano rimase di primaria importanza. Il governo dell’Ichkeria mise in agenda un ambizioso piano di investimenti per realizzare una strada carrabile lungo le pendici della gola dell’Argun, che collegasse l’ultimo villaggio ceceno attraversato da una strada, Itum – Kale, con il primo insediamento oltre il confine georgiano, il paesino di Shatili. Si trattava di un percorso di non più di 40 chilometri, ma completamente scavato nella roccia: un’opera ambiziosa per un qualsiasi paese ricco, figuriamoci per la piccola Cecenia, appena nata e già in grosse difficoltà economiche. Se l’impresa fosse riuscita la Cecenia avrebbe aperto una “backdoor” di importanza strategica, attraverso la quale far passare merci, persone e, all’occorrenza, armi. Dall’altra parte del versante, infatti, risiedeva una popolazione di origine cecena, i Kist, da sempre legati ai loro “fratelli” dell’Ichkeria. I Kist abitavano principalmente la Gola di Pankisi, un’angusta valle piuttosto isolata, a un tiro di schioppo da Shatili. In caso di necessità sarebbero stati certamente solidali con i ceceni, ed avrebbero dato il loro apporto alla resistenza.
LA COSTRUZIONE DELLA STRADA
Lo scoppio della Prima Guerra Cecena interruppe i lavori poco dopo l’apertura del cantiere. Tra il 1994 ed il 1996 le ostilità impedirono al governo separatista di portare avanti il progetto, ma questo tornò in agenda non appena i russi si ritirarono dal Paese. Il nuovo Presidente della Repubblica, Aslan Maskhadov, considerò l’apertura della strada come una priorità nazionale, e non badò a spese pur di realizzarla. Con l’aereoporto di Grozny ridotto in macerie e la compagnia aerea di bandiera distrutta al suolo era impossibile per l’Ichkeria ripetere quanto fatto prima della guerra, quando l’assedio russo era stato violato facendo ricorso alle vie aeree. Adesso l’unico modo per garantire al paese un qualche margine di libertà finanziaria era più che mai necessario realizzare la strada. Tra il 1997 ed il 1998 i ceceni si aprirono letteralmente una via d’uscita nella roccia, facendo saltare i contrafforti sulla riva sinistra dell’Argun e spianando un percorso carrabile, quasi interamente privo di ponti.
Foto delle strada ai giorni nostri. Notare come il costone di roccia sulla sinistra sia stato scavato per alloggiare la carreggiata.
La costruzione della strada richiese un impegno gigantesco per le sconquassate finanze della Repubblica Cecena di Ichkeria, tanto che iniziò a circolare voce che per risparmiare sul bilancio Maskhadov stesse utilizzando prigionieri di guerra ed ostaggi come schiavi. Tali voci non giravano soltanto sui giornali russi, ma anche tra alcuni alti ufficiali dell’esercito federale. Secondo il Generale Gennady Troshev, futuro comandante in capo delle forze russe in Cecenia, la strada fu costruita grazie all’apporto di “centinaia di schiavi”. Secondo quanto emerso dagli interrogatori svolti dagli inquirenti russi dopo la riconquista della Cecenia, tali voci sembrano essere artefatte: nessuno dei prigionieri liberati nelle vicinanze di Itum – Kale dichiarò di aver mai lavorato alla strada, mentre numerosi residenti locali affermarono di aver svolto il lavoro con mezzi propri o messi a disposizione dal governo (vedi questo articolo del giornale russo Kommersant).
Nell’estate del 1997 Maskhadov portò avanti negoziati con il governo georgiano tentando di assicurarsi il suo impegno a realizzare il raccordo della strada sul proprio versante. Si trattava di meno di cinque chilometri di strada, certamente più agevole da costruire rispetto alla sua controparte cecena. Il governo di Tbilisi prima si disse pronto, poi chiese tempo, infine tolse i lavori dall’agenda. A tale proposito nel 1999 il Ministro degli Esteri georgiano, Irakli Menagarishvili dichiarò: “la leadership georgiana in questa fase non sta considerando la possibilità di aprire la strada” e ancora “questa questione può essere messa all’ordine del giorno solo se le relazioni politiche tra Cecenia e Russia saranno definitivamente chiarite.” I georgiani temevano di scatenare la reazione dei russi, con i quali i rapporti erano già sufficientemente tesi, oltre al fatto che, se fosse caduta l’Ichkeria, quella strada sarebbe stata una porta d’accesso ideale per i carri armati russi. Per questo il tratto georgiano della strada non fu mai realizzato.
Il video mostra alcuni tratti della strada lungo la gola dell’Argun
OPERAZIONE “ARGUN”
Allo scoppio della Seconda Guerra Cecena il comando federale considerò prioritario interrompere qualsiasi tipo di comunicazione tra i separatisti ed il mondo esterno. Per questo il Generale Troshev, nominato al comando delle forze di Mosca, organizzò un’operazione volta al conquistare e mettere fuori uso la strada. Dall’Ottobre del 1999 i cacciambombardieri federali iniziarono a martellare il percorso, tentando di craterizzarlo al punto dal renderlo impraticabile. Tuttavia la maggior parte della pista era letteralmente scavata nella roccia, non c’erano ponti da distruggere e la pavimentazione era costituita da sabbia e ghiaia, il che rendeva estremamente facile per i miliziani che presidiavano la strada effettuare riparazioni d’emergenza. Così, dopo alcune settimane di azioni infruttuose, Troshev decise di procedere ad un’azione aviotrasportata. Fu così che i russi misero in atto la cosiddetta “Operazione Argun”.
Postazione di tiro russa sulla strada Itum – Kale / Shatili
Il 17 dicembre i primi plotoni aviotrasportati presero possesso delle alture prospicenti il segmento finale della strada. I militanti posti di guardia alle alture, colti di sorpresa, si dettero alla fuga. Per il 21 dicembre centinaia di uomini erano in posizione, e nelle settimane seguenti il contingente venne rafforzato da unità avanzanti da Nord. La reazione dei militanti ceceni inizialmente fu violenta, ed i reparti federali rimasero inchiodati nel villaggio di Baskhoy, a pochi chilometri dal capoluogo del distretto e porta d’accesso alla strada per la Georgia, Itum – Kale. Man mano che il presidio federale si accresceva, tuttavia, la capacità dei separatisti di contenere l’azione dei federali venne meno, e a partire dalla fine di Gennaio le truppe di Mosca iniziarono ad avanzare verso Itum – Khale, difesa da un centinaio di miliziani agli ordini del comandante arabo Ibn Al Khattab. I separatisti offrirono un’accanita resistenza, ma quando i russi iniziarono a bombardare il villaggio, riducendolo in macerie, dovettero abbandonare la posizione e rifugiarsi in profondità nella gola dell’Argun, ultimo ridotto della difesa cecena.
Filmato ripreso dai militari russi durante lo svolgimento dell’Operazione Argun
La strada rimase in funzione ancora per alcuni mesi, durante i quali migliaia di profughi riuscirono ad evacuare verso la Gola di Pankisi o altre aree della Georgia. Al termine del conflitto, tuttavia, la strada fu abbandonata e si ridusse progressivamente a poco più che un sentiero. Oggi la Itum – Kale / Shatili è meta di escursionisti e curiosi, ed i negoziati per una sua riapertura sembrano ancora molto acerbi.