LA VERSIONE DI BISLAN: INTERVISTA A BISLAN GANTAMIROV

Bislan Gantamirov

Bislan Gantamirov fu uno dei protagonisti della Rivoluzione Cecena. Tra l’Agosto e il Settembre del 1991 armò i primi reparti della Guardia Nazionale, e dopo il rovesciamento del governo Zavgaev fu nominato Sindaco di Grozny. Nel 1993, entrato in contrasto con Dudaev, passò all’opposizione, portando con sé la sua milizia personale, la “Polizia Municipale” (a differenza della denominazione “civile” un vero e proprio corpo militare) ad Urus – Martan ed unendosi al Consiglio Provvisorio nell’intento di rovesciare il Presidente. Dopo aver tentato inutilmente di prendere Grozny il 26 Novembre 1994, si mise al servizio del governo di occupazione russo, amministrando la Capitale in rovina fino alla primavera del 1996, quando fu arrestato per appropriazione indebita di fondi federali. Graziato da Eltsin alla vigilia della Seconda Guerra Cecena, tornò a far parte dell’amministrazione provvisoria durante i primi anni di occupazione, per poi essere marginalizzato da Akhmat Kadyrov e ritirarsi a vita privata. Questa intervista è stata rilasciata alla rivista “Spark” nel 1998, quando ancora era sotto processo con l’accusa di essersi appropriato di 25 miliardi di rubli destinati alla ricostruzione del paese. Ne pubblichiamo alcuni estratti.

Bislan, sei uno dei pochi a sapere tutto sulla guerra cecena e sui suoi segreti finanziari. Quando sono arrivati i primi soldi per sostenere l’opposizione anti – Dudaev? In quale quantità?

Chiunque, probabilmente, capisce che la guerra è prima di tutto denaro. Uno scontro di un giorno, anche sulla scala della piccola Cecenia, costa almeno 200 – 300 mila dollari. I combattimenti in Cecenia iniziarono molto prima dell’introduzione delle truppe federali – in Cecenia, a quel tempo, vi fu una feroce guerra civile. Inoltre, il denaro proveniente dalla Russia era già destinato ad entrambi i partiti combattenti, sia al regime di Dudaev che all’opposizione. Inoltre l’opposizione ha iniziato a ricevere sostegno finanziario molto più tardi del regime di Dudaev. La Russia non ha notato l’opposizione per molto tempo, non ha voluto sostenerla.

Sono stato nominato comandante delle forze armate dell’opposizione nel Giugno del 1994 al Congresso del Popolo Ceceno nel distretto di Nadterechny. Ma effettivamente ho comandato il gruppo militante dell’opposizione dall’inizio del 1993. Certo, non potevo mantenere un gruppo militare di mille persone con il mio stipendio di un milione e mezzo di rubli. Avevo veicoli blindati, aerei. Per inciso, l’assistenza riguardo gli armamenti non è arrivata soltanto dalla Russia ma anche da Turchia, Giordania e Stati Uniti. Si tratta, ovviamente, della diaspora cecena in questi paesi.

Quali armi venivano dall’estero?

Quasi tutto, tranne le armi pesanti.

Come arrivavano?

Tramite canali consolidati, attraverso Azerbaijian e Daghestan. Per inciso, questi canali sono stati utilizzati anche da Dudaev. E l’FSB ne era ben consapevole.

Carri armati dell’opposizione giacciono distrutti per le strade di Grozny, Novembre 1994

E’ noto che l’FSB ha assunto personale militare pagando da 2 a 5 milioni di rubli per partecipare all’Assalto di Novembre a Grozny. Quanto hai pagato i mercenari russi? O si sono arruolati soltanto grazie agli incentivi dell’FSB?

No, abbiamo pagato anche noi per l’assalto, da 2 a 10 milioni a seconda delle qualifiche, dei gradi e delle specialità del mercenario. Ma non ce n’erano tanti quanto si pensa. La nostra squadra di elicotteri composta da 11 velivoli, ad esempio, era composta interamente da mercenari. E su 42 equipaggi di carri armati, soltanto 9 erano composte da militari russi. Abbiamo adempiuto a tutti i nostri obblighi nei confronti dei creditori. Le famiglie delle vittime hanno ricevuto da noi importi abbastanza significativi. I parenti delle vittime, ad esempio, hanno ricevuto 250 milioni di rubli. Ma ovviamente non puoi compensare la perdita di un caro con dei soldi.

Perché l’assalto a Grozny del Novembre 1994 è fallito?

Voglio ricordarti che prima dell’Assalto di Novembre c’era stato un altro assalto: il 15 Ottobre. Ad Ottobre abbiamo occupato la città senza grossi scontri. Settecentocinquanta dei miei combattenti entrarono a Grozny. Di questi ne ho persi solo due. Ma fui costretto a ritirare le truppe, perché apprendemmo che i dudaeviti avevano piazzato circa 80 tonnellate di TNT per far esplodere la città se avessero dovuto abbandonarla. Per quanto riguarda l’Assalto di Novembre, non posso dire molto al riguardo. Perché appena prima dell’inizio dell’assalto sono stato rimosso dalla direzione dell’operazione. Poche persone ancora sanno questa cosa. Il gruppo di Nadterechny era già riuscito a catturare il Distretto di Staropromislovsky, quando improvvisamente l’esercito russo si chiuse in una riunione in cui mi fu chiesto di abbandonare il comando ed il controllo. Dissi al gruppo militare di Urus – Martan che non gestivo più l’operazione, in modo che prendessero tutte le misure per preservare gli uomini e l’equipaggiamento. E la sera l’aviazione russa bombardò. Questo è quello che è realmente accaduto. Nonostante ciò le truppe a me fedeli non hanno lasciato la città il 26 Novembre, ma il 28 Novembre. Nel frattempo i media russi hanno riferito che la sera del 26 Novembre i dudaeviti avevano il controllo della città.

Perché sei stato rimosso dal comando?

Non vorrei parlare dei motivi, nonché del generale russo che si è occupato della cosa.

Gantamirob in mimetica tiene un’intervista televisiva

A seguito dell’Assalto di Novembre è seguito l’Assalto di Capodanno, con perdite ancora più gravi. Perché tu e i militari russi non avete imparato alcuna lezione dal fallimento di Novembre?

Non ho partecipato all’Assalto di Capodanno, ero a Urus – Martan. Le ragioni del suo fallimento sono che ogni generale si immaginava di essere un grande comandante, ognuno badava soltanto a sé stesso.

In Russia non cessano i discorsi riguardo le armi lasciate dall’esercito russo in Cecenia nel 1992. Yandarbiev, ex Vice Presidente della Cecenia, le stima in quarantamila unità. “Nella sola guarnigione militare di Grozny” scrive nelle sue memorie, “Sono rimaste trentasettemila mitragliatrici”. Forse qualcuno dei funzionari russi ha avuto una tangente per questo?

All’epoca ero Presidente della Commissione Militare, praticamente il Ministro della Difesa della Cecenia, e non ero responsabile nei confronti di nessuno, né del Congresso né del Presidium, ma solo di Dudaev. I problemi con le armi sono stati risolti con la mia partecipazione personale. Le armi in Cecenia non furono lasciate senza l’aiuto di Barbulis e di Pavel Grachev. Quali motivi li hanno mossi, non lo so. Ma affinchè le armi rimanessero in Cecenia in quantità così significative ho fatto molti sforzi, compresi quelli materiali.

Dove sono andate queste armi allora? Dicono che venivano commerciate al mercato nero in Cecenia.

Alcune delle armi sono state trasferite in Abkhazia su voli civili. Non so dove sono andate da lì. E anche molte munizioni. L’arsenale delle nostre unità militari ha ricevuto una parte molto piccola di ciò che era rimasto. E non c’erano così tante armi come si pensa, al mercato nero. Fondamentalmente sono state cedute.

Vendute?

Non voglio mentire…ho solo gli incarichi di Dudaev riguardo a chi consegnare le armi, non so se le ha vendute o donate.

Eri una persona vicina a Dudaev. Si è sentito dire che hai litigato per i soldi.

Ci siamo separati per ragioni completamente diverse, puramente ideologiche. All’inizio degli anni ’90 la gente con le mie stesse idee era fanatica, ingenua, non aveva nemmeno la minima esperienza politica. Siamo stati guidati da idee puramente nazionaliste, non lo nascondo. Ma poi, quando finalmente arrivò la tanto attesa libertà, gradualmente rimanemmo delusi. I nostri sogni erano nettamente divergenti dalla realtà. Abbiamo visto che i leader della rivoluzione cecena stavano seguendo una rotta opposta rispetto a quanto promesso. Eravamo indignati per il fatto che avevano inviato distaccamenti di combattimento ceceni a combattere in Abkhazia, e per molto altro.

Quando hai sostenuto il tuo primo combattimento tra i ranghi dell’opposizione?

4 Giugno 1993, quando la Guardia di Dudaev circondò la Polizia Municipale di Grozny e l’Assemblea Comunale della città, che allora dirigevo. Siamo stati colpiti dall’artiglieria. Ricordava molto quello che accadde a Mosca poco dopo, nell’Ottobre del 1993, alla Casa Bianca. Nel sanguinoso massacro organizzato da Dudaev morirono diverse centinaia di persone. Sono riusciti a portarmi fuori da Grozny tra i feriti.

soldati della Guardia Preisdenziale

Un’altra domanda sul passato prebellico. Per favore, raccontaci del destino dei vecchi rubli russi consegnati in Cecenia per via aerea dall’Estonia. Ce n’erano 18 tonnellate. Dove sono andati?

Sono stati gestiti dal Ministro della Giustizia della Cecenia, Imaev – in seguito Presidente della nostra banca centrale e Procuratore Generale della Cecenia. Lo abbiamo catturato in uno dei combattimenti. Tre giorni dopo, su richiesta dell’FSB sono stato costretto a rilasciarlo. L’ho consegnato in elicottero a Modzok e lo lasciato a specialisti russi. Dopo 11 giorni era di nuovo con Dudaev, in Cecenia. Era una persona del genere ad essere responsabile dei vecchi rubli russi. Non potrei assolutamente dire dove sono finiti. E’ chiaro: sono stati impiegati. Nessuno li ha bruciati in un falò.

A giudicare dalla storia che hai raccontato su Imaev, l’FSB ha avuto un ruolo di primo piano negli eventi ceceni.

Quando Stephasin e Sevostyanov erano impegnati in Cecenia, l’influenza dell’FSB sul corso degli eventi nella Repubblica era significativa. Ma quando l’FSB fu diretto da Barsukov, l’agenzia perse di influenza e autorità.

I leader militari russi erano collegati con uomini d’affari in Cecenia?

Per non dare adito a nuovi casi penali vorrei rispondere alla tua domanda in questo modo: senza un “tetto” militare nessuna singola struttura commerciale potrebbe arrivare in Cecenia. Si, anche per arrivarci, per non parlare della sua esistenza lì, per la conduzione dell’attività.

Perché le truppe di Dudaev erano meglio equipaggiate di quelle federali? Da dove ha attinto risorse Dudaev?

Da qui, da Mosca. Abbiamo ripetutamente attenzionato il Ministro degli Interni ed i servizi speciali, indicato le fonti ed i canali di ricezione specifici. Ma tutto inutilmente.

Se possibile, cita fatti specifici.

Ricordiamo gli eventi di Budennovsk. In precedenza avevamo notificato ai servizi di sicurezza le imminenti azioni. Conoscevamo perfino le persone che avrebbero dovuto accompagnare i dudaeviti nel raid. Il Ministro degli Interni della Cecenia è stato informato di questo. Tutto invano. Molte persone sapevano che il raid era in fase di preparazione, compresi anche i residenti di Budennovsk: è arrivata la voce. Alcuni cittadini hanno persino lasciato la città pochi giorni prima dell’attacco. Se Mosca non ha reagito a questo, allora cosa possiamo dire della reazione alle segnalazioni secondo le quali Dudaev riceveva, ad esempio, dieci fucili d’assalto?

Potresti fare dei parallelismo? Gli eventi di Budennovsk mostrano semplice negligenza, niente di più.

Ti stai sbagliando. La negligenza ed il tradimento sono secondari qui. Gli eventi di Budennovsk sono la prova della lotta per il potere. In partiolare, la lotta per la presidenza del Ministero degli Interni. Era necessario “sostituire” Erin con Kulikov.

Torniamo alle armi di Dudaev, Trasmetti tutto  a Mosca, ma leggo nel tuo diario le due parole indignate sul tuo compagno d’armi Avturkhanov, che ha venduto quattro mezzi blindati ai dudaeviti. Si scopre che la tua gente ha aiutato Dudaev ad armarsi?

E’ triste, ma si. Quando mi sono imbattuto in tali fatti mi ha fatto infuriare così tanto che ho alzato un polverone. Ho addosso tanti di quei peccati che forse non mi riabiliterò fino alla fine della vita. Ma non riesco proprio a capire come puoi vendere le armi alla parte avversaria, con le quali tu stesso potresti essere ucciso domani. Se fossero state “spinte” verso alcuni mafiosi cabardino – balcari avrei capito e perdonato. Ma quando le armi vengono vendute al nemico, non lo capisco. A differenza dei federali il mio esercito era formato esclusivamente da volontari, persone libere, che potevano mandare all’inferno. Quindi è successo tutto, ma ho notato: solo quelli che non erano associati alla faida (contro Dudaev, ndr.) vendevano armi ai dudaeviti.

Quanto era sviluppato il commercio di armi tra i federali?

Era un fatto comune di tutti i giorni.

A quanto venivano vendute le armi? Quanto costava, ad esempio, un fucile automatico?

Tutto dipendeva dalla situazione, dal contesto, dalla necessità. Era possibile comprare un fucile per centomila rubli come per un milione.

Quanto costava un carro armato?

Il carro armato era costoso. Dieci, quindici, ventimila dollari, anche se il suo presso reale è molto più alto. Ma in combattimento è stato così per molto tempo. Il commercio di cui sto parlando era al livello dei blocchi stradali, cioè un livello poco profondo. L’obiettivo era quello di sopravvivere, non congelare, non morire di fame. Chi commerciava a livello generale voleva diventare ricco. Ecco altri giochi più seri. Potrebbe, ad esempio vendere e comprare complessi antiaerei. Le cose a volte hanno raggiunto l’assurdo. Dopo l’introduzione delle truppe federali non ci furono date ufficialmente le armi, perché ci eravamo sciolti. Sono stato costretto ad acquistare armi ai federali tramite uomini di Dudaev!

Dudaev passa in rassegna della Polizia Municipale di Gantamirov, 1992

I testimoni oculari hanno detto che le proprietà private saccheggiate sono state portate via con le automobili. E’ un’esagerazione?

Non solo in automobile, ma addirittura con gli aereoplani. Io stesso sono stato testimone quando sono volato a Krasnodar con un aereo da trasporto militare, quando due “Zighuli” espropriati ai ceceni sono stati portati in Russia. Il saccheggio ha raggiunto proporzioni tali che sono stato costretto il 1 Marzo 1996 a radunare i fedeli dipendenti della Polizia Municipale ed istruirli a sparare ai saccheggiatori sul posto, indipendentemente da chi fossero, residenti locali o militari. E questo ordine è stato eseguito. Tutti saccheggiavano, sia i federali che i dudaeviti. Come durante la guerra civile nel 1918. Arrivavano quelli rossi e prendevano tutto, arrivavano quelli bianchi e lo facevano anche loro. In una parola, il caos. Anche il mondo criminale era impegnato nel saccheggio. Chiunque tu arrestassi, ti facevano arrivare i documenti che chiedevi sotto il naso. Sia federali, sia zavgaeviti, l’inferno sa chi. Appena messo in prigione iniziavano a chiamare. Una chiamata, un’altra, una terza chiamata. Quindi inziava lo scambio. Vi diamo i vostri e voi date i nostri a noi. Alla fine ero stanco di tutto questo. Ho dato il mio ordine: sparare sul posto senza processo. Ho parlato ufficialmente contro il saccheggio, ho registrato il mio ordine su una videocassetta – è stato riprodotto in televisione. Ho deciso di fare un elenco di criminali di guerra e di coinvolgere tutti coloro che violano le leggi della guerra. Così finii tra due fuochi, incontrando l’ostilità sia de predoni di Dudaev che dei predoni federali.

In che modo i generali hanno tratto profitto dal bottino? Com’è successo?

Non pensi che ci siamo concentrati abbastanza sui furti dei generali? A proposito, io stesso sono accusato di appropriazione indebita. Te ne sei dimenticato? (ride). Ma comunque darò degli esempi, poiché insisti. Il gruppo di forze federali doveva ricevere benzina, olio, gasolio, cherosene. Posso dirti, come ex sindaco di Grozny, che i federali riempivano carri armati, mezzi corazzati, aerei e veicoli dai depositi ceceni, senza alcun rapporto. Sono centinaia di migliaia di tonnellate di carburante! E ufficialmente il combustibile proveniente da Mozdok era impiegato per le unità militari. Ma queste sono briciole! Qualcun ha riferito di aver cancellato il carburante non utilizzato. Sai come ho formato il mio reggimento di Polizia Municipale? Secondo i rapporti ufficiali Kulikov ha vestito questo reggimento, gli ha dato le scarpe, lo ha saziato. In effetti ho fatto tutto con i miei soldi. Chiedi al comandante del reggimento se non ci credi. Interroga i combattenti, vedrai che confermeranno.

Secondo te che parte dei fondi stanziati per il ripristino della Cecenia sono andati rubati? Un terzo? La metà?

Non parlerò di “rubati”, parlerò di “sperperati”: circa il 90%.

Le ruberie erano più sotto il governo di Hadjiev o sotto quello di Zavgaev?

Sotto Hadjiev il furto era probabilmente al livello di unità di base. Sotto Zavgaev i soldi non facevano neanche in tempo a raggiungere questo livello, venivano saccheggiati prima ancora di entrare in Cecenia.

Chi era all’origine di questo fiume di soldi?

Barsukov, Korzhakov, Kulikov, Grachev. Erano i principali, ma non i soli e questo non è stato detto da nessuna parte. L’intero meccanismo finanziario è stato diretto verso di loro. Prima di tutto, ovviamente, tutto dipendeva da Korzhakov. In qualche modo mi ha persino mandato un suo uomo per evitare che ficcassi il naso nella sfera finanziaria. Questi fu catturato dallo stesso Kulikov.

E’ cambiato qualcosa quando Zavgaev è salito al potere?

Non appena Zavgaev salì al potere cambiarono il Procuratore della Cecenia Prima di questo era Procuratore un mio compagni. Lo invitai da me e gli dissi: sai, la tua posizione è stata venduta per 200.000 dollari. Tra due settimane ci sarà un nuovo Procuratore in Cecenia. Lui risponde: lo so. In due settimane abbiamo avuto un nuovo procuratore, per la cui nomina hanno pagato duecentomila dollari.

Come ha reagito Zavgaev al tuo racconto?

Dietro di me c’era un’enorme forza armata. Non poteva chiudermi la bocca. Ma ha fatto tutto a modo suo. Non soltanto il Procuratore, ma anche il nuovo Ministro degli Interni della Cecenia è stato nominato per denaro. Tutti lo sapevano, indicando il cognome di un moscovita di alto rango, cui furono dati duecentomila dollari per l’approvazione del candidato desiderato.

Perché se l’unico che è finito in prigione con accuse così gravi?

Ho già iniziato a rispondere a questa domanda, dicendo che ero tra due fuochi. Andai contro Zavgaev. Andai i televisione e invitai i ceceni a votare contro Eltsin nelle imminenti elezioni presidenziali. Il mio slogan era “Cecenia senza Dudaev ed Eltsin”. Questo ha giocato contro di me.

ASSALTO A CHIRI – YURT: LA BATTAGLIA DELLA CEMENTERIA (18 – 21/05/1995)

Dopo la caduta di Grozny le forze separatiste si attestarono sulle montagne nel sud del Paese. Porta d’accesso alla difesa cecena era l’imbocco della gola del fiume Argun, chiamata dai locali “Porta del Lupo”: un accesso stretto e frastagliato per attraversare il quale le forze federali avrebbero dovuto fare a meno della loro superiorità tecnologica, ed affrontare i dudaeviti tra le foreste ed i sentieri di montagna. Il cardine della difesa era il villaggio di Chiri – Yurt, a due passi dall’imbocco della gola, sulla sponda orientale dell’Argun. Ad est del villaggio si trovava un grande impianto per la produzione di cemento, il quale sovrastava la cittadina massiccio e imponente, come una fortezza medievale. Qui i separatisti si erano trincerati, trasformando la cementeria in una piazzaforte. Tra il Marzo ed il Maggio del 1995 i federali combatterono una sanguinosa battaglia per il controllo di quella posizione strategica, riuscendo ad espugnarla soltanto dopo violenti combattimenti.

CHIRI YURT E LA CEMENTERIA

Chiri – Yurt è un villaggio di alcune migliaia di persone (nei primi anni ’90 la popolazione si aggirava intorno ai 5000 abitanti) situato proprio all’ingresso della gola dell’Argun, chiamata dai ceceni “Porta del Lupo” perché separa i bassopiani del centro – nord dalla regione impervia e montagnosa del sud. Nel 1974 le autorità ordinarono la costruzione di un grosso impianto industriale per la produzione di cemento. Allo scoppio della Rivoluzione Cecena questo impianto era in grado di produrre 1,2 milioni di tonnellate di prodotto, il che lo rendeva il principale cementificio di tutto il Caucaso. I suoi cinque forni e le strutture atte a contenere e lavorare il materiale coprivano una gigantesca area ad est del villaggio. Molti degli abitanti di Chiri – Yurt lavoravano alla cementeria, ed il benessere portato dalla piena occupazione dei cittadini si rifletteva nella vitalità economica e culturale della cittadina.  Lo scoppio della Rivoluzione e i successivi, turbolenti anni del regime di Dudaev avevano incrinato questo equilibrio di lavoro e benessere, anche a causa del fatto che molti degli specialisti che lavoravano alla fabbrica, di origine russa, se ne erano andati temendo l’acceso nazionalismo del regime.

L’ARRIVO DEI FEDERALI

Il 12 Dicembre 1994 l’esercito federale invase la Cecenia. Dopo essere rimasto impantanato nella battaglia casa per casa per la conquista di Grozny, dai primi di Marzo del 1995 l’esercito di Mosca aveva iniziato a prendere posizione all’imbocco delle gole del sud, preparando i piani per la “guerra sulle montagne”. Affinchè l’azione fosse portata a termine con un certo coordinamento, e approfittando dell’imminente avvento dei festeggiamenti di Maggio (anniversario della vittoria russa nella Seconda Guerra Mondiale) i comandi federali concordarono con Eltsin una tregua di qualche settimana. Questo permise agli attaccanti di riorganizzare le forze, e parimenti concesse ai dudaeviti il tempo per predisporre una linea difensiva lungo le gole per reggere l’urto della seconda offensiva russa. Dudaev ordinò che la principale porta d’accesso al cuore dell’Ichkeria fosse sigillata. Fu così che alcune centinaia di miliziani furono inviati a Chiri – Yurt dove si installarono nella cementeria ed iniziarono a fortificarla. Tra Marzo e Aprile si erano registrati i primi scontri per il controllo del villaggio, ma le forze attaccanti erano state respinte dopo aver subito numerose perdita.

La mappa mostra la posizione della cementeria (l’insediamento a destra) rispetto al villaggio di Chiri – Yurt (a sinistra) Il fiume che scorre ad ovest del villaggio è l’Argun. La freccia indica l’imbocco della “Porta del Lupo”

Il 12 Maggio 1995 la tregua proclamata da Eltsin ebbe termine, e l’esercito federale riprese ad avanzare. I primi reparti attaccanti raggiunsero la Porta dei Lupi poco più tardi, trovandosi di fronte il cementificio all’interno dei quali si erano trincerati i separatisti. La gigantesca struttura, sovrastante il villaggio di Chiri – Yurt, era protetta da profondi campi minati, oltre i quali si trovavano casematte in cemento armato nelle quali erano alloggiati almeno una sessantina di miliziani supportati dal fuoco di almeno 6 veicoli corazzati e una decina di mortai. I punti fuoco montavano mitragliatrici pesanti ed un gran numero di armi anticarro, oltre ad alcuni dispositivi antiaerei. Alle spalle della fortezza si muovevano piccoli gruppi di supporto pronti a rinforzare i settori che eventualmente fossero stati soverchiati dall’attacco federale. Il villaggio era tenuto da una milizia locale armata alla leggera, sufficiente comunque ad impensierire i federali, ma soprattutto utile a monitorare i movimenti dei mezzi pesanti, in modo da avvisare in tempo i difensori della fortezza nel caso di attacco.

Mortaio russo spara in direzione della cementeria

L’ATTACCO

Il 18 Maggio le avanguardie federali della 166a Brigata giunsero nei pressi della cementeria, dove furono accolte da un fitto tiro di mortaio che provocò le prime vittime tra gli attaccanti. Mentre si susseguivano sterili negoziati per la risoluzione pacifica dello scontro, nuovi reparti si ammassarono sulla linea del fronte, fornendo supporto corazzato e di artiglieria alle formazioni paracadutiste avanzanti. La sera del 19 Maggio iniziò il bombardamento di Chiri Yurt, presidiato da alcune decine di residenti armati. Per 48 ore i russi portarono avanti un incessante bombardamento con l’artiglieria e l’aereonautica, distruggendo il villaggio e trasformando la cementeria in un cumulo di rovine. Nel frattempo altre unità si disponevano sui lati scoperti dell’edificio, completando l’accerchiamento per la tarda serata del 20 Maggio. Protetti dal tiro dell’artiglieria, intanto, reparti sminatori provvedevano ad aprire un varco nei campi minati.

Militare russo tra le rovine del cementificio

Non appena il varco fu sufficientemente largo e sicuro per garantire un assalto in forze, una cinquantina di veicoli blindati da trasporto si lanciarono a grande velocità verso la fabbrica, aggirando Chiri – Yurt e dirigendosi a tutta forza verso le posizioni tenute dai ceceni. L’attacco si sviluppò in piena notte, col favore delle tenebre, mentre la maggior parte dei miliziani a difesa del villaggio dormivano. Nessuno quindi avvisò i difensori del cementificio dell’imminente attacco, e questi furono colti completamente di sorpresa: i reparti a difesa del villaggio non entrarono in azione, e si trovarono ben presto tagliati fuori dal teatro di operazioni. I militanti a difesa del cementificio furono preso sovrastati dal nemico, numericamente superiore, e predisposero una precipitosa azione di copertura per sganciarsi e ritirarsi all’interno della gola dell’Argun. Iniziò così una battaglia di quattro ore, durante la quale i paracadutisti russi, al comando del Generale Shamanov, presero il cementificio un edificio alla volta. Secondo i resoconti ufficiali nessun soldato federale rimase ucciso, ed anche le perdite tra i miliziani furono contenute (le cifre oscillando tra i 6 e le alcune decine di morti).

La caduta del cementificio aprì la strada alle truppe federali, che iniziarono a penetrare nella gola dell’Argun in direzione Shatoy, l’ultimo grande centro abitato nelle mani dei dudaeviti. La sconfitta mostrò ai separatisti che in una battaglia di tipo convenzionale l’esercito russo avrebbe sempre avuto la meglio, sia per la preponderante superiorità numerica e tecnologica, sia per l’incapacità dei reparti ceceni di mantenere una “disciplina di battaglia” sufficiente a contrastare iniziative ben coordinate del nemico. Dopo la presa di Chiri – Yurt il comandante dello Stato Maggiore separatista, Aslan Maskhadov, iniziò a maturare una diversa strategia operativa, non più volta a costituire fronti difensivi rigidi, nella difesa dei quali le unità regolari dell’esercito ceceno erano state sistematicamente impegnate e distrutte, quando ad individuare delle “regioni attive” nelle quali muovere con efficacia piccoli gruppi di fuoco coordinati tra loro, dando il via ad una guerra di movimento di tipo partigiano.

FORZE SPECIALI CONTRO MILITANTI: L’ACCERCHIAMENTO DI AKSAI

L’accerchiamento di Aksai fu una manovra occorsa il 7 Gennaio 1995 tra reparti della 22° Brigata per Scopi Speciali dell’Esercito Federale ed un raggruppamento di miliziani separatisti nei pressi del fiume Aksai, nel sud montagnoso della Cecenia. L’azione portò alla cattura di più di 40 militari russi ed alla loro consegna davanti alle telecamere, sancendo una vittoria militare e politica dei dudaeviti.

Le forze federali prigioniere dei separatisti a Shali

IL DISPIEGAMENTO DELLE FORZE

Con l’avvio della campagna militare di terra il comando federale predispose una serie di azioni di sabotaggio e disturbo oltre quelle che si pensava sarebbero state le linee difensive cecene, una volta che il grosso dell’esercito federale avesse conquistato Grozny. Alcune unità elitrasportate avrebbero dovuto prendere posizione ai piedi delle montagne e da lì dirigere il tiro dell’artiglieria e dell’aviazione sulle formazioni militanti in fuga. Il 29 Dicembre, poche ore prima che iniziasse l’attacco alla capitale, due squadre speciali furono inviate su tre elicotteri da trasporto scortati da due elicotteri d’assalto alla periferia meridionale di Grozny. Giunti al sito di atterraggio i piloti si trovarono davanti ad una fitta coltre di fumo nero, sprigionata da pozzi petroliferi in fiamme. Impossibilitati ad atterrare, gli elicotteri si diressero a sud, dove trovarono un comodo spiazzo dove posarsi. Il luogo era tuttavia presidiato ad alcune persone, la cui affiliazione era indefinibile a causa del fatto che indossavano abiti civili. Il comandante della spedizione, Maggiore Morozov, ordinò di effettuare alcuni falsi atterraggi per confonderli nel caso si trattasse di dudaeviti, poi predispose l’atterraggio dei suoi uomini. Dopo essersi disposti sul terreno i militari russi iniziarono a dirigersi verso Nord, in modo da raggiungere il punto di partenza dell’operazione, ma ben presto si accorsero di essere sotto osservazione da parte di un piccolo gruppo di armati.

Morozov tentò di ingaggiare i separatisti, ma questi si dispersero efficacemente. A quel punto l’effetto sorpresa, garanzia di successo dell’operazione, era ormai compromesso, e Morozov chiese di evacuare i suoi uomini, ma dal Comando giunse l’imperativo di proseguire la missione. Nel frattempo sul retro dello schieramento russo si stavano concentrando decine di militanti, i quali avevano preso coraggio e minacciavano gli incursori federali. Questi, per evitare di cadere in un’imboscata continuarono a muoversi verso nord, spostandosi continuamente tra le montagne per evitare la cattura. Nel frattempo un secondo gruppo di forze speciali atterrò a poca distanza, riunendosi al primo e costituendo così una forza di una quarantina di unità. Il gruppo così rafforzato continuò a procedere verso nord, con l’intento di prendere la posizione originaria ed iniziare la azioni di disturbo e direzione del tiro. Tuttavia l’assenza di mappe aggiornate ed una certa confusione nella catena di comando resero difficile e laborioso lo svolgimento dell’azione: in particolare le unità speciali si ritrovarono a marciare su di una strada asfaltata coperta di neve, lasciando numerose impronte le quali furono prontamente notate dai residenti locali e dai miliziani separatisti. Lungo la strada i federali incontrarono alcuni uomini aderenti alle milizie anti – dudevite, i quali consigliarono ai russi di seguire un certo percorso che li avrebbe portati in una zona sotto il loro controllo nei pressi del villaggio di Goity. Tuttavia il comandante delle due unità raggruppate, Maggiore Ivanov, decise di procedere secondo i piani e confermò la direzione Nord, verso la periferia meridionale di Grozny.

Militari russi in pattuglia su un torrente in Cecenia

L’ACCERCHIAMENTO

Gli uomini viaggiavano con un notevole peso sulle spalle, trasportando sia la dotazione tradizionale che gli strumenti per le comunicazioni e gli esplosivi per le azioni di sabotaggio. La molta neve caduta in quei giorni rallentò ulteriormente i reparti federali, ed il riacutizzarsi di una vecchia ferita alla gamba del Maggiore Ivanov ridusse di molto la mobilità del reparto. La mattina del 7 Gennaio, constatato che ormai i gruppi militanti al seguito dei federali avevano raggiunto alcune centinaia di unità, Ivanov si decise ad ordinare l’evacuazione: i suoi uomini si sistemarono su di un’altura prospiciente un comodo punto di atterraggio ed attesero l’arrivo degli elicotteri. Nell’attesa fu ordinato di preparare la colazione, ed il fumo dei falò rese facilmente individuabili le truppe di Mosca. La scelta di trincerarsi su un’altura era mutuata dalla strategia di difesa classica impiegata dai militari russi in Afghanistan. Tuttavia, a differenza delle alture centroasiatiche, per lo più spoglie di vegetazione, le colline cecene erano coperte di vegetazione, il che non favoriva l’individuazione di eventuali unità attaccanti.

Le colline boscose sull’Aksai. La fitta vegetazione rendeva facile dissimulare il numero dei combattenti ai reparti separatisti impegnati nell’assedio.

I miliziani iniziarono quindi a sistemarsi ai piedi dell’altura, circondandola da tutti i lavi. Poi, non appena la nebbia iniziò ad alzarsi, questi iniziarono a risalire la china protetti dalla foschia, sbucarono di fronte alle posizioni avanzate russe ed iniziarono una fitta sparatoria, durante la quale due soldati federali rimasero uccisi. Il fuoco giungeva da tutti i lati, e gli uomini di Ivanov non riuscivano a stimare l’entità delle forze attaccanti, nascoste tra gli alberi e coperte dalla nebbia. Per contro i miliziani potevano tenere sotto controllo i federali con grande facilità, essendo le loro sagome ben visibili nel cielo chiaro di Gennaio. I militari russi poi erano stremati dopo aver trasportato a spalla pesanti apparecchiature, e non avevano alcuna preparazione militare al combattimento in montagna. Vistosi in difficoltà, Ivanov chiese urgentemente che i suoi uomini fossero evacuati per via aerea, ma il Comando russo respinse la richiesta, chiedendo alle unità sul campo di resistere fino a che le condizioni metereologiche avessero permesso di volare in sicurezza. Tuttavia le condizioni sul campo di battaglia sembravano insostenibili, ed Ivanov inviò Morozov a parlamentare coi separatisti, tentando di guadagnare tempo o di ottenere la loro autorizzazione a sganciarsi. I dudaeviti capirono presto che l’obiettivo di Morozov era quello di tenere aperti i negoziati fino all’arrivo delle forze aeree, ed ordinarono una resa immediata. Per convincere i federali ad abbassare le armi iniziarono a martellare l’altura con i mortai. Dopo alcune ore di martellamento Ivanov, convinto che un attacco dei separatisti avrebbe portato alla completa distruzione del suo reparto, ordinò la resa.

Pattuglia di soldati russi nella nebbia

LA PRIGIONIA E LA LIBERAZIONE

In totale caddero nelle mani dei miliziani tra i 42 e i 48 soldati federali. Questi furono trasferiti a piedi presso un centro di detenzione preventiva del Dipartimento di Sicurezza dello Stato, nel distretto di Shali, situato nel vecchio centro di detenzione temporanea regionale del Ministero degli Interni. Dell’interrogatorio si occupò il capo del Dipartimento in persona, Abusupyan Mosvaev. Durante il suo svolgimento alcuni dei militari furono picchiati, e lo stesso Maggiore Ivanov riportò una grave commozione cerebrale a seguito di un colpo inferto con una bottiglia. In generale, comunque, i prigionieri non riportarono segni di tortura, né danni fisici gravi. Questo atteggiamento particolarmente “morbido” nei confronti dei prigionieri fu spiegato con la presenza di Maskhadov presso Shali (egli era contrario all’utilizzo della tortura sui prigionieri, ed era intenzionato a mostrare al mondo la “regolarità” delle sue forze armate anche tramite il rispetto delle convenzioni internazionali sui prigionieri di guerra).

I ceceni fecero largo uso delle forze speciali catturate ai fini della propaganda. Maskhadov inviò a Shali i corrispondenti di molte agenzie di stampa, sia russe che occidentali, affinchè documentassero le condizioni di vita dei prigionieri. Inoltre autorizzò le madri dei militari catturati a recarsi a Shali per riprendere i propri figli, ottenendo una gigantesca eco mediatica. Il 19 Gennaio i soldati furono consegnati ai russi presso il villaggio di Gerzel – Aul, nel distretto di Gudermes.

“BORZ: L’ARMA AUTARCHICA DEI CECENI”

Uno degli argomenti più in voga tra gli studiosi della Repubblica Cecena di Ichkeria è certamente quello dell’armamento a disposizione del suo esercito. Nel libro “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria (Acquistabile QUI) un intero paragrafo è dedicato alla cattura degli arsenali sovietici da parte dei separatisti ed alla dotazione che questi riuscirono a catturare. Si tratta di armi da guerra di alto profilo tecnologico (carri armati, lanciamissili, perfino aerei da guerra). L’impressione che si potrebbe avere, quindi, è che fin dal 1992 l’esercito della ChRI fosse numeroso e ben armato: niente di più lontano dalla realtà, come sapranno i lettori di questo blog e del libro sopra citato. In effetti la maggior parte dei mezzi pesanti in dotazione ai separatisti era ridotto a rottame, o non possedeva munizioni sufficienti ad essere utilizzata efficacemente.

La situazione riguardo le armi leggere era certamente migliore, ma comunque non ottimale: erano  sì disponibili svariate migliaia di fucili da combattimento, ma molti di questi furono veduti al mercato nero o saccheggiati dai magazzini e tolti dalla disponibilità del governo ben prima che scoppiasse la Prima Guerra Cecena. Per questo motivo, allo scoppio delle ostilità lo Stato Maggiore ceceno si trovò in gravi difficoltà a rifornire la marea di volontari che accorrevano da tutta la Cecenia per difendere Grozny. Inoltre, dopo i primi mesi si guerra, anche le limitate riserve dell’esercito iniziarono ad esaurirsi, ed equipaggiare i miliziani divenne sempre più difficile. In soccorso a Maskhadov giunse un manufatto di fabbricazione “autarchica”, la cosiddetta mitragliatrice “Borz”.

Miliziano ceceno con una “Borz”

La mitragliatrice “Borz” (in ceceno “Lupo”) fece la sua comparsa in Cecenia nel Gennaio del 1992. Il progetto originale fu presentato dalla fabbrica Krasny Molot di Grozny. Costruita artigianalmente partendo da elementi tra i più svariati reperibili sul mercato o realizzati da armaioli esperti, fu presentata alla stampa come “la via cecena all’UZI” (la mitragliatrice tascabile prodotta dagli israeliani fin dagli anni ‘50). Il suo primo impiego documentato risale all’Aprile del 1995: quel giorno un giovane miliziano separatista, nascosto tra le bancarelle del mercato centrale di Grozny, avvicinò due ufficiali e li freddò con una raffica a bruciapelo. Come questi si furono accasciati al suolo il militante si lanciò sui loro corpi, li depredò di quanto fosse a portata di mano e sparì nella calca, lasciando sul luogo dell’assassinio la sua pistola mitragliatrice artigianale. Le forze di sicurezza sopraggiunte sul luogo dell’agguato trovarono l’arma, una 9 mm piccola e compatta, leggera e maneggevole, facilmente occultabile dentro un giubbotto, in grado di sparare cartucce di pistola. Un’arma ideale per sicari e guerriglieri, i quali dopo l’attacco potevano disfarsene (dato il suo costo di fabbricazione inferiore ai 100 dollari) magari sostituendola con l’arma rubata alla vittima, normalmente un militare russo o un ufficiale. Durante l’occupazione di Grozny da parte dell’esercito federale il Borz divenne l’arma preferita per i militanti che operavano dietro le linee.

Il fatto che potesse essere facilmente smontato permetteva il trasporto dell’arma praticamente ovunque. A tale scopo artigiani armaioli produssero versioni ulteriormente ridotte nelle dimensioni, rendendo il “Borz” un’arma tascabile. Trattandosi di una produzione artigianale, non c’era un modello unico di riferimento, quanto piuttosto un “principio” di funzionamento al quale tutti gli armaioli si adeguavano, in modo da fornire un prodotto in qualche modo “standardizzato” che potesse passare di mano in mano senza risultare inutilizzabile: tutti i Borz avevano in comune il fatto di poter sparare proiettili da 9 millimetri, di essere impugnabili come una pistola e di possedere estensioni (calcio metallico, caricatore ecc..) ripiegabili, in modo da poter nascondere l’arma in una borsa o sotto un giubbotto.

“Borz” rinvenuto dalle forze federali sul campo di battaglia

Dopo la fine della Prima Guerra Cecena il Borz divenne un’arma popolarissima tra i cittadini di Grozny, costretti a difendersi da soli dal crimine dilagante e dall’arroganza dei signori della guerra. La piccola mitragliatrice cominciò quindi a comparire in tutte le case cecene, contribuendo a garantire un minimo di sicurezza in un paese letteralmente infestato dal crimine e dall’illegalità. Allo scoppio della Seconda Guerra Cecena la carenza cronica di armi professionali, la maggior parte delle quali erano nelle mani dei comandanti di campo e delle loro milizie fu sopperita dal massiccio ricorso al Borz, il quale venne realizzato in numerose varianti: cominciarono a comparire perfino versioni dotate di silenziatore, di caricatori aggiuntivi, di calci metallici ripiegabili e via dicendo. La conquista di Grozny e la chiusura dei laboratori artigianali dove il Borz veniva prodotto portarono alla fine della produzione artigianale dell’arma, che col tempo divenne per lo più un oggetto da collezione nelle mani di privati e di musei militari. Di seguito riportiamo uno slideshow con le immagini di vari “Borz” e le caratteristiche tecniche del prodotto di base:

Calibro: 9 mm

Munizioni standard: 9 × 18 mm PM

Peso senza munizioni: circa 1,9-2,0 kg (a seconda del campione)

Lunghezza della canna dell’arma: 150 mm

Lunghezza totale dell’arma: 370 mm (calcio piegato); 700 mm (stock esteso)

Velocità effettiva di fuoco: fino a 1000 colpi/ minuto

Velocità del proiettile proiettile: 286-347 m / s (a seconda del campione)

Capacità del caricatore: 17 colpi; 25 colpi; 30 colpi

ITUM KALE – SHATILI: USCIRE DALL’ASSEDIO

La Cecenia è una regione incuneata all’interno della Federazione Russa: essa infatti confina a Nord con il Kraj di Stavropol, ad Est con il Daghestan e ad Ovest con L’Inguscezia, tutti e tre soggetti federati con la Russia. L’unico confine internazionale del paese è quello meridionale, che la separa dalla Georgia. Si tratta di un confine molto difficile da attraversare, perché è costituito dalla catena montuosa del Caucaso, che all’altezza della frontiera tra Cecenia e Georgia raggiunge la ragguardevole altitudine di 4493 metri. In quella regione l’attraversamento è assicurato a stento da qualche mulattiera praticabile soltanto in estate, a causa dell’abbondante coltre di neve e ghiaccio che copre i sentieri durante la stagione invernale.

Il villaggio di Shatili, capolinea previsto della strada ceceno – georgiana

Quando i nazionalisti dichiararono l’indipendenza, il problema di come uscire da questo “assedio geografico” della Russia si pose quasi subito. Per la dirigenza separatista la questione divenne presto di cruciale importanza: il 29 Gennaio 1992, infatti, la Federazione Russa impose un blocco economico sulla Cecenia, iniziando un assedio strisciante con l’obiettivo di costringere Dudaev ad arrendersi. Malgrado il blocco fosse ampiamente eluso (sia grazie all’utilizzo dell’aeroporto di Grozny come “porto franco”, sia grazie alle connivenze di molti funzionari russi) il tema di come riuscire ad apire un varco sul confine georgiano rimase di primaria importanza. Il governo dell’Ichkeria mise in agenda un ambizioso piano di investimenti per realizzare una strada carrabile lungo le pendici della gola dell’Argun, che collegasse l’ultimo villaggio ceceno attraversato da una strada, Itum – Kale, con il primo insediamento oltre il confine georgiano, il paesino di Shatili. Si trattava di un percorso di non più di 40 chilometri, ma completamente scavato nella roccia: un’opera ambiziosa per un qualsiasi paese ricco, figuriamoci per la piccola Cecenia, appena nata e già in grosse difficoltà economiche. Se l’impresa fosse riuscita la Cecenia avrebbe aperto una “backdoor” di importanza strategica, attraverso la quale far passare merci, persone e, all’occorrenza, armi. Dall’altra parte del versante, infatti, risiedeva una popolazione di origine cecena, i Kist, da sempre legati ai loro “fratelli” dell’Ichkeria. I Kist abitavano principalmente la Gola di Pankisi, un’angusta valle piuttosto isolata, a un tiro di schioppo da Shatili. In caso di necessità sarebbero stati certamente solidali con i ceceni, ed avrebbero dato il loro apporto alla resistenza.

LA COSTRUZIONE DELLA STRADA

Lo scoppio della Prima Guerra Cecena interruppe i lavori poco dopo l’apertura del cantiere. Tra il 1994 ed il 1996 le ostilità impedirono al governo separatista di portare avanti il progetto,  ma questo tornò in agenda non appena i russi si ritirarono dal Paese. Il nuovo Presidente della Repubblica, Aslan Maskhadov, considerò l’apertura della strada come una priorità nazionale, e non badò a spese pur di realizzarla. Con l’aereoporto di Grozny ridotto in macerie e la compagnia aerea di bandiera distrutta al suolo era impossibile per l’Ichkeria ripetere quanto fatto prima della guerra, quando l’assedio russo era stato violato facendo ricorso alle vie aeree. Adesso l’unico modo per garantire al paese un qualche margine di libertà finanziaria era più che mai necessario realizzare la strada. Tra il 1997 ed il 1998 i ceceni si aprirono letteralmente una via d’uscita nella roccia, facendo saltare i contrafforti sulla riva sinistra dell’Argun e spianando un percorso carrabile, quasi interamente privo di ponti.

Foto delle strada ai giorni nostri. Notare come il costone di roccia sulla sinistra sia stato scavato per alloggiare la carreggiata.

La costruzione della strada richiese un impegno gigantesco per le sconquassate finanze della Repubblica Cecena di Ichkeria, tanto che iniziò a circolare voce che per risparmiare sul bilancio Maskhadov stesse utilizzando prigionieri di guerra ed ostaggi come schiavi. Tali voci non giravano soltanto sui giornali russi, ma anche tra alcuni alti ufficiali dell’esercito federale. Secondo il Generale Gennady Troshev, futuro comandante in capo delle forze russe in Cecenia, la strada fu costruita grazie all’apporto di “centinaia di schiavi”. Secondo quanto emerso dagli interrogatori svolti dagli inquirenti russi dopo la riconquista della Cecenia, tali voci sembrano essere artefatte: nessuno dei prigionieri liberati nelle vicinanze di Itum – Kale dichiarò di aver mai lavorato alla strada, mentre numerosi residenti locali affermarono di aver svolto il lavoro con mezzi propri o messi a disposizione dal governo (vedi questo articolo del giornale russo Kommersant).

Nell’estate del 1997 Maskhadov portò avanti negoziati con il governo georgiano tentando di assicurarsi il suo impegno a realizzare il raccordo della strada sul proprio versante. Si trattava di meno di cinque chilometri di strada, certamente più agevole da costruire rispetto alla sua controparte cecena. Il governo di Tbilisi prima si disse pronto, poi chiese tempo, infine tolse i lavori dall’agenda. A tale proposito nel 1999 il Ministro degli Esteri georgiano, Irakli Menagarishvili dichiarò: “la leadership georgiana in questa fase non sta considerando la possibilità di aprire la strada” e ancora “questa questione può essere messa all’ordine del giorno solo se le relazioni politiche tra Cecenia e Russia saranno definitivamente chiarite.” I georgiani temevano di scatenare la reazione dei russi, con i quali i rapporti erano già sufficientemente tesi, oltre al fatto che, se fosse caduta l’Ichkeria, quella strada sarebbe stata una porta d’accesso ideale per i carri armati russi. Per questo il tratto georgiano della strada non fu mai realizzato.

Il video mostra alcuni tratti della strada lungo la gola dell’Argun

OPERAZIONE “ARGUN”

Allo scoppio della Seconda Guerra Cecena il comando federale considerò prioritario interrompere qualsiasi tipo di comunicazione tra i separatisti ed il mondo esterno. Per questo il Generale Troshev, nominato al comando delle forze di Mosca, organizzò un’operazione volta al conquistare e mettere fuori uso la strada. Dall’Ottobre del 1999 i cacciambombardieri federali iniziarono a martellare il percorso, tentando di craterizzarlo al punto dal renderlo impraticabile. Tuttavia la maggior parte della pista era letteralmente scavata nella roccia, non c’erano ponti da distruggere e la pavimentazione era costituita da sabbia e ghiaia, il che rendeva estremamente facile per i miliziani che presidiavano la strada effettuare riparazioni d’emergenza. Così, dopo alcune settimane di azioni infruttuose, Troshev decise di procedere ad un’azione aviotrasportata. Fu così che i russi misero in atto la cosiddetta “Operazione Argun”.

Postazione di tiro russa sulla strada Itum – Kale / Shatili

Il 17 dicembre i primi plotoni aviotrasportati presero possesso delle alture prospicenti il segmento finale della strada. I militanti posti di guardia alle alture, colti di sorpresa, si dettero alla fuga. Per il 21 dicembre centinaia di uomini erano in posizione, e nelle settimane seguenti il contingente venne rafforzato da unità avanzanti da Nord. La reazione dei militanti ceceni inizialmente fu violenta, ed i reparti federali rimasero inchiodati nel villaggio di Baskhoy, a pochi chilometri dal capoluogo del distretto e porta d’accesso alla strada per la Georgia, Itum – Kale. Man mano che il presidio federale si accresceva, tuttavia, la capacità dei separatisti di contenere l’azione dei federali venne meno, e a partire dalla fine di Gennaio le truppe di Mosca iniziarono ad avanzare verso Itum – Khale, difesa da un centinaio di miliziani agli ordini del comandante arabo Ibn Al Khattab. I separatisti offrirono un’accanita resistenza, ma quando i russi iniziarono a bombardare il villaggio, riducendolo in macerie, dovettero abbandonare la posizione e rifugiarsi in profondità nella gola dell’Argun, ultimo ridotto della difesa cecena.

Filmato ripreso dai militari russi durante lo svolgimento dell’Operazione Argun

La strada rimase in funzione ancora per alcuni mesi, durante i quali migliaia di profughi riuscirono ad evacuare verso la Gola di Pankisi o altre aree della Georgia. Al termine del conflitto, tuttavia, la strada fu abbandonata e si ridusse progressivamente a poco più che un sentiero. Oggi la Itum – Kale / Shatili è meta di escursionisti e curiosi, ed i negoziati per una sua riapertura sembrano ancora molto acerbi.

“IO, MESSIA DELLA TERRA CECENA” – INTERVISTA A DZHOKHAR DUDAEV

Dzhokhar Dudaev pronincia il suo giuramento come Presidente della Repubblica Cecena durante la cerimonia di investitura. Grozny, 9 Novembre 1991

Il 12 Dicembre la giornalista italiana Maddalena Tulanti intervistò il Generale Dudaev nel Palazzo Presidenziale. La cosiddetta “operazione per il ripristino dei diritti costituzionali” era appena iniziata, ed il Raggruppamento delle Forze Unite dell’esercito federale era appena entrato in Cecenia con l’obiettivo di rovesciare il governo separatista e riannettere la Cecenia. Di seguito riportiamo il testo integrale di quell’intervista.

Grozny, 12 Dicembre 1994

Mentre i tank russi sono a due passi da Grozny entriamo nello studio dell’uomo che ha sfidato mosca “per restituire la terra ai ceceni”. “Noi non siamo russi – dice – e non vogliamo vivere sotto i russi. Siamo pronti a difenderci”. Entriamo nel palazzo presidenziale alle 17:30. La piazza è completamente al buio, s’intravedono solo le sagome delle decine di uomini armati che pattugliano da ogni lato. Il portavoce del presidente, Movladi Ugudov ci conduce dal quarto piano dove lo incontriamo al nono attraverso una scala nascosta. Anche qui non ci sono luci. Questione di sicurezza capire. Si capiamo ma fa un certo effetto scontrarsi con un mitragliatore che scende di corsa dalla parte opposta. Poi penetriamo in un’altra ala del palazzo e questa è illuminata. Ci sono quattro uomini armati fino ai denti che alzano appena gli occhi per salutare. La stanza dove lavora Dzhokhar Dudaev il ribelle è quella adiacente. E’ la stanza più sicura del palazzo. Anche se bombardano non la colpiranno mai, continua nelle spiegazioni Movladi. Diciamo solo “meno male” ma non gli chiediamo perché. Dudaev entra dopo pochi minuti. Veste come al solito la tuta mimetica. E’ pallidissimo e i suoi baffetti sembrano ancora più neri. Ha cinquant’anni e qualche anno fa era ritenuto molto affascinante del fascino della gente del Sud, sguardo morbido e sorriso accattivante. Ma provare a fare la guerra alla Russia non è facile, e sicuramente non ringiovanisce.  Pilota di bombardieri nucleari e cintura nera di karate, conosce sei lingue oltre al ceceno materno: il russo, il kazako, l’estone, l’ucraino, l’uzbeko e l’inglese. Viene considerato una persona dura, energica, comunicativa, con una grande forza di volontà. Dicono anche che si ritiene un inviato, un messia per restituire ai ceceni la terra sottratta loro dai russi. Non sappiamo se è la sua prima o la sua ultima intervista ad un giornale italiano, perché i russi sono a due passi da Grozny e si attendono da un momento all’altro. Probabilmente non lo sa nemmeno lui.

Dudaev tiene una conferenza stampa

Preferisce essere chiamato Generale o Presidente?

Io faccio sempre scegliere alle signore. Decida lei.

Allora la chiamerò Presidente. Ho più dimestichezza con i civili. Signor Presidente, perché ha staccato la Cecenia dalla Russia?

E perché gli altri paesi si sono staccati?

La sua è dunque una lotta per l’indipendenza?

L’indipendenza non è uno scopo in sé. Ci sono principi che non consentono ad un intero popolo di vivere secondo l’immagine e la somiglianza di un altro. I ceceni sono preparati a vivere secondo le propria immagine e somiglianza e non quella dei russi.

E tuttavia i russi dicono che questa è terra loro.

Possono dire quello che vogliono. Anche l’Italia è territorio russo, potrebbero dire. Gli appetiti di Mosca sono notevoli. Dicono che possono arrivare fino all’Oceano Indiano, al Bosforo e alla Manica. E allora bisogna lasciarli fare? Cominceranno dalla Cecenia e arriveranno fino alla Manica e al Bosforo. Se non c’è un meccanismo internazionale di controllo delle aggressioni esse entreranno in ogni casa.

Lei pensa che entreranno sul serio a Grozny?

Sono già entrati. E più di una volta. Il 26 Novembre è stata la quarta. Erano già venuti nel ’91 mentre ancora c’erano in cecenia settantamila loro soldati, nel ’92 hanno occupato parte del territorio con i blindati, nel 093 hanno organizzato un golpe armato dell’opposizione, infine l’aggressione aperta di questi giorni. In Cecenia è possibile entrare solo con la armi in pugno, e da noi è in corso una guerra, anche se non dichiarata.

Della Cecenia si parla malissimo. Che è un covo di banditi che nascoste la mafia…

Anch’io ho letto tante cose cattive sull’Italia, eppure so che non è così. Quello della mafia cecena è un mito inventato di sana pianta per discriminare il mio popolo. Agli usurpatori serve sempre un fattore su cui speculare. Dopo la mafia hanno inventato il fondamentalismo islamico, cosa avranno in comune Dio solo lo sa. Quando si è sciolta l’URSS mentre in Russia non nasceva nessun potere legittimo in Cecenia si metteva su invece uno Stato di diritto.  Oggi si vede distruggere questo stato. Il 26 Novembre la città è stata invasa da oltre 170 unità corazzate, da cinquemila mercenari, da aviazione d’urto che hanno colpito con bombe e missili. E’ un precedente. I russi vogliono far sapere che faranno così in qualunque altra parte dell’impero.

Dudaev attorniato dai suoi seguaci durante le prime fasi della Rivoluzione Cecena

Tutti i ceceni sono con lei? E l’opposizione?

In ogni popolo ci sono elementi criminali ma li sistemeremo. E poi anche se volessi non potrei più indietreggiare. I ceceni non me lo permetteranno. L’indipendenza è un diritto vitale.

Quale strada per la pace?

L’unica strada pacifica. Le strade militari non portano da nessuna parte, né tantomeno alla pace. La Russia è un pericolo per il mondo. I massimi dirigenti politici russi chiedono ai militari la soluzione politica per un conflitto che è squisitamente militare. E quando si chiedono soluzioni ai militari si è già al collasso.

Quanto durerà tutto ciò?

La Russia è imprevedibile. Non esiste analisi, prognosi, diplomazia, legalità attendibile. Non si può credere a nulla. Avanzano come tori contro la pezza rossa, hanno costantemente bisogno di problemi esterni perché hanno paura di confrontarsi con quelli interni. Questo popolo è profondamente malato di russismo. Il mondo deve curare la Russia, ma nessuno vuole farlo.

Come bisognerebbe curarla?

Costringendola a rispettare il diritto internazionale da un lato e quello di Dio dall’altro. Il Vaticano potrebbe svolgere un ruolo importante.

E’ una richiesta ufficiale?

Ci siamo già rivolti al Papa perché della Chiesa ortodossa non ci fidiamo, serve troppo gli interessi del Cremlino.

Perché si è rivolto a Gorbaciov?

Lo considero un riformatore straordinario. Ha avviato una causa importante e io sono convinto che ha ancora un futuro e che è l’unico in grado di guidare la Russia di oggi.

Ma i russi non la pensano così…

Nell’85 e nell’87 lo accoglievano con le lacrime agli occhi. Può cambiare di nuovo. Non faccio pronostici ma per me il suo ritorno curerebbe molti mali cronici della Russia. Al potere ora sta gente di strada. Eltsin ha   goduto dell’onda d’urto di Gorbaciov e poi ha scaricato lui e tutti i veri democratici. Oggi è attorniato da avanzi di galera. Le dico una cosa: in Russia arriveranno al potere forze terribili armate di soldi e armi. E sarà una tragedia.

Lei ha rimpianto per l’URSS?

Si poteva e si doveva fare diversamente, con graduali riforme democratiche. Sarebbe stato meglio per tutti. L’URSS è andata a rotoli e il tentativo di tenerla insieme ha generato violenze lungo tutto il perimetro dell’impero.

Qual è la Cecenia che sogna?

Libera.

Libera nella CSI?

Dovrà decidere il popolo.

Mi dica della guerra: ci sarà sul serio?

E’ una domanda difficile. Se dipendesse da me pur di non farla mi brucerei sulla piazza pubblica. Ma non dipende da me. Ho detto che se non vado a genio alla Russia o al mondo che si riconosca il diritto di esistere della Repubblica cecena e io andrò a coltivare i fiori. Io non sono un politico. Come soldato sono capace di dire solo quello che vedo. E dopo tanti anni non si possono cambiare le proprie abitudini.

Ho letto che viene definito il nuovo Shamil

Non bestemmiamo. Shamil fu un uomo geniale, mise in ginocchio i russi per 20 anni,  costruì il primo grande stato caucasico, io mi sono occupato solo della piccola Cecenia.

Su chi può contare?

Su Dio.

Solo?

Solo.

ICHKERIA NEL CIELO

STORIA DELLA “STIGL”, LA COMPAGNIA DI BANDIERA DI DUDAEV

Tra le istituzioni, strutture e compagnie commerciali istituite dalla ChRI nel corso della sua storia, una menzione merita la “Stigl” (in ceceno “Cielo”), l’aereonautica civile della Cecenia indipendente. Costituita all’indomani della Dichiarazione di Indipendenza per volere e diretto interessamento di Dudaev, ebbe un ruolo cruciale tra il 1992 ed il 1994, quando la Russia impose un blocco economico alla Cecenia e l’Aereoporto civile di Grozny divenne l’unico collegamento con il mondo esterno. La piccola flotta civile dell’Ichkeria volò per ventiquattro mesi, garantendo ai funzionari della ChRI la possibilità di svolgere le loro visite diplomatiche, e l’aeroporto accolse migliaia di voli commerciali “non autorizzati” grazie ai quali l’economia cecena poté mantenersi a galla.  Lo scoppio della Prima Guerra Cecena e la distruzione al suolo degli aerei della Stigl decretarono per sempre la scomparsa dell’aviazione civile dell’Ichkeria.

Aereo della compagnia di bandiera Stigl

LA CECENIA IN VOLO

I primi aerei civili giunsero in Cecenia nei primi anni ’20 del secolo scorso. All’epoca il Caucaso era uno dei “granai” dell’Unione Sovietica, e la meccanizzazione dell’agricoltura permise l’utilizzo dell’aviazione a scopo agricolo. Nel 1925 una piccola flotta aerea di velivoli per la disinfestazione era già operativa nel Caucaso, e dal 1930 iniziarono i lavori per la costruzione di un aeroporto a Grozny. I primi voli civili, condotti su piccoli biplani R – 5 e Po – 2 iniziarono dal 1938. Tra il 1954 ed il 1964 fiorì lo sviluppo dell’aviazione civile, con l’introduzione delle prime rotte regionali ed il ricambio del parco veicoli con nuovi mezzi d’avanguardia sia nel trasporto passeggeri che nel servizio agricolo. Il traffico aereo rimase piuttosto contenuto e geograficamente limitato fino al 1977, quando le autorità della RSSA Ceceno – Inguscia ordinarono la realizzazione di un moderno aeroporto a Nord di Grozny, che chiamarono “Severny” (letteralmente “Settentrionale”). La nuova pista poteva permettere il decollo degli aerei Tupolev 134, capaci di raggiungere i 2000 km di volo. Grozny poté così essere collegata a 33 grandi città russe, e diventare uno dei principali hub passeggeri del Caucaso Settentrionale.

LA NASCITA DI STIGL

Allo scoppio della Rivoluzione Cecena l’aeroporto Severny ospitava sei Tupolev 134 di proprietà della compagnia di volo civile di Grozny. Uno dei primi interventi di Dudaev fu l’occupazione dell’aeroporto ed il sequestro degli aerei. Era evidente che la Russia si sarebbe opposta alla dichiarazione di indipendenza, e che il primo passo per interrompere la secessione sarebbe stato imporre un blocco economico ed “affamare” il paese. La Cecenia confinava con la Russia su tre lati, e l’unico confine libero dal blocco era quello con la Georgia. Esso, tuttavia, era attraversato da ripide montagne, e non c’era alcuna strada percorribile da autocarri ed autotreni, ma solo una piccola mulattiera che da Itum – Khale raggiungeva il remoto villaggio georgiano d Shatili. L’unico modo per eludere il blocco economico russo era l’aeroporto di Severny, attraverso il quale sarebbe stato possibile raggiungere i confini georgiano, azero e turco in poche ore di volo.

Dudaev, che oltre ad essere un militare era anche un esperto pilota, si dedicò personalmente alla nascita dell’aeronautica civile della Repubblica. Nacque così la Stigl, compagnia di bandiera a capitale pubblico, la quale rilevò sia i velivoli della vecchia compagnia aerea di Grozny, sia la gestione dell’aeroporto civile, che venne ribattezzato Sheikh Mansour in onore dell’eroe nazionale ceceno (per approfondimenti leggi: “Libertà o Morte! Storia della Repubblica Cecena di Ichkeria” acquistabile QUI). Negli hangar della Stigl finirono così 6 Tupolev 134, cui in seguito se ne aggiunsero altri due: un altro Tupolev 134 (da tempo dismesso ma schierato ugualmente sulle piste per impressionare i media russi) ed un Tupolev 154, rimasto fermo all’aeroporto il 25 Dicembre 1993 a causa di un guasto al carrello di atterraggio e lasciato sulle piste a scopo propagandistico e come riserva di parti di ricambio per gli altri veicoli.

L’autorità aereonautica civile di Mosca non riconosceva Stigl come una compagna autorizzata ad operare negli aeroporti russi, così come il governo di Mosca non riconosceva la Cecenia indipendente. Senza riconoscimento ufficiale gli aerei della Stigl erano passibili di abbattimento non appena si fossero alzati in volo. Dudaev decise di risolvere la cosa a modo suo e, fatto preparare uno dei sei Tupolev, si mise personalmente ai comandi del velivolo e lo fece decollare. Alle minacce dei russi di abbattere l’aereo il Generale rispose che tutti i velivoli russi che in quel momento erano in scalo all’aereoporto di Grozny (c’erano due grossi aerei di linea civili in quel momento allo Sheikh Mansur) sarebbero stati fatti saltare in aria. L’azzardo riuscì, ed i russi non impedirono a Dudaev ed al suo aereo di librarsi in volo e dirigersi in Georgia. Nei giorni seguenti il Presidente ceceno volò personalmente in molti paesi mediorientali, molti dei quali lo accolsero con fraterna amicizia.

Disegno di un velivolo Stigl e delle coccarde disegnate sulla sua fusoliera

IL “BUCO NERO” CECENO

L’impresa aerea di Dudaev rese chiaro che i ceceni potevano violare impunemente il blocco aereo imposto dai russi, e rifornire la Cecenia tramite il suo principale aeroporto. Non solo: l’assenza di dazi doganali in ingresso avrebbe attratto i contrabbandieri di tutto il mondo, permettendo alla Cecenia di inondare il mercato russo dall’interno di merci a basso costo non gravati da tassazione.  Gli storici Gall e De Waal hanno descritto il sistema di import – export illegale, basato sui cosiddetti “shuttle – tours”: Un gruppo di individui costituiva una “compagnia turistica” ed affittava un aereo, spesso dall’Ucraina o dall’Azerbaijan. Le “navette” si occupavano poi di fungere da piccoli trasporti volando continuamente da e verso l’aeroporto di Grozny. Per aggirare il blocco dei voli ogni “compagnia” pagava fino a 20.000 dollari al mese a funzionari dell’aeroporto. Il volume di mercato generato, totalmente esentasse permetteva ai commercianti di vendere le loro merci con un 20 – 30% di sconto rispetto ai prezzi medi russi. Il contrabbando era talmente pervasivo che, a quanto pare, quasi un ceceno su due ne era a vario titolo coinvolto. Ovviamente non c’erano solo beni di consumo, ma anche e soprattutto beni illegali nel portafoglio del mercato nero. In particolare, nel settore delle armi la Cecenia era sia un crocevia sia un acquirente diretto. Per quanto riguarda le droghe, queste erano smerciate più che dentro la Cecenia, attraverso di essa. Nelle sue memorie l’autore Anatol Lieven, che visitò la Cecenia alla fine del 1992, racconta: “Rispetto ai grandi bazar del passato, questo non era forse niente di straordinario: niente grandiosità architettonica, niente spezie o tappeti esotici, solo una tipica strada sovietica di uffici e condomini rivestiti da bancarelle rozzamente costruite, in un mare di fango e di rifiuti. La quantità di articoli in vendita era enorme, ma la gamma non era molto ampia. La maggior parte erano merci standard del Caucaso e della Russia Meridionale: grandi mucchi di frutta e di verdura locale, salsicce e polli affumicati, salse di frutta e carote in salamoia. E una massa di merci importate a buon mercato, principalmente dal Medio Oriente, birra e jeans turchi, profumi, peluche dal Pakistan, un’offerta praticamente infinita di dopobarba maschile a buon mercato ed alcol e liquori dall’aspetto dubbio, tra cui uno Scotch Whisky terrificante di nome “Black Willie”. Di notte i lampioni erano spenti, il bazar era illuminato da cumuli di spazzatura bruciata. […] Il mercato era così grande perché sotto Dudaev l’aeroporto di Grozny funzionava come porto di accesso libero in Russia, senza dogana o guardie di frontiera. Per qualche motivo, fino al novembre del 1994 la Russia non prese provvedimenti per chiudere l’aeroporto, mentre la corruzione dell’esercito e della polizia permetteva, dietro il pagamento di “tasse non ufficiali”, il libero fluire delle merci in Russia., e da questa al Bazar di Grozny. […]. Su Via Rosa Luxembourg […] si ergeva l’unico mercato di armi interamente pubblico sul territorio dell’Ex Unione Sovietica. Su questo marciapiede, accanto all’ufficio postale principale, era in mostra di tutto: dalle semplici granate ai sofisticati fucili da cecchino, tutti di origine sovietica, la maggior parte proveniente dagli arsenali dell’esercito russo, molti dei quali destinati ad uccidere soldati russi. Erano stesi semplicemente sui tavoli in strada: se avesse piovuto, sarebbero stati coperti con sacchi di plastica.” 

LA GUERRA

Tra le varie cause che portarono allo scoppio della Prima Guerra Cecena ci fu senz’altro l’utilizzo dell’aeroporto di Grozny come valvola commerciale per il contrabbando ed il mercato nero di prodotti di ogni tipo, tramite la quale gruppi criminali ed imprenditori senza scrupoli si arricchivano alle spalle del fisco e della legge. Senza contare il mercato dei titoli contraffatti e del trasporto illegale di capitali, che con la trasformazione della Cecenia  in una “backdoor” della Federazione Russa trovò nel Paese una vera e propria corsia preferenziale priva di controlli. D’altra parte, di fronte all’assedio economico di Mosca, ai separatisti non rimaneva altra strada se non quella eluderlo in qualsiasi maniera possibile.  Ad ogni modo, il 1 Dicembre 1994, dieci giorni prima che le truppe federali varcassero il confine e puntassero sul Palazzo Presidenziale di Grozny, uno stormo di cacciabombardieri russi attaccò lo Sheikh Mansour, distruggendo al suolo quasi tutto il parco velivoli della Stigl. Soltanto due Tupolev 134 riuscirono a salvarsi dalla distruzione: il primo, che era stato venduto ad una aerolinea sudanese, non era più parte della flotta Stigl al momento del bombardamento. Il secondo, miracolosamente sopravvissuto, volò in circostanze misteriose da Grozny al Cairo, dove fu rimorchiato e messo in deposito dopo aver tratto in salvo i suoi sconosciuti passeggeri. Le carcasse dei velivoli semidistrutti vennero rimorchiate dai russi ai lati della pista di decollo, e lì abbandonati dopo essere stati cannibalizzati di tutte le parti utili e commerciabili.

Carcasse degli aerei di linea della Stigl dopo il bombardamento dell’aereoporto Sheikh Mansour

DOPO LA GUERRA

Alla fine della Prima Guerra Cecena il governo della ChRI non aveva né le risorse né il personale per portare avanti la ricostituzione di una compagnia aerea di bandiera. L’aeroporto di Grozny, ridenominato durante l’occupazione “Serverny”, venne nuovamente ribattezzato Sheikh Mansour, ma oltre a questo molto poco fu fatto per riportarlo all’operatività. Le trattative per permettere ai velivoli di utilizzarlo per lo scarico delle merci cozzarono contro il rifiuto, da parte delle autorità federali, di accordare qualsiasi “zona fiscale privilegiata” allo scalo: in sostanza, se i separatisti avessero voluto usare l’aereoporto avrebbero dovuto farlo alle stesse regole degli altri aeroporti russi. Formalmente la Stigl continuò ad esistere come società di gestione dell’aereoporto, affidata alla direzione di Khusein Khamidov.

La situazione si complicò ulteriormente man mano che il governo Maskhadov iniziò a perdere il controllo di intere regioni del paese. Agli inizi del 1999 la situazione era talmente deteriorata che le bande criminali operavano impunemente fin dentro Grozny, sotto la protezione di alti esponenti dello stato. L’aeroporto Sheikh Mansur, ancora semi – distrutto e quasi in disuso (fatta eccezione per i pochi voli umanitari e qualche missione diplomatica russa) divenne terreno di caccia dei sequestratori per riscatto. Il 5 Marzo 1999 il Rappresentante del Ministero degli Interni russo in Cecenia, Generale Gennady Shpigun venne rapito pochi istanti prima che l’aereo che lo trasportava decollasse. Shpigun fu detenuto fino allo scoppio della Seconda Guerra Cecena. Il suo corpo fu infine trovato nei pressi di Itum – Khale il 31 Marzo 2000.  A seguito del rapimento di Shpigun Maskhadov impose la chiusura dell’aereoporto, non potendo garantire la sicurezza ai suoi pur rari visitatori.

Secondo alcune fonti questo sarebbe il Tu – 134 sopravvissuto alla distruzione dell’aereonautica civile della ChRI. Attualmente sarebbe parcheggiato in un deposito di Kharthoum, Repubblica del Sudan.

Allo scoppio della Seconda Guerra Cecena l’aereoporto fu immediatamente bombardato e reso inutilizzabile, per quanto ormai fosse per lo più in disuso. La seconda occupazione russa della Cecenia rese impossibile qualsiasi attività nel campo dell’aeronautica civile al governo separatista, il quale si ritirò sulle montagne portando avanti la guerriglia partigiana. La Stigl non operò mai più: al suo posto, dal 2007, venne istituita la Grozny Avia, la quale operò dall’aereoporto Sheikh Mansur, ribattezzato con il doppio identificativo di Serverny e di Solzha – Ghalin dudenayukara airport (Solzha – Ghala è il nome tradizionale ceceno per Grozny). L’aereoporto, completamente ristrutturato nello stesso 2007, è tutt’ora completamente operativo ed è riconosciuto aeroporto internazionale dal 2009.

Ciò che rimane di un velivolo della Stigl all’aereoporto di Severny, 1995.

TUTTE LE REGOLE DELLA GUERRA SONO STATE CAPOVOLTE IN CECENIA! – INTERVISTA AD ASLAN MASKHADOV

Aslan Maskhadov fu Capo di Stato Maggiore dell’esercito ceceno dalla primavera del 1994 al Settembre del 1996, quando fu nominato capo del Governo Provvisorio post – bellico. Eletto Presidente della Repubblica nel Gennaio 1997, guidò la ChRI fino alla sua morte, nel 2005.

Durante la Prima Guerra Cecena fu l’ideatore delle strategie di difesa e di attacco per tutto il corso del conflitto: organizzò la difesa di Grozny nei primi mesi del ’95, la guerra di posizione fino al Maggio dello stesso anno, la guerra di movimento sulle montagne ed i due riusciti raid su Grozny, l’ultimo dei quali, passato alla storia come Operazione Jihad, condussero alla vittoria cecena ed agli Accordi di Khasavyurt.

Di seguito riportiamo un’intervista rilasciata da Maskhadov nel Giugno 1999 alla testata “Small Wars Journal”:

Aslan Maskhadov

IL FIASCO DI CAPODANNO

I russi non intrapresero una guerra correttamente, erano preparati soltanto a subire perdite enormi ed a distruggere tutto. Non valorizzavano i loro soldati, mentre noi consideravamo ognuno dei nostri uomini. Per esempio: la Battaglia di Grozny del 31 Dicembre 1994.  C’erano rumorosi e vanagloriosi annunci del Ministro della Difesa russo, Pavel Grachev, secondo i quali la città avrebbe potuto essere presa con un reggimento di forze speciali. I russi entrarono in Cecenia con circa 3 – 4 divisioni.  Erano posizionati nella valle di Dolinsky, a Tolstoy Yurt, ad Argun e ad Achkoy – Martan. Avevano truppe d’elite e commandos, reggimenti corazzati.

Il nostro primo problema fu quello di evitare la ritirata ed ingaggiare i russi in battaglia. La prima battaglia che combattemmo si svolse letteralmente alle porte del Palazzo Presidenziale. Il mio Quartier Generale era nel basamento del palazzo. La 131° Brigata Motorizzata, il 31° Reggimento Corazzato Samara ed altre unità furono in grado di entrare dentro Grozny senza opposizione. Non avevamo un esercito regolare che potesse opporsi alle forze russe, soltanto alcune piccole unità che cercavano di tenere varie posizioni nella città. I russi piombarono dentro Grozny sui loro APC e carri armati senza usare la fanteria, come fossero ad una parata. Circondarono il Palazzo Presidenziale, la città fu riempita di carri. Ero nel mio Quartier Generale, circondato dai carri russi. Decisi che avremmo dato battaglia. Detti il comando a tutte le piccole unità che avevamo in giro per la città di lasciare lo loro posizioni e di dirigersi al Palazzo Presidenziale. Loro non sapevano che ero circondato ma io sapevo che quando fossero arrivate avrebbero affrontato il nemico.

Video contenente filmati originali della Battaglia di Grozny. L’audio è in russo.

Le nostre unità iniziarono ad arrivare, videro le posizioni russe e la battaglia iniziò, i russi non se l’aspettavano. Erano seduti ai loro posti, molte delle loro truppe erano posizionate come in una parata intorno al Palazzo e sulla piazza di fronte alla stazione ferroviaria. I loro APC furono distrutti in meno di quattro ore. I russi fuggirono, cacciati, attraverso Grozny, inseguiti dalle nostre unità armate di lanciagranate, anche da ragazzi con bottiglie molotov. Questo durò per 3 giorni: tutte le apparecchiature russe, 400 tra carri e APC che entrarono a Grozny, furono distrutti. La città si riempì di cadaveri di soldati russi. Fu un tremendo successo.

LANCIAGRANATE CONTRO CARRI ARMATI

Una delle ragioni del nostro successo fu l’operazione del 26 Novembre, quando l’opposizione cecena attaccò la città con 50 veicoli corazzati. Gli ufficiali e gli equipaggi erano contractors russi. Raggiunsero il Palazzo Presidenziale, dove il primo carro fu distrutto. Dopo tre ore tutto l’equipaggiamento era in fiamme o catturato, inclusi 11 carri armati. Questa battaglia fu una sorta di prova. La gente perse il timore dei carri russi: erano semplici scatole di fiammiferi. Questo primo successo dette fiducia ai nostri uomini: il 31 Dicembre, quando vedevano un carro armato, consideravano un loro compito distruggerlo. In alcuni casi divenne una competizione: “lasciami questo carro, è mio”.

Quando tutti i mezzi russi furono distrutti intorno al Palazzo Presidenziale, la mia decisione successiva fu quella di difendere il Palazzo. Combattenti e volontari iniziarono arrivare dai quattro angoli della Cecenia. Li registrai e dissi loro “questa è una casa, avete 40 uomini, difendetela e non muovetevi da lì”. Così un poco alla volta venne organizzata la difesa intorno al Palazzo Presidenziale. La divisione commando del Generale Babichev, che stazionava nei pressi di Achkoy Martan si mosse lungo la cresta montuosa e si affacciò su Grozny, altre unità russe furono richiamate, la battaglia si accese intorno al Palazzo per ogni casa, ogni quartiere della città. Le nostre unità si comportarono bene, respinsero ogni attacco. I russi erano riluttanti ad usare la fanteria. Ebbi l’impressione che fossero impauriti, tutto quello che volevano era trincerarsi in posizione difensiva, nascondere i loro carri, ma era impossibile in queste condizioni: al contrario era più pericoloso. Così i carri e gli APC bruciarono ed i soldati perirono all’interno. Non ci fu nessun tentativo di difendere o coprire i carri, o di accompagnarli con la fanteria. Semplicemente loro avanzavano in massa, e come avanzavano venivano distrutti. Più tardi la battaglia si accese intorno all’edificio del Consiglio dei Ministri, all’Hotel Kavkaz, ed al vecchio Istituto Petrolifero, dove avevamo 12 combattenti. L’edificio fu circondato da carri armati, i quali iniziarono a sparare senza sosta. I miei uomini mi chiesero aiuto, ma non potevo provvedere a loro. “Allah vi aiuterà” dissi loro. Un’ora più tardi fecero fuori un carro, poi un altro. AI russi saltarono i nervi e si ritirarono. Fu così che combattemmo.

Miliziani combattono tra le carcasse di mezzi blindati russi messi fuori combattimento.

DAL PALAZZO PRESIDENZIALE A PIAZZA MINUTKA

Difendemmo il Palazzo per 18 giorni. Dopo un costante fuoco di mortaio rimase soltanto il guscio dell’edificio, tutti gli alberi di fronte al palazzo furono spazzati via. Vicino, nel quartiere dell’Archivio Nazionale, a 20 metri dal Palazzo, le unità Alfa e Beta tentarono di irrompere intorno al 5/6 Gennaio (1995). Occuparono l’edificio che si trovava all’angolo con il Palazzo Presidenziale. Mi aspettavo un attacco da quella direzione, e tenni le mie migliori unità su quel lato. Loro provarono molte volte ad irrompere ma non riuscirono a coordinare un attacco frontale completo. Poi intorno al 18 Gennaio l’aviazione russa lanciò bombe di profondità sul Palazzo Presidenziale. Tre bombe colpirono il basamento dove avevamo il nostro Quartier Generale – una colpì il corridoio, un altra l’infermeria, ed una porta sul retro. Fortunatamente il giorno precedente le donne ed i dottori erano stati evacuati, ed erano rimasti soltanto i soldati e la Guardia Presidenziale.

Rimanemmo con il cielo sopra le nostre teste e decidemmo di lasciare il Palazzo. Pianificai la ritirata nella notte, intorno alle 22. Tutti i nostri combattenti che erano circondati in città o che stazionavano più lontano in periferia dovettero ritirarsi per primi oltre il fiume Sunzha. Quelli che coprivano la ritirata e la Guardia Presidenziale furono gli ultimi ad andarsene, alle 23. Yandarbiev ed io ce ne andammo alle 22 in direzione del Sunzha. Avevamo 4 uomini con me. Basayev ci stava aspettando oltre il Sunzha, dove installammo un altro Quartier Generale. Tutti quelli che riuscirono a ritirarsi dalla città attraversarono il Sunzha: i russi ovviamente non se ne accorsero. Continuarono a bombardare il Palazzo Presidenziale per tre giorni, chiaramente non intenzionati ad avanzare le loro truppe.

Militari russi attraversano le rovine di Piazza Minutka

La decisione successiva fu quella di mettere tutte le truppe disponibili lungo una linea di difesa sul Sunzha. Mentre i russi ancora bombardavano il Palazzo, prendemmo rapidamente posizione e costruimmo difese su ogni ponte sul Sunzha che divide la città in due. Potevamo assegnare soltanto 5 o 10 uomini ad ogni ponte. Installai il mio Quartier Generale nell’ospedale cittadino numero 21. Rafforzammo le nostre posizioni con nuove truppe fresche appena arrivate. Riuscimmo a tenere la posizione per un altro mese, con attacchi e ritirate, attacchi e ritirate. Dall’altra parte del Sunzha i russi rasero al suolo ogni edificio, ma non portarono i loro carri oltre i ponti per via delle nostre difese. Alla fine  riuscirono ad aprirsi una breccia alla stazione dei tram, attaccandoci da dietro. Eravamo virtualmente accerchiati. Fu in quel momento che decisi, contro ogni logica militare, di contrattaccare […] costringemmo i carri a ritirarsi. Come fu possibile? I nostri uomini non sapevano come scavare trincee, lo consideravano umiliante, ma non c’era scelta – le case erano troppo piccole e fragili, non avrebbero retto ad un attacco corazzato. Così costituimmo una linea tra il Sunzha e (Piazza) Minutka, scavammo trincee, e con circa 40/50 uomini avanzammo metro per metro, scavando ancora trincee finché non ci trascinavamo vicino ai carri e li bruciavamo. Li pressavamo finché non si ritiravano, poi scavavamo ancora e avanzavamo. Era una guerra di trincea altamente non convenzionale!

Nel frattempo nuovi sviluppi pericolosi stavano avvenendo nella direzione del Ponte Voykovo (un ponte sospeso). I carri lungo il fiume stavano coprendo la fanteria che tentava di passare il ponte. I russi avanzarono fino a 200 metri dal mio Quartier Generale. Lanciai tutte le forze disponibili contro di loro ma non riuscii a fermare l’offensiva. Avevano già raggiunto Piazza Minutka. Decidemmo di muovere il Quartier Generale indietro e di abbandonare le nostre posizioni sul Sunzha. La ritirata fu organizzata nella stessa maniera in cui era stata messa in atto la ritirata dal Palazzo Presidenzale – ogni unità sapeva in quale ordine ed a quale ora ritirarsi. La nostra retroguardia era nel 12° distretto, comandata da Shamil Basayev. Alle 18 ci eravamo tutti ritirati alla nostra terza linea di difesa nel 30° e nel 56° distretto lungo la cresta montuosa.

I resti del quartiere governativo di Grozny, Febbraio 1995

DA SHALI A VEDENO

Quanto tenevamo Grozny vivevamo una sensazione di euforia. Invece temevamo che se avessimo abbandonato la città saremmo stati vulnerabili nelle pianure. Non avevamo unità corazzate e non potevamo sopravvivere lì. Qualunque cosa fosse successo sarebbe stato più facile combattere in città, così combattemmo casa per casa. Tenemmo duro per circa due settimane. Ci lasciai Shamil Basayev e spostai il mio comando a Shali, posizionando le difese lungo il fiume Argun. Vi portammo tutto quello che avevamo, qualche carro e qualche cannone. Tenemmo ancora per un po’, poi dovemmo abbandonare Shali ed Argun, non volevamo combattere la come avevamo fatto a Grozny, avremmo condannato quelle città. Quando i russi attraversarono l’Argun ci ritirammo sulle montagne. Sapere che avevamo le montagne dietro di noi ci dette una certa sicurezza. Non difendemmo i villaggi tra Shali e le montagne per evitare distruzioni inutili. Le montagne erano la nostra ultima speranza. Organizzammo le nostre difese a Serzhen Yurt, Bamut, Agishty, lungo le gole delle montagne. Tenemmo duro per un paio di mesi perché i russi non erano intenzionati a muovere un’offensiva nel sud, anche se i bombardamenti aerei continuarono per tutto il tempo.  

Nel Maggio 1995 dovemmo ritirarci da Vedeno. Fu lì che fummo traditi. Stavamo tenendo le cime sopra il Canyon Vashtary – è una gola così stretta che due uomini con i lanciagranate avrebbero potuto fermare un’intera divisione. Avevo cento uomini ed ero sicuro al cento per cento che i carri non sarebbero passati quando, improvvisamente, 400 carri mossero su Mekhketi alle nostre spalle. Questa fu la situazione più difficile che affrontammo durante la guerra. Non potevamo capire come questo potesse essere successo. Ancora non conosciamo com’è andata quel giorno. Fummo costretti ad abbandonare Vedeno.

Soldati delle forze armate della ChRI si sfidano in un torneo sportivo a Vedeno, poco prima che la città venga occupata dai russi. A fare da arbitro Shamil Basayev,

BUDENNOVSK E IL NUOVO CORSO DELLA GUERRA

Budennovsk fu seguita da negoziati per un cessate – il – fuoco che ci dette un po’ di respiro. L’accordo per il cessate – il – fuoco fu un moderato successo, anche se Dudaev non ne fu soddisfatto. I russi avevano tentato di marginalizzare la resistenza spingendola sulle montagne. Tuttavia insistei durante i negoziati affinché fosse istituita una forza di “autodifesa” di 20/30 uomini in ogni villaggio, città o insediamento in Cecenia. Il Generale Kulikov fu d’accordo. Tre mesi più tardi, quando divenne ovvio che il cessate – il – fuoco stava venendo violato, si lamentò con me: “non vi abbiamo disarmato, ma riarmato!”. Prima avevo cinque, seimila combattenti. Con le unità di autodifesa portai i membri delle nostre forze armate a dieci, dodicimila. Ma la cosa più importante era che ancora una volta eravamo padroni nelle nostre città e villaggi. I villaggi più piccoli fornivano compagnie, i più grandi battaglioni e reggimenti, ogni distretto aveva i suoi comandanti, i nostri numeri crescevano. Così tutto quello che i russi avevano precedentemente conquistato era andato perduto per loro.

Dopo l’attentato dinamitardo al Generale Romanov i combattimenti ripresero. I russi lanciarono un’offensiva politica con la pretesa di disarmare e pacificare i villaggi, e di installare un’amministrazione – fantoccio. Come ci riuscirono? Per esempio nel caso di Gerzel, circondarono il villaggio con 400 carri armati. Avevamo soltanto 30 combattenti nel villaggio. Il nostro ordine fu che questi non difendessero il villaggio ma vi si nascondessero dentro. Se i russi fossero entrati nel villaggio loro avrebbero dovuto distruggere quanti più carri ed APC avessero potuto, per poi ritirarsi. I russi dettero un ultimatum. Generalmente non si arrischiavano ad entrare nel villaggio quando sapevano che c’erano dei combattenti al suo interno, ma si mantenevano alla periferia. Poi uno o due dei loro uomini della milizia apparivano e facevano delle fotografie, fingendo che si stessero svolgendo negoziati per il disarmo del paese. Questi scenari vennero ripetuti in molti posti.

Aslan Maskhadov e Shamil Basayev

Decidemmo di contrattaccare a Novogroznensky nel Dicembre del 1995. Combattemmo la per una settimana. All’inizio la nostra tattica fu quella di ingaggiare i russi, poi ritirarsi e prendere posizione tra i villaggi e lungo le strade, colpirli lungo le vie di comunicazione, poi attaccare di nuovo le posizioni russe nelle città, e ancora ritirarci. Più tardi lanciammo operazioni di commando per tagliare le linee di comunicazione.  Nella primavera del 1996 fummo ancora una volta spinti verso sud nelle montagne. I russi occuparono Dargo, Benoy, Shatoy, Bamut. Dovemmo ritirarci fino ad Itum Khale. Più tardi iniziarono i negoziati di Nazran, nei quali entrambe le parti si accordarono per interrompere le azioni militari. Tuttavia i russi non avevano intenzione di rispettare questi accordi. Quando tornai da Nazran con la mia delegazione, fummo attaccati tre volte sulla strada principale. Praticamente tutte le strade erano minate, fu un miracolo se riuscimmo a tornare indietro vivi.

Il 9 Giugno ci incontrammo nel Quartier Generale di Mechkey con un rappresentante di Lebed (Kharlamov). Dopo l’incontro ci furono pesanti attacchi aerei su tutte le mie basi. Unità di commando vennero trasportati via elicottero ed occuparono le creste montuose. Fu un ultimo disperato tentativo da parte dei russi di prendere l’iniziativa. Eravamo circondati, schiacciati contro le montagne sotto il fuoco dell’artiglieria e dell’aereonautica. Riuscii ad attraversare i passi di montagna a piedi ed a ritirarmi attraverso Uluskert. Shamil Basayev sfondò attraverso Sharoy. Attraversammo il fiume Argun, superammo Dasho Borzoy e raggiungemmo Nizhny Atagi. Sfuggimmo per miracolo. A quel punto fu chiaro che non ci sarebbe stata pace, che tutto stava ricominciando di nuovo. Fu allora che prendemmo la decisione di riprendere Grozny.

Maskhadov esorta i suoi sostenitori, Luglio 1995

OPERAZIONE JIHAD

Avevamo iniziato a preparare questa operazione sei mesi prima. Avevo sempre pensato che la guerra sarebbe finita con la riconquista di Grozny. Avevo pensato a questo continuamente, fatto alcune prove radio, provocando gli ufficiali russi. Studiavo sulle mappe la posizione di ogni unità russa, gli accessi, quali rotte avrebbero dovuto seguire i comandanti, eccetera. Avevo tutto pronto. Organizzammo un incontro con i nostri comandanti, i quali ci fecero i loro rapporti, condivisero le informazioni, e fecero ricognizioni lungo i percorsi. Conoscevamo le posizioni dei russi a Grozny, i loro numeri, dove si trovavano i blocchi stradali. Il 3 Agosto 1996 detti l’ordine di muovere sulla città. In quel momento i russi erano ovunque, anche a Dargo. Ci muovemmo attraverso le loro posizioni da tutte le direzioni, anche da oltre il Terek. Intendevamo entrare a Grozny il 5 Agosto. Incredibilmente quel giorno i media russi annunciarono che i ceceni sarebbero entrati a Grozny. Ero impensierito perché c’erano due aree nel 56° Distretto di Grozny dove era facile prendere in un’imboscata le nostre truppe, ma era troppo tardi per fermare l’attacco. 820 uomini presero parte all’operazione. Detti ordine che ogni comandante guidasse i suoi uomini, sia che avesse con sé 20 combattenti sia che ne avesse 200. Avrebbero dovuto essere in prima linea. Lo considerai la cosa più importante. Se fossero morti, saremmo morti tutti.

L’attacco iniziò alle 5 di mattina del 6 Agosto. Tutti i nostri obiettivi furono centrati. Fu un successo. I nostri uomini entrarono in città attraverso diverse rotte per raggiungere i loro obiettivi )presidi, basi, commissariati, la guarnigione di Khankala)  e li presero di sorpresa, poi proseguirono tagliando le rotte e facendo si che nessuno le attraversasse, disponendo qualche cecchino ed un mitragliere. Ogni unità sapeva precisamente in quale sezione avrebbe dovuto operare. In pochissimo tempo tutte le strade furono bloccate fino all’aeroporto di Severny ed i russi furono immobilizzati. Quando le colonne russe tentarono di penetrare in città dall’esterno era troppo tardi. Tutte le basi erano state catturate o disarmate. Non riuscimmo a prendere il palazzo del governo e quello del Ministero degli Interni, e decidemmo di distruggerli. Il giorno successivo apparve Lebed, inaspettatamente, alle 2 di mattina, a Starye Atagi. Offrì l’apertura di un negoziato. […] Mi disse: “Se lasciate la città vi do la mia parola di ufficiale che presto non ci sarà un solo soldato russo sul suolo ceceno.” La mia risposta fu “non lascerò mai la città, è inutile, anche se volessi farlo non sarei autorizzato a farlo – parliamo in un altro modo”. Suggerii lui che i russi avrebbero potuto ritirare le loro truppe dalle montagne alle pianure. Per ogni reggimento che avessero ritirato io avrei ritirato una delle mie unità, ed avremmo potuto stabilire una commissione militare congiunta. Lui non poteva essere d’accordo: “Il presidente mi ha affidato un compito”. Ci lasciò, nel panico. A questo seguì l’ultimatum di Pulikovsky: avremmo dovuto ritirarci o lui avrebbe raso al suolo la città. Fu probabilmente un’iniziativa di Lebed.  Poi mi incontrai con Pulikovsky (venne ad Atagi). Era in uno stato terribile, molto nervoso. “Che cosa avete fatto, ci sono donne e bambini a Grozny, come avete potuto fare una cosa così terribile?” Ci confrontammo per due ore. Gli dissi che era lui l’aggressore, che era entrato nella mia capitale con la sua armata, e che io la stavo liberando dai barbari russi. Questa discussione andò avanti per 30 minuti. Lui capì, alla fine. Gli ripetei che non ci saremmo mossi da Grozny. La conversazione era surreale: Pulikovsky era sconvolto dal fatto che non intendessi ubbidire agli ordini del Presidente russo. Io gli feci notare che se fossi stato disposto ad ubbidire agli ordini di Eltsin non ci sarebbe stata la guerra. Ci lasciammo senza aver raggiunto un accordo. Quando il termine dell’ultimatum scadde riapparve Lebed, dichiarando che “i ragazzi hanno fatto una dichiarazione avventata, senza essersi consultati con le alte autorità, ecc.” Pulikovskoy fu rimpiazzato da Tikhomirov.  Lebed accondiscese alle nostre condizioni. Firmammo un cessate – il – fuoco. I russi iniziarono a ritirare le loro truppe dalle montagne, Shatoy, Benoy. Poi scegliemmo i distretti cittadini dai quali avrebbero dovuto ritirarsi. Istituimmo una commissione congiunta. Lebed commentò: “La città è vostra, se una commissione ha soltanto due ceceni, è sufficiente per essere nelle vostre mani”. Lo rassicurai: “Non preoccuparti, darò ordine ai miei uomini di non bullizzare i suoi soldati”.

Miliziani separatisti caricano le loro armi, Grozny, 1996

LEZIONI DI GUERRA

Lo spirito è il fattore più importante. Per esempio: come comandante delle unità di resistenza, dico ai miei uomini: “restate in questa casa e non muovetevi”. Loro considerano umiliante rimanere semplicemente seduti ad aspettare. Dopo due o tre giorni non rimarrebbero ancora a lungo, farebbero automaticamente una sortita, proverebbero a distruggere qualcosa. Successivamente mi spiegherebbero la loro tattica militare. Io risponderei: la Russia ha migliaia e migliaia di carri. Il fatto che avete bruciato 10 APC non farà alcuna impressione. Inoltre è l’unico esercito che non conta la sue vittime. Per questo vi prego, rimanete nelle vostre posizioni per tutto il tempo che vi ordino. Se ve ne andate almeno fatemelo sapere”. In ogni caso era difficile tenerli sulle loro posizioni per più di 3 giorni – erano iperattivi! Ogni ceceno è un generale, uno stratega ed un tattico, ognuno ha un piano per sconfiggere la Russia! Per questo dovevo lasciare una certa libertà di iniziativa. Questa fu la premessa del nostro successo. Fu grazie alla mentalità ed al carattere della nostra gente.

C’era anche il fattore religioso. Come militare conoscevo le capacità dell’esercito russo. Quando una colonna russa avanzava e non ti erano rimaste munizioni adeguate e stavi aspettando che si muovessero di 200 o 300 metri per distruggerli, e questo ti riusciva – questi erano miracoli. Fu in quel momento che il fattore religioso iniziò ad avere gioco. Cominciavi a credere che il destino fosse nelle mani di Dio. Ricordo di essermi sentito così a Vedeno, nel Maggio 1995, quando i bombardieri russi arrivavano come uno sciame di mosche. Anche ad Argun, dove avevo il mio Quartier Generale: alcuni anziani vennero per lamentarsi dei bombardamenti intorno ai loro villaggi. Ero furioso e mi rifiutai di riceverli nel mio Quartier Generale. Uscii fuori dal mio seminterrato, c’era una Zhiguli, aprii la portiera e due missili caddero a dieci metri di distanza. Gli uomini furono fatti a pezzi ma io non ricevetti nemmeno un graffio.  Ci furono molte altre situazioni nelle quali sopravvissi miracolosamente, cacciato dagli aerei da caccia […].

Sostenitore dell’indipendenza sventola la bandiera della ChRI ad una manifestazione a favore del ritiro delle truppe federali. Grozny, primavera del 1996.

C’era un altro fattore. Gli analisti affermavano che avevamo cinquemila/diecimila combattenti, ma noi sapevamo che era importante mostrare che tutta la nazione stesse combattendo. Mancavamo di tutto, ma ogni casa era un rifugio. In ogni luogo eravamo rifocillati e potevamo riposarci. Ovviamente era pericoloso per le persone, ma nessuno si rifiutò di darci rifugio. Ogni proprietario di casa aveva della riserve. I ceceni sono ricchi perché hanno sempre riserve, non vivono alla giornata. Chiedemmo alle persone di tenere dimostrazioni, bloccare la strade, eccetera. Questa era la lotta di tutta la nazione.

Il resto era irrilevante. Sono stato spesso criticato e consigliato che avremmo dovuto passare alla guerra partigiana. Dudaev consigliò delle tattiche “afghane” “attacca e fuggi”. Queste erano le tattiche dei volontari stranieri. Ero contrario perché in un piccolo territorio come il nostro se avessimo usato tali tattiche saremmo stati spinti in profondità sulle montagne in meno di una settimana. Durante tutta la guerra tenemmo una linea di difesa, nella città come nelle montagne avevamo un territorio nel quale ritirarsi. All’inizio le nostre tattiche erano puramente difensive, poi passammo a manovre offensive, più tardi a tattiche di commando ed alla guerra sulle linee di comunicazione.  Non sono mai stato entusiasta riguardo a raid come quelli su Budennovsk o Pervomaskoye (Klizyar, ndr). Dovevamo combattere con onore, per mostrare non soltanto il coraggio ma anche le qualità del nostro popolo. Le leggi di guerra dovevano essere seguite nonostante i nostri piccoli numeri

Volevo mostrare la superiorità del nostro codice d’onore al pari delle nostre abilità militari. Penso che ci riuscii. Non approvai operazioni come quella di Pervomaikoye (di nuovo, Klyziar, ndr) – sapevo che l vittoria sarebbe stata nostra in ogni caso. Budennovsk fu più importante: costrinse i russi al tavolo dei negoziati. Fu la prima volta che la gente in Russia si rese conto che c’era una guerra. Era molto importante psicologicamente – i russi non potevano credere che i civili potessero essere uccisi alla luce del giorno in “tempo di pace”. Che tipo di pace era questa? Loro non credevano che ci fosse la guerra. Era importante dimostrare che le persone potevano essere uccise anche in Russia. Budennovsk aprì gli occhi al russo medio.

A Vedeno giunse un gruppo di 30 madri, parlai con loro, le rassicurai quando un massiccio attacco aereo ci colpì. Ero arrabbiato, mentre ero gentile con queste donne che avevano mandato i loro figli ad uccidere i miei fratelli, questi barbari ci colpirono. Le madri capirono che ero furioso e se ne andarono. Fino ad allora non avevano preso sul serio la guerra, anche se volevano proteggere i loro figli.

Aslan Maskkhadov ed Alexander Lebed firmano i protocolli di Khasavyurt

EDUCAZIONE MILITARE

Come ufficiale ceceno, dovevo ri – regolare tutti i concetti, diventare professionale in un altro modo. Tutti gli uomini erano volontari, non potevo neanche dar loro un fucile mitragliatore o una pistola. Ognuno aveva la sua idea riguardo la tattica, come dicevo prima. Era impossibile dar loro ordini, era necessaria più diplomazia. Quando gli uomini mi spiegavano come combattere, dovevo ascoltarli diplomaticamente per 30 minuti, far loro i complimenti, poi imporre il mio volere. Era un approccio differente rispetto all’esercito russo.

Ti darò un esempio: un giorno Dzhokhar venne da me al Quartier Generale. I comandanti si raggrupparono e lo attaccarono: “che tipo di guerra è questa? Non abbiamo niente!” Lui li guardò e disse loro “Dunque, che cosa posso darvi se non abbiamo niente?” Mi sentii veramente dispiaciuto per lui. Lui si alzò e disse: “Vi ho ordinato di combattere? Siete venuti di vostra spontanea volontà. State combattendo per Allah” e se ne andò. Se avesse promesso qualcosa sarebbe stato più difficile. Sapevamo di non avere nulla, sapevamo che non potevamo aspettarci alcun aiuto nonostante il mondo esterno parlasse di mercenari stranieri, arabi, “tuniche bianche”, afghani. Ma ce n’erano così pochi di questi, qualche dozzina al massimo. Le armi che riuscivamo ad ottenere dall’esterno erano poche quasi nessuna. Le migliori risorse erano i magazzini di rifornimento russi.

I nostri uomini divennero ingegneri piuttosto esperti sapevano come costruire le loro difese. Il tiro dei GRAD non li impressionava più di tanto e la fanteria russa non aveva il morale per combattere. I Russi circondarono Pervomaiskoye con un triplo anello e pensavano che non ci fosse bisogno di un attacco di fanteria. Spostai il mio Quartier Generale a Novogroznensky e portai tutti i miei rifornimenti. Da lì facemmo una diversione in direzione di Sovenskoye per aiutare gli uomini a Pervomaiskoye, e richiamammo il fuoco dell’anello esterno su di noi. A quel punto aprimmo uno stretto corridoio dall’altra parte, lungo il Terek, dal lato del distretto di Shelkovsky, mentre i russi pensavano che avremmo tentato di salvarli da Sovetskoye.  Loro si portarono dietro tutti gli ostaggi ed i prigionIeri.  Se i miei uomini fossero stati russi avrebbero spinto i prigionieri in avanti sul campo minato, ma al contrario loro stavano guidando la sortita. Tre o quattro ostaggi perirono. Noi perdemmo 90 uomini. L’operazione fu un errore, loro furono ingannati muovendosi verso Pervomaiskoye. Avrebbero dovuto rimanere a Klizyar.

Aslan Maskhadov ad altri alti funzionari della ChRI (Abusupyan Mosvaev alla sua destra, Akhmed Zakayev dietro col cappello nero) pregano di fronte alle rovine del Palazzo Presidenziale

“PALAZZO DUDAEV” – IL PALAZZO PRESIDENZIALE DI GROZNY

Costruito per ospitare le alte gerarchie del Partito Comunista, l’imponente edificio divenne il cuore pulsante del separatismo ceceno ed il suo principale simbolo politico. Nelle sue stanze si affaccendarono i funzionari della giovane repubblica indipendente, i ministri dei governi presieduti da Dudaev e gli ufficiali dello Stato Maggiore dell’esercito, durante i terribili giorni dell’Assalto di Capodanno. Per conquistarlo l’esercito russo impiegò tutte le sue forze, nella convinzione che se questo fosse caduto i separatisti avrebbero perso ogni speranza. La sua conquista richiese diciannove giorni di combattimenti casa per casa. Devastato e saccheggiato durante la Prima Guerra Cecena, fu demolito nel 1996 e mai più ricostruito.

IL RESKOM

Con il ritorno dei ceceni e degli ingusci dalla deportazione del 1944, i nuovi leaders della Ceceno –  Inguscezia vararono  un ambizioso piano urbanistico nella città di Grozny, per accogliere le centinaia di migliaia di ex – esiliati che stavano rientrando nel paese. Il fulcro di questo progetto edilizio fu il Palazzo del Partito Comunista, chiamato in acronimo Reskom: per realizzarlo venne reclutato un ream di architetti ed ingegneri moldavi. Agli inizi degli anni ’80 l’edificio venne portato a termine: si trattava di una gigantesca struttura di 11 piani (9 fuori terra e 2 interrati) atti ad ospitare uffici, comitati, assemblee direttive ma anche centri di controllo, stazioni per la telecomunicazione e magazzini. Il Palazzo fu pensato per essere non soltanto un monumento al Socialismo, ma anche come una “fortezza di cemento” in grado di resistere a terremoti ed altre sollecitazioni naturali, e perfino a bombardamenti aerei e di artiglieria.

Il Reskom in una foto di fine anni ’80

Il Reskom sorse alla convergenza delle due principali arterie cittadine, il Viale della Vittoria, che proveniva da Nord (oggi Viale Putin), e il Viale Lenin, che dai sobborghi meridionali della città raggiungeva il Sunzha (oggi Viale Kadyrov). Due linee rette che, incontrandosi proprio davanti alla grande fontana del Palazzo, tagliavano in due la capitale ceceno – inguscia. Il Palazzo del PCUS avrebbe rappresentato quindi sia il fulcro politico che il centro geografico della città e, considerato che Grozny si trova pressappoco al centro della Cecenia, il Reskom sarebbe diventato il centro dell’intero Paese. Intorno ad esso si sviluppava tutto il quartiere governativo: nei pressi dell’imponente edificio trovavano posto il Sovmin (la sede del Consiglio dei Ministri sovietico), l’edificio del KGB, l’Hotel Kavkaz (deputato ad ospitare le alte personalità che si trovavano a soggiornare nel paese) l’Istituto Petrolifero di Grozny (la principale istituzione professionale della Cecenia) ma anche la sede della Radio TV di Stato, il Ministero della Stampa, la Casa della Cultura e via dicendo.

(lo Slideshow mostra alcuni degli edifici pubblici del quartiere governativo di Grozny: la Casa dei Pionieri in Piazza Lenin (1) l’Hotel Kavkaz (2) il Palazzo del KGB (3) il Ministero della Stampa (4) ed il Sovmin, divenuto sede del Parlamento dal Novembre 1991 (5)

IL PALAZZO PRESIDENZIALE

Quando i secessionisti presero il potere nel Novembre 1991 il Reskom fu ribattezzato “Palazzo Presidenziale”. Dudaev prese posto in un grande ufficio all’ottavo piano della struttura, mentre il Gabinetto dei Ministri fu sistemato al secondo piano.  Al posto della bandiera della Repubblica Socialista fu fatto sventolare un grande drappo verde con lo stemma “Lupo – cerchiato” della Cecenia indipendente.  Tra il 1992 ed il 1994 questo palazzo fu il centro del potere politico della ChRI, ed il simbolo stesso dell’indipendenza cecena: lungo il largo viale davanti al Palazzo Dudaev organizzò numerose manifestazioni pubbliche, tra le quali le celebri parate militari per l’anniversario dell’indipendenza e le sfilate del 23 febbraio, anniversario della deportazione del 1944.  Un disegno del palazzo finì addirittura sul fronte della banconota da 50 Nahar, la moneta nazionale predisposta alla fine del 1994 e mai entrata in circolazione a causa dello scoppio della guerra.

Non è un caso, quindi, che sia gli oppositori di Dudaev sia i russi identificassero il Palazzo Presidenziale come il cuore del potere in Cecenia. Durante la guerra civile dell’Estate 1994 i piani di attacco delle forze del Consiglio Provvisorio si concentrarono sull’unico fondamentale obiettivo di far convergere quante più truppe possibile sul Palazzo Presidenziale, occuparlo ed installarvi un governo di salvezza nazionale che riportasse la Cecenia nella Federazione Russa. Quando il 26 Novembre 1994 Gantamirov, Avturkhanov e Labazanov tentarono di prendere Grozny e di rovesciare Dudaev col supporto della Russia, il piano che elaborarono rispecchiò questa convinzione: tutti i reparti avrebbero dovuto dirigersi verso il Palazzo Presidenziale e limitarsi a sorvegliare le vie d’uscita dalla città: una volta che questo fosse caduto per i dudaeviti non ci sarebbe stato scampo.  In questo approccio c’era tutta l’ingenuità dell’opposizione antidudaevita, convinta di stare lottando contro un regime impopolare arroccato dentro i palazzi del potere. Dudaev rispose con efficacia a questa falsa idea, lasciando che i ribelli arrivassero quasi indisturbati al Palazzo per poi ingaggiarli da tutte le direzioni, mobilitando centinaia di volontari e costringendo le forze del Consiglio Provvisorio ad una precipitosa fuga.

Miliziani dudaeviti pregano prima della battaglia. Sullo sfondo il Palazzo Presidenziale ancora intatto

ASSALTO AL PALAZZO

Stessa errata valutazione fu compiuta dai Russi subito dopo la disfatta di Novembre: anche gli alti comandi federali pensarono a torto che una “spallata” al Palazzo Presidenziale sarebbe bastata a far crollare il governo separatista, considerato ormai impopolare. Il piano russo previde un “blitz” convergente sull’edificio, senza un adeguato piano di avanzata che coprisse le colonne d’attacco e senza attendere che le forze federali completassero l’accerchiamento della città. Di questo si approfittò Dudaev, ben conscio del fatto che un’invasione russa avrebbe velocemente ricompattato i ceceni intorno alla sua figura a difesa dell’indipendenza.  Il Generale abbandonò molto presto il Palazzo Presidenziale, sistemando il governo nella cittadina di Shali, a Sudest della capitale. A guidare la difesa di Grozny rimase il suo Capo di Stato Maggiore, Aslan Maskhadov, il quale si sistemò nei piani interrati dell’edificio. I reparti russi, convinti di stare portando a termine niente di più che una manovra militare, si ritrovarono accerchiati in una gigantesca imboscata, nella quale si contarono centinaia di morti e feriti. Fu l’inizio di una devastante battaglia casa per casa durata due mesi, durante i quali le forze federali si aprirono la strada verso il Palazzo Presidenziale radendo al suolo quasi per intero il centro della città, per poi varcare la sponda destra del Sunzha e respingere i separatisti fino ai sobborghi meridionali. Come il Reichstag per il Terzo Reich, il Palazzo Presidenziale divenne il perno della difesa cecena, il premio simbolico dell’avanzata russa ed il simbolo della più devastante azione di guerra in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi.

Rovine di Grozny dopo la battaglia. Sullo sfondo le rovine del Palazzo Presidenziale

Una volta giunti nei pressi della struttura e messi al sicuro i fianchi, i russi iniziarono a bombardare a tappeto il Palazzo e gli edifici circostanti: il palazzo del consiglio dei ministri di epoca sovietica, il cosiddetto Sovmin, l’Hotel Kavkaz situato dall’altra parte del viale, ed alcuni alti edifici residenziali utilizzati dai separatisti come ricoveri e postazioni di tiro dei cecchini. All’interno del Palazzo Maskhadov aveva istituito il suo comando, un ospedale da campo ed un magazzino dal quale era possibile rifornire i reparti che difendevano palmo a palmo il quartiere governativo dall’avanzata dei russi. I bombardamenti federali raggiunsero il ritmo di un colpo di granata al secondo, ma non riuscirono a fiaccare la resistenza dei difensori, né a minare la poderosa struttura in cemento armato del quale era costituito. I tiri di artiglieria riuscirono a provocare vasti incendi ai piani superiori, ma non a scalfire quelli inferiori, al di sotto dei quali si trovavano i quartieri operativi. La stessa sala del Gabinetto dei Ministri, situata al secondo piano, rimase pressoché intatta, tanto che le sue suppellettili furono saccheggiate dai soldati russi quando questi riuscirono a conquistarlo.

Foto di Grozny dopo la battaglia: una delle vie principali della città (1) una panoramica con il Palazzo Presidenziale sulla destra (2) i dintorni di Piazza Minutka (3) la Chiesa dell’Arcangelo Michele (4) l’Istituto Petrolifero di Grozny (5) il Ministero della Stampa e dell’Informazione (6) Mezzi blindati russi si dirigono verso il Palazzo Presidenziale (7) Il quartiere governativo distrutto con il Palazzo Presidenziale sulla sinistra (8) foto aerea delle rovine del Palazzo Presidenziale, lato tergale (9) istantanea della spianata davanti al Palazzo Presidenziale (10) Il Palazzo Presidenziale da dietro l’Hotel Kavkaz (11) I ruderi del Palazzo Presidenziale (12) i ruderi del Parlamento (13)

LA CADUTA

Maskhadov ed i suoi si decisero ad abbandonare il Palazzo Presidenziale soltanto il 19 Gennaio, venti giorni dopo l’inizio dell’attacco, quando ormai gli edifici adiacenti alla struttura erano caduti nelle mani dei russi nonostante i rabbiosi contrattacchi delle unità di Shamil Basayev. Nel corso dei giorni precedenti il palazzo era stato colpito incessantemente dall’artiglieria e dall’aereonautica, e due potenti bombe a detonazione ritardata erano penetrate fin nei sotterranei dell’edificio sventrando il palazzo.Il giorno successivo le forze federali occuparono il palazzo quasi senza combattere, ed innalzarono sul pennone la bandiera russa. La presa del Palazzo Presidenziale fu tuttavia poco più che un successo politico. L’attesa dissoluzione delle forze separatiste non avvenne, ed i combattimenti per Grozny sarebbero durati ancora per un mese, per poi proseguire fino al Maggio successivo nelle campagne e sui monti della Cecenia.

Bandiere russe sventolano dalle rovine del Palazzo Presidenziale appena conquistato

Durante l’occupazione militare il palazzo, totalmente inagibile e spogliato di qualsiasi cosa avesse un valore, divenne il monumento all’indipendentismo ceceno: i movimenti contro la guerra ed i partiti che fiancheggiavano Dudaev tennero manifestazioni imponenti all’ombra delle sue rovine. La milizia del governo collaborazionista, nel tentativo di reprimerle, finì per sparare contro la folla il 24 ottobre, uccidendo un dimostrante e ferendone altri quattro. Ma il più grave fatto di sangue occorse l’8 Gennaio 1996, quando un’imponente presidio venne disperso dai collaborazionisti a colpi di lanciagranate. Morirono tre persone, e altre sette rimasero ferite. Il 10 febbraio un’esplosione, sembra accidentale, provocò la morte di una madre e di suo figlio, scatenando l’ennesima ondata di manifestazioni a seguito delle quali le autorità di occupazione decisero di demolire definitivamente l’edificio. Neppure la demolizione, tuttavia, andò per il verso giusto: i genieri militari minarono maldestramente il Palazzo, e la mattina del 15 febbraio, quando le cariche esplosero, ne venne giù soltanto un pezzo.

Manifestanti indipendentisti presidiano le rovine del Palazzo Presidenziale il 9 Febbraio 1996.

LE ROVINE

Quando i separatisti ebbero riconquistato Grozny, nell’Agosto del 1996, si trovarono padroni di una città in rovina. I resti del Palazzo Presidenziale erano talmente deteriorati che un suo ripristino era impossibile. Del resto la carenza di risorse economiche avrebbe comunque reso inattuabile la ricostruzione di un edificio così imponente. Le macerie rimasero così ammassate sul posto, ed il grande spiazzo dove un tempo sorgeva il rigoglioso giardino di rappresentanza divenne un pantano fangoso. Il degrado e la sporcizia si accumularono progressivamente, man mano che la stessa Repubblica Cecena di Ichkeria sprofondava nella corruzione e nell’anarchia. Nel Settembre del 1999 le truppe federali rientrarono in Cecenia, e Grozny tornò ad essere un campo di battaglia. Tra le vie del disastrato quartiere governativo si combatterono feroci battaglie, ma alla metà di Febbraio i reparti di Mosca riuscirono ad assicurarsi le sue rovine, e dalla fine del mese i combattimenti si spostarono nella parte meridionale della città. I resti del palazzo caddero definitivamente nelle mani dei russi, e furono presto sgomberati.

Con la fine delle operazioni militari in città e l’avvento del governo di Akhmat Kadyrov iniziarono i lavori di ricostruzione del quartiere. Di ricostruire un Palazzo Presidenziale non si parlò mai, e certamente non di ricostruire quel palazzo. Dopo la morte di Akhmat Kadyrov e la successione al potere di suo figlio Ramzan il piano di restauro del quartiere prese il via a pieno regime. Ad oggi l’area è quasi irriconoscibile rispetto a com’era prima della guerra. Al posto del Palazzo Presidenziale sorge un grande parco, al centro del quale è stato eretto un monumento ai poliziotti caduti nella guerra contro il terrorismo. Insieme a “Palazzo Dudaev” vennero sgombrati anche molti altri edifici, ed al loro posto è stato eretto il quartiere islamico della città, con una gigantesca moschea chiamata “Cuore della Cecenia”, un centro islamico ed un gigantesco giardino. La residenza del Presidente della Repubblica è stata costruita nella grande ansa sul Sunzha posta ad est del quartiere governativo.

LA BATTAGLIA DI KHANKALA (19 – 28/12/1994)

La Battaglia di Khankala fu l’unica manovra di contrattacco in campo aperto dell’esercito della ChRI durante la Prima Guerra Cecena. Le unità cecene, al comando di Umalt Dashaev tentarono di ricacciare indietro i reparti del 129° Reggimento Motorizzato Guardie e del 45° Reggimento di Fanteria, penetrati in profondità sul fianco orientale della difesa di Grozny e giunte nei pressi della base militare di Khankala. Respinti, i separatisti si trincerarono all’interno della base, contrastando un violento contrattacco federale ed arrestando temporaneamente l’avanza delle truppe di Mosca

La mappa mostra le direttrici dell’attacco lanciato l’11 Dicembre delle forze federali. Il piano prevedeva che il Gruppo Est prendesse la Base di Khankala e da lì si spingesse fino a Piazza Minutka, centro nevralgico del settore meridionale della città.

ANTEFATTI

L’11 Dicembre 1994 i reparti del Raggruppamento delle Forze Unificate entrarono in Cecenia da tre direzioni: da nord – ovest (Mozdok) da nord – est (Klizyar) e da sud – ovest (Vladikavkaz). Per contrastare l’avanzata russa Maskhadov aveva predisposto una linea difensiva lungo il cosiddetto “Terek Ridge”, una catena di colline che protegge Grozny da Nord. La linea difensiva si incardinava sui villaggi di Dolinsky ad ovest (lungo la strada per la capitale cecena) e di Petropavlovskaya ad Est (poco a Nord della città). Le forze di Mosca tentarono di forzare la difesa cecena in questi due punti. I primi accaniti combattimenti si ebbero a Dolinsky, dove le unità di Vakha Arsanov riuscirono a reggere l’urto dei federali ed a tenerli inchiodati sulle loro posizioni fino al 21 Dicembre (VEDI: Battaglia di Dolinsky). Mentre Arsanov teneva la posizione ed i suoi reparti impegnavano le forze russe lungo tutta la dorsale del Terek Ridge, un consistente raggruppamento federale riuscì a forzare Petropavlovskaya il 17 Dicembre, prendendo il villaggio, ma soprattutto il ponte che avrebbe permesso loro di attraversare in sicurezza il Sunzha e piombare alle spalle della difesa cecena all’altezza del villaggio di Khankala, dove aveva sede la principale base militare del paese.

La presa di Petropavlovskaya permise ai federali di raggiungere in breve tempo i villaggi di Berkat – Yurt, Tsentora –  Yurt e Primykaniye, alle porte della città di Argun, e ad un tiro di schioppo dalla base. Da quella posizione i russi avrebbero potuto facilmente bloccare l’autostrada Rostov – Baku, unico asse viario di una certa importanza che collegasse l’Est e l’Ovest del Paese: in questo modo Grozny sarebbe stata isolata dalle altre due grandi città della Cecenia (Argun e Gudermes) e l’esercito di Eltsin avrebbe consolidato il braccio sinistro di una gigantesca tenaglia che, con l’arrivo delle forze provenienti da Vladikavkaz a formarne quello sinistro, si sarebbe chiusa all’altezza di Gikalovsky, dando il via all’assedio di Grozny. Per evitare che ciò avvenisse Maskhadov inviò uno dei suoi più valenti uomini, Umalt Dashayev, ed uno dei suoi più efficienti reggimenti, il Battaglione Speciale Separato “Borz” (per approfondimenti vedi la pagina sulle Forze Armate della ChRI), a fermare l’avanzata russa verso Khankala.

L’ATTACCO CECENO

Nel Dicembre del 1994 Umalt Dashaev poteva essere considerato, insieme a Shamil Basayev ed a Ruslan Gelayev, uno dei migliori combattenti di tutto il Caucaso. Veterano della Guardia Nazionale (in effetti uno dei suoi comandanti fin dalla fine del 1991) e della Guerra in Abkhazia (aveva guidato una delle brigate internazionali della Confederazione dei Popoli del Caucaso, perdendo un occhio nei combattimenti) aveva fama di essere un coraggioso soldato ed un ottimo comandante. La sua unità, costituita come sottogruppo del Reggimento “Borz” (“Lupo”) di Ruslan Gelayev, era composta per lo più di veterani dell’Abkhazia, ed era schierata a difesa di Grozny. Maskhadov fornì a Dashayev alcuni mezzi blindati ed un paio di carri armati, e lo inviò presso la base di Khankala, dove avrebbe dovuto costituire un raggruppamento d’attacco e lanciarsi contro le posizioni occupate dai russi prima che questi riuscissero a trincerarsi ed a porsi sotto la copertura dell’aereonautica. Dashayev tentò di camuffare al meglio i suoi movimenti in campo aperto, ma già il 19 dicembre, quando ancora le truppe di Mosca stavano raggiungendo i loro obiettivi, i suoi mezzi furono intercettati dai caccia federali e bersagliati severamente. Ciononostante il 21 Dicembre il comandante ceceno guidò il reggimento all’assalto delle posizioni tenute dal 129° Reggimento Motorizzato Guardie e dal 45° Reggimento di Fanteria, sostenuti da mezzi corazzati del 133° Battaglione Carri. L’assalto si risolse in un nulla di fatto, con i federali ancora padroni dei villaggi di Berkat – Yurt, Tsentora –  Yurt e Primykaniye ed i ceceni costretti a tornare sulle posizioni di partenza.

Umalt Dashaev, terzo da destra nella foto. Alla sua destra Shamil Basayev. Alla sua sinistra Khunkarpasha Israpilov.

LA CONTROFFENSIVA RUSSA

Dopo aver consolidato le loro posizioni i reparti federali presero ad avanzare verso il villaggio di Khankala e la base militare adiacente, ma i reparti di Dashaev tornarono presto all’attacco. Nella notte tra il 25 ed il 26 Dicembre ciò che rimaneva delle unità corazzate cecene (un carro T- 72 ed alcuni blindati) si lanciarono contro i reparti nemici, riuscendo a distruggere alcuni veicoli ed a interrompere l’avanzata dei russi. Durante lo scontro, tuttavia, i separatisti accusarono forti perdite e lasciarono sul campo tutti i mezzi in dotazione, bersagliati dall’aereonautica o messi fuori combattimento dai carri armati del 133°. Per tutta la giornata del 27 Dicembre i ceceni tentarono di impedire ai russi di mettersi in posizione offensiva, bersagliando le loro posizioni con colpi di mortaio e ferendo alcuni di loro. La mattina del 28, tuttavia, la difesa sembrò iniziare a cedere, ed i reparti di Mosca presero ad avanzare lungo due direttrici: da nord, lungo la ferrovia Gudermes – Grozny, e dal centro, lungo il campo di aviazione della base verso gli acquartieramenti militari.

I federali avanzarono piuttosto speditamente fino alle 11:30, incontrando scarsa resistenza e convincendosi di aver definitivamente sloggiato i difensori, ma quando giunsero all’altezza delle caserme della base, posizionate ad ovest del complesso, furono investiti dal fuoco di numerose mitragliatrici pesanti, oltre che dal tiro di almeno 5 carri T – 72 ed un T – 62. Dashaev aveva predisposto le unità in modo da mascherarle all’azione dell’aereonautica e poter sfruttare la massima potenza di fuoco laddove aveva la miglior copertura offerta dagli edifici della base.  La battaglia infuriò per tutta la giornata, ed i federali accusarono gravi perdite, tra le quali almeno due T-  80. Nonostante l’agguerrita reazione dei federali, i separatisti rimasero barricati nelle baracche, costringendo gli attaccanti ad arrestare l’azione ed a porsi in posizione difensiva fuori dal raggio degli RPG. Durante l’azione di ripiegamento Umalt Dashayev, già ferito tre volte durante gli scontri, fu centrato mentre tentava di assaltare un veicolo nemico armato di lanciagranate.

Mezzo blindato dell’esercito regolare della ChRI nel 1994, poco prima dello scoppio della Prima Guerra Cecena

ESITI DELLA BATTAGLIA

Da un punto di vista strategico la battaglia si risolse con una vittoria russa. Le deboli unità corazzate della ChRI non riuscirono ad arrestare l’avanzata federale, dimostrandosi incapaci di impegnare seriamente il nemico in campo aperto, senza adeguata copertura aerea. La difesa approntata da Dashaev presso la base di Khankala rallentò i progressi russi, ma non impedì che il braccio sinistro della tenaglia predisposta dai comandi di Mosca si allungasse fino a coprire tutto l’arco necessario a chiudere l’accerchiamento. Tuttavia è importante notare che la fiera resistenza offerta dai separatisti fu tra le ragioni che portarono, alcuni giorni dopo, il Ministro della Difesa russo Pavel Grachev ad abbandonare l’idea di un lungo e difficile assedio in favore di un attacco diretto al centro cittadino, decisione che avrebbe portato al tragico “Assalto di Capodanno”, rivelatosi un fiasco.

La morte di Umalt Dashaev privò Maskhadov di uno dei più valenti e rispettati comandanti separatisti, ma produsse anche il primo “martire” della guerra contro i russi: Dzhokhar Dudaev insignì il defunto Dashaev del titolo “Qoman Turpal” (“Eroe della Nazione”) facendone il primo campione dell’indipendenza del Paese. Al termine della Prima Guerra Cecena Maskhadov gli avrebbe dedicato uno dei battaglioni della ricostituita Guardia Nazionale.

Mappa interattiva riepilogativa della battaglia. Una versione è disponibile su Mymap all’indirizzo https://www.google.com/maps/d/edit?mid=1A9GSDnQT8j73itenKp6YoZX7Sn0hlm16&usp=sharing