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GLI AMBASCIATORI DI ICHKERIA – QUINTA PARTE

DIPLOMAZIA DI GUERRA

Lo scoppio della Seconda Guerra Cecena vanificò le speranze del governo di Grozny di veder riconosciuta l’indipendenza della Cecenia. Con l’inizio delle operazioni militari l’esercito russo blindò i confini terrestri e lo spazio aereo, impedendo al governo di Maskhadov ed al Parlamento di comunicare efficacemente con le loro rappresentanze all’estero. Per ovviare alle prevedibili difficoltà logistiche, Maskhadov aveva inviato fin dal novembre del 1999 alcuni suoi uomini di fiducia in Europa e negli Stati Uniti. Tra questi vi erano il Ministro degli Esteri Ilyas Akhmadov, il Ministro della Sanità, Umar Khambiev, nominato rappresentante personale del presidente in Europa, il Ministro della Cultura e dell’Informazione, Akhmed Zakayev, l’ex presidente del Parlamento “epurato” da Dudaev nel 1993, Akhyad Idigov (rieletto parlamentare nel 1997 e Presidente della Commissione Esteri), Usman Ferzauli, inviato a Copenhagen, e Mairbek Vatchagayev, rappresentante del Presidente a Mosca. Questo network di funzionari governativi avrebbe dovuto riuscire a costruire una rete di contatti in grado di mantenere sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo il tema della guerra in Cecenia, di acquisire sponde per stimolare i governi occidentali e le organizzazioni internazionali a compiere passi concreti per costringere Putin a sedersi ad un tavolo negoziale e fermare la guerra. Alcuni di loro, molti anni dopo, hanno raccontato il loro lavoro in libri di memorie. La traccia più precisa e puntuale è fornita dall’allora Ministro degli Esteri Akhmadov, che in due opere, “The Chechen Struggle” e “Secret Wartime Diplomacy” racconta l’attività svolta in quel difficile contesto. Il metodo con il quale il presidente, non potendo comunicare direttamente con i suoi funzionari a causa del blocco delle telecomunicazioni imposto dalla Russia, riusciva a far pervenire i suoi messaggi, era ingegnoso ma molto articolato. Scrive Akhmadov:

Ilyas Akhmadov, ultimo Ministro degli Esteri del Governo Maskhadov, rappresentò la Repubblica Cecena di Ichkeria all’estero fino all’Agosto del 2005, quando il nuovo Presidente Abdul Khalim Sadulayev licenziò tutte le rappresentanze della ChRI all’estero. Oggi vive negli Stati Uniti. (Photo by Alex Smailes/Sygma via Getty Images)

“Uno dei grandi problemi […] erano le comunicazioni. Nei primi mesi di guerra […] sapevamo che le conversazioni sarebbero state monitorate. Ricordavamo come il Generale Dzhokhar Dudaev fu ucciso mentre usava un telefono satellitare. Maskhadov sapeva benissimo che sarebbe stato un bersaglio dei russi. Se avesse usato un telefono satellitare, poco dopo i russi avrebbero lanciato un bombardamento d’artiglieria in direzione della sua posizione triangolata. Alla fine decise di non utilizzare ulteriormente questi telefoni […] e di impiegare il più primitivo ma affidabile metodo di spedizione tramite corriere. […] Il modo in cui funzionava questo sistema di comunicazione era il seguente: Maskhadov aveva organizzato una rete di corrieri per la raccolta di informazioni. Un gran numero di corrieri erano donne perché erano sottoposte ad un controllo più blando ai posti di frontiera rispetto agli uomini. Il corriere doveva prima di tutto riuscire ad uscire dalla zona di guerra, raggiungendo generalmente Baku, in Azerbaijan, con delle cassette registrate. […] Il corriere spesso doveva aspettare settimane perché si “aprisse una finestra”. Avrebbe dovuto aspettare che il controllo russo si indebolisse e poi avrebbe dovuto capire come andare dal punto A al punto B. Dipendeva da molti fattori. Naturalmente questo ha causato problemi quando avevi bisogno di una risposta rapida al tuo messaggio […]. Non era un sistema che funzionava come un orologio, e c’erano spesso interruzioni inaspettate. Ma questo era l’unico mezzo nelle condizioni di controllo totale, monitoraggio telefonico totale, controllo di tutte le strade che portavano fuori dalla Cecenia ed all’interno della Cecenia.”

Akhmadov era riuscito ad uscire dal Paese prima che i confini fossero completamente sigillati. Per prima cosa cercò di raggiungere l’Europa. Dovette prima volare a Baku, poi ad Istanbul, e da lì mettersi a cercare un consolato che gli garantisse un visto per volare in Occidente. Ci volle un bel po’ prima che il consolato olandese, dopo lunghe perorazioni, autorizzasse Akhmadov a volare ad Amsterdam. Una volta in Olanda Akhmadov riuscì ad ottenere un’audizione al parlamento, grazie all’intercessione dell’associazione umanitaria Pax Christi. Uno dei segretari, Egbert Verseling, riuscì poi a metterlo in contatto con il Comitato Americano per la Pace in Cecenia, un’associazione di volontari che combatteva per la tutela dei diritti umani dei cittadini ceceni. Grazie a quell’invito Akhmadov poté raggiungere Washington nel gennaio del 2000, dove incontrò rappresentanti del Senato e della Camera dei Rappresentanti tra i quali John McCain, Chuck Hagel e Paul Wellstone. Il Senato americano adottò una serie di risoluzioni nelle quali si esprimeva preoccupazione per gli eventi in Cecenia, ed Akhmadov fu invitato ad in ciclo di conferenze nelle università americane.

LE INTERFERENZE DEI RADICALI

Fu alla prima di queste conferenze che si rese conto che la corrente fondamentalista della resistenza aveva un proprio “Ministro degli Esteri” non autorizzato. Mentre lui e gli altri volavano in Occidente, infatti, Zelimkhan Yandarbiev, ex Presidente della Repubblica pretoriano del defunto Dudaev, era volato in Afghanistan a cercare il riconoscimento da parte dei Talebani. Durante la sua prima conferenza pubblica, alla John Hopkins University di Washington, dal pubblico giunse la domanda: “Come vedi il fatto che il tuo governo ha fatto un’alleanza con i talebani?”. Akhmadov non sapeva niente di tutto questo e rispose che non ne era informato, e che se fosse stato così probabilmente era a causa del destino comune che i due popoli avevano affrontato durante l’occupazione russa. Akhmadov chiamò Maskhadov e gli chiese: “Hai inviato Yandarbiev dai Talebani alle mie spalle? Questo è un casino totale!” Maskhadov rispose che era al corrente del fatto che Yandarbiev era in Afghanistan, ma che non aveva dato alcun ordine di aprire canali diplomatici ufficiali. In sostanza, Yandarbiev, che non era un signore della guerra ma soltanto uno stimato politico, l’unico che fosse ancora in piedi dall’inizio della rivoluzione cecena, era diventato una sorta di “inviato” presso i movimenti islamici e gli stati del Medioriente e dell’Asia Centrale, rivendicando una sua propria politica personale. Qualcosa di simile a quello che stava facendo Ugudov, che dopo essere stato licenziato dal Ministero degli Esteri nel 1998 aveva svolto il ruolo di regista dell’informazione del Congresso dei Popoli di Cecenia e Daghestan, aveva sponsorizzato l’invasione dei wahabiti e poi, una volta fuoriuscito, aveva continuato ad animare il sito Kavkazcenter.org e da lì la propaganda islamista nel Caucaso. Il riconoscimento della Repubblica Cecena di Ichkeria da parte dei Talebani fu il primo e l’unico da parte di un governo indipendente, e fu controproducente dal punto di vista politico. Yandarbiev non era stato inviato in Afghanistan da Maskhadov, ma questi dovette accettare il fatto compiuto e cercare di trarre il massimo profitto dal nuovo legame diplomatico stabilito. Il fatto era che lo stesso Emirato di Afghanistan a guida talebana era riconosciuto da appena tre paesi: Pakistan, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

Zelimkhan Yandarbiev guida una preghiera pubblica dietro un’immagine di Dzhokhar Dudaev

Nessun governo occidentale avrebbe visto la sponsorizzazione dei talebani come uno stimolo a prendere le parti dei ceceni ed anzi, alla luce di quanto sarebbe successo l’11 settembre del 2001, con l’attentato terroristico al World Trade Center e l’inizio della guerra globale al terrorismo, l’accostamento ai Talebani sarebbe stato un colossale boomerang. Dopo il rientro dagli USA, Akhmadov si recò a cercare l’appoggio degli stati europei. Nel marzo del 2000 ebbe contatti con l’allora presidente del Parlamento Europeo, Nicole Fontaigne, con gli esponenti delle principali fazioni politiche, ed insieme ad altri deputati ceceni esuli riuscì a convincere l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa  (PACE) a votare una mozione per estromettere la Russia fintanto che la guerra in Cecenia fosse continuata.Secondo quanto racconta Akhmadov, la prima prova diplomatica importante fu proprio l’incontro del PACE. In quell’occasione Akhmadov riuscì a convincere l’assemblea ad adottare una risoluzione di condanna alla Russia ci fu e questo aprì un dibattito di alto livello tra le istituzioni europee ed il Cremlino. Putin non poteva ignorare i rapporti con l’Unione Europea, che insieme agli Stati Uniti era la principale fonte di prestiti per le sue disastrate finanze. Così il presidente russo inviò i suoi parlamentari a trattare con il PACE, proponendo ai membri dell’Assemblea di partecipare alla scrittura di una nuova Costituzione cecena che ricomponesse il conflitto e riportasse la pace nel paese.

La proposta muoveva dalla presunzione di considerare quello che stava succedendo in Cecenia come il frutto di una guerra civile tra una fazione filorussa ed una indipendentista. Questa visione delle cose presentava il Cremlino non come una delle parti in causa, ma come il mediatore di un conflitto che era andato fuori controllo, e che si sarebbe risolto soltanto quando le anime moderate del nazionalismo ceceno avessero ritrovato la concordia. I governi europei videro di buon grado la soluzione proposta da Putin, interpretando la visione di una guerra civile come la più realistica e rifiutandosi di riconoscere per intero le ragioni dei rappresentanti della ChRI. Fu un vero disastro per Maskhadov: tutti gli sforzi fatti per ottenere sponde dall’occidente naufragarono nella disponibilità dell’Occidente a sacrificare l’indipendenza della Cecenia.

IL “PIANO AKHMADOV”

Akhmadov si dette alla ricerca di personalità pubbliche che sponsorizzassero qualsiasi soluzione alternativa. Tra il 2001 ed il 2003 propose di fare della Cecenia un protettorato sotto mandato delle Nazioni Unite per un periodo di 10 o 15 anni, durante i quali il paese sarebbe stato ricostruito e le istituzioni democratiche sarebbero state implementate, sul modello di quanto stava succedendo in Kosovo ed a Timor Est. Maskhadov avrebbe rassegnato le sue dimissioni, l’esercito russo si sarebbe ritirato e le forze armate cecene avrebbero smobilitato. Una volta che la situazione si fosse stabilizzata e le istituzioni democratiche avessero iniziato a funzionare sotto la protezione delle forze armate dell’ONU, nuove elezioni avrebbero portato alla costituzione di una Cecenia indipendente. Il piano era di difficile attuazione, perché avrebbe dovuto passare dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, del quale la Russia faceva parte, e difficilmente il Cremlino avrebbe accettato la presenza di forze di pace entro quelli che considerava i propri confini. Un segnale incoraggiante comunque giunse da Putin, che in relazione al piano proposto rispose: “Oggi la questione dell’indipendenza o meno della Cecenia dalla Russia è assolutamente non di fondamentale importanza. Ciò che è di fondamentale importanza per noi è soltanto una questione. Non vogliamo permettere che questo territorio venga usato ancora una volta come testa di ponte per un attacco alla Russia.”

Putin visita la Cecenia durante la seconda invasione del paese

In questi termini, Putin poteva essere teoricamente disponibile a congelare nuovamente la questione dell’indipendenza in cambio della completa smilitarizzazione della Cecenia. Il piano venne sottoposto a Maskhadov qualche settimana dopo, sponsorizzato dallo scrittore francese Andrè Glucksmann e dal politico belga Olivier Dupuis, che si dissero disponibili a farsene relatori presso le autorità europee ed all’ONU. Esso tuttavia era debole per due motivi: prima di tutto la Cecenia non era come il Kosovo perché la Russia non era come la Serbia, né in fatto di peso politico, né in fatto di rapporti con l’occidente. In secondo luogo, come spiegò Maskhadov nella sua risposta alla proposta di Akhmadov, “La mentalità della resistenza cecena era sempre più religiosa e sempre più frustrata rispetto all’Occidente ed alla democrazia, rispetto a quanto non fosse durante la prima guerra. […] dovete capire che quello che la gente vede riguardo alle democrazie occidentali sono dichiarazioni preoccupate di routine, gestualità vuote, che irritano soltanto la gente. Dovete capire che questo è tutto quello che hanno visto di codeste democrazie”. Maskhadov confidò che non sarebbe riuscito a tenere insieme il fragile fronte indipendentista se un simile piano fosse stato sponsorizzato da lui. In particolare, una simile soluzione avrebbe messo la resistenza in rotta di collisione coi suoi finanziatori, che erano per lo più comunità religiose mediorientali le quali mai avrebbero supportato finanziariamente un movimento che andava a braccetto con l’ONU, vista dai più come una sovrastruttura al servizio del potere occidentale. Rispose quindi che il piano poteva essere presentato, ma come una iniziativa personale di Akhmadov e dei suoi amici, e non come un documento ufficiale della ChRI. Anche all’interno di ciò che restava della gerarchia repubblicana, il dibattito sul piano fu acceso ed i funzionari non riuscirono a trovare un accordo.  Laddove Umar Khambiev, Ministro della Sanità ed inviato personale di Maskhadov in Europa, appoggiò entusiasticamente il piano, Akhyad Idigov, ex Presidente del Parlamento dudaevita, lo attaccò pesantemente accusando Akhmadov di voler vendere l’indipendenza della Cecenia e di attentare alla costituzione. Akhmadov propose il piano in via personale nel marzo 2003, ma proprio in quei mesi iniziò la seconda invasione americana dell’Iraq, e la questione cecena finì nelle ultime pagine dei giornali. Olivier Depuis raccolse comunque le firme per presentare il piano alle Nazioni Unite, e per la metà del 2003 ne aveva già raccolte 30.000. L’azione di Depuis, che era un deputato del Partito Radicale Transnazionale, avrebbe portato, nel febbraio del 2004, il Parlamento Europeo a varare una risoluzione nella quale per la prima volta si riconosceva la deportazione dei ceceni del 1944 come “genocidio”, ma oltre all’adozione di questa risoluzione, non ci sarebbe stato altro di politicamente rilevante.

L’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE)

LA GUERRA AL TERRORISMO

In ogni caso la discussione del “Piano Akhmadov” non riuscì neanche a decollare, giacché l’11 settembre 2001 Osama Bin Laden lanciò il suo attacco terroristico agli Stati Uniti. Da quel momento il timore del terrorismo islamico si impadronì delle società occidentali, ed anche i secessionisti ceceni finirono per essere considerati parte del fenomeno. Come scrive Akhmadov: “Le cose sono cambiate radicalmente dopo l’11 settembre 2001, quando la maggior parte delle persone in Occidente, e certamente la maggior parte dei governi, ha iniziato a guardarci attraverso la lente dell’antiterrorismo. Il pretesto che l’uccisione di massa di civili ceceni da parte della Russia abbia contribuito alla guerra contro il terrorismo ha permesso all’Occidente di mantenere stretti rapporti con la Russia e di assolvere la sua coscienza collettiva ignorando le atrocità. Vedere questa guerra come uno dei fronti di guerra contro il terrorismo globale ha liberato l’Occidente dai suoi obblighi al rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale nei suoi rapporti con la Russia.”. La resistenza cecena, che per parte sua aveva compiuto atti di terrorismo e che, radicalizzandosi, aveva assunto i turpi connotati del fanatismo religioso, fu pesantemente colpita dai nefasti effetti dell’azione di Al Qaeda, che gli alienarono completamente le simpatie dell’occidente, fatta eccezione per qualche giornalista, qualche associazione umanitaria e qualche uomo politico di scarso peso. Le autorità russe si resero conto di avere campo libero nel portare a termine la loro invasione e chiusero a qualsiasi negoziato che potesse portare anche soltanto ad una tregua. 

La prima conseguenza di questo nuovo cambio di prospettiva fu un’ulteriore stretta sugli agenti diplomatici della repubblica, che si trovarono ovunque in difficoltà per ottenere i visti per raggiungere le loro destinazioni. Ilyas Akhmadov: “Il mio bisogno più elementare era quello di ottenere i visti per entrare nei vari stati, ma ogni richiesta era una battaglia. Anche la logistica era complicata, senza considerare il fatto che non avevamo ambasciate, o personale, o coordinamento tra i rappresentanti. I rappresentanti dei governi stranieri ci incontrarono, normalmente in veste personale, e ci fu permesso di partecipare ai forum internazionali, ma normalmente senza il diritto di parola o di voto.” Il secondo importante problema era determinato dal fatto che molti comandanti di campo ed alcuni dei principali inviati del governo (reali o auto dichiarati) erano fermamente contrari all’apertura di negoziati perché, a differenza di Maskhadov, continuavano a nutrire il sogno di uno stato islamico. Secondo uomini come Ugudov, Yandarbiev, ma anche Basayev e Khattab la guerra non soltanto non doveva finire, ma doveva valicare i confini della Cecenia e trasformarsi in una vera e propria insurrezione islamica, dalla quale sorgesse un Emirato Islamico del Caucaso, sulla falsariga di quanto successo in Afghanistan. In questa ottica qualsiasi accordo di pace con la Russia avrebbe soltanto allontanato il risultato politico auspicato, e pertanto la guerra doveva continuare, come e più forte di prima.

L’INSURREZIONE ISLAMICA

 Di questo progressivo scollamento tra Maskhadov ed i suoi gruppi più agguerriti si ha traccia nelle audio lettere che il presidente inviava al Ministro degli Esteri, nelle quali si riferiva a numerose riunioni con Basayev ed a piani per una nuova invasione di Grozny ai quali il comandante di campo faceva resistenza passiva, rimandando gli incontri operativi e rifiutandosi di mettere in pratica operazioni militari che in qualche misura potessero costringere i russi a riaprire i negoziati. In uno di questi audio messaggi diceva: “Dunque, riguardo Basayev.  Gli ho fatto visita quattro volte ed ho cercato di convincerlo: “Lascia tutto da parte, lascia queste politiche ed il passato da parte. Battiamo insieme i russi! Ecco il nemico, ecco l’avversario: battiamolo! […] Voglio riprendermi la città [Grozny], voglio entrare in città. […] Di quanti combattenti hai bisogno? 500? 1000? Ordinerò una pronta preparazione. Quando entrerai, sarà necessario attuare tattiche diversive in qualche altro posto e io le preparerò.” Quindi abbiamo deciso. Passarono tre o quattro mesi con la promessa di attaccare domani, dopodomani, e non ne uscì nulla. Poi disse che non riusciva a comunicare, e così via, così via. Poi ho capito che nelle sue espressioni c’erano pensieri del tipo: “Non dobbiamo sbrigarci, dobbiamo prendere tempo. Non è vantaggioso per la Russia portare avanti questa guerra, la Russia sì è indebolita. Dobbiamo risparmiare le nostre forze.” Non sono d’accordo con un simile approccio. In che senso non sono d’accordo? Non possiamo prendere tempo. Se iniziamo a prendere tempo, loro [i governi occidentali] si dimenticano di noi e poi diventa più difficile per te parlare laggiù, diventa più difficile per me. Abbiamo un’opportunità al cento percento di colpire in qualche posto almeno una volta al mese, e di fare molto rumore al riguardo. Ma il comportamento di questi comandanti mi suggerisce che vogliono trascinare avanti questa guerra con qualsiasi mezzo.”

Basayev e Maskhadov: nella foto c’è tutta la loro reciproca frustrazione

FORZE SPECIALI CONTRO MILITANTI: L’ACCERCHIAMENTO DI AKSAI

L’accerchiamento di Aksai fu una manovra occorsa il 7 Gennaio 1995 tra reparti della 22° Brigata per Scopi Speciali dell’Esercito Federale ed un raggruppamento di miliziani separatisti nei pressi del fiume Aksai, nel sud montagnoso della Cecenia. L’azione portò alla cattura di più di 40 militari russi ed alla loro consegna davanti alle telecamere, sancendo una vittoria militare e politica dei dudaeviti.

Le forze federali prigioniere dei separatisti a Shali

IL DISPIEGAMENTO DELLE FORZE

Con l’avvio della campagna militare di terra il comando federale predispose una serie di azioni di sabotaggio e disturbo oltre quelle che si pensava sarebbero state le linee difensive cecene, una volta che il grosso dell’esercito federale avesse conquistato Grozny. Alcune unità elitrasportate avrebbero dovuto prendere posizione ai piedi delle montagne e da lì dirigere il tiro dell’artiglieria e dell’aviazione sulle formazioni militanti in fuga. Il 29 Dicembre, poche ore prima che iniziasse l’attacco alla capitale, due squadre speciali furono inviate su tre elicotteri da trasporto scortati da due elicotteri d’assalto alla periferia meridionale di Grozny. Giunti al sito di atterraggio i piloti si trovarono davanti ad una fitta coltre di fumo nero, sprigionata da pozzi petroliferi in fiamme. Impossibilitati ad atterrare, gli elicotteri si diressero a sud, dove trovarono un comodo spiazzo dove posarsi. Il luogo era tuttavia presidiato ad alcune persone, la cui affiliazione era indefinibile a causa del fatto che indossavano abiti civili. Il comandante della spedizione, Maggiore Morozov, ordinò di effettuare alcuni falsi atterraggi per confonderli nel caso si trattasse di dudaeviti, poi predispose l’atterraggio dei suoi uomini. Dopo essersi disposti sul terreno i militari russi iniziarono a dirigersi verso Nord, in modo da raggiungere il punto di partenza dell’operazione, ma ben presto si accorsero di essere sotto osservazione da parte di un piccolo gruppo di armati.

Morozov tentò di ingaggiare i separatisti, ma questi si dispersero efficacemente. A quel punto l’effetto sorpresa, garanzia di successo dell’operazione, era ormai compromesso, e Morozov chiese di evacuare i suoi uomini, ma dal Comando giunse l’imperativo di proseguire la missione. Nel frattempo sul retro dello schieramento russo si stavano concentrando decine di militanti, i quali avevano preso coraggio e minacciavano gli incursori federali. Questi, per evitare di cadere in un’imboscata continuarono a muoversi verso nord, spostandosi continuamente tra le montagne per evitare la cattura. Nel frattempo un secondo gruppo di forze speciali atterrò a poca distanza, riunendosi al primo e costituendo così una forza di una quarantina di unità. Il gruppo così rafforzato continuò a procedere verso nord, con l’intento di prendere la posizione originaria ed iniziare la azioni di disturbo e direzione del tiro. Tuttavia l’assenza di mappe aggiornate ed una certa confusione nella catena di comando resero difficile e laborioso lo svolgimento dell’azione: in particolare le unità speciali si ritrovarono a marciare su di una strada asfaltata coperta di neve, lasciando numerose impronte le quali furono prontamente notate dai residenti locali e dai miliziani separatisti. Lungo la strada i federali incontrarono alcuni uomini aderenti alle milizie anti – dudevite, i quali consigliarono ai russi di seguire un certo percorso che li avrebbe portati in una zona sotto il loro controllo nei pressi del villaggio di Goity. Tuttavia il comandante delle due unità raggruppate, Maggiore Ivanov, decise di procedere secondo i piani e confermò la direzione Nord, verso la periferia meridionale di Grozny.

Militari russi in pattuglia su un torrente in Cecenia

L’ACCERCHIAMENTO

Gli uomini viaggiavano con un notevole peso sulle spalle, trasportando sia la dotazione tradizionale che gli strumenti per le comunicazioni e gli esplosivi per le azioni di sabotaggio. La molta neve caduta in quei giorni rallentò ulteriormente i reparti federali, ed il riacutizzarsi di una vecchia ferita alla gamba del Maggiore Ivanov ridusse di molto la mobilità del reparto. La mattina del 7 Gennaio, constatato che ormai i gruppi militanti al seguito dei federali avevano raggiunto alcune centinaia di unità, Ivanov si decise ad ordinare l’evacuazione: i suoi uomini si sistemarono su di un’altura prospiciente un comodo punto di atterraggio ed attesero l’arrivo degli elicotteri. Nell’attesa fu ordinato di preparare la colazione, ed il fumo dei falò rese facilmente individuabili le truppe di Mosca. La scelta di trincerarsi su un’altura era mutuata dalla strategia di difesa classica impiegata dai militari russi in Afghanistan. Tuttavia, a differenza delle alture centroasiatiche, per lo più spoglie di vegetazione, le colline cecene erano coperte di vegetazione, il che non favoriva l’individuazione di eventuali unità attaccanti.

Le colline boscose sull’Aksai. La fitta vegetazione rendeva facile dissimulare il numero dei combattenti ai reparti separatisti impegnati nell’assedio.

I miliziani iniziarono quindi a sistemarsi ai piedi dell’altura, circondandola da tutti i lavi. Poi, non appena la nebbia iniziò ad alzarsi, questi iniziarono a risalire la china protetti dalla foschia, sbucarono di fronte alle posizioni avanzate russe ed iniziarono una fitta sparatoria, durante la quale due soldati federali rimasero uccisi. Il fuoco giungeva da tutti i lati, e gli uomini di Ivanov non riuscivano a stimare l’entità delle forze attaccanti, nascoste tra gli alberi e coperte dalla nebbia. Per contro i miliziani potevano tenere sotto controllo i federali con grande facilità, essendo le loro sagome ben visibili nel cielo chiaro di Gennaio. I militari russi poi erano stremati dopo aver trasportato a spalla pesanti apparecchiature, e non avevano alcuna preparazione militare al combattimento in montagna. Vistosi in difficoltà, Ivanov chiese urgentemente che i suoi uomini fossero evacuati per via aerea, ma il Comando russo respinse la richiesta, chiedendo alle unità sul campo di resistere fino a che le condizioni metereologiche avessero permesso di volare in sicurezza. Tuttavia le condizioni sul campo di battaglia sembravano insostenibili, ed Ivanov inviò Morozov a parlamentare coi separatisti, tentando di guadagnare tempo o di ottenere la loro autorizzazione a sganciarsi. I dudaeviti capirono presto che l’obiettivo di Morozov era quello di tenere aperti i negoziati fino all’arrivo delle forze aeree, ed ordinarono una resa immediata. Per convincere i federali ad abbassare le armi iniziarono a martellare l’altura con i mortai. Dopo alcune ore di martellamento Ivanov, convinto che un attacco dei separatisti avrebbe portato alla completa distruzione del suo reparto, ordinò la resa.

Pattuglia di soldati russi nella nebbia

LA PRIGIONIA E LA LIBERAZIONE

In totale caddero nelle mani dei miliziani tra i 42 e i 48 soldati federali. Questi furono trasferiti a piedi presso un centro di detenzione preventiva del Dipartimento di Sicurezza dello Stato, nel distretto di Shali, situato nel vecchio centro di detenzione temporanea regionale del Ministero degli Interni. Dell’interrogatorio si occupò il capo del Dipartimento in persona, Abusupyan Mosvaev. Durante il suo svolgimento alcuni dei militari furono picchiati, e lo stesso Maggiore Ivanov riportò una grave commozione cerebrale a seguito di un colpo inferto con una bottiglia. In generale, comunque, i prigionieri non riportarono segni di tortura, né danni fisici gravi. Questo atteggiamento particolarmente “morbido” nei confronti dei prigionieri fu spiegato con la presenza di Maskhadov presso Shali (egli era contrario all’utilizzo della tortura sui prigionieri, ed era intenzionato a mostrare al mondo la “regolarità” delle sue forze armate anche tramite il rispetto delle convenzioni internazionali sui prigionieri di guerra).

I ceceni fecero largo uso delle forze speciali catturate ai fini della propaganda. Maskhadov inviò a Shali i corrispondenti di molte agenzie di stampa, sia russe che occidentali, affinchè documentassero le condizioni di vita dei prigionieri. Inoltre autorizzò le madri dei militari catturati a recarsi a Shali per riprendere i propri figli, ottenendo una gigantesca eco mediatica. Il 19 Gennaio i soldati furono consegnati ai russi presso il villaggio di Gerzel – Aul, nel distretto di Gudermes.

LA PRIMA GUERRA CECENA RACCONTATA DA ILYAS AKHMADOV

(raccolta dalla rivista Small Wars Journal nel Giugno 1999)

NOTA: Ilyas Akhmadov è nato nel 1960 in Kazakhistan. Dopo essersi laureato in Scienze Politiche all’università di Rostov nel 1991 si trasferì in Cecenia, trovando un impiego presso il Ministero degli Esteri. Nel 1994 prese parte ai combattimenti contro l’opposizione armata di Ruslan Labazanov ad Argun, rimanendo ferito. Durante la Prima Guerra Cecena servì come addetto alle pubbliche relazioni del Quartier Generale, direttamente a contatto con Aslan Maskhadov. Al termine della guerra si ritirò a vita privata, ma il 27 Giugno 1999 fu richiamato da Maskhadov, nel frattempo divenuto Presidente della Repubblica, a dirigere il Ministero degli Esteri, dopo le dimissioni di Akhyad Idigov. Allo scoppio della Seconda Guerra Cecena fu inviato in Europa con l’obiettivo di sponsorizzare l’apertura di negoziati politici tra Russia e Cecenia. Akhmadov operò in veste di Ministro degli Esteri fino alla morte di Maskhadov, nel Marzo 2005. Il 23 Agosto il successore del defunto Presidente, Abdul Khalim Sadulayev, lo sostituì con un altro esule ed ex ministro della Repubblica, Usman Ferzauli. La presente intervista fu rilasciata all’indomani della sua nomina a Ministro degli Esteri, nel Giugno del 1999

Ilyas Akhmadov

La prima azione militare

Ho visto l’azione militare come membro del Battaglione di Shamil Basayev durante le operazioni contro Ruslan Labazanov nell’Agosto 1994. Sono stato ferito ad una gamba ad Argun, e non ho potuto camminare per quattro mesi.  Ho lasciato la Cecenia per motivi medici e sono riuscito a tornare soltanto nel pomeriggio del 30 Dicembre. Ho preso parte alla difesa di Grozny come volontario il 31 Dicembre . Successivamente mi sono unito al Quartier Generale. In qualità di combattente ordinario, era difficile per me avere il quadro completo di ciò che stava succedendo. Posso soltanto parlare di ciò a cui ho assistito.

La Battaglia per Grozny

L’artiglieria russa era posizionata sul “Sunzha Ridge” che domina Grozny. La battaglia iniziò con il bombardamento di Howitzers “152 mm” e non si fermò mai fino al 23 Febbraio. L’aviazione di prima linea combatteva anche in condizioni di nebbia fitta. Nonostante lo scarso effetto dell’artiglieria e del fuoco aereo sulle nostre unità armate, loro non si fermarono mai per più di 20 minuti, anche quando le posizioni russe e cecene furono a 50 metri le une dalle altre. In questo modo infliggevano tanto danno alle loro truppe quanto danno alle nostre.

Ho combattuto nel sobborgo cittadino di Staropromyslovsky. C’erano due tipi di unità nel distretto – i gruppi di resistenza che si erano formati spontaneamente tra gli abitanti dello stesso villaggio o quartiere cittadino e gruppi delle nostre forze armato esistenti – principalmente i battaglioni di Gelayev e Basayev. Questi battaglioni occupavano posizioni chiave su Viale Staropromislovsky, nei pressi della fabbrica “Elektropribor”.  La mia prima impressione una volta arrivato a Grozny il 31 Dicembre fu che il nostro Alto Comando avesse portato tutte le nostre forze dentro Grozny.  Non avevamo abbastanza risorse umane e forza per fermare l’avanzata dei russi fuori dalla città. Quello che mi ha colpito fin dall’inizio fu che i carri armati e gli APC (Armored personnel carrier – Trasporto truppe corazzato, ndr.) russi non avanzavano neanche in ordine di battaglia. Essi marciavano come in un campo da parata ad una distanza di 5 o 6 metri tra un APC e l’altro. Non erano capaci di manovrare, o di tornare indietro se necessario. Questa era una manovra suicida per gli APC. Inoltre la fanteria avanzava in completo disordine intorno agli APC.

Ho assistito ad una breve battaglia vicino all’Elektropribor nella quale 11 APC furono distrutti in 15 minuti: alle 18:00 i russi avevano raggiunto l’Elektropribor. C’era uno spacio aperto tra la fabbrica ed il 2° Sovkhoz. Loro dovevano attraversare circa un chilometro  e mezzo di spazio aperto  e superare uno stretto canalone di duecento metri prima di raggiungere Viale Staropromislovsky. Marciarono attraverso il campo aperto senza prendere precauzioni, probabilmente sperando nella velocità di marcia nel raggiungere la città.  Avevamo 30 uomini posizionati nel canalone. Lasciammo entrare la colonna russa. Il primo APC entrato nel canalone e l’ultimo furono distrutti, gli altri 11 presero fuoco e bruciarono come scatole di fiammiferi. La battaglia durò non più di 15 minuti.

Militante separatista attraversa una strada di Grozny. Sullo sfondo un APC distrutto dell’esercito federale.

Lo stesso giorno, i russi hanno tentato esattamente la stessa manovra in terreni simili nel Distretto di Beriozka, con lo stesso disastroso risultato. All’incrocio Karpinski un pezzo di artiglieria da 152 mm e diversi APC furono distrutti. Le stesse operazioni furono ripetute in tutte le strate usate dalle colonne russe per raggiungere il centro di Grozny. Oggi possiamo avere un quadro generale della Battaglia per Grozny, usando le informazioni fornite dagli ufficiali russi. I russi si spostarono su Grozny da 3 direzioni: la colonna del Generale Rokhlin si stava spostando da Nord, il Generale Babishev da Sud – Ovest lungo la catena montuosa “Gruzinsky”, e un’altra colonna si stava muovendo da Est in direzione di Khankala, avendo scavalcano Argun. Il loro obiettivo era quello di entrare dentro Grozny e prendere posizione intorno al Palazzo Presidenziale. I prigionieri di guerra russi ci dissero che non avevano istruzioni dettagliate so come attaccare Grozny. Gli ufficiali di medio rango si sono lamentati con noi del fatto che non avevano mappe della città. Circa il 60% dei prigioneri di guerra russi era ubriaco, e non capivano dove fossero e cosa stesse succedendo. Era stato detto loro che dovevano guidare attraverso la città e circondare il Palazzo Presidenziale, dove 100 partigiani di Dudaev stavano resistendo. Erano stati rassicurati sul fatto che Dudaev ed i suoi partigiani sarebbero scappati alla viste dell’armamento pesante dell’esercito russo. L’operazione non avrebbe dovuto presentare serie difficoltà. Questo fu il più grande errore dei russi.

La colonna del Generale Babishev fu fermata nei pressi di Karpinski e, per quanto ricordo, non tentò di entrare a Grozny quel giorno. La colonna di Rokhlin fu intercettata dalle nostre unità in Via Pervomaiskaia. La colonna proveniente da Khankala fu bloccata per un certo periodo dal battaglione di Tadashaev, ma questi terminò le munizioni ed il suo battaglione fu spazzato via. Le nostre tattiche erano semplici ma efficaci: lasciavamo che le colonne russe entrassero nella città, attirando in strade nelle quali APC e carri armati non potevano manovrare. Quando una colonna veniva fatta entrare in una via stretta colpivamo l’APC di testa e quello in coda alla colonna. I Russi erano “anatre sedute”.  Quando i combattimenti e le sparatorie iniziarono, molte formazioni corazzate tentarono di fuggire sulle vie laterali che non erano difese, cercando di ritirarsi dalla città. Ma quando loro capirono che erano più vulnerabili in movimento, si fermarono, cercarono di catturare posizioni dalla quale impostare una difesa. Fu allora che iniziammo a soffrire perdite più elevate: era facile inseguire obiettivi in fuga, diverso era attaccare posizioni ben trincerate.

Dopo il 3 Gennaio 1995 i russi riuscirono ed occupare posizioni in determinati punti (nel distretto della stazione ferroviaria, vicino alla fabbrica di scatolame alimentare) ed il 7 Gennaio lanciarono una nuova offensiva per prendere la città. I bombardamenti di artiglieria ed aerei furono particolarmente intensi quel giorno. I russi stessi lo hanno ammesso in seguito. La mia unità era posizionata nel cortile di un edificio dal quale vedevamo i razzi esplodere intorno a noi in 3 o 4 direzioni contemporaneamente. L’aviazione di prima linea era ugualmente in azione.  Durante la settimana tra il 31 Dicembre ed il 7 Gennaio i russi riuscirono ad avanzare con unità corazzate pesanti da Serverny (l’aereoporto settentrionale della città, ndr.) e dalla parte orientale di Grozny, ma al costo di enormi perdite. Tuttavia, il 7 Gennaio, la situazione è cambiata. Le nostre perdite sono aumentate, principalmente a causa del fuoco di mortaio. I sistemi GRAD e URAGAN che i russi avevano usato in precedenza si erano rivelati inefficaci in un ambiente urbano.  Il secondo assalto su Grozny il 7 Gennaio fu più massiccio del primo. Dopo il 12 Gennaio, le colonne di Rokhlin e Babishev riuscirono a sfondare per incontrarsi nel distretto vicino a “Dom Pechati”. Le nostre unit a difesa dell’area furono circondate e dovettero ritirarsi attraverso le linee russe.

1995. Soldati delle truppe interne per le strade di Grozny. Gennady Khamelyanin / TAS Newsreel / TASS Newsreel

I problemi affrontati dalle forze cecene durante la battaglia

Il nostro problema principale all’epoca era la mancanza di coordinamenti. Oltre alle nostre forze armate regolari, la quali stavano cercando di coordinare le loro operazioni, molti gruppi volontari non erano stati incorporati nella struttura di comando. Esse non avevano tattiche e si dirigevano nelle aree dove sentivano l’azione. Spesso questi gruppi volontari difendevano una posizione in un distretto ed unità regolari in un distretto confinante presumevano di avere il fianco coperto. Tuttavia, poiché i volontari non erano sotto il comando dello Stato Maggiore, questi potevano decidere in qualsiasi momento di tornare a casa senza preavviso, lasciando le unità regolari non coperte. Questo ha creato il caos quanto un’operazione militare non coordinata.  Pertanto i volontari erano più un ostacolo che un aiuto per le nostre unità regolari che avevano specifici ordini e compiti da eseguire. Abbiamo avuto molte vittime in quel momento tra la gente, che non sapeva dove stava andando e dove fossero le posizioni russe.

La situazione a Grozny fu il caos assoluto durante le prime due settimane di Gennaio del 1995. A volte le nostre unità erano posizionate al primo piano di una costruzione mentre i russi stavano nel cortile e nei piani superiori. Uno poteva andare via per cinque minuti e tornare, e trovare i russi nelle posizioni che aveva abbandonato. Abbiamo avuto anche casi di perdite per fuoco amico. Questi eventi erano più frequenti tra i russi perché avevano più truppe di noi, ma questo successe anche tra noi, specialmente la notte. Ma nel caso dei russi, questo raggiunse proporzioni critiche. Due battaglioni potevano ingaggiarsi in combattimento per molte ore, chiamando la stessa artiglieria ed aviazione in loro supporto!  Il nostro problema principale in quel momento era la mancanza di comunicazione e la mancanza di un comando unito. I gruppi volontari hanno “confuso la mappa” nonostante il fatto che alcuni di loro combatterono con grande coraggio. Questo ha sconvolto le tattiche dello Stato Maggiore e dei comandanti in carica nella difesa di aree specifiche. Dopo il 19 Gennaio, quando abbiamo evacuato il Palazzo residenziale e ci siamo trasferiti sull’altra sponda del Sunzha, Maskhadov ha guadagnato un po’ di tempo per preparare nuove posizioni difensive. Il fronte di battaglia divenne più chiaramente definito ed il coordinamento fu implementato. Grazie a questo fummo in grado di evacuare la città il 23 Febbraio in modo organizzato.

Combattenti ceceni armati di lanciagranate prima di dirigersi verso la zona di combattimento, 13 dicembre 1994 – Misha Japaridze / AP

Dopo la caduta di Grozny

Durante la battaglia per Grozny Shamil Basaev era il comandante della guarnigione di Grozny. Andò personalmente a raccogliere tutte le unità rimanenti che ancora difendevano Grozny e le ha portate fuori dalla città in direzione di Goity, dove furono divise. Una parte andò a sud – ovest a formare il Fronte Sud – Occidentale, l’altra si diresse verso Argun. In quel momento accesi combattimenti si stavano svolgendo sia dentro che intorno ad Argun. Oggi le persone spesso dimenticano che lo stesso tipo di combattimenti di svolgeva ad Argun durante la maggior parte della Battaglia per Grozny. Lo Stato Maggiore si spostò nella fabbrica “Krasnyi Molot”. Non riuscii a capire come mai il più alto edificio della Cecenia fu selezionato come Quartier Generale.

Le diverse fasi della guerra

  1. Guerra di posizione

Dalla fine di Febbraio ad approssimativamente il 10 Maggio 1995 si svolse una fase di guerra convenzionale di posizione. Durante questo periodo affrontammo nuove difficoltà: per varie ragioni le nostre forze stazionavano approssimativamente ad un chilometro dalle città, dai villaggi e dalle aree popolate. I russi hanno deliberatamente bombardato oltre le posizioni delle nostre forze direttamente sui villaggi. Pertanto la popolazione dei villaggi vedeva la presenza delle nostre forze come una minaccia alla loro sicurezza ed esercitava pressioni affinché queste se ne andassero. I russi usavano questa tattica al massimo, sebbene questa non portasse effetti in ogni occasione. Più tardi i comandanti divennero più decisi nei confronti dei civili, i quali temettero maggiormente di opporsi a loro.

Dal Marzo del 1995 all’inizio di Maggio i russi non si impegnarono in combattimenti di linea. Eravamo sottoposti ad un costante bombardamento di artiglieria. I loro carri armati erano sparpagliati di fronte alle nostre linee, li vedevamo chiaramente, ed ogni giorno, sempre alla stessa ora, iniziavano a sparare. Dovemmo scavare trincee. Talvolta in una scarica di artiglieria potevamo perdere tra gli 8 ed i 12 uomini. Queste erano perdite terribilmente pesanti per noi.  La situazione era la stessa sul Fronte Centrale e sul Fronte Sud – Occidentale. Ma la presenza delle nostre forze tuttavia rallentava l’avanzata russa.  A causa della mancanza di combattimenti ravvicinati, soffrimmo più perdite durante quel periodo che in qualsiasi altro momento della guerra.

  • Combattimenti nelle montagne – Vedeno

La fase successiva ha visto i combattimenti nelle zone di media montagna. Due settimane prima di ritirarci da Vedeno, i russi iniziarono a ripulire la catena montuosa boscosa usando l’aviazione e l’artiglieria a lungo raggio. Io ero diretto a Vedeno ed in una settimana vedemmo i russi catturare tre importanti villaggi: Nozhay – Yurt, Vedeno e Shatoy.  In precedenza, avevo sempre pensato che Vedeno potesse essere facilmente difesa per dieci anni. La gola stretta, che conduce a Vedeno, rendeva ardua l’avanzata dei carri armati. Shamil Basayev aveva organizzato un’efficace difesa sulle alture sopra la gola. “Difesa efficace” può sembrare pomposo – ciò significava che avevamo qualche bocca da fuoco calibro 12,7 o 14,5 con 4 o 5 nastri di munizioni. Ma a volta erano sufficienti a spaventare l’aereonautica russa.

Artiglieria federale bombarda posizioni separatiste durante la Prima Guerra Cecena

Ciò che è successo dopo fu questo: quando la strada tra Shali e Shatoy fu tagliata usammo un percorso tra Shatoy e Vedeno, che costeggiava un alveo, passava il villaggio di Selmentausen fino ad Ulus Kert. Era lunga all’incirca 8 chilometri. Era sufficiente sistemare 2 o 3 lanciagranate lungo quella strada per fermare i russi. Ma in qualche modo durante i due o tre mesi di guerra di posizione il nostro Comando dimenticò di proteggere quella strada. Anche il fronte di Agishty ed il Fronte Sud – Occidentale lasciarono l’area incustodita. I russi erano posizionati dentro il cimitero di Duba Yurt. Con l’aiuto di collaboratori di Duba Yurt sono riusciti ad avanzare fino a Selmentausen e Makhkety. Maskhadov lanciò tutte le forze che avevamo disponibili nel tentativo di fermare l’offensiva russa su Selmentausen, incluso il Battaglione di Naursk, che era dislocato sul Fronte di Nozhai – Yurt. Ma l’offensiva era troppo forte, con il supporto dell’aviazione e dell’artiglieria a lungo raggio ed il fronte di Vedeno troppo debole. Ci fu un’ulteriore difficoltà: la fanteria Russa si era dispersa nella foresta ed è praticamente impossibile combattere un nemico in una foresta. Quando ci ritirammo da Vedeno i russi erano riusciti a portare la loro artiglieria a lungo raggio ad Elistanzhi ed i loro carri armati erano sparpagliati sulla catena montuosa sopra Tsa – Vedeno. Stavano sparando sopra le nostre teste in direzione di Kharachoy.

Il vantaggio dei russi durante questa offensiva era dovuto al fatto che loro possedevano buone mappe, mentre noi non ne avevamo praticamente nessuna a parte quelle prese agli ufficiali russi catturati, e che usavano i servizi dei traditori ceceni che li guidavano su piccoli sentieri di montagna poco conosciuti. Dopo che avemmo abbandonato Vedeno, i combattimenti continuarono per quattro giorni a Serzhen Yurt.  I comandanti a Serzhen Yurt erano uomini di  Shamil Basayev. Tra il 10 Maggio ed il 4 Giugno respinsero una media di 5 o 6 attacchi russi al giorno. Erano pochi contro il Reggimento Totsky ed il 56° Reggimento. Il solo 25 Maggio contai che l’aviazione russa aveva portato a termine 425 missioni su Serzhen Yurt. Conosci gli eventi dopo che lasciammo Vedeno – il raid di Shamil Basayev seguito dal periodo di negoziazione durante il quale le nostre unità riuscirono a raggrupparsi e ad infiltrarsi dietro al nemico. Quando i negoziati fallirono le nostre unità erano pronte a combattere di nuovo.

L’aviazione

Talvolta avevamo l’impressione che i piloti russi agissero attenendosi rigorosamente agli ordini. Gli aerei volavano, trovavano un luogo conveniente sul quale rovesciare le loro bombe ed i loro missili, e continuavano a bombardare lo stesso posto per tutto il giorno con il risultato che noi potevamo muoverci in sicurezza aggirando quella particolare area. Tuttavia, quando i russi hanno avuto il sopravvento, quando noi ci stavamo ritirando circondati da colonne di rifugiati civili, i piloti divennero più audaci e pericolosi.  Cominciarono a cacciare, inseguendo auto, autobus e motociclette. Rispetto agli elicotteri: durante il periodo della guerra di posizione, i nostri uomini erano spesso in grado di muoversi di notte con i DShKh o altro equipaggiamento di calibro 12,7 o 14,5 nella terra di nessuno tra le due linee del fronte. Queste armi erano efficaci contro gli elicotteri. Così siamo stati in grado di abbattere gli elicotteri praticamente dalle posizioni russe. Tuttavia queste erano occasioni rare. I piloti di elicotteri erano abbastanza audaci all’inizio della guerra, ma dopo che i nostri uomini ebbero avuto qualche successo con loro, essi iniziarono a cedere al panico ed a sparare in tutte le direzioni, incluse le loro stesse posizioni.

Un elicottero da combattimento russo sorvola i resti della flotta aerea civile cecena, distrutta al suolo durante le prime fasi dell’invasione.

Pattuglie

I russi non potevano permettersi di pattugliare nel modo in cui intendete in Occidente. Di norma, la notte, loro potevano soltanto proteggere sé stessi o il loro accampamento. Durante il giorno loro provavano a sminare varie aree, condurre operazioni di pulizia (zachistka) ed il controllo dei passaporti, sempre con il supporto degli APC. Di norma i loro raid erano diretti contro la popolazione civile e non la resistenza. Di notte loro tornavano alle loro basi e non poteva fregar loro di meno riguardo quello che succedeva oltre i preimetri del loro campo. Durante l’offensiva contro Grozny il 6 Marzo 1996, le unità russe non giunsero in soccorso l’una dell’altra neanche quanto potevano vedere cosa stava succedendo vicino a loro. Unità dell’MVD (milizia armata del Ministero degli Interni, ndr.) e del Ministero della Difesa non si aiutavano a vicenda per questione di principio.

Relazioni russo – cecene

Le nostre relazioni con i russi erano strane. I nostri operatori radio parlavano frequentemente con le loro controparti russe. A volte correvano rapporti amichevoli con operatori russi, i quali ci hanno preavvisato dell’imminenza di attacchi aerei o di artiglieria. Ho parlato spesso alla radio con operatori e funzionari russi, nella mia veste di addetto alle relazioni di Maskhadov ed ho avuto l’impressione che loro non capissero perché erano stati mandati in Cecenia. Loro non avevano idea di cosa rappresentasse la Cecenia, di chi fossero i ceceni, di quali tradizioni avessero, di cosa volessero i ceceni. Un uomo con cui ho parlato mi ha detto che era venuto a combattere in Cecenia per impedire alla Cina di attaccare la Russia.

Durante il periodo dei negoziati i soldati russi volevano delle foto con i luogotenenti di Maskhadov. CI fermarono con Hussein (Iskhanov, ndr.). Li lasciammo fare le fotografie e chiacchierammo con il loro ufficiale che aveva studiato nel mio stesso istituto. Avevamo avuto gli stessi insegnanti, le stesse conoscenze. Tuttavia i semi crudeli di una guerra etnica erano lì – per 70 anni siamo stati costretti ad abbracciare i russi nel nome dell’amore fraterno internazionalista. Il risultato di tale coazione era l’odio. Ora avevamo un’opportunità per rimediare, conoscendo le debolezze dell’altra parte. Fu allora che la guerra divenne crudele. Sebbene i russi non capissero le nostre motivazioni, loro sapevano come ferirci maggiormente, ad esempio quando costringevano la nostra gente a comprare i corpi dei nostri morti. Purtroppo oggi molti ceceni si sono dimostrati essi stessi degni allievi dei russi. I russi erano all’origine di fenomeni come la “tratta degli schiavi” ed i rapimenti per riscatto.

La maggioranza della popolazione russa di Grozny era felice dell’arrivo dell’esercito russo. Il periodo tra il 1991 ed il 1994 fu duro per loro. Dal giorno alla notte avevano perso lo status di nazione favorita e dominante. Loro credevano che i generali russi si sarebbero presi cura di loro ed avrebbero distribuito cibo. Ma quando le truppe russe giunsero queste erano di solito ubriache e non si fregavano molto del fatto che le persone che uccidevano fossero russi o ceceni.  Quando la barbarie del contingente russo divenne evidente, loro (i russi di Grozny, ndr) divennero disillusi. Alcuni russi combatterono dalla nostra parte, ma la maggioranza fu pronta a cooperare con le forze d’invasione.Le forze russe non tentarono di usare la popolazione russa per il lavoro di intelligence e di informazione. Loro sapevano che i russi locali non potevano permettersi di sollevare i sospetti dei ceceni. Hanno preferito usare i ceceni. Lo hanno fatto piuttosto bene, almeno all’inizio della guerra. Più tardi le persone divennero più sospettose verso i traditori, talvolta eccessivamente – certe persone potevano essere erroneamente accusate al minimo dubbio.

Militari russi festeggiano davanti alle rovine del Palazzo Presidenziale

Lezioni di guerra

La guerra fu intensa e dinamica. Se uno confrontasse i mezzi e le risorse russi– munizioni, armi, trasporti, rifornimenti medici e via dicendo, rispetto alle nostre, i nostri rifornimento ammonterebbero a quelli di un reggimento motorizzato russo (motostrelkovyi). Eravamo degli straccioni rispetto ai russi. Immagina un battaglione russo supportato da 5 o 6 carri ed APC, artiglieria ed un paio di elicotteri. Anche quando posizionato su un terreno aperto poteva impedirci di avvicinarci a meno di 1,5 km. Di notte avevano sistemi di illuminazione intorno alle loro posizioni ed attrezzature per la visione notturna. Le nostre armi più potenti, i lanciagranate, avevano una portata di 400 metri. Quella era la principale forza dei russi. La lezione che ho acquisito fu che era più facile combattere i russi quando questi erano in movimento o quando stavano avanzando. Non appena iniziavano a trincerarsi era molto più difficile attaccarli e batterli.

Nelle aree urbane era molto più facile affrontare i russi. La loro mancanza di coordinamento, dovuta a due sistemi di comando, quello del Ministero degli Interni e quello del Ministero della Difesa e la loro reciproca avversione giovavano in nostro favore. Avevamo un altro vantaggio: per tutti i ceceni che avevano prestato servizio nell’esercito sovietico i russi erano totalmente prevedibili. Con testardaggine il comando russo ha provato ad applicare le regole di combattimento delle forze di terra convenzionali. In questa guerra, queste tattiche non furono applicate. Come ha specificato Mumadi Saidaev, il fronte e la linea del fronte non significavano niente per noi. Il nostro obiettivo era semplice: avevamo un nemico; esso doveva essere trovato, inseguito e ucciso. Ecco perché le colonne russe in marcia erano particolarmente vulnerabili anche quando avevano supporto aereo. Un altro fattore ha contribuito alla scarsa performance delle truppe russe – il fatto che con alcune eccezioni come la Brigata Maikop ed il Reggimento Samarski, la maggior parte delle unità erano di nuova formazione (svodnye chasti) per il servizio in Cecenia. AI reggimenti in giro per le Federazione Russa fu chiesto di fornire soldati per il servizio in Cecenia. Naturalmente questi reggimenti hanno cercato di sbarazzarsi dei loro elementi peggiori. In alcuni casi le nuove formazioni non avevano neanche nomi e numeri proprio. I prigionieri di guerra avevano spesso documenti riguardanti le unità lasciate prima dell’11 Dicembre 1994, ma nessuna menzione riguardo alle nuove unità cui si erano uniti. Questo fu un modo per i russi di nascondere le loro vittime. Quando un soldato lasciava la sua unità, semplicemente “scompariva” dal punto di vista della contabilità dell’esercito russo – non è stata tenuta traccia di dove fosse andato.

I resti di un APC distrutto durante i combattimenti. A terra giacciono i cadaveri dei militari che lo occupavano.

12/12/1994 – LA BATTAGLIA DI DOLINSKY

Il campo di battaglia di Dolinsky

La Battaglia di Dolinsky fu il primo scontro in campo aperto della Prima Guerra Cecena. Esso occorse tra il 12 ed il 22 Dicembre 1994, e vide contrapposte le forze avanzanti dell’esercito federale (elementi della 106a Divisione e della 56a Brigata d’Assalto aviotrasportate) ed i reparti del Fronte Nord – Occidentale della ChRI. Lo scontro si risolse in una vittoria tattica delle forze cecene, le quali costrinsero i nemici ad interrompere l’avanzata ed a schierarsi in posizione difensiva, interrompendo l’avanzata verso Grozny ed impegnandosi in una distruttiva battaglia di logoramento di dieci giorni, permettendo allo Stato Maggiore ceceno di predisporre un’efficace difesa di Grozny.

RALLENTARE IL NEMICO

Dopo il fallimento dell’Assalto di Novembre (26/11/1994) e la dissoluzione delle milizie cecene antidudaevite, il Presidente russo Boris Eltsin ordinò l’intervento armato diretto contro il regime di Dudaev. Il 1 Dicembre 1994 l’aereonautica federale portò a termine la distruzione al suolo dell’aereonautica cecena, e dall’11 Dicembre i reparti armati del Raggruppamento delle Forze Unite (il corpo di spedizione federale) iniziarono a penetrare in territorio ceceno, con l’obiettivo di raggiungere Grozny in 48 ore. Lo Stato Maggiore ceceno, impegnato fino alla fine di Novembre contro le milizie antigovernative, non aveva ancora finito di predisporre un efficace dispositivo di difesa dentro Grozny, che con ogni evidenza sarebbe stato il centro di gravità dell’azione bellica. Per guadagnare tempo prezioso e completare la disposizione delle unità dentro la capitale, Maskhadov costituì una linea difensiva esterna alla città lungo il cosiddetto “Terek Ridge”, la cresta di colline che sovrasta Grozny da Nord e che separa la Cecenia centrale dai distretti settentrionali del paese. Cardini della linea difensiva furono i villaggi di Petropavlovskaya ad Est e Dolinsky ad Ovest. Il comando della parte occidentale del fronte fu affidato all’ex Capitano di Polizia e Deputato del Parlamento separatista Vakha Arsanov, promosso Generale di Brigata per assolvere al compito. Per sostenere le azioni di disturbo e rallentamento necessarie, Arsanov fu fornito di alcuni mezzi corazzati T – 72 del Reggimento Corazzato Shali ed almeno 4 sistemi lanciarazzi BM – 21 “Grad”, conosciuti nella cultura popolare con il nomignolo di “Organi di Stalin”. Si trattava di dispositivi mobili capaci di lanciare salve di 40 razzi esplosivi in contemporanea, capaci di distruggere intere colonne motorizzate con un singolo attacco. Al ritiro dell’esercito sovietico nel  Giugno del 1992 l’esercito ceceno era riuscito a mettere le mani su 16 di questi, e su almeno un migliaio di proiettili. Questi sarebbero stati poco utili in un combattimento urbano, ma certamente potevano svolgere un eccellente servizio nelle pianure settentrionali del paese, se opportunamente manovrate. Arsanov sistemò i suoi mezzi nei pressi della prigione del villaggio di Dolinsky, ed organizzò una linea di difesa elastica lungo le alture sovrastanti. Poi inviò alcuni suoi uomini in abiti civili lungo le direttrici di avanzata delle truppe federali, in modo che gli riferissero i loro movimenti e gli permettessero di agire al momento opportuno.

Sistema lanciamissili “Grad”

L’IMBOSCATA

La sera dell’11 Dicembre uno degli scout di Arsanov riferì che elementi della 106a Divisione e della 56a Brigata d’Assalto aviotrasportate dell’esercito federale erano in arrivo dal villaggio di Kalaus, e che avrebbero raggiunto Dolinsky nella giornata successiva. Arsanov dispose le sue batterie dentro il perimetro di una grande raffineria a nord del villaggio. Si trattava di un intricato sistema di edifici, oleodotti e condutture metalliche all’interno del quale un mezzo come il BM – 21 “Grad” avrebbe potuto facilmente mimetizzarsi. Inoltre la raffineria era situata su di un’altura sovrastante il percorso che i russi avrebbero dovuto seguire per raggiungere le porte del villaggio.  Quando la colonna nemica raggiunse il punto prestabilito Arsanov ordinò di far fuoco su di essa. Una salva di quattro razzi investì in pieno la colonna, e solo il fatto che questa fosse molto allungata fece sì che l’imboscata non si trasformasse in una tragedia. L’attacco produsse comunque la distruzione di svariati mezzi blindati e da trasporto, ed il danneggiamento di numerosi altri. Perirono 6 militari russi, ed altri 13 furono ricoverati con ferite gravi.  Le truppe federali, trovatesi improvvisamente sotto il tiro dell’artiglieria nemica, chiesero il pronto intervento dell’aereonautica per individuare le batterie cecene e metterle a tacere, ma quando fu chiaro che queste sparavano dalla raffineria il comando ordinò che questa non intervenisse, giudicando l’azione contraria alle regole di ingaggio previste. L’intervento federale, infatti, era considerato sostanzialmente un’operazione di polizia, e non si prevedeva l’utilizzo di armamenti pesanti contro obiettivi industriali e civili. Per questo motivo i ceceni poterono continuare a bersagliare la colonna russa con altre due salve, danneggiando altri veicoli e costringendola ad assumere una posizione difensiva. I coscritti che componevano il reparto avanzante ebbero così un primo assaggio di cosa questa operazione fosse in realtà: non un’operazione di polizia contro bande di briganti semi – disarmati, ma una vera e propria battaglia campale contro un esercito armato di artiglieria pesante e mezzi corazzati. Il filmato dei “Grad” ceceni che tormentano le avanguardie russe, girato da un corrispondente dell’emittente NTV e mandato in onda nei giorni successivi scioccò l’opinione pubblica russa: Eltsin aveva parlato di “qualche centinaio di estremisti disperati”, ed il Ministro della Difesa Pavel Grachev aveva assicurato che il “ripristino dell’ordine costituzionale” avrebbe richiesto l’impiego di qualche brigata di paracadutisti in una breve operazione militare.

La mappa mostra il movimento della colonna avanzante (rosso) e la linea di difesa approntata da Arsanov (verde). Il punto nel quale si interrompe la prima linea di avanzata ed inizia la seconda è dove la colonna fu investita dalle salve dei “Grad” ceceni. La raffineria dalla quale questi lanciarono i loro attacchi è raffigurata subito all’interno della linea verde, dove questa piega ad angolo.
Su google map è possibile individuare il luogo della battaglia. Il villaggio di Dolinsky è stato completamente restaurato nel 2015, ma della raffineria restano soltanto alcune rovine, il cui profilo (segnalato quì con una stella verde) è identificabile dal satellite.

LA BATTAGLIA DI DOLINSKY

Anche i due carri T – 72 a disposizione di Arsanov entrarono presto in azione, impegnando i federali in una estenuante battaglia e tenendo a distanza gli elicotteri giunti in soccorso con le loro mitragliatrici di bordo. Le forze di Arsanov continuarono ad attaccare le truppe federali per quattro giorni poi assunsero una posizione difensiva, subendo il contrattacco federale e resistendo fino al 22 Dicembre tra le rovine di Dolinsky. Al termine dello scontro il comando delle Forze Unite dichiarò di aver eliminato 60 “militanti” e di aver distrutto tutti i mezzi a loro disposizione (2 carri armati, 3 lanciamissili “grad” ed un veicolo blindato per il trasporto della fanteria) affermando di aver perduto 6 soldati. La versione del comando ceceno fu molto diversa, ed in un’intervista successiva il comandante del reparto agli ordini di Arsanov, Colonnello Hussein Iskhanov, dichiarò che le perdite russe tra morti e feriti sfiorarono le duecento unità. La caparbia difesa di Dolinsky da parte delle forze cecene imbarazzò i comandi militari russi, ed il Ministro Grachev si affrettò a rimuovere il comandante sul campo, Generale Mityukhin, sostituendolo dapprima con il Colonnello Generale Voroybov, il quale tuttavia si rifiutò di accettare l’incarico, poi con il Tenente Generale Anatoly Kvashnin il quale riprese prontamente le azioni militari ed iniziò a comprimere la difesa cecena, costringendola ad arroccarsi nel villaggio di Pervomayskaya, alle porte di Grozny.

Carro da battaglia equipaggiato dall’esercito ceceno. La maggior parte dei mezzi corazzati in dotazione alle forze armate della ChRI fu distrutta durante le prime fasi del conflitto e durante la Battaglia di Grozny.

uNITà ARMATE DELLA ChRI: LA GUARDIA PRESIDENZIALE

1993: Dzhokhar Dudaev posa insieme alla Guardia Presidenziale

LE ORIGINI

La Guardia Presidenziale fu una delle prime unità armate della Repubblica Cecena di Ichkeria. All’indomani della dichiarazione di indipendenza, mentre il Parlamento istituiva la Guardia Nazionale, il Generale Dudaev, appena eletto Presidente della Repubblica, istituì per decreto un’unità di “pretoriani” che proteggesse la sua persona, la sua famiglia ed i suoi funzionari. Nell’idea del nuovo Capo dello Stato la Guardia Presidenziale avrebbe dovuto rappresentare l’élite non soltanto militare, ma anche politica della nuova Cecenia. Per questo motivo ordinò che ogni villaggio del paese inviasse il suo miglior soldato, scelto appositamente dal consiglio degli anziani locale. La forza armata avrebbe avuto la consistenza di 200 uomini, ed avrebbe seguito il Presidente in ogni suo spostamento, oltre a difendere il Palazzo Presidenziale e la sua residenza privata. A capo dell’unità Dudaev pose Movlad Dzhabrailov, cintura nera di karate e maestro di arti marziali personale del Presidente.

Al momento della sua istituzione la Guardia Presidenziale constava di appena 7 uomini. Un mese più tardi questi erano già 14, e potevano alterarsi su tre turni di otto ore. Erano alloggiati nell’Hotel Kavkaz, una costruzione destinata originariamente all’alloggio degli ospiti del Soviet Supremo Ceceno Inguscio e diventata il luogo di soggiorno degli alti funzionari della nuova repubblica. Ai primi di Marzo del 1992 l’organico fu completato, ed i 200 uomini della Guardia furono alloggiati in una ex scuola di polizia, in Via Zhukovsky. Quì iniziarono un intenso corso di addestramento, volto a formare le nuove reclute non soltanto nell’uso delle armi, ma anche nelle arti marziali. Una squadra di 30 uomini venne inviata in Pakistan per sottoporsi ad un addestramento orientato alla guerriglia ed alla controguerriglia.

La forza armata appena costituita mancava di tutto: non esistevano divise, equipaggiamento ed armamento comuni. Nei dintorni di Grozny, tuttavia, vi erano numerosi depositi militari dell’esercito sovietico abbondanti di ogni sorta di equipaggiamento. Nella primavera del 1992 la Guardia Presidenziale iniziò a muoversi per prendere il controllo di questi depositi e potersi armare di tutto punto. Il primo deposito a cadere nelle sue mani fu la seconda città militare, una base sovietica al cui interno si trovavano armi leggere, munizioni ed uniformi in gran quantità. L’esercito russo non vedeva l’ora di abbandonare la Cecenia, e bastò che i soldati di Dudaev minacciassero di prendere la città militare con la forza perché i militari di Mosca abbandonassero in fretta e furia la posizione. Stessa operazione fu messa a segno alcuni giorni dopo su un altra base sovietica, la prima città militare. Con il bottino delle prime due “imprese” la Guardia Presidenziale potè proseguire indisturbata nella confisca dei depositi situati nei pressi della città.

Uomini della Guardia Presidenziale montano la guardia davanti al Palazzo Presidenziale allo scoppio della Prima Guerra Cecena

LA GUARDIA IN AZIONE

La prima azione di una certa importanza nella quale si trovò coinvolta la Guardia Presidenziale occorse il 31 Marzo 1992, quando l’opposizione tentò di rovesciare Dudaev con un colpo di stato. Gli insorti riuscirono a prendere il controllo della TV di Stato ed a portare in piazza parecchie centinaia di persone: in quell’occasione la Guardi fu l’unico reparto a schierarsi senza se e senza ma dalla parte del Presidente, mentre le altre unità dell’esercito e la milizia del Ministero degli Interni tergiversavano, restando in attesa di capire chi avrebbe prevalso tra il Generale ed i suoi oppositori. L’intervento dei pretoriani di Dudaev fu determinante a disperdere la milizia armata dei golpisti, e nel giro di 24 ore riconquistò il centro televisivo e disperse gli insorti.

Un’altra azione di una certa importanza occorse nell’estate del 1992, quando l’opposizione antidudaevita mise in atto un attentato alla vita di Dudaev. Il convoglio presidenziale si trovava presso il villaggio di Dolinsky, quando un potente ordigno esplose al lato della colonna. L’esplosione non coinvolse l’auto del Presidente, ma prese in pieno una delle auto di scorta, ferendo una delle guardie. Fu il primo ferito nella storia della Guardia Presidenziale. Tra il 1992 ed il 1994 l’aumentare della tensione politica rese sempre più impegnativo il lavoro del reparto, il quale in più di un’occasione si trovò sotto il fuoco dell’opposizione armata. Nel Dicembre del 1993 Dzhabrailov, coinvolto in un omicidio di natura familiare, fu arrestato a Makhachkala, in Daghestan e condannato al carcere. Al suo posto Dudaev nominò comandante della Guardia Abu Arsanukaev. La nuova nomina creò parecchia confusione del corpo, e parecchi militari lo abbandonarono, considerano Arsanukaev un carrierista che nulla aveva a che condividere con loro. Così allo scoppio della Prima Guerra Cecena l’organico contava appena 98 persone su 200. Il reparto era piccolo, ma estremamente agguerrito e totalmente fedele al Presidente. Con l’inizio delle ostilità

LA GUARDIA IN GUERRA

Con l’avvio dell’invasione russa la Guardia si mobilitò in servizio permanente. Il Vicecomandante del reparto, Masud Bamatgiriev ideò un’azione simbolica e spettacolare: un reparto di ventitrè guardie avrebbe portato a termine un raid nella base militare russa di Mozdok, uno dei luoghi di partenza delle forze d’invasione. L’azione fu autorizzata, ed ebbe successo. Secondo quanto riportato dai protagonisti dell’attacco furono distrutti dieci velivoli, ed un magazzino di munizioni fu fatto saltare in aria. Durante il raid, tuttavia, Bamatgiriev ed altri due uomini rimasero uccisi.

Rovine di Grozny al termine dell’offensiva federale. Sullo sfondo i ruderi del Palazzo Presidenziale, sventrato dai bombardamenti. Un distaccamento della Guardia difese l’edificio per 18 giorni, respingendo numerosi assalti dell’esercito russo.

Quando le forze federali iniziarono l’attacco a Grozny la Guardia Presidenziale fu divisa in reparti ed assegnata a zone diverse del fronte, dove avrebbe potuto costituire la punta di lancia di reparti meno addestrati ed organizzati. Abu Arsanukaev rimase il comandante formale dell’unità, ma ne perse fin da subito il controllo effettivo. Il primo scontro di una certa entità fu combattuto proprio nei pressi del Palazzo Presidenziale. Un reparto costituito da una ventina di uomini della guardia e da numerosi miliziani di supporto, al comando del Comandante di Compagnia Akhmed Aslambekov intercettò un reparto federale e si lanciò all’attacco, distruggendo 2 carri armati, 2 veicoli blindati per il trasporto truppe e danneggiò altri 17 mezzi di supporto alla fanteria. Il giorno successivo, in un nuovo attacco tra le rovine della capitale il reparto di Aslambekov distrusse 1 carro armato e 6 veicoli blindati. Nei giorni successivi, asserragliata dentro il Palazzo Presidenziale, la Compagnia Aslambekov resistette a numerosi attacchi dell’esercito russo. Un altro distaccamento, schierato nei dintorni della stazione ferroviaria si fece valere partecipando all’annientamento della 136a Brigata dell’esercito federale durante l’Assalto di Capodanno.

Tra il 7 e l’9 Gennaio i federali tentarono nuovamente di prendere il centro di Grozny. La Guardia Presidenziale, schierata in vari punti della città riuscì a respingere gli attaccanti, dichiarando la distruzione di altri 3 mezzi corazzati, 4 veicoli da combattimento e decine di fanti nemici. L’attacco fu fermato, ma il 14 Gennaio fu rinnovato, e stavolta le difese cecene iniziarono a cedere. Tra il 16 ed il 18 Gennaio l’aereonautica iniziò il bombardamento a tappeto del Palazzo Presidenziale, riuscendo a far penetrare al suo interno due bombe di grandi dimensioni, una delle quali detonò uccidendo decine di persone. La notte del 18 Gennaio i sopravvissuti fuoriuscirono dall’edificio, scortando gli uomini dello Stato Maggiore dell’Esercito che vi si trovavano asserragliati, tra i quali il Comandante in Capo Aslan Maskhadov.

Dzhokhar Dudaev passa in rassegna della Guardia Presidenziale in alta uniforme

Tra il Febbraio ed il Marzo del 1995 La Guardia fu la punta di lancia dello schieramento ceceno, partecipando a tutte le battaglie difensive ed assicurando il progressivo ripiegamento delle unità ancora in grado di combattere verso il sud montagnoso della Cecenia. Alla caduta di Grozny, nel Marzo del 1995, la Guardia era ridotta ad un reparto di una venticinquina di uomini. Questi seguirono lo Stato Maggiore dell’Esercito nella sua progressiva ritirata a Sud (prima a Shali, poi a Vedeno, infine a Dargo), svolgendo sia attività militare che compiti di polizia e di controspionaggio. Pattuglie della Guardia combatterono a Serzhen – Yurt tra il 12 Aprile ed il 30 Maggio, infliggendo pesanti perdite ai federali, mentre ad Elistanzhi riuscirono a distruggere un ponte essenziale all’avanzata dei russi, i quali dovettero fermarsi, permettendo ai separatisti di ricostituire le loro linee. Tuttavia alla fine di Maggio del 1995 gli uomini della Guardia rimasti in vita o in grado di operare non erano più di 15. Vennero quindi assegnati alla protezione del Presidente e delle delegazioni che, dal Giugno 1995, iniziarono a negoziare la conclusione del conflitto. Il reparto rimase operativo fino alla fine della guerra, partecipando al raid su Grozny del Marzo 1996 ed all’Operazione Jihad dell’Agosto 1996. Al termine del conflitto, conteggiando i feriti che erano tornati in campo ed alcuni nuovi reclutamenti la Guardia Presidenziale contava 31 uomini e 19 cadetti in addestramento.