Tra le forze armate che servirono la Repubblica Cecena di Ichkeria, l’Aereonautica Militare della ChRI fu quella più celebre, nonostante il fatto che a causa degli eventi che descriveremo in seguito, non entrò quasi mai in battaglia. Il motivo di tanta fama è dovuto al modo in cui nacque, ed all’uso propagandistico che Dudaev seppe farne tra il 1992 ed il 1994.
IL GENERALE E LA SUA AVIAZIONE
Quando DzhokharDudaev fu eletto Presidente, egli si era da poco congedato dall’Armata Rossa, nella quale serviva come Maggior Generale dell’Aviazione. La sua fama come pilota e come militare precedevano di gran lunga il suo nome di politico, e l’alta considerazione come comandante e come addestratore della quale godeva presso gli alti comandi sovietici condizionarono l’agire del governo russo. Quando l’esercito russo si ritirò dalla Cecenia nel Giugno del 1992, gran parte dei suoi arsenali militari rimasero in mano cecena. Dudaev potè così mettere le mani su centinaia di velivoli, buona parte dei quali in condizione di volare. Questi erano alloggiati in due aereoporti: la base militare di Khankala, alla periferia orientale di Grozny e la base di addestramento di Kalinovskaya, nel nord del Paese. A Khankala i russi avevano abbandonato 72 aerei L – 39, L – 69 ed L – 29 “Delfin” (aerei da addestramento in grado di operare anche in azioni di guerra), mentre a Kalinovskaya avevano lasciato 80 L – 29, 39 L . 30 “Albatros” (versioni più aggiornate del “Dolfin”) 3 aerei da combattimento MIG – 17 e 2 MIG -15 (velivoli datati ma ancora temibili), 6 An – 2 (aerei degli anni ’40 ormai utilizzati per scopi civili o come aerei da addestramento) e 2 elicotteri MI – 8 da trasporto. In totale si trattava di una flotta aerea di 265 aerei da guerra, una forza che sulla carta poteva tenere testa alle aereonautiche di molti grandi paesi del mondo.
Aereo militare sovietico rimarchiato con le insegne della Repubblica Cecena di Ichkeria
Il Generale sfruttò fin da subito la forza propagandistica di questi numeri, dichiarando già nel Dicembre del 1991 che la Cecenia avrebbe costituito una aeronautica di altissimo livello, facendo leva sulle sue esperienze personali e su quelle dei più alti ufficiali del nascente esercito nazionale. Non a caso ai vertici delle forze armate il nuovo presidente nominò due colonnelli dell’aviazione: Viskhan Shakhabov e Musa Merzhuyev, anche loro appena fuoriusciti dall’esercito sovietico e pronti a mettersi al servizio della Cecenia indipendente. Il governo di Mosca minimizzò il peso delle dichiarazioni di Dudaev, sostenendo che soltanto il 40% dei velivoli lasciati in Cecenia fosse funzionante. Tuttavia, anche tenendo in considerazione questo dato, ciò significava che i ceceni avevano a disposizione almeno 100 aerei da guerra in grado di operare, una forza di tutto rispetto per una nazione di poco più di un milione di abitanti.
PROPAGANDA E REALTA’
Nella complessa partita negoziale con Mosca, Dudaev affidò un grosso ruolo alla minaccia teorica di un bombardamento aereo a tappeto delle città meridionali della Russia. Dal Gennaio del 1992 venne costituito il 1° stormo dell’Aereonautica nazionale, e dalla primavera dello stesso anno venne attivata una scuola di volo militare alla quale si iscrissero 41 cadetti. Il Presidente dichiarò alla stampa che un centinaio di nuove reclute erano in addestramento in Turchia e che queste forze si stavano addestrando all’eventualità di una guerra con la Russia. Sulla stampa iniziarono a circolare voci allarmanti riguardo ad un fantomatico “Piano Lazo” allo studio presso gli alti comandi di Grozny, secondo il quale allo scoppio delle ostilità una flotta di bombardieri avrebbe raso al suolo Stavropol, Rostov e Volgograd. A sostegno di tale ipotesi vennero rilevati lavori sia alla pista di addestramento militare di Kalinovskaya, sia sui rettilinei dell’autostrada Rostov – Baku, lasciando intendere che Dudaev stesse cercando di diversificare le basi aeree proprio in vista di un attacco multiplo contro il Sud della Federazione Russa. Il presidente ceceno cercò in ogni modo di alimentare le voci riguardo il potenziamento della sua aereonautica. Sulle tv russe iniziarono a circolare filmati e fotografie dei velivoli militari rimarchiate con la “Green Wolf Star”, la stella verde sovrastata dal lupo ceceno, simbolo ufficiale dell’aereonautica della ChRI. Il nuovo identificativo era realizzato dipingendo di verde la stella rossa sovietica e sovrapponendovi lo stemma della repubblica.
Disegni di velivoli dell’aviazione cecena
Il Piano Lazo, in ogni caso, era pura fantasia: non esiste alcuna prova documentale di un simile progetto, ma anche se ci fosse stato l’aereonautica cecena non avrebbe avuto alcuna possibilità di attuarlo. La consistenza effettiva dell’aviazione di Dudaev era infatti molto inferiore rispetto ai numeri ufficiali della propaganda: la totalità dei messi aerei a disposizione della ChRI aveva ormai almeno venticinque anni di anzianità, e buona parte di essi era ridotta a rottame. Gli unici caccia che potessero essere un minimo competitivi con l’aereonautica federale erano i MIG – 17 ed i MIG – 15, comunque ritirati dal servizio attivo dalla metà degli anni ’70. Allo scoppio della guerra civile, nell’estate del 1994, l’esercito governativo poteva schierare a stento una quarantina di velivoli in grado di tenere il cielo, ma non era in grado di armarli a causa della quasi totale assenza di munizioni. La dotazione di missili era quasi assente, così come quella delle bombe a caduta. Nei magazzini militari si trovavano alcuni vecchi ordigni da 250 kg, ma la maggior parte di questi erano da addestramento, quindi non – esplosivi. Situazione simile si rilevava riguardo le munizioni per mitragliatrice, il che impediva un efficace utilizzo della forza aerea come forza di attacco al suolo. Alla luce di tutto questo è chiaro che l’aviazione cecena era in grado al massimo di svolgere compiti di osservazione, o limitatissime azioni di disturbo contro unità terrestri. Anche la situazione del personale era critica: al di là delle pompose dichiarazioni di Dudaev, al Giugno del 1994 risultavano addestrati appena 15 piloti. Le loro qualifiche erano decisamente basse a causa delle pochissime ore di volo che avevano potuto effettuare, ed erano considerati “non adatti” ad effettuare missioni di combattimento, tanto che nell’unica dimostrazione aerea dell’aviazione della ChRI, avvenuta il 6 Settembre 1994 in occasione del triennale dell’indipendenza, la squadra di Albatross che si esibì era guidata da piloti stranieri reclutati come mercenari. Dudaev era ben cosciente che la sua aviazione fosse poco più che una trovata propagandistica, se è vero che in ciò che rimane degli archivi della ChRI non si trova traccia di alcun piano di utilizzo dell’arma aerea. Allo scoppio della Prima Guerra Cecena non esisteva alcun ordine di battaglia per l’aereonautica, né un comandante in capo dell’aviazione che si occupasse di metterlo a regime.
In questa foto di propaganda un aereo dell’aviazione cecena sorvola una manifestazione separatista. La foto è molto probabilmente un falso, montato ad arte utilizzando l’immagine di un aereo sovraimpressa su un’altra foto. In questo modo Dudaev voleva mostrare alla Russia di possedere un’efficiente aereonautica da guerra.
Se la situazione delle forze aeree era catastrofica, quella della difesa aerea poteva dirsi un po’ meno difficile. La forza antiaerea della ChRI poteva contare su 10 sistemi missilistici Strela – 10, 7 sistemi missilistici Igla ed altri 23 sistemi di artiglieria non missilistici, prevalentemente ZSU – 23 – 4 “Shilka”. Gli altri erano “riconversioni” di veicoli sui quali erano state montate mitragliatrici più o meno pesanti: si trattava di armamenti piuttosto artigianali e spesso poco efficienti (gli Strela – 10 erano in buona parte sprovvisti di radar) ma sufficienti a costituire un pericolo per l’aeronautica federale. Tali risorse avrebbero dovuto essere implementate con uno stock di MANPADS acquistato dall’Azerbaijian, ma il velivolo che lo trasportava fu abbattuto dall’aereonautica federale il 1 Dicembre 1994, ed 8 sistemi missilistici andarono perduti. Per quanto negli anni di guerra fu confermato il possesso da parte dei guerriglieri di alcuni MANPADS (sistemi portatili) Stinger di fabbricazione americana, pare che allo scoppio della Prima Guerra Cecena tali dispositivi non fossero presenti nell’arsenale di Dudaev.
Mezzi blindati da trasporto modificati artigianalmente per ospitare mitragliatrici. Veicoli di questo genere costituirono il grosso della difesa antiaerea della ChRI.
LA GUERRA
I primi impieghi dell’aviazione cecena si ebbero nell’estate del 1994. I pochi piloti addestrati al volo effettuarono tra le 20 e le 30 sortite per individuare le posizioni dell’opposizione filorussa. Durante due di queste missioni, il 21 Settembre un An – 2 venne colpito e si schiantò al suolo, ed il 4 Ottobre 1994 un L – 39 Albatros fu abbattuto dai ribelli, i quali erano ben riforniti di sistemi missilistici MANPAD forniti dalla Russia. Da Settembre iniziarono a comparire nei celi ceceni i primi “velivoli non identificati” (quindi russi) a sostegno dell’opposizione: cacciabombardieri effettuarono numerose sortite contro la base militare di Khankala, distruggendo al suolo svariati veicoli (per lo più inutilizzabili da tempo) e craterizzando la pista. Dudaev si decise quindi a trasferire gli aerei in grado di volare alla pista di Kalinovskaya, che essendo costituita di terra battuta era più facilmente riparabile con l’utilizzo di materiale di risulta. Il 10 Ottobre uno stormo aereo del Consiglio Provvisorio (l’organizzazione che raccoglieva l’opposizione al regime) bombardò i depositi del Reggimento Corazzato Shali (la più importante unità dell’esercito regolare) danneggiando numerose strutture e una ventina di veicoli, oltre a provocare circa 200 morti, per poi rientrare alla base senza essere stato intercettato dalla caccia governativa. Durante l’Assalto di Novembre, infine, le “Green Wolf Stars” furono pressoché inattive, mentre la difesa antiaerea respinse con successo i tentativi di avvicinamento degli elicotteri da combattimento federali inviati in supporto alle unità avanzanti.
Un sistema antiaereo semovente “Strela”. Esso era armato con 4 missili radioguidati capaci di distruggere o danneggiare gravemente anche i velivoli più moderni in dotazione all’esercito russo, ma la mancanza di munizioni rese gli Strela in dotazione ai dudaeviti quasi inefficaci contro l’aereonautica di Mosca.
La vittoria dudaevita del 26 Novembre rese chiaro alla Russia che senza un intervento diretto contro il regime di Dudaev la Cecenia non sarebbe mai tornata sui suoi passi. Così fin dal 28 successivo la caccia federale iniziò a sorvolare il paese, e le truppe di terra furono schierate ai confini in vista di un’invasione militare. Nonostante l’aviazione cecena non avesse quasi operato durante tutto il 1994, i comandi militari di Mosca continuavano a temere un colpo di coda del Generale dell’Aviazione diventato Presidente dell’Ichkeria. Il timore che il “Piano Lazo” fosse stato effettivamente predisposto, quantomeno sotto forma di “pioggia kamikaze” sulle città della Russia Meridionale convinse lo Stato Maggiore ad intervenire tempestivamente per garantirsi l’assoluto controllo dei cieli. Oltre ai motivi strategici vi era un’altra ragione per la quale Eltsin voleva ridurre in cenere l’aereonautica cecena: il Presidente russo temeva che Dudaev avrebbe potuto usare uno degli aerei di linea parcheggiati all’aeroporto di Grozny (o pure un aereo da guerra, che il Generale sapeva pilotare con grande maestria) per fuggire dal Paese e riparare in Azerbaijian, o in Turchia, e da lì guidare in sicurezza una logorante guerriglia contro le forze del Cremlino. Così la mattina del 1 Dicembre 1994, dieci giorni prima che le truppe federali iniziassero l’avanzata via terra, uno stormo di cacciabombardieri Su – 25 bombardò gli hangar delle basi di Kalinovskaya e di Khankala. La difesa antiaerea, colta di sorpresa, non si attivò neanche, cosìcché gli aerei russi poterono allontanarsi indisturbati dopo aver completamente distrutto l’aviazione da guerra della ChRI.
Carcasse degli aerei ceceni a margine della pista di Khankala. I relitti semidistrutti furono smontati e le parti di pregio stoccate in attesa di essere vendute sul mercato dei pezzi di ricambio.
Rientrati alla base i Su – 25 fecero rifornimento e tornarono in volo verso l’aereoporto civile di Grozny. Stavolta ad accoglierli c’era una nutrita difesa a terra, la quale ingaggiò i velivoli federali e li costrinse più volte ad allontanarsi dall’obiettivo. Al termine dell’azione, tuttavia, i russi avevano distrutto tutti gli aerei in grado di decollare, tra i quali 12 An – 2, sei aerei civili Tu – 134 (tra i quali l’aereo presidenziale) ed un ereo civile Tu – 154. Alla fine della giornata si contarono dai 130 ai 170 velivoli distrutti al suolo. Delle “Green Wolf Stars” non era rimasto più nulla. Quella sera Dudaev inviò un messaggio ai russi:
“Mi congratulo con il comando dell’aereonautica russa per aver raggiunto il dominio nel cielo dell’Ickeria. Ci vediamo a terra.”
Un elicottero da combattimento russo sorvola gli aerei di linea ceceni distrutti al suolo il 1 Dicembre 1994.
Dalkhan Abdulazizovich Khozhaev è una figura molto particolare nel novero della classe dirigente della Repubblica Cecena di Ichkeria. Nato il 18 Aprile 1961 a Grozny, i suoi genitori erano nativi di Novye Atagi. Laureatosi nel 1983 presso la facoltà di storia dell’Università Statale Ceceno – Inguscia, fu tra i promotori del Congresso Nazionale Ceceno, entrando a far parte del Comitato Esecutivo fin dall’Agosto del 1990 (secondo alcuni testimoni lui stesso avrebbe disegnato la bandiera ufficiale del Congresso, dalla quale sarebbe scaturita la bandiera nazionale della ChRI). La sua produzione letteraria fu interamente dedicata alla storia del popolo ceceno. Fu compilatore della raccolta “Living Memory” sulle vittime delle repressioni staliniste nella RSSA Ceceno – Inguscia (pubblicata a Grozny nel 1991) autore di numerosi articoli sui popoli del Caucaso ed autore del popolare lavoro scientifico “I ceceni nella Guerra Russo – Caucasica” (pubblicato a Grozny nel 1998). Tra il 1991 ed il 1994 sovrintese alla cura ed allo sviluppo degli Archivi di Stato, giungendo ad occupare una posizione stabile nel Gabinetto del Consiglio dei Ministri di Dudaev. Allo scoppio della Prima Guerra Cecena si arruolò al seguito di Ruslan Gelayev, guidando un distaccamento armato inquadrato nel Fronte Sud – Occidentale agli ordini di Akhmed Zakayev, guadagnandosi il “Qoman Siy” (“Onore della Nazione”) uno dei più alti riconoscimenti al merito militare della ChRI.
Dalkhan Khozaev
Tornato alla vita civile alla fine della guerra, sovrintese alla ricostruzione dell’Archivio di Stato, pesantemente danneggiato durante la guerra, sotto i governi Maskhadov e Basayev. Allo scoppio della Seconda Guerra Cecena tornò al comando della sua unità sotto Gelayev. Combatté tutte le principali battaglie della guerra, compresa quella di Komsomolskoye, durante la quale la brigata di Gelayev venne quasi completamente distrutta. Dopo il ritiro di Gelayev dal servizio attivo Gelayev si ritirò presso il villaggio di Valerik, dove il 26 Luglio 2000 un cecchino lo centrò mentre riposava in un’abitazione privata. La sua morte non fu rivendicata dai Servizi di Sicurezza Federali, i quali accusarono uomini al Comandante di Campo Arbi Baraev, da tempo in conflitto con Gelayev.
L’intervista che segue è apparsa nel Giugno 1999 sul “Small Wars Journal”.
LA PRIMA BATTAGLIA PER GROZNY – 26 NOVEMBRE 1994
Sono stato coinvolto per la prima volta nei combattimenti contro l’opposizione a Dudaev, in particolare contro Ruslan Labazanov. Gli scontri iniziarono il 12 Giugno 1994, Giorno dell’Indipendenza Russa, ed il 13 Giugno ci scontrammo con le sue unità. Non ero aggregato a nessuna struttura militare ma le azioni di Labazanov mi fecero infuriare. Quando gli scontri iniziarono mi unii ad un gruppo di amici per dare una mano. Non presi parte ai successivi scontri a Gekhi, ma i miei amici furono coinvolti. Dopo gli scontri negoziammo con Labazanov e con l’opposizione. Loro avevano promesso che non sarebbero entrati a Grozny, ma sapevamo che l’attacco fosse imminente. Il 26 Novembre il nemico giunse con 42 carri armati ed 8 APC da due direzioni – Alto Terek ed Urus – Martan. Il gruppo di Labazanov attaccò da Petropavlovskaya (Alto Terek). Era una vera e propria forza di intervento, con più di 3000 uomini. C’erano equipaggi russi nei carri armati. Vedemmo due aerei volare sopra di loro ed (alcuni) elicotteri. Gli elicotteri non volarono sopra la città, rimasero nei sobborghi. Andai a lavorare quella mattina ignare di qualsiasi problema, vidi le sparatorie, controllai chi stesse combattendo ed andai a casa a prendere le mie armi ed un gruppo di amici. Arrivammo al Palazzo Presidenziale. Un carro armato stava bruciando davanti al Palazzo. Apprendemmo che i russi erano coinvolti perché erano stati presi prigionieri. La presenza dei russi ci infiammò – eravamo ansiosi di combatterli. I combattimenti nei pressi del Palazzo Presidenziale si placarono, ma si accesero vicino al palazzo della Sicurezza di Stato. Ci arrivammo intorno a mezzogiorno. Uno dei nostri carri stazionava da quelle parti, sparava e tentava di distruggere un carro nemico.
Il video mostra scene di vita quotidiana a Grozny nell’Ottobre 1994, un mese e mezzo prima che la città fosse ridotta in macerie
L’INCONTRO CON I T – 72
La situazione era totalmente caotica. Nessuno sapeva cosa fare. I nostri volontari e partigiani non avevano mai combattuto prima. Dissi loro di prendere posizione all’altezza di varie strade e di difenderle. Facemmo lo stesso, con il mio gruppo di amici. C’era un piccolo magazzino di proiettili alla Sicurezza di Stato: 2 AGS (?) che lasciammo là perché nessuno sapeva come usarli. C’erano dei lanciagranate ma molti tra di noi li vedevano allora per la prima volta. Chiesi a Magomed Khambiev quale fosse il raggio di tiro dei lanciagranate ma neanche lui lo sapeva! In quel momento i carri armati iniziarono ad avanzare da tutte le direzioni. Se ricordo bene ero in Via Cecenia quando vidi due carri avanzare verso di noi. Avevo 2 granate anticarro. Ne avevo data una ad un altro tizio. Avevamo armi da fuoco automatiche. Lyoma Arsimikov aveva un lanciagranate ma lo aveva prestato a qualcuno che andava in un’altra direzione, con la promessa di riportarlo indietro. Aveva preso due missili. Mi raccomandai con lui che avevamo bisogno del suo lanciagranate perché due carri stavano avanzando verso di noi. Lyoma era un tipo allegro. Rispose: “Non importa, ci occuperemo comunque di loro!”
I carri stavano avanzando in colonna molto lentamente, come se i loro equipaggi fossero spaventati. Il carro di testa ruotava la torretta sparando alle case su entrambi i lati della strada. Mi misi di fronte al carro armato e gridai a Lyoma: “Lancia la tua granata sul primo, io mirerò al secondo!”. Avevamo mandato un altro amico alla ricerca del nostro lanciagranate. La gente camminava ancora per le strade tranquillamente ma potevi vedere i proiettili traccianti ed udire le esplosioni dei missili. Alcuni uomini erano già feriti. Quando il carro giunse più vicino, puntai tutte le mie armi davanti a me, pronte all’uso. Davanti a noi c’era un incrocio. Il carro era evidentemente timoroso di venire colpito dalla via laterale e lo attraversò molto velocemente. In qualche secondo fu davanti a noi. Lyoma lanciò la sua granata ma questa esplose davanti al carro. Quello cambiò rotta e si spostò un poco su un fianco. Poi diresse le sue armi contro di noi. Lyoma urlò: “lancia la tua granata, veloce!” Lanciai la mia granata e colpii il bersaglio. Ma i carri non bruciano velocemente, le fiamme iniziarono a estendersi due o tre minuti più tardi. Un carrista uscì fuori, aveva un giubbotto antiproiettile ma lo uccisi subito. Altri due uscirono fuori e si nascosero dietro al carro. Quando il carro di testa iniziò a bruciare, il secondo carro fece marcia indietro e si ritirò. Se ci avesse attaccato saremmo stati in pericolo. Iniziammo ad urlare ai due uomini di arrendersi. Un altro carro stava imboccando l’incrocio dalla direzione del mercato. Qualcuno era arrivato con un lanciagranate e sparò al carro. Il carro non soffrì danni perché il lanciagranate era troppo vicino – servono almeno 18 metri di spazio per lanciare una granata. Non sapevamo a quel tempo che i lanciagranate fossero inefficaci sulle brevi distanze. Lo capii soltanto due mesi più tardi, quando cominciai ad imparare ed a studiare le armi seriamente. Molti degli uomini quel giorno non lo sapevano. Sparavano coi lanciagranate a brevi distanze e non capivano come mai le granate non attraversassero i carri.
Miliziani separatisti osservano la carcassa di un T – 72 distrutto durante l’Assalto di Novembre
Lyoma corse attraverso la strada con i suo lanciagranate, ingiunse ai 2 russi che si stavano nascondendo “strisciate, vermi!”. Ridemmo. Trascinammo uno dei russi in un cortile. La faccia del russo era lievemente bruciata, puzzava di alcohol. Lyoma lo perquisì, prese la sua pistola, poi gli disse di consegnare il suo coltello. Il russo era terrorizzato, pensando che stessimo per tagliargli la gola. Piagnucolava: “Non fatelo, vi dirò tutto!”. Il nostro gusto nell’acquisire armi come trofei si stava risvegliando tra noi. Corremmo dall’altro soldato per prendere le sue armi. Il soldato stava morendo. Lyoma portò il prigioniero al Quartier Generale. I combattimenti stavano divampando sulla tangenziale, alla stazione ferroviaria, in una strada dopo l’altra. L’opposizione ci sparava addosso da Via Rabochaia. Accorremmo là, e loro si ritirarono. I carri stavano diventando più prudenti nel tentativo di evitarci ma sparavano sulle case circostanti. Un altro carro ci stava di fronte mentre correvamo nella zona di battaglia. Non c’era nessuno dentro, ma noi non lo sapevamo. Non avevamo più granate anticarro. Uno di quelli che non aveva armi mi disse: “dammi una bomba a mano, farò saltare quel carro”. Gli detti una granata, lui si avvicinò al carro, guardò dentro, e solo allora realizzò che non c’era nessuno all’interno.
LA VITTORIA
Ci muovemmo. L’opposizione si era ritirata, lasciando indietro un ferito. Si stava facendo buio. Dissi a Magomed Khambiev che se non avessimo controllato tutte le strade adesso sarebbe stato più difficile di notte. Dovevamo buttarli fuori da tutte le parti prima di notte. Cinque di noi andarono in Via Rabochaia. Un civile venne da noi chiedendo “C’è qualcuno coraggioso tra di voi?” risposi che ce n’erano. “C’è un carro armato due isolati più avanti, dev’essere controllato”. Dal momento che era già buio, non potevamo vedere se fosse presidiato. Ci avvicinammo con i nostri limonki (bombe a mano) e ci parve che l’equipaggio avesse abbandonato il carro. Un uomo entrò all’interno, gli dicemmo di sparare se c’era qualcuno nascosto dentro. Quello accese un fiammifero e vide che era vuoto. Il carro era pieno di munizioni. Lo portammo al Quartier Generale. Più tardi un ragazzo, giocando con i bottoni dentro al carro fece fuoco per errore, facendo un buco nell’edificio del Ministero dell’Interno. Catturammo anche un’auto ufficiali (una Nissan) e trovammo una lista di membri dell’opposizione coinvolti nell’operazione. Catturammo un altro veicolo con una scorta di missili (TURS – “faggot” e “Strela”) ed un missile antiaereo. Portammo i nostri trofei al Quartier Generale ed andammo a casa.
Molti dei prigionieri di guerra russi furono portati al Parco Kirov. I russi erano circondati dal fiume, e non avevano modo di fuggire. Si erano arresi senza combattere agli uomini di Shamil Basayev. Ma intorno alla stazione ferroviaria ed all’edificio del Servizio di Sicurezza i combattimenti erano accesi contro l’opposizione proveniente da Urus – Martan. I nostri avversari ceceni erano più agguerriti e aggressivi dei russi. Molti combattenti non avevano armi quel giorno, e noi non avevamo così tanti uomini. All’edificio della Sicurezza di Stato c’erano circa 20 o 30 uomini. Alcune stime parlano di non più di 100 uomini che combattevano contemporaneamente contro le forze d’intervento. Erano le 4 del pomeriggio quando altri uomini arrivarono dai villaggi per dare supporto. L’esperienza di quel giorno lasciò un’impressione duratura. Essa ci dette una tremenda confidenza con la conoscenza del modo di fermare un carro armato con una granata. Precedentemente i russi avevano fatto circolare voci secondo le quali i T – 72 erano invincibili. Quando le persone videro quanto fosse facile distruggerli, la paura se ne andò. Molte persone rimpiansero di non aver preso parte alla battaglia. Spesso osservai in seguito che se la tua prima battaglia aveva avuto successo, avresti continuato ad avere successo. Quella vittoria incoraggiò l’intera nazione e forgiò la sua determinazione. Tutto quel giorno ebbe una bizzarra qualità – immagina le persone camminare tranquillamente su strade disseminate di carri armati in fiamme! – Il numero dei carri completamente distrutti era sorprendente. Capìì il perché più tardi. La nostra gente non sapeva che quando un carro è messo fuori combattimento, questo non brucia immediatamente. Loro cercavano di danneggiarli finché non esplodevano. Per questo motivo i carri esplodevano con tutte le loro munizioni, le quali andavano perdute. Ma riuscimmo comunque a catturare 4 o 5 carri intatti, e li usammo successivamente.
LA GUERRA
Dopo il 26 Novembre tutti seppero che la guerra stava arrivando, Molte persone iniziarono ad armarsi da sole. Con un gruppo di amici armammo un’unità. La minaccia unì molte persone e l’opposizione perse molti partigiani. Molti uomini si erano uniti all’opposizione sulla promessa di incentivi economici. Quando realizzarono che la Russia stava per invaderci si unirono alle nostre file. Vidi molti uomini nelle nostre unità che precedentemente aveva combattuto contro le nostre forze regolari. Ci furono alcune pesanti battaglie. All’inizio della guerra avevamo pochi militari d’esperienza ed i partigiani volontari non erano disciplinati. Un’unità ben armata poteva arrivare a prendere il controllo di una posizione, ma tenerla era difficile. L’inverno era molto freddo, e dovevi stare appostato nella neve. I ceceni amavano il loro comfort, molti si rifiutavano di tenere la posizione in condizioni disagevoli. Si rifiutavano di scavare trincee. Come risultato molte persone soffrirono. Ma tutto sommato le nostre perdite non furono così pesanti rispetto a quelle patite dai russi. Facemmo uno studio dopo la guerra – tra l’11 Dicembre 1994 ed il Febbraio 1995 perdemmo 800 combattenti.
Miliziani ceceni pregano nel bosco
Le uniche unità veterane erano quelle di Basayev, Gelayev e di Magomed Khambiev. C’era anche un’efficiente unità proveniente da Gudermes. Avevamo un battaglione OMON, ma gli uomini non erano addestrati al combattimento. Per tutta a durata della battaglia di Grozny soltanto 200 o 300 uomini poterono essere definiti veterani su circa 2000 uomini che presero parte ai combattimenti. Queste erano le forze su cui Maskhadov dovette fare affidamento nella Battaglia di Grozny. I comandanti erano responsabili di fronte a Maskhadov della difesa delle loro posizioni. Ma voglio ripetere ancora che nel caso dei partigiani volontari, loro potevano accorrere a difesa di una posizione nel pomeriggio ed andarsene a casa la sera per mangiare.
I RUSSI A GROZNY
I russi ci osservarono per circa un mese mentre la situazione rimaneva allarmante. Ma la loro intelligence era al lavoro. Loro sapevano che la notte la gente abbandonava le posizioni di battaglia; durante la notte loro si muovevano passo passo per occupare posizioni vuote, o attaccavano le posizioni che loro sapevano essere poco difese. Più tardi la loro tattica divenne quella di bersagliare a distanza le posizioni con ogni tipo di arma a disposizione, e di attaccare soltanto quando pochi partigiani erano rimasti. Così iniziarono ad avanzare verso il centro di Grozny. All’inizio il contingente russo contava 10.000 uomini. Fu aumentato a 40.000. Le truppe di Rokhlin si muovevano davanti alle altre formazioni attraverso Petropavlovskaya. Babishev avanzava da Ermolovka. Marciò lungo la cresta di montagne baipassando i villaggi dove la gente occupava la strada principale per impedire il passaggio delle colonne. Riprese la strada principale ad Ermolovka e cominciò ad avanzare verso la stazione dei bus (avtovazkal). So che Babishev è stato descritto come un grande umanista per non essersi aperto la strada sparando attraverso i villaggi. Questo è un non senso – per lui i ceceni erano nemici, inclusi i civili. Sapeva in ogni caso che se si fosse aperto la strada ed avesse distrutto un villaggio, l’altro lo avrebbe combattuto.
COLLABORAZIONE E NEUTRALITA’
Stephasin in qualità di capo dell’FSK fece un buon lavoro in Cecenia! Dopo la guerra individuammo coloro tra l’opposizione che avevano servito i russi come guide, cecchini o posamine. Sultan Satuev di Urus – Martan, per esempio, ricevette l’Ordine del Coraggio della Russia per “aver salvato molte vite russe” durante le battaglie di Gennaio 1995. In quei giorni la gente non era sospettosa – semplicemente andava in giro tra le nostre unità con una radio, informando i russi riguardo le nostre posizioni. Collaborazionismo e neutralità erano manifestate anche e specialmente dagli anziani. Loro usavano argomenti come “dobbiamo evitare la resistenza per proteggere i civili, le donne ed i bambini”. Altri sostenevano che i russi erano venuti a “liberarci dal regime di Dudaev”, che non avrebbero ferito i civili neutrali, e così via. Questi argomenti ebbero un certo impatto. Porterò l’esempio di Starye Atagi: il villaggio si trova sulla strada tra Grozny e Shatoy. I russi avrebbero potuto distruggerlo facilmente ma preferirono fare i prepotenti con la popolazione in modo che questa controllasse la strada per loro. Tutti i rifornimenti per Shatoy e le montagne meridionali venivano controllati dagli abitanti del villaggio. Quanto tentavamo di minare la strada, gli abitanti obiettavano dicendo che avevano un accordo con i russi di non spararsi a vicenda. Questo avvenne in molte occasioni e non soltanto in Starye Atagi.
Era impossibile costringere un villaggio a combattere se non voleva farlo. La resistenza locale influenzava le decisioni del villaggio, e non quella proveniente da fuori. Normalmente andava così: il villaggio teneva un’assemblea per decidere se avrebbe combattuto o no. I russi attivavano i loro agenti per spostare la decisione in favore dell’espulsione dei combattenti, e della costituzione di un’unità di autodifesa che avrebbe raggiunto un cessate – il – fuoco con l’esercito russo. Se i combattenti locali erano popolari, se il loro comandante godeva di autorità e rispetto, la decisione poteva volgere in favore della resistenza. Alla fine era il 3 – 5% della popolazione a decidere. Il resto seguiva.
La tragedia di Samashki fu un punto di svolta psicologico. Rese tutto più chiaro. I russi avevano convinto gli anziani di Samashki a spingere i combattenti a lasciare il villaggio. Quando questi lo fecero, il massacro ebbe inizio. Dopo Samashki molti villaggi iniziarono ad armarsi ed a difendersi. Ma l’autorità degli anziani che predicavano la pacificazione era già in declino prima di Samashki. La gente che aveva combattuto sapeva che stavano combattendo per la loro patria. Non ascoltavano nessuno e sapevano cosa facevano. Devo aggiungere che la nautralità (o la neutralità apparente) di certi villaggi serviva alla resistenza. Se i russi avessero svolto pressione militare ovunque nello stesso momento la nostra situazione avrebbe potuto essere molto più difficoltosa. In questi villaggi i nostri uomini potevano riposare 5 o 10 km lontani dalle operazioni militari.
RECLUTAMENTO E LOGISTICA
Per tutta la durata della guerra fummo a corto di munizioni. Nei primi giorni eravamo a corto di armi. Se avessimo avuto adeguate scorte di armi penso che molte più persone avrebbero combattuto. Non avevamo supporto logistico. I combattenti portavano il loro cibo da casa, ed alcune persone portavano il cibo alle prime linee. In ogni caso era impossibile tenere fermi gli uomini in un posto per molto tempo. Anche dopo un anno di guerra, quando questi ebbero guadagnato esperienza e mantenevano una disciplina di ferro, il problema logistico permase. Man mano che la guerra continuava sempre più volontari si unirono ai nostri reparti. Questi volontari erano sempre più giovani. Gli uomini più anziani erano smesso debilitati, malati di polmonite o di mal di schiena. Gli uomini oltre i 35 anni restavano a casa. Chiedevano di assisterci per le operazioni speciali ma non potevano sedere nelle trincee per molto tempo. Una generazione più giovane venne a rimpiazzarli. Spesso giovani ragazzi provenienti da un villaggio andavano ad unirsi ad un’unità in un altro villaggio per evitare attriti nella loro comunità se questa aveva deciso di non combattere.
Soldati federali posano davanti alle macerie di un’abitazione distrutta
BATTAGLIE E TATTICHE
In questo tipo di battaglia (la battaglia di posizione, ndr.) i due fronti, quello russo e quello ceceno, si fronteggiavano ad una distanza approssimativa di un chilometro. I russi normalmente disponevano le loro forze fuori dal raggio di tiro, non più vicino di 800 metri. Loro sapevano che avevamo soltanto lanciagranate e fucili automatici. Loro usavano artiglieria pesante, lanciamissili GRAD e URAGAN, mortai, e anche carri armati e postazioni antiaeree ogni giorno, giorno e notte. Per un singolo colpo loro rispondevano con tutta la loro potenza di fuoco. Sperimentavano e si addestravano, ma allo stesso tempo addestravano noi. Nei primi giorni di guerra scegliemmo posizioni su terreno aperto e scavammo trincee nei pressi della vegetazione e delle zone boschive. Ma presto capimmo che era un errore, perché questo aiutava i russi a calcolare con accuratezza le distanze tra di noi. Ci volle del tempo prima che capissimo quale fosse il miglior modo per progettare le trincee. Normalmente avevamo circa 25 uomini, talvolta soltanto 10, talvolta 50 di fronte ad un reggimento o ad un battaglione russo. L’iniziativa offensiva era loro. La nostra parte aspettava l’attacco russo.
METODI DI GUERRA
Usammo ogni possibile metodo e tattica di guerra: combattimenti difensivi e convenzionali, raid offensivi in stile commando, imboscate, guerra partigiana e così via. I russi non ci lasciavano altra scelta. Oggi i russi dicono che ci stavamo nascondendo da loro. In alcuni casi lo facemmo, in altri attaccammo. Ci furono combattimenti urbani e battaglie in aree rurali, nelle pianure aperte e nelle montagne. Hai visto Goyskoe, è un piccolo villaggo di pianure. Per due mesi combattemmo dalle trincee che avevamo difeso. I russi circondarono il villaggio, lasciando soltanto una via d’uscita verso Urus – Martan, nella speranza che le nostre unità fuoriuscissero. Adottarono questa tattica dopo Samaskhi. Samashki fu distrutta per instillare la paura, il terrore non ci impressionò, così i russi iniziarono a lasciare aperto un corridoio affinchè le persone abbandonassero i villaggi assediati. La tattica funzionò talvolta, perché i nostri combattenti dipendevano sempre da rifornimenti esterni.
Dalkhan KHozhaev in uniforme. Sul petto “L’Onore della Nazione”
All’inizio della guerra i nostri combattenti erano abituati a ritirarsi poco prima di essere circondati. Ma dopo il primo anno di guerra gli uomini non si curarono più molto del fatto che fossero o meno circondati. Sapevano che era sempre possibile fuggire. Gli attacchi aerei erano particolarmente terrificanti per la popolazione civile, non così per i combattenti. Loro sapevano che gli attacchi aerei non duravano molto. Temevamo di più il tiro dei mortai perché non c’era protezione contro di quelli. Era pericoloso ed efficace, anche sotto la copertura delle trincee. Molte delle nostre perdite furono inflitte dal fuoco di mortaio. I bombardieri, gli elicotteri ed i carri armati non erano pericolosi.
Quando si parla di legittimità di uno Stato si apre un tema molto complesso. “Legittimità” significa essenzialmente “diritto di esistere”. La natura di questo diritto ed il suo comportamento riguardo i sistemi istituzionali possono variare a seconda del punto di vista dal quale si considera e a seconda del fatto che lo si determini come un diritto dall’alto (che promana dalla decisione operata da un’istituzione che ha facoltà di costituirne altre) come un diritto dal basso (cioè che realizza le ambizioni politiche di un certo gruppo di persone) o infine come un diritto restaurato (cioè che è reintrodotto dopo essere stato illegittimamente soppresso). Prima di addentrarci nel caso specifico della Cecenia è importante partire da un assunto di base.
Il “Principato di Sealand”, una delle prime “micronazioni” costituita da Paddy Roy Bates nel 1969
Il mondo è un’entità spaziale finita. Nel corso dei millenni tutta la sua superficie è stata esplorata e rivendicata, ed ogni metro quadrato di terra emersa è amministrata (o rivendicata) da uno Stato sovrano. Ad oggi è quasi impossibile che un nuovo Stato possa trovare un lembo di terra emersa che non sia parte integrante di un altro. Nel corso degli ultimi decenni si sono costituiti piccolissimi stati indipendenti, le cosiddette micronazioni come la Repubblica delle Rose (costituita su una piattaforma artificiale nel Mar Adriatico) o il Principato di Sealand (nato su una struttura simile al largo delle coste inglesi). Si tratta in questo caso di “stati” tra il serio e il faceto, sviluppatisi con l’intento di realizzare utopie umanistiche o di costituire porti franchi commerciali e finanziari. Niente a che vedere, in sostanza, con Stati veri e propri, come appunto la Repubblica Cecena di Ichkeria. Un nuovo stato nasce quasi sempre sul territorio occupato da un altro stato. Questo genera una serie di problemi la cui soluzione difficilmente rende soddisfatte tutte le parti in causa. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sono nati più di cento nuovi stati, e la formazione di nuove entità statuali è costantemente in atto. Basti pensare al processo disgregativo che ha trasformato la Jugoslavia in un mosaico di ben 7 repubbliche indipendenti nel giro di quindici anni, per rendersi conto dell’entità del fenomeno.
LEGITTIMITA’ GIURIDICA E LEGITTIMITA’ POLITICA
La premessa appena fatta già di per sé basterebbe a capire come mai la nascita di uno stato determina quasi sempre aspri conflitti. La realtà è ulteriormente complicata dal fatto che la legittimità giuridica si compenetra con almeno altri due tipi di legittimità: quella politica e quella storica. Un nuovo stato può costituirsi in assenza di legittimità giuridica qualora consistano premesse politiche determinanti, come il crollo di un regime ideologico, la caduta di una monarchia o la condotta di un governo giudicata illecita, persecutoria o semplicemente inefficace. Il primo caso può essere quello delle Tredici Colonie americane, le quali proclamarono la loro indipendenza dalla madrepatria inglese adducendo al comportamento tirannico della corona britannica, la quale imponeva tasse ai sudditi americani ma non riconosceva loro il diritto di essere rappresentati in Parlamento. Riguardo al secondo caso possiamo citare come esempio la nascita della Repubblica del Sudan Meridionale, costituita da una maggioranza cattolica oppressa dal governo centrale, espressione di una classe dirigente islamica. Riguardo al terzo caso possiamo citare infine l’autoproclamata Repubblica del Somaliland, costituita nel nord della Somalia come reazione all’anarchia dilagante nel resto del paese.
In verde scuro il territorio rivendicato dalla Repubblica del Somaliland, stato non riconosciuto indipendente de facto dal 1991. Colonia britannica fino al 1960, divenne parte della Repubblica di Somalia, ma alla caduta del dittatore Siad Barre proclamò l’indipendenza.
Parlando della legittimità storica, possiamo citare come esempio ideale lo Stato di Israele, costituito a seguito della Seconda Guerra Mondiale per volontà del movimento sionista in un momento nel quale in Palestina la quantità di ebrei residenti nella regione era grandemente inferiore rispetto alla componente palestinese. In quel caso non erano presenti né una legittimità giuridica né una legittimità politica, ma era ben chiara la volontà dei sionisti di restaurare uno Stato che era esistito molti secoli prima.
Quindi, ricapitolando, la legittimità di uno stato è affermata sulla base di tre principi: quello giuridico, quello politico e quello storico. La situazione contingente non permette quasi mai a questi tre piani di legittimità di coesistere contemporaneamente. E in ogni caso questa generica definizione di legittimità non è sufficiente a delineare una “roadmap” sicura nella gestione del problema, perché tutti e tre i piani di questo discorso sono soggetti al contesto nel quale andiamo ad analizzarli. Infatti, quando un nuovo stato va a costituirsi, esso non soltanto occuperà l’area geografica precedentemente amministrata da un altro stato, ma andrà ad imporre la sua autorità su una popolazione composita, della quale faranno parte non soltanto i sostenitori del “nuovo” stato, ma anche quelli dello stato “vecchio”. Come riconoscere quindi il diritto dei “nostalgici” a rimanere parte del “vecchio” stato senza ledere il diritto dei sostenitori del “nuovo” stato? E viceversa, come permettere la nascita di un “nuovo” stato senza ledere il diritto dei “nostalgici”? La questione aggiunge ulteriore complicazione ad un argomento già di per sé caotico, ed è bene chiarire fin da subito che ad oggi non è stata identificata nessuna procedura condivisa tra gli stati che permetta la risoluzione di simili problemi senza generare il rischio di una guerra. Pertanto, anche nel caso della Repubblica Cecena di Ichkeria, sarà bene tenere a mente che in assenza di reciproco riconoscimento tra stato vecchio e stato nuovo non può esserci alcuna legittimità oggettiva alla quale aggrapparsi.
LEGITTIMITA’ STORICA DI UNO STATO CECENO
La Repubblica Cecena di Ichkeria (ChRI) fu soltanto “uno” stato ceceno, cioè una formazione statale indipendente de facto (e secondo alcuni anche de jure) tra il 1991 ed il 1994 (come Repubblica Cecena di Nokhchi – cho) e poi tra il 1994 ed il 2000 (secondo gli esponenti del governo in esilio la ChRI esiste ancora, ed è l’unico vero stato ceceno). Il contesto nel quale questo stato nacque e si sviluppò rende peculiare la discussione intorno alla sua legittimità, per cui partiremo da un discorso più ampio, indagando prima sulla legittimità di uno stato ceceno in senso generale.
Iniziamo valutando la legittimità storica di uno Stato ceceno. Come abbiamo detto, uno stato è storicamente legittimato se restaura uno stato precedentemente abbattuto, o se va ad inentificarsi con il luogo ancestrale nel quale si è formato il popolo che questo intende rappresentare e governare. Partiamo dal principio della restaurazione: prima del 1991 non è mai esistito uno stato unitario ceceno, o uno stato che abbia preteso di essere ceceno. Nella loro storia i “Nokhchi” (come si chiamano tra di loro i ceceni) ed in generale i Vaynakh (la famiglia etno – linguistica che accomuna ceceni, ingusci e alcune popolazioni del Daghestan e della Georgia) non ebbero mai un regno, una repubblica o una confederazione politicamente compatta. Le uniche organizzazioni che possono avvicinarsi al concetto di Stato furono il Regno di Durdzukhezia ed il Principato di Simsir, due entità certamente popolate da ceceni, ma che non pretesero mai di essere “lo stato dei ceceni”. Successivamente alla loro scomparsa la popolazione sviluppò un peculiare sistema basato su clan (Teip) i quali talvolta costituivano confederazioni (Tukkhum). Questa organizzazione non può in alcun modo essere considerata un “pro – tostato” ma anzi, per certi versi ne è una negazione. I Tukkhum erano 9, i Teip più di centocinquanta. La frammentazione politica non portò mai alla costituzione di uno Stato nell’accezione moderna del termine. Anche quando i ceceni si riunirono in organizzazioni politiche unitarie, come l’Imamato del Caucaso (1829 – 1859) o la Repubblica dei Popoli della Montagna (1917 – 1921) le suddette formazioni statali ebbero un respiro più ampio rispetto alla nazione cecena, e rivendicarono la loro sovranità su tutto il Caucaso o, al minimo, su tutti i popoli islamici del Caucaso (Ingusci, Balcari, Cabardini, Karachay, Circassi ecc..). Ne consegue che, prima della Repubblica Cecena di Ichkeria, nessuna rivendicazione “restauratrice” può considerarsi legittima.
Bandiera della Repubblica dei Popoli della Montagna
Diverso è il caso di una rivendicazione di tipo “ancestrale”: è indubbio che la Cecenia è il luogo dove il popolo dei “Nokhchi” si è formato, dove ha costituito la propria unità etnoculturale, dove ha vissuto la propria evoluzione linguistica, economica e sociale. E’ il luogo dove si sono formati i Teip e i Tukkhum. Su questa base è legittimo che i Ceceni considerino quella regione come il luogo dove la loro nazione è nata, in centro di irraggiamento della loro storia, ed è legittimo anche che lo considerino come loro e soltanto loro. Nessun altro popolo infatti ha mai fatto della Cecenia la propria casa spirituale: i popoli che nei secoli hanno invaso, e talvolta sottomesso, le tribù cecene hanno il loro centro di gravità in altre zone. Nella vicina Ossezia, ad esempio, si trova il nucleo ancestrale della nazione Alana (dai quali gli osseti affermano di discendere), mentre i popoli di stirpe turco – mongola che conquistarono le pianure della Cecenia in epoca medievale hanno il loro centro di gravità nella Mongolia e in Turchia. Se accettiamo il principio per il quale un popolo può rivendicare l’indipendenza come realizzazione della sua storia, possiamo affermare che i ceceni hanno il diritto di considerarsi i legittimi “padroni” della terra che abitano da più di quattromila anni.
LEGITTIMITA’ POLITICA DI UNO STATO CECENO
Passando al tema della legittimità politica, dobbiamo cominciare ad inserire nel discorso la variabile dello “stato vecchio” dal quale i Ceceni potrebbero aver voluto prendere le distanze, costituendone uno tutto loro. Gli “stati vecchi” in questione sono l’Impero Russo e l’Unione Sovietica. Il primo, caduto nel 1922, governò sulla Cecenia fin dal diciassettesimo secolo, e lo fece prevalentemente sotto forma di dominio. Malgrado in epoca sovietica si sia introdotto il principio della “volontaria adesione” di alcuni popoli alla Russia, è ormai evidente che il Caucaso fu sottomesso militarmente, e più volte “riconquistato” dagli eserciti zaristi. I Ceceni, al pari di numerosi altri popoli caucasici si ribellarono a più riprese, provocando la reazione militare di Mosca e portando avanti logoranti campagne di guerriglia. I russi dal canto loro procedettero spesso alla distruzione dei villaggi indigeni, alla deportazione delle popolazioni ribelli ed allo sterminio delle classi dirigenti locali, secondo uno schema che non consente di definire come “volontario” l’ingresso di questi popoli nell’Impero russo.
La permanenza della Cecenia nell’Unione Sovietica non fu meno “involontaria” né meno incruenta. Dopo la fondazione dell’URSS, il 30 Dicembre 1922, la Cecenia fu annessa come provincia autonoma nella Repubblica Socialista Federata Sovietica Russa (RSFSR) per poi ottenere lo status di Repubblica Autonoma nel 1936. Nel 1944 Stalin impose la deportazione di massa di ceceni e ingusci in Asia Centrale: quasi tutta la popolazione indigena fu trasferita su vagoni piombati in Kazakhistan ed in Siberia, dove visse in esilio forzato fino al 1957. Si trattò di un vero e proprio tentativo di genocidio, volto a far sparire per sempre il popolo ceceno – inguscio, secondo l’approccio staliniano alla risoluzione dei problemi etnici. Alla morte di Stalin l’esilio forzato fu revocato, ed i ceceni poterono rientrare nelle loro terre, nel frattempo ripopolate da famiglie russe. La tragedia collettiva vissuta dai ceceni può facilmente essere addotta a motivo politico legittimo per una separazione dall’URSS. La mancanza di una “volontaria adesione” al “vecchio stato” ed il comportamento persecutorio di questo nei confronti dei ceceni può quindi a buona ragione legittimare il desiderio di questi ultimi di costituire uno stato proprio, nel quale vivere da uomini liberi senza il timore di essere fisicamente eliminati.
Veicoli militari dell’NKVD fanno la spola tra i villaggi d montagna della Cecenia e le stazioni di carico dei deportati durante l’Operazione Lentil (1944)
LEGITTIMITA’ GIURIDICA DI UNO STATO CECENO
Abbiamo visto come la Cecenia può vantare ragioni storiche e politiche per rivendicare la propria indipendenza. Quali ragioni poteva addurre dal punto di vista giuridico al crollo dell’URSS? L’Unione Sovietica si definiva come un’unione di stati governata secondo il principio del federalismo socialista. Nel corso della sua storia promulgò svariate costituzioni, ed in ognuna di esse confermò il rispetto del principio di volontarietà dei soggetti che la componevano. Ciò non significa che queste avevano il potere effettivo di secedere: i paesi del cosiddetto Blocco Sovietico furono costantemente sotto occupazione militare da parte dell’esercito del Patto di Varsavia, e qualsiasi tentativo di guadagnare l’indipendenza fu stroncato nel sangue, come nel caso dell’Ungheria e della Cecoslovacchia. Ma qui stiamo parlando di legittimità giuridica, e dal punto di vista della legittimità giuridica ogni soggetto dell’URSS, dalle “RSS” (Repubbliche Socialiste Sovietiche) alle “RSSA” (Repubbliche Socialiste Sovietiche Autonome, tra le quali vi era la RSSA Ceceno – Inguscia) tutte potevano dichiarare la secessione e costituirsi in stati indipendenti.
Il 3 Aprile 1990 Gorbachev varò una legge ancora più permissiva rispetto al tema della secessione, normando in maniera molto precisa il meccanismo da mettere in atto qualora un soggetto dell’Unione o della RSFSR avesse voluto uscire dall’URSS. Si tratta di una legge molto lunga e cavillosa, ma nella sostanza essa stabiliva che il Soviet Supremo locale avrebbe potuto organizzare un Referendum, e se questo avesse dato esito positivo si sarebbe potuto avviare il meccanismo di uscita. In particolare, con riferimento alle repubbliche autonome, la legge diceva: “una decisione di cambiare lo status e la secessione di una repubblica autonoma o di una regione autonoma dall’URSS è possibile solo mediante referendum“. Esisteva, quindi, un legittimo sistema previsto dallo “stato vecchio” per la formazione di uno “stato nuovo”, e questo sistema era disponibile anche per la Cecenia.
LA REPUBBLICA CECENA DI NOKHCHI – CHO
Nell’estate del 1990 cominciò a farsi largo sia tra i movimenti extraparlamentari, sia tra le correnti di opposizione del Soviet Supremo Ceceno – Inguscio la necessità di mettere sul piatto il tema dell’indipendenza. La maggior parte degli esponenti di questa nuova ondata nazionalista intendeva utilizzare il diritto alla secessione come elemento negoziale di un nuovo trattato dell’Unione, tirando la corda il più possibile per ottenere migliori concessioni dal governo centrale. Una frazione del movimento nazionalista, tuttavia, sosteneva la necessità di secedere per davvero, costituire una repubblica indipendente e separare la strada della Cecenia da quella della Russia. In questa sede non ci soffermeremo sulle dinamiche politiche che portarono alla Dichiarazione di Indipendenza ed alla nascita della Repubblica Cecena di Nokhchi – cho (come si definì la repubblica separatista fino al Gennaio 1994), ma ci concentreremo sulla legittimità di tale processo.
Come abbiamo visto, la Cecenia aveva in quel momento tutte le giustificazioni storiche, politiche e giuridiche per portare avanti la secessione. Conseguentemente a ciò, il 25 Novembre 1990 un organismo informale chiamato Congresso Nazionale Ceceno, convocato da tutte le anime della politica e della cultura nazionali, votò una Dichiarazione di Sovranità, nella quale si proclamava “la sovranità statale della Repubblica cecena, con la supremazia, indipendenza, pienezza ed indivisibilità della sua autorità statale all’interno dei confini esistenti della Repubblica Socialista Sovietica Autonoma Ceceno – Inguscia, ad eccezione del territorio dell’ex autonomia di Inguscezia[…].” Inoltre si dichiarava: “L’unica fonte del potere statale nella Repubblica Cecena è il popolo di questa repubblica, composto da tutti i cittadini della Repubblica Cecena.” Il Soviet Supremo Ceceno – Inguscio, allora comandato dal leader fresco di nomina Doku Zavgaev, recepì le indicazioni del Congresso e due giorni dopo varò una Dichiarazione di Sovranità con valore di legge, dai toni molto simili a quella del Congresso: “Il Soviet Supremo della Repubblica Ceceno – Inguscia, che esprime la volontà del popolo, consapevole della responsabilità storica per il destino della Cecenia e dell’Inguscezia e della loro sovranità nazionale, nel rispetto dei diritti e degli interessi di tutti i gruppi etnici che vivono nella Repubblica […] proclama solennemente la sovranità statale della Repubblica […] e dichiara la decisione di creare uno Stato di diritto democratico.” La Dichiarazione di Sovranità votata dal Soviet Supremo Ceceno – Inguscio garantì alla Cecenia le premesse per una corretta separazione dalla RSFSR e dall’URSS. Tuttavia Zavgaev, al pari di molti altri esponenti del Congresso Nazionale non aveva alcuna intenzione di secedere: anch’egli voleva negoziare migliori condizioni con l’Unione Sovietica sventolando lo spauracchio della secessione. Di diverso avviso erano i cosiddetti “radicali nazionali” i quali trovarono un eccezionale campione nel Generale Dzhokhar Dudaev, eletto Presidente del Comitato Esecutivo del Congresso nel Dicembre 1990.
il Generale Dzhokhar Dudaev tiene un discorso attorniato dai suoi seguaci
Il tentato colpo di stato dell’Agosto 1991 accelerò enormemente gli eventi, e dette ai radicali nazionali l’opportunità per forzare il meccanismo istituzionale di secessione. La leadership della Repubblica Autonoma, infatti, non prese chiaramente posizione contro i golpisti, facendo intendere alla maggioranza dei ceceni che Zavgaev ed i suoi uomini non fossero disposti a procedere oltre sulla strada dell’indipendenza. I nazionalisti ebbero gioco facile nel mobilitare le masse, e tra la fine di Agosto e la fine di Ottobre del 1991 rovesciarono il governo, occuparono gli edifici pubblici ed indissero elezioni politiche per la costituzione di un Parlamento e per la nomina di un Presidente della Repubblica nella persona del Generale Dudaev. Una volta svolte le elezioni Dudaev proclamò l’indipendenza della Cecenia. La Rivoluzione Cecena non rispettò neanche in parte il processo di separazione “legale” previsto dalla legge del 3 Aprile 1990: nessuno indisse un referendum, il Soviet Supremo non lo ratificò né lo discusse, il popolo non poté partecipare alle consultazioni nelle forme e nei modi previsti. Pertanto, da un punto di vista giuridico, la secessione della Cecenia fu illegittima. Questo stato di cose fu immediatamente rilevato dal governo centrale, ma la situazione politica stava precipitando velocemente, e dopo un flebile tentativo di introdurre lo Stato d’Emergenza il Presidente della RSFSR, Boris Eltsin, decise di desistere e riprendere le negoziazioni con i ceceni una volta che la situazione si fosse calmata.
LA FINE DELL’URSS E LA NASCITA DELLA FEDERAZIONE RUSSA
Abbiamo visto come, a termine di diritto, la secessione della Cecenia fu messa in atto contrariamente alle procedure previste dalla Costituzione dell’URSS. A complicare non poco la situazione giunse, il 25 Dicembre del 1991, lo scioglimento dell’Unione Sovietica. Dalla mezzanotte di quel giorno l’URSS cessò di esistere come soggetto del diritto. Di conseguenza le sue leggi ed i suoi ordinamenti persero di qualsiasi validità. La Repubblica Cecena di Nokhchi – cho si ritrovò in uno stato giuridicamente sospeso: essa si era proclamata sovrana nel rispetto della legge, si era proclamata indipendente in violazione della stessa legge, e l’Unione dalla quale si era separata aveva cessato di esistere. Chi invece continuava ad esistere era la Repubblica Socialista Federale Sovietica Russa, della quale la Cecenia faceva ancora formalmente parte. Il suo Presidente, Boris Eltsin, ed il suo Parlamento consideravano il paese ancora parte dello stato, e non intendevano riconoscere come legittima la Dichiarazione di Indipendenza. Ecco che nella disamina sulla legittimità della Repubblica Cecena di Nokhchi – cho si inserisce un nuovo interrogativo: è da considerarsi illegittima la secessione di una repubblica autonoma dal più vasto consesso di un’unione tra stati anche quando questa unione ha cessato di esistere? Il tema è estremamente complicato, ed è difficile dare una risposta precisa. Certo è che non esistendo più come soggetto giuridico, l’URSS non poté più avanzare pretese sulla Cecenia. Il discorso è diverso se si considera la questione dal punto di vista della RSFSR Russa: essa esistette ancora fino alla fine del 1993, e non riconobbe mai l’indipendenza della Repubblica Cecena di Nokhchi – cho. Da un punto di vista giuridico, di fatto, la Cecenia continuò a far parte della repubblica sovietica russa nonostante che l’Unione Sovietica avesse cessato di esistere, e che la definizione di “socialista” fosse ormai puramente formale, un “cadavere giuridico” in piena putrefazione, ma pur sempre consistente dal punto di vista legale.
Dal Gennaio del 1992 Eltsin iniziò a riformare la Federazione Russia in modo da spogliarla del suo passato sovietico senza perdere i pezzi che la componevano. Per questo motivo iniziò una fitta serie di negoziati “testa – testa” con i 92 soggetti che componevano la RSFSR, con l’obiettivo di farli aderire tutti ad un nuovo Trattato Federativo che ridisegnasse i rapporti politici tra centro e periferia. Un “nuovo trattato” significa una nuova negoziazione tra soggetti di pari diritto, i quali hanno facoltà di sottoscriverlo, ma anche di non farlo. Intorno a questo principio si articolò la posizione dei secessionisti: se la Cecenia era un soggetto dotato di piena capacità giuridica al punto da poter scegliere se sottoscrivere o meno un trattato federativo, era evidente che questa era uno stato indipendente, e che come tale poteva essere riconosciuto dalla Russia, ma anche da qualsiasi altro governo. Da questo punto di vista era evidente come la nascente Federazione Russa, pur non riconoscendo la Repubblica Cecena di Nokhchi – cho direttamente, lo faceva “indirettamente” riconoscendole i poteri tipici di uno Stato sovrano. Dudaev decise quindi di subordinare qualsiasi negoziazione con la Federazione Russa al riconoscimento ufficiale della repubblica cecena.
Forze armate della Repubblica Cecena di Ichkeria sfilano in parata
Questo atteggiamento provocò uno stallo nelle negoziazioni, perché i russi non erano affatto intenzionati a riconoscere “prima” l’indipendenza e “poi” l’adesione, ma a riconoscere l’indipendenza “contemporaneamente” all’adesione. In sostanza Mosca intendeva riconoscere la Cecenia indipendente soltanto quando questa avesse accettato di rinunciare all’indipendenza. Una differenza sottile ma molto sostanziale per i nazionalisti ceceni, i quali volevano sentirsi liberi di percorrere un binario parallelo con la Russia senza necessariamente divenire un vagone del suo treno. Su questo tema i negoziati tra Mosca e Grozny si impantanarono per 3 anni senza produrre alcun risultato tangibile. Tra la fine del 1992 e la primavera del 1993, tuttavia, il Parlamento secessionista iniziò ad oscillare verso una maggior accondiscendenza nei confronti della Russia, complici la devastante crisi economica che stava colpendo il paese ed il blocco economico e finanziario operato da Mosca come rappresaglia per la mancata adesione della Cecenia al Trattato Federativo. Il fronte nazionalista iniziò a frammentarsi, ed il 4 Giugno 1993 Dudaev forzò la situazione sciogliendo il Parlamento ed instaurando una dittatura personale. Questo evento portò la Cecenia alla guerra civile, e funse da casus belli per l’intervento armato della Russia. Alla fine del 1993 la “nuova” Federazione Russa varò la sua costituzione, nella quale la Cecenia era riconosciuta come parte integrante del nuovo stato. In reazione a questo gesto dal pesante valore politico, Dudaev decise di ribattezzare la Repubblica Cecena di Nokhchi – cho in “Repubblica Cecena di Ichkeria” (ChRI), in modo da rimarcare anche sul piano ufficiale la non – appartenenza dello Stato ceceno alla Federazione Russa.
LEGITTIMITA’ E RICONOSCIMENTO: RELAZIONI RUSSO – CECENE TRA IL 1995 E IL 2000
Prima di proseguire sulla questione dei rapporti Russia – Cecenia, fermiamoci a valutare uno degli effetti tipici della legittimità, ovvero il riconoscimento. Esso non può essere considerato come una prerogativa alla legittimità (un diritto esiste o non esiste a prescindere del fatto che questo sia riconosciuto da qualcuno) ma certamente né è uno degli effetti principali. Uno stato non riconosciuto da nessuno difficilmente potrà operare in maniera normale, perché le sue leggi, le due autorità ed i suoi titoli non saranno riconosciuti da nessuno. Il caso della Repubblica Cecena di Ichkeria è esattamente questo. Allo scoppio della Prima Guerra Cecena la ChRI era stata riconosciuta soltanto dal Presidente (decaduto) della Georgia, Zviad Gamsakhurdia. Si trattava di un riconoscimento simbolico e privo di effetti reali (In quel periodo Gamsakhurdia era stato deposto da un colpo di stato militare e si era rifugiato in esilio proprio in Cecenia). Nessun altro governo accettò di considerare la questione cecena come qualcosa di diverso da “un affare interno della Russia”. Emblematica in questo senso è la differenza nel comportamento dei governi occidentali nei confronti della Cecenia (la quale fu sostanzialmente ignorata) ed il Kosovo, altra piccola repubblica autoproclamata nel 1992, la quale a partire dai primi anni 2000 iniziò ad essere ufficialmente riconosciuta da molti paesi, compresi gli Stati Uniti (che lo riconobbero nel 2008).
Abbiamo detto che il riconoscimento non è una prerogativa de iure alla legittimità di uno stato, ma certamente uno dei suoi principali effetti de facto. Sulla base di questo ragionamento possiamo andare ad indagare sui rapporti intrattenuti tra la Federazione Russa e la Cecenia, cercando di capire se, in assenza di accordi formali, il comportamento tenuto da Mosca nei confronti di Grozny può lasciar intendere un riconoscimento pratico a fronte di un non – riconoscimento teorico. Il primo evento da tenere in considerazione è l’ingresso delle truppe russe in Cecenia nel Dicembre del 1994. Conformemente con la sua politica del “non riconoscimento” Eltsin autorizzò non già un’invasione, ma un’operazione volta a “ristabilire l’ordine costituzionale”, cioè un’azione avente come obiettivo il disarmo di “milizie armate illegali” resesi responsabili di usurpazione delle istituzioni legittime dello Stato. Non una guerra, quindi, ma un’operazione di disarmo. Niente guerra, niente Ichkeria. La situazione cambiò quando fu chiaro che la “piccola guerra vittoriosa” progettata da Eltsin iniziò a rivelarsi per niente “piccola” e nemmeno “vittoriosa”: i russi si trovarono impantanati in una logorante guerra partigiana che sarebbe terminata nell’Agosto del 1996 la vittoria dei separatisti.
Boris Eltsin eZelimkhan Yandarbiev a Mosca per i negoziati sul cessate – il – fuoco durante la Prima Guerra Cecena, 1996
Già dal Giugno 1995 il governo russo iniziò a firmare accordi e protocolli di pace nei quali si riconoscevano di fatto le forze armate della ChRI, il suo governo e le sue strutture politiche. In un accordo militare firmato a Grozny il 30 Luglio 1995 il Governo della Federazione Russa riconosceva i suoi interlocutori come “Il Governo della Repubblica Cecena di Ichkeria”, manifestando gli effetti di un riconoscimento politico. In particolare si autorizzava l’apertura di un “ufficio di rappresentanza” della ChRI a Mosca, qualcosa di molto simile ad un consolato, o ad un’ambasciata. Da quella data il governo federale firmò almeno una decina di documenti nei quali erano presenti i riferimenti alla Repubblica Cecena di Ichkeria. Il più importante di questi fu certamente quello definito come “Accordi di Khasavyurt”, il cui punto 1 recita: “Il trattato che regola i fondamenti di base delle relazioni tra la Federazione Russa e la Repubblica Cecena, governata dai principi e dalle norme universalmente accettati dal diritto internazionale, dovrà essere raggiunto entro il 31 Dicembre 2001.” La frase non lascia alcun dubbio: il diritto internazionale regola i rapporti tra stati, e non i rapporti tra uno stato e una sua provincia. E se Russia e Cecenia hanno deciso di comune accordo di regolare i loro rapporti sulla base del diritto internazionale, ne consegue che si riconoscono a vicenda come soggetti di diritto internazionale, quindi stati sovrani.
Accordi di questo tenore si susseguirono per tutto il 1996 e la prima parte del 1997: il 23 Novembre 1996 il Primo Ministro della Federazione Russa, Viktor Chernomyrdin ed il Primo Ministro del governo ceceno, Aslan Maskhadov firmarono un accordo nel quale la Russia si impegnava a ripristinare i normali rapporti commerciali e politici con la Cecenia dal 1 Dicembre successivo, consegnando ai ceceni il controllo delle frontiere, degli aereoporti e delle vie d’accesso e di uscita dal paese, oltre alla piena disponibilità della infrastrutture. Il 3 Febbraio 1997, pochi giorni dopo lo svolgimento delle elezioni per il rinnovo del parlamento separatista e per la carica di Presidente della Repubblica, le autorità russe inviarono missive nelle quali si congratulavano con il neoeletto Capo dello Stato, Aslan Maskhadov: un atteggiamento non molto coerente con la politica di “Non riconoscimento” pubblicamente presentata dalle autorità federali. Il documento che tuttavia fa la differenza in tutta questa storia fu firmato il 12 Maggio 1997 a Mosca, e malgrado contenga termini molto generici a livello pratico, ha una chiarezza formale assoluta e inequivocabile. Si tratta del “Trattato di Pace e Principi di Interrelazione tra la Federazione Russa e la Repubblica Cecena di Ichkeria.”.
IL TRATTATO DI PACE
Prima di addentrarci nel documento analizziamo il titolo. Un “Trattato di Pace” è un accordo basato sul diritto internazionale in base al quale due stati assumono una serie di obbligazioni, prima tra tutte il rifiuto della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie. I trattati di pace sono firmati da due stati che si riconoscono vicendevolmente come legittimi interlocutori. La locuzione “Tra la Federazione Russa e la Repubblica Cecena di Ichkeria” toglie ogni dubbio: uno stato chiamato “Ichkeria” non ha mai fatto parte della Federazione Russa, la sua denominazione non è inclusa tra quelle dei soggetti federati nella Costituzione del 1993. Si tratta evidentemente di un soggetto di diritto esterno alla Federazione, e pertanto il trattato di pace può essere interpretato come un gesto di “tacito riconoscimento”.
Mosca. Eltsin e Maskhadov firmano il Trattato di Pace del 12 Maggio 1997. Alexander Sentsov, Alexander Chumichev/TASS –осси€. 12 ма€ 1997 г. ¬
Procediamo con l’analisi del testo:
“Le stimate parti dell’accordo, desiderose di porre fine al loro secolare antagonismo e sforzandosi di stabilire relazioni solide, uguali e reciprocamente vantaggiose, concordano:”
Anche in questo caso, malgrado la genericità della frase, si fa riferimento ad un accordo tra due soggetti che non soltanto sono separati, ma che si sono in qualche maniera “sentiti come altro da sé” per secoli. In questo senso la Federazione Russa sembra intenzionata a riconoscere anche la legittimità politica della secessione cecena.
Andiamo avanti con i primi 3 dei 5 articoli del trattato (il IV ed il V sono di natura circostanziale e di scarso interesse ai fini di questa trattazione):
“Art. 1 – Rifiutare per sempre l’uso della forza o la minaccia della forza per risolvere tutte le questioni di disputa”.
Il primo articolo del Trattato di Pace ricalca una formula espressa in centinaia di documenti simili, tutti sottoscritti da stati sovrani.
“Art. 2 – Sviluppare le loro relazioni su principi e norme di diritto internazionale generalmente riconosciuti. Nel fare ciò le parti devono interagire sulla base di specifici accordi concreti”.
Di nuovo il richiamo al diritto internazionale come linguaggio di base nelle relazioni tra i due Stati presuppone la loro parità istituzionale.
“Art. 3 – Il presente trattato fungerà da base per la conclusione di ulteriori accordi e intese sull’intera gamma di relazioni”
Non soltanto, in questo caso, si presuppone un rapporto paritetico tra Federazione Russa e Repubblica Cecena di Ichkeria, ma addirittura si condizionano tutti i futuri accordi tra i due paesi ai principi stabiliti in questo trattato.
Qualunque fossero i rapporti tra Russia e Cecenia prima del Trattato di Mosca del 12 Maggio 1997, dopo di esso non si può più affermare che la Federazione Russa non riconobbe la Repubblica Cecena di Ichkeria. In questo senso il testo del trattato è più che chiaro. Secondo lo scrivente, quindi, da questo momento in poi la Cecenia esiste a tutti gli effetti come Repubblica indipendente, ed è legittimata sia su base storica e politica, sia su base giuridica, perché dal 12 Maggio 1997 la Federazione Russa iniziò a rapportarsi con la Cecenia come ci si rapporta con uno stato estero. L’11 Luglio successivo i governi ceceno e russo firmarono una serie di accordi volti ad integrare i rispettivi sistemi bancari e doganali. Nell’Agosto dello stesso anno i plenipotenziari Khozh Akhmed Yarikhanov ed Akhmed Zakayev firmarono un accordo tripartito con il Vice Primo Ministro russo, Boris Nemtsov ed il Vice Primo Ministro Azero, Abbas Abbasov riguardo la gestione congiunta del gasdotto che attraversava la Cecenia. In questo caso è interessante notare un aspetto procedurale: normalmente negli accordi tra la Federazione Russa e paesi esteri riguardanti questioni inerenti una delle repubbliche federate, il testo del documento finale reca la firma della repubblica federata, ma la procedura non prevede che i suoi rappresentanti possano partecipare autonomamente alle negoziazioni. In questo caso invece gli incontri preparatori bilaterali videro negoziati russo – ceceni e negoziati ceceno – azeri, come da prassi per accordi trilaterali tra stati sovrani. Su questa base potremmo spingerci a teorizzare che lo stesso Azerbaijian, firmando l’accordo sul gasdotto, abbia implicitamente riconosciuto la ChRI. La percezione che la Cecenia fosse uno stato indipendente a tutti gli effetti d’altro canto è rintracciabile nella dichiarazione di chiusura di Abbasov alla stampa: “Oggi, firmando un accordo trilaterale tra la Federazione Russa, la Repubblica Cecena di Ichkeria e L’Azerbaijian abbiamo rimosso anche l’ultimo ostacolo della repubblica nel fornire oro nero ai partner europei.”
LA SECONDA GUERRA CECENA
Riepilogando brevemente possiamo dire che la Repubblica Cecena di Ichkeria, pur avendo forti motivazioni storiche e politiche per rivendicare l’indipendenza, ottenne la secessione tramite metodi illegittimi. Tuttavia il comportamento del governo della Federazione Russa tra il 1995 ed il 1996, ed ancor più l’atteggiamento avuto nei confronti del governo di Grozny dopo la fine della Prima Guerra Cecena fecero sì che tale secessione fosse, se non ratificata ufficialmente, quantomeno riconosciuta di fatto da Mosca, stabilendo uno stato di cose per le quali la ChRI potè operare come uno stato indipendente almeno fino al Dicembre 1999. A tale scopo sono esemplari le parole di Vladimir Putin, successore di Eltsin alla presidenza federale, il quale il 13 Dicembre 2001 dichiarò: “Voglio solo ricordare che nel 1996 la Russia ha ritirato tutte le sue forze armate dalla Cecenia, avendo creato lì uno stato di fatto completamente indipendente. Non di diritto, ma di fatto. Per questo motivo nessuno può dirci che usiamo tutta la nostra forza per distruggere il desiderio del popolo ceceno di essere indipendente. Lo abbiamo fatto una volta, abbiamo dato loro tale indipendenza”.
Dalla fine del 1999 le truppe federali penetrarono nuovamente in Cecenia, e da allora fino al 2003 sottoposero il paese ad una occupazione militare. Nel 2003, infine, si tenne un referendum costituzionale volto a ricostituire l’unità federale tra la Cecenia e la Federazione Russa. La vittoria plebiscitaria del “SI” (95,97% dei voti espressi) per quanto viziata da diffuse irregolarità (non molto diverse, in effetti, da quelle registratesi alle elezioni dell’Ottobre 1991, quando furono eletti il Parlamento ed il Presidente secessionisti) sancì il reintegro della Cecenia nel sistema federale russo, delegittimando il governo della Repubblica Cecena di Ichkeria e rendendola un’organizzazione a tutti gli effetti illegale. I secessionisti bollarono il referendum come una farsa, e a tutt’oggi continuano a considerare la ChRI come l’unico governo legittimo di un paese sotto occupazione militare. Secondo quanto riportato in una disamina pubblicata su numerosi siti separatisti, la ChRI sarebbe equiparata ai governi occupati dalla Germania nazista durante la Seconda Guerra Mondiale:
“Ad esempio, durante la Seconda Guerra Mondiale, il re belga Leopoldo III costrinse l’esercito belga ad arrendersi e sebbene cercasse di formare un governo fantoccio guidato dal filo – nazista Henri De Mans, il governo in esilio, chiamato “Governo dei Quattro” continuò le sue attività a Londra dal 1940 al 1945. Allo stesso modo il governo polacco in esilio rimase in vigore dal 1939 al 1990, prima in Francia e poi in Inghilterra, e fu riconosciuto come il vero rappresentante del popolo polacco.”
Il governo polacco in esilio. Costituitosi a Londra dopo l’occupazione nazista della Polonia, non fu riconosciuto al termine della Seconda Guerra Mondiale, quando il paese entrò nel Blocco Sovietico, ma rimase formalmente in carica fino al 1990, passando i poteri al primo governo democraticamente eletto nel paese.
Il tema della legittimità dell’attuale governo della ChRI in esilio è ancora oggi oggetto di dibattito, prima di tutto tra gli stessi esponenti della diaspora separatista (ad oggi esistono almeno tre gruppi di ex funzionari della ChRI che si contendono la leadership della repubblica). Il governo stabilmente al potere in Cecenia, guidato da Ramzan Kadyrov non riconosce alcuna legittimità a nessuno degli esponenti della vecchia leadership, e si ritiene legittimo sulla base del referendum costituzionale del 2003. Anche la Federazione Russa ritiene legittimo il governo di Kadyrov, e nelle sue rappresentanze ufficiali la Repubblica Cecena federata con la Russia viene riconosciuta come istituzione ufficiale dalla maggior parte dei governi del mondo.
LEGITTIMITA’ POSTUMA DELLA ChRI
Ad oggi l’eventualità che la ChRI venga ricostituita o ottenga un qualche tipo di riconoscimento estero è piuttosto remota. Anche evitando diatribe politiche di attualità, e presupponendo che il separatismo abbia un seguito di qualche rilievo tra la popolazione cecena, il percorso per la ricostituzione della Repubblica Cecena di Ichkeria sarebbe comunque assai tortuoso. L’ultima manifestazione di volontà popolare in merito risale al 1997, e da allora le elezioni hanno sempre riconfermato alla guida del paese il fronte unionista. D’altra parte, lo stesso fronte unionista ha sistematicamente impedito che forze politiche contrarie al federalismo potessero liberamente esprimersi, ed i sostenitori di tale approccio vivono uno stato di semiclandestinità, essendo la ChRI considerata come un’organizzazione criminale, ed i suoi esponenti soggetti ad arresto.
Volendo fare un esercizio di teoria politica, la ChRI non ha mai cessato di esistere. Molti dei suoi funzionari ed esponenti politici nel corso degli anni sono passati al governo unionista di Kadyrov, assottigliando le file dei separatisti, e la costituzione dell’Emirato Islamico del Caucaso Settentrionale, avvenuta nell’Ottobre del 2007 ha privato la ChRI delle sue “forze armate” su suolo ceceno. Questo non ha comunque eroso, almeno in linea teorica, il legame delle strutture “ad interim” della repubblica in esilio con le istituzioni uscite dalle elezioni del 1997. L’eventualità di rivendicare nuovamente il diritto alla secessione della Cecenia dalla Federazione Russa sarebbe comunque ostacolata dall’esplicito divieto presente nella Costituzione della Federazione a qualsiasi azione volta a minare l’integrità territoriale dello Stato.
Sostenitori della Repubblica Cecena di Ichkeria manifestano a Ginevra, 2019
Il Dipartimento di Sicurezza dello Stato fu il reparto anticrimine, di controspionaggio e di polizia politica della Repubblica Cecena di Ichkeria. Esso fu istituito nel Novembre 1991 dal Parlamento con il nome di “Servizio di Sicurezza Nazionale” e fu posto sotto il comando del deputato (nonché Colonnello dell’esercito sovietico) Ibragim Suleimenov.
Miliziani della Guardia Nazionale passano in rassegna delle armi catturate nell’edificio del KGB. Il palazzo fu la sede del Servizio di Sicurezza Nazionale tra il 1991 ed il 1994
Il Servizio di Sicurezza Nazionale aveva accesso a fascicoli, dossier e informazioni su tutti gli abitanti della repubblica, avendo ereditato gli archivi del KGB. Questa posizione dava un grosso vantaggio politico a chi controllava l’organizzazione, e fin dai primi mesi di indipendenza Dudaev ed il Parlamento si contesero il suo patrocinio. Alla fine del 1991 il Presidente nominò al vertice dell’organizzazione l’ex Ministro degli Interni Sultan Albakov, baipassando la procedura di verifica ed approvazione da parte dell’assemblea legislativa. Questa considerò inefficace il provvedimento, mantenendo Suleimenov nella sua posizione. Dudaev non si fece intimidire, e costituì per decreto un “Servizio di Sicurezza Nazionale sotto la Presidenza della Repubblica”, un vero e proprio clone direttamente alle sue dipendenze. Fu l’inizio di una lunga serie di “sdoppiamenti” che portarono il paese all’anarchia politica.
ERA KHASIMIKOV
Lo scontro sulla nomina del direttore dell’SSN parve risolto quando le parti si accordarono per nominare Salman Khasimikov, un wrestler di fama mondiale che aveva fama di essere uomo corretto e disinteressato. Questo suo atteggiamento neutrale nei confronti della autorità lo mise in rotta di collisione con Dudaev allorchè, nella primavera del 1993, la crisi istituzionale giunse al suo capolinea ed il Presidente iniziò a predisporre le manovre necessarie ad assicurarsi il pieno controllo delle strutture di potere. Khasimikov si rifiutò di supportare una delle due parti, venendo destituito nel Maggio 1993. Il Servizio di Sicurezza Nazionale venne così smantellato, ed al suo posto Dudaev istituì il Dipartimento di Sicurezza dello Stato, che affidò all’ex capo della Direzione Affari Interni di Gudermes, Sultan Geliskhanov.
Sultan Geliskhanov tiene un intervento in veste di Direttore del Dipartimento di Sicurezza dello Stato. Ex Colonnello della polizia stradale, Geliskhanov si fece strada forte dell’amicizia con Salman Raduev, genero di Dudaev e Prefetto di Grozny. Nominato capo della Sicurezza di Stato dopo il golpe del 4 Giugno 1993, diresse il dipartimento fino allo scoppio della Prima Guerra Cecena.
ERA GELISKHANOV
Sultan Geliskhanov era un Colonnello della polizia stradale di stanza a Gudermes, seconda città del paese e feudo personale del genero di Dudaev, il Prefetto Salman Raduev. Dopo aver corso (e perso) le elezioni municipali, nel 1992, fu richiamato a Grozny da Dudaev, il quala lo nominò a capo del neonato Dipartimento di Sicurezza dello Stato. In questa veste Geliskhanov sostenne le azioni volte ad annichilire le strutture democratiche della Repubblica, facendo leva sul comportamento sedizioso di alcuni oppositori politici, come il noto criminale (ed ex guardia del corpo di Dudaev) Ruslan Labazanov. Il 4 Giugno 1993 le unità di Geliskhanov parteciparono alle azioni di sgombero e persecuzione del partito parlamentarista, nonché all’attacco contro l’edificio dell’Amministrazione Municipale di Grozny, guidata dal Sindaco Bislan Gantamirov (anch’egli fedele a Dudaev fino agli inizi del 1993). Con il montare della tensione interna il Dipartimento di Sicurezza dello Stato divenne sempre più centrale nell’esercizio dell’autorità governativa: gli uomini di Geliskhanov organizzarono retate contro i sostenitori dell’opposizione, accusati di voler portare a termine un colpo di stato, ed arrestarono numerosi militanti del fronte antidudaevita.
Con l’accrescersi della sua figura Geliskhanov iniziò a tenere un comportamento ambiguo: pubblicamente accusava l’FSK (i servizi segreti federali) di portare avanti azioni di sabotaggio e disturbo impiegando somme “per un miliardo di dollari”, dall’altra pare che tenesse una fitta corrispondenza con gli ufficiali di Mosca, dicendosi disposto a rovesciare Dudaev in cambio di una consistente contropartita. Per evitare che il Dipartimento di Sicurezza dello Stato sfuggisse al suo controllo il 19 Dicembre 1993 Dudaev varò un decreto nel quale si condannava ad una pena tra i 15 anni e la morte (e la confisca dei beni) qualsiasi azione diretta contro lo Stato da parte di funzionari del Dipartimento.
Dal 1994, con l’acuirsi della crisi politica tra governo ed opposizione e l’avviarsi di una guerra civile strisciante, il Dipartimento di Sicurezza Nazionale divenne uno dei principali centri di potere della Repubblica. Il 6 Gennaio 1994, dopo che il vecchio Presidente del Servizio di Sicurezza Nazionale Ibragim Suleimenov (passato all’opposizione armata dopo il colpo di stato del 4 Giugno 1993) aveva tentato di prendere Grozny con la forza e rovesciare il governo, Dudaev impose a tutti i cittadini l’obbligo di collaborazione con gli agenti del Dipartimento, pena una multa equivalente a 20 salari minimi e l’arresto fino a 15 giorni. Tale provvedimento impose in Cecenia una vero e proprio stato di polizia. Per tutto il 1994 Geliskhanov, che operava con la stessa libertà di un Ministro della Repubblica (ed in quanto tale sedeva nel Gabinetto dei Ministri) portò avanti una campagna di contrasto e di intelligence contro i movimenti dell’opposizione armata, basata nell’Alto Terek, nel distretto di Urus – Martan e nei dintorni di Vedeno.
Prigionieri di Guerra russi nel “Centro di Detenzione Temporanea” di Shali, Dipartimento di Sicurezza dello Stato
LA PRIMA GUERRA CECENA
Allo scoppio della guerra le unità dipendenti dal Dipartimento di Sicurezza dello Stato passarono sotto il controllo dello Stato Maggiore dell’Esercito. Sultan Geliskhanov divenne un comandante di campo, e le sue unità furono posizionate a difesa di uno dei ponti sul Sunzha, nel settore meridionale della città. A seguito della caduta del Palazzo Presidenziale il Quartier Generale delle forze armate della ChRI fu ritirato nell’edificio dell’ospedale n°2, sulla sponda destra del Sunzha. Geliskhanov ed i suoi uomini erano di guardia al ponte, a difesa della via principale verso l’ospedale. La posizione dei suoi uomini era fondamentale alla tenuta dello schieramento, ma alla fine di Gennaio, dopo un violento bombardamento di artiglieria sulle sue posizioni, Geliskhanov ordinò l’evacuazione delle posizioni difensive senza comunicare lo sganciamento al Comandante in Capo delle forze armate, Aslan Maskhadov. Questo costrinse il comando separatista ad una rovinosa ritirata, permettendo ai federali di penetrare oltre la sponda destra del fiume e dirigersi verso il centro di gravità della difesa, Piazza Minutka. Dopo la caduta di Grozny Geliskhanov ed i suoi uomini si ritirarono a Gudermes, dove costituirono postazioni fortificate. Nel frattempo, tuttavia, questi chiese a più riprese l’avvio di negoziati per la sua resa in cambio di un’amnistia. Le autorità federali inizialmente lasciarono intendere la loro disponibilità ad un accordo, ma il 14 Marzo il Procuratore Federale e mise un mandato di cattura nei suoi confronti, cosicchè Geliskhanov dovette darsi alla macchia e continuare a combattere a fianco dei separatisti.
OPERAZIONI CLANDESTINE
Nel Febbraio del 1995 Dudaev emanò un decreto (il numero 2 – 1995) nel quale si dichiarava che “al fine di garantire la centralizzazione del comando ed il controllo delle forze di difesa […] per il periodo di guerra le forze ed i mezzi del Servizio di Sicurezza dello Stato devono essere subordinate al Capo dello Stato Maggiore del Comando Supremo. Il direttore del Servizio dirige le attività sulla base del “Regolamento sulle attività del Dipartimento di Sicurezza dello Stato in periodo di guerra”. Geliskhanov, considerato un “borderline” in odore di tradimento venne sostituito dal Colonnello Abusupyan Mosvaev, già capo del Dipartimento Investigativo Penale del Distretto di Shali e capo della sicurezza personale di Dudaev.
Abusupyan Mosvaev
Le unità del Dipartimento svolsero inizialmente funzioni militari, partecipando alle ostilità come truppe al fronte e ad azioni terroristiche eclatanti. Mosvaev partecipò insieme ad alcuni dei suoi uomini al sequestro dell’ospedale di Budennovsk, tra il 14 ed il 19 Giugno 1995, durante il quale il governo russo accettò di aprire trattative politiche per il ritiro delle truppe dalla Cecenia. Durante la tregua successiva a quegli eventi, Mosvaev ristrutturo il Dipartimento in modo tale che fungesse da “polizia politica” del governo clandestino contro ufficiali federali e collaborazionisti. Tale inquadramento fu formalizzato da Dudaev il 4 Ottobre 1995 con il decreto n° 394, in base al quale si riconosceva ai suoi uomini il “diritto di autorizzare portare a termine ricerche, detenzioni, arresti di persone colpevoli di crimini contro lo stato particolarmente odiosi e pericolosi […] sia sul territorio della Repubblica Cecena di Ichkeria, sia fuori […]”. Il Dipartimento di Sicurezza dello Stato divenne quindi l’organo di controspionaggio della Repubblica, ed in quella veste gestì i “centri detentivi” clandestini della repubblica (seminterrati nei quali i prigionieri “politici” del governo vennero sequestrati, torturati e spesso uccisi).
Toppa del Servizio di Sicurezza Nazionale
IL PERIODO INTERBELLICO
Alla fine delle ostilità il Dipartimento di Sicurezza di Stato rimase operativo nella ricerca e nella cattura di elementi che si erano macchiati di intesa col nemico durante l’occupazione russa. La sua struttura fu notevolmente ampliata e distribuita su tutto il territorio nazionale: vennero costituite numerose direzioni compartimentali (il Quartier Generale, L’Unità Segreta, la Direzione Controspionaggio ecc..) ed i loro funzionari furono dislocati in 8 dipartimenti regionali (Shali, Gudermes, Achkoy – Martan, Urus – Martan, Shelkovsky, Shatoy, Nozhay – Yurt e Narsk). Mosvaev fu confermato al comando dell’unità, ma molti dei funzionari alle sue dipendenze presero ad assecondare il volere dei loro diretti superiori, i quali durante la guerra erano stati comandanti di campo e faticavano a reinserirsi nella vita civile.
Tra il 1997 ed il 1999 il Dipartimento affrontò una radicale riforma disciplinare: nel tentativo di frenare la diffusa arbitrarietà nel comportamento dei suoi sottoposti Mosvaev impose protocolli rigidi riguardo gli spostamenti all’estero, l’utilizzo di materiale e mezzi di proprietà del DSN ed il ricorso a una costante verifica delle attività dei sotto – dipartimenti. Nonostante i numerosi interventi, tuttavia, il diffuso senso di impunità e la scarsa disciplina dei quadri dirigenti trasformò il Servizio di Sicurezza dello Stato in una sorta di anarchia criminale: nepotismo e clientelismo divennero endemici, e numerose nuove reclute divennero alti ufficiali nel giro di poche settimane, facendo leva sulle amicizie o sulle affinità militari con i superiori. Anche il settore amministrativo mostrò gravi carenze: la gestione economica del corpo fu quantomeno torbida, ed il pagamento delle spettanze avvenne spesso in valuta straniera non tracciabile, reperita presumibilmente tramite estorsioni, contrabbando ed attività criminali.
ERA KHULTIGOV
Lecha Khultygov nel suo ufficio presso il Servizio di Sicurezza Nazionale, Grozny
Il 13 Febbraio del 1998 il Parlamento varò una “legge sulla lustrazione” in virtù della quale tutti i candidati a posizioni di rilievo nella pubblica amministrazione avrebbero dovuto dimostrare di non aver collaborato con le forze occupanti durante la guerra. Il SSN fu incaricato di sovrintendere all’attuazione della legge, verificando “l’affidabilità” dei soggetti interessati. Oltre a ciò il Servizio ebbe il compito di sovrintendere alla sicurezza personale del Presidente e di predisporre piani di pronto intervento in caso di disordini. Queste specifiche mansioni furono affidate al numero 2 dell’organizzazione, Apti Batalov, ed al suo collega, Lecha Khultygov.
Nel corso della prima metà del 1997 Mosvaev si allineò su posizioni politiche radicali, allontanandosi progressivamente dal nuovo Presidente della Repubblica, Aslan Maskhadov, e facendo dell’SSN un vero e proprio contropotere: per questo motivo, nell’Agosto del 1997 Mosvaev fu sostituito da Batalov, mentre la gestione operativa del corpo fu affidata a Khultygov. Per quella data il rapporto tra il Servizio di Sicurezza e la Procura della Repubblica era gravemente compromesso: come riportato dai numerosi appelli inviati a Maskhadov dal Procuratore Generale, Kh. Serbiev, la Sicurezza di Stato si macchiava costantemente di violazione delle leggi e della Costituzione, di corruzione e di condotta criminale.
Lecha Khultygov dichiara in un video: “L’ordine del Presidente non può essere discusso!”
Il 30 Dicembre la direzione del servizio fu affidata a Lecha Khultygov, l’unico tra i tre sopra citati che avesse un’alta concezione della sua missione. Era un funzionario competente e determinato a porre fine all’illegalità dilagante nella repubblica, iniziando dallo smantellamento delle milizie irregolari rimaste al seguito dei comandanti di campo al termine della guerra e mai veramente smobilitate, e da una lotta senza quartiere al crimine. Il cambio di regime fu sanzionato dalla ridenominazione del dipartimento in Servizio di Sicurezza Nazionale. Su iniziativa congiunta di Maskhadov e Khultygov il dipartimento fu ridotto ad un organico di 150 funzionari, con un rigoroso blocco delle assunzioni. L’accesso ad esso fu ristretto a tutti coloro che non si fossero macchiati di crimini (neanche quelli amnistiati) e fu varato un rigido codice disciplinare.
Poi Khultygov iniziò a “ripulire” gli uffici dai corrotti e dai delinquenti. Nel Febbraio 1998 due capi di dipartimento su 10 furono licenziati, ed altri 20 membri del reparto operativo furono allontanati per motivi disciplinari. Questo atteggiamento “domenicano” di Khultigov (sotto la sua amministrazione si svolsero svariate esecuzioni pubbliche di criminali per le vie di Grozny) produsse grosso malcontento tra gli ex combattenti, abituati a gestire il potere politico come avevano fatto durante la guerra, quando ognuno di loro era il “feudatario” di una piccola porzione del territorio ceceno, o di una specifica attività lucrativa. Il 21 giugno 1998, Khultygov sequestrò alcune apparecchiature radiotelevisive alla milizia privata del Comandante di Campo Salman Raduev. Poche ore dopo, uomini armati penetrarono nell’edificio del Comitato di Stato per la Radio e la TV, dove queste erano state sistemate. Ne seguì una sparatoria, nella quale Khultygov rimase ucciso.
La morte di Khultygov pose fine al periodo di “riforma morale” della Sicurezza di Stato. Il suo successore fu suo fratello, Maggiore Ibragim Khultygov, uomo di tutt’altra pasta. L’SSN si dedicò principalmente all’attuazione della Legge sulla Lustrazione ed alla creazione di un database di “nemici della nazione”, alimentando una continua caccia alle streghe e creando ulteriore caos e scompiglio nella vita sociale della repubblica. Sovente i funzionari della Sicurezza di Stato sfruttavano i loro dossier per estorcere denaro agli indagati, sotto forma di “risarcimento”. Una relazione pubblicata dall’allora Procuratore Generale, Tagirov, riferì di arresti arbitrari privi di autorizzazione da parte dell’autorità giudiziaria, ricorso alla tortura ed all’intimidazione, evasione delle procedure legali.
STATO ISLAMICO CECENO
Con l’introduzione della Legge Islamica sul territorio della Repubblica Cecena di Ichkeria il Servizio di Sicurezza Nazionale venne assorbito, insieme a tutte le altre strutture deputate alla sicurezza pubblica, nel Ministero della Sicurezza dello Stato (MGB), sotto l’autorità del Ministro e Vicepresidente del Gabinetto Turpal – Ali Atgeriev, fedelissimo di Maskhadov e leader del partito governativo “Stato Islamico Ceceno”. Il piano di accentramento delle autorità di polizia era volto prima di tutto a porre un freno alla proliferazione di “agenzie di sicurezza” statali e private, le quali in sostanza altro non erano che milizie armate illegali camuffate da forze dell’ordine. Atgeriev non si fidava né di Ibrahim Khultygov né dei suoi sottoposti, ed impose lo scioglimento di tutte le strutture investigative e la loro ricostituzione sotto la sua diretta supervisione. Di fronte a questa azione così radicale Khultygov chiese l’intervento del Parlamento, dichiarando non legittimo il provvedimento. Il Parlamento, che in quel momento era ai ferri corti con Maskhadov per via del suo decreto sull’istituzione della Legge Islamica (il quale privava contestualmente il Parlamento dei poteri legislativi) appoggiò Khultygov, annullando il decreto che determinava l’unificazione della Sicurezza di Stato sotto il Ministero di Atgeriev. La situazione di generale disgregazione dello stato, la lottizzazione delle funzioni pubbliche da parte dei comandanti di campo e la corruzione dei funzionari rimasero un problema endemico, ed impedirono che una qualsiasi forma di stato di diritto, foss’anche di diritto religioso prendesse concretamente piede in quella anarchia armata che era la ChRI del dopoguerra.
Ibrahim Khultygov in una foto recente, funzionario della Repubblica Autonoma Cecena federata con la Russia
LA FINE
L’invasione del Daghestan da parte della Brigata Islamica per il Mantenimento della Pace e la conseguente rappresaglia russa innescarono la Seconda Guerra Cecena. Le forze federali invasero nuovamente il paese, e per i funzionari della Sicurezza di Stato ancora fedeli alla leadership separatista si riaprì la stagione della guerriglia partigiana. Del centinaio di uomini che ne facevano parte la maggioranza rimase al suo posto, rinunciando a combattere e seguendo il suo direttore, Ibragim Khultygov, il quale negoziò il suo passaggio al governo filo -russo (presso il quale ha ricoperto numerosi incarichi governativi, venendo eletto deputato nel 2008). Alcuni invece si integrarono tra le bande armate della resistenza. Maskhadov non nominò altri direttori del Servizio di Sicurezza Nazionale fino al 05/07/2004, quando il corpo fu virtualmente ricostituito come polizia politica clandestina ed affidato al futuro Presidente della Repubblica, Doku Umarov. Questi ne resse le sorti fino alla sua nomina in qualità di successore del Presidente Sadulayev (a sua volta successore di Maskhadov, deceduto nel 2005) il 17/06/2006. Il 10/10/2007 Umarov proclamò lo nascita dell’Emirato Islamico del Caucaso Settentrionale, ed ordinò che tutte le residue strutture statali della ChRI venissero assorbite dallo Stato Islamico. La rappresentanza della ChRI in esilio, per lo più rifugiata in Europa, tentò di riorganizzare un governo di testimonianza, affidandone la guida ad Akhmed Zakayev. Da allora il governo in esilio ha nominato nuovi direttori “formali” della Sicurezza di Stato, privi tuttavia di qualsiasi potere
La cronaca degli eventi bellici che hanno coinvolto la Repubblica Cecena di Ichkeria si è soffermata prevalentemente sulle due devastanti guerre russo cecene. Tuttavia durante la sua travagliata esistenza la ChRI ha dovuto sopportare il peso di altre due guerre, stavolta civili, entrambe addotte come casus belli per l’intervento delle truppe federali. Quella di cui parliamo in questo articolo è la prima guerra civile cecena, combattuta a fasi alterne dalla primavera al Dicembre del 1994 le cui conseguenze produssero l’inizio della Prima Guerra Cecena. Senza soffermarci troppo sui prodromi di questo conflitto, riportiamo brevemente come i ceceni iniziarono a spararsi tra di loro.
Truppe regolari della ChRI sfilano in parata
Il 4 Giugno 1993, dopo un anno di attriti con l’opposizione parlamentare ed extraparlamentare, il Presidente Dzhokhar Dudaev mise in atto un golpe militare, sciolse le istituzioni democratiche ed istituì una dittatura personale. Oppositori storici di Dudaev, come Umar Avturkhanov e Ruslan Khasbulatov, e nuovi avversari del Presidente, come i suoi ex alleati Bislan Gantamirov e Ruslan Labazanov si coalizzarono costituendo un Consiglio Provvisorio e contrattando con le autorità federali supporto militare, economico e di intelligence. Nella tarda primavera del 1994 si ebbero i primi scontri tra gli uomini di Labazanov, mentre nell’Agosto seguente i due fronti presero ad armarsi in vista di un confronto armato diretto.
La guerra civile iniziò ad infuriare in Settembre, e vide l’impiego di armi pesanti, aerei ed elicotteri da guerra e pezzi d’artiglieria. Lealisti e ribelli si combatterono in vere e proprie battaglie campali, ma nessuna delle due fazioni sembrava avere la forza militare e politica per imporsi sull’altra. Nell’Ottobre del 1994 un piccolo esercito antidudaevita riuscì a penetrare dentro Grozny, ma dopo alcune ore fu richiamato indietro. Agli inizi di Novembre del 1994 La Cecenia era divisa in un’area settentrionale controllata da Avturkhanov e dalla sua milizia, il Distretto di Urus – Martan sotto il controllo di Gantamirov, ed il resto del paese nelle mani dei dudaeviti. Questi tuttavia apparivano privi della carica sufficiente per imporsi, ed il sostanziale stallo della situazione militare lasciava immaginare che con un colpo ben assestato il regime sarebbe collassato su sé stesso.
Umar Avturkhanov, leader dell’opposizione antidudaevita dal 1991 e uno dei principali organizzatori dell’Assalto di Novembre
Bislan Gantamirov, ex Sindaco di Grozny sotto Dudaev, passato all’opposizione nel Giugno del 1993 ed alla lotta armata dal 1994, leader delle milizie del Consiglio Provvisorio.
LA PREPARAZIONE DELL’ATTACCO
Per questo motivo i ribelli, d’accordo con l’intelligence federale, decisero di mettere in atto un’operazione militare su larga scala volta a prendere Grozny, disperdere i dudaeviti ed assicurare il dittatore alla giustizia. Il piano prevedeva la partecipazione di mercenari reclutati presso le divisioni russe di stanza nel Caucaso Settentrionale: un’ottantina di ragazzi in grado di manovrare un T – 72 avrebbero composto il nerbo dell’armata dietro la quale avrebbero avanzato i fanti dell’opposizione. Per dissimulare quanto più possibile l’intervento di Mosca in questa faccenda i mercenari furono inviati alle loro basi in abiti civili, senza documenti né segni di riconoscimento. A loro fu detto avrebbero dovuto “guidare da un punto A ad un punto B” e sostanzialmente sfilare davanti al Palazzo Presidenziale, provocando il crollo del regime con la sola vista dei loro carri armati.
Gli attaccanti avrebbero dovuto convergere sul quartiere governativo di Grozny da tre direzioni: il principale gruppo d’assalto sarebbe partito da Tolstoy Yurt (Nord) sotto il comando di Avturkhanov, a sua volta “coordinato” da altri ufficiali russi. Il secondo, composto dai resti della milizia di Labazanov, si sarebbe mosso da Argun (Est). Il terzo, costituito dalle milizie fedeli a Gantamirov avrebbe proceduto da Urus – Martan (Sud – Ovest). Una volta preso il controllo degli uffici governativi si sarebbe installato un governo provvisorio, il quale avrebbe ufficialmente richiesto l’intervento dell’esercito federale per riportare “l’ordine costituzionale”. La forza d’urto sarebbe stata composta in totale da 150 veicoli tra carri armati e mezzi blindati, coperti dal tiro di 20 obici semoventi e da 40 elicotteri da combattimento. Dietro di loro erano inquadrati circa 1200 uomini, per lo più miliziani del Consiglio Provvisorio ma anche contractors russi arruolati in cambio di una (relativamente) corposa cifra e della garanzia di dover soltanto “mostrare i muscoli”.
Miliziani dudaeviti. Sullo sfondo il Palazzo Presidenziale
Due giorni prima che l’invasione avesse luogo l’aereonautica federale bombardò gli aereoporti Sheikh Manur (ex Severny) e l’aereoporto militare di Khankala. Aerei privi di insegne nazionali sorvolarono Grozny, colpendo alcuni edifici residenziali. Nel frattempo i gruppi d’attacco si avvicinavano alla periferia della capitale, prendendo posizione nei sobborghi.
IL 26 NOVEMBRE
La mattina del 26 Novembre 1994 i tre gruppi d’attacco iniziarono la penetrazione verso il centro di Grozny. La colonna settentrionale incontrò una certa resistenza subito fuori da Tolstoy – Yurt, dove un drappello di lealisti impegnò la sua avanguardia corazzata mettendo fuori combattimento due carri armati. Altri tre veicoli furono messi fuori combattimento, ed I loro equipaggi si arresero senza combattere ai miliziani dudaeviti. Nel complesso, tuttavia, le forze avanzanti raggiunsero i loro obiettivi senza intoppi, posizionandosi nei punti di arrivo e trovandoli praticamente indifesi. Per le 11:00 la colonna settentrionale aveva occupato gli edifici del Ministero degli Interni, del Servizio di Sicurezza Nazionale, della TV di Stato e di numerosi altri complessi amministrativi, e stazionava davanti ad un deserto Palazzo Presidenziale.
Sembrava che il regime si fosse dissolto alla semplice vista dei reparti corazzati dell’opposizione, ma la realtà era ben diversa. Dudaev ed i suoi uomini erano ben informati delle intenzioni dei ribelli, sia a causa dei loro massicci movimenti nei dintorni di Grozny, sia perché Ruslan Khasbulatov, oppositore del regime ma desideroso di giungere ed una conclusione pacifica del conflitto, aveva avvisato i comandi lealisti dell’imminenza dell’attacco, ed esortato i civili ad abbandonare la città. La notte precedente l’attacco i dudaeviti si erano sistemati sui tetti e nei seminterrati dei palazzi residenziali del centro cittadino, strutture in cemento armato molto alte, dalle quali si potevano colpire i mezzi corazzati nemici rimanendo fuori dall’alzo dei loro cannoni. La scelta, moralmente cinica, era giustificata dal fatto che in quel contesto urbano la superiorità tecnologica degli attaccanti sarebbe venuta meno, così come la copertura offerta dai velivoli da combattimento, i quali avrebbero potuto operare soltanto caricandosi la responsabilità di bombardare edifici civili, peraltro per lo più abitati da russi (il centro cittadino era casa di cinquantamila russi etnici residenti in Cecenia fin dagli anni ’40 del ‘900). Squadre di cecchini erano posizionati negli edifici adiacenti agli obiettivi degli attaccanti, mentre piccole pattuglie controcarro armate di RPG erano asserragliate negli scantinati. La forza mobile dei difensori era asserragliata nel quartiere di Oktabrisky, il settore meridionale della città.
Pochi minuti dopo le 11:00 i reparti lealisti si attivarono tutti insieme contemporaneamente. I lanciagranate incendiarono i veicoli di testa e di coda delle colonne avanzanti, bloccandole e generando il panico. La milizia dell’opposizione finì sotto il tiro dei cecchini, disperdendosi in preda al terrore. Molti miliziani, una volta raggiunti gli obiettivi si erano abbandonati al saccheggio dei negozi e delle abitazioni civili, ed allo scoppio delle prime sparatorie caricarono in tutta fretta il loro bottino e sparirono dalla circolazione. I contractors russi, i quali non avevano ulteriori disposizioni cui adempiere una volta raggiunto il centro cittadino, si trovarono sottoposti al fuoco dei cecchini, cui in breve si aggiunsero le prime armi pesanti. I carri armati attaccanti iniziarono uno ad uno ad incendiarsi, mentre gli equipaggi cercavano scampo dietro le carcasse dei veicoli bruciati. Soltanto un reparto scelto di militi dell’opposizione, addestrato dai russi nelle settimane precedenti l’assalto, riuscì a mantenere le posizioni nell’edificio del KGB conquistato ad inizio mattinata. Tuttavia, esaurite le munizioni e privo di rinforzi anche questo reparto dovette abbandonare le difese e ritirarsi dalla città.
Torrette di carri armati dei ribelli giacciono sul selciato il giorno dopo la battaglia.
Nel giro di sette ore tutti i reparti antidudaeviti erano stati distrutti, dispersi o costretti alla fuga. Secondo quanto dichiarato dallo Stato Maggiore della ChRI furono distrutti 32 carri armati, 5 veicoli blindati 4 elicotteri da combattimento ed un cacciabombardiere, mentre altri 12 mezzi corazzati furono catturati. I dudaeviti catturarono 200 prigionieri ceceni e 68 contractors russi, tra i quali un Maggiore, e rivendicarono la morte di 300 ribelli. Dudaev impose che i prigionieri provenienti dall’esercito federale sfilassero davanti alle telecamere, minacciando di fucilarli se il Ministro della Difesa di Mosca, Pavel Grachev, non li avesse riconosciuti come suoi agenti. Man mano che la notizia del coinvolgimento russo nell’assalto a Grozny diventava sempre più evidente numerosi sostenitori del Consiglio Provvisorio e molti dei suoi miliziani armati passarono dalla parte dei dudaeviti, i quali adesso potevano rivendicare di essere l’unico argine della nazione cecena di fronte alla Russia ed al suo imperialismo.
Breve video sui resti del corpo corazzato ribelle distrutto a Grozny il 26 Novembre 1994
DALLA GUERRA CIVILE ALLA “GUERRA CECENA”
Ciò che rimaneva dell’opposizione si frantumò in fazioni più di quanto non lo fosse stato fino ad allora. Avturkhanov accusò Khasbulatov di aver indebolito la ribellione cercando gloria personale ed interponendosi tra il Consiglio Provvisorio e Dudaev per evitare lo scontro militare e quindi il rovesciamento del regime. Per parte sua Khasbulatov rispose di aver agito in modo da evitare una catastrofe umanitaria e dare alla Federazione Russa un casus belli per intervenire in forze. Con il precipitare degli eventi l’opposizione antidudaevita perse mordente, ed alla fine di Novembre Gantamirov dichiarò che i suoi uomini non avrebbero preso parte a nessun’altra azione militare contro Dudaev. Il 29 Novembre il Presidente della Federazione Russa, Boris Elstin, emise un ultimatum al governo separatista intimando la smobilitazione dei suoi gruppi armati e minacciando un intervento militare diretto entro pochi giorni qualora il regime non si fosse autonomamente dissolto.
1993: Dzhokhar Dudaev posa insieme alla Guardia Presidenziale
LE ORIGINI
La Guardia Presidenziale fu una delle prime unità armate della Repubblica Cecena di Ichkeria. All’indomani della dichiarazione di indipendenza, mentre il Parlamento istituiva la Guardia Nazionale, il Generale Dudaev, appena eletto Presidente della Repubblica, istituì per decreto un’unità di “pretoriani” che proteggesse la sua persona, la sua famiglia ed i suoi funzionari. Nell’idea del nuovo Capo dello Stato la Guardia Presidenziale avrebbe dovuto rappresentare l’élite non soltanto militare, ma anche politica della nuova Cecenia. Per questo motivo ordinò che ogni villaggio del paese inviasse il suo miglior soldato, scelto appositamente dal consiglio degli anziani locale. La forza armata avrebbe avuto la consistenza di 200 uomini, ed avrebbe seguito il Presidente in ogni suo spostamento, oltre a difendere il Palazzo Presidenziale e la sua residenza privata. A capo dell’unità Dudaev pose Movlad Dzhabrailov, cintura nera di karate e maestro di arti marziali personale del Presidente.
Al momento della sua istituzione la Guardia Presidenziale constava di appena 7 uomini. Un mese più tardi questi erano già 14, e potevano alterarsi su tre turni di otto ore. Erano alloggiati nell’Hotel Kavkaz, una costruzione destinata originariamente all’alloggio degli ospiti del Soviet Supremo Ceceno Inguscio e diventata il luogo di soggiorno degli alti funzionari della nuova repubblica. Ai primi di Marzo del 1992 l’organico fu completato, ed i 200 uomini della Guardia furono alloggiati in una ex scuola di polizia, in Via Zhukovsky. Quì iniziarono un intenso corso di addestramento, volto a formare le nuove reclute non soltanto nell’uso delle armi, ma anche nelle arti marziali. Una squadra di 30 uomini venne inviata in Pakistan per sottoporsi ad un addestramento orientato alla guerriglia ed alla controguerriglia.
La forza armata appena costituita mancava di tutto: non esistevano divise, equipaggiamento ed armamento comuni. Nei dintorni di Grozny, tuttavia, vi erano numerosi depositi militari dell’esercito sovietico abbondanti di ogni sorta di equipaggiamento. Nella primavera del 1992 la Guardia Presidenziale iniziò a muoversi per prendere il controllo di questi depositi e potersi armare di tutto punto. Il primo deposito a cadere nelle sue mani fu la seconda città militare, una base sovietica al cui interno si trovavano armi leggere, munizioni ed uniformi in gran quantità. L’esercito russo non vedeva l’ora di abbandonare la Cecenia, e bastò che i soldati di Dudaev minacciassero di prendere la città militare con la forza perché i militari di Mosca abbandonassero in fretta e furia la posizione. Stessa operazione fu messa a segno alcuni giorni dopo su un altra base sovietica, la prima città militare. Con il bottino delle prime due “imprese” la Guardia Presidenziale potè proseguire indisturbata nella confisca dei depositi situati nei pressi della città.
Uomini della Guardia Presidenziale montano la guardia davanti al Palazzo Presidenziale allo scoppio della Prima Guerra Cecena
LA GUARDIA IN AZIONE
La prima azione di una certa importanza nella quale si trovò coinvolta la Guardia Presidenziale occorse il 31 Marzo 1992, quando l’opposizione tentò di rovesciare Dudaev con un colpo di stato. Gli insorti riuscirono a prendere il controllo della TV di Stato ed a portare in piazza parecchie centinaia di persone: in quell’occasione la Guardi fu l’unico reparto a schierarsi senza se e senza ma dalla parte del Presidente, mentre le altre unità dell’esercito e la milizia del Ministero degli Interni tergiversavano, restando in attesa di capire chi avrebbe prevalso tra il Generale ed i suoi oppositori. L’intervento dei pretoriani di Dudaev fu determinante a disperdere la milizia armata dei golpisti, e nel giro di 24 ore riconquistò il centro televisivo e disperse gli insorti.
Un’altra azione di una certa importanza occorse nell’estate del 1992, quando l’opposizione antidudaevita mise in atto un attentato alla vita di Dudaev. Il convoglio presidenziale si trovava presso il villaggio di Dolinsky, quando un potente ordigno esplose al lato della colonna. L’esplosione non coinvolse l’auto del Presidente, ma prese in pieno una delle auto di scorta, ferendo una delle guardie. Fu il primo ferito nella storia della Guardia Presidenziale. Tra il 1992 ed il 1994 l’aumentare della tensione politica rese sempre più impegnativo il lavoro del reparto, il quale in più di un’occasione si trovò sotto il fuoco dell’opposizione armata. Nel Dicembre del 1993 Dzhabrailov, coinvolto in un omicidio di natura familiare, fu arrestato a Makhachkala, in Daghestan e condannato al carcere. Al suo posto Dudaev nominò comandante della Guardia Abu Arsanukaev. La nuova nomina creò parecchia confusione del corpo, e parecchi militari lo abbandonarono, considerano Arsanukaev un carrierista che nulla aveva a che condividere con loro. Così allo scoppio della Prima Guerra Cecena l’organico contava appena 98 persone su 200. Il reparto era piccolo, ma estremamente agguerrito e totalmente fedele al Presidente. Con l’inizio delle ostilità
LA GUARDIA IN GUERRA
Con l’avvio dell’invasione russa la Guardia si mobilitò in servizio permanente. Il Vicecomandante del reparto, Masud Bamatgiriev ideò un’azione simbolica e spettacolare: un reparto di ventitrè guardie avrebbe portato a termine un raid nella base militare russa di Mozdok, uno dei luoghi di partenza delle forze d’invasione. L’azione fu autorizzata, ed ebbe successo. Secondo quanto riportato dai protagonisti dell’attacco furono distrutti dieci velivoli, ed un magazzino di munizioni fu fatto saltare in aria. Durante il raid, tuttavia, Bamatgiriev ed altri due uomini rimasero uccisi.
Rovine di Grozny al termine dell’offensiva federale. Sullo sfondo i ruderi del Palazzo Presidenziale, sventrato dai bombardamenti. Un distaccamento della Guardia difese l’edificio per 18 giorni, respingendo numerosi assalti dell’esercito russo.
Quando le forze federali iniziarono l’attacco a Grozny la Guardia Presidenziale fu divisa in reparti ed assegnata a zone diverse del fronte, dove avrebbe potuto costituire la punta di lancia di reparti meno addestrati ed organizzati. Abu Arsanukaev rimase il comandante formale dell’unità, ma ne perse fin da subito il controllo effettivo. Il primo scontro di una certa entità fu combattuto proprio nei pressi del Palazzo Presidenziale. Un reparto costituito da una ventina di uomini della guardia e da numerosi miliziani di supporto, al comando del Comandante di Compagnia Akhmed Aslambekov intercettò un reparto federale e si lanciò all’attacco, distruggendo 2 carri armati, 2 veicoli blindati per il trasporto truppe e danneggiò altri 17 mezzi di supporto alla fanteria. Il giorno successivo, in un nuovo attacco tra le rovine della capitale il reparto di Aslambekov distrusse 1 carro armato e 6 veicoli blindati. Nei giorni successivi, asserragliata dentro il Palazzo Presidenziale, la Compagnia Aslambekov resistette a numerosi attacchi dell’esercito russo. Un altro distaccamento, schierato nei dintorni della stazione ferroviaria si fece valere partecipando all’annientamento della 136a Brigata dell’esercito federale durante l’Assalto di Capodanno.
Tra il 7 e l’9 Gennaio i federali tentarono nuovamente di prendere il centro di Grozny. La Guardia Presidenziale, schierata in vari punti della città riuscì a respingere gli attaccanti, dichiarando la distruzione di altri 3 mezzi corazzati, 4 veicoli da combattimento e decine di fanti nemici. L’attacco fu fermato, ma il 14 Gennaio fu rinnovato, e stavolta le difese cecene iniziarono a cedere. Tra il 16 ed il 18 Gennaio l’aereonautica iniziò il bombardamento a tappeto del Palazzo Presidenziale, riuscendo a far penetrare al suo interno due bombe di grandi dimensioni, una delle quali detonò uccidendo decine di persone. La notte del 18 Gennaio i sopravvissuti fuoriuscirono dall’edificio, scortando gli uomini dello Stato Maggiore dell’Esercito che vi si trovavano asserragliati, tra i quali il Comandante in Capo Aslan Maskhadov.
Dzhokhar Dudaev passa in rassegna della Guardia Presidenziale in alta uniforme
Tra il Febbraio ed il Marzo del 1995 La Guardia fu la punta di lancia dello schieramento ceceno, partecipando a tutte le battaglie difensive ed assicurando il progressivo ripiegamento delle unità ancora in grado di combattere verso il sud montagnoso della Cecenia. Alla caduta di Grozny, nel Marzo del 1995, la Guardia era ridotta ad un reparto di una venticinquina di uomini. Questi seguirono lo Stato Maggiore dell’Esercito nella sua progressiva ritirata a Sud (prima a Shali, poi a Vedeno, infine a Dargo), svolgendo sia attività militare che compiti di polizia e di controspionaggio. Pattuglie della Guardia combatterono a Serzhen – Yurt tra il 12 Aprile ed il 30 Maggio, infliggendo pesanti perdite ai federali, mentre ad Elistanzhi riuscirono a distruggere un ponte essenziale all’avanzata dei russi, i quali dovettero fermarsi, permettendo ai separatisti di ricostituire le loro linee. Tuttavia alla fine di Maggio del 1995 gli uomini della Guardia rimasti in vita o in grado di operare non erano più di 15. Vennero quindi assegnati alla protezione del Presidente e delle delegazioni che, dal Giugno 1995, iniziarono a negoziare la conclusione del conflitto. Il reparto rimase operativo fino alla fine della guerra, partecipando al raid su Grozny del Marzo 1996 ed all’Operazione Jihad dell’Agosto 1996. Al termine del conflitto, conteggiando i feriti che erano tornati in campo ed alcuni nuovi reclutamenti la Guardia Presidenziale contava 31 uomini e 19 cadetti in addestramento.