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“PALAZZO DUDAEV” – IL PALAZZO PRESIDENZIALE DI GROZNY

Costruito per ospitare le alte gerarchie del Partito Comunista, l’imponente edificio divenne il cuore pulsante del separatismo ceceno ed il suo principale simbolo politico. Nelle sue stanze si affaccendarono i funzionari della giovane repubblica indipendente, i ministri dei governi presieduti da Dudaev e gli ufficiali dello Stato Maggiore dell’esercito, durante i terribili giorni dell’Assalto di Capodanno. Per conquistarlo l’esercito russo impiegò tutte le sue forze, nella convinzione che se questo fosse caduto i separatisti avrebbero perso ogni speranza. La sua conquista richiese diciannove giorni di combattimenti casa per casa. Devastato e saccheggiato durante la Prima Guerra Cecena, fu demolito nel 1996 e mai più ricostruito.

IL RESKOM

Con il ritorno dei ceceni e degli ingusci dalla deportazione del 1944, i nuovi leaders della Ceceno –  Inguscezia vararono  un ambizioso piano urbanistico nella città di Grozny, per accogliere le centinaia di migliaia di ex – esiliati che stavano rientrando nel paese. Il fulcro di questo progetto edilizio fu il Palazzo del Partito Comunista, chiamato in acronimo Reskom: per realizzarlo venne reclutato un ream di architetti ed ingegneri moldavi. Agli inizi degli anni ’80 l’edificio venne portato a termine: si trattava di una gigantesca struttura di 11 piani (9 fuori terra e 2 interrati) atti ad ospitare uffici, comitati, assemblee direttive ma anche centri di controllo, stazioni per la telecomunicazione e magazzini. Il Palazzo fu pensato per essere non soltanto un monumento al Socialismo, ma anche come una “fortezza di cemento” in grado di resistere a terremoti ed altre sollecitazioni naturali, e perfino a bombardamenti aerei e di artiglieria.

Il Reskom in una foto di fine anni ’80

Il Reskom sorse alla convergenza delle due principali arterie cittadine, il Viale della Vittoria, che proveniva da Nord (oggi Viale Putin), e il Viale Lenin, che dai sobborghi meridionali della città raggiungeva il Sunzha (oggi Viale Kadyrov). Due linee rette che, incontrandosi proprio davanti alla grande fontana del Palazzo, tagliavano in due la capitale ceceno – inguscia. Il Palazzo del PCUS avrebbe rappresentato quindi sia il fulcro politico che il centro geografico della città e, considerato che Grozny si trova pressappoco al centro della Cecenia, il Reskom sarebbe diventato il centro dell’intero Paese. Intorno ad esso si sviluppava tutto il quartiere governativo: nei pressi dell’imponente edificio trovavano posto il Sovmin (la sede del Consiglio dei Ministri sovietico), l’edificio del KGB, l’Hotel Kavkaz (deputato ad ospitare le alte personalità che si trovavano a soggiornare nel paese) l’Istituto Petrolifero di Grozny (la principale istituzione professionale della Cecenia) ma anche la sede della Radio TV di Stato, il Ministero della Stampa, la Casa della Cultura e via dicendo.

(lo Slideshow mostra alcuni degli edifici pubblici del quartiere governativo di Grozny: la Casa dei Pionieri in Piazza Lenin (1) l’Hotel Kavkaz (2) il Palazzo del KGB (3) il Ministero della Stampa (4) ed il Sovmin, divenuto sede del Parlamento dal Novembre 1991 (5)

IL PALAZZO PRESIDENZIALE

Quando i secessionisti presero il potere nel Novembre 1991 il Reskom fu ribattezzato “Palazzo Presidenziale”. Dudaev prese posto in un grande ufficio all’ottavo piano della struttura, mentre il Gabinetto dei Ministri fu sistemato al secondo piano.  Al posto della bandiera della Repubblica Socialista fu fatto sventolare un grande drappo verde con lo stemma “Lupo – cerchiato” della Cecenia indipendente.  Tra il 1992 ed il 1994 questo palazzo fu il centro del potere politico della ChRI, ed il simbolo stesso dell’indipendenza cecena: lungo il largo viale davanti al Palazzo Dudaev organizzò numerose manifestazioni pubbliche, tra le quali le celebri parate militari per l’anniversario dell’indipendenza e le sfilate del 23 febbraio, anniversario della deportazione del 1944.  Un disegno del palazzo finì addirittura sul fronte della banconota da 50 Nahar, la moneta nazionale predisposta alla fine del 1994 e mai entrata in circolazione a causa dello scoppio della guerra.

Non è un caso, quindi, che sia gli oppositori di Dudaev sia i russi identificassero il Palazzo Presidenziale come il cuore del potere in Cecenia. Durante la guerra civile dell’Estate 1994 i piani di attacco delle forze del Consiglio Provvisorio si concentrarono sull’unico fondamentale obiettivo di far convergere quante più truppe possibile sul Palazzo Presidenziale, occuparlo ed installarvi un governo di salvezza nazionale che riportasse la Cecenia nella Federazione Russa. Quando il 26 Novembre 1994 Gantamirov, Avturkhanov e Labazanov tentarono di prendere Grozny e di rovesciare Dudaev col supporto della Russia, il piano che elaborarono rispecchiò questa convinzione: tutti i reparti avrebbero dovuto dirigersi verso il Palazzo Presidenziale e limitarsi a sorvegliare le vie d’uscita dalla città: una volta che questo fosse caduto per i dudaeviti non ci sarebbe stato scampo.  In questo approccio c’era tutta l’ingenuità dell’opposizione antidudaevita, convinta di stare lottando contro un regime impopolare arroccato dentro i palazzi del potere. Dudaev rispose con efficacia a questa falsa idea, lasciando che i ribelli arrivassero quasi indisturbati al Palazzo per poi ingaggiarli da tutte le direzioni, mobilitando centinaia di volontari e costringendo le forze del Consiglio Provvisorio ad una precipitosa fuga.

Miliziani dudaeviti pregano prima della battaglia. Sullo sfondo il Palazzo Presidenziale ancora intatto

ASSALTO AL PALAZZO

Stessa errata valutazione fu compiuta dai Russi subito dopo la disfatta di Novembre: anche gli alti comandi federali pensarono a torto che una “spallata” al Palazzo Presidenziale sarebbe bastata a far crollare il governo separatista, considerato ormai impopolare. Il piano russo previde un “blitz” convergente sull’edificio, senza un adeguato piano di avanzata che coprisse le colonne d’attacco e senza attendere che le forze federali completassero l’accerchiamento della città. Di questo si approfittò Dudaev, ben conscio del fatto che un’invasione russa avrebbe velocemente ricompattato i ceceni intorno alla sua figura a difesa dell’indipendenza.  Il Generale abbandonò molto presto il Palazzo Presidenziale, sistemando il governo nella cittadina di Shali, a Sudest della capitale. A guidare la difesa di Grozny rimase il suo Capo di Stato Maggiore, Aslan Maskhadov, il quale si sistemò nei piani interrati dell’edificio. I reparti russi, convinti di stare portando a termine niente di più che una manovra militare, si ritrovarono accerchiati in una gigantesca imboscata, nella quale si contarono centinaia di morti e feriti. Fu l’inizio di una devastante battaglia casa per casa durata due mesi, durante i quali le forze federali si aprirono la strada verso il Palazzo Presidenziale radendo al suolo quasi per intero il centro della città, per poi varcare la sponda destra del Sunzha e respingere i separatisti fino ai sobborghi meridionali. Come il Reichstag per il Terzo Reich, il Palazzo Presidenziale divenne il perno della difesa cecena, il premio simbolico dell’avanzata russa ed il simbolo della più devastante azione di guerra in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi.

Rovine di Grozny dopo la battaglia. Sullo sfondo le rovine del Palazzo Presidenziale

Una volta giunti nei pressi della struttura e messi al sicuro i fianchi, i russi iniziarono a bombardare a tappeto il Palazzo e gli edifici circostanti: il palazzo del consiglio dei ministri di epoca sovietica, il cosiddetto Sovmin, l’Hotel Kavkaz situato dall’altra parte del viale, ed alcuni alti edifici residenziali utilizzati dai separatisti come ricoveri e postazioni di tiro dei cecchini. All’interno del Palazzo Maskhadov aveva istituito il suo comando, un ospedale da campo ed un magazzino dal quale era possibile rifornire i reparti che difendevano palmo a palmo il quartiere governativo dall’avanzata dei russi. I bombardamenti federali raggiunsero il ritmo di un colpo di granata al secondo, ma non riuscirono a fiaccare la resistenza dei difensori, né a minare la poderosa struttura in cemento armato del quale era costituito. I tiri di artiglieria riuscirono a provocare vasti incendi ai piani superiori, ma non a scalfire quelli inferiori, al di sotto dei quali si trovavano i quartieri operativi. La stessa sala del Gabinetto dei Ministri, situata al secondo piano, rimase pressoché intatta, tanto che le sue suppellettili furono saccheggiate dai soldati russi quando questi riuscirono a conquistarlo.

Foto di Grozny dopo la battaglia: una delle vie principali della città (1) una panoramica con il Palazzo Presidenziale sulla destra (2) i dintorni di Piazza Minutka (3) la Chiesa dell’Arcangelo Michele (4) l’Istituto Petrolifero di Grozny (5) il Ministero della Stampa e dell’Informazione (6) Mezzi blindati russi si dirigono verso il Palazzo Presidenziale (7) Il quartiere governativo distrutto con il Palazzo Presidenziale sulla sinistra (8) foto aerea delle rovine del Palazzo Presidenziale, lato tergale (9) istantanea della spianata davanti al Palazzo Presidenziale (10) Il Palazzo Presidenziale da dietro l’Hotel Kavkaz (11) I ruderi del Palazzo Presidenziale (12) i ruderi del Parlamento (13)

LA CADUTA

Maskhadov ed i suoi si decisero ad abbandonare il Palazzo Presidenziale soltanto il 19 Gennaio, venti giorni dopo l’inizio dell’attacco, quando ormai gli edifici adiacenti alla struttura erano caduti nelle mani dei russi nonostante i rabbiosi contrattacchi delle unità di Shamil Basayev. Nel corso dei giorni precedenti il palazzo era stato colpito incessantemente dall’artiglieria e dall’aereonautica, e due potenti bombe a detonazione ritardata erano penetrate fin nei sotterranei dell’edificio sventrando il palazzo.Il giorno successivo le forze federali occuparono il palazzo quasi senza combattere, ed innalzarono sul pennone la bandiera russa. La presa del Palazzo Presidenziale fu tuttavia poco più che un successo politico. L’attesa dissoluzione delle forze separatiste non avvenne, ed i combattimenti per Grozny sarebbero durati ancora per un mese, per poi proseguire fino al Maggio successivo nelle campagne e sui monti della Cecenia.

Bandiere russe sventolano dalle rovine del Palazzo Presidenziale appena conquistato

Durante l’occupazione militare il palazzo, totalmente inagibile e spogliato di qualsiasi cosa avesse un valore, divenne il monumento all’indipendentismo ceceno: i movimenti contro la guerra ed i partiti che fiancheggiavano Dudaev tennero manifestazioni imponenti all’ombra delle sue rovine. La milizia del governo collaborazionista, nel tentativo di reprimerle, finì per sparare contro la folla il 24 ottobre, uccidendo un dimostrante e ferendone altri quattro. Ma il più grave fatto di sangue occorse l’8 Gennaio 1996, quando un’imponente presidio venne disperso dai collaborazionisti a colpi di lanciagranate. Morirono tre persone, e altre sette rimasero ferite. Il 10 febbraio un’esplosione, sembra accidentale, provocò la morte di una madre e di suo figlio, scatenando l’ennesima ondata di manifestazioni a seguito delle quali le autorità di occupazione decisero di demolire definitivamente l’edificio. Neppure la demolizione, tuttavia, andò per il verso giusto: i genieri militari minarono maldestramente il Palazzo, e la mattina del 15 febbraio, quando le cariche esplosero, ne venne giù soltanto un pezzo.

Manifestanti indipendentisti presidiano le rovine del Palazzo Presidenziale il 9 Febbraio 1996.

LE ROVINE

Quando i separatisti ebbero riconquistato Grozny, nell’Agosto del 1996, si trovarono padroni di una città in rovina. I resti del Palazzo Presidenziale erano talmente deteriorati che un suo ripristino era impossibile. Del resto la carenza di risorse economiche avrebbe comunque reso inattuabile la ricostruzione di un edificio così imponente. Le macerie rimasero così ammassate sul posto, ed il grande spiazzo dove un tempo sorgeva il rigoglioso giardino di rappresentanza divenne un pantano fangoso. Il degrado e la sporcizia si accumularono progressivamente, man mano che la stessa Repubblica Cecena di Ichkeria sprofondava nella corruzione e nell’anarchia. Nel Settembre del 1999 le truppe federali rientrarono in Cecenia, e Grozny tornò ad essere un campo di battaglia. Tra le vie del disastrato quartiere governativo si combatterono feroci battaglie, ma alla metà di Febbraio i reparti di Mosca riuscirono ad assicurarsi le sue rovine, e dalla fine del mese i combattimenti si spostarono nella parte meridionale della città. I resti del palazzo caddero definitivamente nelle mani dei russi, e furono presto sgomberati.

Con la fine delle operazioni militari in città e l’avvento del governo di Akhmat Kadyrov iniziarono i lavori di ricostruzione del quartiere. Di ricostruire un Palazzo Presidenziale non si parlò mai, e certamente non di ricostruire quel palazzo. Dopo la morte di Akhmat Kadyrov e la successione al potere di suo figlio Ramzan il piano di restauro del quartiere prese il via a pieno regime. Ad oggi l’area è quasi irriconoscibile rispetto a com’era prima della guerra. Al posto del Palazzo Presidenziale sorge un grande parco, al centro del quale è stato eretto un monumento ai poliziotti caduti nella guerra contro il terrorismo. Insieme a “Palazzo Dudaev” vennero sgombrati anche molti altri edifici, ed al loro posto è stato eretto il quartiere islamico della città, con una gigantesca moschea chiamata “Cuore della Cecenia”, un centro islamico ed un gigantesco giardino. La residenza del Presidente della Repubblica è stata costruita nella grande ansa sul Sunzha posta ad est del quartiere governativo.

09/11/1991 – LA PRIMA “IMPRESA” DI BASAYEV: IL DIROTTAMENTO DI ANKARA

Shamil Basayev è noto in tutto il mondo per aver pianificato o fiancheggiato la realizzazione di drammatici sequestri, come quello dell’ospedale di Budennovsk nel 1995 o quello della scuola di Beslan nel 2004. Tuttavia la lunga lista di operazioni terroristiche da questi ordite o messe in atto ebbe origine molti anni prima dei suoi più tristemente noti colpi di mano, e precisamente il 9 Novembre 1991.

La cosiddetta “Rivoluzione Cecena” era appena scoppiata, il 27 Ottobre si erano svolte le elezioni popolari ed il Generale Dzhokhar Dudaev era stato eletto Presidente della Repubblica indipendente. Eltsin era intenzionato a porre fine quanto prima a questa situazione, ed il 7 Novembre aveva decretato lo Stato di Emergenza, mobilitando le unità del Ministero dell’Interno e predisponendo un piano per soffocare l’insurrezione dei ceceni. Mentre la popolazione si radunava in massa nelle piazze di Grozny e Dudaev arringava le folle, esortando i suoi concittadini ad armarsi per difendere l’indipendenza, un piccolo drappello di volontari costituì il primo nucleo combattente della repubblica, la Guardia Nazionale. Tra questi c’era Shamil Basayev, appena rientrato da Mosca (dove aveva preso parte alla difesa della Casa Bianca) e pronto ad entrare in azione.

(di sopra le foto di Basayev, Chachayev e Satuyev (quest’ultima successiva agli eventi)

Mentre i ceceni si mobilitavano, a Mosca la “questione cecena” sollevava un gran polverone politico, perché a fronte della volontà di Eltsin di intervenire subito e porre fine alla secessione, numerosi esponenti del governo e lo stesso Presidente Gorbachev si schieravano contro un’azione di forza dell’esercito. La situazione era estremamente tesa, il rischio di una guerra era sempre più concreto, ed in questa circostanza i secessionisti tentarono di giocarsi tutte le carte a loro disposizione: Dudaev cercava di saldare il fronte interno mobilitando le piazze, il Presidente del neoeletto Parlamento, Hussein Akhmadov, tentava di trovare sponde tra i politici russi. Basayev decise di giocare un ruolo meno politico e più congeniale al suo carattere. Fu in questo contesto che egli decise di mettere a segno il sequestro di un aereo civile.

SEQUESTRO MEDIATICO

L’idea non era né originale né inedita: tra il 1990 ed il Novembre 1991 in Russia erano stati tentati ben 45 dirottamenti, alcuni dei quali riusciti. Il primo sequestro a sfondo politico si era svolto il 18 Aprile 1990, quando un cittadino russo aveva preso il controllo di un aereo civile Tu – 134 in volo da Mosca a Leningrado, sequestrando 76 passeggeri e l’equipaggio e costringendo il pilota ad atterrare a Vilnius, dove intendeva “attirare l’attenzione della comunità mondiale sugli eventi politici in Lituania”. Il 7 Giugno successivo si era avuto il primo dirottamento ad opera di ceceni: un passeggero a bordo di un Tu – 154 dell’Aeroflot (la compagnia di bandiera sovietica) aveva minacciato di farsi esplodere se il jet non avesse abbandonato la rotta per Mosca e non si fosse diretto in Turchia. Giunto a destinazione era stato eliminato dalle forze speciali. Nei mesi seguenti molti cittadini dell’Unione Sovietica avevano portato a termine con successo parecchi dirottamenti a scopo politico, dirigendo gli aerei verso i paesi scandinavi con l’obiettivo di ottenere asilo contro il regime totalitario dell’URSS. Il fenomeno aveva assunto tali proporzioni che un giornalista svedese, commentando gli eventi, era giunto a scrivere: “Gli aerei sovietici, sotto la minaccia di dirottatori iniziano a riversarsi come grandine dal cielo negli aereoporti dei paesi vicini […]”. Man mano che l’impero sovietico collassava era sempre più chiaro che il dirottamento di aerei civili come strumento di pressione politica era diventato non soltanto piuttosto facile, ma anche efficace.

Il velivolo dell’aeroflot sequestrato da Basayev, Satuyev e Chachayev ad Ankara

Abbiamo detto che l’idea di mettere a segno un sequestro eclatante fu di Basayev. In realtà egli non fu che uno dei tre componenti del commando che lo portarono a termine: il regista dell’operazione fu Said – Ali Satuyev, ex pilota civile e ardente sostenitore dell’indipendenza cecena. Ai due si unì Lom Alì Chachayev, un altro giovane ribelle che avrebbe accompagnato Basayev a Budennovsk nel 1995 e sarebbe morto durante le Prima Guerra Cecena. Il 9 Novembre, mentre Dudaev prestava giuramento come Presidente della Repubblica e proclamava la mobilitazione generale, i tre uomini salirono su un Tu – 154 in partenza da Mineralnye Vody e diretto ad Ekaterinburg. I precedenti sequestri avevano visto i terroristi sistemarsi con calma e compostezza nei posti assegnati e poi comunicare con il comandante dell’aereo tramite “pizzini” lasciati alle hostess, in modo che nel velivolo non si scatenasse il panico e che la maggior parte dei civili non si rendesse neanche conto di essere stata sequestrata. Basayev, Satuyev e Chachayev decisero invece di dare un taglio drammatico alla loro azione: penetrarono nel velivolo armi in pugno e costrinsero l’equipaggio a decollare direttamente verso Ankara, cercando di generare quanto più clamore possibile. D’altra parte l’obiettivo era quello di farsi notare.

UN DRAMMATICO SUCCESSO

Uvolta giunti ad Ankara Basayev pretese un salvacondotto per Grozny e la possibilità di tenere una conferenza stampa internazionale, in cambio del rilascio di tutti gli ostaggi. Durante la conferenza stampa affermò di aver dirottato l’aereo in segno di protesta contro lo Stato di Emergenza in Cecenia – Inguscezia introdotto da Eltsin, e di voler “attirare l’attenzione della comunità mondiale sulle azioni imperialiste della Russia” contro la sua piccola patria. Dopo la conferenza stampa i dirottatori risalirono sull’aereo e fecero rotta verso Grozny insieme agli ostaggi. I giornali di tutto il mondo parlarono ampiamente del sequestro, e per la prima volta la Cecenia giunse sulle prime pagine dei principali quoditiani. Il mondo occidentale conobbe per la prima volta quel piccolo angolo di pianeta, quella periferia dell’impero sovietico del quale quasi tutti ignoravano l’esistenza.

(di seguito uno slideshow con le pagine dei giornali occidentali riportanti la notizia del sequestro e presentando gli eventi in corso in Cecenia)

Una volta al sicuro Basayev fece evacuare gli ostaggi su di un altro aereo di linea, diretto (per davvero) ad Ekaterinburg. I ceceni gli tributarono i favori di un eroe. Nel frattempo a Mosca il decreto di Eltsin sull’introduzione dello Stato di Emergenza era saltato: Gorbachev si era rifiutato di autorizzare l’intervento dell’esercito, molti esponenti dello stesso governo si erano opposti all’intervento, ed il mondo iniziava a guardare con apprensione verso il nuovo Presidente della Russia, sperando di non trovare un nuovo Stalin. Eltsin non poteva permettersi un bagno di sangue, e dovette temporaneamente congelare la questione cecena, tornando ad occuparsi dello smantellamento dell’URSS, ormai inevitabile.

Il gesto di Basayev, per quanto pericoloso e moralmente infame, aveva attirato l’attenzione della stampa mondiale sul “problema ceceno” ed aveva certamente contribuito ad ammorbidire la posizione di Eltsin (peraltro già in difficoltà per molte altre ragioni delle quali non parleremo in questo articolo), il quale accondiscese a ritirare lo Stato di Emergenza. Al ritorno dalla sua “Impresa” Basayev fu accolto da un bagno di folla, ed iniziò a salire l’olimpo del separatismo ceceno. Ma soprattutto imparò che per coinvolgere il mondo nella battaglia per l’indipendenza era necessario mettere a segno colpi eclatanti. Incruenti, se possibile, ma senza preoccuparsi troppo riguardo la sorte dei civili. Il sequestro di Mineralnye Vody fu il primo di una lunga serie di attentati terroristici che sarebbero culminati con le infami stragi di Beslan e del Teatro Dubrovka, rendendo Basayev un vero e proprio “principe del terrore”.

Grozny, 26/11/1994: L’ASSALTO DI NOVEMBRE

DUDAEVITI ED ANTIDUDAEVITI

La cronaca degli eventi bellici che hanno coinvolto la Repubblica Cecena di Ichkeria si è soffermata prevalentemente sulle due devastanti guerre russo cecene. Tuttavia durante la sua travagliata esistenza la ChRI ha dovuto sopportare il peso di altre due guerre, stavolta civili, entrambe addotte come casus belli per l’intervento delle truppe federali. Quella di cui parliamo in questo articolo è la prima guerra civile cecena, combattuta a fasi alterne dalla primavera al Dicembre del 1994 le cui conseguenze produssero l’inizio della Prima Guerra Cecena. Senza soffermarci troppo sui prodromi di questo conflitto, riportiamo brevemente come i ceceni iniziarono a spararsi tra di loro.

Truppe regolari della ChRI sfilano in parata

Il 4 Giugno 1993, dopo un anno di attriti con l’opposizione parlamentare ed extraparlamentare, il Presidente Dzhokhar Dudaev mise in atto un golpe militare, sciolse le istituzioni democratiche ed istituì una dittatura personale. Oppositori storici di Dudaev, come Umar Avturkhanov e Ruslan Khasbulatov, e nuovi avversari del Presidente, come i suoi ex alleati Bislan Gantamirov e Ruslan Labazanov si coalizzarono costituendo un Consiglio Provvisorio e contrattando con le autorità federali supporto militare, economico e di intelligence. Nella tarda primavera del 1994 si ebbero i primi scontri tra gli uomini di Labazanov, mentre nell’Agosto seguente i due fronti presero ad armarsi in vista di un confronto armato diretto.

La guerra civile iniziò ad infuriare in Settembre, e vide l’impiego di armi pesanti, aerei ed elicotteri da guerra e pezzi d’artiglieria. Lealisti e ribelli si combatterono in vere e proprie battaglie campali, ma nessuna delle due fazioni sembrava avere la forza militare e politica per imporsi sull’altra. Nell’Ottobre del 1994 un piccolo esercito antidudaevita riuscì a penetrare dentro Grozny, ma dopo alcune ore fu richiamato indietro. Agli inizi di Novembre del 1994 La Cecenia era divisa in un’area settentrionale controllata da Avturkhanov e dalla sua milizia, il Distretto di Urus – Martan sotto il controllo di Gantamirov, ed il resto del paese nelle mani dei dudaeviti. Questi tuttavia apparivano privi della carica sufficiente per imporsi, ed il sostanziale stallo della situazione militare lasciava immaginare che con un colpo ben assestato il regime sarebbe collassato su sé stesso.

Umar Avturkhanov, leader dell’opposizione antidudaevita dal 1991 e uno dei principali organizzatori dell’Assalto di Novembre
Bislan Gantamirov, ex Sindaco di Grozny sotto Dudaev, passato all’opposizione nel Giugno del 1993 ed alla lotta armata dal 1994, leader delle milizie del Consiglio Provvisorio.

LA PREPARAZIONE DELL’ATTACCO

Per questo motivo i ribelli, d’accordo con l’intelligence federale, decisero di mettere in atto un’operazione militare su larga scala volta a prendere Grozny, disperdere i dudaeviti ed assicurare il dittatore alla giustizia. Il piano prevedeva la partecipazione di mercenari reclutati presso le divisioni russe di stanza nel Caucaso Settentrionale: un’ottantina di ragazzi in grado di manovrare un T – 72 avrebbero composto il nerbo dell’armata dietro la quale avrebbero avanzato i fanti dell’opposizione. Per dissimulare quanto più possibile l’intervento di Mosca in questa faccenda i mercenari furono inviati alle loro basi in abiti civili, senza documenti né segni di riconoscimento. A loro fu detto avrebbero dovuto “guidare da un punto A ad un punto B” e sostanzialmente sfilare davanti al Palazzo Presidenziale, provocando il crollo del regime con la sola vista dei loro carri armati.

Gli attaccanti avrebbero dovuto convergere sul quartiere governativo di Grozny da tre direzioni: il principale gruppo d’assalto sarebbe partito da Tolstoy Yurt (Nord) sotto il comando di Avturkhanov, a sua volta “coordinato” da altri ufficiali russi. Il secondo, composto dai resti della milizia di Labazanov, si sarebbe mosso da Argun (Est). Il terzo, costituito dalle milizie fedeli a Gantamirov avrebbe proceduto da Urus – Martan (Sud – Ovest). Una volta preso il controllo degli uffici governativi si sarebbe installato un governo provvisorio, il quale avrebbe ufficialmente richiesto l’intervento dell’esercito federale per riportare “l’ordine costituzionale”. La forza d’urto sarebbe stata composta in totale da 150 veicoli tra carri armati e mezzi blindati, coperti dal tiro di 20 obici semoventi e da 40 elicotteri da combattimento. Dietro di loro erano inquadrati circa 1200 uomini, per lo più miliziani del Consiglio Provvisorio ma anche contractors russi arruolati in cambio di una (relativamente) corposa cifra e della garanzia di dover soltanto “mostrare i muscoli”. 

Miliziani dudaeviti. Sullo sfondo il Palazzo Presidenziale

Due giorni prima che l’invasione avesse luogo l’aereonautica federale bombardò gli aereoporti Sheikh Manur (ex Severny) e l’aereoporto militare di Khankala. Aerei privi di insegne nazionali sorvolarono Grozny, colpendo alcuni edifici residenziali. Nel frattempo i gruppi d’attacco si avvicinavano alla periferia della capitale, prendendo posizione nei sobborghi.

IL 26 NOVEMBRE

La mattina del 26 Novembre 1994 i tre gruppi d’attacco iniziarono la penetrazione verso il centro di Grozny. La colonna settentrionale incontrò una certa resistenza subito fuori da Tolstoy – Yurt, dove un drappello di lealisti impegnò la sua avanguardia corazzata mettendo fuori combattimento due carri armati. Altri tre veicoli furono messi fuori combattimento, ed I loro equipaggi si arresero senza combattere ai miliziani dudaeviti. Nel complesso, tuttavia, le forze avanzanti raggiunsero i loro obiettivi senza intoppi, posizionandosi nei punti di arrivo e trovandoli praticamente indifesi. Per le 11:00 la colonna settentrionale aveva occupato gli edifici del Ministero degli Interni, del Servizio di Sicurezza Nazionale, della TV di Stato e di numerosi altri complessi amministrativi, e stazionava davanti ad un deserto Palazzo Presidenziale.

Sembrava che il regime si fosse dissolto alla semplice vista dei reparti corazzati dell’opposizione, ma la realtà era ben diversa. Dudaev ed i suoi uomini erano ben informati delle intenzioni dei ribelli, sia a causa dei loro massicci movimenti nei dintorni di Grozny, sia perché Ruslan Khasbulatov, oppositore del regime ma desideroso di giungere ed una conclusione pacifica del conflitto, aveva avvisato i comandi lealisti dell’imminenza dell’attacco, ed esortato i civili ad abbandonare la città. La notte precedente l’attacco i dudaeviti si erano sistemati sui tetti e nei seminterrati dei palazzi residenziali del centro cittadino, strutture in cemento armato molto alte, dalle quali si potevano colpire i mezzi corazzati nemici rimanendo fuori dall’alzo dei loro cannoni. La scelta, moralmente cinica, era giustificata dal fatto che in quel contesto urbano la superiorità tecnologica degli attaccanti sarebbe venuta meno, così come la copertura offerta dai velivoli da combattimento, i quali avrebbero potuto operare soltanto caricandosi la responsabilità di bombardare edifici civili, peraltro per lo più abitati da russi (il centro cittadino era casa di cinquantamila russi etnici residenti in Cecenia fin dagli anni ’40 del ‘900). Squadre di cecchini erano posizionati negli edifici adiacenti agli obiettivi degli attaccanti, mentre piccole pattuglie controcarro armate di RPG erano asserragliate negli scantinati. La forza mobile dei difensori era asserragliata nel quartiere di Oktabrisky, il settore meridionale della città.

Pochi minuti dopo le 11:00 i reparti lealisti si attivarono tutti insieme contemporaneamente. I lanciagranate incendiarono i veicoli di testa e di coda delle colonne avanzanti, bloccandole e generando il panico. La milizia dell’opposizione finì sotto il tiro dei cecchini, disperdendosi in preda al terrore. Molti miliziani, una volta raggiunti gli obiettivi si erano abbandonati al saccheggio dei negozi e delle abitazioni civili, ed allo scoppio delle prime sparatorie caricarono in tutta fretta il loro bottino e sparirono dalla circolazione. I contractors russi, i quali non avevano ulteriori disposizioni cui adempiere una volta raggiunto il centro cittadino, si trovarono sottoposti al fuoco dei cecchini, cui in breve si aggiunsero le prime armi pesanti. I carri armati attaccanti iniziarono uno ad uno ad incendiarsi, mentre gli equipaggi cercavano scampo dietro le carcasse dei veicoli bruciati. Soltanto un reparto scelto di militi dell’opposizione, addestrato dai russi nelle settimane precedenti l’assalto, riuscì a mantenere le posizioni nell’edificio del KGB conquistato ad inizio mattinata. Tuttavia, esaurite le munizioni e privo di rinforzi anche questo reparto dovette abbandonare le difese e ritirarsi dalla città.

Torrette di carri armati dei ribelli giacciono sul selciato il giorno dopo la battaglia.

Nel giro di sette ore tutti i reparti antidudaeviti erano stati distrutti, dispersi o costretti alla fuga. Secondo quanto dichiarato dallo Stato Maggiore della ChRI furono distrutti 32 carri armati, 5 veicoli blindati 4 elicotteri da combattimento ed un cacciabombardiere, mentre altri 12 mezzi corazzati furono catturati. I dudaeviti catturarono 200 prigionieri ceceni e 68 contractors russi, tra i quali un Maggiore, e rivendicarono la morte di 300 ribelli. Dudaev impose che i prigionieri provenienti dall’esercito federale sfilassero davanti alle telecamere, minacciando di fucilarli se il Ministro della Difesa di Mosca, Pavel Grachev, non li avesse riconosciuti come suoi agenti. Man mano che la notizia del coinvolgimento russo nell’assalto a Grozny diventava sempre più evidente numerosi sostenitori del Consiglio Provvisorio e molti dei suoi miliziani armati passarono dalla parte dei dudaeviti, i quali adesso potevano rivendicare di essere l’unico argine della nazione cecena di fronte alla Russia ed al suo imperialismo.

Breve video sui resti del corpo corazzato ribelle distrutto a Grozny il 26 Novembre 1994

DALLA GUERRA CIVILE ALLA “GUERRA CECENA”

Ciò che rimaneva dell’opposizione si frantumò in fazioni più di quanto non lo fosse stato fino ad allora. Avturkhanov accusò Khasbulatov di aver indebolito la ribellione cercando gloria personale ed interponendosi tra il Consiglio Provvisorio e Dudaev per evitare lo scontro militare e quindi il rovesciamento del regime. Per parte sua Khasbulatov rispose di aver agito in modo da evitare una catastrofe umanitaria e dare alla Federazione Russa un casus belli per intervenire in forze. Con il precipitare degli eventi l’opposizione antidudaevita perse mordente, ed alla fine di Novembre Gantamirov dichiarò che i suoi uomini non avrebbero preso parte a nessun’altra azione militare contro Dudaev. Il 29 Novembre il Presidente della Federazione Russa, Boris Elstin, emise un ultimatum al governo separatista intimando la smobilitazione dei suoi gruppi armati e minacciando un intervento militare diretto entro pochi giorni qualora il regime non si fosse autonomamente dissolto.