The work on this biography is carried out in collaboration with the Instagram page “Qoman Sij”, based on information received from the former deputy of the Minister of Foreign Affairs of the Chechen Republic of Ichkeria, Ilyas Musaev, verified with the sources at our disposal.
Born in Germenchuk in 04/12/1962, Aslanbek Abdulkhadzhiev joined the National Guard in 1991, during the Chechen Revolution. Volunteer in Abhazhia between 1992 and 1993, he served in the International Brigades of the Confederation of Peoples of the Caucasus, becoming Shamil Basayev’s trusted man. Appointed by the President Dudayev as Military Commander of the Shali District at the outbreak of the First Russian – Chechen war, he commanded a large detachment.
Aslanbek Abdulkhadzhiev, nicknamed “Big Aslanbek”
Nicknamed “Big Aslanbek” (in recognition of his comrade in arms Islanbek Ismailov, nicknamed “Little Aslanbek”) Abdulkhadzhiev was one of the main organizers of the historic raid by Chechen fighters on the Russian city of Budennovsk in June 1995, which forced the Russian authorities to agree to a temporary cessation of the war and the beginning of peace negotiations. For this military operation, among the first, he was awarded the highest state order of the CHRI Qoman Sij (Honor of the Nation), by the first President of the Chechen Republic of Ichkeria, Dzhokhar Dudayev.
One of the main commanders in the Battle of Pervomaiskoye (January 1996) in the Operation Retribution (March 1996) and in the Operation Jihad (August 1996), after the reconquest of Grozny he was appointed military commander of he Capital as Military Commissioner. For his war merits he was appointed Brigader General and decorated with the Honor of the Nation.
Elected Deputy in the parliamentary elections of January 1997, he attempted to gain the presidency of the assembly, but was overtaken by the pro-government candidate Ruslan Alikhadzhiev. Supporter of the nazional – radical party, he promoted the “Law of lustration” with which it was intended to remove from public officies all those who had collaborated with the pro – Russian government during the war. The delays in the approval of this law were the cause of his resignation in 1998.
Preident of the state company Chechenkontrakt since June 1997, at the outbreak of the Second Russian – Chechen War he formed an unit of around 80 men, with whom he fought in the Siege of Dzhokhar (1999 – 2000). After the fall of the city in Russian’s hands, he retreated in the Argun Gorge, leading the partisan fight.
On August 26, 2002, following a denunciation by a Russian informer, the house in the city of Shali, where Aslanbek Abdulkhadzhiev was hiding, was surrounded by Russian occupiers and local collaborators.
Aslanbek Abdulkhadzhiev attends a press conference together with Shamil Basayev (center) and Aslanbek Ismailov (“Little Aslanbek”, right). June 1995
According to the reports of his death:
The senior FSB officer leading the Russian occupiers through a loudspeaker told the Chechen commander to surrender, to which there was an immediate response from a Stechkin submachine gun. In response, Russian punitive forces began firing grenade launchers and machine guns. Having used up all his ammunition, the Chechen commander began throwing grenades and lemons at the invaders. In turn, the aggressors opened fire from heavy machine guns located on armored personnel carriers. This actually predetermined the outcome of the unequal battle. Aslanbek was seriously wounded. The enemies, having learned about this, tried to take him alive.
However, the Russian punitive forces were not destined to mock the wounded Chechen commander. Aslanbek, who was losing consciousness, at the last moment managed to pull out the pin of the grenade, which exploded in his hands. The blast wave generated by the grenade explosion carried away several occupiers who were close to the Chechen commander. According to Shali residents, at least four occupiers were killed and seven wounded during the night battle in the city of Shali. This is how the life of 41-year-old Chechen general Aslanbek Abdulkhadzhiev heroically ended.
Alla Dudaeva accompagnò suo marito per tutta la durata della guerra fino a quando, il 21 Aprile 1996, i federali individuarono il suo segnale di chiamata e riuscirono ad ucciderlo con un bombardamento missilistico sulla posizione dalla quale stava avendo una conversazione telefonica. In questa seconda serie di citazioni riportiamo le memorie di Alla riguardo al periodo della guerra.
LA GUERRA
La guerra era inevitabile e Dzhokhar lo capiva meglio di chiunque altro. Parlando alla gente. Fu molto serio e concentrato: “Si, una guerra è imminente. Si, sarà molto difficile per noi, ma la nostra generazione la porterà a termine. Per secoli, ogni cinquant’anni la Russia ha distrutto il nostro popolo. Raccogliamo le nostre forze. Si, loro combatterono, ma non vinsero mai. Noi vinceremo! Anche se dovesse rimanere vivo soltanto il trenta percento di noi”. Vecchi uomini, guidati da Ilyas Arsanukaev vennero all’ufficio di Dzhokhar. Ilyas iniziò la conversazione: “Dzhokhar, non sei dispiaciuto per gli altri, non ti dispiace per te stesso…”. Dzhokhar, che non si è mai seduto di fronte e persone anziane, sentendo queste parole, si sedette ed ascoltò in silenzio il discorso di Ilyas. Poi, come al solito, come sempre quando era eccitato, strinse i pugni e disse con voce insolita per lui, calma, ma molto ferma: “Ilyas, non sono una persona così felice di morire in questa guerra. La nostra conversazione è finita.” Era una persona appassionata, una persona entusiasta per la quale un’idea è più importante della sua vita, delle vite dei suoi cari e di quelle di coloro che gli stanno intorno.”
I fratelli Abu e Iles Arsanukaev, militanti della prima ora del Comitato Esecutivo e molto vicini a Dzhokhar Dudaev
Non volendo invadere direttamente la Cecenia, il governo federale russo tentò in un primo momento di mettere su un esercito di fiancheggiatori ceceni che rovesciasse Dudaev senza troppo clamore. L’opposizione antidudaevita, concentrata nel Nord del paese, fu armata ed affiancata da militari a contratto: dopo alcuni mesi di schermaglie questa forza, appoggiata dall’aereonautica federale e da un imponente dispiegamento corazzato, tentò di prendere Grozny il 26 Novembre 1994. Quella battaglia, terminata con la completa vittoria dei dudaeviti, costrinse i russi ad intervenire direttamente per “ripristinare l’ordine costituzionale”, dando il via alla Prima Guerra Cecena.
“Dalle 7 del mattino del 26 Novembre hanno iniziato a bombardare il centro di Grozny, il Palazzo Presidenziale e le strade adiacenti. Gli attacchi missilistici e i bombardamenti sono continuati per un’ora. Quindi i carri armati sono entrati in città da tre lati. Gli aereoplani ruggivano e ululavano, perforando i piani superiori degli edifici residenziali con raffiche di mitragliatrice. La prima colonna corazzata, accompagnata dalla fanteria, si è divisa ed è entrata in città attraverso l’autostrada di Petropavlovskoye ed il Microdistretto; la seconda colonna – attraverso la trentaseiesima sezione. I Gantamiroviti attraverso Chernorechye.
Il primo attacco fu fermato dai combattenti di Ilyas Arsanukaev. Diversi carri armati fecero irruzione nel centro, dove furono accolti dalla Guardia Presidenziale. Le colonne dei carri furono divise in gruppi dalle unità di Shamil Basayev e Ruslan Gelayev ed iniziò il loro bombardamento. I carri armati bruciavano come fuochi nelle strade. Appollaiati sui tetti delle case, i cecchini russi sparavano sui coraggiosi volontari.
Resti dei carri da battaglia in dotazione agli antidudaeviti carbonizzati davanti al Palazzo Presidenziale
[…] I veicoli corazzati erano in fiamme in tutta la città e i cadaveri carbonizzati dei soldati russi erano sparpagliati ovunque. Delle unità d’élite delle divisioni Kantemirovskaya e Taman sopravvissero soltanto pochi veicoli corazzati. La città odorava di bruciato. Giornalisti stranieri e media russi filmavano e mostrarono al mondo intero i volti dei primi prigionieri [russi, ndr.] catturati dopo la battaglia dei carri. Insieme ai banditi ceceni, agli “oppositori”, ce n’erano più di 100. Ma il comandante Pavel Grachev, insieme alla leadership politica e militare della Russia, abbandonò i soldati russi, dichiarando pubblicamente di non sapere nulla della partecipazione dell’esercito federale alla “azione anti – Dudaev”. La bugia era palese e ovvia e suscitò indignazione pubblica nella stessa Russia.
Il presidente Dzhokhar Dudaev disse: “Stiamo conducendo una guerra non con l’opposizione, ma con la Russia. La prova di ciò sono i settanta militari russi che abbiamo arrestato”. Quando i giornalisti gli hanno chiesto quale sarebbe stata la sorte dei prigionieri di guerra, egli rispose: “In questo caso, stiamo parlando di delinquenti. Poiché la Russia non riconosce queste persone come personale militare, dovremo giudicarle secondo le leggi del tempo di guerra, cioè come criminali. Solo se Mosca dichiara che sono soldai russi che eseguono un ordine, e ammette apertamente il fatto che si tratta di un intervento militare negli affari della Cecenia sovrana, essi, come prigionieri di guerra, saranno trasferiti in Russia di comune accordo. […] Se il Ministro della Difesa non sa dove sono i suoi militari come può guidare le forze armate del paese, come può conoscere la situazione operativa? Tali dichiarazioni da parte sua sono stupide e ingenue.”
L’ASSEDIO
Dopo la bruciante sconfitta delle milizie antidudaevite del 26 Novembre 1994, la Russia si decise ad intervenire direttamente, inviando un grosso contingente corazzato alla presa di Grozny. La città patì immense distruzioni, ma l’avanzata dei federali per le sue strade fu sanguinosa e per nulla facile. Alla Dudaeva racconta qui le sue impressioni:
“Un enorme armata di carri armati russi bruciò nel centro di Grozny in un inferno. L’Esercito di Grachev cadde nella trappola dei dudaeviti. Come stormi di corvi neri, aerei ed elicotteri russi sorvolavano la città, lanciando missili e bombe. Cannonate di artiglieria a lunga gittata e lanciarazzi Grad rombavano incessantemente. In Piazza della Libertà e in Piazza Sheikh Mansur le guardie presidenziali e le milizie, normali lavoratori di ieri: insegnanti, medici, muratori, combatterono e morirono in uno scontro terribile. Impararono le lezioni della guerra, sacrificando la loro cosa più preziosa: la loro vita. […] Lo spettacolo era così terribile che era difficile credere a i propri occhi. Era l’inferno sulla terra. Storditi dalla sorpresa, i federali confusi bombardavano le loro stesse unità chiedendo l’aiuto dell’aviazione!”
Carro armato dell’esercito regolare ceceno si dirige verso una postazione di combattimenti nei pressi del Palazzo Presidenziale
[…] Il Palazzo Presidenziale in Piazza della Libertà è diventato un simbolo delle battaglia dell’Ichkeria. Venne bombardato con tutti i tipi di armi, ma i falchi russi non riuscirono a distruggerlo. Una bomba di profondità di molte tonnellate, che perforò tutti e 9 i piani ed i soffitti di cemento, uccise contemporaneamente 40 persone nel seminterrato: prigionieri e feriti, insieme alle infermiere. Un’altra bomba esattamente uguale si incastrò, senza esplodere, in uno dei solai. I difensori del palazzo ed i giornalisti si recarono stupiti a vedere le sue enormi dimensioni.
Si decise di spostare la sede del Presidente in un luogo più sicuro. Dzhokhar rifiutò a lungo, ma i suoi seguaci insisterono sulla loro decisione: “Non puoi rischiare la causa della libertà. Cosa succederà alla Repubblica se moriremo tutti insieme?” Si trasferì solo dopo un lungo lavoro di persuasione. Amici e compagni fedeli rimasero al Palazzo: Aslan Maskhadov, Zelimkhan Yandarbiev, la Guardia Presidenziale e le milizie.
CRIMINI DEI “LIBERATORI”
Ardente sostenitrice degli ideali propugnati da suo marito, Alla Dudaeva fu sempre molto critica verso il comportamento delle truppe di occupazione russe:
“Il villaggio di Assinovskaya si era arreso dopo una consultazione preliminare dei residenti, senza combattere. Questo è un esempio di cosa accadde a coloro che si arresero. I soldati entrarono in ogni casa, cercarono e presero quello che volevano, quello che piaceva loro. […] Una ragazza di sedici anni fu portata via in un mezzo blindato, una vicina russa, uscita fuori per proteggerla urlando come stesse difendendo sé stessa, fu uccisa con una raffica di fucile automatico. La ragazza non è mai tornata. Due bambini di undici e nove anni, che avevano violato il coprifuoco per recuperare una mucca slegata, non tornarono a casa. Quando al mattino seguente la madre in lacrime implorò i soldati russi di raccontarle cosa fosse successo, ricevette come risposta: saltarono in aria su una mina. Ma nessuno aveva sentito l’esplosione nel villaggio. Furono ritrovato morti, e che aspetto [terribile] avevano! Un anziano, che stava esortando i compaesani a non far entrare nessun militare nel villaggio, è stato spogliato e linciato in un cerchio dai militari russi. Lo stesso fecero con sette adolescenti di quindici o sedici anni.
Cadaveri di civili ceceni uccisi nella strage di Shamaski
[…] Non molto tempo fa, nello stesso villaggio sono stati uccisi 27 civili che […] erano tornati alle loro case. Per gli occupanti tutti sono uguali. La paura ha occhi grandi: inizieranno improvvisamente una “guerra partigiana” nel villaggio?
[…] Chi ha visto gli enormi fossati di Grozny riempiti coi corpi delle persone uccise durante i bombardamenti? Se ne trovano durante lo smantellamento di edifici distrutti, vicino alle case, nel fiume o sepolti nelle fosse comuni. Diciottomila persone, di diverse nazionalità, credevano di non vere nulla da temere dall’esercito russo e quindi non se ne andarono in tempo […].
MANIFESTAZIONI DUDAEVITE A GROZNY
Con il passare dei mesi la durezza della vita sotto il regime di occupazione ed i continui successi della guerriglia dudaevita dettero il la ad una serie di manifestazioni di protesta, durante le quali gli intervenuti facevano sfoggio di ritratti del presidente e di bandiere della Repubblica Cecena di Ichkeria. Alla Dudaeva descrive l’atmosfera di quegli eventi.
“La Russia stava subendo un collasso, sia militare che morale, che politico. Annunciò l’intenzione di risolvere il problema delle relazioni russo – cecene con mezzi politici. Beato chi ci crede…
Incontro aperto a Grozny. Decine di migliaia di persone – Anziani, donne e bambini – Rimangono nella neve con qualsiasi tempo. Vicino al Palazzo Presidenziale, bombardato e carbonizzato, sui resti della cui facciata sono appesi un ritratto del Presidente Dzhokhar Dudaev e la bandiera verde ribelle della Repubblica Cecena di Ichkeria, c’è un campo di tende. E’ stato chiamato “Duki – Yurt”, dal nome di infanzia di Dzhokhar [“Duki”, appunto, ndr] […]. Arrivano autobus da tutta la repubblica. Nelle fredde notti invernali la gente si riscalda davanti al fuoco con tè e con quello che a volte riesce a passare attraverso la fitta sicurezza del Ministero dell’Interno, il quale sta assediando una manifestazione di disobbedienza senza fine. Sulla neve sciolta, in ginocchio, una donna anziana e magra tiene con entrambe le mani il ritratto del Presidente Dudaev, stretta al petto infossato.
Separatisti ceceni manifestano tra le rovine del Palazzo Presidenziale, 4 Febbraio 1995
[…] L’8/9/10 Febbraio le truppe di occupazione, vestite con uniformi della polizia cecena, della polizia antisommossa e delle forze speciali, sparano su una manifestazione permanente in piazza Svoboda. Per ordine di Doku Zavgaev diverse tonnellate di dinamite vengono deposte di notte nelle fondamenta del Palazzo Presidenziale, orgoglioso simbolo della libertà di Ichkeria, e lo fanno saltare in aria. Queste scene furono trasmesse alla televisione russa per molto tempo. Questo è ciò che attende tutte le nazioni che si ribellano! Dopo due potenti esplosioni l’edificio monolitico si alza in aria, poi scende lentamente in una grande e densa nuvola di polvere. Bene, l’edificio può essere distrutto, ma lo spirito di libertà non può essere sconfitto!
GROZNY, MARZO 1996
Il primo segnale che la situazione militare stesse cambiando a favore dei separatisti fu il successo del Raid su Grozny organizzato da Dudaev nel Marzo 1996, poco più di un mese prima di morire: le forze separatiste riuscirono a penetrare nella capitale, metterla a soqquadro ed abbandonarla senza che i federali riuscissero a fermarle. In questo ultimo brano, Alla Dudaeva ne descrive gli eventi salienti.
Il 6 Marzo ha avuto luogo un’improvvisa cattura senza precedenti nella storia di Grozny, la città più fortificata al mondo, secondo gli esperti militari. Si basava su tattiche militari completamente nuove. Il nostro piccolo esercito non aveva aerei, carri armati, installazioni Grad, artiglieria pesante e leggera (allora non avevamo altro che fucili mitragliatori e un ardente, inesauribile desiderio di riscattare l’ingiustizia più crudele). Era possibile solo con la forza dello spirito […] Johar doveva trovare una via d’uscita, e la trovò!
Avendo precedentemente occupato tutti i passaggi e le “fessure” nella difesa di Grozny, i nostri militanti entrarono in città alle 5 del mattino e presero posizione. All’ora stabilita, iniziarono a prendere d’assalto i posti di blocco, gli uffici del comandante e le altre strutture militari. Le esplosioni scuotevano la terra. I residenti di Grozny di unirono agli attaccanti, portando via le armi ai soldati russi, sequestrando camion dei pompieri, li hanno riempiti di benzina ed hanno lanciato la benzina dai manicotti contro i veicoli blindati per incendiarli. Il torrente infuocato generò un ruggente muro di fuoco, dal quale saltarono fuori i soldati. I veicoli corazzati esplodevano, i proiettili esplosivi volavano in tutte le direzioni.
[…] L’assalto alla città continuò per tre giorni. Alla fine le munizioni terminarono, e lo scontro a fuoco ebbe termine. […] La cattura dimostrativa della capitale fu completata in tre giorni. Questa operazione mostrò al mondo intero la forza dell’esercito ceceno, ed il fatto che le nostre scorte erano state significativamente rifornite.
Vista di Grozny dal tetto dell’edificio sede dell’FSB in città, Agosto 1996