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Capitolo I – Il ragazzo delle colline

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Molto prima che il suo nome venisse associato a profeti, eserciti e montagne lontane, Giovanni Battista Boetti fu soltanto un bambino nato tra le colline del Monferrato. Era una terra di contadini, vigneti e castelli, che solo fino a qualche decennio prima era stata attraversata da guerre e invasioni, i cui fantasmi continuavano a vivere nei racconti degli anziani. Ogni villaggio custodiva memorie di assedi e battaglie, e sfoggiava gli stemmi degli antichi casati feudali. Ogni collina nascondeva una storia alla quale il giovane Giovanni Battista si abbeverava con curiosità. Piazzano, il suo villaggio natale, era poco più di un pugno di case raccolte attorno alla chiesa, all’ombra del castello di Camino. Da lassù lo sguardo poteva correre per chilometri. Non era il centro del mondo, ma per chi vi nasceva era l’intero universo.

La sua famiglia viveva sospesa tra due epoche. I Boetti conservavano il ricordo di un’antica nobiltà, discendendo, secondo la tradizione familiare, da un ramo dei Conti di Cunico. Ma il prestigio degli antenati era tutto ciò che restava. Come molte famiglie aristocratiche del Monferrato settecentesco, possedevano più memoria che denaro, più orgoglio che proprietà. Il padre, Spirito Bartolomeo, era notaio e podestà del villaggio. Uomo istruito e rispettato, era ugualmente temuto nelle sue funzioni come in casa. Le cronache che ci parlano di lui non lo ricordano come un uomo gentile, tutt’altro. Egli era duro, inflessibile, irascibile. Abituato a comandare e poco disposto a tollerare disobbedienze.

Sua moglie, Maria Margherita, proveniva anch’essa da una famiglia di notai e piccoli aristocratici. Doveva essere una donna di carattere forte per sopravvivere in una casa governata da un uomo come Spirito Bartolomeo. Eppure, come accadeva a molte donne del suo tempo, la sua esistenza fu consumata dalla maternità. Una gravidanza dopo l’altra, il suo spirito si fece via via più flebile abbandonandola, infine, al quindicesimo figlio messo al mondo. Quando morì, Giovanni Battista aveva soltanto sette anni. Con Maria Margherita scomparve l’unico punto di riferimento che quel bambino avesse nel mondo.

Spirito Bartolomeo non tardò a cercare una nuova moglie. Aveva ancora figli da mantenere, una posizione da difendere e una casa da amministrare. Ma le risorse erano limitate e la soluzione più semplice fu allontanare alcuni dei bambini. Così Giovanni Battista e la sorella maggiore furono mandati in convitto a Casale Monferrato, a poche decine di chilometri da Camino. Che all’epoca erano una distanza che solo pochi italiani potevano percorrere nella loro vita, lontano dai campi e dai villaggi.

Casale era la capitale del Monferrato. Una città viva, abitata da mercanti, religiosi, studenti e funzionari. Le sue strade erano più affollate di qualsiasi cosa il ragazzo avesse mai visto. Le sue chiese erano più grandi. Le sue biblioteche più ricche. Le sue opportunità apparentemente infinite. Molti giovani avrebbero accolto quella nuova vita con entusiasmo. Giovanni Battista no.

Per lui il convitto significava soprattutto una cosa: essere stato allontanato da casa. Negli anni successivi avrebbe sviluppato un carattere difficile da domare. Ribelle all’autorità, insofferente alle imposizioni, incapace di accettare passivamente il proprio destino. Forse quei tratti erano già presenti in lui. Forse nacquero proprio allora, tra le mura del collegio, alimentati dalla nostalgia e dal rancore.

Mentre gli altri ragazzi sognavano una professione rispettabile, una famiglia o una vita tranquilla, il giovane Boetti iniziava già a guardare oltre l’orizzonte. Oltre le colline del Monferrato. Oltre il Piemonte, verso un Oriente che non aveva mai visto e che ancora non sapeva di dover raggiungere.