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Fuggiasco, monaco, profeta guerriero: la vita di Giovanni Battista Boetti

Esistono uomini che attraversano la storia lasciando dietro di sé ritratti, trattati e monumenti. E poi esistono uomini che lasciano soltanto domande. Giovanni Battista Boetti apparteneva alla seconda categoria.

Quando nacque, il 2 giugno 1743, nel piccolo villaggio piemontese di Piazzano, nessuno avrebbe potuto immaginare che quel bambino sarebbe diventato il protagonista di una delle vicende più enigmatiche del Settecento europeo. Figlio di una famiglia nobile in declino, educato per diventare medico contro la propria volontà, fuggiasco, soldato, seduttore, monaco domenicano, missionario in Oriente, medico di pascià e principi, Boetti attraversò mezzo mondo inseguendo qualcosa che forse neppure lui sapeva definire.

Per oltre vent’anni viaggiò tra l’Italia, i Balcani, l’Impero Ottomano, la Siria, la Mesopotamia, la Persia e il Caucaso. Comparve nei luoghi più improbabili e ne scomparve con la stessa rapidità. Venne arrestato, espulso, accolto come un santo, accusato come un impostore, ricercato come una spia e protetto da uomini potenti. Ogni volta che la sua storia sembra terminare, ricomincia altrove.

Poi, improvvisamente, accade qualcosa.

Le fonti raccontano che dopo anni trascorsi tra Mosul, Costantinopoli e la Persia, il domenicano piemontese svanì quasi completamente dalle cronache ufficiali. Quando riemerse, non era più soltanto Giovanni Battista Boetti.

Era Mansur, Il Vittorioso.

Secondo una straordinaria relazione manoscritta conservata per oltre un secolo negli archivi del Regno di Sardegna, l’ex monaco avrebbe predicato una nuova fede, raccolto migliaia di seguaci e guidato un esercito attraverso il Kurdistan, la Georgia e le montagne del Caucaso. Le sue armate avrebbero sconfitto eserciti, assediato città e conquistato intere regioni. Le sue prediche avrebbero attirato musulmani, cristiani ed ebrei. Le sue ambizioni avrebbero sfidato principi, pascià e sultani.

Sembra la trama di un romanzo d’avventura, eppure Giovanni Battista Boetti è realmente esistito. La sua firma compare in documenti autentici. Le sue lettere sono sopravvissute al tempo. I suoi spostamenti possono essere ricostruiti attraverso archivi sparsi tra Italia e Medio Oriente. Alcuni episodi della sua vita sono confermati oltre ogni ragionevole dubbio. Altri appartengono al territorio incerto in cui storia e leggenda si confondono.

È proprio lì che inizia il mistero.

Alla fine del XVIII secolo, mentre nel Caucaso settentrionale infuriava la resistenza contro l’espansione dell’Impero Russo, comparve un altro uomo destinato a entrare nella leggenda: Sheikh Mansur Ushurma, il primo grande leader della lotta caucasica contro la Russia.

Con il passare degli anni, le storie dei due uomini iniziarono ad avvicinarsi, prima come semplice diceria, poi come ipotesi, infine come una vera e propria teoria storica.

Possibile che il profeta guerriero del Caucaso e il monaco piemontese fossero la stessa persona?

Possibile che uno dei più celebri eroi della storia cecena fosse nato tra le colline del Monferrato?

Da oltre due secoli storici, scrittori e ricercatori cercano una risposta: alcuni sono convinti che si tratti della stessa persona, altri ritengono che sia soltanto una straordinaria mistificazione.

Seguiremo le tracce lasciate da Giovanni Battista Boetti, dalle campagne piemontesi alle carovane della Siria, dai conventi domenicani alle corti dei pascià, dalle rive del Bosforo alle montagne del Caucaso. Perché, vera o falsa che sia la leggenda di Mansur, una cosa è certa: la vita di Giovanni Battista Boetti fu già di per sé talmente incredibile da sembrare impossibile.